sabato 12 ottobre 2013

AA.VV. “Nuovi Salmi” a cura di Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino

I Quaderni di CNTN, N.28, Palermo, 2012

rececensione di Vincenzo D'Alessio

“IL SIGNORE è più buono dell’uomo. All’uomo posso dire: tu non sei
come appari, e neanche io. A Dio, solo: ascolta la mia preghiera.”

(dal Salmo 39, Massimo Sannelli)
 

Il volume Nuovi Salmi curato da Giacomo Ribaudo e Giovanni Dino riprende, in forma poetica, “Il libro dei Salmi” attribuito al Re Davide, antico di più di tremila anni e fondamento sostanziale della spiritualità israelita. Ancora oggi la figura del Re Davide è tra mito e archeologia. Sta di fatto che la nazione “Israele” ha fondato le proprie insegne nazionali su questa mitica figura di Re.

Noi Cristiani, fratelli del popolo israelita, siamo partecipi in quanto l’ossatura della Fede che professiamo ci unisce in quell’unico Dio al quale ci rivolgiamo quotidianamente senza intermediari, nella preghiera liturgica, nella ricerca inesausta del contatto personale; ed i Salmi sono stati, e sono per i credenti, il canto della “perfetta laetizia” (leggi Speranza).

Non lo nascondo: ho provata molta fatica nel seguire i centocinquanta poeti contenuti in questa Antologica salmodia. Non ho grandi capacità per la polifonia. La musica corale che è contenuta nel testo, come ad aprire il coperchio di un carillon, nel testo è tanto diversa quanto unanimi sono le aspettative di fronte a Dio, all’Umanità, alla ferocia della Morte. Ci vuole molto silenzio nell’ascolto, anche il rumore del computer è fastidioso.

Mi tornano alla mente i concerti per organo di Giorgio Carnini: musicalità intensa nella maestosità degli antichi strumenti a canne, nel silenzio delle Cattedrali dove aleggia lo Spirito e dove riprendono a respirare le ossa di migliaia di esseri umani deposti nelle cripte sotterranee.

Scrive Giovanni Dino, uno dei curatori, nella nota introduttiva a quest’opera: “Sono nato poeta e cresciuto nelle case di due Amici-Maestri di poesia e spiritualità: i poeti Giulio Palumbo e Pietro Mirabile, i quali mi hanno trasmesso l’entusiasmo della fede e la ricerca del sacro unita ai valori della poesia” (pag. XV. La raccolta poetica di Pietro Mirabile Il ramo di bosso fu accolta e premiata al Premio Nazionale Biennale di Poesia “Città di Solofra” XIII edizione 1999-2000, tanto per ricordare l’universalità dell’insegnamento poetico).

A Giovanni Dino, curatore del Salmo 9 (Dio trionfatore sugli empi), si lega l’intensità della musicopoesia quando dal profondo dolore della perdita della moglie scaglia l’artiglio della scrittura verso il “Te” distante dal “vuoto di questa offesa solitudine / (dove, ndr) il cuore vedovo di lacrime annega” (pag. 17). Per nome sono chiamate le creature. Il nome si cancella nel tempo. Resta il mistero che non riusciamo a conciliare con la Fede: “È nel lutto e nella malattia che si sperimenta il vuoto della propria caverna / l’argillità dell’anima / i limiti della propria sassosità” (pag. 20).

A pag. 237, Alessandro Ramberti, ha scelto di affidarsi al Salmo 129 (Il canto del pentimento) invitando il lettore a seguire i suoi versi attraverso la chiave disposta nella epigrafe: “L’ERBA CHE DURA NON NASCE SUI TETTI”. Il corpo poetico annuncia con una esclamazione la tragica coscienza dell’IO: “Difficile crescere!” Si parte con l’incoscienza del finale. Si affronta la maratona tra “ostacoli e trappole” con le inevitabili “cadute e sconfitte”. Ramberti si rivolge a chi legge e implora: “ – voi mi capite –”. Diversi tra noi posso rispondere sì, al primo impatto. Ma la certezza di appartenere all’esistenza non contempla la perfidia dei nemici, il dolore del “ferro maligno”, il continuo difendersi. Ci sono i momenti, nella nostra esistenza, nei quali i nemici non ci lasciano respirare, quanto più apriamo le braccia tanto più ingiusto sentiamo il nostro prossimo. Il versificare con l’ausilio dell’enjambement rafforza la chiusa del verso precedente, incalzando la sequenza del verso libero.

Non a caso “Il libro dei salmi” è preceduto da “Il libro di Giobbe”.

Giobbe si lamenta e non comprende il logorio al quale lo sottopone lo Spirito di Dio. Ogni uomo di fronte ad un male incurabile esclama come Giobbe: “(…) Se ho peccato, che cosa ho fatto a te, o pastore di uomini?” (6,25-8,18). Ramberti, nei suoi versi, risponde a questa domanda con i versi : “ (…) presi in cura dalla giustizia più alta / l’unica che conta / sulla nostra libertà.”

Massimo Sannelli, nel Salmo 39 (la caducità della vita) apre i suoi versi in modo da far intervenire il lettore nel suo dialogo: gli interrogativi si alternano ponendo il lettore nella condizioni di divenire attore e il poeta regista. Polvere di secoli, troppi, ci inducono a pensare, francescanamente, a sorella Morte: “la sorella è sui piedi, è alta, scatta / le foto e ride: tu mi tieni, tu? mi tieni?” (pag. 72). Il teatro stupendo dell’esistenza; la richiesta pressante a Dio di trattenere, sé stesso e i propri simili, nel presente, l’accostamento a Lazzaro: metafora della rinascita dell’anima e il bisogno primo del nutrimento reale: il pane.

La poetica di Sannelli ha raggiunto una maturità sulla quale si sono provati molti critici e la molteplicità delle Arti frequentate ci pone nella condizione di avvicinarlo al “Giullare” di quel Dio al quale, egli stesso, chiede “pietà” per sé stesso e per tutti noi. I versi continuano a diffondere la loro energia in una prosa poetica, disposta nella stessa pagina, brano dal quale abbiamo tratto l’epigrafe apposta a questo scritto.

A conclusione dei Salmi, il numero 150 (Sinfonia finale), è affidato a Giacomo Ribaudo: curatore con Giovanni Dino di questa Antologia. Il Nostro nella sua composizione, richiamandosi alla musicalità dei migliori poeti del Novecento appena concluso, esalta la divinità dell’Essere con l’ausilio della poesia: “Un raggio / della tua gloria / filtra e vulnera / gl’inermi petti” (pag. 270). Il verso breve dà vigore alla composizione. Il richiamo che maggiormente compare è in difesa della vita già dal concepimento: “(…) da forcipi impazziti” (ibidem).

Dirigere coro e orchestra è molto difficile. Del coro poetico contenuto in questa Antologia dei Nuovi Salmi ho preferito ascoltare, più che dirigere, prediligendo alcune voci vicine alla ricerca che mi consuma da tempo e che bene ha saputo trasmettere Giorgio Barberi Squarotti nella Prefazione: “Nei salmi biblici l’esilio comporta il pianto sulla patria perduta, sulle rovine di Gerusalemme, ma anche l’attesa dell’intervento di Dio che abbia pietà del suo popolo che non può più cantare davanti ai fiumi di Babilonia, mentre tanti salmi d’ora esprimono invece l’assenza della speranza umana e l’invocazione a Dio suona drammatica, come se fossimo davvero alla fine dei tempi” (pag. VIII).

Il grande musicista italiano Giuseppe Verdi del quale quest’anno ricorre il duecentesimo della nascita tradusse quanto riportato, dal chiarissimo Barberi Squarotti, nell’Opera Il Nabucco. I poeti inclusi in questo libro hanno trasmesso con le proprie opere il disagio e la speranza che l’intera umanità affronta nel passaggio da un secolo di guerre ad un altro che si apre con lo spettro della terribile continuità di questa traumatica esperienza.

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