Visualizzazione post con etichetta poesia contemporanea. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta poesia contemporanea. Mostra tutti i post

sabato 29 giugno 2024

(Polaroid XXXI): Giovanni Andreoli

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Daniel Luke Lomax



Ora che la valle è silenziosa / guarda com'è calma / l'ombra del sole


Da Absorbeat (FaraEditore, 2024)


Papà

Profumavano ancora d’azzurro
i polmoni grigi di mio padre.

Le vecchie mormoravano:
L’è na, l’è na…

Ugualmente il traffico
attraversava la stanza.

Solo Pavarotti,
il mio canarino giallo,
ha smesso di cantare.

*

Il purosangue

Al cospetto del Re di denari,
l’uomo che fu pazzo e felice
ha domato il purosangue.

Ora l’amore è un simulatore di volo.

Un vecchio giullare bussa
alla porta di Dio.

*

L’ultima primavera

Rettitudine e lungimiranza,
corpi discreti,
scarpe perfette.

Poi l’onda trabocca
dal bicchiere impassibile
all’eterna vigilia.

È solo una gita campestre!
sussurri di sottocchio ai granai.

L’ultima primavera.

*

Rimedi

Quando il peso è insopportabile,
rispolvero una logica più leggera.,
quella di chi resta per poco
o inventa, dopo la causa,
un altro effetto.

Oppure cerco
un porticciolo nell’anima,
un approdo sicuro
dove si può vivere ogni giorno
senza ferire o essere feriti.





Giovanni Andreoli è nato a Bussolengo (VR) l’8 giugno 1962 e vive a Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR). Sposato con Monica, papà di due figlie, lavora come operatore per disabili. Ama fare lunghe passeggiate nella natura. È presente nell’antologia internazionale Olympia città di Montegrotto Terme. Ha pubblicato, con il poeta Remo Xumerle, Il giardino della terra (Edizioni Del Leone 2003).

sabato 22 giugno 2024

(Polaroid XXX): Mauro Liggi

 

Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Ea Engana


Da Alla terra i miei occhi (Interno Libri, 2024)


Indichi il cielo
a me, solo a me
che con il camice bianco
provo a trattenerti qui
sfidando il tempo
la logica
la scienza.
Ma tu
indichi il cielo
il dito già blu
perché sai
quello che anche io so
tu succo di mela cotogna
io volto di catrame
muto è il grazie
prima del viaggio.

*

Cielo indigesto
notte fredda di rimpianti
l’alito disegna nuvole di pietra
mi avete rubato l’alba
saccheggiato il mattino
scassinato il tempo.
Se apro appena gli occhi
come dopo un’eclissi
vedo un bagliore
in questo inverno
di gelate orfane di sole.
Solo uno squarcio di luce
solo, vi prego,
un domani qualsiasi.

*

Abbi cura del mondo
stendilo nel tappeto
davanti al fuoco.
Spoglialo piano
dai vestiti logori
sfila i calzari
fatti svestire
libero da vergogna
mostra le tue cicatrici
la notte trascorra
in luoghi dimenticati
odori sconosciuti
incenso di cenere.

Allontana l’alba
                perditi in altre vite
                per onorare la tua.

*

Scavo con le palpebre
nella terra umida
sciolgo il perdono.

Allatto un germoglio
di pianto
le mani a coppa.

Calati pure tu
sotterra ora
anche ciò
che è vita

                la mia inquietudine
                vuole farsi albero.
                Alla terra i miei occhi.




Mauro Liggi (1980), medico chirurgo, vive a Cagliari. Nel 2000 pubblica il suo primo libro fotografico Una magica vita. Racconto fotografico del Circo Paniko. Ha pubblicato le raccolte poetiche Anima scalza. Le orme della poesia (Amicolibro Editore, 2021) e Segnali di fumo (Altromondo Editore, 2022) terza classificata al Festival culturale Liberevento Premio Rombi. Sue poesie sono state pubblicate in varie antologie, su blog e riviste letterarie. Fa parte della redazione del blog “Versolibero”, è membro della giuria di alcuni concorsi letterari, promuove e divulga la poesia attraverso incontri on line con autori contemporanei e laboratori scolastici.


mercoledì 19 giugno 2024

Prima stesura | Un cuore pizzicato di Anna Tabbia

 

Illustrazione di Anna Paolini


PRIMA STESURA

Rubrica di inediti a cura di Silvia Rosa

"Un cuore pizzicato" di Anna Tabbia


ANGINA PECTORIS 

Se quest’estate, l’estate non tornasse?

Se si fosse rintanata nella grotta

e io restassi nel vuoto dell’attesa

di un mancato appuntamento?

 

O se la pioggia si fosse ritirata

in nuvolaglia, sdraiata comoda

in orizzontale, troppo svogliata

per alzarsi a precipitare?

 

Se lui non bussasse più alla mia porta

senza qualche prevedibile ragione?

Se l’utente fosse irraggiungibile

e mancassero tracce, orme,

briciole di pane da seguire,

e intanto urlasse una sirena

d’ambulanza e mancasse

il mio numero in rubrica?

 

Se lui stesse per sempre insoddisfatto

e io non potessi farci nulla, se

girassi in labirinto alla ricerca

del sorriso che non trova?

 

Se non fosse concesso il dietrofront

non potessi dirgli quel che non gli ho detto,

anche solo di sbattere il bastone

sulla pietra perché al colpo scappano

le vipere e non iniettano il veleno?

 

Se tornassi al punto di partenza,

credendo d’aver fatto balzi avanti?

O peggio, se tornassi indietro, in fondo?

 

Se tutto questo fosse solo un sogno?

O peggio, se tutto questo fosse

tutto vero? Se fosse tutto qui?

  

UN CUORE PIZZICATO DI TARANTA 

E allora fatti canna

se tutto intorno rumoreggia

a colpi di grancassa

e non sa stare a tempo

il cuore pizzicato di taranta

che ti s’ingolfa in aritmia.

 

Raggomìtolati al tonfo degli eventi

ripiegata, giunco esile e tenace

all’infuriar dei venti

e snocciola i grani del rosario

al voto che vorresti e che non viene;

prometti almeno che abbraccerai

la croce e in cambio lui voli libero

sgravato dal grumo di pensieri,

groviglio d’una maglia troppo fitta,

davanti al rombo che risucchia

nel pozzo nero dei pensieri.

 

FASCINOSA VITA IMMAGINARIA

Corri, rimandi a un giorno imprecisato

la vita che vorresti. Prendi fiato.

Corri. E nella corsa incontri nuove

Sirene per la vita di domani.

Ma accantoni. Ricorri. Quella vita

immaginaria è il motore

di questa vita di doveri e di scadenze

che è la tua, ma soltanto perché

l’altra, da lontano e con contorni

imprecisati, ti saluta. E ammicca.

 

Se per caso o nella sosta programmata

puoi spogliarti della quotidiana vita,

sfilartela dai piedi,

darti una lavata, provarti la tua

vita del domani, a bocca spalancata

vedi che non cade come ti eri

figurata: sotto le ascelle si raggrinza,

il filo del bottone cede, la stoffa

è un poco logora e comunque

non sono più quelli i tempi.

 

Il tuo vestito di vita immaginaria

è frusto prima ancora d’esser messo.

Rimani nuda. Non sai dove andare

se non nel buio della tana, sotto

il piumino di piuma d’oca vera.

 

Anna Tabbia vive a Torino dove è insegnante di italiano e latino. Durante in suo dottorato di ricerca in Italianistica si è occupata di scrittrici e di riviste torinesi tra Otto e Novecento; di qui i lavori: Le coscienziose operaie della penna della casa editrice Speirani tra carte private e pubbliche scritture in «Levia gravia», (2008, Edizioni dell’Orso); La donna nella stampa periodica torinese (1880-1911) in «Studi piemontesi » (2007); Le riviste per la scuola e per la gioventù della casa editrice Speirani in Torino in «Studi piemontesi» (1989). Nell’ambito della didattica della letteratura è coautrice (con Mondello, Lavazza, Fraboni) dell’antologia per il biennio delle scuole superiori Dove portano le parole (Lattes, 2023); sempre per la scuola ha scritto Un “mutuo trascinamento”: esperienze di didattica transdisciplinare sul filo di Calvino e Levi con Brondolo, Lucca, Mariatti in Per una didattica transdisciplinare, a cura di Danile Borgogni, (2020, Celid) e I giovani e la poesia in Giovani oltre di Ugo Cardinale e Dario Corno (2007, Rubbettino). Con Sandra Baruzzi è autrice delle raccolte poetiche Tempo di risacca (Atene del Canavese, 2021 ) e Ritrarti (Ananke, 2012); in poesia con Sandra Baruzzi e Piera Giordano ha scritto A corpo libero (Ananke, 2008) e Dimore dell’anima (Ananke, 2005). 

 

 

 

 

 


sabato 15 giugno 2024

(Polaroid XXIX): Mattia Cattaneo


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Stefan Giljan


Qui fuori / mamma / si cammina sul filo dei rami

Da La neve impressa (Architetti delle Parole, 2024)



Entrare in un nodo
sviluppare il suo nastro
e ritrovare la ruggine
sotto i crocevia
dove l'odore della realtà
si compie in parte
in questo continuo scambio
di cose improvvise
affrontando i morsi
l'insurrezione del fuoco
le ferite d'innesto
trappole di lutti lunghi

s'impenna
alla radice
l'anamnesi di questo silenzio.

*

C'è un posto
per ogni virgola gettata
al silenzio delle notti insonni

una luce accesa
si spera

il respiro schiacciato
da un passo largo quanto una ferita
e la prima versione di un sole inatteso

un boccone di pane
tra una lacrima zitta

guardo.

*

Ho ascoltato
il lento declino del tuo
corpo mandato in esilio

notti sfasate
buttate a caso
su uno stendibiancheria del primo piano

senza origliare sentivo
stringendo denti di latta e coperte di lana

ma ancora non ero abituato
a quella luce spenta
da un paio di lenzuola sfitte.

*

I luoghi
custodiscono
lo stupore di quelli
che raccolgono da soli
le idee sfuggite
le finestre vive
al richiamo della notte

allungano fiori spioventi
e un pallone bucato sull'aia
spogliato delle grida dei bambini

due vicoli ciechi
e quattro nuvole viola:
la pioggia infuria
sulle abrasioni dei muri.

*

Nell'aria una piuma
la pioggia diventa un collirio che brucia
ho ancora la luce della lampada accesa

qui fuori
mamma
si cammina sul filo dei rami.





Mattia Cattaneo è nato a Trescore Balneario (BG) il 31-07-1988, abita a San Paolo d'Argon (BG) ed è laureato in Scienze della comunicazione. Adora la montagna e la natura. Lavora come assistente educatore presso una cooperativa. Dal 2019 è cofondatore dell’associazione culturale “Architetti delle Parole” con Carlo Arrigoni portando in scena numerose letture sceniche. Ha pubblicato alcuni libri di poesia e tre romanzi. Gestisce il gruppo FB “Circolare Poesia” atto a diffondere la poesia.


lunedì 20 maggio 2024

Prima stesura | Nella camera azzurra di Maristella Diotaiuti

 



Immagine di Matteo Massagrande


PRIMA STESURA

Rubrica di inediti a cura di Silvia Rosa

"Nella camera azzurra" di Maristella Diotaiuti


nella camera azzurra

i testimoni recalcitranti. hanno memorie

di acque morte. di terre rosse

la forza del carattere. bianco su nero

un filo di rasoio. scivola via nella notte

acqua di schiuma. una curva

ad angolo retto. offriva pane e sale

secondo l’antica usanza. dopo il tramonto

con i suoi occhi. di pece

una faccia. composta di linee

questa luce. dedita al transitorio

questa vita. pasto nudo. 

tutta terrena 

allora chiudi gli occhi e pensi ora

di che devi ora di che pensi ora

di che?


*

come quando filtra una minuscola scheggia          

o raggio o lama di luce come per esempio

sotto la porta chiusa (di una camera illuminata

e tu sei nella parte oscura)

o come passi pesanti familiari notturni

salgono le scale e si fermano sulla soglia


degli angoli della bocca (come rivolo di schiuma

o di rumore )

(… le forme le torsioni variabili

nella messa a fuoco 

lo spietato primo piano

l’inquadratura predatoria)


aperte come la bocca di un pesce

fuori dal suo elemento… 

dentro una prospettiva estranea

in posizione difettosa

 

le parole un ammasso di lesioni

rottami sagome prone

sulla scena del delitto


*

Ombre. Distanze.

Qualcuno alla porta.

Il cielo cade sulla linea.

Di terra. Con la ferita all’occhio.

Un canto. Memoria.

Di storie quasi vere.

Storie di pochi giorni.

La valigia sotto il letto.

È l’alfabeto delle stelle.

La pecora nera.

E altre favole. Passi a piedi.

Passi a memoria.

Due rampe per l’abisso.

Il bacio della maestra.

La finestra d’angolo.

Le visite. Il viaggio dell’amico.

Avvertimenti. Contro il mal di terra.

Carta bianca. Il segreto.

Il mistero della strada.

Il dopo la festa. L’arco di luminaria.

Carte celesti.

Il premio. L’eredità.

Ho sentito passi. E chiudere la porta.

Una campana di convento.

O immagine. Da cui deriva ogni eco.

E riverbero.  



Maristella Diotaiuti, laureata all'Università Federico II di Napoli in Lettere Moderne, è stata curatrice e promotrice degli eventi culturali del caffè letterario Le Cicale Operose di Livorno. È presidente dell’Associazione culturale Le Cicale Operose APS, per la quale cura cicli, rassegne, presentazioni poetiche e letterarie. Si occupa di letteratura femminile, di poesia e di ricerca di autrici dimenticate. È autrice e curatrice del volume Beatrice Hastings, in full revolt (Diotaiuti, Tortora, Le Cicale Operose, Livorno, 2020), Premio di scrittura femminile “Il Paese delle donne”, Roma, 2022. È autrice della raccolta di poesie . come cosa viva (Terra d’ulivi Edizioni, Lecce, 2021). I suoi testi sono apparsi in riviste letterarie, blog e magazine on-line. Ha ricevuto menzione di merito per poesie singole Premio Bologna in Lettere, 2022 e Premio della giuria Ossi di Seppia per la poesia singola, 2023. È curatrice del volume Woman’s Worst Enemy: Woman, di Beatrice Hastings (Astarte edizioni, Pisa, 2022), Premio Microeditoria Marchio di Qualità, 2023, Brescia. È curatrice del volume Sepolcri Imbiancati, di Beatrice Hastings (Terra d’ulivi Edizioni, 2024).


mercoledì 15 maggio 2024

"sul fianco del mattino" di Nadia Scappini: una lettura di Lilia Slomp Ferrari

 


Nota critica a cura di Lilia Slomp Ferrari


Con questo piccolo gioiello Nadia Maurizia Scappini ha inteso testimoniare i suoi vent'anni d’impegno poetico, riflesso del profondo amore che da sempre nutre per la parola, espressa sia in poesia sia in prosa. Si tratta di un’antologia che raccoglie il meglio delle sue sette sillogi pubblicate a partire dal 2023, frutto di una selezione rigorosa, con l’aggiunta di sette corposi inediti.

In una nota personale la poeta si definisce “primipara attempata”, avendo iniziato a scrivere dopo i cinquant'anni, anche se la poesia albergava da sempre nella sua anima; ne sono testimonianza alcune piccole prove dell’infanzia e dell’adolescenza dedicate agli affetti più cari. Arduo parlare dello “stravolgimento” di scrittura rispetto al suo modo consueto di porgere i testi al lettore. Illuminante, oltre che dettagliato e ricco di riferimenti culturali, si fa quindi l’intervento esplicativo di Franca Alaimo nella nota “Il ritmo dell’essere insieme” che accompagna la raccolta. Ciò che mi preme dire con forza è l’alto contenuto del messaggio poetico della Scappini - sul quale già mi ero espressa commentando le sue precedenti raccolte - tentando anche d’interpretare le variazioni di punteggiatura, degli a capo, della diversa spaziatura sostitutiva delle strofe, dell’abolizione delle maiuscole, insomma di quella forma visiva che siamo abituati a fotografare nella poesia classica. Forse un modo per esprimere la propria anima in forma nuova, quasi le parole diventassero un lungo respiro nell'incanto del rincorrersi, nei movimenti che vanno a comporre una originale sinfonia. Come per invitare il lettore a sostare nel bianco degli spazi divenuti una silente segnaletica per cogliere il ritmo di un respiro che sale da regioni remote. 


Comunque sia, “sul fianco del mattino” è selezione e sintesi di un lungo percorso poetico che si dipana in una gamma di liriche capaci di abbracciare e indagare le varie sfumature dell’esistere. Di seguito, qualche esempio: da Le parole del cuore (2003) << inventiamoci un inizio che non sia obbligato inventiamolo tu ed io nel silenzio quando spezziamo il bianco pane dello stare insieme.  saranno le giornate polle d’acqua sorgiva mentre la parola lontanando cresce>>. Da La luna nuda (2007) un prezioso attimo di nostalgia <<vorrei che mi tenesse per mano questa assurda nostalgia.  a piedi nudi, tra petali trasparenti solcati da impronunciati perché, scorgere tra le ombre una meta dove posare dopo traguardi confusi nel sonno di dialoghi franti sul marmo di un tempo breve...>>

Nel 2008 Nadia Scappini esce con Il ruvido mistero e nel 2015 con Un’ora perfetta, sillogi bellissime, fondamentali per il suo cammino poetico, seguite nel 2019 da Come dire dell’amore e da preghiere imperfette nel 2022. In queste ultime il tema dell’amore è toccato con rara maestria, senza paura alcuna del denudamento più difficile, quello interiore.

Da preghiere imperfette << s’è fatto breve il tempo tendi la rete sulla mia via   fammi di nuovo abitare la vertigine dove la pazienza scivola in una lingua di fraterno sentire in quegli slarghi che   misteriosamente s’accendono anche su una pagina di poesia   un faccia a faccia che poi respira dentro pausando cammini incerti sofferti>>.

Arriviamo così ai sette “Inediti” che, in coerenza con l’essenzialità che guida l’intera antologia, sono semplicemente numerati. Testi che lasciano stupiti e incantati nella loro apparente semplicità, a partire dall'incipit del primo con il quale, in punta di piedi, mi piace terminare queste riflessioni su un lavoro intenso, coinvolgente, rivelatore discreto di un’anima in tutta la sua delicata complessità: <<faccio sogni da brava ragazza la domenica all'alba e propositi. quasi sempre li faccio attorno all'equinozio    d’autunno    quando    rinfresca, quando la natura ha dato i suoi frutti e comincia a scolorare: è qui che si spalanca il nuovo anno...>>



venerdì 10 maggio 2024

(Polaroid XXVI): Federica Maria D'Amato


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Ma ebbe fine con l'infanzia / quell'inizio di me che cercavo negli altri


Poesie da La montagna dell'andare (L'Angiolo - Ianieri Edizioni, 2023)


Dopo gli anni inizi le domande
su quel restare degli alberi
in un posto per millenni
quando duri meno,
molto meno
d’una vita.
Pare lo sguardo cambi
o la devozione del nome,
dicono che inizi a ricordare
gli altri e le stagioni
al passo dei cambi nel quadrante
sotto il peso colossale
di fare diventare tutto vero.

*

C’erano le voci
dei paesaggi dentro vecchie strade
in corsa verso il fondale del mare
e quel vento, grande, del guardarci
a lungo dicendo ci faremo male
senza parole, senza note, senza
quadretti il punto del congedo
come quando a scuola
salutavo mia madre.

*

Avrei voluto la mano nell’acqua
quando l’amore taglia i deserti
verso la fonte della bevuta.
Ma tu non mi volevi
correndo forte la sete
verso il pensarci lontano, dentro
al pugno chiuso della tua mano.
Così chiuso da imparare
che il gioco era questo:
incontrarsi
solo per lasciarsi andare.

*

Ma ebbe fine con l’infanzia
quell’inizio di me che cercavo negli altri:
un pegno, una pezza, cento lire
la matita e la gomma, il pettinino
i quadretti, acqua del diventare
sete nel deserto dei vostri no:
nessuno che mai abbia detto
quel che non mi ha salvato
la vita.

*

Ché se dentro ci va
sarà l’ultimo a ogni incontro
della prima volta, quella che
inizia l’esserci tra l’esserci
io e te che non sapremo
mai se una frase ci racconta
o sarà l’ultima stazione del dire.




Federica Maria D’Amato (1984) ha pubblicato le raccolte di poesie La dolorosa (2008), Poesie a Comitò (2011), Avere trent’anni (2013), A imitazione dell’acqua (2017); in prosa I termini dell’amore (2016) e il saggio epistolare Lettere al padre (2016); ha tradotto e curato la prima edizione italiana di Dove diavolo sei stato? di Tom Carver (2012) e l’ultima edizione italiana del Libro dell’amico e dell’amato di Ramon Llull (2016).


venerdì 3 maggio 2024

(Polaroid XXV): Padre Elia Spezzano

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Sanno di luce i nostri canti / in attesa del mattino


 Da Croci del Sud (puntoacapo, 2020)



MEDITERRANEO INTERIOR

Seconda Cantata di libertà.
Prima di Amore e Silenzio.
Nuova di Mediterraneità.

1998

Ad Astor Piazzolla, Joaquin Rodrigo, John Whelan e alla loro musica.
Ascoltando “Oblivion”, di Astor Piazzolla
e il “Concierto De Aranjuez” di J. Rodrigo.
Riascoltando “Celtic Crossroads” di J. Whelan
One World, One Music, One Freedom, One Humankind


Cambio mi vida,
Porqué mi vida es volver,
Qui dove le pietre sembrano
Così mute, eppure non lo sono,
Ed hanno secoli di voci
E di volti, impressi come ombre
Nell’apparente fragilità dei licheni
E dei muschi, con le loro intensità
Di profumi, e gradazioni di colore.
Y regreso donde sale una fuente
Limpia, de luceros y de noche,
Mediterraneo Interior, que trapasas
My alma con flechas de Silencio.
Non so guardare più inattivo
Il trasmutarsi della vita, i passaggi
Così lievi e forti delle vive
Stagioni, con il loro avvicendarsi
Di luci e di ombre, così intense
Eppure mai nette e definite.
Mi sento addosso gli occhi della vita
Che mi scrutano, e torna quasi sempre
Il ricordo, come un passero in settembre
Che si confonde nella muta intensità
Di questo azzurro, cielo che riflette
La mia antica solitudine e il mio
Bisogno di libertà, silenzioso
Come sono, versato in pensieri
Di luce che vorrei
Fossero meno grandi e che
Non portassero morte ma solo
Pace ad ogni uomo e ad ogni cosa.
Eppure è questa morte di stagioni
Che cammina al mio fianco quasi sempre
E che plasma la mia vita, in un continuo
Trasformarsi. Tendono le voci
Al silenzio, i giorni ad una smisurata
Notte, il presente al ricordo ed ogni moto
Interiore si spegne in una quiete
Che vorrei fosse eterna.
Ho bisogno d’infinito, ed ogni fronda
Di questi alberi racconta
Alla mia anima la sua
Inquietudine di vento che la scuote,
E la vita ritorna
Prepotente a impossessarsi del mio
Cuore, con i suoi desideri,
E le sue passioni. (Sono un vento
Che non ha trovato ancora
Querce abbastanza forti
Che ne spengano il vigore). Vibra
Di canto la mia terra, di voci
Così piene di vita, così arse
Di sole, Mediterraneo Interior
Que trapasas mi alma con flechas
Asì ardientas de Silencio.

lunedì 22 aprile 2024

Prima stesura | Naplavine di Marijana Šutić

 


Fotografia di Sally Mann


PRIMA STESURA

Rubrica di inediti a cura di Silvia Rosa

"Naplavine" di Marijana Šutić


GENESIS

Rinascere nel corpo

è sentire

il movimento delle dita

lento

procedere dell’acqua

mentre spinge

da dentro

la corrente marina.

E fa gonfiare

i polmoni

la pupilla

aperta

alla luce.


Rinascere

è come morire.

 

Al pensiero

disfare

le strutture

reinventare

il giorno e la notte

il susseguirsi

delle stagioni.

 

E riconoscersi

di passaggio

seppur

interamente essere.

 

 NAPLAVINE

(Le forme plasmate dall’acqua)


Plasmata dal mare

sono incisa

fino alla gola

risucchiata

sputata

creata

trasformata.

 

Come la voce primordiale

la luce

al momento

senza senso

e senza sensi.

 

Nella forma dell’acqua

reagisco

solo quando

cullata

dai sassi:

i fratelli di pelle.

Le nostre anime

immobili

riflettono la luce

del sole.

 

Ci spostiamo

spogliati

dall’apparenza

che non ci lascia

fluire.

 

Liberi.

 

ADAPA

Ti ho sentito tacere

sulla mia pelle

le voragini

di parole.


Si scivola

dentro le pupille

allargate

di fuoco.

 

E ci si purifica

già innocenti

ci si denuda

si diventa

quello che eravamo:

nuclei divini.


Marijana Šutićnata a Šibenik in Croazia nel 1977, vissuta sull’isola di Lagosta e a Zagabria, risiede dal 2005 a Trieste ed è laureata in lingua e letteratura croata e italiana presso la Facoltà di filosofia di Zagabria. La sua poesia è stata pubblicata in diverse riviste letterarie croate (Quorum, Vijenac, Forum, Fokus, Poezija, Tema), inoltre la silloge poetica Gdje počinje sjena koju povlačiš za sobom? (Dove inizia l’ombra che trascini con te?) è stata segnalata nei concorsi letterari Zdravko Pucak 2003 (Matica Hrvatska, Karlovac) e Goranovo proljeće 2004. Ha partecipato a diversi incontri poetici in Croazia, Bosnia ed Erzegovina, Slovenia e in Italia (Art Net Club di Zagabria, Biblioteca  Bogdan Ogrizović di Zagabria, Incontri letterari di Gradačac, Teatro Prešeren di San Dorligo della Valle, Residenze Estive 2006 Duino, Hrastovlje 2010, festival poetico Stih u regiji  2023, Zagabria…). È inserita nell’antologia letteraria Zagrijavanje do 27° (Knjižnica Bogdan Ogrizović, 2005), nell’antologia audio-visiva dei giovani poeti croati redatta da Martina Globočnik (Fade_In Studio Indipendente, 2006), nella raccolta poetica del 3° Festival internazionale di poesia intitolata Perle na jeziku (Kigen, Zagreb 2008.) e nell’antologia Confine donna – Poesie e storie di emigrazione (Vita Activa Nuova – Poiein 2022). Traduce dal croato in italiano e viceversa.

venerdì 22 marzo 2024

(Polaroid XXI): Sergio Bertolino


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Con la pioggia / sentiamo nostra / la misura di ciò che non guarisce

Da Resistenza e sparizione (Avagliano, 2023)


(...) Resistenza e sparizione sembra approfondire proprio il tema della sete, portando all'estremo un'idea di poesia che si muove tra ribellione e disciplina, ma esercitando la propria resistenza dentro un paesaggio e una lingua coerenti e definiti. E il paesaggio che qui si profila è quello delle origini, che già avevamo esperito nella raccolta precedente, ma non con la stessa selvatica virulenza di ora, la stessa "fame di radici" e di arcano che agisce in queste pagine, dove il ricorso - per un'intera sezione - al dialetto reggino svela tutta la carica delle scelte, e la forza dell'inabissamento.

(Giancarlo Pontiggia)




Non osa avvicinarsi
a tanta notte
un fiore,

qualcosa di omesso dai cieli:

mi riporta solo ciò
che è già scomparso,
ridotto alla sua cellula felice.

*

Vero è libero, ci credo,
ma tremenda la riva che sospetto
fissi nel punto l'ombra breve,
preistoria di una bocca e del linguaggio
finché vivo
spalancata la distanza, né prima
né dopo,
io sento che dovrò sacrificarmi gli occhi
perché uno sguardo mi salvi
e dica nulla mi succede;
conosco il bimbo nella foto,
la fiducia che ho riposto
- le obbedisco.

*

Con quale nome ti presenti
all'oro ruggente ai vertici
del giorno? Fa di nebbia anche la torre
se è tua la privazione che trattiene,
l'ovale senza un grido, sorridente,
il blu di Rilke ravvivato nella sete.
Scoprire all'improvviso
gli occhi il pane che ti aspetti, perché arrivino
le dalie a consolarti un'ansia nuova,
bella di brezze e di pontili,
è il più fondo degli affetti,
la più lunga delle corse.

*

Ecco,
perché l'ombra
di un pensiero la afferri e non finisca
questa notte, questa voglia, gelando
il primo grido,

farei di lei la foglia che frinisce,
nessun mistero oltre la pelle.

*

Piace alle mie mani,
nella mezza luce croccante,
dov'è il bell'inverno che predice
di serti più floridi e rossi...

Piace perché
sa destinarle ad altro
(oh la palafitta le verticali
dell'onda
"non tremare").

Ma nottetempo, per fingersi fuoco
c'è fiato abbastanza.

Dragone o basilisco, con la pioggia
sentiamo nostra
la misura di ciò che non guarisce.






Sergio Bertolino (Reggio Calabria, 1984) insegna Lettere a Torino e condirige la rivista di poesia "Avamposto". Resistenza e sparizione è la sua terza raccolta di versi.


mercoledì 13 marzo 2024

(Polaroid XIX): Marco Esposito

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


il mare era sempre / lì e lo abbiamo rimandato


Da La casa d’oltremare (peQuod, 2023)


Nel dorato risveglio

la tua spalla è smagrita,

un ripido latte vi cade

fino all’ansa di risacca,

chiara di giara che piano

scurisce. Sembro avere

la tua stessa grazia per

come mi guardi.

*

A volte credo tutto

sia inutile – sforzi e parole

anche la solennità della meta

l’ammutire delle paure.

Rimane un gesto

nel quotidiano ammansire di vita

che vira ai volti – gli occhi

sbaccellano un letto

sbucano al taglio mattutino

di lana e cotone.

E questo mi pare tutto.

*

Voglio tornare senza sapere,

sola memoria delle gambe

ma tornare. Come fece

l’uomo dalla guerra che non sapeva

scrivere, né geometria del mondo

che pure aveva girato.

Lasciando sempre il mare

a sinistra – gli dissero –

da Trieste a Bari riuscì a tornare.

All’amore serve solo l’istinto

di chi segue una casa.

*

Si è sbagliato tanto nel tempo

rigoglioso – il mare era sempre

lì e lo abbiamo rimandato.

*

Intanto che la televisione

corre sui pattini di Jannacci

lei lo prende in braccio nello sciame

sismico che dallo spavento rimane

il mare ad azzurrarle la vista.

I calcinacci restano questo

scorrere di frasi mai dette.

È una distanza secolare,

avvinghia di bianco.

*

Mi porti la mano sul petto

nella tua tremante ora

che pelle e ossa chiedono

sforzo immane al cuore –

smuove il mio nel ritardo

di dolcezze taciute nel tempo.

Si chiama scompenso

il bagaglio non detto.





Marco Esposito (Bari, 1977), musicista e tecnico del suono, pubblica nel 2020 la sua prima silloge, Prima di spegnersi (Eretica). Rientra nei cinque finalisti, per la sezione Inediti, della prima edizione del Premio Rilke - Duino Aurisina (2021). A seguire pubblica dieci testi inediti, prendendo parte all’antologia di nuovissima poesia pugliese I cieli della preistoria (Marco Saya, 2022). Nel 2023 un suo drabble figura nell’antologia Cartoline dalla Puglia (L’Erudita, Giulio Perrone Editore). Si classifica terzo al IV Premio Letterario Nazionale Gianmario Lucini (ed. 2023), nella sezione Poesia Inedita. Nell’autunno del 2023 pubblica la sua seconda silloge, La casa d’oltremare (Italic PeQuod). Alcuni suoi componimenti sono apparsi su quotidiani e blog letterari. Ha inoltre realizzato delle opere video-poetiche, con musiche originali proprie e della compositrice Grazia Bonasia, ispirate ad estratti delle sue pubblicazioni, alcune in collaborazione con i noti illustratori Andrea Serio e Marco Cazzato.




martedì 12 marzo 2024

Ornella Mallo legge "nell'ora dell'aurora" di Daìta Martinez

 


Fotografia in copertina di Heather Green
Recensione a cura di Ornella Mallo


Massimo Recalcati, ne “La luce delle stelle morte – Saggio su lutto e nostalgia”, scrive: “Pensiamo allo strano fenomeno astrofisico della luce delle stelle. Questa luce che osserviamo sempre con emozione fare la sua apparizione nei nostri cieli, come spiegano gli scienziati, non emana da una stella effettivamente esistente nello spazio celeste. Piuttosto arriva a noi con molti anni di ritardo (probabilmente milioni) da una stella già morta, scomparsa nel grande buio dell’universo. Quando guardiamo il cielo stellato sopra le nostre teste, ammiriamo una presenza che è fatta di assenza o una assenza che si rende presente. […] Vediamo la luce delle stelle brillare nel buio della notte senza pensare che sia generata da un oggetto già morto. È il volto più proprio della […] nostalgia-gratitudine: quello che è passato non è più tra noi ma, anziché diventare oggetto di un rimpianto regressivo, risplende nella sua assenza raggiungendoci come una visitazione inattesa.”

La silloge “Nell’ora dell’aurora” è irradiata della luce che promana dalla memoria del padre, stella amatissima nella vita dell’autrice, Daìta Martinez: “lieve m’affiora un soffio / la carezza di mio padre”, scrive nei primi versi della raccolta. La poetessa indaga sul mistero della vita e della morte, camminando sul bordo che è al contempo diga e ponte verso una nuova vita.

Ricorda come il padre sia stato chiamato al cielo dalla “visita improvvisa” di un angelo: “la sua voce” si è fatta “arco e firmamento nel mattino eterno sul viso di mio padre”. La sua poesia è il prisma attraverso cui si scompone nelle emozioni in esso condensate, l’istante in cui “tutto cade / bianco dal bianco fianco che ha / la luna quando bambina si ritira”: l’«ora dell’aurora» che benedice il padre mentre muore, i cui riverberi l’Autrice riconosce nell'oggi, per proiettarli e ritrovarli nel domani. Infatti passato, presente e futuro nella sua poesia si riversano l’uno nell'altro in un continuum senza interruzioni. La sua è una memoria assai diversa “da quella che anima la ruminazione incessante della nostalgia-rimpianto”, per citare Recalcati: “non si limita a custodire e a idealizzare quello che è già avvenuto, ma irrompe nel tempo presente come un fascio di luce inaudito assolutamente nuovo e assolutamente antico, come un’apparizione imprevista. Il filo del tempo annoda così passato, presente e avvenire generando un corto circuito nel quale ogni estasi temporale si rovescia nell’altra; quello che ritorna dal passato appare nuovo e può riaprire la vita allo splendore della vita laddove, invece, nella nostalgia- rimpianto l’avvenire della vita risulta risucchiato all'indietro, sommerso da un passato che non vuole passare.”

Affiora allora tutto il non detto, il non visto e il non capito di un vissuto che, illuminato dalla memoria,  trova nitore e chiarezza. Adesso Daìta trova le parole e il coraggio per spiegarlo e per raccontarlo, riempiendo così il vuoto generato dalla scomparsa fisica del padre. Dopo la morte il loro rapporto, lungi dallo spegnersi, si consolida divenendo sempre più intimo. Non ci sono più ferite da nascondere dietro lo schermo del pudore. Scrive l’Autrice: “adesso indosso / il tuo sorriso a me sfuggito prima di tutti / i giorni non compresi per impreciso mio / bisogno di vuoto rimesso al vuoto stesso / e nessuno spazio ammesso ché sbaglio fa / l’abbaglio come rifugio mio sacro pianto / il disagio che il ritmo preda al centro del // mattino cosicché è imprevisto il raggio a / sorgere la figlia narrata nello stupore del / discorso mai detto a te introvabile amato / uomo che d’ogni me già sai la ferita vita”. Scriveva Vitaliano Trevisan ne “I quindicimila passi”: “Se i morti tornassero sarebbe davvero un problema perché non troverebbero spazio, fuori o dentro di noi, pensavo; né fuori né dentro di noi esiste più vuoto, non c’è più spazio nella nostra affollatissima prospettiva.” La figura del padre riempie la poetessa e la accompagna nel suo cammino, essendosi incorporata spiritualmente in lei. Ecco che allora Martinez gli racconta le sue esperienze spogliandole dell’involucro del tempo che le costringe in un guscio definito, e le rivela nella loro dimensione archetipica, ancestrale. Così gli amori si riversano nell'amare, e l’accudimento nei confronti di Antonio e Giorgia manifesta il suo istinto materno, non vissuto come esperienza fisica, ma nella sua dimensione spirituale di cura e attenzione. Scrive: “giorgia ha il suono della gioia / […] fa culla l’amore / custode che al viso una fiaba / tra i capelli della madre è nido / di mani il batticuore del padre”; “nello zaino di antonio / di nuvola torna vuoto il ticchettio di un’aiuola / […] una donna non è madre santa della grazia / e ti è madre per un gesto a meraviglia del creato / eppure madre che neppure è”. Sull'amore scrive: “e sei   dove una stanza di pioggia carezza […] // e sono   dove una stanza diventa la tua bocca / il pudore dell’amore prima di dirsi amore / […] // e siamo dove la stessa stanza penetra e mangia / di noi il cuore […]”.

La poesia di Daìta è altamente sensoriale. Essa infatti sgorga dalle molteplici percezioni della realtà fornite dai suoi sensi – udito, vista, olfatto, tatto, gusto e intuito, il sesto senso che permette di intus legere, leggerla dentro –, sedimentate nei suoi abissi, e scuote i sensi e la coscienza del lettore fino ad arrivare all'inconscio, in un gioco di rimandi che la amplifica e la allarga di significato all'infinito. Scriveva Magritte: “Uno studioso al microscopio vede molto di più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch'egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia.”

Nei versi di Daìta si incastonano i dettagli di tutta la sua vita, eterni perché invariati nella memoria, inscalfibili. Dettagli, e non frammenti, capaci di evocare quanto c’è di invisibile e ineffabile nella realtà materiale. Scrive Recalcati: “Il dettaglio non è il frammento vincolato al ricordo, ma ciò che condensa misteriosamente un intero mondo in un singolo tratto. […] È quello che, ne “La camera chiara”, Roland Barthes ha definito punctum. Qualcosa punge, sveglia, apre l’immagine all'irrappresentabile, all'inimmaginabile.” Eccoli i dettagli della realtà messi in luce dai versi che ne sono la fotografia: “i mercati scomposti”, l’”odore del pane” che ha il vento, “le ciglia delle mani”, il “profumo di betulla” che ha una bimba quando si addormenta. Sinestesie si susseguono nel flusso di coscienza di Daìta, solo in apparenza non governato né governabile. Le parole sono tutte scritte in minuscolo, non intervallate da segni di interpunzione. Talvolta trovano ordine in strofe, talvolta in distici, ma prevale un afflusso che a prima vista asseconda la cifra della scrittura automatica.

In realtà la versificazione obbedisce a un severo ritmo musicale: quello del valzer, il cui tempo ternario viene impresso da parole distribuite ad arte, confermando così l’attenzione al dettaglio della poetessa. Un esempio: “lei senza testacuoretesta cade e / di nuovo cade cuoretestacuore / […] la donna senza testacuoretesta / infiora e s’infiora lui la infiora /” Daìta stessa cita in modo ricorrente il valzer: “la cicala il valzer la gioia”, o anche le note di Satie, per cui le parole declamate si levano nell'aria disegnando spirali di suono.

Fanno da scenario ai versi: la casa, evocata anch'essa da dettagli minimali, come luogo fisico che racchiude la vita sua e delle persone da lei amate, innervata di una religiosità che la rende chiesa: “bianca e vuota la sedia in cucina sfiorata / la brocca appena nel tatto dell’assenza il / dorso lieve dell’innocenza alberata sulla / mano come il dondolo che breve tiene te // padre mio che sei benedetto dall'aurora”; e Palermo, città natale dell’autrice, evocata dai dettagli dei luoghi e del dialetto. Immagini e suoni si alternano cadenzate: il “giardino inglese”, “porta carini”, lo “spasimo”, “le scarpe ammucciate sutta ‘a vistina spizzuliata cu l’ali di l’anceli appuiate ‘ a lu ciatu del padre”. Il tutto irrorato della luce bianca dell’aurora, metafora intanto di uno sguardo rivolto in avanti, verso un giorno che deve ancora sorgere, ma che già si annuncia come certamente imminente. Al contempo, questa luce altamente rischiarante, senza essere abbagliante, è metafora di una dimensione divina immanente, di cui sono intermediari gli angeli invocati in versi che si fanno preghiera: “in quel tutto bianco che / è l’inizio dell’aurora mentre non è ancora aurora e / le mani si fermano sullo stesso lato delle parole a / parlare le parole mai perfette eppure così essenziali / e perfette da rubare alla tristezza la sua ferita e sorridere come sorridono gli angeli quando non / lasciano cadere”.

Il sentimento che intride la silloge, lungi dall'essere lo sconforto per la perdita, è quindi la speranza: “una preghiera la / calma del dirsi speranza”.

La memoria di Daìta s’infutura, per usare il neologismo dantesco.  Scrive Pontalis in Limbo: “La memoria che prediligo, lungi dall'essere la depositaria di ciò che è scomparso, è per me il luogo inesauribile delle apparizioni, di un nuovo che non ha età”.