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martedì 14 gennaio 2025

Flavio Vacchetta legge "Saudade" di Maria Pia Quintavalla

 















Nota di lettura a Saudade (puntoacapo, 2024 - prefazione di Giancarlo Sammito) di Maria Pia Quintavalla. L'articolo è a cura di Flavio Vacchetta.


Quella di Quintavalla mi pare una poesia propensa allo slancio effusivo, nonostante gli schermi delle forme e delle parole. Prendiamo la poesia C'è bisogno degli altri, intanto ciò espresso in modo franco.

Si vede come le immagini trovino prontamente il loro significato e vi corrispondano. La sera è un momento (oltre che un topos) forse nostalgico ma sostanzialmente positivo. A taluni la sera, immagine del mutamento ineluttabile verso il precipizio, suscita angoscia, non come al Foscolo di Alla sera, dove essa prefigura la pace, il sonno, l'oblio... Si dà invece di gente che al calar del sole diventa frenetica, quasi a compenso della precedente inazione per scelta e della successiva inazione per obbligo, insomma solo una stretta finestra temporale in cui precipita e riesce a estrinsecarsi un'energia creatrice altrove compressa e sviata lungamente. Qui siamo più sul versante dell'accettazione, della contemplazione e della delibazione dell'attimo, stupendo ("amo il nostro presente", "concorde assolo", "i miracolati"), e subito viene suscitata l'analogia: la sera appresta d'un tratto, e con un gran balzo concettuale, la resurrezione di Lazzaro (o viceversa).


Le idee subito si concretano icasticamente (peculiarità dantesca): “l'onda nera di moscerini che tagliava l'aria” è l'ostacolo metaforico all'unione.


Un'idea inclusiva si coglie nel melting pot d'ispirazione parigina, che, del tutto arbitrariamente, per una serie di miei rimandi incrociati, mi fa tornare in mente la poesia I fiumi di Ungaretti.


Questo dantizzare, sui generis e in senso molto lato, e questa aspirazione o tendenza a uniformarsi al, o a cullarsi nel, grande corso dell'essere e della natura, si coglie anche nei versi come dire astrologici dedicati alla casa dei pesci.


D'altronde, la vita è un "dono", e anche essere felici "per volere di una figlia, è possibile", una figlia ripensata nel momento della nascita (a proposito, forse spinoso per un figlio immedesimarsi in quel mondo lontano eppure vicino, percepirsi neonati sul grembo materno ecc.), in immaginazione metamorfica: viticci intrecciati, creature acquatiche, nascita che è rinascita per la genitrice: "noi siamo nate".


Sogno di me, di quella forza  

per sollevarla al cielo  

con un accento, il mio, avvenuto nuovo

nel germogliare lei dalle mie mani, io  

dal suo tronco,  

come viticci aperti in una pianta sola.


D'altronde, come scrive Tabucchi citato nella prefazione di Giancarlo Sammito, per trovarsi bisogna perdersi di continuo.


A proposito di fiumi, e di immaginazioni acquatiche e vitali, di rinascenza, ci ritroviamo sul Po, di fronte alla cui maestosità (umanamente corrotta, in verità) ci si figura quale “sensata isola nel fango”, quel fango argilloso da cui la stessa umanità è sorta.


E dal grande fiume, dall'acqua possente e stillante, non può che nascere, ben prima dell'uomo, la pianta. “Vedo una pianticella da curare / il cui veleno proviene dal suo centro, della terra”. D'altronde, come si sa, la maggior parte degli esseri viventi sono vegetali, i quali potrebbero benissimo esistere senza di noi, anzi sono condizione dell'esistenza, mentre non vale il reciproco. E accanto a questa piantina umanizzata colta nelle sue varie vicissitudini, la passiflora, la quercia, il sambuco, il pioppo (“vibra nel vento con tutte le sue foglie / il pioppo severo...”: pioppo cipressino, se ben ricordo, quello di Rebora, citato pure da papa Francesco)... E sull'argomento vorrei suggerire il poetico cortometraggio Sapiens di Aleksandr Rogožkin, se mai si trovasse in rete, ispirato a un haiku di Bashō sul fiore.


Quest'attenzione fervida al vivente non può che estendersi anche alla meditazione sulle sorti dell'umanità e sui mali del mondo, come nelle accorate prose dedicate ai migranti morti nel naufragio presso Augusta del 2016. Così Saudade incontra un epilogo di tono mesto e cogitabondo, ma ancora non privo di una qualche speranza.




Maria Pia Quintavalla, nata a Parma, vive a Milano. I suoi libri: Cantare semplice (Tam Tam 1984); Lettere giovani (Campanotto 1990); Il Cantare (ivi 1991); Le Moradas (Empiria 1996); Estranea (canzone) (Manni 2000); Corpus solum (Archivi del ‘900 2002); Album feriale (Archinto 2005); Selected Poems (Gradiva, N.Y., 2008); China (Effigie 2010); I Compianti (Effigie 2013-2015); Vitae (La Vita felice 2017); Quinta vez (Stampa2009 2018), Estranea (canzone) (edizione riveduta, puntoacapo 2022). Tra i premi vinti: Cittadella, Alghero Donna, Nosside, Città S. Vito, Contini, Alda Merini, Pontedilegno, Città di Como, Euro pa in versi. È stata nella cinquina al premio Viareggio e ha vin to il Premio alla carriera al festival “Paesaggio interiore” di Cerreto D’Esi (2023). Ultime antologie in cui è inserita: Braci, a cura di Arnaldo Colasanti (Bompiani 2020), La Poesia italiana degli anni Ottanta, IV volume a cura di Sabrina Stroppa, UniTo (ed. Pensa). Compare nell’Atlante voci poesia, curato da Giovanna Iorio, e sue installazioni (Londra, Praga, Italia). È stata Redattri ce della rivista Menabò ed è nella Giuria del Premio Terre d’ulivi. Collabora a Metaphorica. Conduce laboratori di lingua italiana presso la facoltà di Lettere UniMi.



martedì 7 gennaio 2025

Flavio Vacchetta: La spianata del silenzio

 














A cura di Annalisa Ciampalini


Qui di seguito sono riportate alcune poesie tratte dalla raccolta di Flavio Vacchetta La spianata del silenzio (puntoacapo editrice, 2022 -  postfazione di Mauro Ferrari).


A Guido

 

 

se potessi del silenzio

studiare la mappa

per vedere me stesso

questa quiete

questo fitto ricovero

 

penombra di Guido

 

se potessi restare appeso

tra mare e sole

cavalcherei onda col mio dolore

ravviverei acque del Giordano

sporche di chemio

in scoperta della scala luminosa di Guido

 

se potessi, se potessi

ah non poterlo fare

tuttavia custodirei

con malinconica ferita

il ricordo di Guido

 

ma posso vedermi i nudi piedi

spalancarmi gli occhi

abbandonarmi al sole

riaprire di vento

le persiane di Guido


*


E. P. (R.I.P.)

 

 

ci vorresti tu, grande

fra maree grigie

e la fine del molo

 

ci vorresti tu, immenso

per fermarci quando perdiamo il senso

per poi sfiorarci appena

 

ci vorresti tu, infinito

per farci comprendere

intensamente

 

desidero, risponde Enzo

spararvi una pallottola a salve

a dimostrazione che ci sono

presente tra voi

svegliatevi dal torpore

io sono invisibile

anche riconoscibile


*


Nonna diceva

 

 

il minestrone è sul fuoco

vi pare poco?

 

Che dice il facile

al difficile?

Nulla

agli occhi del tempo

entrambi si annullano

 

che dice il difficile

al facile?

Tutto

agli occhi del tempo

entrambi si annullano

 

vuoi essere te stesso?

Metti in scena

la tua teatralità

 

nell’aldilà

perlustreremo

a zona

inconsciamente


*


La coscienza

 

 

Non dorme, si propone

oscilla tra bene e male

prepara un’anima di legno

si trastulla comodamente.

Non provare a non darle risposta

resta in guardia.

Se la noti nell’aria

adattati ai suoi respiri

arrestala

sollevala senza capire

da finte mosse

se necessario.

Ma rispondile senza scandire il tuo nome:

è già in suo possesso

cucito sulla tua pelle d’orso.




 

Flavio Vacchetta (Vachis) vive nel basso Piemonte al confine con le Langhe tra noccioleti e vigneti di proprietà.
Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Silente meridiana -Universo vagabondo (Lorenzo editore Torino) Altra metà (Nero su bianco editore Cuneo). Con puntoacapo  Editrice ha pubblicato:  Akeldamà (2009); La scala luminosa (2012), Katagrafé (2016) e La spianata del silenzio (2022). 
Flavio Vacchetta è incluso nelle antologie Poesia in Piemonte e Valle Aosta ed il fiore della poesia italiana entrambe pubblicate da puntoacapo.
Durante il covid ha pubblicato Crucifige (ed.Genesi Torino)  e Per aspera ad astra (ed.il cielo stellato CN)
Appassionato di astronomia collabora a riviste scientifiche e durante l'anno internazionale dell'astronomia 2009 ha prodotto il dvd Astropoesie.
Ha fondato il Gruppo astrofili benesi in collaborazione con UAI-Unione Astrofili Italiani.

venerdì 3 maggio 2024

(Polaroid XXV): Padre Elia Spezzano

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


Sanno di luce i nostri canti / in attesa del mattino


 Da Croci del Sud (puntoacapo, 2020)



MEDITERRANEO INTERIOR

Seconda Cantata di libertà.
Prima di Amore e Silenzio.
Nuova di Mediterraneità.

1998

Ad Astor Piazzolla, Joaquin Rodrigo, John Whelan e alla loro musica.
Ascoltando “Oblivion”, di Astor Piazzolla
e il “Concierto De Aranjuez” di J. Rodrigo.
Riascoltando “Celtic Crossroads” di J. Whelan
One World, One Music, One Freedom, One Humankind


Cambio mi vida,
Porqué mi vida es volver,
Qui dove le pietre sembrano
Così mute, eppure non lo sono,
Ed hanno secoli di voci
E di volti, impressi come ombre
Nell’apparente fragilità dei licheni
E dei muschi, con le loro intensità
Di profumi, e gradazioni di colore.
Y regreso donde sale una fuente
Limpia, de luceros y de noche,
Mediterraneo Interior, que trapasas
My alma con flechas de Silencio.
Non so guardare più inattivo
Il trasmutarsi della vita, i passaggi
Così lievi e forti delle vive
Stagioni, con il loro avvicendarsi
Di luci e di ombre, così intense
Eppure mai nette e definite.
Mi sento addosso gli occhi della vita
Che mi scrutano, e torna quasi sempre
Il ricordo, come un passero in settembre
Che si confonde nella muta intensità
Di questo azzurro, cielo che riflette
La mia antica solitudine e il mio
Bisogno di libertà, silenzioso
Come sono, versato in pensieri
Di luce che vorrei
Fossero meno grandi e che
Non portassero morte ma solo
Pace ad ogni uomo e ad ogni cosa.
Eppure è questa morte di stagioni
Che cammina al mio fianco quasi sempre
E che plasma la mia vita, in un continuo
Trasformarsi. Tendono le voci
Al silenzio, i giorni ad una smisurata
Notte, il presente al ricordo ed ogni moto
Interiore si spegne in una quiete
Che vorrei fosse eterna.
Ho bisogno d’infinito, ed ogni fronda
Di questi alberi racconta
Alla mia anima la sua
Inquietudine di vento che la scuote,
E la vita ritorna
Prepotente a impossessarsi del mio
Cuore, con i suoi desideri,
E le sue passioni. (Sono un vento
Che non ha trovato ancora
Querce abbastanza forti
Che ne spengano il vigore). Vibra
Di canto la mia terra, di voci
Così piene di vita, così arse
Di sole, Mediterraneo Interior
Que trapasas mi alma con flechas
Asì ardientas de Silencio.

venerdì 23 febbraio 2024

IT'S FRIDAY! : poesie inedite di Dario Talarico

 

 It's friday! è una rubrica a cura di Annalisa Ciampalini


Patrimonium

  

Padre, io non posso credere in un Dio

che mi somiglia. Non posso crederti

la scimmia di altre scimmie. –

È troppo – quando tutto torna.

Questo Dio di cui parlano gli uomini

ha barba e braccia, ma se i cervi

pregassero – avresti le corna.

 

*

 

Padre, l’uomo non può liberarsi dalle sue forme.

E tu sei come quegli alieni fasulli                                

dalle sembianze antropomorfe.

Ma ovunque tu sia, la tua – è la misura

di altre cose. Padre, io non credo in te

solo perché non credo alle persone.

 

*

 

Padre, tu sei una nudità difficile da spogliare.

Sai di parole e silenzi, di millesimi e millenni.

Tu sei la risposta alle domande mancate;

tu sai la voce – che ci condanna a parlare.

Ma padre, siamo onesti: saper vivere

è la capacità di risolvere il problema

di un problema – che non esiste.

   

*

 

Non sei mai stato chiaro. Tu confondi.              

Tu vivi di possibilità e interpretazioni.                  

Ma ti capisco, padre: se tu sei come noi,                

avessi parlato una volta per tutte

saresti morto per sempre con noi.

 

*

 

Al cielo? All’amore? Al futuro?

A quale nulla votare il respiro? –

Sciogliersi, l’hai decretato, è la natura della neve;

ma vedi, padre, è disertare allora se preghiamo,

se viviamo senza una ragione

e ci preoccupiamo di non morire invano.

 

*

 

Quale deserto è più sconfinato

di un parlare chiaro che può non essere capito?

Sì, padre, siamo soli di parole:

nonostante gli sforzi, comunicare –

è l’esercizio di una solitudine feroce.

 

*

 

Penso all’universo.

E penso che per una formica             

un solo ettaro di terra –

non sia poi tanto diverso.

Sembra quasi di vederla affaccendarsi –

alla ricerca del suo orizzonte introvabile,

perché così smisurato

da contenerla per intero.

Forse – tu sei il nostro ettaro.

Forse sei talmente grande – da esserci segreto.

Ecco padre, è questo il limite:

cosa c’è di più invisibile dell’immenso?        


*

 

E se anche questo dolore

non fosse senza eguali?

Se questo cercarti non fosse il primo?

Se tu stesso, ovunque e disperso,

stessi tentando invano

ancora un cenno da noi?

Padre, tu sai quanto sia scivoloso sentirsi speciali

– perché sai quanto assomigli – a sentirsi soli.

Ma non fai eccezione, nessuno è escluso:

niente è unico, perché tutto è uno.

 

*


Padre, è così difficile per l’essere   

– pensare il suo niente? –

Né buio né luce, né principio

né fine: se la morte non fosse,

sarebbe finalmente se stessa.

 

*

 

Un’assenza è un’assenza

soltanto quando qualcosa resta.    

Adesso è più chiaro, padre:

tu sei il tuo stesso mancare.

Lo hai insegnato persino ai poeti:               

a volte – bisogna morire per riuscire a parlare,                        

perché solo chi non ha niente da dire –

avrà sempre qualcosa da aggiungere.


Dario Talarico è nato a Roma nel 1990. Poeta e critico letterario, è  direttore puntoacapo della collana di opere prime Controcorrente e redattore di «Laboratori Poesia». Suoi testi sono apparsi su «la Repubblica», «Studi Cattolici», riviste di settore e antologie. Per la poesia ha recentemente pubblicato Il coraggio di non lasciare il segno (puntoacapo, 2019, European Poetry Prize Adam Mickiewicz, 2021) e Autopsia (reiterata). Poema logico-filosofico (ivi, 2022, finalista Premio Nabokov, Montano, Carver e Michelangelo Buonarroti, 2022), dal quale un estratto è stato tradotto in Russia col titolo Простор для невысказанного / Spazio per il non detto (Free Poetry, 2021). Suoi contributi critici sono inoltre apparsi su «Laboratori Critici», «Il sarto di Ulm», «Metaphorica» e sui lit-blog «La poesia e lo spirito», «L’EstroVerso», «Poetarum Silva», «Almanacco Punto» e «Monolith». 

martedì 6 febbraio 2024

(Polaroid XVII): Gianni Marcantoni

 


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


la terra calma ci darà lunghe braccia / il volto nella quiete sarà al riparo dalla pioggia.


da Gianni Marcantoni, Complicazioni di altra natura (Puntoacapo, 2020)


Nel ventre

Riposa nel ventre della notte,

respira nel ventre dentro cui nulla riflette,

sulle tue nervature lucide

il sole si avvicina lentamente.

All'ombra di un campo sterminato

si rigenera il respiro di chi cade,

oggi che ho lasciato disperdere

il giorno in una memoria ammutolita.


Fragile la direzione sotto le fioriture scompariva,

ma dentro di me la fine prendeva vita,

come un uccello inerme che spicca il volo


dentro una nicchia dall'aria consumata.

*

Al riparo

Sale il giorno come una cintura da stringere,

lasciati libera di essere quel che sarà del mondo.

Ci sono rive che ho oltrepassato credendo

di risalire.

Il mattino sgorga come un ricamo incantato,

tra le piante si avvicina al passo solitario.


Le verità sono davanti ai nostri occhi,

hanno il nostro stesso sfregio,

nasciamo come un seme sul fondo plenario

che berrà acqua

e la terra calma ci darà lunghe braccia,

il volto nella quiete sarà al riparo dalla pioggia.

*

Come sollevarsi

Sollevati senza un punto fermo

e senza chiudere la porta,

il davanzale è liscio

e i tasti toccano gelidi come un piano.

Indicaci la strada che non porta a una fine,

spingi piano sulla notte,

il buio non fa più paura da molto tempo.


Sono sceso all'indietro nel tuo limbo fraterno,

nei tuoi spazi svuotati,

leggero sopra la polvere di un suono mattutino,

ultima rotta di un naufrago

scorrendo via sulla terra

per ritrovarmi senz'aria,

negli ossi folgorati da un lampo,

tanto potente da avere illuminato finalmente

il mondo, dove d'un tratto la saliva

si scioglieva pronunciando la parola perduta.

*

Urgenzia


Non so quale sarà la strada,

né dirti la ragione per cui sono qui,

l'imbocco resta chiuso nella confusione

delle direzioni. Ti darò una lettera

e mi dirai di quale seme sarà.

Su di noi veglia il supplizio del tempo,

le chiome delle vegetazioni disegnano

una notte che tanto fa impressione.


Non so quale sia la verità di questa

nostra afflizione, quale sarà la soluzione

ai mali del momento. È che da un istante

all'altro piomba un uragano

dentro le mura di casa, allora preghi

che il sole allontani presto le nubi,

che nell'urgenzia di un istante

torni qualcosa che non vogliamo ci lasci.


Non so dirti cosa sto facendo qui,

quale esplosione ucciderà la prossima vita,

quale altra creatura morirà

tra polvere e grida, quale sarà

la mia controfigura al buio,

al di là della strada cosa farò,

in tutto questo tranciare di forze vitali.




Gianni Marcantoni è nato nel 1975 a San Benedetto del Tronto e vive nelle Marche. Laureato in Giurisprudenza, ha iniziato fin da adolescente a comporre versi. Le sue opere poetiche: "Al tempo della poesia" (Aletti, 2011), "La parete viva" (Aletti, 2011), "In dirittura" (Vertigo, 2013), "Poesie di un giorno nullo" (Vertigo, 2015), "Orario di visita" (Schena, 2016), "Ammessi al paesaggio" (Calibano, 2019), "Complicazioni di altra natura" (Puntoacapo, 2020), "Panorama dei lumi" (plaquette, Puntoacapo, 2021). Inserito nella Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (Aletti, 2017) nonché su Italian Poetry, sito ufficiale dei poeti italiani dal novecento in poi, diviene nel 2020 co-fondatore di Wikipoesia. Sue citazioni e liriche compaiono in diverse antologie AA.VV, cataloghi d'arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste, in cui sono presenti delle recensioni (Frasi celebri, Aforismi Frasi, Poesia, di Luigia Sorrentino-Rai news, Poesia ultra contemporanea, Apparenze, L'Altrove, Inverso, Punto Almanacco di poesia, L'Ottavo, Cartesensibili, Alma Poesia, The Bookish Explorer, Calcio alla Poesia, Mosse di Seppia, Cultura Oltre, Limina Mundi, Pioggia Obliqua, la Voce delle Marche, Roma Capitale Magazine, Soundcloud, Literary, VivereFermo, L'Attualità-Periodico di società e cultura, Shockwave Magazine, Alessandria Today, Leggere:tutti, Oubliette Magazine...). Ospite in alcune rubriche letterarie e reading, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

martedì 25 luglio 2023

(Polaroid V): Alessia Bettin

Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Luca Pizzolitto


"Starsene aggrappato alle mura / solo / dalla parte dell'acqua azzurra"


(...)
Dai primi testi agli ultimi (dal momento che la silloge raccoglie vent'anni di poesia) c'è l'alternarsi di quadri contrastanti: tra concretezza e visionarietà, profondità e leggerezza, descrizione e intuizione sensibile e sensoriale che di volta in volta suggeriscono un dettaglio di osservazione. (...)

Una poesia (quella di Alessia Bettin, corsivo) che coglie i punti di crisi, il disagio e i cedimenti di senso dell'esistenza. Soprattutto gli smottamenti e le frane dell'amore. Si sa, come diceva Charles Simic, nessuno come il poeta ha fame di assoluti e non era certo l'unico a pensarlo. Ma è anche vero che la destrezza si misura proprio nella capacità di nasconderli, quegli assoluti. O magari evocarli da un processo opposto, dal riconoscimento "impassibile" di chi ha vissuto la caduta di ciò che si credeva non cadere.

(dalla prefazione di Mary Barbara Tolusso)



Non avere paura di fallire pubblicamente
sfoggiarti architettura inconclusa bordo strada
hotel non finito villetta abbandonata
i serramenti nuovi imbiancata
di sentirti ovunque estranea
come l'acqua che evapora
di dire sto perdendo tutto
mi sgretolo esplodo
resta un buco
con tre alberi attorno

**

Ci aspettano estati tropicali
conferenze e circonferenze
manti armati

ma a maggio accenderemo fuochi
nei bidoni per scaldare le vigne

guarderemo l'alba in webcam
a trentadue anni

nevicare "live"
sulle Dolomiti

ancora svegli
alle quattro di notte
per il reflusso e la paura dei ladri

di tanto in tanto
ci capiterà di sognare
passioni furiose
un'ampia disponibilità economica
la fine della coppia

cinguettare di uccelli in loop
nei bagni dell'autogrill.

**

Tu cerca un binario sommerso
fatto apposta per lasciarsi
un tempo di respiri
di pale che girino lente
sussurri caldi come acqua bollente
che inizino l'addio.

**

Il sabato è dimenticato
la roccia ha sussulti
abbiamo occhi disabituati alla luce
qui esplosioni e crolli sono all'ordine del giorno
viviamo disordinati
ma il nostro canarino è tenace
nero di fuliggine continua a respirare.



da Alessia Bettin, Appese a un chiodo ma vive (puntoacapo, 2023)

Questa raccolta di poesie, edita da puntoacapo, fa parte della collana di poesia per opere prime "Controcorrente", diretta da Alessandra Corbetta, Dario Talarico ed Alessia Bronico.




Alessia Bettin è nata a Padova nel 1982. È laureata in Lettere e in Scienze dello spettacolo e della produzione multimediale. Ha vinto diversi premi letterari, tra cui il premio Esordi 2020 Pordenonelegge, il premio di poesia Coop for Words 2018, il premio speciale del presidente di giuria Bologna in Lettere 2019 per la poesia inedita e il premio Action4Land 2021 Seven Blog. La sua raccolta di poesie Ci aspettano estati tropicali è inclusa nell’ebook ESORDI | 2020 (Pordenonelegge, 2020). Nel 2019 ha frequentato la scuola di scrittura Bottega Finzioni. Alcune sue poesie sono apparse su blog e nella rubrica di Repubblica “La Bottega della poesia”.

venerdì 26 maggio 2023

IT'S FRIDAY! Quattro poesie inedite di Simone Migliazza

 

It's friday è una rubrica poetica a cura di Luca Pizzolitto



Fino all’ora di pranzo la mattina

é gli avventori usuali,

il tramestio delle auto nei parcheggi

dietro i muri di bacca porcellana.

Gli sguardi dalle case

disattenti — che farne

degli atti inosservati?

Un gesto dopo l’altro

se li portano via

in macchina con le buste della spesa.



**


Una fila d’uccelli

della mattina ha fatto un avamposto.

Al di qua, fra i quartieri,

passano guarnigioni compromesse

- la miseria dei corpi

offesi o già consunti.

Di una giovane donna

si sa solo l’età.

- è una carneficina

di nomi, di città.

Dalle montagne nessuna notizia

- dai petti azzurri non cacciano un verso.


**


Quando abbiamo saputo della pioggia

sarebbe stata notte ancora a lungo.

Siamo rimasti al tavolo

gli occhi mansueti sui corpi distesi.

La vostra calma intatta

- il buio cucito intorno alle finestre.


**


L’infanzia contornata di bandiere

- le parole portate

al centro della stanza

nel cerchio del calore, tra le sedie.

Le voci che si mescolano

il lavoro del fuoco

assieme ai vetri, ai legni

- Resistere all’inverno.


D’estate, nelle sere,

si crede con la musica

tra tavoli di plastica.

C’è da mangiare, da bere. Si dicono

cose da palco al fumo delle griglie.

Avanza fede per qualche anno. Poi


la storia che finisce

- la casa abbandonata

i simboli in disuso

i disegni sui marmi raggelati.




Simone Migliazza è nato l’8 settembre del 1982.
Si è laureato in storia dell’arte presso l’università “La Sapienza” e in discipline musicali presso il conservatorio “O. Respighi” di Latina.
Attualmente insegna in scuole pubbliche e private. Nel 2022 ha pubblicato “Poesie della voce nuova” per i tipi di Puntoacapo editrice.
Suoi testi sono stati ospitati su diversi lit-blog (“L’altrove - appunti di poesia”, “Poeti oggi”, “Avamposto poesia”, “The bookish explorer”), da “La bottega della poesia” su “la Repubblica”, nella newsletter della rubrica “Ufficio poesie smarrite” del “Corriere della sera” e, in traduzione spagnola, dal “Centro Cultural Tina Modotti”.