Su Dove il vero si coagula di Caterina Camporesi

Raffaelli Editore, 2011

recensione di Vincenzo D’Alessio

Ho ricevuto a maggio di quest’anno la raccolta di versi della poeta Caterina Camporesi Dove il vero si coagula. Ho accolto l’invito a leggerla con la medesima passione che mi spinse a leggere la precedente raccolta: Solchi e nodi, pubblicata presso le Edizioni Fara di Rimini nel 2008. L’autrice ha affinato, in questo tempo, le armi della ricerca poetica. Ha navigato nel mare delle traduzioni di altri poeti, in lingua diversa dall’Italiano. Motivi nuovi, metafore struggenti, allitterazioni e assonanze, una cura certosina della ricerca lessicale. Praticamente un pentagramma asciutto con suoni che ispirano il senso della distanza che passa tra una nota e la sua pausa. Il silenzio ha un suono epifanico: “tempo sospeso / (…) un parto ancora / per un porto ai sé nascenti” (pag. 46). I versi di questa poesia sono scelti come epigrafe alla prima parte della raccolta: la nascita!

C’è un momento più alto e più significativamente naturale di questo?

Ascoltate il pianto del neonato nelle “pieghe di pianto” della madre: entrambi soffrono “nel vermiglio del travaglio” approdando nel porto dei “nascenti”. Il porto sepolto che viene alla luce, l’attimo sospeso che riprende la corsa, “avidi di oceani aperti” , dall’acqua del parto all’acqua dell’oceano mare-umanità. Quanta bella poesia richiamano i versi della Camporesi: da Ungaretti a Montale a Gatto e avanti ancora nella poesia di questo nuovo secolo.

Questa raccolta “coagula” il vero della quotidianità, una silloge della verità cercata, oltre gli abissi, le vette innevate delle Ande, gli antri che somigliano all’utero materno, alle divinità ctonie, all’energia interminabile del fuoco che distrugge e rigenera l’esistente, alla magia antica che ammalia da secoli: l’uso della parola, questa materia informe generata dal pensiero e coagulata nella gola come suono e senso, che formano un’unica sostanza: “si coagula in gola la parola / ormeggiata nella neve” (pag. 21). Purezza che aspetta di salpare, oltre le tempeste dell’esistere, alla ricerca: “scova verità sepolte il suono / nel ritmo che eterna il senso / chiudendo porte alla morte” (pag. 48).

Bellissima ricerca. Stupenda armonia dei versi disposti l’uno all’altro senza malta, sovrapponendosi come mura ciclopiche di antiche presenze, ritmati dal verbo posto sempre al modo gerundio, di tempo sospeso di attese, di accoglienza, per ospitare: “il pensiero si snoda dal panico / inondando di rosso il bosco / ritrova il verso del cuore” (pag. 48). L’intera prima parte si muove in questa direzione: offrire al lettore “grani di verità”, dove il tempo scorre in una filosofia del pensiero che si avvicina tanto alla scuola di Elea: “alla scelta oculata” per accordare la Natura e gli Dei.

“se il contenitore si stringe / e fuori spinge / per scelta oculata / non per sorte data / meno diventa più” (pag. 61). Questi versi sono eponimi della seconda parte della raccolta di Caterina Camporesi, parte che accoglie una maggiore sonorità,una più facile conquista della rotta indicata: “scavalcarla con calma la ragione / cullarsi nell’ancora del sogno / dove il verso si esilia” (pag. 66). Compaiono con maggiore frequenza le assonanze, il ritmo poetico si distende in versi più lunghi, l’enjambment snoda l’intrigo dei percorsi richiamati avviluppando “insperate metafore / in combinazione di inedite sinergie”(pag.  72).
“si snoda il sogno della danza” (pag. 73): leggendo questo capoverso è tornata alla memoria visiva l’immagine della danza della morte con tutti i personaggi del film Il settimo sigillo, nella sua parte finale, dove a salvarsi non sono quei “molti anelano danzare nel castello” ma la piccola famiglia che portava con sé il nascente contratto con l’esistenza: la continuità della vita.

Bene ha scritto il grande letterato Massimo Sannelli a proposito di questa “forte” raccolta poetica nel suo “frammento per Caterina Camporesi” (novembre 2011, Poesia 2.0): “dopo le insane presenze, ci saranno le vere presenze: il vero coagulato, che era fluido, bisogna leggerlo come lettori di intenzioni e di biografie, non solo di testi.”
Egli ha profonde ragioni metalinguistiche e filosofiche nel mietere il tempo del fare nella poetica della Nostra. E aggiunge di sé dopo la lettura della presente raccolta: “cerco le ragioni per restare nella vita. di un poeta, un primissimo amico, vidi un quadro: uno spazio bianco inondato dal sangue, perché volle morire; e quel poeta rilesse l’Apréslude di Benn e si disse da solo: “resta”. (…) ecco, la poesia dovrebbe lavorare come la glossa al solo imperativo “resta” (lo stesso dei discepoli smarriti e un po’ ciechi – si tratta di noi, è chiaro – ad Emmaus: resta con noi, perché si fa sera).

La Camporesi in questa raccolta ha offerto al suo lettore una meravigliosa strada per superare il dolore dell’Essere: “nel cuore che vive / aprendosi al dono / torna il vigore / dal fondo risale ai bordi / nell’amo che si rilancia” (pag. 40). L’intera raccolta vibra di un’anima poetica pura nella ricerca del “vero” che si apre verso la Speranza che per i poeti resta il fluire dell’Eterna Verità.

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