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martedì 12 novembre 2024

Flavio Vacchetta legge "Tutte le cose che chiudono gli occhi" di Annalisa Ciampalini


 

Recensione a cura di Flavio Vacchetta al libro Tutte le cose che chiudono gli occhi (PeQuod, collana Portosepolto pref. di Valeria Serofilli ) di Annalisa Ciampalini



Proprio dell'opera di Annalisa Ciampalini è l'acuto sentimento del tempo, che ne fa centrale meteorologica sensibilissima. Da Ungaretti (sentimento del tempo, appunto) a Leopardi, quello dell'Infinito in ispecie, fino ai primordi umani, il tempo si manifesta alla nostra percezione nell'alternarsi delle stagioni, come nelle poesie di questa raccolta.


L'uomo è misura di tutte le cose, dicevano i filosofi antichi, e questo è vero anche per le unità di misura: si è partiti da braccia, piedi, pollici (il cubito egiziano rappresentava, a quanto pare, la misura del braccio del faraone), fino a giungere oggi a unità di misura ricalcolate e inscritte nelle grandezze fisiche fondamentali, ove l'uomo sembra quasi non avere più parte.


In mezzo, cioè tra il tempo e la sua misura, sta la poesia. Per esempio in Solstizio sovvengono (magari solo nella mia immaginazione piuttosto conformata e ordinaria) i megaliti di Stonehenge, o siffatti calendari astronomici di civiltà che, ancora, guardavano veramente il sole e le stelle.


Ma il tempo è misura del moto, ancora diceva Aristotele, e dunque il tempo si misura nel mutamento, per esempio, sempre fra queste poesie, nelle numerose immagini del fiume e dell'acqua che scorre e circola nel suo perenne ciclo; ma anche i più moderni mezzi di trasporto, l'aereo, l'auto, ripensano e rimodulano lo spazio-tempo.


Infatti, come nel tempo, la poesia lavora nello spazio e negli spazi. I seguenti versi fanno sovvenire la 'cellula di miele / di una sfera lanciata nello spazio' ma anche, più prosaicamente, la canzone 'Il cielo in una stanza':


C’è sempre qualcuno

nel punto immobile del fuoco

a tenere il segno mentre leggo

- eco di voci terrestri

alfabeto di sillabe.

Il cerchio bianco di una cucina

in un tempo fuori misura.


Il fuoco, lo spazio, il tempo, coordinate semplici, elementi primigeni che, mercé il tramite quasi magico della parola, abbattono le pareti di un'occasione (in senso montaliano) domestica. E la misura, come spesso accade, si fa dismisura.


E viceversa:


Mai vorrei occupare

uno spazio più grande di questo [...]

I miei sono luoghi piccolissimi

punti in fuga.


Uno spazio elastico che si dilata e restringe secondo i moti dell'anima. Ancora:


Penso alla mutevolezza del paesaggio in transito

al modo in cui viene assorbita

dalla trasparenza del vetro.

Alle forme che in velocità si assommano

o si elidono.


Ci sono, in tutto ciò, tratti pittorici, ma più inclini all'astrazione, al cubismo o al vorticismo.


Poi, come sempre, lo stile fa la differenza: mi pare di ravvisare in queste poesie una qual certa piacevole eloquenza, frasi rotonde, equilibrate, senza balbettii e borborigmi ma con spruzzi di moderato ermetismo e concettosità. Vi sono anche alcuni inserti in prosa lirica. Dico 'piacevole' (e pure 'eloquenza') senza remore, poiché la poesia non dev'essere melensa ma nemmeno irta e respingente, e questi versi sanno trovare la giusta suggestione e la giusta misura per sollecitare il nostro pensiero e la nostra partecipazione.



venerdì 4 ottobre 2024

Flavio Vacchetta legge "Getsemani" di Luca Pizzolitto



Immagine in copertina di Nataliya Melnychuk (particolare)

Recensione a Getsemani (peQuod, 2023)



Getsemani, altrimenti detto 'Orto degli ulivi', come sappiamo è la sede di alcuni dei momenti più intensi che preludono alla passione di Cristo. Nemmeno gli irreligiosi possono sottrarsi aII'infIuenza della narrazione evangelica, ad esempio perché tutti, bene o male, sanno chi è Giuda, oppure hanno udito le frasi proverbiali “Chi di spada ferisce, di spada perisce”, o “Lo spirito è forte, ma la carne è debole”.

Qui intendo semplicemente rilevare che il titolo deIl’Opera di Luca Pizzolitto rinvia irresistibilmente ad una tradizione ormai millenaria: gli inizi della poesia italiana furono, com'è noto, strettamente legati alla religione, e da San Francesco di Assisi l'ispirazione religiosa giunge ininterrotta fino a noi.

Ho scritto 'religiosa' in prima approssimazione ma non è affatto detto che questo termine sia corretto, in riferimento alla poesia di Pizzolitto. Spiritualità, sacralità, misticismo... sono infinite le declinazioni e le sfumature di questo 'fenomeno' poetico, neII'oceano tra confessionalità ed ateismo.

Mi pare che questi versi testimonino anzitutto un itinerario di ricerca, che si esplicita con -
 direi - onestà intellettuale, e mi riferisco in particolare alle citazioni integrate nel corpo poetico e suffragate da puntuale nota, molte dai Salmi, in una sorta di 'poesia esegetica' o 'poesia omaggio' che testimonia anch'essa la ricerca di fonti e di coordinate.
Poi c'è tutto un ricorrere di parole e immagini di chiara ascendenza: Samaria, trenta denari, Cristo, Dio, croce, deserto, sete, risorto, spine, gigli...
Non occorre farne un inventario, ma solo ribadirne la potente forza evocativa.
In particolare il sentimento della ricerca (di Dio o di chi ne fa le veci, e nondimeno di sé stessi), che è anche premonizione di stupore e scandalo (evangelicamente parlando), traspare nel lessico dell'atteso e deII'inatteso: 'dio inatteso', 'la sacra attesa', 'in attesa deII'aIba', 'l'inatteso risorto'...


Dio di misericordia e dei ruvidi
affanni, Dio delle reti divelte
e della pesca mancata,
Dio dei crolli improvvisi, delle rovine

tu che abiti il vuoto di cieli divisi,
tu che ti fai permanenza, stasi, dimora

- io attendo, e di me ancora non so.


Il ricordo va a quei versi di un grande esponente della poesia di ispirazione religiosa del Novecento:


Dall'immagine tesa vigilo l'istante

con imminenza di attesa -

e non aspetto nessuno [...]


E, frattanto, ribadisco come si possa fare poesia religiosa essendo atei, o poesia atea essendo religiosi.


Tornando al nostro luogo-non luogo del Getsemani, un'altra reminiscenza che mi sovviene è quella del grande precursore della poesia religiosa, e al contempo precursore di quasi tutto, e cioè l'Alighieri: laddove dice di san Pier Damiani, quasi adepto di una dieta mediterranea avanti Iettera, “che pur con cibi di liquor d'uIivi / lievemente passava caldi e geli, / contento ne’ pensier contemplativi”.
Dante sa coniugare la poesia paradisiaca deIl'ineffabiIe con l'estrema concretezza, e questi versi compendiano tale sua eccellente capacità.

Ecco, in conclusione, mutatis mutandis, anche la poesia di Pizzolitto, tra alte sfere e bassifondi, sa coniugare l'astrattezza e la concretezza — e ciò è proprio della buona poesia — come il ricorrente (umile e regale) cardo si fa simbolo di Risurrezione.

sabato 29 giugno 2024

(Polaroid XXXI): Giovanni Andreoli

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Daniel Luke Lomax



Ora che la valle è silenziosa / guarda com'è calma / l'ombra del sole


Da Absorbeat (FaraEditore, 2024)


Papà

Profumavano ancora d’azzurro
i polmoni grigi di mio padre.

Le vecchie mormoravano:
L’è na, l’è na…

Ugualmente il traffico
attraversava la stanza.

Solo Pavarotti,
il mio canarino giallo,
ha smesso di cantare.

*

Il purosangue

Al cospetto del Re di denari,
l’uomo che fu pazzo e felice
ha domato il purosangue.

Ora l’amore è un simulatore di volo.

Un vecchio giullare bussa
alla porta di Dio.

*

L’ultima primavera

Rettitudine e lungimiranza,
corpi discreti,
scarpe perfette.

Poi l’onda trabocca
dal bicchiere impassibile
all’eterna vigilia.

È solo una gita campestre!
sussurri di sottocchio ai granai.

L’ultima primavera.

*

Rimedi

Quando il peso è insopportabile,
rispolvero una logica più leggera.,
quella di chi resta per poco
o inventa, dopo la causa,
un altro effetto.

Oppure cerco
un porticciolo nell’anima,
un approdo sicuro
dove si può vivere ogni giorno
senza ferire o essere feriti.





Giovanni Andreoli è nato a Bussolengo (VR) l’8 giugno 1962 e vive a Sant’Ambrogio di Valpolicella (VR). Sposato con Monica, papà di due figlie, lavora come operatore per disabili. Ama fare lunghe passeggiate nella natura. È presente nell’antologia internazionale Olympia città di Montegrotto Terme. Ha pubblicato, con il poeta Remo Xumerle, Il giardino della terra (Edizioni Del Leone 2003).

sabato 22 giugno 2024

(Polaroid XXX): Mauro Liggi

 

Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Ea Engana


Da Alla terra i miei occhi (Interno Libri, 2024)


Indichi il cielo
a me, solo a me
che con il camice bianco
provo a trattenerti qui
sfidando il tempo
la logica
la scienza.
Ma tu
indichi il cielo
il dito già blu
perché sai
quello che anche io so
tu succo di mela cotogna
io volto di catrame
muto è il grazie
prima del viaggio.

*

Cielo indigesto
notte fredda di rimpianti
l’alito disegna nuvole di pietra
mi avete rubato l’alba
saccheggiato il mattino
scassinato il tempo.
Se apro appena gli occhi
come dopo un’eclissi
vedo un bagliore
in questo inverno
di gelate orfane di sole.
Solo uno squarcio di luce
solo, vi prego,
un domani qualsiasi.

*

Abbi cura del mondo
stendilo nel tappeto
davanti al fuoco.
Spoglialo piano
dai vestiti logori
sfila i calzari
fatti svestire
libero da vergogna
mostra le tue cicatrici
la notte trascorra
in luoghi dimenticati
odori sconosciuti
incenso di cenere.

Allontana l’alba
                perditi in altre vite
                per onorare la tua.

*

Scavo con le palpebre
nella terra umida
sciolgo il perdono.

Allatto un germoglio
di pianto
le mani a coppa.

Calati pure tu
sotterra ora
anche ciò
che è vita

                la mia inquietudine
                vuole farsi albero.
                Alla terra i miei occhi.




Mauro Liggi (1980), medico chirurgo, vive a Cagliari. Nel 2000 pubblica il suo primo libro fotografico Una magica vita. Racconto fotografico del Circo Paniko. Ha pubblicato le raccolte poetiche Anima scalza. Le orme della poesia (Amicolibro Editore, 2021) e Segnali di fumo (Altromondo Editore, 2022) terza classificata al Festival culturale Liberevento Premio Rombi. Sue poesie sono state pubblicate in varie antologie, su blog e riviste letterarie. Fa parte della redazione del blog “Versolibero”, è membro della giuria di alcuni concorsi letterari, promuove e divulga la poesia attraverso incontri on line con autori contemporanei e laboratori scolastici.


sabato 15 giugno 2024

(Polaroid XXIX): Mattia Cattaneo


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Stefan Giljan


Qui fuori / mamma / si cammina sul filo dei rami

Da La neve impressa (Architetti delle Parole, 2024)



Entrare in un nodo
sviluppare il suo nastro
e ritrovare la ruggine
sotto i crocevia
dove l'odore della realtà
si compie in parte
in questo continuo scambio
di cose improvvise
affrontando i morsi
l'insurrezione del fuoco
le ferite d'innesto
trappole di lutti lunghi

s'impenna
alla radice
l'anamnesi di questo silenzio.

*

C'è un posto
per ogni virgola gettata
al silenzio delle notti insonni

una luce accesa
si spera

il respiro schiacciato
da un passo largo quanto una ferita
e la prima versione di un sole inatteso

un boccone di pane
tra una lacrima zitta

guardo.

*

Ho ascoltato
il lento declino del tuo
corpo mandato in esilio

notti sfasate
buttate a caso
su uno stendibiancheria del primo piano

senza origliare sentivo
stringendo denti di latta e coperte di lana

ma ancora non ero abituato
a quella luce spenta
da un paio di lenzuola sfitte.

*

I luoghi
custodiscono
lo stupore di quelli
che raccolgono da soli
le idee sfuggite
le finestre vive
al richiamo della notte

allungano fiori spioventi
e un pallone bucato sull'aia
spogliato delle grida dei bambini

due vicoli ciechi
e quattro nuvole viola:
la pioggia infuria
sulle abrasioni dei muri.

*

Nell'aria una piuma
la pioggia diventa un collirio che brucia
ho ancora la luce della lampada accesa

qui fuori
mamma
si cammina sul filo dei rami.





Mattia Cattaneo è nato a Trescore Balneario (BG) il 31-07-1988, abita a San Paolo d'Argon (BG) ed è laureato in Scienze della comunicazione. Adora la montagna e la natura. Lavora come assistente educatore presso una cooperativa. Dal 2019 è cofondatore dell’associazione culturale “Architetti delle Parole” con Carlo Arrigoni portando in scena numerose letture sceniche. Ha pubblicato alcuni libri di poesia e tre romanzi. Gestisce il gruppo FB “Circolare Poesia” atto a diffondere la poesia.


sabato 8 giugno 2024

(Polaroid XXVIII): Daniele Ricci

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Poesie da "Il filo del vento" (Dialoghi, 2023)

Ora posso sentire gli spazi / che si aprono tra le montagne


Il problema

Il problema è che cerco
in ogni mano in ogni respiro
un istante rimasto vivo
l’altrove del mio corpo
l’inchiostro della misura e dell’amore

*

Devo smettere di guardarmi
accettare l’incompiuto, accontentarmi

devo liberarmi dalla testa
annullare i punti di vista

non fissarmi sulle cose
quando cede la memoria
nel dubbio della sera.

*

Sei venuto a farmi visita anche stanotte…
Sei venuto,
nonostante la pioggia e il freddo.

Che cosa posso offrirti?
Come posso
 trattenerti?

*

Posso fare le cose più belle stanotte.
Posso fare una corsa sul mondo
e volare nel cielo,
guardare dall’alto gli alberi e le grandi colline.

Posso sentire questa gioia
dentro.
Posso gridare la mia forza e il calore che cresce.
Posso stringerti forte, amore mio,
spettinare il tuo ordine
e raccogliere la tua dolcezza.

Posso amare la vita stanotte,
parlare coi monti
e ascoltare del vento le stanze infinite.

Il mare azzurro
posso essere
stanotte.

*

Sosta a Fossombrone

Ora posso sentire gli spazi
che si aprono tra le montagne,
i vuoti lungo i dirupi,
tra le colline;
ora posso vedere all’orizzonte
il mare e il vento
quassù che batte
sui ruderi di Fossombrone,
il vento che scuote le querce
e le ginestre delle Cesane.

Ora ti sento, amore mio,
sento la voce del fiume,
tra il cielo azzurro
e i vasti Appennini
sento questa possibilità di luce.





Daniele Ricci vive e insegna a Fano (PU). Ha pubblicato le raccolte di versi Lontananze (Montedit, 1998) e Lezione di meraviglia (Italic Pequod, 2022) e sue poesie sono comparse in varie antologie e riviste letterarie.



sabato 25 maggio 2024

(Polaroid XXVII): Stefania La Via

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Ti vedo riflesso al finestrino / il tuo volto accanto al mio


Da Persistenze. Parole, memorie, frammenti (Margana Edizioni, 2021)


Il tanto che bussa

Il tanto che bussa oltre la parola
e resta ombra inespressa, sussurro
che si perde
rimane filigrana in controluce
nel tessuto della carta
nella trama della vita
è lì, al riparo, nel cuore del non detto
sotto il fiume nero dei segni
nel fluire inavvertito dei gesti.

*

Riflessi

Quando ripenso al tuo nome
lo sento farsi irrimediabile
distanza
e avverto da qualche parte,
dentro,
uno strappo, uno strazio
che trascina e lacera e dilania
il paesaggio intorno.
Ti rivedo riflesso al finestrino
il tuo volto accanto al mio
il fuoco delle tue labbra
che ritorna
nel calore improvviso del sole
a scaldare l’incavo tra i seni,
mentre il treno corre.
Da una parte la valle, dall’altra il mare.

*

Vorrei per me

Vorrei per me la gioia semplice
accesa
del papavero,
che dura un giorno
e non ha futuro, né lo teme.
Ma il ricordo di te
mi fa edera
ostinata
che vorrebbe e non può
sfiorire

*

Credere

Credere
nella precisione acuta dei dettagli
che non mentono e dicono una vita
nella persistenza degli oggetti
che tornano nuovi
nel ricordo, come risorti.
Credere
nelle subordinate e nelle pause
nell’ordine delle cose
nel silenzio
nel ritmo dello scorrere e nella monotonia
del restare.

*

frammento quarantottesimo

La vita in un interno
raccolta, ridimensionata
dimentica di sé
eppure viva

rosa incastonata nel cristallo

intatta e ignara
come vetro attraversato
dalla luce.



STEFANIA LA VIA. È nata e vive a Erice (Trapani). Poeta, docente di Lettere, archivista e paleografa, ha esordito nel 1998 con Fuori tema. Canti del silenzio, Fashion graphic. A questa prima silloge sono seguite e-mail, edizioni Quadreria del lotto (2002) scritta a quattro mani con il poeta Renzo Porcelli, La fragilità difficile, Libroitaliano world (2004), Persistenze, Màrgana edizioni, (2021). Suoi contributi poetici e letterari sono apparsi in numerose antologie e riviste a carattere nazionale. Animatrice culturale molto attiva, ama definirsi un’appassionata lettrice di buona poesia. Cura dal 2006 la rassegna letteraria Terrazza d’Autore, (https://terrazzadautore.wixsite.com/terrazzadautore) inserita nella rete dei Festival letterari della Sicilia occidentale, e promuove la conoscenza e la lettura della grande poesia contemporanea con reading, eventi e performance teatrali.  Lettrice professionista e donatrice di voce per il Libroparlato Lions, ha inciso numerosi audiolibri, tra cui le raccolte di versi di Mariangela Gualtieri, Franco Arminio, Nizar Qabbani, Vivian Lamarque, e ha realizzato alcuni podcast dedicati alla poesia contemporanea: Le parole per dirlo, disponibili al link https://libroparlatolions.it/podcast/. Cura laboratori di lettura e scrittura poetica per adulti e ragazzi e tiene corsi di poesia contemporanea e di archivistica presso varie istituzioni culturali. Insignita dal CEPELL (Centro per il Libro e la Lettura del Ministero della Cultura) del titolo di “Ambasciatrice nazionale della lettura”, si occupa di promuovere la pratica della lettura ad alta voce sin dalla prima infanzia come formatrice in corsi dedicati a insegnanti, genitori, operatori di biblioteca. 

Autrice di numerose pubblicazioni di carattere storico, approfondimenti tematici sul portale nazionale BeWeB della Chiesa Cattolica e documentari sulla storia di Trapani, ha curato vari progetti di riordino e inventariazione di complessi archivistici di rilievo tra cui l’archivio storico dell’Osservatorio Astronomico G.S. Vaiana di Palermo e l’Archivio storico diocesano di Trapani, di cui dal 2011 è Vicedirettrice. L’ultima sua opera, L’orchestra nascosta. Storia di uno strumento unico: l’organo monumentale La Grassa di Trapani, è stato pubblicato da Diastema edizioni nel 2024.






venerdì 3 maggio 2024

(Polaroid XXV): Padre Elia Spezzano

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Sanno di luce i nostri canti / in attesa del mattino


 Da Croci del Sud (puntoacapo, 2020)



MEDITERRANEO INTERIOR

Seconda Cantata di libertà.
Prima di Amore e Silenzio.
Nuova di Mediterraneità.

1998

Ad Astor Piazzolla, Joaquin Rodrigo, John Whelan e alla loro musica.
Ascoltando “Oblivion”, di Astor Piazzolla
e il “Concierto De Aranjuez” di J. Rodrigo.
Riascoltando “Celtic Crossroads” di J. Whelan
One World, One Music, One Freedom, One Humankind


Cambio mi vida,
Porqué mi vida es volver,
Qui dove le pietre sembrano
Così mute, eppure non lo sono,
Ed hanno secoli di voci
E di volti, impressi come ombre
Nell’apparente fragilità dei licheni
E dei muschi, con le loro intensità
Di profumi, e gradazioni di colore.
Y regreso donde sale una fuente
Limpia, de luceros y de noche,
Mediterraneo Interior, que trapasas
My alma con flechas de Silencio.
Non so guardare più inattivo
Il trasmutarsi della vita, i passaggi
Così lievi e forti delle vive
Stagioni, con il loro avvicendarsi
Di luci e di ombre, così intense
Eppure mai nette e definite.
Mi sento addosso gli occhi della vita
Che mi scrutano, e torna quasi sempre
Il ricordo, come un passero in settembre
Che si confonde nella muta intensità
Di questo azzurro, cielo che riflette
La mia antica solitudine e il mio
Bisogno di libertà, silenzioso
Come sono, versato in pensieri
Di luce che vorrei
Fossero meno grandi e che
Non portassero morte ma solo
Pace ad ogni uomo e ad ogni cosa.
Eppure è questa morte di stagioni
Che cammina al mio fianco quasi sempre
E che plasma la mia vita, in un continuo
Trasformarsi. Tendono le voci
Al silenzio, i giorni ad una smisurata
Notte, il presente al ricordo ed ogni moto
Interiore si spegne in una quiete
Che vorrei fosse eterna.
Ho bisogno d’infinito, ed ogni fronda
Di questi alberi racconta
Alla mia anima la sua
Inquietudine di vento che la scuote,
E la vita ritorna
Prepotente a impossessarsi del mio
Cuore, con i suoi desideri,
E le sue passioni. (Sono un vento
Che non ha trovato ancora
Querce abbastanza forti
Che ne spengano il vigore). Vibra
Di canto la mia terra, di voci
Così piene di vita, così arse
Di sole, Mediterraneo Interior
Que trapasas mi alma con flechas
Asì ardientas de Silencio.

venerdì 12 aprile 2024

(Polaroid XXIII): Luigi Carotenuto


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Da farsi fiori (Gattomerlino, 2023)


memento mori

è indizio e faro

dunque acconsenti

al riparo tra le dita

all’amore di un momento

proteggo le tue costole

custodisco il sacro

*

infiniti mondi come dirti

di mondi infiniti e spazi puntini

non vedi che sul foglio c’è sempre 

un tratto bianco sospeso

non si allontana dal centro

*

lo spettro dei colori

tavolozza dei tuoi sguardi

ti aspetto dove muto

è il divenire

dove tace l’apparente

riposa la bellezza

*

il signore delle girandole

sulla bici arrugginita

sorrideva bruciante

la pelle d’ambra.

Di volantini 

faceva fiori..

*

mentre morivi leggevo Epicuro

volevo starmene al caldo

rannicchiato al riparo

delle sue lettere

la cadenza perfetta 

dei tuoi occhi

era già presente 

nella gioia distante

di un altro mondo

*

la sera si apre,

si tiene nel tuo sguardo,

un assolo appena accennato,

il resto si perde nel tintinnare

di pioggia e petali



Luigi Carotento: educatore, frequenta un corso di pedagogia curativa a indirizzo antroposofico. Tra le sue pubblicazioni recenti: farsi fiori, gattomerlino, Roma, 2023. Krankenhaus, gattomerlino, Roma, 2020. In Francia: Krankenhaus suivi de Carnet hollandais et autres inédits, Éditions du Cygne, Parigi, 2021, cura e traduzione francese di Irène Dubœuf. Ha contribuito al Dizionario critico della poesia italiana (AA. VV. a cura di Mario Fresa), SEF, Firenze, 2021, curando i saggi dedicati a Jolanda Insana e Giovanni Testori. Figura nell’antologia di poeti siciliani tradotti in lingua inglese, a cura di Ana Ilievska e Pietro Russo, Contemporary Sicilian Poetry. A multilingual Anthology. Italica press, Stati Uniti, 2023. Suoi testi sono apparsi su riviste italiane e straniere, tradotti in francese, inglese, spagnolo, serbo. Dal 2010 collabora con l’EstroVerso di Grazia Calanna (www.lestroverso.it). Compositore, ha scritto brani strumentali, canzoni pop, canzoni per l’infanzia, in gran parte inediti. Cura la rubrica Particelle sonore sulla rivista Niederngasse di Paola Silvia Dolci (niederngasse.it), dove tenta vestizioni di suoni sui testi e le voci degli autori scelti.









martedì 2 aprile 2024

(Polaroid XXII): Giansalvo Pio Fortunato

Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Come se la morte / avesse il profumo della nascita

Da Civiltà di Sodoma (RP libri, 2023)



(..) Giansalvo Pio Fortunato va alla ricerca di una forma letteraria capace di svelare e approfondire, quasi con meticolosità aristotelica, ogni aspetto e sentimento del reale. Emerge il caos del mondo esterno che travolge ogni argomento e lo stesso animo dell’autore: Fortunato fa appello all’idea di una poesia pura, ben lontana dalla corruzione e dal deterioramento delle cose. Ecco che la parola poetica assurge al compito necessario di sentinella della bellezza troppo spesso posposta all’oscurità. Così l’autore mostra la sua sete di verità: ora con slancio e angoscia perché il mondo è in pericolo – soprattutto, sono in pericolo l’onestà intellettuale e l’ideologia; ora combattendo l’ansia metafisica che repentinamente si trasforma in vocazione poetica ed esaltazione della nudità della parola luminosa (...)

Dalla prefazione di Rita Pacilio 




Purezza assoluta 

Purezza assoluta 
del mondo vivente, 
schiudi il volto 
su corpi pressati, 
su un cumulo di massa 
difforme, a cui non resta 
che il silenzio d’un sordo 
alle sonore parole del mistero; 
ed io, già vecchio, epifania 
attendo d’un’era nuova,
come metamorfosi disincantata 
che dia il vero allo specchio 
ed il reale al me ancora infante 
che s’inalbera 
per l’alba dall’alto, 
l’alba che le folte ortiche,
mentre feriscono, adombrano. 
Non resta 
che una proiezione 
tra fili bugiardi.

*

Sempre ho atteso

Sempre ho atteso, 
in una lenta
atarassia spumeggiante 
la vita. 
Un miracolo disincantato – 
non perché io abbia 
la cadaverica presunzione
di non aver vissuto – 
quanto il futuro 
s’adombra in crocchi 
ed io, cieco, 
brancolo ove il buio 
ricopre la più alta morale: 
il vento batte solitario 
ed io non muovo, 
dacché d’essenza feroce,
uno stridio o un richiamo 
possente come i turbini
d’agosto, 
affinché la propria primavera 
il mondo riassapori 
mentre il Cocito inonda. 
Non basta la sabbia 
a frenare le sponde, 
poiché il vortice
graduale s’ingrossa.

*

La felce

La terra arida, 
presago del mondo nuovo, 
a cui mi affaccio 
con un fiammifero 
già spento 
sulle soglie d’un monte
da non scalare, 
su cui compiere 
un salto precipitoso 
per cui si raggiunga 
una nuova dimensione, 
un nuovo specolo 
per ogni cosa. 
Nuovamente plasmata, 
la vita fugge 
tra i fienili 
e le folle d’arbusti; 
ferita, piange 
per se stessa, 
calpestando la felce 
che vuol lenire 
la sua sofferenza catartica.

*

Aforisma

Volutamente ignaro 
dei turbini del mondo,
discendo nell’abisso 
come se la morte 
avesse il profumo della nascita.


 



Giansalvo Pio Fortunato nasce a Santa Maria Capua Vetere (Ce) il 20 marzo 2002 e vive a San Marcellino (Ce). Frequenta la Facoltà di i Filosofia, presso l’Università Federico II (Napoli). Nel luglio del 2022, la pubblicazione della sua prima raccolta in versi, Ulivi nascenti, Albatros Il Filo. È risultato primo classificato, per la Sezione Giovani, Premio Internazionale di Poesia Scriptura, con il testo inedito Illio.
La poesia Allegria d’una memoria, è stata inserita nell’Antologia del Premio Città San Valentino; Labbra di risurrezione, è il titolo della poesia prima classificata al Concorso Nazionale intitolato a Padre Melis o.m.v.
Collabora con il giornale mensile Agorà Giovani (Ed. Scuderi) per la cura della rubrica Genealogia e modernità. Collabora con la Rivista Avamposto Poesia.





venerdì 22 marzo 2024

(Polaroid XXI): Sergio Bertolino


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Con la pioggia / sentiamo nostra / la misura di ciò che non guarisce

Da Resistenza e sparizione (Avagliano, 2023)


(...) Resistenza e sparizione sembra approfondire proprio il tema della sete, portando all'estremo un'idea di poesia che si muove tra ribellione e disciplina, ma esercitando la propria resistenza dentro un paesaggio e una lingua coerenti e definiti. E il paesaggio che qui si profila è quello delle origini, che già avevamo esperito nella raccolta precedente, ma non con la stessa selvatica virulenza di ora, la stessa "fame di radici" e di arcano che agisce in queste pagine, dove il ricorso - per un'intera sezione - al dialetto reggino svela tutta la carica delle scelte, e la forza dell'inabissamento.

(Giancarlo Pontiggia)




Non osa avvicinarsi
a tanta notte
un fiore,

qualcosa di omesso dai cieli:

mi riporta solo ciò
che è già scomparso,
ridotto alla sua cellula felice.

*

Vero è libero, ci credo,
ma tremenda la riva che sospetto
fissi nel punto l'ombra breve,
preistoria di una bocca e del linguaggio
finché vivo
spalancata la distanza, né prima
né dopo,
io sento che dovrò sacrificarmi gli occhi
perché uno sguardo mi salvi
e dica nulla mi succede;
conosco il bimbo nella foto,
la fiducia che ho riposto
- le obbedisco.

*

Con quale nome ti presenti
all'oro ruggente ai vertici
del giorno? Fa di nebbia anche la torre
se è tua la privazione che trattiene,
l'ovale senza un grido, sorridente,
il blu di Rilke ravvivato nella sete.
Scoprire all'improvviso
gli occhi il pane che ti aspetti, perché arrivino
le dalie a consolarti un'ansia nuova,
bella di brezze e di pontili,
è il più fondo degli affetti,
la più lunga delle corse.

*

Ecco,
perché l'ombra
di un pensiero la afferri e non finisca
questa notte, questa voglia, gelando
il primo grido,

farei di lei la foglia che frinisce,
nessun mistero oltre la pelle.

*

Piace alle mie mani,
nella mezza luce croccante,
dov'è il bell'inverno che predice
di serti più floridi e rossi...

Piace perché
sa destinarle ad altro
(oh la palafitta le verticali
dell'onda
"non tremare").

Ma nottetempo, per fingersi fuoco
c'è fiato abbastanza.

Dragone o basilisco, con la pioggia
sentiamo nostra
la misura di ciò che non guarisce.






Sergio Bertolino (Reggio Calabria, 1984) insegna Lettere a Torino e condirige la rivista di poesia "Avamposto". Resistenza e sparizione è la sua terza raccolta di versi.


mercoledì 13 marzo 2024

(Polaroid XIX): Marco Esposito

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


il mare era sempre / lì e lo abbiamo rimandato


Da La casa d’oltremare (peQuod, 2023)


Nel dorato risveglio

la tua spalla è smagrita,

un ripido latte vi cade

fino all’ansa di risacca,

chiara di giara che piano

scurisce. Sembro avere

la tua stessa grazia per

come mi guardi.

*

A volte credo tutto

sia inutile – sforzi e parole

anche la solennità della meta

l’ammutire delle paure.

Rimane un gesto

nel quotidiano ammansire di vita

che vira ai volti – gli occhi

sbaccellano un letto

sbucano al taglio mattutino

di lana e cotone.

E questo mi pare tutto.

*

Voglio tornare senza sapere,

sola memoria delle gambe

ma tornare. Come fece

l’uomo dalla guerra che non sapeva

scrivere, né geometria del mondo

che pure aveva girato.

Lasciando sempre il mare

a sinistra – gli dissero –

da Trieste a Bari riuscì a tornare.

All’amore serve solo l’istinto

di chi segue una casa.

*

Si è sbagliato tanto nel tempo

rigoglioso – il mare era sempre

lì e lo abbiamo rimandato.

*

Intanto che la televisione

corre sui pattini di Jannacci

lei lo prende in braccio nello sciame

sismico che dallo spavento rimane

il mare ad azzurrarle la vista.

I calcinacci restano questo

scorrere di frasi mai dette.

È una distanza secolare,

avvinghia di bianco.

*

Mi porti la mano sul petto

nella tua tremante ora

che pelle e ossa chiedono

sforzo immane al cuore –

smuove il mio nel ritardo

di dolcezze taciute nel tempo.

Si chiama scompenso

il bagaglio non detto.





Marco Esposito (Bari, 1977), musicista e tecnico del suono, pubblica nel 2020 la sua prima silloge, Prima di spegnersi (Eretica). Rientra nei cinque finalisti, per la sezione Inediti, della prima edizione del Premio Rilke - Duino Aurisina (2021). A seguire pubblica dieci testi inediti, prendendo parte all’antologia di nuovissima poesia pugliese I cieli della preistoria (Marco Saya, 2022). Nel 2023 un suo drabble figura nell’antologia Cartoline dalla Puglia (L’Erudita, Giulio Perrone Editore). Si classifica terzo al IV Premio Letterario Nazionale Gianmario Lucini (ed. 2023), nella sezione Poesia Inedita. Nell’autunno del 2023 pubblica la sua seconda silloge, La casa d’oltremare (Italic PeQuod). Alcuni suoi componimenti sono apparsi su quotidiani e blog letterari. Ha inoltre realizzato delle opere video-poetiche, con musiche originali proprie e della compositrice Grazia Bonasia, ispirate ad estratti delle sue pubblicazioni, alcune in collaborazione con i noti illustratori Andrea Serio e Marco Cazzato.




martedì 12 marzo 2024

Ornella Mallo legge "nell'ora dell'aurora" di Daìta Martinez

 


Fotografia in copertina di Heather Green
Recensione a cura di Ornella Mallo


Massimo Recalcati, ne “La luce delle stelle morte – Saggio su lutto e nostalgia”, scrive: “Pensiamo allo strano fenomeno astrofisico della luce delle stelle. Questa luce che osserviamo sempre con emozione fare la sua apparizione nei nostri cieli, come spiegano gli scienziati, non emana da una stella effettivamente esistente nello spazio celeste. Piuttosto arriva a noi con molti anni di ritardo (probabilmente milioni) da una stella già morta, scomparsa nel grande buio dell’universo. Quando guardiamo il cielo stellato sopra le nostre teste, ammiriamo una presenza che è fatta di assenza o una assenza che si rende presente. […] Vediamo la luce delle stelle brillare nel buio della notte senza pensare che sia generata da un oggetto già morto. È il volto più proprio della […] nostalgia-gratitudine: quello che è passato non è più tra noi ma, anziché diventare oggetto di un rimpianto regressivo, risplende nella sua assenza raggiungendoci come una visitazione inattesa.”

La silloge “Nell’ora dell’aurora” è irradiata della luce che promana dalla memoria del padre, stella amatissima nella vita dell’autrice, Daìta Martinez: “lieve m’affiora un soffio / la carezza di mio padre”, scrive nei primi versi della raccolta. La poetessa indaga sul mistero della vita e della morte, camminando sul bordo che è al contempo diga e ponte verso una nuova vita.

Ricorda come il padre sia stato chiamato al cielo dalla “visita improvvisa” di un angelo: “la sua voce” si è fatta “arco e firmamento nel mattino eterno sul viso di mio padre”. La sua poesia è il prisma attraverso cui si scompone nelle emozioni in esso condensate, l’istante in cui “tutto cade / bianco dal bianco fianco che ha / la luna quando bambina si ritira”: l’«ora dell’aurora» che benedice il padre mentre muore, i cui riverberi l’Autrice riconosce nell'oggi, per proiettarli e ritrovarli nel domani. Infatti passato, presente e futuro nella sua poesia si riversano l’uno nell'altro in un continuum senza interruzioni. La sua è una memoria assai diversa “da quella che anima la ruminazione incessante della nostalgia-rimpianto”, per citare Recalcati: “non si limita a custodire e a idealizzare quello che è già avvenuto, ma irrompe nel tempo presente come un fascio di luce inaudito assolutamente nuovo e assolutamente antico, come un’apparizione imprevista. Il filo del tempo annoda così passato, presente e avvenire generando un corto circuito nel quale ogni estasi temporale si rovescia nell’altra; quello che ritorna dal passato appare nuovo e può riaprire la vita allo splendore della vita laddove, invece, nella nostalgia- rimpianto l’avvenire della vita risulta risucchiato all'indietro, sommerso da un passato che non vuole passare.”

Affiora allora tutto il non detto, il non visto e il non capito di un vissuto che, illuminato dalla memoria,  trova nitore e chiarezza. Adesso Daìta trova le parole e il coraggio per spiegarlo e per raccontarlo, riempiendo così il vuoto generato dalla scomparsa fisica del padre. Dopo la morte il loro rapporto, lungi dallo spegnersi, si consolida divenendo sempre più intimo. Non ci sono più ferite da nascondere dietro lo schermo del pudore. Scrive l’Autrice: “adesso indosso / il tuo sorriso a me sfuggito prima di tutti / i giorni non compresi per impreciso mio / bisogno di vuoto rimesso al vuoto stesso / e nessuno spazio ammesso ché sbaglio fa / l’abbaglio come rifugio mio sacro pianto / il disagio che il ritmo preda al centro del // mattino cosicché è imprevisto il raggio a / sorgere la figlia narrata nello stupore del / discorso mai detto a te introvabile amato / uomo che d’ogni me già sai la ferita vita”. Scriveva Vitaliano Trevisan ne “I quindicimila passi”: “Se i morti tornassero sarebbe davvero un problema perché non troverebbero spazio, fuori o dentro di noi, pensavo; né fuori né dentro di noi esiste più vuoto, non c’è più spazio nella nostra affollatissima prospettiva.” La figura del padre riempie la poetessa e la accompagna nel suo cammino, essendosi incorporata spiritualmente in lei. Ecco che allora Martinez gli racconta le sue esperienze spogliandole dell’involucro del tempo che le costringe in un guscio definito, e le rivela nella loro dimensione archetipica, ancestrale. Così gli amori si riversano nell'amare, e l’accudimento nei confronti di Antonio e Giorgia manifesta il suo istinto materno, non vissuto come esperienza fisica, ma nella sua dimensione spirituale di cura e attenzione. Scrive: “giorgia ha il suono della gioia / […] fa culla l’amore / custode che al viso una fiaba / tra i capelli della madre è nido / di mani il batticuore del padre”; “nello zaino di antonio / di nuvola torna vuoto il ticchettio di un’aiuola / […] una donna non è madre santa della grazia / e ti è madre per un gesto a meraviglia del creato / eppure madre che neppure è”. Sull'amore scrive: “e sei   dove una stanza di pioggia carezza […] // e sono   dove una stanza diventa la tua bocca / il pudore dell’amore prima di dirsi amore / […] // e siamo dove la stessa stanza penetra e mangia / di noi il cuore […]”.

La poesia di Daìta è altamente sensoriale. Essa infatti sgorga dalle molteplici percezioni della realtà fornite dai suoi sensi – udito, vista, olfatto, tatto, gusto e intuito, il sesto senso che permette di intus legere, leggerla dentro –, sedimentate nei suoi abissi, e scuote i sensi e la coscienza del lettore fino ad arrivare all'inconscio, in un gioco di rimandi che la amplifica e la allarga di significato all'infinito. Scriveva Magritte: “Uno studioso al microscopio vede molto di più di noi. Ma c’è un momento, un punto, in cui anch'egli deve fermarsi. Ebbene, è a quel punto che per me comincia la poesia.”

Nei versi di Daìta si incastonano i dettagli di tutta la sua vita, eterni perché invariati nella memoria, inscalfibili. Dettagli, e non frammenti, capaci di evocare quanto c’è di invisibile e ineffabile nella realtà materiale. Scrive Recalcati: “Il dettaglio non è il frammento vincolato al ricordo, ma ciò che condensa misteriosamente un intero mondo in un singolo tratto. […] È quello che, ne “La camera chiara”, Roland Barthes ha definito punctum. Qualcosa punge, sveglia, apre l’immagine all'irrappresentabile, all'inimmaginabile.” Eccoli i dettagli della realtà messi in luce dai versi che ne sono la fotografia: “i mercati scomposti”, l’”odore del pane” che ha il vento, “le ciglia delle mani”, il “profumo di betulla” che ha una bimba quando si addormenta. Sinestesie si susseguono nel flusso di coscienza di Daìta, solo in apparenza non governato né governabile. Le parole sono tutte scritte in minuscolo, non intervallate da segni di interpunzione. Talvolta trovano ordine in strofe, talvolta in distici, ma prevale un afflusso che a prima vista asseconda la cifra della scrittura automatica.

In realtà la versificazione obbedisce a un severo ritmo musicale: quello del valzer, il cui tempo ternario viene impresso da parole distribuite ad arte, confermando così l’attenzione al dettaglio della poetessa. Un esempio: “lei senza testacuoretesta cade e / di nuovo cade cuoretestacuore / […] la donna senza testacuoretesta / infiora e s’infiora lui la infiora /” Daìta stessa cita in modo ricorrente il valzer: “la cicala il valzer la gioia”, o anche le note di Satie, per cui le parole declamate si levano nell'aria disegnando spirali di suono.

Fanno da scenario ai versi: la casa, evocata anch'essa da dettagli minimali, come luogo fisico che racchiude la vita sua e delle persone da lei amate, innervata di una religiosità che la rende chiesa: “bianca e vuota la sedia in cucina sfiorata / la brocca appena nel tatto dell’assenza il / dorso lieve dell’innocenza alberata sulla / mano come il dondolo che breve tiene te // padre mio che sei benedetto dall'aurora”; e Palermo, città natale dell’autrice, evocata dai dettagli dei luoghi e del dialetto. Immagini e suoni si alternano cadenzate: il “giardino inglese”, “porta carini”, lo “spasimo”, “le scarpe ammucciate sutta ‘a vistina spizzuliata cu l’ali di l’anceli appuiate ‘ a lu ciatu del padre”. Il tutto irrorato della luce bianca dell’aurora, metafora intanto di uno sguardo rivolto in avanti, verso un giorno che deve ancora sorgere, ma che già si annuncia come certamente imminente. Al contempo, questa luce altamente rischiarante, senza essere abbagliante, è metafora di una dimensione divina immanente, di cui sono intermediari gli angeli invocati in versi che si fanno preghiera: “in quel tutto bianco che / è l’inizio dell’aurora mentre non è ancora aurora e / le mani si fermano sullo stesso lato delle parole a / parlare le parole mai perfette eppure così essenziali / e perfette da rubare alla tristezza la sua ferita e sorridere come sorridono gli angeli quando non / lasciano cadere”.

Il sentimento che intride la silloge, lungi dall'essere lo sconforto per la perdita, è quindi la speranza: “una preghiera la / calma del dirsi speranza”.

La memoria di Daìta s’infutura, per usare il neologismo dantesco.  Scrive Pontalis in Limbo: “La memoria che prediligo, lungi dall'essere la depositaria di ciò che è scomparso, è per me il luogo inesauribile delle apparizioni, di un nuovo che non ha età”.