“… un libro geografico sull’amore …”

Giuseppe Carracchia, Stanze della luce, Prefazione di Fabio Pusterla, Moretti&Vitali 2022

recensione di AR




Con le parole che abbiamo inserito nel titolo l’autore definisce questa raccolta “che procede dal buio verso la luce, e più precisamente dalla Camera oscura che occupa la prima parte dell’opera all’esplosione luminosa dell’Estate che il libro conclude” (Pusterla a p. 8). È un libro impregnato di un soffuso erotismo, di una sottile energia vitalistica e trasformatrice (per i credenti potremmo utilizzare la parola Spirito) che sa tiraci fuori da “L’inoccupazione” (sezione che inizia a p. 19) e dalla “Camera oscura” (da p. 27), sa farci valicare “Il muro” (da p. 33), e risolvere i nodi (“Teoria dei nodi”, da p. 39). Trasportandoci in quel purgatorio (seguendo il suggerimento “dantesco” di Pusterla) della parte intermedia Riparando le palpebre (pp. 47-83), per approdare infine alla luce intensa dell’Estate (pp. 83-119).
Questa energia erotica esprime il desidero di felicità insito in ogni persona, specie quando si vivono periodi e situazioni che ci comprimono, ci schiacciano, ci lasciano inebetiti e sconfortati. Un desiderio che non è tanto il “dovere” di amare come recita l’esergo tratto dai Taccuini di Camus, quanto il sapere fare spazio all’amore, il sentirsi (magari inspiegabilmente) amati e quindi capaci di amore e di amare a nostra volta: “Non si è più perfetti che nell’errore, sfiancati / l’uno sull’altra / e insieme.” (p. 62); “(presenza vuol dire presente, / capace equivale a capiente)” (p. 74); “a rifondare l’erotica arte / dello stare al mondo / e del venirsi incontro” (p. 81); “Se chiedi a me perché / amore, ti rispondo non so / e se so non capisco.” (p. 97); “Essere felici è giusto, e nient’altro. / Essere nient’altro che felici è tutto.” (p. 114).
Queste Stanze sono dunque (anche) il racconto di un percorso esistenziale di cui, come spesso accade, solo a posteriori si riesce (e probabilmente sempre in modo imperfetto, ma è appunto l’imperfezione che ci porta a uscire da noi stessi, a non leccarci semplicemente le ferite ma a renderle feritoie di empatia, a farne l’imbuto che ci apre al prossimo, al mondo, all’altro), un itinerario al quale solo ex post, dicevamo, possiamo dare un qualche senso. Vivere è constatare che siamo particelle di infinito che brillano in un corpo limitato e umile, ma che senza tale corpo non avrebbero alcuna energia per manifestarsi, e attraverso quel grumo di storia, relazioni, emozioni, sentimenti che siamo, siamo particelle uniche, ciascuna con la propria luce, con il proprio sfrigolio, con il proprio timbro, con la propria con-sonanza con le altre fiamme che incontra/accoglie lungo il cammino (mentre se la fiamma si richiude in sé rischia di essere risucchiata dal buio). 
La scrittura di Giuseppe è sempre ricca di echi, non di rado sensuale, attenta nella scelta del ritmo, del suono, delle sfaccettature lessicali e sintattiche, immaginifica e concreta al tempo stesso… va assaporata e magari sommessamente declamata: “Se a sera, nel dubbio / poggi una mano all’asfalto / puoi sentirlo, il calore del giorno; / e alla fine è questo ciò che più conta // una mano che poggia, e l’odore.” (p. 104); “dalla cruna di quel lì / bisogna passare e ripassare / più e più volte dimagrendosi, / senza che il peso s’affievolisca.” (p. 90); ”Ed è per questo che mi alleno / per avere braccia possenti / che scaglino lontano tutto il male / che sappiano tenere sospeso / nella mano trenta quaranta cento chili / il peso della grazia, senza tremare.” (pp. 58-59, non è un caso che questi ultimi splendidi versi siano contenuti nella sezione intitolata “Pneumatica” all’interno della parte di mezzo, purgatoriale, quella che allena a una nuova vista, del libro). Risalendo alla prima parte della raccolta, ci lasciamo con questi versi intensi e viscerali che già danno spazio alla speranza: “Sorridere è mordere azzannare / una violenza inaudita, / è fare del male al male” (p. 34).   

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