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lunedì 8 aprile 2024

“La grazia dell'ombra” di Daniele Donegà a cura di Vincenzo Capodiferro

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica




“Un’ombra luminosa che si produce a volte in poesia” di Daniele Donegà

La grazia dell’ombra. Poesie per Alda Merini è una silloge di poesie di Daniele Donegà, pubblicata da Fara, Rimini, 2023. Daniele Donegà, presbitero della diocesi di Adria-Rovigo, scrive poesie fin da giovane età. Laureato in filosofia all’Università di Bologna, ha pubblicato diverse sillogi. Come scrive Alessandro Zaccuri nella prefazione: «Alda Merini scrive… e Donegà risponde… Un gioco di ombre e di luci, ancora una volta. Il risultato è quell’ombra luminosa che si produce a volte in poesia e alla quale diamo il nome di aura: qualcosa di impalpabile e necessario, come ogni domanda che implori di essere ascoltata». La poesia è domanda, è problema. Spesso pone interrogativi esistenziali, senza risposta. Almeno questa è stata l’esperienza poetica di Alda Merini. La poesia è riflesso di vita. Quando gettiamo un sasso in uno specchio d’acqua si producono delle onde. Le onde producono necessariamente increspature di luci ed ombre. Questa è la vita. Se tutto fosse buio o tutto fosse luce intensa noi non vedremmo d'altronde proprio niente. Noi stessi, come sottolinea don Daniele produciamo necessariamente ombra, le nostre stesse esistenze, come diceva Kierkegaard, sono peccato.

Bevi inebriata di stranezza
nel giorno incantato,
nella piazza che ti vede
gioiosa sposa in festa…


Bellissima questa visione di Alda come sposa, sposa di Poesia. È la celebrazione del nunc est bibendum di Orazio e di Alceo. La poesia è mistica unione con l’Assoluto, è voce dell’infinito, vibrata e ascoltata. Epitteto diceva: Dio ci ha dato due orecchie ed una bocca proprio per ascoltare il doppio e parlare la metà.

… per poi sposare le tenebre
ed accendere il fuoco dell’amore.


La poesia è mistero, tenebra, “notte oscura”, per usare un termine caro a san Giovanni della Croce. La poesia sorge dall’oscurità come seme, dal silenzio esiziale cosmico. Dio in questo senso è il primo poeta, il primo creatore. Poesia è dono creativo trasfuso agli umani.

Ti voglio bene
per tutto il male
che mi hai fatto
nei giardini della giovinezza.


Mirabile sintesi della vita di Alda Merini! L’amore ha il potere alchemico di trasmutare gli elementi non solo fisici, ma anche spirituali, così trasmuta, in misteriose “Nozze di Cana”, piombo in oro, male in bene:

Attendo anch’io insieme a te
che il pianto
si cambi in speranza…



Solo l’amore può tutto questo, quel “ch’Amor non venga sempre ragionando con meco” del “Solo e pensoso” poeta:

Dell’amore che infonde
di sorpresa e di silenzio
vuole farci uscire
ai nostri nascondigli
e ci porta sul carro di sole.


L’amore ci porta sul carro di sole, nel viaggio mistico verso l’infinito e verso l’Aldilà, l’altro mondo, simboleggiato dall’Occidente. La vita è cammin verso l’ombra, verso la foscoliana sera, la morte, il più grande mistero di tutti i tempi, che ha ispirato da sempre l’arte e la cultura. Quest’ombra è grazia, come dice don Daniele. Questo viaggio è al limite della follia: fece rinsavire Parmenide. Fece impazzire Dedalo e Icaro. Non tutti sono pronti e la “Ibris” attenta al cammino della verità, l’aletheia, l’uscir fuori dal nascondiglio, dal Lete, fiume dell’oblio.

Dio è il tuo vero sposo…

Ogni poeta vero, ogni artista, ogni scienziato è sposo di Dio, ispirato da lui. Questo è il vero senso di questa silloge autentica e seria, che tenta di dare delle risposte veramente attente e riflessive sull’esperienza poetica di una grande poetessa dei tempi nostri, Alda Merini.

domenica 8 ottobre 2017

Il profondo contrasto tra gli elementi – terra ed acqua – nella poesia di Carla de Angelis

recensione di Vincenzo Capodiferro 
pubblicata su Insubria Critica 


Mi fido del mare di Carla de Angelis


http://www.faraeditore.it/html/filoversi/mifidodelmare.htmlCarla De Angelis è nata a Roma e vive nella Capitale. Da tempo è impegnata nella produzione di opere letterarie: poesie e racconti, ma anche saggi. È presente in diverse antologie. Tra le pubblicazioni ricordiamo: Salutami il mare (2006); A dieci minuti da Urano (2010); I giorni e le strade (2014). Saggi: Diversità apparenti (2007); Il resto (parziale) della storia (2008); Il valore dello scarto (2016). L’ultima raccolta Mi fido del mare è stata pubblicata da Fara, Rimini 2017. Come scrive Alessandro Ramberti nella prefazione: «La sua poesia è semplicemente carica di vita, una vita che sa offrire al lettore con un rispetto ed un decoro pulsanti, in grado di fotografare in profondità, ma senza “violare”, capace di donare musica, ma senza cullare … La poesia, come la preghiera, ha bisogno di silenzio, di raccoglimento che spesso (ci confida Carla nella Introduzione) è notturno». Leggiamo qualche verso significativo: «Un atomo di pensiero scompiglia i capelli:/ tutti – parlando di un mondo futuro – / bruciano ogni tentativo di normalità», ed ancora: «(non è il vuoto che fa paura è la sofferenza/ di chi sta accanto a rendere insopportabile/ anche il respiro». Accanto a questi motivi di agonizzante esistenzialismo si erge forte un contrasto tra gli elementi, tra terra ed acqua, terra e mare. Ce lo fa intendere forte questo verso: «Vizi e virtù sono/ in attesa di un nuovo diluvio». La terra rappresenta il finito, il normale, ma anche la routine, la quotidianità, la perdita di senso di tutte le cose. Le virtù tendono a trasformarsi in vizi, a lungo andare… Il mare, invece, rappresenta la libertà, la liquidità (si parla oggi tanto di “società liquida” prendendo in prestito a Bauman), la creatività… la creazione passa attraverso il diluvio. La terra attende ansiosa un nuovo diluvio. La terra è stanca, non produce più, è fatta vecchia! Carla De Angelis ci offre degli specchi di realtà. L’anima è come il mare, le cui onde riflettono le spiagge inondate di gente che passa, lascia le orme per un brevissimo tempo, prima che tutto sia ricancellato dalle onde del temporalismo. Mi fido del mare è uno slancio romanticheggiante verso l’Infinito: ricordiamo Leopardi, quel «E il naufragar m’è dolce in questo mare». La poetessa si fida del mare, cioè di una realtà liquida, che può trasformarsi in qualsiasi cosa – ci viene in mente, a proposito, l’Acqua di Talete, il grande Oceano di Esiodo. «Vedere il mare che non ha più lacrime/ costretto a morire insieme a cento a cento/ costretto a proseguire tra le ferite/ di chi sfinito si lascia inghiottire»: molto forte il tema dell’immigrazione. La tomba del mare nasconde il dramma dei popoli: il Mare nostrum diventa a volte il mare ostile, ma non è colpa del mare! Il mare è contrasto: «È carne o pesce, terra o mare?». Il mare a volte si riflette nella terra, come nell’immagine, quasi vangoghiana del mare di grano: «– il grano maturo sembra mare/ ma profuma di pane –». La terra è terra. C’è il tema forte dell’alienazione del lavoro e lo slancio vitale verso la fluidità cosmica, alla ricerca come Ulisse dantesco senza porti né riporti verso i confini sconfinati, gli orizzonti senza fine. La contrapposizione tra terra e mare è quella tra certezza e fantasia – ricordate il '68: la fantasia al potere! – tra reale e surreale. 
Molto bello, infine, quel tocco ungarettiano: «Io non ho voglia di andare, resto a casa/ aspetto», che ci ricorda il Natale: «Non ho voglia di tuffarmi in un gomitolo di strade…». È una poesia che ritrae piccoli gesti, a volte inconsueti, però è semplice, riporta gli stati immediati di coscienza, i quali si intrecciano e sprofondano nei profondi meandri del mare della psiche. Le contraddizioni si risolvono solo nel mare, nell’appallottolarsi e infrangersi delle onde che si scagliano sugli scogli della terra forte. 
Una lettura bella: ci lascia riflessivi ed attenti, pronti a confrontarci con l’infinito. Chiudiamo con la postfazione di Gastone Cappelloni: «Leggere Carla è rivisitare la storia che è stata scritta per non dimenticarci chi siamo, la riscoperta di un vissuto che rimane, che ci siede accanto accompagnandoci ad abbracciare il futuro grazie al passato.»
Vincenzo Capodiferro
su Insubria Critica

mercoledì 2 settembre 2015

L'Abbraccio di Massimiliano Bardotti su Insubria Critica

recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica
L'ABBRACCIO DI MASSIMILIANO BARDOTTI
Una raccolta profonda e stringente di versi appositi


L'Abbraccio è un'opera di Massimiliano Bardotti, pubblicata da Fara, Rimini 2015, Prefazione di Vincenzo D'Alessio. Massimiliano Bardotti, nato a Castefiorentino nel 1976 ha pubblicato diverse opere, tra cui Fra le gambe della sopravvivenza (Thauma 2011) e A cieli aperti (Thauma 2013). È ideatore e docente del laboratorio di scrittura ri-creativa “Cut-up. La sartoria delle parole” 
(proposto anche nel carcere di Forlì). È presente in diverse antologie e blog letterari. L'Abbraccio è stato selezionato alla V edizione del concorso Faraexcelsior. Come annota Vincenzo D'Alessio nella Prefazione: «Questa raccolta poetica è divisa in quattro sezioni, ciascuna delle quali ha come incipit dei versi presi a modello da poeti vissuti a cavallo degli ultimi due secoli: Dino Campana, Alda Merini, Emanuel Carnevali e Arthur Rimbaud. L'abbrivo delle voci poetiche dona alla trama la vastità dell'atto che l'abbraccio rappresenta: protezione, accoglienza “degli umili, degli emarginati, degli orfani, dei naufraghi, dei folli, dei poeti, la lunga carezza dell'abbraccio”.»
L'abbraccio è l'orizzonte immenso che raccoglie gli enti in un afflato di rapporti che congiungono. Ogni uomo, ogni cosa, ogni passione: tutto è legato, tutto è trama. Leggiamo in Patria notte: La notte/ mia patria/ riparo/ corteccia./ Di notte/ rinasco. La notte è l'immensità del buio. La notte è l'abbraccio, perché protegge l'anima dalle “opere e i giorni”. Ed è paradossale perché l'oscurità protegge dal male e protegge nello stesso tempo il male: le opere dell'iniquità avvengono di notte. Ed echeggia Dino Campana: la notte del crepuscolo si attenua./ Inquieti spiriti sia dolce la tenebra. È questo crepuscolarismo che avvolge la poetica del Bardotti. Stiamo appesi alle grondaie/ come gocce di una pioggia che non cade. La pioggia non cade da quel cielo che nei versi di Massimiliano è uno specchio di anime e rimembra stelle cadenti. Ci ricorda il pascoliano 10 Agosto: E tu, Cielo, dall'alto dei mondi/ sereni, infinito, immortale,/ oh!, d'un pianto di stelle lo innondi/ quest'atomo opaco del Male! L'Abbraccio va letto a mozzafiato e fa riflettere sulla vita e sulla terra. È l'eco profondo di una voce che si unisce al coro di protesta contro i soprusi: «L'infanzia che uomini-eroi hanno difeso sacrificando la propria esistenza per sottrarla al Potere occulto delle classi dominanti, alla superbia dell'offuscata sommità di questa maledetta Torre di Babele, che rinnova i suoi gradini con il sangue degli umili, degli emarginati, degli orfani, dei naufraghi, dei folli, dei giudici e dei poeti per raggiungere il vertice acuminato dal quale guardare lo stesso mondo, dal quale parte la base dell'Umanità.» Sono parole profetiche di Vincenzo D'Alessio, non di un “uomo del mio tempo”, senza amore, senza Cristo, ma di un uomo autentico che ha portato sulle spalle la croce, ha vissuto di persona il dramma di un'esistenza, che proprio nella sua verità è stata sempre contrastata. L'Abbraccio è dedicato agli ultimi della vita, ai poveri, agli emarginati, ma è dedicato soprattutto all'uomo che è naufrago della vita, barca destinata al naufragio, come verseggia Govoni: Sul mio capo di naufrago/ galleggiante sul mare nero della vita/ afferrato ad una tavola sfasciata/ materna culla/ vedo ancora ondeggiare le stelle.

Vincenzo Capodiferro

lunedì 13 gennaio 2025

Una poesia che nasce dal silenzio, dalla meditazione

Salvatore Mannella, Chiedetelo al vento che passa

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica




“Una poesia scritta a tinte forti dove il richiamo di ogni cosa arriva fino in fondo al pensiero” di Salvatore Mannella

Chiedetelo al vento che passa. Poesie (1987-2004) è una raccolta di poesie di Swami Prem Salvatore Mannella, edita da Fara, Rimini 2024. «Le poesie racchiuse in questa silloge appartengono ad un antico progetto editoriale» - annota la curatrice Stefania Longo - «concepito dall’autore, ma purtroppo abbandonato e dimenticato. Saltato fuori, come per caso, nel riordino dei materiali privati dopo la sua scomparsa prematura, mi è sembrato propizio fargli vedere la luce per onorare la sua memoria».

Chi è Salvatore Mannella? Lasciamo scorrere una testimonianza di Gaetano Failla: «Swami Prem Salvatore Mannella, poeta ed intellettuale riservatissimo, di indicibile dolcezza e di intuizioni rivelatrici, ben lontano dal cicaleggio di vacui palcoscenici mondani, amante della poesia e dell’opera di Nietzsche, sin dall’adolescenza, profondo conoscitore di Leopardi, Dostoevskij, Strindberg, Cioran, Jünger, ha incontrato presto sul suo sentiero la luce di Osho…».
Da queste poche battute possiamo capire che è un uomo profondo, un “Solo e pensoso”, che ama «la natura e i solitari vasti spazi nordici, prossimi alla vertigine del Polo», l’ultima Thule, il Valhalla, consimile al Nirvana. È un “passero solitario”, come il suo Leopardi, pensieroso, che si perde ad immaginare proprio quei “vasti spazi”: «interminati spazi», «sovrumani silenzi», «profondissima quiete». La sua poesia nasce dal silenzio, dalla meditazione:

«Parla se hai parole più forti del silenzio, o conserva il silenzio». È una massima euripidea.

La sua poesia? Riprendiamo la nota della premessa di Battista Trapuzzano: «Una poesia… scritta a tinte forti dove il richiamo di ogni cosa arriva fino in fondo al pensiero: quasi una continua, ininterrotta pausa che medita su tutto. Una poesia che da sé esclude anche la capacità di obliare il silenzio che la genera», come dicevamo. Il fenomeno del silenzio diventa artificio, strumento di espressività. La pausa avvalora il suono, la parola. Il silenzio è punteggiatura, struttura ontica, ‘semplice presenza’. L’assenza si spiega con una pre-presenza. «Queste poesie non seguono le tracce lasciate da altri nel bosco delle parole e non vanno dritte a nessun incontro certo. Sono poesie vaganti, ombre nelle ombre, nel fitto delle inquietudini». Le poesie di Salvatore sono come heideggeriani “sentieri interrotti”.

La raccolta di Salvatore Mannelli è un petrarchesco “Canzoniere” esistenziale, profondo, intenso, pungente come quel vento di Bora, del Nord che egli amava. La raccolta di Salvatore è come Vita d’un uomo d’Ungaretti: «La poesia sola può recuperare l’uomo». Affidiamo al lettore l’arduo compito di poter gustare le sue meditazioni in versi. Sarebbe veramente difficile trovarvi un filo conduttore. Sarebbe un filo d’Arianna che scorre infiniti labirinti. L’udito è un labirinto, la sezione aurea ce la portiamo in testa. Siamo universi in pillole. Assaporare la poesia di Mannella è come entrare in un New World. La sua poesia è Upanisad. Riportiamo l’ultima poesia:


Hölderlin

Senza la poesia l’uomo
altro non è che un puro scoglio,
un sacro vuoto,
un vaso che non distilla vino
né conserva lo spirito della vita.
Senza la poesia non esiste niente,
gli immortali appassiscono in fretta –
gli Dei
nella noia non sentono,
hanno bisogno di chi senta per loro
perché è nel canto che si consegna
la Gloria, e la gioia raggiunge
il destino.


«E perché i poeti nel tempo della povertà? Chiede l’elegia di Hölderlin Pane e vino. Oggi comprendiamo a stento la domanda. Come potremo intendere la risposta che Hölderlin dà? […] Con la venuta e il sacrificio di Cristo ha avuto inizio, secondo la concezione storica di Hölderlin, la fine del giorno degli Dei.» (Heidegger, Sentieri interrotti)

Vorrei lasciare il lettore con la stessa domanda che si pone Heidegger. L’età degli Dei finisce. L’età degli eroi finisce. L’età degli uomini? L’età della poesia finisce. L’età della prosa… “la morte dell’arte” (Hegel). La poesia di Salvatore è un’eterna domanda che ci pungola, come socratico tafano, alla ricerca: «Una vita senza ricerca non è degna di essere vissuta».

Continua su Insubria Critica

mercoledì 10 aprile 2019

Un nuovo canzioniere di Vincenzo D'Alessio

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica il 10 aprile 2019

Un nuovo canzoniere dal sapore stilinovistico


Nuove anime è una silloge dell’autore Vincenzo D’Alessio – che già conosciamo su Insubria per altre opere – edita da Fara, Rimini 2019. Questa ultima fatica letteraria di Vincenzo ci rivela “miliardi di avi nel nulla”: «Chi può definire l’anima inquieta e bistrattata del poeta, la sua capacità di fare memoria e aprirci gli occhi? …?», così Alessandro Ramberti nella Prefazione si pone delle domande. Anche Heidegger si poneva il dilemma – riferendosi ad Hölderlin –: perché i poeti nel tempo della povertà? Ed Alessandro risponde: «Solo nei poeti, solo nella porziuncola poetica e creativa che c’è in ognuno di noi, magari celata, negletta, sotterrata da cumuli di preoccupazioni o da effimere fiammate emotive, solo in quel vertice sfuggente ed umile, potente e generativo, che potemmo chiamare spirito, troviamo quella scintilla di divino che sa riflettere una verità che ci abbraccia, ci eleva, ci accompagna:

l’amore tiene il cammino
senza scogliere sul mare
del silenzio etereo…
».

La porziuncola sa di francescanesimo! Il tema struggente della poetica dalessiana è un meridionalismo non politico, ma esistenziale, un sudismo non accademico, ma concreto, ma soprattutto la nostalgia del paese, della civiltà contadina.


c’era una volta un paese felice
dove la gente pensava al lavoro
ogni giorno benediceva, quello
che i campi donavano loro

(poesia n. 1)


Tutti sono innamorati di quella civiltà. Basti pensare, a mo’ d’esempio, al leviano Cristo. Levi torna nel luogo dell’esilio. Perché? È difficile tornare nei luoghi dell’esilio. Gli ebrei lo sapevano, quando erano a Babilonia: E come potevamo noi cantare i canti di Sion in terra straniera? Ai salici di quella terra abbiamo appeso le nostre cetre. Il forte tema di questo salmo sarà ripreso dal Quasimodo. Perché tutti ricordano, con affetto, gli anziani, gli adulti, i giovani, quei tempi spensierati della civiltà agricola preindustriale? Forse che Rousseau non aveva ragione?

tornerò da mendicante
nei vicoli trasognati dei paesi
irpini sparsi sui dorsi
di elefanti impietriti

(poesia n. 2)


Anche qui riemerge forte il topos classico dell’Ulisse che torna alla sua Itaca vestito di cenci:

nessuno toccherà le mie vesti…

Questo tema forte del ritorno viene brillantemente centrato da Colomba Di Pasquale nella sua nota critica: «La canzone e le migrazioni. Il poeta fa parlare luoghi e nostalgie … La quieta polvere di Emily Dickinson e scorgo in lontananza un Vittorio Sereni che si sporge su questa silloge».
D'altronde – mi perdoni l’intersezione coi miei versi, ma il tema è fortissimo e coinvolgente e con Vincenzo posso permettermi – anche noi avevamo annotato questo tema della “sinestesia” del ritorno:

… solo tu, pastore ancora rimasto
a transumare, solo tu di una milizia
di guerrieri estinti, solo tu ragazza
trionfante tra le capre sbuffanti,
tediate dalla secca erba, sei rimasta
di uno stuolo antico di amazzoniche
brigantesse. Sei rimasta a ricordare
un tempo che fu. Solo tu gualano,
solo tu zappatore che sempre zappi
con la gobba ricurva sull’angusta terra
ci aspetti al ritorno dall’esilio.


Dobbiamo ringraziare veramente di cuore Rocco e Carmine per aver accolto noi poveri poeti sul sito “Visita la Lucania”: non abbiamo i fondi per pubblicare i nostri versi smemorati! Ma torniamo al nostro Vincenzo:

non piangerò per te
fontana antica abbandonata
al destino da orridi uomini

(poesia n. 6)

E come non ricordare le fontane dei pastori? Ognuna aveva un nome, una storia. C’erano i “pilacci” una specie di vasche, ove si abbeveravano gli armenti. Una di queste fontane antiche si trova ancora sul Monte di Raparo. Ci andavamo ad abbeverare anche noi, come capri, quando seguivamo la cresta immensa del monte che faceva a croce, sulle tracce dell’aereo perduto della seconda guerra mondiale. Un’altra si trova ad Acqua Russo, vicino il podere del nonno Vincenzo: anch’io reco lo stesso nome di Vincenzo e questo nome ci accomuna nell’omen.

ride il fanciullo
dal cuore verde
ha mani nuove

(poesia n. 33)

Vi si respira il panismo naturalistico dannunziano. Anche Gabriele fu ispirato da questo mondo ancestrale: Settembre, andiamo. È tempo di migrare…

non aprite il cuore dei poeti
socchiudete l’uscio nell’attimo
fuggente

(poesia n. 36)

Anche qui non mancano riferimenti classicistici come il carpe oraziano. Il cuore dei poeti è uno scrigno di tesori, ma anche di dolori: è il vaso di Pandora. Aprirlo significa spargere l’angoscia, la nostalgia profonda che proviene dagli archetipi junghiani reconditi dell’inconscio collettivo. È il cuore ungarettiano, come in San Martino…: Ma nel cuore/ nessuna croce manca. È il mio cuore/ il paese più straziato. Come somigliano i nostri paesi abbandonati ai paesi della guerra! Andate qualche volta a Craco vecchia, entratevi entro… avrete delle sensazioni spaventose, di sublimità mistica. Pare di essere sulla luna!

dai capezzoli rossi
delle vigne sai come
l’Autunno dona giorni

(poesia n. 31)

Vincenzo non usa mai la maiuscola, la usa solo per Autunno, personificazione della Natura. Bellissima questa immagine della madre Terra che allatta i suoi figli, col vino/latte, ambrosia dionisiaca! Anche Nietzsche fu ammaliato da Dioniso. Gli Dei ci hanno concesso di partecipare al loro banchetto, a bere il loro succo profumato: il “profumo di mosto selvatico”, come il film … Come non ricordare quando ci mettevano a piedi nudi nei tini a calpestare i grappoli? Ci ubriacavamo al solo odore del mosto! Qui ci è d’uopo ricordare un altro San Martino – non del Carso, ma quello carducciano – : dal ribollir de’ tini/ va l’aspro odor dei vini/ l’anime a rallegrar. Dioniso, padre della poesia, è il dio delle vita/vite. Ci ricorda nondimeno il canto santo: Signore di spighe indori/ i nostri terreni ubertosi/ e le vigne colori/ di grappoli gustosi. Quel colorare ce lo ricorda anche il D’Alessio:

la pergola dell’uva
tinge l’aia cald
a
(poesia n. 33)

Nuove anime ci ricorda – perché no? – quell’esperimento del Dolce Stil Novo. D’altronde Vincenzo appartiene alla setta dei poeti irpini: un gruppo di intellettuali innovatori. La poesia è anima, ma queste anime nuove sanno d’antico: O bellezza sempre antica e sempre nuova. Tardi ti amai! esclamava Agostino! L’antico e il nuovo si baciano in rime sparse ed in mezzo si avverte l’acre odore del “ribollir de’ tini”. È la nostalgia del Totalmente Altro, il ricordo struggente dell’infanzia: Non compagni, non voli,/ Non ti cal d'allegria, schivi gli spassi;/ Canti, e così trapassi/ Dell’anno e di tua vita il più bel fiore. Il poeta è sempre un passero solitario. Tutti i poeti vivono di questa memoria dell’infanzia, anche se tragica, drammatica. Basta ricordare il fanciullino pascoliano, il rondinino che pigola nel nido di “quest’atomo opaco del male”. Quale profonda analogia c’è tra il passero leopardiano ed il rondinello pascoliano!
Vincenzo ci racconta come gli altri questo offuscato “male di vivere”, come Montale, come tutti… Anche in questi versi si respira l’aria della redenzione sociale, cosmica, tipica della Ginestra, che resiste sulle lande desolate dello Sterminator Vesevo.
Il lettore saprà ben apprezzare questi versi concisi e pregni di questa ultima raccolta di Vincenzo D’Alessio.

martedì 10 dicembre 2024

“E fu sera e fu mattina” di Francesco Randazzo a cura di Vincenzo Capodiferro

recensione di Vincenzo Capodiferro su Insubria Critica - dicembre 10, 2024

E FU SERA E FU MATTINA

Una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente regista le ragioni del cuore



E fu sera e fu mattina. Libri del tempo è una raccolta poetica di Francesco Randazzo, edita da Fara, Rende 2024. Come scrive Alessandro Ramberti nella prefazione: «La poesia di Francesco Randazzo è una lastra fotografica sensibilissima che emoziona e lucidamente registra le ragioni del cuore (del suo e del nostro)… I poeti, come i profeti, sanno vedere oltre, lontano, e, come Nathan fece con Davide, possono scuoterci, tirarci fuori dalle nostre bolle di transitoria e deleteria onnipotenza. Se non li ascoltiamo, rischiamo di fare la fine del pazzo di Gela …». Certamente Alessandro rimanda, qui, ad un’antichissima concezione, quella del poeta vate e del poeta profeta. L’ultimo poeta vate è stato D’Annunzio. L’ultimo poeta profeta è stato Turoldo. La società senza poeti è impazzita: «Un pazzo di Gela s’aggirava/ per le scure strade disastrate/ della sua esistenza larvale …». La Musa rende ciechi. Ogni poeta è un Omero, un Odisseo, ogni uomo un “Uno. Nessuno. Centomila”, ma soprattutto un nulla: «… nemmeno l’al di là l’aveva voluto, così/ era soltanto invisibile,/ nulla mischiato al niente. E fu sera e fu mattino. Un nuovo giorno». Da qui è tratto il titolo, emblematico, e dilemmatico, perché da un lato rimanda alle pause creative di Dio, le sue “insonni notti”, dall’altro ad una tipologia espressiva tipica che sta tanto per “Tanto l’aria s’addà cagnà”. L’atteggiamento di Francesco è - come annota sempre Alessandro - «altalenante tra fede e scetticismo». La sua è una fede critica, non scontata. Il poeta è un Giobbe ridente, tanto per adusare un ossimoro lampante. Francesco è non è solo un regista poeta, ma un poeta regista: riprende la realtà, quella vera, non la fiction artistica. Aristotele sosteneva che la poesia è più vera della storia, per il concetto di verisimiglianza. Ma soprattutto l’arte è catartica e per questo artica: le espressioni artistiche possono congelarti, pungenti come Bora. Nel mare del nihilismo, ove pare sia dolce il leopardiano naufragio, emerge lo scoglio dell’Assoluto: «Mando un messaggio a Dio e lo ringrazio./ Sembra stupido e vano: ma cos’altro resta,/ quando tutto diventa così disperatamente inutile, cos’altro/ se non la folgorante idea di Dio?». L’idea di Dio non è Dio. Il Dio d’Abramo, d’Isacco e di Giacobbe non è il Dio dei filosofi (Pascal). Eppure hanno la stessa radice, indoeuropea: “vid”, vedere. Ciò che s’è visto. Dio nessuno l’ha mai visto; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio dimora in noi e il suo amore è perfetto in noi (Giovanni). Dio è amore.

Se ci fosse un terremoto sarebbe peggio.

Se ci fosse una guerra sarebbe peggio.

Se ci bombardassero sarebbe peggio.

Se ci deportassero sarebbe peggio.

Se ci togliessero la parola sarebbe peggio.



Come non ricordare il “S’i’ fosse foco” in chiave modernista? Francesco registra in uno sfondo poetico in bianco e nero, quasi neorealista.

Francesco Randazzo, laureato in Regia all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma, lavora in Italia e all’estero come regista e autore. Ha fondato la Compagnia degli Ostinati - Officina Teatro, della quale è stato direttore artistico. Ha pubblicato testi teatrali, poesie, racconti e romanzi. Numerosi i premi di drammaturgia e letteratura nazionali e internazionali. Sue pièces sono state tradotte in spagnolo, ceco, francese e inglese. Con Graphofeel, negli ultimi anni, sono usciti: I duellanti di Algeri (2019), L’amore è quiete accesa (2021) e Freme la vita. I sogni di Goffredo Mameli (2024).


lunedì 29 aprile 2019

“Suggestioni in versi” laconici, contemplativi e infiniti

Alessandro Ramberti, Vecchio e nuovo, Fara 2019

recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica



Vecchio e Nuovo” è una raccolta di versi di Alessandro Ramberti, edita da Fara, Rimini 2019: «Le poesie di Alessandro Ramberti non sono degli inni liturgici, ma mi pare pongano la questione come dire e come lodare? Come parlare del padre di cui cerchiamo le tracce (IV) – e come parlargli? Non sono degli inni ma sono le parole che si mormorano per intonare l’inno, per trovare la nota, per accordarsi, come fanno i musicisti. Sono dei brani musicali che provano di volta in volta diversi strumenti per trovare – se possibile – l’inno universale. E queste prove sono segnate da una grandissima discrezione, perché bisogna che la solennità dell’inno sia stata a lungo nutrita di discrezione e di silenzio,» scrive il Vermander (S.J., Professore di Filosofia, Università Fudan, Shanghai) nell’Introduzione, tradotta dal francese. Lo stile con cui solitamente Alessandro è presente nei suoi versi è ermetico (in senso mistico). Questo ermetismo si ricollega allo stile orientale: non a caso riporta i titoli dei versi in cinese, lingua di cui il nostro è innamorato. Il cinese è l’esempio di una lingua antichissima, che si avvicinava all’egizio, coi pittogrammi, ancora vivente. Le parole risuonano nel silenzio: c’è più silenzio che parole! La lingua è pittura, è arte! È una cornice nel vuoto che esprime un sussurro. La reductio stilistica rimanda inevitabilmente alla riduzione fenomenologica. La poesia diviene sussurro dell’anima, come nei mantra orientali, o nelle rune occidentali. La runa in antico significava sussurro. Il linguaggio è runico, simbolico. La poesia così diventa sempre dicotomica, come sottolinea sempre il Vermander: «“Ci troviamo a un bivio” … di quale incrocio, di quale crocevia si tratta? Il carme lascia aperta la pluralità dei sensi. È lì per quello … Tutto il carme è una sentinella che vigila affinché niente fermi il senso su sé stesso. Ma se dovessi dare la mia personale lettura dei testi di Alessandro Ramberti direi che qui si tratta dell’incrocio del linguaggio – e dell’incrocio fra le lingue». L’esistenza è tutto un bivio. Bivio è incrocio. La vita è croce, è scelta. Ed è soprattutto scelta tra orizzontale e verticale.

Vera è l’obbedienza
se sei scultura che si lascia
scavare flauto 

di canna vuota 

Noi siamo come canne pascaliane vuote, però l’aria (lo spirito, il soffio) che passa in noi risuona nel tempio dell’universo come melodia che si esprime nel linguaggio originario, quello della poesia-/musica/-ritmo. Il linguaggio poetico come sottolineava Heidegger nel suo Hölderlin, è sacro. È come diceva Padre Vermander un quasi-inno liturgico all’universo. In ciò si richiede la massima virtù dell’obbedienza all’universo. Le canne pensanti suonano come flauti: il pensiero si esprime soprattutto attraverso la vocalità, il suono, il linguaggio. Logos è pensiero e linguaggio. In principio era il Verbo ed il Verbo era presso Dio… Il linguaggio poetico originario era di per sé liturgico, metteva in contatto col divino, con l’Essere. Siamo come statue viventi, non come gli idoli del salmo, che hanno bocca e non parlano, hanno occhi e non vedono, hanno orecchi e non odono, hanno narici e non odorano… Non siamo la statua di Condillac che viene scolpita dalle sue sensazioni, o la statua di Leibniz che viene tratta dal marmo secondo le sue scanalature innate. Siamo statue viventi dell’Eterno. 

Basta quasi un niente 
per incrinarti l’universo 
cammello e cruna 
diaframma e apnea 
Iniziamo un discorso 

È il Logos originario: il discorso ha a che fare con scorrere, col “Panta rei” del profeta Eraclito. Il linguaggio risponde alla sacra respirazione: ispirazione ed espirazione… Tutta la cultura della meditazione orientale accentua il momento centrale della respirazione. I riferimenti evangelici sono sempre presenti: cammello e cruna. È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago… D’altronde Alessandro incipit col passo marciano: Nessuno rattoppa un vestito vecchio con un pezzo di stoffa nuova…

C’è un rumore intorno
non percepisco di esser pronto
il cambiamento 
fa vacillare

Il cambiamento di per sé è fonte di incertezza. Se da un lato Alessandro si richiama a Gesù che segna lo strappo evidente tra le vecchie vesti farisaiche (Il velo del tempio si squarcia, come dire: il tempo si rompe. Il Cristo segna l’inizio dell’era nuova. Tempio… tempo…). “Vecchio e nuovo” sono le due realtà che consumano l’uomo. Spesso queste due istanze sono in lotta, non c’è sempre continuità. Il vecchio Adamo è perennemente in lotta col nuovo Adamo. La silloge alessandrina apre il sipario proprio con questo dualismo. Il tempo stesso è estasi, uscita-fuori-di-sé, ma proprio per questo l’essenza della temporalità è rottura del presente nel passato-futuro.

Facile è vedere
il poco resto di una vita
il nido fragile
in cui reagisce


L’uomo è fragile, come insiste anche Vittorino Andreoli. C’è un riferimento al nido pascoliano. La fonte della nostra parola, la sede di tutte le emozioni è il petto, il cuore. Questo cuore bolle, freme…

Ecco come Alessandro descrive la sua poesia: «Da anni amo scrivere ricorrendo a forme chiuse. Questa raccolta contiene 51 poesie (più quella in quarta di copertina) di tre quartine così composte: un senario trocaico (con accenti sulle sillabe dispari), un novenario giambico (con accenti sulle sillabe pari) seguito da due quinari pure giambici. Il titolo corrisponde al primo verso che viene tradotto in caratteri cinesi con traslitterazione in pinyin. Ogni poesia è conclusa da un titolo di coda: un settenario anapestico (accentato sulla terza e sulla sesta sillaba). È un piccolo canzoniere dedicato al nostro desiderio di eternità…». La poesia di Alessandro è classica, rispetta le regole, il ritmo. In un certo senso contravviene alle regole della poesia attuale, che si proclama libera… ma è prosaica. La poesia è musica, ritmo e perciò stesso aritmetica, ripetizione, ricorsività. Così ricalca Vincenzo D’Alessio nella sua epilogia: «Ramberti definisce questa raccolta: “un piccolo canzoniere dedicato al nostro desiderio di eternità”, e fa bene poiché la Poesia è l’olio che alimenta da millenni la fiamma del desiderio di superare i confini corporei e giungere al traguardo dell’appartenere alla luce dell’Umanità». L’eternità passa necessariamente attraverso la rottura del vecchio-nuovo. L’Eterno si fa tempo e il tempo, come sosteneva Platone, è l’immagine mobile dell’Eterno. Il momento della rottura è importante, come sottolinea Anna Ruotolo, in una delle epilogie dedicate all’autore, insieme ad altri, che non riportiamo qui: «È dal negativo che ci riviene indietro l’immagine sacra e luminosa della matrice di ogni paura che, in realtà, è il profondo desiderare, di ogni rabbia, che è la speranza ininterrotta, di ogni smarrimento che è la suprema sintonia col mondo». Il linguaggio della poesia è ritmico, rispetta in ciò il linguaggio della Natura, che si esprime come dice Galilei in formule matematiche semplici. Sempre Galilei afferma che Dio ha scritto due libri: la Bibbia e la Natura. I pitagorici riuscivano ad auscultare il moto degli astri. È una meraviglia che l’uomo di oggi, completamente frastornato, non può permettersi più. Possiamo fermarci però ad ascoltare il mistero profondo di queste poesie di Alessandro. Ogni elegia di questa silloge finisce in una chiosa, sintesi eterna di tempo ed atemporalità. Ogni chiosa è proverbio, stupore, meraviglia della vita, un mondo inchiodato. Il fiume scorre sempre nel suo letto. Il letto resta. L’acqua non torna mai. Le elegie di Alessandro somigliano molto ai frammenti dei presocratici: attingono all’esperienza originaria del Logos. Ci rivelano questo mondo ancestrale, sedimentato in ognuno di noi, in quello junghiano inconscio collettivo. Ramberti ci ricorda Turoldo (come sottolinea il D’Alessio):

è cimitero la memoria
e il cercare la lampada rossa
e cieca, cui la sola
grande morte porrà rimedio.


La poesia è il forte richiamo dell’Essere heideggeriano all’autenticità e questa si adempie solo nell’essere-per-la-morte. Questo è in poche battute il profondo messaggio di Vecchio e nuovo. Il lettore certamente saprà trarre profonde riflessioni esistenziali dalla poesia mistica di Alessandro Ramberti.

mercoledì 25 dicembre 2024

“Un intenso patrimonio affettivo” tradotto in versi

pubblicata su Insubria Critica - 21 dicembre 2024


ABSORBEAT DI GIOVANNI ANDREOLI

Absorbeat è una raccolta di poesia di Giovanni Andreoli, edita da Fara, Rimini 2024. «Una poesia non è scrivere alcune frasi», scrive Dante Zamperini nella prefazione “Schegge di vita su un foglio bianco”, «è uno stile di vita che qualcuno ha in dono per affrontare e gestire i fatti che il tempo riserva». Poesia è vita, non è semplice genere letterario: e una vita creativa. Giovanni, infatti, sempre come riporta il prefatore, ci lascia «un intenso patrimonio affettivo, gravato di un carico di pensieri stipati all’interno di un vissuto, di cui l’autore ci svela il significato con il lato oscuro del suo continuo perdersi e ritrovare un centro anche quando la vita obbliga ad affrontare un lutto…». La poesia nasce da sentimenti forti e i sentimenti originari sono sempre amore e dolore: essere o non essere, amletico dilemma.

Non c’è fantasia,
manca l’allegria,
ne approfittano gli animali.

Milioni di cani e gatti ruffiani,
ogni sera cenano
pasti gourmet tre stelle.


Poesia nostalgica. Manca quell’ungarettiana “allegria” che si assapora proprio nei momenti più difficili. Ci sono prove nella vita, il lutto del poeta rimanda alla dipartita del padre: «Le vecchie mormoravano:/ L’è na, l’è na…/ Ugualmente il traffico/ attraversava la stanza».

Poche parole, misurate, meditate, sofferte, fotogrammi sintetici dell’esistenza, scattati da una vecchia macchina fotografica, ancora a rullino: così possiamo definire questi versi semi-ermetici, semilavorati, del poeta veronese Giovanni Andreoli, i quali lasciano spazio a profonde riflessioni. Si diceva appunto “schegge di vita su un foglio”. L’anima non è già un foglio bianco, contiene le predisposizioni originarie, primitive, genetiche alla vita.

Questa poesia trae ad esempio la “banalità del male” quotidiano: la mancanza di allegria, soprattutto nel dolore, nel dramma della vita. Io dicevo ad un convegno con due parole, per esprimere lo stesso concetto che Giovanni vuol far trasparire: «Cani! Gatti! Biciclette! Ho detto tutto!».

Seduto sulla panchina
la vita mette allegria.
Penso in modo razionale, sereno.
Però non capisco, quando mi alzo…


La vita mette allegria, serenità, in quei pochi momenti in cui siede, la mente è lucida, calma, in quiete. Come capire la “quiete”, “dopo la tempesta?”. È diversa da quella prima della tempesta.

ABSORBEAT

Io senza Dio
sono solo la mia voce.
Un dettaglio, dispari o pari…

Parla della solitudine esistenziale dell’uomo come genere, non sempre come singolo: il singolo davanti a Dio di Kierkegaard! Solo nella dimensione umana la singolarità è superiore alla specie. Annota Alessandro Ramberti nella postfazione: «Sì, queste poesie ci spingono fuori dalla nostra zona di conforto, un po’ ci urtano perché tutti ci avvinghiamo alle nostre (false) sicurezze, a ciò che conosciamo, alle vie di fuga immediate… mentre quel che conta è riconoscersi bisognosi gli uni degli altri. Prendendo atto dei nostri limiti, delle nostre cadute, dei nostri sbagli… significa rientrare in noi stessi e rendersi disponibili all’intervento dell’amore, della grazia. San Francesco insegna».

La poesia di Giovanni Andreoli è preghiera. Riprende l’Absorbeat, attribuito a Francesco.

Rapisca, ti prego, o Signore…


Giovanni Andreoli è nato a Bussolengo (VR) nel 1962 e vive a Sant’Ambrogio di Volpicella. Operatore per disabili, ama fare lunghe passeggiate in natura. Presente nell’antologia “Olympia” di Montegrotto Terme. Pubblicazioni: Il giardino della terra insieme a Remo Xumerle (2003).




Vincenzo Capodiferro

lunedì 5 maggio 2025

“Questa messe impura" di Felice di Beng. Poesie robuste che scuotono…

recensione di Vincenzo Capodiferro




Poesie robuste che scuotono…

Questa messe impura è una raccolta di poesie di Felice Di Benga, edita da Fara, Rimini 2024. L’autore, Felice Di Benga, nato a Napoli nel 1955: laureato in Scienze agrarie, vive a Roma. Ha girato il mondo e conosce cinque lingue. È cultore della Scienza Storica. Tra le sue raccolte segnaliamo: Ci troviamo soli a consumare (Fara 2020), la quale ha ricevuto vari riconoscimenti. Scrive Adalgisa Zanotto nella Motivazione: «Di fronte a poesie robuste che scuotono, sei scosso da un’aurora silente e sussurrata». I versi di Felice risultano ruvidi e raspanti come quegli steli di paglia della messe, che egli cita nel titolo. La sua poesia ci ricorda quella civiltà contadina, celebrata da poeti come il nostro Scotellaro. Egli d’altronde proviene dalla tradizione agraria.

Ci trascinerà
questa messe impura
che fa di ogni giorno
un unico fascio indistinto.
Nulla ci salverà
se non l’amore diviso in mille rivoli…


C’è un’evidente allusione alla parabola della zizzania. La vita scorre in sfumature grigiastre, tra bene e male, tra luci e tenebre. Questo è il Panta Rei. Si legge nella postfazione: «Non si tratta forse del nostro stare al mondo come un “unico fascio indistinto”, essendo fili d’erba di un campo dove convivono grano e zizzania…?». Questo fascio indistinto che ci illumina, tra luci ed ombre e altrimenti non potrebbe essere tale (troppa luce e troppa tenebra ci rendono ciechi) ci ricorda quel fascio di impressioni di Hume: la vita è sogno.

Non parla la finestra
che accoglie un vagabondo meriggio…

Cosa resta di noi
se non i corpi sfuggiti…


Grande enfasi! Noi siamo come finestre sul mondo. Dalle nostre finestre, gli occhi, entra la luce dentro la nostra anima. Siamo platoniche caverne, monadi leibniziane, ma abbiamo delle finestre, non siamo senza finestre, né porte. Siamo in comunicazione col mondo, con altre anime. Ma non solo: l’arte ci offre spesso finestre schellinghiane, donde, affacciandoci, scorgiamo l’altro mondo, quello della fantasia. Il tutto si trova fuso in quello scettico “fascio indistinto”, che coglie fantasia e realtà. Solo l’amore ci salva, come dice il nostro. Scriveva Hugo: «Disgraziato chi avrà amato soltanto corpi, forme, apparenze! La morte gli toglierà tutto. Cercate di amare le anime, le ritroverete». I nostri corpi sfuggono continuamente. «Godi, fanciullo mio…». Una nota di profondo pessimismo pervade le forme poetiche di Felice, che risuona anche egli, nel suo nomen/omen come ungarettiana “Allegria”.

Fummo
cercatori di anime…

Come diceva Hugo. «Il dettato poetico di Felice Di Benga è cristallino. La trasparenza della sua voce è però tagliente: invisibili spigoli affettano la realtà, incidono la carne… La vita è un flusso che dipende e non dipende da noi… (“Postfazione”).

Noi siamo come gli spettatori dell’eracliteo fiume. Crediamo che l’acqua sia sempre la stessa, ci aggrappiamo ai nostri scogli mentali. Ma tutto cambia, anche noi, anche quell’osservatore O., che scruta con occhio scientifico la realtà. Tutto scorre. La realtà è paradossale. È “messe impura”. Le nostre categorie mentali non sono pure, come pretendeva Kant. L’Osservatore trascendentale si trova immerso in un campo di grano indistinto, in mezzo a percezioni subliminali. Percepiamo indistintamente il tutto, il campo, ma non i singoli elementi. Percepiamo il mare, ma non le singole onde, percepiamo il mare di grano, ma non le singole spighe che ondeggiano al vento. Siamo noi stessi delle “canne pensanti”. La nostra visione del mondo è impura: questo il messaggio profondo che vuole infonderci la poesia di Di Benga.

martedì 4 giugno 2019

L'infinito è libera espansione: “Anche le stelle hanno voce, / se ascolti, / e la sabbia il suo silenzio"

recensione di Vincenzo Capodiferro 
pubblicata su INSUBRIA CRITICA

Poesie espressioniste e riflessive dai colori caldi
che si fondono nel fresco autunnale




Nel fiato umido dell’autunno è una raccolta di poesie di Suor Mariangela De Togni, edito da Fara, Rimini 2019, opera seconda classificata al concorso Narrapoetando 2019. Suor Mariangela De Togni, nativa di Savona, delle Orsoline di Piacenza, è insegnate e musicista, nonché membro dell’Accademia “G. Marconi” di Roma. Da tanto è dedita alla poesia, la sua prima raccolta – Non seppellire le mie lacrime – risale al 1989. Ha pubblicato diverse raccolte di versi, tra cui segnaliamo le ultime: Fiori di magnolia (2011); Frammenti di sale (2013) e Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie? (2016) prima classificata al Faraexcelsior. Leggiamo dalla prefazione di Silvia Castellani: «Nei versi compaiono il chrònos ed il kairòs, quest’ultimo tempo legato all’esperienza, osservazione, comprensione e interpretazione … Nella poesia Quali frammenti di cielo, vi è la domanda. “Ma dove camminare / per cogliere lo spazio / della memoria?”. Mi sovviene alla mente quella “distensione dell’anima” teorizzata da Sant’Agostino per la quale il tempo sarebbe una dilatazione dell’anima verso l’interno che dà origine ad espansione spirituale protesa in avanti». Il tema del tempo è fortissimo. Inutile ripetere il grande Agostino. Nell’anima esiste solo il presente: il presente del presente, il presente de passato, il presente del futuro … E il tempo in parte è determinato, è fato, destino, karma, chiamatelo come volete, in parte è libero. E questa è la bellissima armonia dei contrari di Crono, il tempo vorace, che mangia i suoi figli e Cairo, invece, l’opportunità del tempo, la felicità, il successo: il successo è ciò che è successo ed il lieto evento. Il fatto è ciò che avviene necessariamente ma nello stesso tempo ciò che vien fatto, adempiuto dall’uomo. Queste due dimensioni del fato stoico e della libertà dell’uomo, del fenomeno e del noumeno, direbbe Kant, nell’uomo si abbracciano. Ma torniamo a suor Mariangela …

Mi incanto a guardare
dentro il pozzo
il velo dell’acqua.
Vi galleggiano, forse,
i miei pensieri?

L’elemento acqueo, liquido, diremmo oggi, della società liquida, dell’amoreliquido, del pensiero debole, alimentano il narcisismo originario. L’incantesimo del pozzo, dello specchio – chi è la più bella del reame? – ci soggioga sempre. Forse i miei pensieri? Si tratta di una domanda profonda: i pensieri non galleggiano … riflettiamo.

Eco ma di altre maree
e di altre aurore.
E di cieli stellati diversi.

Sulla tomba di Kant vi è scolpito: il cielo stellato sopra di me e la legge morale dentro di me. Si riallaccia al narcisismo: la eco dei pensieri galleggianti si riferisce sempre all’altro mondo. Vi è la dimensione della trascendenza in Suor Mariangela. Ella vive l’esperienza religiosa, ed anche mistica, che trova ristoro nella poesia e nella musica, nello studio della musica antica: il gregoriano. È tutta poesia quella! Poesia orante! Gli scienziati hanno scoperto che dentro i buchi neri vi sia una dimensione a-spaziale ed a-temporale, molto vicina all’Altro Mondo …
Ma, andiamo avanti in questa breve carrellata di riflessioni sui versi di Suor Mariangela:

L’infinito non concede ritorni
e non cancella il ricordo
della beatitudine.

L’infinito è un tema romantico. Inutile qui stare a ricordare i dolci naufragi del Leopardi! “Non concede ritorni”. Non c’è l’eterno ritorno degli Stoici e di Nietzsche. L’infinito è libera espansione, è evoluzione creatrice, come in Bergson: e torna il tema del tempo: il tempo spazializzato, o cronico, o Crono, è il tempo chiuso, ma a noi qui interessa il tempo aperto, quello durativo, dell’anima… L’anima si schiude come un fiore all’Apeiron, cioè l’aperto, nel tempo infinito che mai cancella il ricordo della beatitudine originaria, quella nel grembo di Dio, prima di essere partoriti dal Verbo, nella creazione dell’anima, quando l’anima viveva felice e beata in mente Dei.

Mentre rammendo i pensieri
ascolto il lievito nella madia
della speranza, godendo
questa luce ultima nel vento
pieno di stelle.

Chi si ricorda la madia? Quel cassone di legno ove si riponeva la pasta del pane a lievitare, prima di essere infornata? Io sì. Lo stile di Suor Mariangela tra effusioni mitiche e intrusioni albeggianti nei fondali dell’anima, quasi crepuscolari.

Anche le stelle hanno voce,
se ascolti,
e la sabbia il suo silenzio,
nell’aria quasi bianca
come un sospiro di luna.

I Pitagorici contemplando i cieli riuscivano ad auscultare i moti degli astri. Noi moderni abbiamo perso questa sensibilità, tutti presi da mille faccende e dai quadretti – i cellulari – che ci portiamo appresso giorno e notte. In un panorama neo-leopardiano si apre un silenzio inumano: i “sovrumani silenzi” di Giacomo. Solo grazie a questo silenzio possiamo ascoltare il cielo, cioè Dio. «Nel fiato umido dell’autunno è un canto,» – scrive sempre Castellani nella prefazione - «una preghiera luminosa che lungo una strada piena di vita sale fino alla cima della montagna più alta provando a toccare il cielo …». Sulle montagne di solito la Deità si manifesta: sui Sinai, sui Tabor. Bisogna salire. La poesia è preghiera, è salmo. La poetica di Suor Mariangela si ricollega alla poesia religiosa, di cui citiamo solo un nome: David Maria Turoldo. Tutti gli antichi poemi mitico-religiosi denotano che l’oratio originaria si rivolge all’Assoluto sotto forma poetica. La póiesis ci avvicina alla creazione originaria: in principio era il Logos ed il Logos era presso Dio. tutto si sviluppa dell’oralità originaria che risuona nel silenzio primigenio, pre-cosmico, quando l logos pensava tra sé e sé: l’in-sé, l’inseità dell’essere. poi dopo l’ente diventa per sé: la perseità.

Hai mai ascoltato il canto solitario
di un usignolo che il suo nido
ha ritrovato?

Ricorda Il passero solitario. Il poeta è un solitario. Innanzitutto è un solitario in quanto è un’isola – ma non una monade leibniziana, senza finestre, né porte –, però il più delle volte è condannato alla monadicità, cioè all’isolamento, all’incomunicabilità, all’interdizione. Come Cassandra il poeta spesso è costretto a dire, se non altro a velare la verità: a manifestarla, ma più delle volte a nasconderla.

Se scarto il silenzio
delle grondaie
nel gelo dell’inverno …

Scrivere è estrarre
dalla propria anima la bellezza …

Le parole sono impastate di silenzio, di pause. Il foglio è più bianco che nero. Lo scritto è poco. Lo spazio tra una parola e un’altra, l’antica epochè degli stoici-scettici, dà il senso a tutte le cose. Noi siamo voce emessa nel silenzio dell’universo: l’“atomo opaco del male” che vacilla nel fondo abissale. Siamo soli all’universo. La solitudine dell’umanità in parte è confortata dalla presenza degli animali innocenti, o dalla credenza che qualcun altro abiti le remote sponde dell’immenso oceano dello spazio celeste.
la poesia di Suor Mariangela è molto profonda e riflette il suo processo di spiritualità. La poesia è la propagazione del linguaggio originario, vicino all’essere, secondo Heidegger. Nel fiato umido dell’autunno rivela una stagione travolgente, ove la Natura si spoglia, si dà all’inverno, cioè alla morte apparente, allo strazio, alla nudità. L’autunno è fresco, ma assume colori caldi, rossi. La Natura si umanizza, respira, emette questo fiato che ci ricorda il bue e l’asinello, il presepe vivente del mondo. Autunno ispira nostalgia e malinconia: la fine dell’estate, dell’allegria. Oggi abbiamo dimenticato queste emozioni. esiste solo un’unica stagione, ove tutto è piatto, uniforme, noioso.

giovedì 23 maggio 2024

“Intensa silloge che unisce tutto ciò che di più umano e divino ha la poesia”

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica


Tutto il resto mi sfugge è una raccolta poetica di Camilla Ugolini Mecca, edita da Fara, Rimini 2023, finalista al Faraexcelsior 2023. Camilla Ugolini Mecca è nata a Verona nel 1971. Si è laureata in Lettere moderne. È consulente, editor e formatrice. Pubblicazioni: Ambigue stanze. Un itinerario nell’opera di Antonio Possenti (2003); Il destino dell’onda (2021); Tu sorgerai di nuovo (2022).

Il titolo prende spunto da un verso: Io so che esiste il presente, tutto il resto mi sfugge. Tomaso Pedio amava ripetere: - Il presente è tutto! Con Agostino potremo ancora ripetere: - Il presente del passato è la memoria, il presente del presente è l’intuizione, il presente del futuro è l’attesa. Tutta la raccolta ruota intorno a questo ponderoso tema della temporalità, ma si accentua sul resto: il resto del tempo. Oggi c’è tutta una polemica sulla filosofia del tempo tra ‘eternisti’ e presentisti. Certamente noi riporremmo Camilla Ugolini mecca tra i presentiti. Leggiamo tra le motivazioni della giuria: «Ma la poesia deve viaggiare per poter vivere e l’autore, nei suoi versi, evidenzia proprio la sua capacità di viaggiare in ogni cosa, tramutandosi, attraversando i corpi degli animali, degli alberi, delle cose dell’uomo poeta che dà voce: rinnovandosi. L’oracolo sogna…» (Elisabetta Bagli). Il poeta vate si fa voce panica, come quella dannunziana: … e varia nell’aria / secondo le fronde / più rade, men rade. Le metamorfosi del poeta si identificano con tutto ciò che tocca: come un re Mida aurifica tutto. È la parola creatrice, divina, che non vede separé tra mondo reale e mondo immaginifico. Schelling fa d’eco: «Ogni splendido quadro nasce quasi per il fatto che si toglie quella muraglia invisibile che divide il mondo reale dall'Ideale, e non è se non l'apertura, attraverso la quale appaiono nel loro pieno rilievo le forme e le regioni di quel mondo della fantasia, il quale traluce solo imperfettamente attraverso quello reale». Questi sono i sogni di Clara Kutznetsova: «Le parole sono come pietre focaie che si lanciano perché qualcuno le raccolga… poi all’occorrenza si strofineranno. La combustione avviene nel silenzio. E nello spazio bianco…». Dal libro del Siracide: «Se una frusta ti colpisce, ti lascia il segno sulla pelle, ma se ti colpisce la lingua, ti spezza le ossa». Come il proverbio: - La lingua non ha osso ma rompe le ossa. È la potenza della parola: la “dynamis” del “logos” di Gorgia. Il poeta è creatore di mondi.

Essere vista nuda
nonostante le piume.
Essere letta come una profezia.
Essere udita dentro al silenzio.
Essere guardata nel cuore del buio.


Serie di ossimori che esprimono la grandezza della trasparenza: la poesia “cassandrea”, svelatrice del vero, nel senso autentico di “aletheia”, uscir fuori dal Lete, il fiume dell’oblio. Chi dice la verità non è creduto: la sindrome di Cassandra che troviamo fino in Pirandello. Anzi vuol esser ucciso: è martire, testimone rosso.

Riprendiamo il verso del titolo, al seguito:

Felice ignoranza del futuro
dove si spalanca l’oro di un luminoso
anello, o di una spiga.
Tu voli invece nell’altrove
E lo tessi d’argento.

È la celebrazione autentica di un “Chi vuol esser lieto sia” di Lorenzo, di un “Carpe diem” d’Orazio. Il futuro crea aspettazione, ansia, tormento, anche sogno che si esprime nella contrapposizione oro/argento. Anche: l’età dell’oro si contrappone a quella argentea, sia a livello ontogenetico che filogenetico. Più aumenta la circospezione del futuro, più l’uomo si allontana dalla natura (i “Saturnia Regna”). L’altrove è non-luogo (utopico, distopico, retro-topico che sia). È alienazione! Soprattutto oggi che si è proiettati tutto sul futuro. È l’età futuristica per eccellenza. L’età presentista è l’età moderna, quella passatista l’antica.

I versi di Mecca sono molto profondi, intrisi di spiritualità. Il suo presentismo è unico e ci rende simili agli animali, a quella natura di cui tutto il genere umano fa parte, quella natura che viene tradita dall’uomo. Il progresso è il tradimento della natura. Quanto più siamo presente tanto più ci avviciniamo alla realtà vera, non quella trasfigurata dai meta-versi. Anche noi eravamo quegli “abitanti del bosco”, di cui il poeta cerca «le tracce annusando il terreno».