Maurizio Gregorini, Come uno stanco mito. Storia d’amore in versi, Alessandro Prevosto Editore 2026
nota di lettura di AR
Il timbro erotico di questa raccolta ha una musicalità in cui abbondano i settenari, ma non mancano endecasillabi, senari e altri metri, a volte con qualche rima, spesso con allitterazioni, assonanze e la reiterazione enfatica di parole vicine o in versi contigui: ”A fantasie finite / ci saran pure / altre dimensioni / che s’apriranno liete / a nuove posizioni” (p. 15); ”Ho freddo / e allunga nero / Il buio / le mani nere sue / di tela stazzonata / sugli occhi miei sgranati / che chiari ed impauriti / divorano la vita di vita divorati” (p. 20); ”La pelle tua bollente / è cartamaschicida / M’impiglia / Mi rivolta / Mi spoglia / M’aggroviglia / M’intruglia / Mi spariglia” (p. 38).
Ne risulta una lettura agevole e vivace che trovo particolarmente congrua nei luoghi in cui Gregorini gioca con i versi, gli dèi, le citazioni, i riferimenti dotti… e li manipola con (auto)ironia, prendendosi un po’ in giro con nostalgico disincanto:
In voluminosi tomi
di mitiche passioni
l’appercezione ho studiato
dei desideri tuoi
suonato con le dita
la lira dei tuoi suoni
(I have sung a little love song)
Nella notte dei tempi
di te ho conosciuto
le insaziabili movenze
(Brief insatiable gesture)
Eppur solo da ieri
malgrado me ho compreso
della tua assenza il peso
(Your unbridgeable absence) (p. 13)
***
E la fine tra noi
caduta sulla stuoia
negli occhi di quel gatto
che placido s’annoia (p. 60)
***
Sei il mio posacenere
io la tua sigaretta
spenta
(…)
Sei
addirittura sette
forse nove
se non all’infinito (p. 7)

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