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martedì 14 gennaio 2025

Flavio Vacchetta legge "Saudade" di Maria Pia Quintavalla

 















Nota di lettura a Saudade (puntoacapo, 2024 - prefazione di Giancarlo Sammito) di Maria Pia Quintavalla. L'articolo è a cura di Flavio Vacchetta.


Quella di Quintavalla mi pare una poesia propensa allo slancio effusivo, nonostante gli schermi delle forme e delle parole. Prendiamo la poesia C'è bisogno degli altri, intanto ciò espresso in modo franco.

Si vede come le immagini trovino prontamente il loro significato e vi corrispondano. La sera è un momento (oltre che un topos) forse nostalgico ma sostanzialmente positivo. A taluni la sera, immagine del mutamento ineluttabile verso il precipizio, suscita angoscia, non come al Foscolo di Alla sera, dove essa prefigura la pace, il sonno, l'oblio... Si dà invece di gente che al calar del sole diventa frenetica, quasi a compenso della precedente inazione per scelta e della successiva inazione per obbligo, insomma solo una stretta finestra temporale in cui precipita e riesce a estrinsecarsi un'energia creatrice altrove compressa e sviata lungamente. Qui siamo più sul versante dell'accettazione, della contemplazione e della delibazione dell'attimo, stupendo ("amo il nostro presente", "concorde assolo", "i miracolati"), e subito viene suscitata l'analogia: la sera appresta d'un tratto, e con un gran balzo concettuale, la resurrezione di Lazzaro (o viceversa).


Le idee subito si concretano icasticamente (peculiarità dantesca): “l'onda nera di moscerini che tagliava l'aria” è l'ostacolo metaforico all'unione.


Un'idea inclusiva si coglie nel melting pot d'ispirazione parigina, che, del tutto arbitrariamente, per una serie di miei rimandi incrociati, mi fa tornare in mente la poesia I fiumi di Ungaretti.


Questo dantizzare, sui generis e in senso molto lato, e questa aspirazione o tendenza a uniformarsi al, o a cullarsi nel, grande corso dell'essere e della natura, si coglie anche nei versi come dire astrologici dedicati alla casa dei pesci.


D'altronde, la vita è un "dono", e anche essere felici "per volere di una figlia, è possibile", una figlia ripensata nel momento della nascita (a proposito, forse spinoso per un figlio immedesimarsi in quel mondo lontano eppure vicino, percepirsi neonati sul grembo materno ecc.), in immaginazione metamorfica: viticci intrecciati, creature acquatiche, nascita che è rinascita per la genitrice: "noi siamo nate".


Sogno di me, di quella forza  

per sollevarla al cielo  

con un accento, il mio, avvenuto nuovo

nel germogliare lei dalle mie mani, io  

dal suo tronco,  

come viticci aperti in una pianta sola.


D'altronde, come scrive Tabucchi citato nella prefazione di Giancarlo Sammito, per trovarsi bisogna perdersi di continuo.


A proposito di fiumi, e di immaginazioni acquatiche e vitali, di rinascenza, ci ritroviamo sul Po, di fronte alla cui maestosità (umanamente corrotta, in verità) ci si figura quale “sensata isola nel fango”, quel fango argilloso da cui la stessa umanità è sorta.


E dal grande fiume, dall'acqua possente e stillante, non può che nascere, ben prima dell'uomo, la pianta. “Vedo una pianticella da curare / il cui veleno proviene dal suo centro, della terra”. D'altronde, come si sa, la maggior parte degli esseri viventi sono vegetali, i quali potrebbero benissimo esistere senza di noi, anzi sono condizione dell'esistenza, mentre non vale il reciproco. E accanto a questa piantina umanizzata colta nelle sue varie vicissitudini, la passiflora, la quercia, il sambuco, il pioppo (“vibra nel vento con tutte le sue foglie / il pioppo severo...”: pioppo cipressino, se ben ricordo, quello di Rebora, citato pure da papa Francesco)... E sull'argomento vorrei suggerire il poetico cortometraggio Sapiens di Aleksandr Rogožkin, se mai si trovasse in rete, ispirato a un haiku di Bashō sul fiore.


Quest'attenzione fervida al vivente non può che estendersi anche alla meditazione sulle sorti dell'umanità e sui mali del mondo, come nelle accorate prose dedicate ai migranti morti nel naufragio presso Augusta del 2016. Così Saudade incontra un epilogo di tono mesto e cogitabondo, ma ancora non privo di una qualche speranza.




Maria Pia Quintavalla, nata a Parma, vive a Milano. I suoi libri: Cantare semplice (Tam Tam 1984); Lettere giovani (Campanotto 1990); Il Cantare (ivi 1991); Le Moradas (Empiria 1996); Estranea (canzone) (Manni 2000); Corpus solum (Archivi del ‘900 2002); Album feriale (Archinto 2005); Selected Poems (Gradiva, N.Y., 2008); China (Effigie 2010); I Compianti (Effigie 2013-2015); Vitae (La Vita felice 2017); Quinta vez (Stampa2009 2018), Estranea (canzone) (edizione riveduta, puntoacapo 2022). Tra i premi vinti: Cittadella, Alghero Donna, Nosside, Città S. Vito, Contini, Alda Merini, Pontedilegno, Città di Como, Euro pa in versi. È stata nella cinquina al premio Viareggio e ha vin to il Premio alla carriera al festival “Paesaggio interiore” di Cerreto D’Esi (2023). Ultime antologie in cui è inserita: Braci, a cura di Arnaldo Colasanti (Bompiani 2020), La Poesia italiana degli anni Ottanta, IV volume a cura di Sabrina Stroppa, UniTo (ed. Pensa). Compare nell’Atlante voci poesia, curato da Giovanna Iorio, e sue installazioni (Londra, Praga, Italia). È stata Redattri ce della rivista Menabò ed è nella Giuria del Premio Terre d’ulivi. Collabora a Metaphorica. Conduce laboratori di lingua italiana presso la facoltà di Lettere UniMi.



martedì 7 gennaio 2025

Flavio Vacchetta: La spianata del silenzio

 














A cura di Annalisa Ciampalini


Qui di seguito sono riportate alcune poesie tratte dalla raccolta di Flavio Vacchetta La spianata del silenzio (puntoacapo editrice, 2022 -  postfazione di Mauro Ferrari).


A Guido

 

 

se potessi del silenzio

studiare la mappa

per vedere me stesso

questa quiete

questo fitto ricovero

 

penombra di Guido

 

se potessi restare appeso

tra mare e sole

cavalcherei onda col mio dolore

ravviverei acque del Giordano

sporche di chemio

in scoperta della scala luminosa di Guido

 

se potessi, se potessi

ah non poterlo fare

tuttavia custodirei

con malinconica ferita

il ricordo di Guido

 

ma posso vedermi i nudi piedi

spalancarmi gli occhi

abbandonarmi al sole

riaprire di vento

le persiane di Guido


*


E. P. (R.I.P.)

 

 

ci vorresti tu, grande

fra maree grigie

e la fine del molo

 

ci vorresti tu, immenso

per fermarci quando perdiamo il senso

per poi sfiorarci appena

 

ci vorresti tu, infinito

per farci comprendere

intensamente

 

desidero, risponde Enzo

spararvi una pallottola a salve

a dimostrazione che ci sono

presente tra voi

svegliatevi dal torpore

io sono invisibile

anche riconoscibile


*


Nonna diceva

 

 

il minestrone è sul fuoco

vi pare poco?

 

Che dice il facile

al difficile?

Nulla

agli occhi del tempo

entrambi si annullano

 

che dice il difficile

al facile?

Tutto

agli occhi del tempo

entrambi si annullano

 

vuoi essere te stesso?

Metti in scena

la tua teatralità

 

nell’aldilà

perlustreremo

a zona

inconsciamente


*


La coscienza

 

 

Non dorme, si propone

oscilla tra bene e male

prepara un’anima di legno

si trastulla comodamente.

Non provare a non darle risposta

resta in guardia.

Se la noti nell’aria

adattati ai suoi respiri

arrestala

sollevala senza capire

da finte mosse

se necessario.

Ma rispondile senza scandire il tuo nome:

è già in suo possesso

cucito sulla tua pelle d’orso.




 

Flavio Vacchetta (Vachis) vive nel basso Piemonte al confine con le Langhe tra noccioleti e vigneti di proprietà.
Ha pubblicato diverse raccolte poetiche: Silente meridiana -Universo vagabondo (Lorenzo editore Torino) Altra metà (Nero su bianco editore Cuneo). Con puntoacapo  Editrice ha pubblicato:  Akeldamà (2009); La scala luminosa (2012), Katagrafé (2016) e La spianata del silenzio (2022). 
Flavio Vacchetta è incluso nelle antologie Poesia in Piemonte e Valle Aosta ed il fiore della poesia italiana entrambe pubblicate da puntoacapo.
Durante il covid ha pubblicato Crucifige (ed.Genesi Torino)  e Per aspera ad astra (ed.il cielo stellato CN)
Appassionato di astronomia collabora a riviste scientifiche e durante l'anno internazionale dell'astronomia 2009 ha prodotto il dvd Astropoesie.
Ha fondato il Gruppo astrofili benesi in collaborazione con UAI-Unione Astrofili Italiani.

martedì 29 ottobre 2024

Flavio Vacchetta legge "Errata Complice" di Stefania Giammillaro






















Recensione a Errata Complice di Stefania Giammillaro (Pequod, 2024) prefazione di Franca Alaimo

a cura di Flavio Vacchetta




Errata complice...

uno pensa e si fa delle anticipazioni, dei teoremi persino. Il titolo fa immaginare un'autoanalisi al quadrato, anzi al cubo. Ma imperfetta, impossibile forse. Non so se si usi ancora il termine (lo usai, se posso autocitarmi, per una mia poesia che si intitolava così), ma ci si potrebbe immaginare un colloquio con la propria “coscienza” (o in-coscienza, almeno dai tempi della Coscienza di Zeno). O, forse, l'autoreferenzialità non c'entra nulla, e i motivi dell'errare o dell'erranza (che è anche un vagare) sono prettamente esogeni, così come quelli della complice correttrice o coreggente.

Poi apro, e la poesia in esergo corrobora la prima ipotesi, patentemente, attraverso la figura dello specchio, e il 'tu', che sarà di volta in volta 'montaliano', autocosciente, colloquiale/duale.


Sono componimenti anche di forti contrasti, di polarità apparentemente inconciliabili, un 'odi et amo'.


E anche l'epilogo, volendo, può essere letto come un ritorno a sé stessi, alle proprie radici, che però non può compiersi del tutto:


Figghia sugnu

e matri mi ciamu

senza iabbu né maravigghia pi parenti

senza patiri i dulura

ra nascita

m’arricampu cunzumata

pi chiddi ra morti […]

per voi altri che non credete alla parola data

sorda e malfatta...

 

Nonostante tutto, bisogna ancora credere nella parola, che, nella sua erranza, è essa stessa complice, “ponte”:


La carne è in questo pizzicotto

che giro di traverso per sentirmi

quando non distrae il mare

La parola è ponte che attraversa

la possibilità di perdonarmi

allo specchio dei rimorsi

E se sanguino

sanguinerò per partorirmi.


Ancora lo specchio, l'autogenesi, i rituali di autocoscienza (pizzicarsi per risvegliarsi), il rinvenimento di sé tra passato e presente.


E in questa scomposizione e ricomposizione di un self poliedrico irrompe la molteplicità di relazioni, amorose e famigliari-generazionali (padre-figlio, uomo-bambino) non pacificate, tumultuose.

Si ha l'impressione che una parte cospicua dell'opera si generi dallo “strappo”: si parla di “ferita”, “taglio”, “sangue”... Una lesione apparentemente immedicabile: è “la rabbia del sangue”, una condanna (“condannatemi!”), una “gogna”, che sfocia in dissociazione anche fisica (“non essere come vorresti”).

E lo “strappo” interiore corrisponde, appunto, a quello tra generazioni, e non si ricompone: “ti ho visto piangere, papà”. E riguardo ad altre relazioni: “Saperti proprietario di ciò che non sono / è l’unica vendetta”. Forse a metà tra il montaliano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e l'orgogliosa affermazione di sé.

Dicotomie come apparenza e essenza, interiorità e esteriorità, attrazione e repulsione, sono evocate anche dalle immagini classiche della maschera e del trucco, fino al simulacro-essenza della stessa pelle; oppure l'immagine della rosa e delle spine, in perigliosa coesistenza.

Ma quello che consente una permeabilità tra interno ed esterno, alla fine, volenti o nolenti (dolenti), è proprio il trauma, la ferita nelle sue varie declinazioni e accezioni: finché essa è aperta e brucia, c'è vita, fra contraddizioni, inganni e autoinganni:


ridi nel fazzoletto piangi a crepapelle

però chiudi le porte del tuo volto

affinché non dicano poi

che quella donna innamorata eri tu.





martedì 16 aprile 2024

Elena Miglioli: Gli alberi lo sanno

 





















A cura di Annalisa Ciampalini


Di seguito possiamo leggere un piccolo estratto dalla prefazione e alcune poesie da Gli alberi lo sanno (peQuod, 2024) di Elena Miglioli


Dalla prefazione di Marco Molinari

“Con questa sua nuova raccolta, Elena Miglioli stringe sempre più il patto che ha siglato tanti anni fa con la natura. Un rapporto di reciproco scambio nato quando era ancora bambina, coltivato negli anni come una promessa che non potrà mai essere disattesa, che ha trovato il suo naturale modo di manifestarsi nella poesia. Naturale perché Elena Miglioli pone se stessa nei versi, uno specchio che non riflette ma le chiede di entrare in un mondo che assomiglia al suo vissuto pur essendo diverso, che cancella il superfluo lasciando intatto solo quello che è filtrato dalla memoria, dal sogno, dalla grazia.”

 

 

 

Se imbocchi il sentiero

che scuce gli orli ai prati

ti aspetta un’asola di sole

a scaldare le gambe nude

corri incontro alle farfalle

la tua nuvola al guinzaglio

un diluvio di terra e cielo

fili d’erba papaveri Pleiadi

chiedi asilo a un soffio di luna

senza scarpe non fai rumore

sali su: le torni in grembo.

*

 

Filtra in sogno una luce

nella stanza disadorna

dice che ci attende

un tempo che dura

basterà quel tanto

per riprendere sonno

sporgere di poco il capo

ricadere giù nella vita:

quella vera è in disparte

insiste a tratti verso sera

dai lampioni in briciole

Perseidi di strada sparpagliate

per noi eternità mancate.

*

 

Con le foglie arrossite

può commuoversi solo – a novembre –

chi ha sentito il fruscio della Terra

che si rotola sempre più piano

quando noi ci  guardiamo.

*

 

Si aspetta la pioggia si aspetta

così un amore che non passa

è sfuggito all’appuntamento

Alle finestre sventolano veli

scende sulle bocche assonnate

anche l’ultima sillaba sospesa

fra andare e restare solo un soffio.


 

Elena Miglioli ha pubblicato i libri Ho la parola sulla porta di casa (poesie, 2021), Non sono briciole (racconti, 2021), Spengo la sera a soffi (poesie, 2018, preceduta dall’omonima plaquette nel 2016), Rimango qui ancora un po’: storie di vita e segreti di longevità (saggistica, 2015, coautore Renato Bottura), La notte può attendere: lettere e storie di speranza nelle stanze della malattia terminale (saggistica, 2013). Giornalista, vive e lavora a Mantova come responsabile ufficio stampa e comunicazione dell’Azienda socio sanitaria territoriale. È fra gli organizzatori del Mantova poesia-Festival internazionale Virgilio. Del 2024 è la raccolta  Gli alberi lo sanno, pubblicata da peQuod.


sabato 3 febbraio 2024

Poesie tratte da "Il mio gioco preferito" di Federica Bembo


 




















a cura di Annalisa Ciampalini

<<Il mio gioco preferito (Ensemble, 2023) è la nuova, intensa, raccolta poetica di Federica Bembo (la prima pubblicata con Ensemble). Un viaggio poetico originale e moderno, che si inserisce nel solco della tradizione per esplorare un nuovo presente.>> (dalla scheda del libro)

«La raccolta poetica di Federica Bembo è uno di quei rarissimi libri che vive completamente di una luce propria. Si direbbe addirittura che irradia una luce propria, nuova, per certi versi imperscrutabile agli occhi pretenziosi del critico. Leggendolo, non si può fare a meno di pensare al famoso aforisma di Nietzsche: “A favore dei critici – Gli insetti pungono non per cattiveria, ma perché anch’essi vogliono vivere; così pure i critici: vogliono il nostro sangue, non il nostro dolore”».  Dalla prefazione di Marco Incardona



Poesie tratte dal libro


L’accadere

                                                                      Dedicato a chi scrive

L’albero d’inchiostro è in fiore tutto l’anno.

Il vento lo scuote perenne: l’aria fredda lo tempra, una 

calda ondata lo nutre, poi l’abbraccio delle brezze, e dal 

contatto improvviso gemma lo scrittore.

Sboccia un po’ per volta, ogni petalo una paura nascosta.

Dal centro si irradia la luce, la sua verità.

Ogni luce è diversa nel calore e nel colore.

L’albero non scrive, né lo fa il suo inchiostro.

Ma la luce accade.

Traccia le figure nell’aria, comunicando le linee in un 

gioco di specchi.

10/11/2019

**


Origine


La goccia cade

fra le due corde tese


Possa bagnare la terra


Possa elevarsi al cielo


E invece resta sospesa

vibrante ma inerte 


Questo gioco non è finito

Non è finita la musica


Finché la mia goccia avrà voce

suoneranno le mie corde tese

8/2/2020

**


Dimenticare perché


Mi avvinghio al tuo corpo

con tutto il peso del mio nulla,

mi estendo all’orizzonte

e sconfino,

divoro,

capisco.

Capisco questi giorni fragili.

Di te amo l’amore

e di me questa sete.

13/2/2019

**


Quest’anno (Nazim Hikmet)


Quest’anno quest’inizio d’autunno nel meridione

m’impasticcio di mare di sabbia di sole

mi stropiccio all’albero

alle mele

come ci s’impasticcia di miele.

La notte, il cielo ha un buon odore di semi

la notte, il cielo scende sulla via polverosa

m’impasticcio di stelle.


Io m’abituo, mia rosa

io m’abituo

al mare alla sabbia al sole alle mele alle stelle

è tempo di andare

mischiato

al sole alla sabbia alle mele alle stelle al mare.



Federica Bembo nasce a Firenze nel 1991. È una poetessa poliedrica, nella poesia e nella prosa le piace sperimentare. Fa parte di due gruppi di scrittori attivi a Firenze: Affluenti ed Essecìeffe - Scrittura Creativa Firenze. Nel 2014 Booksprint Edizioni ha pubblicato la sua silloge poetica Nuvole e sogno. Nel 2015 ha vinto il Premio Nazionale di Poesia Mario Gori. Successivamente ha partecipato alla seconda antologia del gruppo Affluenti con tre prose poetiche. Nel 2023 pubblica la raccolta Il mio gioco preferito (Ensemble, prefazione di Marco Incardona), Attualmente continua a divertirsi con la scrittura creativa e prende lezioni di canto.

venerdì 5 gennaio 2024

ESTRATTI DA " Profumo di liquirizia" di Pietro Edoardo Mallegni

 





















A cura di Annalisa Ciampalini

“Profumo di liquirizia di Pietro Edoardo Mallegni è un libro dall’atmosfera crepuscolare, è quasi sempre una descrizione di quotidianità ed esperienza individuale venata di malinconia. I versi sono liberi, il tono lirico, le descrizioni fortemente sensoriali. Pietro cerca solamente tranquilli angoli del mondo e luoghi conosciuti dell’anima in cui rifugiarsi.”

 

dalla prefazione di Stefania Di Leo

 

Testi tratti dal libro


All’ombra di un vecchio albicocco,

mentre passo, resine e ardesie,

che ossigenano pomeriggi e

pensieri leggeri, nutrono

l’immobilità della natura.

 

Specchi sono i frutti che cogliamo,

libero oblio del giorno: il mordere.

 

**

 

Un tasto di flauto sbagliato o un crampo alle dita,

scoraggiata sensazione di inverno è stato il mio crescere,

imbarcato su aerei e su navi che arrivavano sempre in ritardo.

Braccia amorevoli del mare e tepore caldo di abbracci,

pianti e sangue, quelli erano i miei porti, o i nomi

delle calli di Venezia o le calme piatte degli olmi riflettute

in laguna. Ho lasciato rose appese ai semafori

come segnali di sentieri che traversano la mia umanità,

ma ogni ricordo è un vestito bellissimo di cui si adorna

la mia crudeltà, di cui l’ubriaco vento del Nord getta

i drappi su scogliere a strapiombo sui miei oceani,

laggiù, giace a pezzi la mia innocenza

in comuni sacchi neri dentro cassonetti.

 

**

 

Le strade sono invecchiate,

marciapiedi e querce si sono storti,

palme hanno sbriciolato la corteccia,

vento e pioggia hanno ridisegnato

le case e i miei entusiasmi.

Io sono solo errori degli anni,

tracciato di arcobaleni

in cieli maledetti dalla sorte e

divenuto un lavoro e il mio

lavoro divenuto una tunica di Nesso.

Si espande in me

una piccola isola solitaria,

abitata solo da vangeli

e, sulla quale, crescono solo le edere.

 

**

 

Umano peggiorare,

questo è il dimenticabile

avvenire notturno

che mi riservo.

 

Ostinarsi a vivere,

sentirsi parte di un tutto,

di un genere,

come santi e beati.

 

Il fervore dell’assenza

è il migliore cipiglio

al quale dare

il mio guaire.

 

Permane solo una goccia,

un ricordo del mio resistere

novizio alla vita.

 

 

𝐏𝐢𝐞𝐭𝐫𝐨 𝐄𝐝𝐨𝐚𝐫𝐝𝐨 𝐌𝐚𝐥𝐥𝐞𝐠𝐧𝐢, è nato a Carrara nel 1995. Nel 2013 ha pubblicato con la casa editrice Marco del Bucchia l'opera prima dal titolo Il dedalo in me. Nel 2015 ha pubblicato Il Dio Dada e in seguito le sillogi Neurocidio, Limina Mentis e Il nulla, Europa Edizioni. Nel 2023 ha pubblicato “Profumo di liquirizia” RPlibri. Ha viaggiato molto e nel 2017, divenuto padre, è tornato a vivere a Massa. Ha ottenuto riconoscimenti dalla critica di settore e alcuni testi sono apparsi su diverse testate giornalistiche online. Diverse poesie sono state tradotte in inglese, francese, spagnolo, arabo e cinese.


martedì 17 ottobre 2023

TAMARA VITAN: Ti racconto ma non ti so nominare.



 

    Foto di Tamar Vitan
    Nota di lettura a cura di Annalisa Ciampalini

Accade la luce (Firenze Libri, 2022) di Tamara Vitan è una raccolta poetica collocata all’interno della collana “Fuori stagione” curata da Massimiliano Bardotti, Serse Cardellini e Gregorio Iacopini. Il libro è suddiviso in tre sezioni dal titolo “Che forma hai”, “Accade la luce” e “Incontrami là”, che si compenetrano dialogando tra loro, pur suggerendo un cammino teso verso la conoscenza dell’altro, e più in generale, di tutto il mistero che è alla base del nostro essere ed esistere. Come molte opere in grado di coinvolgere il lettore, anche questa della Vitan prende vita dal desiderio di dire o creare qualcosa che possa dare un significato più elevato alla nostra quotidianità. A motivare la poetessa nella tessitura dei versi è, principalmente, il desiderio di conoscenza dell’animo umano, “Che forma ha la tua anima? / Anche tu hai angoli bui / dove la luce non arriva” chiede a un “tu” non ben definito in una poesia collocata all’interno della prima sezione; e ancora: “Cosa cerchi in un silenzio? /Cosa senti? Cosa vedi / quando tutto intorno tace”, in una poesia posta nella seconda sezione. Versi in forma dialogica si alternano a poesie di natura più intimista, in cui, attraverso una scrittura molto curata, vengono scandagliate le profondità dell’esistenza vista come parte di una misteriosa vastità cosmica. Sebbene quest’opera sia l’esordio poetico della Vitan, chiunque prosegua con la lettura si renderà conto che l’autrice si trova perfettamente a suo agio sia con l’espressione poetica sia col pensiero filosofico, e che la poesia e la filosofia hanno nutrito costantemente la sua mente e la sua anima.

I versi sono ben modulati e la nostra poetessa riesce ad accostarsi al significato con precisione, senza mai perdere il ritmo né la musicalità. A muovere la ricerca poetica di questa autrice è anche la fiducia riposta nella lingua, la convinzione che esistano parole, o meglio, accostamenti di parole, capaci di farci avvicinare all’indicibile, di gettare luce sui margini del percepibile. Anche quando il sentire è fondamentale e restiamo in attesa di momenti epifanici, la mente e la volontà sono sempre naturalmente attive: “Avvicinati /al limite della coscienza percepita” …” Cerca l’equilibrio / con la mente fuori dal corpo.”  La manifestazione della luce, per quanto momentanea, ci permette di accedere fugacemente al mistero dell’altro e più in generale di avvertire la presenza di un universo magnifico, che attende di sverlarsi, pur contenendoci: “C’è un pianto cosmico / incastrato da qualche parte / tra il primo respiro e l’ultimo.  / Fermo, in attesa di sgorgare”. Nell’ultima sezione, “incontrami là”, il dialogo con il “tu” diventa più intenso e la poetessa si predispone a comporre versi che si addentrano in una maggiore concretezza, quasi volesse indicarci realmente il luogo dell’incontro: “Sei tu che mi respiri adesso accanto / poi pieghi la coperta dolcemente?”

La raccolta termina con una poesia singola, posta fuori dalle sezioni e che parla della morte, o comunque di ciò che ci supera e non è contenibile nel tempo breve in cui siamo incasellati: “Al di là del presente / tutto riprende forma.”


POESIE DAL LIBRO

C’è un pianto cosmico

incastrato da qualche parte

tra il primo respiro e l’ultimo.

Fermo, in attesa di sgorgare

come un nubifragio improvviso

in attesa di spazzare via

identità circoscritte

e risposte esatte.

**

 

Torna indietro,

arrotola le parole in un gomitolo

fino a ritrovare

la prima lettera curva.

 

Torna indietro,

stacca lentamente ogni stella

fino a ritrovare

le origini del cielo.

 

Indietro,

alla creazione del vento

dove i pensieri soffiano

suoni muti verso l’alto.

 

Torna,

dove il silenzio trova

lettere sospirate

e pensieri azzurri

**

 

Ti racconto così:

come la terra racconta il suolo

attraverso le crepe,

come il deserto racconta le dune

con tempeste di sabbia.

 

Ti racconto nelle ore,

dentro ai secondi mancanti

Dentro al tempo già consumato

prima della nascita.

Ti racconto

ma non ti so nominare.

**

 

Ritornano sempre

come una promessa antica

i tramonti che struggono l’anima

e le albe senza colpa.

**

 

Avvicinati

al limite della coscienza percepita.

Ricuci coscienze strappate

con l’ordito dell’inconscio.

Cerca l’equilibrio

con la mente fuori dal corpo.




Tamara Vitan è nata a Bucarest nel maggio del 1981 e vive a Castelfiorentino.

È sempre stata attratta dalla poesia, intesa come ricerca e come cammino sui confini, e dalla filosofia.  Ai tempi del liceo pubblica nella rivista della scuola un tema filosofico sulle divinità intitolato “Dei”. La poesia, per Tamara Vitan, è sempre stata un sostegno e una compagna, e una volta appresa la profondità della parola in una lingua non materna, la fluidità della scrittura ha ripreso il suo naturale corso e ha iniziato a scrivere in lingua italiana.

Nel 2019 riceve una segnalazione al Premio Letterario “Città di Ascoli Piceno” con la poesia “Si piega il suono”. Nel 2020 una sua poesia viene pubblicata nell’antologia “Dedicato a…” Poesie da ricordare, della Collana Orizzonti edito da Aletti. Nel 2021 attraverso il concorso “Poetare” della Scuola di Editoria di Firenze escono tre poesie nell’agenda Poetare e nel Quaderno.

A maggio 2022 esce il libro “Accade la luce” pubblicato da Firenze Libri all’interno della collana” Fuori Stagione”.

Frequenta la Scuola di Poesia fondata da Massimiliano Bardotti mentore, guida e persona fondamentale per la ricerca spirituale e poetica.