Parole capaci di incantare (Franco Casadei)

«la vela è destinata al vento» ci ricorda Franco Casadei in questi versi nitidi, vissuti, umili e quindi veri per la loro partecipata e lievemente nostalgica oggettività lontana da certo minimalismo o artificoso distacco “scientista”: «gli ultimi tre avventori inchiodati / al banco come insetti di una collezione /(…) tutti nella luce spietata dei neon»; «ti guardo di soppiatto / nella calma del sonno che t’incalza». (AR)

Le ultime parole di Eluana sulla croce

Ho sete!
Al grido di Cristo, una spugna imbevuta
gli ha mitigato il fuoco.
Non posso gridare io, voi lo capite.
Riarsa e inaridita mi accontento
di un avanzo di pane, di una tazza.

L’avrò detto due, tre volte forse, non ricordo:
diventassi un rottame, lasciatemi morire!
Chi, a vent’anni, vorrebbe giacere in un letto a vita?
Ma adesso non potete sapere, non tirate a indovinare…
quella parola nella baldanza di un’adolescente
non è fuoco inciso sulla pietra,
non può essere un marchio di condanna.

Odio questa vita di letto senza fine
– ben altro avevo previsto per domani –
ma non voglio si chiuda lo spiraglio,
non sono uno scarto umano, roba morta.
………………………
Che succede?
Da quella notte non sentivo più motori,
stridori di ruote sull’asfalto.
Dove sono, di chi le voci?
Non avverto più quella campana,
i veli bianchi ondeggianti sul mio letto.
Di notte rapita dal convento
come Lucia implorerò nel pianto,
un Innominato ci sarà nel fortilizio,
un samaritano che colga il mio lamento.
Nella stanza adibita al mio congedo
le ronde della morte fan di conto:
meno venti, meno cinquanta,
fino allo spegnimento.
Per falsa pietà si vuole che io muoia,
già nelle mani dei soldati, nell’orto degli ulivi
suderò l’ultimo sangue che mi resta.
I sacerdoti hanno emesso la sentenza.

Non lasciatemi morire! Ho sete!
E tu mamma, non ti sento
non sento da anni la tua voce.
Mentre decidono della mia vita,
tu, uscita di scena, ti sei appartata.
La sete mi secca vene e gola…
di’ una parola, ti prego, una parola sola!

P.S.:
Tutto è compiuto
– ridotta a cosa, a un caso, ad un’idea –
ero di carne e porto ancora un nome,
Eluana Englaro.



Compianto sul figlio morto

Trafitta, sono qui
a bocconi sui gradini dell’altare
respiro la polvere del dolore,
gemiti di bava d’animale,
io gli avevo tessuto gli occhi
le sue mani, la carne rosa del fiore.
Miserevole, sono qui
nella spoliazione totale
avrò riposo nello scavo della terra
nel ventre del mare.

Incrina il mio rancore
lo sguardo della Tua pietà
che pende dalla croce
lo squarcio del petto
la bocca di sangue muta.

Come Maddalena,
i capelli rossi del dolore,
prima di notte abbraccerò il legno
freddo della morte,
non voglio essere consolata
a Te avvinta sarò di marmo, statua

resto qui, con il mio strazio,
fosse la vita intera.


Clausura

Anime mute avvolte in grezze lane
il passo austero
fra penombre bisbiglianti
di navate e chiostri

al lume di ceri e di un sole
obliquo fra le grate
Dio riempie i dettagli e le fessure,
l’anima scandita da silenzi e salmi

la solitudine
scelta per non sentirsi soli.



Preti col tricorno

Non li vedrò più
i preti col tricorno,
la veste sfilacciata
che striscia sulla ghiaia

non li vedremo più
i preti dalla dottrina austera,
le chiese aperte
i lini ricamati a mano
turiboli anneriti
madonne coperte sugli altari,
il velo che s’alza nei giorni stabiliti

ore di misericordia
nascosti da una grata
giorni, anni
seduti su una panca
fra rosari e salmi

non li vedremo più
su biciclette di ruggine
su auto rottamate
lungo i sentieri
a benedire stalle e casolari
le muffe di case popolari

le messe in gregoriano
i patroni in processione
fiori d’arancio
torme di bambini
i cortei con rintocco a morto
verso i cimiteri

come noi, peccatori e santi,
per secoli guide di popolo,
segno del mistero.

Avremo altri preti
senza collare
senza vesti nere
le chiese con le porte chiuse…

non li vedremo più.


I cerchi dei tuoi anni
Come luce nel suo fervore
in un giorno bianco di ciliegi
mi sei piovuta dentro

un amore inquieto,
caduto nell’agguato
se l’è portato il vento,
un esodo di addii e ritorni

ore di sere
lontane dai tuoi pianti segreti
ti guardo di soppiatto
nella calma del sonno che t’incalza
leggo i cerchi dei tuoi anni
fino al ramo di nuovo germogliato.


Guardando “Nighthawks” (“Nottambuli”)*

In un angolo di metropoli
la vetrina di un caffè
– è l’ora delle strade vuote –
nell’oscurità un bagliore livido
dentro l’orbita cava di finestre

gli ultimi tre avventori inchiodati
al banco come insetti di una collezione,
uno chino davanti all’ultimo bicchiere,
un uomo una donna ben vestiti
hanno esaurito le parole
in una notte in cui nulla è accaduto,
il barista stanco di una giornata
di poche mance e di sogni per domani,
tutti nella luce spietata dei neon

di lì a poco sul marciapiede
lo schianto della saracinesca
i tre se ne andranno come ombre
per opposte strade.

* Dipinto del pittore americano Edward Hopper (1942)


Ci vorrebbe un poeta


Ci vorrebbe un poeta
in ogni strada,
la sua voce che canta la follia,
parole capaci d’incantare
nel respiro ansante delle ore

l’ormeggio in porto è più sicuro
ma la vela è destinata al vento.


Franco Casadei (Bertinoro di Forlì-Cesena, 1946), medico otorinolaringoiatra, vive e lavora a Cesena. Dall’età del liceo compositore di zirudèle e filastrocche in vernacolo romagnolo, solo dal 2000 scrive liriche in lingua italiana. Impegnato in ambito sociale e civile, già responsabile dell’Associazione “Medicina e Persona” di Cesena, attualmente coordina il gruppo “Amici AVSI” di Cesena che opera a sostegno dei progetti dell’Associazione Volontari per il Servizio Internazionale, presente nei paesi più poveri del mondo. Sue poesie sono presenti in Poeti romagnoli d’oggi e Giovanni Pascoli, 2005 e Poeti romagnoli d’oggi e Charles Baudelaire, 2007, antologie a cura di Franco Pollini, ed. Ponte Vecchio, Cesena. Ha vinto diversi premi (tra cui il Carlo Levi e l’Ungaretti) e pubblicato I giorni ruvidi vetri (Il Ponte Vecchio, Cesena, 2003) e Se non si muore (Ibiscos, Empoli, 2008).
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