lunedì 25 maggio 2026

Per lui solo per lui io ancora vivo

recensione di Giancarlo Baroni




La parola della poetessa Stefania Cavazzon è, da sempre e per sua evidente caratteristica, difficile nel senso che  richiede da parte del lettore una attenzione, un impegno, una paziente partecipazione.  La sua, si badi bene, non è una “parola innamorata” di se stessa che si specchia nella propria ricercatezza. 

La poesia dell’autrice è piuttosto il riflesso di una essenza enigmatica e arcana che sta al fondo dell’universo e di cui i versi sono la parziale, precaria, incompleta e oscura traduzione. 

Nella  copiosa produzione poetica dell’autrice, ricorre  l’elemento alchemico e l’attrazione verso temi ermetici. Anche nella sua recente raccolta intitolata Deflusso (prefazione di Renata Capria d’Aronco, Amazon, 2026)  è palese l’attrazione verso una realtà più nascosta e misteriosa che va indagata con paziente lentezza e contemporaneamente con intuitiva acutezza. Il suo è un invito a non accontentarsi del qui e ora, della superficie, e di tendere all’oltre, verso l’invisibile: «Giunta al punto mortale / di ogni esistenza / lì ormai calamitata / è attenta solo all’oltre». 

Nella raccolta non mancano i riferimenti alla vita personale dell’autrice, al succedersi incantevole delle stagioni, a una realtà concreta che non si svela però mai completamente, che sbiadisce istintivamente nell’indistinto. 

Diversi sono i brani dedicati all’alternarsi dei mesi e delle stagioni, alle metamorfosi del paesaggio. Riporto a questo proposito alcuni versi: «E mentre marzo evapora coi suoi profumi incerti»; «Aprile così sporge / ramifere dolcezze»; «Pareva non dovesse mai più giungere / la primavera / invece / eccola all’improvviso tutta azzurra  / come se nulla fosse / sole in fronte»; «Ecco acciaccata estate  / che d’umidezze gracida»; «Rinfresca il ferragosto un ventilare / da estati artiche / ogni fuscello rifrondisce / in preda a estatico delirio / di durare»;  «Ah la pioggia la pioggia di tanto novembre / melodica bíos che ci infradicia!».

Il trascorrere inesorabile degli anni («va esaurendosi il tempo / di questa mia vicenda terrena»), la solitudine, la melanconia, accompagnano le giornate e i versi, tanto che il tema esistenziale assume in Deflusso un ruolo fondamentale. Accanto al tema esistenziale si afferma quello conoscitivo basato sulla ricerca di una essenza e di un senso: «Solo una cerca infaticabile / è ancora l’univa via / per la specie». L’avvicinarsi progressivo all’addio si rivela come un procedere verso quel punto in cui forse l’enigma si svela, defluendo e scorrendo verso un inesprimibile significato: «Di là da umana primavera / dallo sfociare dei fiumi / da questa magnitudine di soli / altra armonia ci attende / e una mattina / sopra una quintessenza di stagioni / il muro estremo /  si squarcerà». 

L’attesa è per Stefania Cavazzon il raggiungimento dello scopo che alimenta i suoi giorni e che consiste nel ricongiungimento all’uomo da sempre e per sempre amato e purtroppo scomparso: «beh / un fatto è certo / amore mio / io ti sto raggiungendo». E ancora, con straordinaria sincerità e intensità: «Per lui solo per lui io ancora vivo»; «Nulla è mutato dal tuo avvento / o amore / e quasi mezzo secolo è sfumato».  

Il libro della Cavazzon si presenta principalmente come un canzoniere d’amore in assenza della persona amata,  nell’attesa appunto che si compia il definitivo incontro («nuovamente con te / oltre la vita») e si ricrei una condizione di armonia, di grazia, di beatitudine, «di giocondità», di estasi, del superamento «della nostra umana imperfezione». 

Nel dopo e nell’oltre troveremo finalmente un mondo incorporeo, spirituale, inimmaginabile, invisibile e segreto.

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