Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query caterina camporesi. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query caterina camporesi. Ordina per data Mostra tutti i post

lunedì 6 ottobre 2008

Sulla poetica di Caterina Camporesi in Solchi e Nodi

recensione di Isidoro Conte

Il parco del Castello Ducale di Ceglie Messapica, dopo una occasionale e memorabile apertura al pubblico nella seconda metà degli anno ’90 del secolo appena trascorso, è stato già luogo affascinante di serate di poesia. Nel solco di una giovane tradizione rinvigorita soprattutto nelle ultime stagioni, in uno scorcio di quel medesimo parco divenuto nel frattempo “il Giardino del Duca”, ha avuto luogo una bellissima manifestazione culturale caratterizzata dalla presentazione dell’ultima fatica editoriale di Caterina Camporesi: Solchi e Nodi, un libro di poesie che segue Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli Strali del Silenzio, Duende, che mutua il titolo da un saggio di Garcia Lorca. È stato designato alla presentazione non un critico di professione ma un docente di Latino e Greco, il sottoscritto, prestato, non so con quanto successo, alla necessità contingente.

Solchi e Nodi
Una lettura non superficiale dell’opera consente di comprendere le ragioni profonde di un titolo denso di significato; quel titolo e nessun altro può essere, anzi è, la sintesi della straordinaria capacità di introspezione psicologica dell’autrice, la capacità di penetrare a fondo nella propria anima ed in quella degli altri così come il vomere penetra profondamente nella nuda terra lacerandone la superficie per depositarvi poi un seme che dovrà produrre altra vita. La poesia di Caterina Camporesi diventa una sorta di medicina dell’anima e la poetessa medesima diventa quello che gli antichi greci (Plutarco definisce così sé stesso) chiamavano ιατρος της ψυχης. Caterina Camporesi nella sua vita professionale è psicoterapeuta: la sua poesia può considerarsi la sublimazione della sua attività professionale.
I solchi rappresentano le lacerazioni prodotte in noi dal nostro vivere quotidiano spesso drammaticamente tragico, lacerazioni che devono essere curate in modo che dalle ferite più profonde nascano delle forme di difesa, degli anticorpi, come dai solchi prodotti dal vomere e predisposti ad accogliere la semina, vengono prodotte, val bene ribadirlo, nuove forme di vita. I nodi sono le difficoltà, le resistenze, gli ostacoli che intersecano la nostra vita quotidiana e che non possono essere superati tagliandoli come Alessandro il nodo di Gordio, anche perché al contempo, come già rilevato da altri, rappresentano i punti fermi, la stabilità. Diciamo intanto che Solchi e Nodi, come peraltro tutta la produzione poetica di Caterina Camporesi, non è un libro distensivo come non è distensivo nessun tipo di poesia frutto di una macerazione interiore che si riflette inevitabilmente sui lettori che devono avere un approccio “senza distrazioni”, condividendo il tormento di chi ha prodotto quei versi.
Io non so se Caterina Camporesi, abbia studiato anche musica, ma condivido il pensiero di chi dice che la Camporesi scrive musica, che le sue parole sono come note musicali; sono una ricerca del sonoro e che è indispensabile leggere i suoi versi ad alta voce dando ad ogni singola parola “il tempo in battere e in levare”. Il libro non ha un proemio che sveli, suggerisca una chiave di lettura, ma vi è un distico che chiarisce la finalità della poesia: “luoghi e tempi nutrono / aprono varchi al nostro divenire”. Dopo questo avvertimento al lettore la poetessa leva il suo canto prestando la sua voce alle lacerazioni, ai drammi, alle ferite sanguinolente, cruente, che il male provoca quotidianamente in noi che sembriamo vittime di un “mistero che si infittisce con la nostra presenza non sempre giustificata nel caos che ci circonda”. Il male è uno dei temi ricorrenti nella poesia della Camporesi, così come quello dei misteri che circondano la vita, le cose, i gesti che un’anima banale non riesce a cogliere. Si insiste troppo, a mio parere, con il rischio di cadere nella ovvietà, che la poesia della Camporesi inviti alla riflessione, elemento che indubbiamente non manca, ma non di quella riflessione che sfocia in una sentenziosità gnomica, ma una riflessione che porta all’intuizione di una verità. Mi sembra giusto chiudere questa serie di brevi notazioni con le parole di Alessio Brandolini che con saggezza critica non comune esprime il significato vero e profondo della poesia della Camporesi: «Quello di Caterina Camporesi è un corpo poetico suadente e dalla rara forza educativa, fatto di ustioni, fuochi e buchi neri. Di calce viva che chiude crepe e ferite. Di fiotti bollenti che sgorgano dalle viscere. Di quel continuo annidarsi e annodarsi in se stessa, alla vita, ai ricordi, alla forza dei sensi e del pensiero filosofico. Senza certezze assolute né sentimentalismi perché alla quadratura del cerchio la Camporesi predilige “la sinuosità appuntita /del poligono irregolare”.»



lunedì 13 febbraio 2012

Grumi di verità: su Fili d'aquilone recensione di De Gregorio a Camporesi


FILI D'AQUILONE
rivista d'immagini, idee e Poesia

Numero 25
gennaio/marzo 2012 Grumi & Nodi

GRUMI DI VERITÀ
Sull'ultimo libro di poesia di Caterina Camporesi
di Anna Elisa De Gregorio

Già il titolo di quest’ultimo elegante e acuto libro di Caterina Camporesi, Dove il vero si coagula (Raffaelli, 2011), è una “dichiarazione di poetica”, un’indicazione precisa di lettura. Percorso lungo quello della nostra poeta (siamo alla sua sesta raccolta) verso una piena maturità artistica e una ribadita ricerca di essenzialità e profondità. Parole alchemiche che fanno da battistrada e si portano dentro e dietro cento altre parole, coaguli di pensiero e corolle di senso sempre più ampie inversamente proporzionali alla assoluta povertà di orpelli, aggettivi, punteggiature, congiunzioni: «dimora si fa il mondo/ grembo di parole/ acque battesimali// rimargina nessi/ lungo ponti precari/ a tratti ospitali».
Camporesi è attenta osservatrice e ospite, in un continuo passaggio, del mondo dove l’unico porto è la parola creatrice, dove l’unico racconto e raccolto è una pietas che ci affratella tutti. Epitomi come specchi nei quali ci incontriamo, scontriamo e soprattutto ci scopriamo. Troviamo noi stessi e la “nostra” verità (i versi ermetici liberano ogni possibile ermeneutica...) in un gioco di domande sorelle, di evocazioni, di paure, e di speranze sebbene appollaiate su “scogli disperanti”, pur reduci da un quotidiano “tsunami”: «residui flutti di tsunami/ inaugurano frontiere/ suturano strappi/ inseguendo navi corsare// zattere di parole/ viatico salvifico/ sugli scogli disperanti». Quando la Camporesi si è avventurata nella liquidità della poesia pensava di allontanarsi mille miglia dal suo “solido” lavoro di psicanalista, in realtà il poeta lavora sulle anime, esattamente come fa lo psicanalista. Il metodo è antitetico (la Camporesi non vuole schemi, non desidera scavare soltanto nel proprio sé, vuole essere piuttosto testimone, eco del mondo che si consuma in sé), ma il risultato nel lettore è simile, quello di scardinare false certezze, di far intravedere vie e varchi di possibile salvezza sempre guardando nel proprio (nostro) passato, in nuda e totale onestà: «tempo non scaduto per ore incolte/ cerchiate nelle arcate di ieri/ ai colori infedeli// di silenzio intrise/ nella notte come avventuriere/ scardinano serrature di mondi»
Anche il titolo della prima sezione, un porto ai sé nascenti, dalla quale questi ultimi versi sono tolti, sembra dire che il poeta dà accoglienza nell’assenza ai sé nascenti , e poi ci fa dono del suo “udito” sensibile da artista, obbligandoci a nostra volta alla “riflessione”: «se non ora…/ mai?/ nell’assenza nasce il senso// alle frontiere/ crepe/ fronteggiano emozioni».
Nella seconda sezione, per scelta oculata, il linguaggio è ancora più essenziale e asciutto, poesie come epigrafi, vaticini di sibilla: «la soglia un tempo senza grata/ ora non accoglie// intatta tra le pieghe resta la pietà». Versi di grande fascinazione, allitterazioni, assonanze, oracoli sui quali riflettere: «negli archivi del desiderio/ scivola il ricordo// salvando fiamme/ per lampi di domani».
La nostra Sibilla ha il dono della chiaroveggenza e gioca, manomettendo magistralmente le carte-parole, con la sorte di noi mortali, insinua che niente è dato, nulla è chiarito. Non c’è un punto, né una fine, ma un continuo peregrinare: «nell’istante ponte/ meridiani e paralleli si scompaginano/ prefigurando altre mappe// atlanti si aggiornano/ anime scovano verginali sentieri/ argilla verdazzurro rimodella forme». E noi mortali restiamo lì, presi da incantamento, incauti arriviamo al fondo della caverna dove ci aspettano questi ultimi testi illuminanti sul compito della parola che «apre la porta all’azione/ inonda il versodove di scintille/ la giusta soluzione/ aiuta l’essere ad esserci». La nostra temerarietà ci ha portato alla fine del viaggio.
È stupefacente che dall’altra parte del mondo, in tutt’altra lingua e molto pragmaticamente un messaggio simile ci lascia Mark Strand, che nel suo Nuovo manuale di poesia al punto 19 scrive: «Se un uomo ha paura della morte,/ verrà salvato dalle sue poesie». E al punto 21: «Se un uomo finisce una poesia,/ si immergerà nella scia bianca della propria passione/ e verrà baciato dalla pagina bianca».
Strand, proprio come Camporesi, ci suggerisce che la poesia è un’amante che ci bacia attraverso la pagina scritta. Non dobbiamo insistere troppo sul come e il perché: si fa poesia per necessità d’amore. Per conoscerla, per averla dobbiamo scriverla (leggerla), entrare in punta di piedi in quei grumi necessari di verità.

Caterina Camporesi, Dove il vero si coagula, Raffaelli Editore, Rimini 2011, pagg. 99, euro 10,00 – con prefazione di Anna Antolisei.



CINQUE POESIE DI CATERINA CAMPORESI
da Dove il vero si coagula

*
si coagula in gola la parola
ormeggiata nella neve
chiaroveggenze gocciolano semenze
su frastuono di tuoni streganti
acque lustrali rischiarano anfratti
su fondo nero di pozzi riaperti

*
in cunicoli dove il vero si coagula
si stratificano inquiete sequenze
la luce dello spirito perfora palpebre
staziona in dilatate pupille
angoli d’anima si schiudono
al duplicarsi di luminanti perle

*
precipitano risposte a domande
insolute
in bocce imbastite si ritirano
sovvertono semenze di senso
snodando liturgici canti
in ondate di limbo

*
tempo sospeso
acquattato tra pieghe di pianto
nel vermiglio del travaglio
un parto ancora
per un porto ai sé nascenti
avidi di oceani aperti
(e)venti ascensionali

*
s’azzannano l’un l’atro come sparvieri
nel pantheon delle sentenze
ignoranti dell’io del dio
duellando sui diritti di vita morte
scalpitano sui bordi del vulcano
bocche vomitanti fuoco e cenere
tra negare per dire dire per negare
gonfio di vento s’affloscia il buon senso



Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944. Vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. È psicoterapeuta. Collabora con varie riviste, cartacee e on-line, con saggi sui rapporti tra psicoanalisi e creatività e con recensioni. È presente in diverse antologie poetiche. Ha tradotto dallo spagnolo L’attesa di Pablo Gozalves (Sinopia, 2007) e Nel concavo privilegio della dismemoria di Cé Mendizabal (con Claudio Cinti, Sinopia, 2010).
Ha pubblicato i libri di poesia: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio, Duende (2003, Finalista Premio Pascoli), Solchi e Nodi (2008) e il recente Dove il vero si coagula (Raffaelli, 2011).



 


mercoledì 10 settembre 2008

Solchi e nodi di Caterina Camporesi

lettura di Morena Fanti pubblicata in VDBD



È un rovesciare e rivoltare le tasche dell’anima, ciò che Caterina Camporesi ha fatto, scrivendo questo suo ultimo libro Solchi e nodi (Fara editore 2008, pagine 93, 10 euro).
Una scrittura senza veli e senza parole superflue, un darsi in totale libertà, penetrando nei Solchi nei corpi (prima parte del libro), solchi che inesorabili scavano il terreno su cui viviamo e incidono il nostro contorno. I solchi sono segni che il tempo e la vita lasciano sul nostro corpo, sul nostro viso, segni che ci tolgono materia su cui sognare: ” il volto della terra / e il nostro // perde ogni giorno sogni / in cambio di segni…”.
La mancanza di punteggiatura e di maiuscole, rende il verso come poggiato nell’aria e trascina il lettore con slancio, in una fusione totale con Camporesi e i suoi versi:

vene in piena abbandonano la loro pena
lungo ponti allucinati

si coagulano in lampi d’azzurro
accasciandosi in cuori di torba

Sono solchi che segnano il cammino, le strade che percorriamo, e lasciano tracce in cui ritrovare le ombre, quelle visibili anche con gli occhi chiusi: “scialli di nuvole gialle /si smagliano // screpolando scogli / ad occhi chiusi inseguono // sussurri in voluttuose volute / d’intriganti conchiglie”.

Eppure, tra tanti solchi, tra pieghe a volte dolorose, Camporesi riesce a mostrarci

lo stupore nei sensi
l’incanto ad ogni passo

resta bianca la strada
sotto il manto della notte

perché accanto ad ogni solco scuro e ruvido può nascondersi il colore e il profumo di un fiore: “l’amara erba degli addii cresce / accanto a gigli di campo // apre mute bocche di leone”.

Ma nei Nodi del tempo (seconda parte del libro) il verso si asciuga ancora e i verbi si fanno più taglienti, in un legare e raggrumare, ritrovando ferite e sofferenze. Non si nasconde dietro le parole, Caterina Camporesi, non ci addolcisce l’anima con aggettivi superflui o artifizi: “sanguinanti ferite faticano / a lasciare voci nel lago blu // nodi nel tempo / ombre e ambra negli occhi // nel quarzo tra antiche rovine / vene d’oro lumeggiano superfici”.

E ancora:

allarga lo sguardo
la vita esiliata

si ricrea nelle celle del pensiero
sconfinando in distese d’abissi

E nello sciogliere questi nodi, seppur non in modo totale, Camporesi ci accompagna tra dolori vissuti ed espiati, nel tempo che è già passato e che resterà con noi, mostrandoci una possibile visione che è anche espiazione e sollievo: “amare sere slegano parole / ruotano su gerle di vento // annegando in occhi / di notturne ombre // riemergono di giorno / come fili di luna”.

Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944 e vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. Svolge l’attività di psicoterapeuta. Già condirettrice de “La Rocca poesia” e redattrice de “Le Voci della Luna”, è socia di Sinopia (www.sinopiaonlus.org) e collabora con riviste cartacee e on-line come “Fili d’aquilone”. Ha pubblicato: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio e Duende (Marsilio, Collana elleffe, Venezia, 2003). È presente con “La sorte risanata” nell’antologia La coda della Galassia (Fara, 2005) e altre sue poesie sono state inserite ne La linea del Sillaro (Campanotto, 2006).
Ha recentemente pubblicato con Fara la silloge Solchi e Nodi (selezionata al Premio Montano 2008 e terzo premio al Badia di San Savino ) e il saggio “Gratitudine e poesia” inserito ne Lo spirito della poesia.

A Solchi e nodi, la Giuria della XXX edizione del Premio Nazionale di Poesia Antica Badia di San Savino (Pisa) ha attribuito per la Sezione B (libro edito) il terzo premio.
La cerimonia di premiazione si svolgerà sabato 13 settembre alle ore 15.00 presso la Badia di San Savino. Nel corso della cerimonia verrà consegnata gratuitamente una copia dell’antologia che contiene testi dei vincitori e di altri partecipanti.

martedì 21 maggio 2013

Caterina Camporesi premiata al Civetta di Minerva 2013

Consegna del terzo premio a Caterina Camporesi. Consegna Barbara Carle

Premiazione a Summonte (AV) 19 maggio 2013

 Motivazioni all'opera finalista Dove il vero si coagula 
di Caterina Camporesi
 
Una lirica essenziale per dare voce alle parole che provengono dal profondo. Interno ed esterno si rincorrono. Lacerti di sensazioni e forme di pensiero si riannodano per scandagliare l'io, la natura e il mondo, nell'intento di snidare grumi di verità presenti nella caverna dell'anima.
Immagini di chiara forza evocativa, dove il tormento e l'inquietudine vengono quasi a racchiudersi in un universo cristallizzato. Rivelazioni dell'essere e segmenti dell'esserci, tra il detto e il non-detto in un lessico febbrile e in poderose visioni che cercano di rinserrare l'enigma.
Tentativi di comunicabilità, l'oro dell'incontro, il disgelo, l'identità e le metamorfosi sono elementi qui espressi in economia, per sottrazione, come a sancire e a ridefinire il coagularsi delle parole, delle emozioni, delle cose – tra l'oblio e l'estasi – in una liricità dove il dettato giunge alla sua estrema semplificazione e significazione.

Starze di Summonte, 19 maggio 2013

Il Presidente  Domenico Cipriano                         Il Segretario  Lucio Dello Russo


CATERINA CAMPORESIDove il vero si coagula, Raffaelli Editore, 2011.
Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944 e vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. Svolge l’attività di psicoterapeuta. Già condirettrice de «La Rocca poesia» e redattrice de «Le Voci della Luna», è socia di Sinopia (www.sinopiaonlus.org) e collabora con riviste cartacee e on-line come «Fili d’aquilone». Ha pubblicato: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio, Duende (Marsilio, 2003), Solchi e nodi (Fara, 2008) e Dove il vero si coagula (Raffaelli, 2012). È presente con “La sorte risanata” nell’antologia La coda della Galassia (Fara, 2005) e altre sue poesie sono state inserite ne La linea del Sillaro (Campanotto, 2006).

mercoledì 25 novembre 2009

Su Solchi e Nodi di Caterina Camporesi

dal sito http://www.labileabile-traccia.com

scheda del libro qui

Una recensione 

a cura di Anna Antolisei






Caterina Camporesi, 
Solchi e Nodi
Fara Editore, Santarcangelo 
di Romagna, 2008



È curioso, davvero curioso come un’autrice tanto certa delle sue capacità espressive, così naturalmente incline a trasporre in versi il reale e l’immaginario attraverso il più opportuno, suadente equilibrio tra ragione e sentimento, scelga di dare alle stampe una silloge quale Solchi e Nodi, facendola precedere e seguire da una ridda tanto cospicua di commenti; vuoi in relazione alla specifica raccolta, vuoi circa le precedenti opere e, addirittura, riguardo alla solidità della sua figura di poeta. Commenti esperti, lucidissimi e perfettamente in tono — beninteso — ma che paiono eccedenti, inessenziali, superflui se paragonati a ciò che la “vis lirica” della Camporesi sa dire da sé, nuda e immediata, a qualunque lettore avvezzo a nutrirsi di Poesia.
Che tale scelta sia dovuta ad una sorta d’insicurezza dell’autrice? È da escludere, come subito ci dimostra il fluire costante, privo di esitazioni che caratterizza i versi stessi, quasi più incisi nel tessuto della pagina che acquerellati su di essa. Né si può ritenere, assolutamente, che l’esubero di conferme dipenda da un dubbio costume affermatosi oggi con inusitato vigore soprattutto nella narrativa: se così fosse, ben diverse e meno impegnate sarebbero le scelte tematiche ed espositive di Caterina Camporesi.
Si può ipotizzare, piuttosto, dalla mirabile prefazione-analisi di Massimo Sannelli, la volontà di compiere un’erudita, quasi chirurgica dissezione della spinta ispiratrice dell’opera; eseguita allo scopo di confermare come e quanto la matrice di questa stessa propulsione affondi le radici in una tradizione lirica, tanto nobile e antica da risultare imprescindibile.
Qui, invece, vorremmo fermarci al più elementare “apparire” della composizione: a quello stesso “apparire” che diviene un “essere” sostanziale se si è ben determinati ad eseguire un tipo di esame giocabile solo su pochi e privilegiati autori. Alludo al compiere un etereo volo che lambisca appena la straordinaria armonia con cui la Camporesi sa avvolgere, con salda leggerezza, la parola attorno al significato; alludo al sostare solo laddove ci sembra che la Poesia raggiunga meglio il suo scopo forse primario, di certo troppo spesso dimenticato, che è quello d’incantare: incantare orecchio, mente, anima del lettore attraverso la melodia densa di significati che, dal verso, si propaga all’infinito, come una eco, in tutta la sua suggestione.
Ecco un facile esempio che, tra i molti spendibili, viene estrapolato dalle prime pagine del capitolo Solchi nei corpi: “salescende la luna tra calli e ponti/ tesse mutamenti sciogliendo giuramenti/ l’universo intanto invano stupisce/ serrando il male in trappole d’inganni”.
Si noti quanto sia carezzevole il suono dei primi due versi, collocati lì ad hoc per introdurre con ingannevole scioltezza l’avvento dei successivi, sfatanti endecasillabi che pongono invece un’asprigna ipoteca su qualsivoglia afflato d’irreale e romantica aspettativa.
Tanto avveduto quanto fascinoso ed efficace, poi, l’espediente (inconscio?) di compiere l’operazione inversa poco più tardi, quando il disincanto di “occhi di pietra dura/ dolore deposto sulla soglia” si stempera lievemente in un “lo innalzano i venti/ scompigliando”, per sciogliersi di getto nell’immagine saettante ma intenerita dei “fulmini di verità/ su onde raggianti di grano”.
Un’altra caratteristica quanto mai diretta ed immediatamente afferrabile della Camporesi sta, in quest’opera, nell’uso promiscuo del suo linguaggio: promiscuità alla quale l’autrice ricorre, nuovamente con una disinvoltura assai ben calibrata, tra il classicismo dominante nel vocabolario e nella struttura del periodo, e quel tocco di attualità che chiama in causa — sia in Solchi nei corpi, sia nel successivo Nodi nel tempo — espressioni tanto correnti nella lingua parlata, quanto incisive proprio nel sottolineare i punti dov’è maggiormente opportuno creare lo “stacco”, l’istante di stupore che dà forza (e inusitata) all’intero passaggio. “L’ideale sui campi di Marte/ inatteso siede alla tavola delle trattative/ si macchia della colpa/ d’istigazione a delinquere” sono versi, in questo senso, già esplicativi a sufficienza, ma l’effetto si rafforza all’inopinato incontro con “si fa mondo il girotondo/ quando tutti cadono a terra”. E, più avanti, le “sequenze di vite sospese/ su ponti invisibili/ generosi ricordi/ tempi supplementari/ per diventare/ quello che mai sono stati” diventano concatenazioni agonistiche che meglio non potrebbero rendere il senso di fatale irrecuperabilità delle memorie che il tempo, con somma perizia, è solito manipolare.
Ma nel contesto dell’intero compendio poetico che si dipana — ci ricorda Sannelli — tra “solchi e nodi, depressioni e increspature, picchi e crolli, gonfiori e rughe”; nella silloge che canta la vulnerabile pienezza di una comunità umana che “si riconosce nel vincolo della necessità, della decadenza e della morte” dove tutto accade una sola volta e poi è destinato a sparire, ecco che “la Parola si dà: non una ma più volte”. Ecco che mentre “rotolano idee/ in ogni dove” per uscire dai solchi che sarebbero il loro habitat; mentre anche la pagina-spazio è un’entità provvisoria, alcuni versi di Caterina Camporesi si fissano invece nella coscienza del lettore con un piglio quasi aforistico. “Troppo breve la vita per riempirla/ si colma svuotandola” ci pare, ad esempio, non solo il manifesto dell’opera stessa, ma una verità così pregnante e ineluttabile, espressa con tale melanconica accettazione che basta da sé a rendere l’aleatorietà dell’esistenza un dato che, almeno sotto il profilo letterario, pare assai meno transitorio.

Anna Antolisei

lunedì 23 luglio 2012

Su Dove il vero si coagula di Caterina Camporesi

Raffaelli Editore, 2011

recensione di Vincenzo D’Alessio

Ho ricevuto a maggio di quest’anno la raccolta di versi della poeta Caterina Camporesi Dove il vero si coagula. Ho accolto l’invito a leggerla con la medesima passione che mi spinse a leggere la precedente raccolta: Solchi e nodi, pubblicata presso le Edizioni Fara di Rimini nel 2008. L’autrice ha affinato, in questo tempo, le armi della ricerca poetica. Ha navigato nel mare delle traduzioni di altri poeti, in lingua diversa dall’Italiano. Motivi nuovi, metafore struggenti, allitterazioni e assonanze, una cura certosina della ricerca lessicale. Praticamente un pentagramma asciutto con suoni che ispirano il senso della distanza che passa tra una nota e la sua pausa. Il silenzio ha un suono epifanico: “tempo sospeso / (…) un parto ancora / per un porto ai sé nascenti” (pag. 46). I versi di questa poesia sono scelti come epigrafe alla prima parte della raccolta: la nascita!

C’è un momento più alto e più significativamente naturale di questo?

Ascoltate il pianto del neonato nelle “pieghe di pianto” della madre: entrambi soffrono “nel vermiglio del travaglio” approdando nel porto dei “nascenti”. Il porto sepolto che viene alla luce, l’attimo sospeso che riprende la corsa, “avidi di oceani aperti” , dall’acqua del parto all’acqua dell’oceano mare-umanità. Quanta bella poesia richiamano i versi della Camporesi: da Ungaretti a Montale a Gatto e avanti ancora nella poesia di questo nuovo secolo.

Questa raccolta “coagula” il vero della quotidianità, una silloge della verità cercata, oltre gli abissi, le vette innevate delle Ande, gli antri che somigliano all’utero materno, alle divinità ctonie, all’energia interminabile del fuoco che distrugge e rigenera l’esistente, alla magia antica che ammalia da secoli: l’uso della parola, questa materia informe generata dal pensiero e coagulata nella gola come suono e senso, che formano un’unica sostanza: “si coagula in gola la parola / ormeggiata nella neve” (pag. 21). Purezza che aspetta di salpare, oltre le tempeste dell’esistere, alla ricerca: “scova verità sepolte il suono / nel ritmo che eterna il senso / chiudendo porte alla morte” (pag. 48).

Bellissima ricerca. Stupenda armonia dei versi disposti l’uno all’altro senza malta, sovrapponendosi come mura ciclopiche di antiche presenze, ritmati dal verbo posto sempre al modo gerundio, di tempo sospeso di attese, di accoglienza, per ospitare: “il pensiero si snoda dal panico / inondando di rosso il bosco / ritrova il verso del cuore” (pag. 48). L’intera prima parte si muove in questa direzione: offrire al lettore “grani di verità”, dove il tempo scorre in una filosofia del pensiero che si avvicina tanto alla scuola di Elea: “alla scelta oculata” per accordare la Natura e gli Dei.

“se il contenitore si stringe / e fuori spinge / per scelta oculata / non per sorte data / meno diventa più” (pag. 61). Questi versi sono eponimi della seconda parte della raccolta di Caterina Camporesi, parte che accoglie una maggiore sonorità,una più facile conquista della rotta indicata: “scavalcarla con calma la ragione / cullarsi nell’ancora del sogno / dove il verso si esilia” (pag. 66). Compaiono con maggiore frequenza le assonanze, il ritmo poetico si distende in versi più lunghi, l’enjambment snoda l’intrigo dei percorsi richiamati avviluppando “insperate metafore / in combinazione di inedite sinergie”(pag.  72).
“si snoda il sogno della danza” (pag. 73): leggendo questo capoverso è tornata alla memoria visiva l’immagine della danza della morte con tutti i personaggi del film Il settimo sigillo, nella sua parte finale, dove a salvarsi non sono quei “molti anelano danzare nel castello” ma la piccola famiglia che portava con sé il nascente contratto con l’esistenza: la continuità della vita.

Bene ha scritto il grande letterato Massimo Sannelli a proposito di questa “forte” raccolta poetica nel suo “frammento per Caterina Camporesi” (novembre 2011, Poesia 2.0): “dopo le insane presenze, ci saranno le vere presenze: il vero coagulato, che era fluido, bisogna leggerlo come lettori di intenzioni e di biografie, non solo di testi.”
Egli ha profonde ragioni metalinguistiche e filosofiche nel mietere il tempo del fare nella poetica della Nostra. E aggiunge di sé dopo la lettura della presente raccolta: “cerco le ragioni per restare nella vita. di un poeta, un primissimo amico, vidi un quadro: uno spazio bianco inondato dal sangue, perché volle morire; e quel poeta rilesse l’Apréslude di Benn e si disse da solo: “resta”. (…) ecco, la poesia dovrebbe lavorare come la glossa al solo imperativo “resta” (lo stesso dei discepoli smarriti e un po’ ciechi – si tratta di noi, è chiaro – ad Emmaus: resta con noi, perché si fa sera).

La Camporesi in questa raccolta ha offerto al suo lettore una meravigliosa strada per superare il dolore dell’Essere: “nel cuore che vive / aprendosi al dono / torna il vigore / dal fondo risale ai bordi / nell’amo che si rilancia” (pag. 40). L’intera raccolta vibra di un’anima poetica pura nella ricerca del “vero” che si apre verso la Speranza che per i poeti resta il fluire dell’Eterna Verità.

lunedì 29 dicembre 2008

Su Solchi e Nodi di Caterina Camporesi


recensione di Guido Passini pubblicata in

respirandopoesia.altervista.org


scheda del libro:
www.faraeditore.it/html/siacosache/solchienodi.html

Cenni biografici
Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1944 e vive tra Rimini, la Garfagnana e Roma. Svolge l’attività di psicoterapeuta. Già condirettrice de «La Rocca poesia» e redattrice de «Le Voci della Luna», è socia di Sinopia (www.sinopiaonlus.org) e collabora con riviste cartacee e on-line come «Fili d’aquilone».
Ha pubblicato: Poesie di una psicologa, Sulla porta del tempo, Agli strali del silenzio e Duende (Marsilio, Collana elleffe, Venezia, 2003). È presente con “La sorte risanata” nell’antologia La coda della Galassia (Fara, 2005) e altre sue poesie sono state inserite ne La linea del Sillaro (Campanotto, 2006).
Nel 2008 esce il suo libro Solchi e Nodi edito da Fara Editore.

Recensione

Solchi e Nodi è un libro che rappresenta la maturità di Caterina Camporesi, quella maturità in un percorso emotivo e lavorativo che da anni la vede in primo piano. Quando leggo un libro di poesia tendo sempre a cercare di capire chi ho di fronte, documentandomi sulla persona e sul suo modo di fare poesia. Per questo credo che il titolo abbia un significato che imprime a tutto il progetto una forte dimostrazione dell’intensità e dell’empatia di questo libro. Letto il titolo, mi sono chiesto più volte cosa volesse trasmettere Caterina, e poi una piccola folgorazione mi ha colpito … I nodi … i nodi definiscono ciò che blocca, che limita, che impedisce l’elasticità mentale e comportamentale dell’uomo. Mentre i solchi? I solchi sono le tracce che hanno sciolto questi nodi, dando spazio alle parole dei versi di Caterina, che dopo un’attenta riflessione interna sfoggia poesia ermetica, ma realista, minimalista, ma al tempo stesso completa. La frase iniziale del libro “luoghi e tempi nutrono / aprono varchi al nostro divenire” è un segno di come Caterina ha fatto tesoro del tempo e del suo vissuto, nelle vicende più disparate, nelle più tristi o nelle più felici. Assimilandoli, elaborandoli, ma soprattutto capendone l’importanza, possiamo crescere e sciogliere quei nodi che piano si stringono nel momento in cui ci lasciamo andare. I versi di Caterina sono privi di punteggiatura, ma non per questo esuli da pause e stacchi importanti: nonostante la lunghezza dei versi, il ritmo arriva compulsivo e veloce, generando quell’agitazione del momento. Il compito dell’autrice, raro nel resistere in un libro di poesia, è quello di indirizzare il lettore verso una via, o un solco, e lasciare che intraprenda il significato che più ritiene opportuno, proprio per questo Caterina sceglie volutamente di non dare titoli ai propri scritti, per non traviare il lettore nel suo cammino. Sono tutte piccole gemme che non necessitano una lettura continua pagina per pagina, ma anche dislocata senza comunque perdere il significato finale del libro. Solchi e Nodi, un libro di poesia che fa della psicoterapia un modo per emozionare e suggestionare il lettore. Caterina mette tra le nostre mani un piccolo pezzo di creta, che verrà plasmato con le nostre membra, con il nostro cuore e diverrà quello che vorremmo vedere. Caterina è un’autrice che non si limita nei pensieri e nelle emozioni, le mette lì in vista, a disposizione: al lettore quindi il duro compito di guardarsi dentro. I complimenti da un uomo che fa della poesia un saggio sul proprio passato, scavando e scovando in ogni verso un dolore che a volte sembra assopito, ma sempre costante, una diversa rappresentazione ma che in un qualche modo ci accomuna, almeno nell’intento...

martedì 13 maggio 2008

Due cuori di donna, una sola poesia

recensione di Nicola Vacca pubblicata in nicolavacca.splinder.com

La poesia è necessaria per capire il divenire. Lo sa benissimo Caterina Camporesi, che nel suo ultimo Solchi e nodi (Fara editore, pagine 93, 10 euro) si cimenta con la realtà di un’esperienza esistenziale che nella parola sa essere misura di tutte le cose.
L’ultima poesia della Camporesi è un modo intrigante del guardarsi dentro: «luoghi e tempi nutrono / aprono varchi al nostro divenire». Con queste parole la poetessa avverte il lettore che si accinge a cimentarsi con i suoi versi.
Una sorta di premessa etica con la quale la Camporesi entra nel dedalo problematico dell’universo e dei solchi e nodi di quel tempo reale, nel quale scorrono le nostre vite.
Va nella profondità degli attimi la cifra esistenziale della poetessa, che presta la sua voce alle ferite che il male traccia nella vita di tutti i giorni e di cui noi siamo le vittime di un mistero che si infittisce con la nostra presenza forse non sempre giustificata nel caos che ci circonda.
«Troppo breve la vita / per riempirla / si colma svuotandola». Questi versi catturano il pensiero che si ripete in ogni gesto umano. Caterina Camporesi gioca con la vita e con i suoi colpi mortali per sentirsi viva. Non è sempre facile fare tesoro degli attimi che ci sono stati donati: «muore l’orizzonte / sul molo dei millenni / rotolano idee in ogni dove / accerchiano indizi e insidie / opaco il mistero continua / ad imperare».
Bisogna toccare gli abissi dei solchi della vita che ferisce e sciogliere i nodi del tempo. Soltanto così si avrà il coraggio affrontare il malfermo inverno della nostra condizione umana.
La poesia di Caterina Camporesi è l’inventario delle ferite sanguinanti dell’anima e del cuore. Ma soprattutto è un canto esistenziale che predilige il pensiero che si disperde nello stupore dei sensi. Forte di questa convinzione la Camporesi arriverà a scrivere che
«ad ogni istante sulla scena del mondo / risuona il colpo di grazia».
Nella dimora della parola la poesia concede alla vita un’altra possibilità.

È onesta la poesia che arrischia le strade del cuore. Sono davvero rari i poeti che hanno il coraggio disinteressato di affrontare le ferite insanabili del male di vivere con le parole incendiarie della passione.
Nicoletta Verzicco con il suo Sangue dei papaveri (Fara editore, pagine 66, 10 euro) scrive versi di puro amore e appicca incendi di passione con una trasparenza scomoda e irriverente, che mette nell’angolo l’ipocrisia delle convenzioni ambigue, disarma le paure del nostro tempo e del pensiero debole che lo caratterizza.
Nicoletta è una poetessa-guerriero che imbraccia le armi della passione e del sentimento, per affermare l’importanza controcorrente del sentire in un’epoca nella quale tutto quello che è romantico viene considerato disdicevole.
La Verzicco è nuda davanti al disordine dl reale: «
Acerrimo nemico / sfodera la tua / spada affilata / brandirò parole / caustiche / per affrontarti / sarà un duello / ad armi pari».
Dall’osservatorio sentimentale della sua nudità, la poetessa attraversa l’oscurità fredda del mondo che facilmente rinuncia alle passioni per precipitare nell’abisso di un nichilismo dal quale l’uomo difficilmente tornerà.
Nicoletta Verzicco percorre pericolosamente il campo minato dell’esistenza. La poetessa lascia che il suo cuore sprigioni tutta la forza magnetica delle passioni. Nella sua poesia difende con le unghie la scelta interiore del sentire e la grazia del suo pensiero inatteso, che sconvolge e scuote i sensi intorpiditi dalla ragione.

giovedì 26 febbraio 2009

Pablo Gozalves nella traduzione di Caterina Camporesi


da ilibrintesta.splinder.com
scritto da Alessio Brandolini alle ore 12:23 | link | commenti
categorie: poesia, libri

Sulla scia dei grandi poeti boliviani (come Jaime Saenz, Blanca Wiethüchter e tanti altri) Pablo Gozalves, nato a La Paz, dove vive, nel 1977, fa il suo esordio letterario nel 2005, con la raccolta poetica La espera, tradotta in italiano dalla poetessa Caterina Camporesi, con il titolo L'attesa (libro diviso in quattro parti o momenti) e pubblicata dalla casa editrice veneziana Sinopia, che molto sta facendo per diffondere in Italia la buona poesia boliviana. Pablo Gozalvez è anche artista grafico e pittore, e le sue opere sono state esposte non solo in Bolivia ma anche all'estero. Lo scrivo perché il libro contiene quattro disegni a china dell'Autore, simbolici-grotteschi, di volti che sembrano maschere deformate dal dolore (o dall'attesa?). L'attesa è un esordio che convince, meditato nella costruzione, maturato nel silenzio ("La poesia è silenzio /e il silenzio /macchia / dello spirito") e nella contemplazione, "masticando idee" tutti i giorni, fatto di poesie intense e simboliche, levigate nel linguaggio, che spesso dicono tutto in pochi versi:

Pablo Gozalves, L'attesa
Fermarsi
al filo dell'abisso
e comprendere
che lo spirito
attende nel limite.

Solitudine vedetta.

Come scrive Caterina Camporesi (che da poco, ma lo fa bene, si cimenta nell'arte della traduzione) nel saggio che chiude la raccolta "la poesia, grazie al misterioso intreccio di suoni e senso, possiede il meraviglioso dono di comunicare l'essenza del suo significato letterale". Ecco, L'attesa comunica qualcosa di profondo ed essenziale, come un desiderio d'avvicinamento e di scoperta, i passi fatti in solitudine, le titubanze e le speranze dell'atto creativo, le discussioni con un se stesso osservato dall'esterno, e poi di un'altra presenza ("un terzo Occhio") e quella della donna amata con il suo corpo che risplende ("La tua pelle / delinea / il silenzio / le tue mani / infiammano / l'infinito"). Lo fa per gradi, per "pennellate", allargando il verso e ampiando il respiro del testo nella parte finale del libro, ma sempre tacendo sui particolari, sui dettagli - affidandosi ai suoni e al ritmo - di una ricerca esistenziale e sentimentale che intreccia il dolore al desiderio e all'estasi, la fragilità dell'essere e dell'sistere alla forza dell'amore, dei gesti e dell'erotismo. Così come avvicina (e fonde) i versi alla pittura:

Uno specchio in un foglio.
Un pezzo di carbone che penetra nello specchio
e abbozza una figura.
Varie orme rincorrono altre orme.
Alla furia delle linee sovrapposte
seguono ore di contemplazione e di distanza.

All'improvviso, la presenza si manifesta,
ordina e delinea le tracce;
le agita e le mette in discussione.

Lo specchio e il foglio si separano,
divorziano nel limite per liberare un esito.
Una rivoluzione nei sensi.

Anche La Paz rimane sullo sfondo, avvolta in un alone metafisico, soltanto in chisura si delina ma subito "si dissolve nello specchio". Nella città "Uomini di cera abitano vie e strade, /avanzano, /travalicano la giuntura secca delle mani. /Goccia a goccia / si sciolgono all'orizzonte".

Pablo Gozalves, (Sinopia, Venezia 2007, a cura e traduzione di Caterina Camporesi, pagg.86, s.i.p. – con una prefazione di Martha Canfield e quattro disegni dell’Autore)

martedì 26 agosto 2008

Su Solchi e Nodi di Caterina Camporesi


recensione di Nunzio Festa pubblicata sabato 23 agosto 2008 in VolObliquo ArtePoesia


Solchi e nodi, ultima esperienza poetica data alle stampe da Caterina Camporesi, è lettura atroce. Sono versi che tengono la loro atrocità. La durezza elevata all'ennesima potenza: una cosa che fa persino bene. Più nodi, che solchi. Eppure una lettura – d'intensità – che porta a comprendere l'autorevolezza dell'autrice. Poesie, 'ovviamente', senza titolo. Componimenti strazianti e dilaniati dalle sorti del presente. Il male ha già fatto quello che poteva fare, a tutte e tutti. La cattiva sorte. I nodi hanno legatura che non perdona. Eppure, dalla lettura della silloge, dovrebbe venire fuori che esistono degli impegni da compiere. La poesia della Camporesi è crudele. In quanto le strofe minime accolgono tanto di quello che è l'oggi visto con la lente del pessimismo e, allo stesso tempo, della realtà elevata ad comprensibile assurdo. «acque ristagno / in gole piagate // nude emozioni si contorcono / gemmando diamanti in bocche spinate». In poche parole è condensato il segno dell'autrice. Come una chiusa che potrebbe, persino, servire a dichiarare altro ancora: «'universo intanto invano stupisce / serrando il male in trappole d'inganni». Scompigliando le regole consolidate, si può dire che il contenuto dice di una condizione di dolore che il Pianeta assicura all'umanità, e ancora – quasi fra parentesi – altra durezza che sta nel vedere un buio condizionato dall'azione dell'inganno. Non sono necessarie, qui e ora, rime. La severità allucinata e razionale di Caterina Camporesi è rigata d'incisioni che appiano praticamente tutte quanti a mo' d'epigrafe. I versi di Solchi e nodi sono utili per guardare allo specchio quella condizione, perfino, d'impotenza che si mette nelle vite e dalle vite vuole essere vissuta quale motivo immodificabile. Ma qui siamo al fiato della rassegnazione che puzza di passo indietro. Mentre la poesia di C. Camporesi sembra fare comunque per dire passi in più. I nodi portati sulla pagina dalle poetessa sono difficilissimi da sciogliere. E sono miliardi. Però la durezza del muro deve essere sconfitta dalla potenza della volontà.


martedì 24 novembre 2015

Poesia protesa alla rivelazione dell'esistenza

su  Muove il dove di  Caterina Camporesi
Raffaelli Editore 2015

recensione di Vincenzo D'Alessio



La nuova raccolta della poeta Caterina Camporesi, data alle stampe presso l’editore Raffaelli di Rimini, ad ottobre di quest’anno, reca il titolo  Muove il dove: cinquanta pagine di puri corpi poetici brevi che invitano il lettore all’esigenza della ricerca.

L’esergo apposto alla raccolta è un aforisma del filosofo Ludwig Wittgenstein, scomparso agli inizi degli anni Ciquanta del Novecento, che recita: “Impossibile scrivere in maniera / più vera di quanto si è veri”. Il fondatore della logica e della filosofia del linguaggio ha prestato alla Nostra la penna per scrivere i versi di questa raccolta.

“(…) Muove il dove nell’altrove” (pag.50) questi versi eponimi indicano la direzione che la musicalità essenziale dei componimenti, riservano al lettore. Il verbo muove ha come soggetto “il dove”: non è la realtà che ci circonda ma il giardino del Mistero che attrae lo sguardo della poeta, anche il nostro, invitato dai bagliori dei fuochi oltre il deserto dell’esistenza: “sprigiona folgoranti lampi / il buio a lungo sigillato/ strinando arcaici ieri / dona al domani sentieri” (pag. 23).

Il mito “dell’altrove”, il monte sacro ai poeti, dove la sferza del dolore materiale non ha più il potere di incupire lo sguardo, di martoriare la carne, di imprimere lutti; la forza rigeneratrice continua che: “apre al mistero / la porta del cielo / sprigiona scintille / sulla terra” (pag. 27) La grandezza di questa raccolta sta nella scelta delle parole che formano i versi, simili ai dolmen che i sacerdoti preistorici ponevano nelle sterminate aree della Francia per indicare il percorso da seguire nelle cerimonie sacre.

Muoversi, è l’invito della poeta Camporesi, che corrisponde alla ricerca costante, instancabile, di quel verbum che è divenuta carne nei Vangeli, che ha sfamato sulla riva del mare di Genezareth migliaia di affamati. Lo indicano i versi a pag. 22: “(…) ormeggiano parole / (…) traslocano da bocca a bocca / impazienti d’impastarsi”. Bisogna avere un cuore robusto per seguire il cammino che la Nostra ci invita a seguire attraverso la parola e non è facile accogliere l’invito quando il reale ci stringe “(…) nella paradossale congerie dei tempi” (pag. 25).

Quando mai, se non nel tempo dei Miti, ci sono state epoche di pace per l’Umanità?

La Poesia vera è farina che lievita da migliaia di anni; i sentimenti ne formano il lievito; la ragione l’acqua per l’impasto. Camporesi ha fatto sua questa lezione nel corso del suo percorso poetico, si affida in tutte le composizioni a soggetti legati alla logica: particelle pronominali, diverse volte lo sguardo, altre volte la ragione, la parola, l’incontro, il buio, il suono, il canto. Siamo di fronte agli effetti di una causa data dal muoversi della parola, la ricerca per raggiungere il fare (“poiesis”) che si sublima come un instancabilmente vulcano dell’altrove per risalire nella corsa del tempo presente degli umani: “da abissi di corpomente / si risolleva il pensiero / come luce di fuoco risale / per avvampare il tutto” (pag. 57).

Torna alla mente la forza motrice del pianeta che si affaccia attraverso i vulcani: distrugge, riduce gli spazi e dalla distruzione lentamente riaffiora la vita nei piccoli arbusti tra le rocce ignee. Nei versi di questa raccolta si colgono rime alternate, assonanze, parole costruite per l’esigenza poetica (es: presentepassatofuturo (pag. 25), emozionivoce (pag. 45), corpomente (pag. 57), similitudini e sovente il se modale accanto all’uso dei verbi al gerundio (il modo dell’indefinito).

La raccolta è un cammino proteso alla rivelazione dell’esistenza: “esserci è parola / che all’azione spinge / silenzio” (pag. 71). Compare la lezione filosofica del XVII secolo: Cogito ergo sum (Cartesio), trascritta poeticamente in versi moderni: Loquor, ergo sum. L’invito è all’azione poetica scelta come rivelazione in mezzo agli uomini. Il fare rimane ad indicare il cammino per chi legge ora e per chi leggerà in futuro, quando il silenzio spegnerà la fiammella umana del poeta ma non il calore della sua poetica: quel calore vero resterà sempre nella memoria: “azione collettiva”.

Concludo affiancando i versi di Caterina Camporesi alla voce inestinguibile del poeta Giuseppe Ungaretti riprendendo i versi della poesia Sentimenti del tempo (scritta nel 1931): “(…) La lontananza aperta alla misura, / Ogni mio palpito, come usa il cuore, / Ma ora l’ascolto, / T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra / Le tue labbra ultime.”

Montoro, 24 novembre 2015

sabato 5 marzo 2011

Su Dove il vero si coagula di Caterina Camporesi

Raffaelli Editore, Rimini, 2011
L'acqua scende a valle - Stefano CammelliMi ha sempre affascinato l’identico suono della congiunzione “se” e del pronome “sé”:   l’uomo è infatti l’essere vivente per eccellenza che dubita e quindi si pone domande. Al tempo stesso è questo dubitare che consente all’uomo di aprirsi al mondo, di relazionarsi, di trovare le coordinate del proprio cammino e in definitiva di identificarsi e costruire il proprio sé: «precipitano risposte a domande / insolute / in bocche imbastite si ritirano» (p. 34); «nel cuore che vive / aprendosi al dono / torna il vigore» (p. 40)
Il titolo della prima sezione di questa nuova raccolta di Caterina Camporesi, “un porto ai sé nascenti”, non poteva non colpirmi. È infatti una dichiarazione di poetica che mi trova molto in sintonia. La scrittura accogliente eppure chirurgicamente analitica, indagante e provocatoria (nel senso etimologico di una parola che richiama la nostra attenzione) si offre con umiltà al lettore che non può restare indifferente a queste poesie così ricche di verità “coagulata” in immagini, metafore e figure retoriche non certo stereotipate ma autentiche, incisive e contemporanee: «si coagula la parola / ormeggiata nella neve» (p. 21); «la luce dello spirito perfora palpebre / staziona in dilatate pupille» (p. 22); «sui ponti a sorpresa a sera / caschi di fiori bianchi / silenziano fiumi» (p. 47).
In queste pagine è riconoscibilissimo lo stile nudo e vigoroso della Nostra: tutto è stato con cura essenzializzato, il ritmo mai cullante sostiene versi carichi di senso, allitterazioni e assonanze riecheggiano ovunque e non sono mai gioco artificioso bensì una chiave interpretativa donata al lettore invitato a rimasticare queste scarne parole per goderne il sapore intenso e durevole: «sibili sconnessi / alternano abissi estasi» (e qui mi pare interessante la possibilità di separare nella dizione e-stasi, così che l’estasi diventi anche una “stasi”, una situazione misticamente inattaccabile dall’abisso); «nel vermiglio del travaglio / un parto ancora / per un porto ai sé nascenti» (p. 46);  «scova verità sepolte il suono / nel ritmo che eterna il senso / chiudendo porte alla morte» (p.48).

La seconda parte dell’opera, “per scelta oculata”, ha già dal titolo un tono etico-sapienziale di estremo interesse e ne troviamo una bellissima sintesi negli ultimi due versi della raccolta: «la giusta soluzione // aiuta l’essere ad esserci» (p. 87). Ritengo che in questa parte il messaggio di Camporesi sia particolarmente attento all’analisi della realtà, allo svelamento delle ingiustizie, delle ipocrisie e delle tragedie del nostro mondo “globale” così pericolosamente a corto di spirito e di empatia, e desideri sommessamente (ma con forza tellurica) scuoterci dal torpore illusorio e consumistico che vela le menti e addormenta le coscienze: «residui flutti di tsunami / inaugurano frontiere / suturano strappi / inseguendo navi corsare» (p. 53); «tra inquietudini stanziali / torna a spaesarsi l’io nomade / bramando erranza» (p. 56); «se il contenitore si stringe / e fuori spinge // per scelta oculata / non per sorte data / meno diventa più» (p . 61); «non manca niente / oltre l’incontro / se non l’anima spoglia» (p. 65); «la fede nel tutto / non sostiene più la vita // si frammenta e si rinsalda / nell’io che muta / nel possibile che albeggia» (p. 76).

Concludo questa nota di lettura con una poesia emblematica, che riproduco senza commento se non questi aggettivi “inquietante e splendida”: «molti anelano danzare nel castello / pochi liberi di ondeggiare dentro e fuori // tanti appesi eternamente alla soglia / troppi asseragliati in oscure prigioni»  (p. 70).

Mi piace considerare Dove il vero si coagula una sorta di salterio laico perché c’è sempre una estrema attenzione all’altro e all’oltre, al senso e al perché del tutto incapsulato nelle questioni più profonde e ineludibili del sé. Con poeti come Caterina Camporesi possiamo ben dire che anche oggi la poesia possa offrire una speranza, indicare una salvezza, donare bellezza alle nostre anime che sembrano ritirarsi dal mondo (cfr. p. 78).
(AR)

giovedì 31 luglio 2008

Su Solchi e nodi di Caterina Camporesi


di Franco Casadei
Il nuovo libro di poesie di Caterina Camporesi, Solchi e nodi, ha un titolo che è già un merito. Credo che solo la Camporesi possa inventarsi titoli simili, con la sua capacità di scandagliare l'anima, sua e di chi le sta intorno: sequenze di vita sospese, vene in dirupi, i deserti insanguinati, le gole piagate.
Solchi, cioè ferite, tagli che chiedono di essere sanati; ma anche fenditure, aperture nel cuore della terra, pronte alla seminagione, alla protezione profonda delle cose. Nodi, cioè ostacoli, resistenze, vincoli; ma anche punti fermi, stabilità, coraggio.
È, il suo, un linguaggio che implica un impegno intellettuale e… affettivo alla parola e alla situazione, non permette distrazioni. Non è una poesia riposante (non deve esserlo mai, in un certo senso!). Ha dentro una forza che scava, che snida. Descrive il tormento, la ricerca, si guarda intorno. Tuttavia è anche una poesia piena di rispetto, di pietà; non fredda, né oggettivamente analitica. Si avverte dentro il vibrare della sua persona, la vicinanza che si fa compagnia e sostegno. E spesso in un respiro ampio che si apre al cielo, al vento, agli scialli di nuvole, alle rifiorite praterie, ai segreti ruscelli dietro i canneti, fino alle preghiere alla luna. Caterina Camporesi apre varchi che sfiorano l'insondabile, quindi sempre con l'anelito ad una ricomposizione, ad una pace da conquistare dentro la battaglia del vivere.
Solchi e nodi, la conferma di una voce profonda e discreta, un’ulteriore prova di maturità umana e poetica.

Cesena 22 luglio 2008


(ndr)

Cogliamo l'occasione di complimentarci vivamente con Franco Casadei per aver vinto a Lucca il 28 giugno scorso il Premio Giovane Holden 2008, organizzato da
Giovane Holden Edizioni

CLASSIFICA FINALE
Sezione poesia
1. Casadei Franco - E io di tre anni
2. Zabonati Annalisa - Nebbia intorno
3. Leone Laura - Apnea

lunedì 11 marzo 2019

La paziente e intensa energia sotterranea di Caterina Camporesi

Caterina Camporesi: Poesie/Poezija, CID editore, Podgorica 2018

recensione di Vincenzo D’Alessio


Le ultime tre raccolte della poeta Caterina Camporesi: Solchi e Nodi (FaraEditore 2008); Dove il vero si coagula (Raffaelli Editore 2011); Muove il dove (Raffaelli Editore 2015) sono state riprese con prefazione e traduzione in lingua serbo-croata da Vesna Andrejevic in un unico volume che reca il titolo
Poesie/Poezija (CID, Podgroica, 2018).
La produzione poetica della Nostra ha permeato la poesia contemporanea dalla fine del Novecento, appena trascorso, fino ai giorni nostri.
La scelta del verso breve, suadente, ha caratterizzato le ultime raccolte che in questo volume vengono riproposte: energia sotterranea che geme e paziente attende l’emersione, nell’esplosione dei sensi.
Gli occhi raggiugono le parole sul foglio; la voce recita lentamente il percorso; la forza creativa si impadronisce del lettore e lo imprigiona:

bufere di primavera imbiancano / rifiorite praterie / nell’eco dell’eterno ritorno /

il duende agita acque di giada
 (a pag. 52).

Riprendendo la stupenda prefazione del filosofo contemporaneo Massimo Sannelli, alla raccolta Solchi e nodi (2008), il lettore potrà percorrere lo stretto sentiero modellato dal Tempo per raggiungere quel duende energetico appartenuto anche al poeta Federico Garcia Lorca:

“2. La comunità umana si riconosce nel vincolo della necessità (ripararsi, cibarsi, riprodursi), della decadenza e della morte; tutto avviene come ricorda il marmo dell’Elegia IX di Rilke: questa vita – vita di “lacerati rami” o di “farfalle ferite” o “ vita esiliata” di Caterina – avviene una volta, una volta sola; e deve scomparire.” (a pag. 20). 

La trilogia delle soste nel lungo/breve viaggio della Nostra nelle terre poetiche costituisce la metafora della giada (verde Speranza) nata dal parto (le acque) della poetamadre (lei stessa) per eternare il nome e il paesaggio dell’anima. 

Non è mai un atto egoistico la nascita di una poesia.

L’eterno ritorno dei versi “nell’eco” scandirà il cammino dei secoli: raccoglie verità l’istante / che scheggia l’eterno //  destinato a sbriciolarsi / in altri lampi (a pag. 142).

La traduzione in lingua serbo-croata (Prevela sa italijanskog) realizzata con cura da Vesna Andrejevic dell’intero corpo poetico è stata pensata poiché: “La lingua serbo-croata è considerata la lingua più bella dagli slavi in generale per la poesia: ha tratti di dolcezza e di arcaicità.” (Alessandro Ramberti).

Vorremmo accostare a questa voce contemporanea la voce della poeta Margherita Guidacci (1921-1992), con i versi della poesia All’Eterno:

Come onde la tua riva tocchiamo. / Ogni istante è confine tra l’incontro e l’addio. / Dal nostro mare in te fuggire, nel nostro mare fuggirti: / non altro è di noi labili il destino.

giovedì 14 febbraio 2008

Camporesi, Solchi e Nodi

recensione di Alessio Brandolini
pubblicata nel blog I libri in testa
mercoledì, 13 febbraio 2008


Solchi e Nodi è il titolo dell'ultima raccolta poetica di Caterina Camporesi, uscita all'inizio di quest'anno e pubblicata da Fara. Pur diviso in due parti (la prima dà il nome al libro e la seconda s'intitola - rimanendo in tema - “Nodi del tempo”) questo lavoro poetico ha la sua peculiarità nella compattezza tematica e linguistica, e in tal senso è preferibile parlare di “libro di poesia” anziché di “raccolta poetica”, tant'è che i testi, tra l'altro, sono senza titolo e non hanno maiuscole né punti finali. Camporesi in Duende (Marsilio, 2003) aveva dato prova d'abilità costruttiva e, insieme, d'una sensibilità poetica femminile tesa a inserire nella lingua le tensioni (sia i fuochi che le docce fredde) della vita quotidiana, i desideri, le aspettative, le delusioni: lavorando molto sul verso, sull'essenzialità e i suoni delle parole. Qui c'è una continuazione in tal senso e il duende seguita ad agitare «acque di giada» e i riferimenti a García Lorca s'estendono alla cultura ispanoamericana (al «corazón de los Andes»), ma la ricerca porta l'autrice ad asciugare ancor più i versi, a renderli percussivi e taglienti, d'un suono più forte e vibrante, pur abusando, a volte, d'assonanze e alliterazioni o delle rime interne («indiviso divino», «malonda in malora»). Voglio dire che la musicalità di questa poesia tende a farsi stridula nonostante i tanti endecasillabi, o eccessivamente acuta, come se al canto a un certo punto venisse meno la giusta intonazione. Questo però significa che Camporesi ha coraggio da vendere: si mette in gioco, rischia, allarga lo sguardo alla «vita esiliata», in cerca d'una poesia che possa concentrare (e concertare) suoni innovativi, quelli che provengono dal profondo, dall'inconscio, dagli enigmi e dai misteri, dai buchi neri, dagli spazi inconsueti della solitudine che rimastica il vissuto con la «bocca spinata», dai silenzi (non esistono due silenzi che possano assomiglarsi), dalle «anguste catacombe», dai sogni.

Sarebbe banale chiudere con il dire che la poesia di Caterina Camporesi invita alla riflessione, perché leggere questo libro è annodarsi e scioglersi allo stesso tempo, tracciare un solco nella pagina bianca, nel pensiero, nel proprio cuore. Attraversare «il male in burrasca» (il male è uno dei temi riccorenti, così come quello dei misteri che circondano la vita, le cose, i gesti) con versi così acuminati e spinosi che poco s'aprono al canto, che nulla concedono alla facile sonorità lirica, che usano, come accade in molti compositori contemporanei, rumori e silenzi («rumori aperti al canto / in salti di luce nei corpi») e impastano «azzurro e fango», non consola né suscita emozioni “euforiche”, però molto aiuta a non disperdersi, ad allenare la memoria, a tenersi aggrappati con leggerezza alla vita, che «si colma / svuotandola».

*
salescende la luna tra calli e ponti
tesse mutamenti sciogliendo giuramenti

l'universo intanto invano stupisce
serrando il male in trappole d'inganni

*

sulla pagina bianca saettano flutti
dal male in burrasca

in urne di fuoco
si disseminano ceneri

si manifesta la vita
in versi fosforescenti

*
si fa mondo il girotondo
quando tutti cadono a terra

cala il silenzio
disperdendo gemiti

*

muore l'orizzone
sul molo dei millenni

rotolano idee in ogni dove
accerchiano indizi e insidie

opaco il mistero continua
ad imperare

*

allarga lo sguardo
la vita esiliata

si ricrea nelle celle del pensiero
sconfinando in distese d'abissi

*

un c(')ero malfermo
l'inverno

domande neonate in colte strofe
cercano nidi in spalancati cieli

aliti ghiacci condensano
impalpabili aurore

sepolte primavere
sollecitano millepiedi in tarlati prati

sospende la vita il suo dolore
in aiuole dove il fango si fa colore

martedì 11 maggio 2010

Fotoracconto del convegno avellanita su "Poesia e salvezza"

Foto scattate al week end a Fonte Avellana 8-9 maggio 2010 v. qui

(da sx) Alfonsina Zanatta, Antonia Tronti, Caterina Camporesi


Antonia Tronti


Antonio Fiori, Mariangela De Togni, Rosa Elisa Giangoia


La sala del convegno: lo Scriptorium


Antonio, Ottavio Rossani, Caterina Camporesi, Fabio Franzin, Luca Ariano, Imma Puig



Claudio Fraticelli




Foto di gruppo sul piazzale dell'Eremo (domenica 9 maggio)


di spalle Antonia Tronti, primo a destra il priore Alessandro Barban









Germana Duca Ruggeri


da sx Claudio Fraticelli, Elvis Spadoni, Andrea Garbin, Luca Artiolo, Stefano Bianchi, Antonio Fiori, Fabio Franzin, Vincenzo Mastropirro, Andrea Ponso, Alex Celli, Salvatore Ritrovato, Simone Zanin


da dx Rina Accardo, Michele e Vincenzo Mastropirro, Marco Statzu…





Accucciati: Maria Tosa, Cristina Lega, Sara Dematteis, Guido Passini, Alessandro Ramberti, Maria Pia Quintavalla, Fabio Franzin

Guido Passini e Sara Dematteis


Luca Artioli

Luca Ariano e Imma Puig


Luca Artioli e Andrea Garbin


Maria Pia Quintavalla




Marco Statzu




Ottavio Rossani


Andrea Ponso


Rina Accardo




Salvatore Ritrovato




Simone Zanin


Stefano Bianchi, Caterina Camporesi




Vincenzo Mastropirro


Antonio Fiori, Alessandro Ramberti, Antonio, Rosa Elisa Giangioa (foto di Mariangela De Togni)