martedì 26 gennaio 2016
Una presenza in assenza
martedì 16 gennaio 2018
Nazario Pardini legge Quasi partita di Alberto Mori
Camus in esergo (Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani, 1988), il tennis nella sua estensione erotico-fisico-estetica-competitiva, l’uomo, la caducità della vita, il mistero dell’esistere, una quasi partita (decentra lo spazio impossibile/ Non avvantaggia/ Ma appare/ Quasi partita), sono i giochi poetici di Alberto Mori, che con un linguismo nuovo, moderno e personale continua nella sua ricerca innovativa di ascesa contenutistico-simbolica. Una metafora della vita, insomma. Si cerca di studiare le mosse dell’avversario, di abbatterlo, si lanciano tiri potenti, il più possibile filtranti, “siamo tutti chiamati a metterci in gioco” scrive Franco Gallo, il fatto sta che il vuoto sembra assurgere a personaggio invincibile in “questo impalpabile istante che scivola fra le dita come gocce di mercurio”. Quel quasi è ciò che più ci avvicina all’esistere dacché tutto è quasi in questo nostro mondo che ci vede imperfetti; che ci vede estremamente umani destinati a spazi ristretti e a sguardi biechi di fronte ad orizzonti impossibili. E anche a livello artistico quel quasi ci dice un po’ dell’isola che non esiste e verso cui noi dirigiamo la nostra rotta: non raggiungerla ed ambire al suo faro significa contribuire a rendere vivo lo stimolo della creatività; essere in mezzo al mare, e pensarci quasi al traguardo equivale a provare motivazioni ispirative. Qualora si provasse dentro noi il convincimento della fine; l’ultimazione della nostra ricerca, non avremmo più niente da dire; ogni forma di arte sarebbe giunta al capolinea.Quel quasi che Mori incide con scalpello da lesena nel titolo è un avverbio polivalente, polisemico, che ben si addice alla pluralità della condizione umana.
lunedì 19 giugno 2023
Su L’occhio verde dei prati di Donatella Nardin
Donatella Nardin ha scelto queste parole per riassumere il suo nuovo libro di poesie: L’occhio verde dei prati - Fara 2023 (Angela Caccia)
In quale misura davvero non so dire. Anche se, come afferma Carla De Angelis nella sua presentazione “sono versi che si leggono d’un fiato tanta è l’armonia e la delicatezza/dolcezza che li contraddistingue.”
Scarnificando e spremendo il tutto fino all’osso - e tenendo conto di un aspetto cogente in quanto i testi sono stati scritti nel periodo pandemico durante il quale ho anche subito dei gravi lutti - potrei affermare che si tratta di poesie della perdita, della fatica dello stare al mondo in pienezza e della conseguente fragilità. (continua su Tra cima e fondo)
L’occhio verde dei prati
L’occhio verde dei prati, risvegliato,
fa nido bevendo la nuda
chiarità del mattino
come le vite care appese alle finestre
del loro infinito mancare,
come il biondosole, amore riverso
tra le scapole azzurre rotte
da assenze, commiati, afasie.
Ringraziare ogni risveglio che sia
sassopietra o nuvolafiore,
nell’attimo essere immensamente
grati – ai prati, al mondo, fosse
pure ai respiri affannati –
prima che il verde esca dagli occhi
come le vite care divenute
allo sguardo pura nostalgia.
Nell’eliotiana waste land che è il presente di Donatella Nardin, in cui «nessuno / sussurra più» il bene e il cielo è «infuocato da guerre / e da siccità», è alle madri, forze archetipiche e rigeneranti, che è affidato il compito della salvezza terrena (Infanzia violata). È su di loro che la poetessa carica e proietta la speranza, altrimenti sottile e muta (così in Tra cuore e bocca). Anche se talvolta non riescono a salvare («non bastò, non bastò la madre»), è comunque in loro che la fiducia viene programmaticamente riposta: «Scegli per me tra tutti i possibili / mari futuri quello dei baci […]». Per Fortini la speranza era l’accertamento di un vuoto; per Camus una comoda illusione cristiana; per Amelia Rosselli «un danno forse definitivo»; per Nardin è qualcosa che non muore solo se è gratuita. Un’idea forte e interessante: se la speranza è materia di scambio o richiede una contropartita; se diventa il frutto da contendersi e su cui accordarsi a un faticoso tavolo multilaterale; se decade in purezza perché sottoposta alle oscillazioni del mercato; allora, suggerisce Nardin, parliamo di un’altra, ibrida, falsa e vuota cosa. Le madri, facendo «mondo altrove», come recita il bellissimo verso della poesia a loro intitolata, rendono gratuita la speranza.
lunedì 14 dicembre 2015
Lo slancio vitale delle Orme
I testi, oltre trenta, incastonati fra Premessa e Congedo, sorprendono per la coesione stilistica e tematica. Essa si concretizza in una complessa, originale drammaturgia sull’amore cristiano, trascritta mediante quartine di endecasillabi in rima abca, intercalate da un verso libero fra parentesi. Ciascuna sequenza, di lunghezza variabile, è sempre chiusa da una parola in caratteri cinesi, puntualmente tradotti nel suono e nel significato.Nomi – gioia, meta, fede, bellezza, spirito, anima… – e verbi – scegliere, farsi carico, aiutare… – seguiti con una certa frequenza da citazioni tratte dalle Scritture e dagli autori prediletti: Camus, Hadjadj, padre Matteo Ricci, George Hebert, C.S. Lewis, Kant, papa Francesco, L.A. Gokim Tagle, Teresa di Lisieux, Recalcati. Autori ripresi nelle Note finali con utili ragguagli bibliografici e posti in dialogo con altri ‘specialisti’ come Bianchi, Bergoglio, Bonhoeffer, Stein.
Queste ultime hanno il loro fulcro nell’azione dello Spirito Paraclito, che il poeta accoglie già in Apertura: «Da dove nasce la consolazione / capace di arrestare ogni lamento / l’idea che siamo all’orlo di un bacino / sul quale aleggia e vibra la ragione // (da unire con la fede) // plasmando i nostri sogni ed i progetti? / c’è un fuoco che discende dal battesimo / sui nostri corpo-ed-anima a dirigere / i passi perché siano più diretti» (p. 19).
Il Consolatore riappare nel cuore del libro: «Se superi la prova del naufragio / c’è un’aria che risplende prodigiosa / voce-colomba squarcio del battesimo / manto-scudo al diabolico contagio» (p.46). Ed è sia «voce infuocata dell’Io-sono», sia proiezione interiore, élan vital che, sul modello socratico, diviene progetto di vita: «Crescere fino a renderlo brillante / il nostro spirito; allora la gente / che incontriamo proseguirà con noi / estraendo felice in un istante // (un’illuminazione) // dall’anima dal cuore dalla mente / ricchezze misteriose insospettabili / persino nel dolore della fitta / nell’abbandono o al fischio del serpente» (p. 51).
mercoledì 8 febbraio 2017
C’è una danza nel testo: su Quasi Partita
Alberto Mori, Quasi Partita, FaraEditore 2016
Di Alberto ho sempre ascoltato i suoni, il rumore dei bancomat, il
frastuono dei bar, gli acuti e i semitoni delle sue Esecuzioni, il
tintinnio delle chiavi le consonanti aspirate e le vocali… poi ricevo in
lettura quest'ultimo lavoro Quasi Partita e separo il performer:
ritrovo il poeta. Uno spettatore attento seduto in gradinata che risolve
l'enigma dei gesti pronunciandoli, così che il corpo della parola si pieghi, si
affatichi. Un incontro giocato dagli occhi dello spettatore che in qualche modo
anticipa la partita, negli schemi perfetti dove si sa prima dove batterà la
palla. C'è una danza nel testo, una sorta di armonia di estensioni di curve e
di ricercate traiettorie. Sì è vero sembra tennis, ma senza rete, la mimica del
nulla perché qui non conta il risultato, eppure c'è un agonismo, un gioco
possente di gambe e di fiato, una cronaca intatta di movimenti perfetti. Chi
scava e chi contempla come nel quasi esergo di Camus o davvero quel “quasipartita”, ma non ancora tornata.
sabato 9 maggio 2015
Renzo Montagnoli su Orme intangbili
www.arteinsieme.net
Orme intangibili di Alessandro Ramberti
e Gianni Criveller
Fara Editore
www.faraeditore.it
Collana Il filo dei versi
Pagg. 80
ISBN 978 97441 46 5
Prezzo € 10,00
Lungo la strada
Che lo vogliamo o no noi viviamo la nostra esistenza come il percorso lungo una strada in una serie di esperienze che ci portiamo poi appresso e quella poetica è sola una di queste, anche se non la meno importante. Ci si può incontrare con altri de visu, ma anche partecipando il nostro essere in versi, sviluppando concetti e riflessioni che in chi li legge finiscono con il restare impressi come un’orma, per quanto intangibile. Ed è di questo che parla questa nuova silloge di Alessandro Ramberti, di queste orme che si fissano all’anima. L’opera è anche frutto della religiosità, non certo di maniera, dell’autore e questa si esprime in modo insolito, secondo una complessità semplice, un ossimoro per dire che a priori è necessario accettare l’impostazione dell’autore, in un'opera breve, ma dal contenuto consistente, in cui avviene un vero e proprio convivio letterario a cui partecipano personaggi del passato, come Kant, Camus e Santa Teresa di Lisieux. C’è posto anche per il presente, soprattutto quando questo è costituito da un pontefice come Francesco, simbolo di una Chiesa che guarda alla religione che rappresenta, ma che non tralascia di battersi, in attesa della giustizia divina, per quella terrena.
Non saprei dire se i versi di questa raccolta vengono a compendiare un concetto filosofico, o uno teologico, poiché il vivere secondo un credo religioso non è in contrasto con un concetto dell’esistenza che sia a dimensione dell’uomo, in pace con se stesso e con gli altri.
In effetti lo spirito di Ramberti è assai vicino a quello di papa Francesco, perché comprende gli inevitabili dissidi fra la realtà esteriore e quella interiore, ma senza atteggiarsi a “magister” indica un percorso mistico che tutti possiamo trovare scavando dentro di noi fino al fondo dell’anima. Se guardiamo bene, se soprattutto ci astraiamo per un attimo dal contingente, il concetto che abbiamo di noi è misterioso, è tutto da scoprire e l’autore in questo ci aiuta, dandoci un metodo e un fine, in un’opera poetica in cui ciò che deve essere veramente osservato, rivoltato, analizzato è il contenuto. Non è forse il senso della vita che ogni tanto cerchiamo e che ci sfugge mentre stiamo per afferrarlo?
Ecco, Ramberti ci fornisce gli strumenti: sta a noi volerli usare.
Alessandro Ramberti è nato a Santarcangelo di Romagna nel 1960. Laureato in Lingue Orientali a Venezia, vince una borsa (1984-85) per l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 consegue a Los Angeles il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre.
Ha vinto il premio “l’Astrolabio” con Racconti su un chicco di riso (Tacchi Editore, 1991). Poesia: In cerca (2004), Pietrisco (2006), Sotto il sole (sopra il cielo) (2012). Ha pubblicato come Johan Thor Johansson la puzzle-story La simmetria imperfetta (1996) e, con L’Arca Felice di Salerno, le plaquette Inoltramenti (2009) e Paese in pezzi? I monti e i fiumi reggono (2001, nuova traduzione di 4 poesie di Du Fu). Gli è stata dedicata la Lettera in versi n. 32 a cura di Rosa ElisaGiangoia. È presente in antologie, riviste (un estratto di Orme intangibili è inserito in ItalianPoetry Review, VIII, 2013) e nel web.
sabato 31 dicembre 2022
“… un libro geografico sull’amore …”
venerdì 3 marzo 2017
Su Quasi Partita di Alberto Mori
Alberto Mori in un suo testo di poesia del 2010, “Performate”, aveva sviluppato una particolare interpretazione del gesto fisico, della corporeità creativa. Oggi, questa espressione si decide per un’applicazione tangibile in Quasi Partita, la più recente novità poetica dell’autore, dove il gesto si identifica, apparentemente, con una teatralità rappresentata da una “quasi”, appunto, partita di tennis. La pagina si fa campo di gioco ma, in realtà, spinge l’osservatore/ lettore a ben altra indagine. L’occhio osserva con pietà e riconoscenza, citando Camus, dove l’esistenza è segno grafico che si ritraduce in voce. L’elasticità è sinuosa ipotesi di ampliamento sensoriale, come il destino quotidiano che non tarda a deviare dal nostro progetto. Obliquo diviene l’accorto accorrere delle visite accelerate e deterse. C’è forte un sentimento di liberare i confini in modo netto e inesorabile, senza ignorare il fragile indizio di ricerca che si contiene, smarrito. I componimenti, spesso di quattro o cinque versi, inducono a percepire, nel timbro dei colpi inflitti dalla vita, sudore frutto dello sforzo battente; così come le parabole disegnate nell’aria ricaduta divengono schemi analitici di geometrie inconfessate. Virgulti taumaturgici di esplicate sinestesie ove l’incrocio delle traiettorie diviene poiesi, nella lunghezza imprevista di un invio imprendibile. L’immagine conduce al ritratto della vita stessa che implica l’accettazione dei confini entro i quali agire, cogliere, pensare, amare. Il movimento vince la sua sfida inesausta; condensa nei segni il punto / regola della trattazione imminente. Non è il gioco ma “si” è in gioco, quotidianamente, applicando allo spazio una “strategia naturale”, sempre dal fondo delle nostre inquietudini. “Al momento del fato / … la velocità slitta”, mentre “la pausa vola via” come la sussistente iterazione concordata dalle regole dell’inizio. Certo, nella sfida esistenziale raffigurata nella metafora tennistica, Alberto Mori ci riconsegna l’emozione di una sfida performativa “dove impatti assordati / raddoppiano e muoiono attutiti”. mercoledì 2 settembre 2015
Stefano Iori recensisce Orme intangibli su «Versante ripido»
recensione di Stefano Iori pubblicata su Versante ripido n. 8 settembre 2015: “La strabiliante danza della parola”
Si scontrano gli eserciti dell’anima
ma lascia entrar la luce nel segreto:
ricorda che se cerchi la tua strada
è necessario prima che ti perda. (pagina 13)
La risposta, probabilmente, sta proprio nel concetto della precedente quartina che appare al termine della premessa. E a tal punto chi abbia visionato, come il sottoscritto, l’ardimentosa struttura di Orme intangibili, prima ancora di affrontarla con la lettura vera e propria, capisce cosa Ramberti suggerisce: se si cerca la propria via lo si può fare solo perdendosi. Sfida accettabile. Nel prosieguo del leggere, non pochi sono i momenti di svanimento, di smarrimento, quasi di sconforto: sensazione stranita che viene dal desiderio di carpire il messaggio dell’opera, senza trovarlo bello e pronto. Ramberti, evidentemente, sa che la poesia è un concerto: lo spartito è dettato dall’autore, ma il lettore funge da coro e da orchestra. La sinfonia lirica nasce da tale intreccio di pensiero, di attenzione sovrapposta, di intendimenti molteplici, di accoglienza e non solo dalla profferta del poeta. Rivolgersi al lettore direttamente, esplicitamente, sottolinea di fatto questa vivifica formula dialogica.
Ho sognato di avere
il cervello percorso
da una lancia gettata
da qualcuno indistinto
e remoto… riuscivo
ad estrarla. Col cranio
perforato dal tunnel
luminoso e perfetto
senza tracce di sangue,
lacrimavo contento:
ero vivo e cosciente.
La citazione collegata, tratta da Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, fa intuire che le questioni che muovono l’autore sono dio e la fede: “Ma perché, perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse, e preghiere sussurrate,e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri?”. (Antonius Block dialogando con la Morte).
Anche il prologo successivo fornisce indizio preciso della direzione intrapresa dal Nostro:
Le crepe fanno bene agli edifici
compatti babilonici e ripieni
come scatole di sabbia incolore
diversità confuse-disarmoniche
(clessidre orizzontali)
l’imbuto attende il tempo di caduta
ma tu continua pure la tua strada
il veleno del male nei ventricoli
rallenta la sua corsa quando ami. (pagina 17)
Il concetto di amore salvifico ci riporta al testo di Sant’Agostino, che comprende il male, ma lo scaccia o compensa con la forza dell’amore (Ama e fa ciò che vuoi). Ma sarà poi realistica la conclusione del santo? Tale incognita è chiarita, a mo’ dell’autore, nella sua stessa apertura:
Da dove nasce la consolazione
capace di arrestare ogni lamento
l’idea che siamo all’orlo di un bacino
sul quale aleggia e vibra la ragione
(da unire con la fede)
plasmando i nostri sogni ed i progetti?
C’è un fuoco che discende dal battesimo
sui nostri corpo-ed-anima a dirigere
i passi perché siano più diretti. (pagina 19)
Si può affermare, a questo punto, che quello di Ramberti è un poema religioso, cattolico anzi. Il laico e l’agnostico, a tal punto vibrano di perplessità. Gianni Criveller, nell’ultima delle tre postfazioni esordirà scrivendo: “Non sono familiare con il linguaggio poetico che Alessandro Ramberti impiega, ma lo sono con alcune delle persone con cui egli dialoga: Matteo Ricci, Dietrich Bonhoeffer, Edith Stein, Teresa di Lisieux, papa Francesco… Questi testimoni accompagnano Alessandro in un viaggio dell’anima, che si apre a vari orizzonti, e in cui fanno capolino alcuni temi preziosi, quali l’amicizia e la ragione….”. Chi scrive potrebbe lasciarsi andare ad un contrappunto: “Non sono familiare con l’anelito fideistico-religioso che Alessandro Ramberti impiega, ma lo rispetto in nome dell’unico amore davvero condivisibile anche per un agnostico: quello per l’anima, inspiegabile soggetto-oggetto (operatore logico o illogico che sia), ma tant’è, non riesco a affermare che non esista”. D’altronde anche Walt Whitman ebbe a scrivere: “… E non comporrò alcun poema o la più piccola parte d’un poema che non abbia attinenza con l’anima, / Perché avendo osservato gli oggetti dell’universo, / non ne ho trovato alcuno, né particella di alcuno, / che non abbia attinenza con l’anima”.
Il poemetto di Ramberti, dopo preamboli svariati, finalmente prende il via e lo fa con una bella quartina:
Ho detto poche cose e ciò che ho fatto
può essere riassunto in un vocabolo
che esprima la tensione dell’arciere
il cui bersaglio è interno ed inesatto. (pagina 20)
Significativa anche la successiva, breve frase fra parentesi: (C’è un’utopia che sana)
I versi fluiscono e la metrica aiuta il lettore a ritrovarsi in una cadenza gradevole, sebbene la comprensione d’insieme non sia sempre facile. Piano piano, però, i concetti si dipanano. L’autore indaga su cervello e anima e arriva, in buona sostanza, a riconoscere il primo come intreccio chimico-elettrico, mentre l’anima è certo cosa altra.
Da questo punto in poi, il poema prende una nuova piega, fino ad abbracciare un raffinato fideismo cattolico, già presagito dai seguenti versi apparsi a pagina 20: Atomi di solidarietà / con il coraggio unito all’obbedienza / che implica la fede e l’alimenta / curando il campo della società.
Ha radici antiche il quadro della poesia di Ramberti, disegnato in versi come albero vitale. Centrale l’idea di anima, concetto che semina pensiero destinato a crescere. Intanto il cinese ci dice nome (forse quello di un dio la cui esistenza si cerca di dimostrare? O forse no?. È dato per certo!). La successiva citazione sembra confermarlo, dando chiara spiegazione all’eventuale dubbio di chi legge.
JESU è nel mio cuore, il sacro nome
è inscritto lì: ma l’altra settimana
un gran dolore l’ha ridotto in pezzi,
frantumato; così mi misi in cerca:
prima ho trovato quel che aveva J,
poi, dove ES ed U erano incisi.
In men che non si dica li ho composti,
seduto li ho enunciati ed ho capito
che al mio cuore in pezzi era J ease you
a quello intero JESU.
(George Hebert, JESU, in The Temple, Cambridge 1638, tr. ns.). (a pagina 24)
Chi legge (il sottoscritto), a questo punto, decide una pausa di riflessione prima di affrontare un tema che sfugge alla propria ragione (dio) e uno alla propria ragionevolezza (fede). Meno male che sull’anima persiste ampio accordo.
La meditazione su Orme intangibili, poco prima della metà del testo, porta a pensare che si tratta di un’opera ben congegnata e piacevolmente ambiziosa, evidente frutto di una mente sapiente e profonda, nonché di un componimento nato da penna raffinata e a tratti ardita. Poema pregno di ideologia religiosa, ortodossa, ma l’autore avrà messo senza dubbio in conto che la piega cattolica-fideistica non sarebbe stata nelle corde di tutti i lettori. E si va avanti. Fino a ritrovare ancora, a pagina 40, il tema dell’anima, sempre più precisato a modo dell’autore.
Cos’è alla fine l’anima? – mi chiedi.
Diciamo che è la sonda dello spirito:
esamina e dirige il nostro vivere,
la storia compilata dai due piedi
(dipende dai tuoi passi)
porta traccia delle nostre emozioni
delle ferite aperte e anche radiose
sui cui si costruisce il nostro piccolo
sapere grazie ai mobili neuroni
(economia di prassi).
Ma in cosa si distingue dal cervello?
Se questo calcola misura valuta
progetta tiene memoria connette –
l’anima lo trasforma in un cancello
(unendo stelle e sassi)
canale di energia relazionale
inconscio serbatoio del vissuto
spazio di libertà e di decisione
del tuo essere-in-rete e personale.
Molto bene. Cervello e anima hanno definitivamente la propria collocazione-spiegazione: ben più che accettabile, ma poi si insinua nuovamente l’effluvio fideistico-religioso.
Senza la fratellanza il mondo scoppia
senza la sorellanza implode e sfuma
senza maestri e guide esprime cloni
narcisi osservatori della doppia
(inizia ad incrinarsi)
immagine di sé vacuo rapporto
apparenza di apparenza riflessa
dal cuore muto inerte malinconico
groviglio di un gomitolo ritorto. (pagina 42)
Non me ne voglia l’autore se, a commento, non riesco a tralasciare i termini “buoni sentimenti” o “sentimentalismo messianico” per dare corpo e nome a tali affermazioni. Trattasi di concetti saldamente connessi al Bene, cosa buona e santa (anche per chi non ha fede). Il fatto è che, mentre si legge di fratellanza e sorellanza, di solidarietà umana, quindi, corrono alla memoria (quella del cervello) giochi di parola tipici del sermone o della predica sacerdotale. Non ci sarebbe buonismo se l’autore si scagliasse contro il Male, senza limitarsi ad esaltare la retta via, indicata dal suggerimento esplicito di “evitare” il groviglio di un gomitolo ritorto. E se scrivo questo è solo perché credo fermamente che, in un mondo quale quello d’oggi, rischi di essere debole parola quella che invoca il Bene senza condannare il Male: la speculazione della finanza fittizia, l’egoismo totalitario, l’arroganza e la corruzione che imperano nella pseudo-politica, l’intolleranza e molto, molto altro ancora. Si badi bene, lo fa persino il Papa. Se di “critica” si tratta, è comunque assai benevola. Non siamo uguali, chi scrive già lo ha evidenziato, assolvendo ogni difficoltà che nasca dalla differenza.
E veniamo rapidi al congedo.
Il piombo dello stagno assorbe i lividi
bagliori delle stelle e quelli impliciti
delle foglie – la pelle si è squamata
i sentimenti aprono gli anelli:
bisogna uscire fuori dal sepolcro
per nascere di nuovo ma dall’alto.
Chi vola non imprime tracce a terra. (pagina 59)
Versi intriganti e pieni di speranza che precedono la frase scelta dal Nostro per chiudere il proprio poema: Noi non siamo altro che (…) le tracce, le impressioni, le parole, i significanti che provenendo dall’Altro ci hanno costituito. Non possiamo parlare di noi stessi senza parlare degli Altri, di tutti quegli Altri che hanno (…) plasmato la nostra vita. Noi siamo la nostra parola, ma la nostra parola non esisterebbe se non si fosse costituita attraverso la parola degli altri che ci hanno parlati. (Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Universale Economica Feltrinelli 2014, p. 123).
Ramberti, in sintesi finale, ha dato vita ad un’alchimia testuale ricca di fascinazione, resiliente rispetto ad altri approcci contemporanei su temi quali i suoi, intimamente e ideologicamente religiosi, foriera di spunti di poesia alta, declinata attraverso un lessico duttile e ricco. Tali valenze creano equilibrio rispetto alle difficoltà di chi, come accaduto allo scrivente, incapperà in qualche iniziale inciampo nell’abbracciare Orme intangibili, e che, per assaporare appieno il poema, dovrà spogliarsi di resistenze e “sospetti” verso la religiosità dell’autore quando questa si fa ecclesiastica. La poesia, però, è grande guaritrice. Sana i dubbi restituendoli a manciate. E (ri) apre la mente. S.I.
martedì 18 marzo 2008
Punti fermi quasi mai… (Marco Statzu)
Questi inediti sono di una sincerità che svela l'anima del poeta nei suoi chiaroscuri di uomo, di testimone e di portavoce di un oltre (non a caso i riferimenti biblici sono molteplici) che urge in tutti noi, se non in maniera religiosa, quantomeno nella declinazione esistenziale dell'assurdo (Camus docet) o nella modalità di un rifiuto che o resta debole (sospeso) o finisce per diventare una nuova religione. Spero che Marco mi perdoni questa digressione e ritorno subito ai versi. C'è una emotività (cfr. Ianua cordis) razionalmente e linguisticamnte controllata (e sofisticata, direi, cosa fra l'altro assai gradevole al mio palato di ex linguista, si veda Sintassi di vita) ma pervasiva: lo stesso riferimento ai polisindeti, alle ripetute congiunzioni, è un ribadire che la vita ha bisogno di “legarsi”, di rapportarsi, di ritrovarsi, di smuovere e smuoversi in maniera sempre nuova (anche se apparentemente ripetitiva) come appunto sanno fare le e-mozioni : «“Isolano, isolato, isolante” / mi definisco per scherzo / davanti a chi mi si avvicina troppo. / Ma quanto desiderio di unione! / Una spiaggia non può contenerlo: / affonda e trabocca nello stesso momento.»
Per il rapporto quasi epico con il mondo naturale, e per la cadenza vibrante degli accenti tonici, ci vengono in mente le visioni e le, a volte tremende, “domande” in versi di uno Hopkins o di un Turoldo, ma la voce è il timbro sono del tutto moderni e caratterizzati da un understatement che è forse una cifra importante in Statzu (cfr. Esercizi di conversione).
TUTTO IN TUTTI
Tutte le ingiustizie di questo mondo io sopporto,
ogni pianto di dolore sparge le mie lacrime.
Tutti i sorrisi dei bambini
allietano la mia faccia.
Ogni capello strappato
manca alla mia testa.
Tutte le mani offerte in aiuto
mi sollevano.
Ogni goccia di sangue versato
indurisce le mie vene.
Ogni carezza amica
addolcisce la mia ruvidezza.
Ogni ora sottratta a qualcuno
manca alla mia vita.
Mi trovo spesso a sognare
i desideri delle persone che incontro.
Muoio ogni giorno in ciascuno dei miei fratelli.
E vivo altrettanto.
(Guspini, 27 dicembre 2008)
Onora il Padre
È questo lo scandalo incomprensibile:
che sei venuto – e sei morto persino!
per i peccatori, le puttane,
i farabutti, gli ubriaconi,
i ladri e i puttanieri.
E la schiera delle anime elette,
le nostre brave persone,
entreranno alfine in paradiso?
Sì. Ma solo per tua benigna concessione,
e ultimi nella fila.
Chi non ha mai provato ad avere la testa immersa nell’acqua
fino al penultimo spasimo poco prima che i sensi lo abbandonino
ti pone superbo una domanda:
«È giusto esser redenti per una lacrima
in fondo alla vita?»
È giusto. La seduta è tolta.
GUIDATO COME UN CIECO DI NOTTE
(Dopo la passeggiata a Piazza del Popolo quando sono diventato cieco)
Puntini di sospensione…
La mia vita ne è piena…
Punti fermi quasi mai…
Tanti a capo
costellano di nuovi inizi
il susseguirsi dei giorni
e una serie infinita
di polisindeti:
ho scoperto che anche la Bibbia
ne è piena
SINTASSI DI VITA
Sto forse intuendo
– per la prima volta –
non più di essere sbagliato
ma di avere sbagliato:
questo nuovo, sconosciuto ausiliare
cambia anche il tempo composto
della mia anima.
E sto errando tanto
– come negarlo? –.
Ma non sono errato.
Potenza del gerundio
sulla fissità del participio.
IANUA CORDIS
(Dove si prova a descrivere il rapporto di libertà e gratuità che l’amicizia richiede e invoca)
La chiave
nelle mie
o nelle sue mani:
sottile differenza
tra ospite e ostaggio.
(La notte tra 1 e 2 marzo 2006)
SERATA DI VENTO DENTRO E FUORI
Ventoso è il mio cuore
come la mia terra.
Ma esplode di sole
come lei.
Circondato da un mare
trasparente
a volte calmo
a volte burrascoso.
«Isolano, isolato, isolante»
mi definisco per scherzo
davanti a chi mi si avvicina troppo.
Ma quanto desiderio di unione!
Una spiaggia non può contenerlo:
affonda e trabocca nello stesso momento.
ESERCIZI DI CONVERSIONE
Dove va la zanzara di giorno
all’oscuro di tutti
io voglio andare.
SONO STATO ZITTITO DA UN BARBONE
– Le piacciono i cavalli, padre?
Mi chiese una volta seriamente
Mario che fu
antico maniscalco.
– Io lavoravo in un maneggio, sa?
– Ne sono molto affascinato.
Pensavo fosse sincera la mia risposta.
– Ha mai provato a cavalcarne uno, padre?
– Mai, dissi. Mai avuto tempo, purtroppo.
– Allora non le piacciono i cavalli.
Fu la sua sentenza perentoria.
Da allora sto sempre attento
quando parlo
a non avere davanti un barbone
che mi sbugiardi pubblicamente.
(17 gennaio 2008, h 16.55)
È difficile dire qualcosa di sé che scenda in profondità: si rischia di fare la fine di quegli adulti che secondo il Piccolo Principe di Saint-Exupery quando parlate loro di un nuovo amico non fanno mai domande sull’essenziale, del tipo: «Com’è la sua voce? Quali giochi preferisce? Colleziona farfalle?». Essi chiedono invece quanti anni ha, quanto pesa, quanti fratelli ha, quanto guadagna suo padre… «I grandi amano le cifre», conclude il Piccolo Principe (cap. IV).
Così lascio che per me parlino le mie poesie.
Marco Statzu
venerdì 17 aprile 2015
Orme intangibili : brevità e ampiezza
Davanti al testo poetico di Alessandro Ramberti Orme intangibili si rimane sorpresi per la brevità dello scritto e l’ampiezza del contenuto, che si dilata a ventaglio prendendo diverse direzioni, anche quelle cinesi.
Il florilegio si presta a varie interpretazioni. Può essere considerato un trattato filosofico-teologico, con tanto di note che invitano ad un’ulteriore riflessione, oppure un poemetto epico che ricalca, in una forma metrica ben curata, le orme degli antichi cantori, con tanto di prologo, epilogo e congedo.
Può essere definito anche il canto del salterio o la poesia della meditazione quotidiana, come ha ben sottolineato Vincenzo D’Alessio nella prefazione. Ogni parola, infatti, va letta più volte, meditata, per immergersi in essa.
Ogni verso va approfondito leggendo passi biblici e libri di teologi, come quello di Alselm Grün Scoprire la ricchezza della vita.
Il lettore viene interpellato a più riprese dall’autore con interrogativi sul suo cammino, sui suoi talenti, sulla strada da seguire.
Sembra di trovarsi in un convivio letterario a cui partecipano scrittori di varie epoche e provenienti da diversi luoghi: da Matteo Ricci, George Herbert a Fabrice Hadjadi, convertito al cattolicesimo; da Santa Teresa di Lisieux all’arcivescovo filippino Luis Antonio Tagle; da Kant a Camus a Massimo Recalcati. A turno, ci sono vari interventi che disegnano le sorprese dello spirito.
C’è, poi, la voce fuori campo di Papa Francesco che, con il suo libro Nel cuore di ogni padre, accompagna i passi incerti dell’uomo verso il sentiero erboso che porta al luminoso monte della grazia.
L’autore traccia le linee della problematica esistenziale, avverte la corrispondenza esistente tra il mondo e l’uomo, i conflitti tra la realtà esterna e l’interiore, coglie il senso del sacro nella rete di rapporti instabili e di messaggi spesso schizofrenici. Egli percorre e fa percorrere un cammino mistico, un cammino che fa fare esperienza di Dio, rintracciabile nel fondo della nostra anima, la sonda dello spirito, il canale di energia relazionale, inconscio serbatoio del vissuto. Ci invita a lasciarci portare dalle impronte, così profonde sul terreno umido, così invisibili se consumate sulla roccia, per incontrare, come i discepoli di Emmaus, il Risorto e diventare messaggeri di speranza.
Orme intangibili è un testo che guida il lettore a scoprire il suo mistero personale, a coltivare un cuore capace di ascolto, che conservi l’inquietudine del desiderare. È un testo che ci cambia dal profondo, ci trasforma e ci invita alla conversione, lasciando via libera all’azione purificatrice dello Spirito, che farà di noi i viandanti del respiro, la parte della terra più animata.
venerdì 4 dicembre 2015
Francesco Filia su Orme intangibili in Poetarum Silva
ORME INTANGIBILI DI ALESSANDRO RAMBERTI
UNA NOTA DI LETTURA di Francesco Filia pubblicata in POETARUM SILVA

domenica 9 settembre 2012
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