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lunedì 19 giugno 2023

Su L’occhio verde dei prati di Donatella Nardin



Donatella Nardin in Tra cima e fondo

Poesia della perdita - fatica - fragilità

Donatella Nardin ha scelto queste parole per riassumere il suo nuovo libro di poesie: L’occhio verde dei prati - Fara 2023 (Angela Caccia)

È un compito davvero arduo tentare di riassumere in tre parole questa mia ultima raccolta poetica.
Mi risulta infatti difficile staccarmi dai testi e, con sguardo neutro, tentare di evidenziare ciò che nell’atto creativo - “che sia sassopietra o nuvolafiore” come annoto in un verso della lirica incipitaria L’occhio verde dei prati - ha dato vita alle poesie e che poi, come spesso avviene, attraverso limature, aggiunte o sottrazioni, ha acquisito significato e pregnanza.

In quale misura davvero non so dire. Anche se, come afferma Carla De Angelis nella sua presentazione “sono versi che si leggono d’un fiato tanta è l’armonia e la delicatezza/dolcezza che li contraddistingue.”

Scarnificando e spremendo il tutto fino all’osso - e tenendo conto di un aspetto cogente in quanto i testi sono stati scritti nel periodo pandemico durante il quale ho anche subito dei gravi lutti - potrei affermare che si tratta di poesie della perdita, della fatica dello stare al mondo in pienezza e della conseguente fragilità. (continua su Tra cima e fondo)



La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di DONATELLA NARDIN (Deborah Mega) 

L’occhio verde dei prati

L’occhio verde dei prati, risvegliato,
fa nido bevendo la nuda
chiarità del mattino
come le vite care appese alle finestre
del loro infinito mancare,
come il biondosole, amore riverso
tra le scapole azzurre rotte
da assenze, commiati, afasie.
Ringraziare ogni risveglio che sia
sassopietra o nuvolafiore,
nell’attimo essere immensamente
grati – ai prati, al mondo, fosse
pure ai respiri affannati –
prima che il verde esca dagli occhi
come le vite care divenute
allo sguardo pura nostalgia.

(continua su Limina mundi)



Nell’eliotiana waste land che è il presente di Donatella Nardin, in cui «nessuno / sussurra più» il bene e il cielo è «infuocato da guerre / e da siccità», è alle madri, forze archetipiche e rigeneranti, che è affidato il compito della salvezza terrena (Infanzia violata). È su di loro che la poetessa carica e proietta la speranza, altrimenti sottile e muta (così in Tra cuore e bocca). Anche se talvolta non riescono a salvare («non bastò, non bastò la madre»), è comunque in loro che la fiducia viene programmaticamente riposta: «Scegli per me tra tutti i possibili / mari futuri quello dei baci […]». Per Fortini la speranza era l’accertamento di un vuoto; per Camus una comoda illusione cristiana; per Amelia Rosselli «un danno forse definitivo»; per Nardin è qualcosa che non muore solo se è gratuita. Un’idea forte e interessante: se la speranza è materia di scambio o richiede una contropartita; se diventa il frutto da contendersi e su cui accordarsi a un faticoso tavolo multilaterale; se decade in purezza perché sottoposta alle oscillazioni del mercato; allora, suggerisce Nardin, parliamo di un’altra, ibrida, falsa e vuota cosa. Le madri, facendo «mondo altrove», come recita il bellissimo verso della poesia a loro intitolata, rendono gratuita la speranza.

(continua su Licenza poetica)

sabato 31 dicembre 2022

“… un libro geografico sull’amore …”

Giuseppe Carracchia, Stanze della luce, Prefazione di Fabio Pusterla, Moretti&Vitali 2022

recensione di AR




Con le parole che abbiamo inserito nel titolo l’autore definisce questa raccolta “che procede dal buio verso la luce, e più precisamente dalla Camera oscura che occupa la prima parte dell’opera all’esplosione luminosa dell’Estate che il libro conclude” (Pusterla a p. 8). È un libro impregnato di un soffuso erotismo, di una sottile energia vitalistica e trasformatrice (per i credenti potremmo utilizzare la parola Spirito) che sa tiraci fuori da “L’inoccupazione” (sezione che inizia a p. 19) e dalla “Camera oscura” (da p. 27), sa farci valicare “Il muro” (da p. 33), e risolvere i nodi (“Teoria dei nodi”, da p. 39). Trasportandoci in quel purgatorio (seguendo il suggerimento “dantesco” di Pusterla) della parte intermedia Riparando le palpebre (pp. 47-83), per approdare infine alla luce intensa dell’Estate (pp. 83-119).
Questa energia erotica esprime il desidero di felicità insito in ogni persona, specie quando si vivono periodi e situazioni che ci comprimono, ci schiacciano, ci lasciano inebetiti e sconfortati. Un desiderio che non è tanto il “dovere” di amare come recita l’esergo tratto dai Taccuini di Camus, quanto il sapere fare spazio all’amore, il sentirsi (magari inspiegabilmente) amati e quindi capaci di amore e di amare a nostra volta: “Non si è più perfetti che nell’errore, sfiancati / l’uno sull’altra / e insieme.” (p. 62); “(presenza vuol dire presente, / capace equivale a capiente)” (p. 74); “a rifondare l’erotica arte / dello stare al mondo / e del venirsi incontro” (p. 81); “Se chiedi a me perché / amore, ti rispondo non so / e se so non capisco.” (p. 97); “Essere felici è giusto, e nient’altro. / Essere nient’altro che felici è tutto.” (p. 114).
Queste Stanze sono dunque (anche) il racconto di un percorso esistenziale di cui, come spesso accade, solo a posteriori si riesce (e probabilmente sempre in modo imperfetto, ma è appunto l’imperfezione che ci porta a uscire da noi stessi, a non leccarci semplicemente le ferite ma a renderle feritoie di empatia, a farne l’imbuto che ci apre al prossimo, al mondo, all’altro), un itinerario al quale solo ex post, dicevamo, possiamo dare un qualche senso. Vivere è constatare che siamo particelle di infinito che brillano in un corpo limitato e umile, ma che senza tale corpo non avrebbero alcuna energia per manifestarsi, e attraverso quel grumo di storia, relazioni, emozioni, sentimenti che siamo, siamo particelle uniche, ciascuna con la propria luce, con il proprio sfrigolio, con il proprio timbro, con la propria con-sonanza con le altre fiamme che incontra/accoglie lungo il cammino (mentre se la fiamma si richiude in sé rischia di essere risucchiata dal buio). 
La scrittura di Giuseppe è sempre ricca di echi, non di rado sensuale, attenta nella scelta del ritmo, del suono, delle sfaccettature lessicali e sintattiche, immaginifica e concreta al tempo stesso… va assaporata e magari sommessamente declamata: “Se a sera, nel dubbio / poggi una mano all’asfalto / puoi sentirlo, il calore del giorno; / e alla fine è questo ciò che più conta // una mano che poggia, e l’odore.” (p. 104); “dalla cruna di quel lì / bisogna passare e ripassare / più e più volte dimagrendosi, / senza che il peso s’affievolisca.” (p. 90); ”Ed è per questo che mi alleno / per avere braccia possenti / che scaglino lontano tutto il male / che sappiano tenere sospeso / nella mano trenta quaranta cento chili / il peso della grazia, senza tremare.” (pp. 58-59, non è un caso che questi ultimi splendidi versi siano contenuti nella sezione intitolata “Pneumatica” all’interno della parte di mezzo, purgatoriale, quella che allena a una nuova vista, del libro). Risalendo alla prima parte della raccolta, ci lasciamo con questi versi intensi e viscerali che già danno spazio alla speranza: “Sorridere è mordere azzannare / una violenza inaudita, / è fare del male al male” (p. 34).   

martedì 16 gennaio 2018

Nazario Pardini legge Quasi partita di Alberto Mori

recensione di Nazario Pardini pubblicata su Alla volta di Leucade


Camus in esergo (Albert Camus, Il rovescio e il diritto, Bompiani, 1988), il tennis nella sua estensione erotico-fisico-estetica-competitiva, l’uomo, la caducità della vita, il mistero dell’esistere, una quasi partita (decentra lo spazio impossibile/ Non avvantaggia/ Ma appare/ Quasi partita), sono i giochi poetici di Alberto Mori, che con un linguismo nuovo, moderno e personale continua nella sua ricerca innovativa di ascesa contenutistico-simbolica. Una metafora della vita, insomma. Si cerca di studiare le mosse dell’avversario, di abbatterlo, si lanciano tiri potenti, il più possibile filtranti, “siamo tutti chiamati a metterci in gioco” scrive Franco Gallo, il fatto sta che il vuoto sembra assurgere a personaggio invincibile in “questo impalpabile istante che scivola fra le dita come gocce di mercurio”. Quel quasi è ciò che più ci avvicina all’esistere dacché tutto è quasi in questo nostro mondo che ci vede imperfetti; che ci vede estremamente umani destinati a spazi ristretti e a sguardi biechi di fronte ad orizzonti impossibili. E anche a livello artistico quel quasi ci dice un po’ dell’isola che non esiste e verso cui noi dirigiamo la nostra rotta: non raggiungerla ed ambire al suo faro significa contribuire a rendere vivo lo stimolo della creatività; essere in mezzo al mare, e pensarci quasi al traguardo equivale a provare motivazioni ispirative. Qualora si provasse  dentro noi  il convincimento  della fine; l’ultimazione della nostra ricerca, non avremmo più niente da dire; ogni forma di arte sarebbe giunta al capolinea.
Quel quasi che Mori incide con scalpello da lesena nel titolo è un avverbio polivalente, polisemico, che ben si addice alla pluralità della condizione umana.

Nazario Pardini

venerdì 3 marzo 2017

Su Quasi Partita di Alberto Mori

recensione di  Andrea Rompianesi 

https://www.faraeditore.it/nefesh/quasipartita.htmlAlberto Mori in un suo testo di poesia del 2010, “Performate”, aveva sviluppato una particolare interpretazione del gesto fisico, della corporeità creativa. Oggi, questa espressione si decide per un’applicazione tangibile in Quasi Partita, la più recente novità poetica dell’autore, dove il gesto si identifica, apparentemente, con una teatralità rappresentata da una “quasi”, appunto, partita di tennis. La pagina si fa campo di gioco ma, in realtà, spinge l’osservatore/ lettore a ben altra indagine. L’occhio osserva con pietà e riconoscenza, citando Camus, dove l’esistenza è segno grafico che si ritraduce in voce. L’elasticità è sinuosa ipotesi di ampliamento sensoriale, come il destino quotidiano che non tarda a deviare dal nostro progetto. Obliquo diviene l’accorto accorrere delle visite accelerate e deterse. C’è forte un sentimento di liberare i confini in modo netto e inesorabile, senza ignorare il fragile indizio di ricerca che si contiene, smarrito. I componimenti, spesso di quattro o cinque versi, inducono a percepire, nel timbro dei colpi inflitti dalla vita, sudore frutto dello sforzo battente; così come le parabole disegnate nell’aria ricaduta divengono schemi analitici di geometrie inconfessate. Virgulti taumaturgici di esplicate sinestesie ove l’incrocio delle traiettorie diviene poiesi, nella lunghezza imprevista di un invio imprendibile. L’immagine conduce al ritratto della vita stessa che implica l’accettazione dei confini entro i quali agire, cogliere, pensare, amare. Il movimento vince la sua sfida inesausta; condensa nei segni il punto / regola della trattazione imminente. Non è il gioco ma “si” è in gioco, quotidianamente, applicando allo spazio una “strategia naturale”, sempre dal fondo delle nostre inquietudini. “Al momento del fato / … la velocità slitta”, mentre “la pausa vola via” come la sussistente iterazione concordata dalle regole dell’inizio. Certo, nella sfida esistenziale raffigurata nella metafora tennistica, Alberto Mori ci riconsegna l’emozione di una sfida performativa “dove impatti assordati / raddoppiano e muoiono attutiti”.

mercoledì 8 febbraio 2017

C’è una danza nel testo: su Quasi Partita


Alberto Mori, Quasi Partita, FaraEditore 2016

Nota di lettura di Alessandro Assiri

https://www.faraeditore.it/nefesh/quasipartita.htmlDi Alberto ho sempre ascoltato i suoni, il rumore dei bancomat, il frastuono dei bar, gli acuti e i semitoni delle sue Esecuzioni, il tintinnio delle chiavi le consonanti aspirate e le vocali… poi ricevo in lettura quest'ultimo lavoro Quasi Partita e separo il performer: ritrovo il poeta. Uno spettatore attento seduto in gradinata che risolve l'enigma dei gesti pronunciandoli, così che il corpo della parola si pieghi, si affatichi. Un incontro giocato dagli occhi dello spettatore che in qualche modo anticipa la partita, negli schemi perfetti dove si sa prima dove batterà la palla. C'è una danza nel testo, una sorta di armonia di estensioni di curve e di ricercate traiettorie. Sì è vero sembra tennis, ma senza rete, la mimica del nulla perché qui non conta il risultato, eppure c'è un agonismo, un gioco possente di gambe e di fiato, una cronaca intatta di movimenti perfetti. Chi scava e chi contempla come nel quasi esergo di Camus o davvero quel “quasipartita”, ma non ancora tornata.

martedì 26 gennaio 2016

Una presenza in assenza

recensione di Anna Maria Tamburini pubblicata su Città di Vita, novembre-dicembre 2015, numero 6
Alessandro Ramberti, Orme intangibili 
FaraEditore, Rimini 2015, € 10,00 


Trascurando la presenza di prefazione e postfazioni – (empatica, la prima di Vincenzo D'Alessio; illuminanti, le postfazioni di Alfonsina Zanatta, Gianni Criveller, Ardea Montebelli), frequente in qualunque tipo di pubblicazione, anche poetica –, il libro si struttura in vero come un saggio articolandosi attraverso una premessa, un antefatto, un prologo, l'apertura, l'insieme dei 32 componimenti che rappresentano lo svolgimento delle proprie tesi, un epilogo e un congedo. Il tutto doviziosamente corredato di un ampio apparato di note, che in poesia è più raro incontrare (anche se ci sono poeti che vi fanno ricorso), ma è indice di serietà del lavoro svolto.
Sotto l'aspetto formale, che non si può mai disgiungere dal contenuto, non solo i componimenti centrali del libro, ma anche premessa, antefatto, prologo, apertura, epilogo e congedo sono stati costruiti in versi: rispettivamente endecasillabi organizzati in quartine (premessa), settenari (antefatto), endecasillabi e settenario (prologo e apertura) – scansione poi adottata per quasi tutti i componimenti centrali con la sola eccezione del componimento L'amore porta l'anima all'inizio (p. 37) – soli endecasillabi liberi in libere strofe (epilogo e congedo). 
Trionfa dunque uno schema metrico che si accorda a quello più tipico della tradizione poetica italiana, sia lirica che enciclopedica o didattica. Fa eccezione qualche parisillabo in luoghi che intenzionalmente evocano una disarmonia (emblematico, di cui il luogo più avido è l'inferno di p. 20). Ma recuperare l'endecasillabo dopo tanto verso libero è un po' sospetto, nel senso che occorre farne un uso davvero sapiente. Si esige in sostanza, oltre che destrezza tecnica, un quid in sovrappiù di poesia, al fine di superare con immagini, o scatti metaforici e o varie altre soluzioni formali, la melopea del ritmo che si genera. Elemento innovativo in questo contesto, sempre sotto l'aspetto stilistico è il settenario che ricorre, a scandire le quartine, sempre rigorosamente tra parentesi. 
Alla tipologia del verso adottato corrisponde inoltre l'impiego delle rime. A parte i frequenti casi delle rime al mezzo, nelle quartine rimano sempre e solo i versi estremi, il primo e il quarto; mentre i settenari posti tra parentesi, quando si ripetono (solo in alcuni – pochissimi – componimenti rimangono singoli ) sono monorimi e pertanto questa unica rima prevale su quella semincrociata degli endecasillabi. Un fatto questo che sembra paradigmatico dell'intero lavoro, non a caso intitolato orme intangibili. La parentesi è un tratto soprasegmentale del discorso, che nella catena parlata evidenzia una incidentale, un po' come le lineette. Ma pensando al caso della Dickinson, che, prodiga di incidentali (oltre che amante della quartina) predilige le lineette, la parentesi si differenzia da queste perché non interrompe il flusso del discorso principale, non frammenta: solo, come queste, integra o corregge o sottolinea delle verità che possono restare in ombra. Dunque, per sottolineare quanto la forma sia strettamente legata al contenuto, c'è una verità che, non esplicitata, può rimanere criptata, ma che si fa voce, con un suo suono: presenza che ci attira con la musica (p. 20) e parla con un suo significato di verità. La rima sottolinea una presenza in assenza, di orme invisibili, anzi già intangibili, ma orme, deposito di un passaggio; e la formula, del resto, adottata per il titolo allude in tutta evidenza al Salmo 77(76), un testo che, direi, ha avuto una certa fortuna nella poesia contemporanea pensando alla sublime esecuzione del Passo d'addio di Cristina Campo (per la condivisione col Salmista di una analoga condizione di veglia nella solitudine, per la disposizione personale raffigurata nei gesti di supplica che richiamano pure un altro Salmo – «Verso di te protendo le mie mani», Sal 88 (87),10 –  e per lo stato d'animo – «Tutta la notte la mia mano è tesa e non si stanca; rifiuto ogni conforto». La poesia della Campo si dispiega tutta per immagini, conducendo il lettore a desumere da queste l'universo culturale di riferimento), ma anche l'idea della musica del sapiente in incantagioni, come l'esprime ne Il flauto e il tappeto, sembra recuperata in questa musica dell'Eterno – che raggiunge l'uomo – della poesia di Ramberti. 
Alessandro Ramberti recupera gli ultimi versi di questo Salmo e li trascrive in apertura del libro come prima epigrafe: «Nel mare passava la tua via, nelle grandi acque i tuoi sentieri e le tue orme nessuno le conosce» – alcuni traduttori optano per la formula «e le tue orme rimasero invisibili» –. Altre epigrafi seguono in questo libro molto colto, inframmezzato da continue citazioni, spesso collocate a fine pagina, come per avallare la propria esecuzione personale con la testimonianza di altri maestri, non tanto poeti – anche poeti, come Georg Herbert –, quanto essenzialmente cercatori della verità. Ritroviamo infatti filosofi (Kant) e testimoni di spiritualità anche non credenti: ricorre ripetutamente, ad esempio, Albert Camus, scrittore franco-algerino che, «alla ricerca della verità sull'uomo» (François Livi, Albert Camus. Alla ricerca della verità sull'uomo, Leonardo da Vinci 2013), nella ulcerazione della coscienza si confronta sul terreno del Sacro e anche da una prospettiva filosofico teologica sembra avere percorso le tappe di un'ascesi dal territorio disincantato dell'assurdo, sulla via della rivolta per la liberazione dell'uomo, sino all'amore, in una ricerca solitaria e strenua di contatto con l'Assoluto senza nome e senza volto, oltre l'immanenza tragica e la trascendenza muta  (così, di recente, Alberto Rinaldis, facendo ricorso a uno schema interpretativo insolito ma fecondo di possibilità ermeneutiche. Antonio Rinaldis, Paesaggi del sacro in Albert Camus. Oltre l'immanenza tragica e la trascendenza muta, Aracne 2013). 
A chiusura di ogni testo centrale, un ideogramma cinese, con la sua traslitterazione e con la traduzione italiana tra parentesi, più che titolo, sembra il precipitato della propria riflessione, il portato del discorso svolto. Il cinese apre al lettore italiano uno spiraglio su un mondo altro, su quella estraneità che le lingue orientali sottolineano già nella grafia, ma occorre tenere presente che entrambi questi elementi (estraneo e familiare), che fondano da sempre il linguaggio della poesia, si rivelano congeniali ad Alessandro, il quale si è perfezionato in lingue orientali. Poesia di testimonianza, quindi, e al tempo stesso poesia di formazione spirituale, oltre i contesti confessionali che pure sono richiamati dalle citazioni – provenienti da una mistica del Carmelo come S. Teresina di Lisieux, o dai padri gesuiti sia del passato (Matteo Ricci) che viventi (Jorge Mario Bergoglio)… – , ma sempre con uno sguardo alto, in un'ottica di apertura che sembra bypassare il significato ordinario di religio, percepito come una serie di pratiche e culti che vincolano l'uomo, per riportarlo al valore etimologico di ri-raccogliere, nuovamente scegliere. “Scegliere” è anche il verbo che si può assumere come titolo di un testo centrale (p. 39), una testimonianza di liberazione e gioia nella libera adesione a una chiamata: “Vattene” da Ur. È l'irruzione del divino in Abramo, come dal libro di Genesi. Abramo, il primo monoteista nella storia dell'umanità, colui congeda gli idoli recidendo i legami con le sicurezze di una patria, usi e averi…, fa di sé il viandante del respiro…, definizione sublime anche per la sapiente sintesi, giacché il divino è alito di vita, quell'alito che aleggiava sulle acque all'origine, che suscita la vita nelle creature viventi, nell'uomo…, alito vivo e vivente e operante, che ha parlato ai profeti, ad Elia (1 Re 19, 11-13)… Una esperienza che vale non solo per un patriarca del passato ma per ogni suo discendente sino ai nostri giorni. 
Coraggioso questo libro, perché in qualche modo fa risalire il lettore alle origini dell’esperienza religiosa che nell'epoca del postmoderno, secolarizzata e spesso ostile, pure non può fare a meno di una fede che si radica in una realtà che risponda a un bisogno di senso, di vita autentica…, una Realtà più reale del reale visibile e tangibile, pena la scomparsa persino fisica dell'uomo stesso. Perché il male è presente, ci assedia da ogni parte, ma il veleno del male nei ventricoli / rallenta la sua corsa quando ami (p. 17). Il dubbio sistematico, che alligna nel pensiero dell'uomo moderno, si insinua pervasivo: nel fango si propagano le scaglie / della madre seducente di ogni dubbio (p. 27). Ma il rischio vale la pena e nessuna strada è data a chi si arresta / sui suoi passi la storia corre sempre (p. 29). 
Vive in tal modo, l'autore, il proprio evangelii gaudium, la gioia dell'annuncio nel testimoniare la propria fede, mentre realizza al tempo stesso una sorta di introduzione a un percorso di formazione spirituale e, come condividendo le esperienze della mistica, disegna la via dell' ascesi attraverso il distacco e la determinazione… Una spiritualità laica per il nostro tempo in una sorta di breve trattato… Sintomatica del trattato è la distinzione tra anima, mente e spirito che viene formulata nel componimento persona (se possiamo assumere come titolo la parola conclusiva, persona, riportata anche in cinese (p. 40) – … L'antefatto stesso, un sogno, assume il significato di una esperienza del trascendente che nella fattispecie rappresenta un mandato personale, una chiamata… 
È la via del cuore, il desiderio, il sogno a rimandare a tutto ciò che si è perduto dopo il proclama della morte di Dio. Anche sul piano filosofico desta interesse questo fenomeno dell'Emotional Turn, che un filosofo come Max Scheler aveva in altri termini anticipato sviluppando una fenomenologia delle emozioni attraverso opere fondamentali, tra le quali Ordo amoris, un saggio di ascendenze agostiniane (Max Scheler, Ordo Amoris, a c. di Loretta Iannascoli, Aracne 2009). Ora, posto che termini come simbolo, bellezza, anima, amore… si richiamano costantemente nel libro, non è certo per caso che l'ultimo testo si chiuda con la parola amore, facendo balenare la luce nella notte e aprendo scorci di terra dell'origine e del ritorno: Il nostro quid non ha per meta il niente / compresso negli errori di sistema / ma uno scoprire nell'atto perduto / la luce di una notte sconvolgente // (ricolma di segreti) / lo splendido brillio di una risata / il flusso del big bang in espansione / l'amore per cui l'anima è al futuro / sapendosi da sempre disegnata. Il riso dei beati del Paradiso dantesco (lo splendido brillio di una risata), la teologia dell'universo in espansione (il flusso del big bang in espansione) verso il Punto Omega di Teilhard de Chardin, già di derivazione paolina, e la trama dell'arazzo del nostro vivere (l'anima è al futuro / sapendosi da sempre disegnata), già di Isaia e del Salmista…, si intrecciano in questi ultimi versi del libro proiettando il tracciato dell'anima oltre la soglia del tempo e dello spazio, attestando così il libro non tanto sul versante della lirica – capace tuttavia di accostarla a tratti –, non certo sulla linea della poesia pura di matrice petrarchesca, ma sicuramente su quella dell'impegno. 
È il proprio cammino spirituale e di fede che sostanzia questo intenso diuturno lavoro di poesia di Alessandro Ramberti. A mo' di sunto, l'epilogo raccoglie una serie di interrogativi aperti e l'ultimo punto di domanda sintetizza quello che è stato il messaggio fondamentale di de Chardin: Forse l'evoluzione spiega tutto / o siamo il nesso di una elevazione? 
Il congedo, infine, liberando liricamente il volo con il Vangelo di Giovanni (bisogna uscire fuori del sepolcro / per nascere di nuovo ma dall'alto, p. 59), si accompagna a una lettura della paternità di Massimo Recalcati, riportata in esergo, che si fonda sulla osservazione delle dinamiche relazionali primarie, quelle dinamiche che ontologicamente fondano l'umano recando la cifra della relazione originaria: «Noi non siamo altro che (…) le tracce, le impressioni, le parole, i significanti che provenendo dall'Altro ci hanno costituito. Non possiamo parlare di noi stessi senza parlare di Altri, di tutti quegli Altri che hanno (…) plasmato la nostra vita. Noi siamo la nostra parola, ma la nostra parola non esisterebbe se non si fosse costituita attraverso la parola degli altri che ci hanno parlati» (p. 59). 



lunedì 14 dicembre 2015

Lo slancio vitale delle Orme

recensione di Germana Duca Ruggeri 


In giorni come questi, che sono una vera sfida per l’umanità, abbiamo il dovere morale di far progredire i valori positivi che la vita ci può offrire, sia mediante la ragione sia attraverso il dono della fede. Potrebbe essere questo, in estrema sintesi, il messaggio che Alessandro Ramberti desidera mettere in circolo con l’opera più recente, Orme intangibili.
I testi, oltre trenta, incastonati fra Premessa e Congedo, sorprendono per la coesione stilistica e tematica. Essa si concretizza in una complessa, originale drammaturgia sull’amore cristiano, trascritta mediante quartine di endecasillabi in rima abca, intercalate da un verso libero fra parentesi. Ciascuna sequenza, di lunghezza variabile, è sempre chiusa da una parola in caratteri cinesi, puntualmente tradotti nel suono e nel significato.Nomi – gioia, meta, fede, bellezza, spirito, anima… – e verbi – scegliere, farsi carico, aiutare… – seguiti con una certa frequenza da citazioni tratte dalle Scritture e dagli autori prediletti: Camus, Hadjadj, padre Matteo Ricci, George Hebert, C.S. Lewis, Kant, papa Francesco, L.A. Gokim Tagle, Teresa di Lisieux, Recalcati. Autori ripresi nelle Note finali con utili ragguagli bibliografici e posti in dialogo con altri ‘specialisti’ come Bianchi, Bergoglio, Bonhoeffer, Stein.
Poesia di meditazione sulla prima virtù teologale, in gran parte; con un recitativo che, se da un lato evoca l’innografia sacra, dalle origini fino al Manzoni e oltre, dall’altro diviene sinossi di echi di stringente modernità, da Luzi a Merini, a Nove nel poema mariano. Nel caso di Ramberti, la fede viene donata in sogno, è «una lancia gettata / da qualcuno indistinto e remoto…»; è boomerang salvifico lanciato dall’Amore e all’Amore ridestinato; è generatrice di un flusso di energie ascendenti e discendenti.
Queste ultime hanno il loro fulcro nell’azione dello Spirito Paraclito, che il poeta accoglie già in Apertura: «Da dove nasce la consolazione / capace di arrestare ogni lamento / l’idea che siamo all’orlo di un bacino / sul quale aleggia e vibra la ragione // (da unire con la fede) // plasmando i nostri sogni ed i progetti? / c’è un fuoco che discende dal battesimo / sui nostri corpo-ed-anima a dirigere / i passi perché siano più diretti» (p. 19).
Il Consolatore riappare nel cuore del libro: «Se superi la prova del naufragio / c’è un’aria che risplende prodigiosa / voce-colomba squarcio del battesimo / manto-scudo al diabolico contagio» (p.46). Ed è sia «voce infuocata dell’Io-sono», sia proiezione interiore, élan vital che, sul modello socratico, diviene progetto di vita: «Crescere fino a renderlo brillante / il nostro spirito; allora la gente / che incontriamo proseguirà con noi / estraendo felice in un istante // (un’illuminazione) // dall’anima dal cuore dalla mente / ricchezze misteriose insospettabili / persino nel dolore della fitta / nell’abbandono o al fischio del serpente» (p. 51). 
In parallelo, le energie ascendenti sembrano scaturire dall’anima. Un’anima dotata di ali, capace di portare in alto tutto ciò che in ogni essere umano vi è di pesante e, in tal modo, farlo partecipare del divino. Ad esprimere in figura tale moto ascensionale contribuiscono i quattro volti femminili che impreziosiscono la pubblicazione, incisi con sensibilità e maestria da Francesco Ramberti, fratello dell’autore. La somiglianza di tali immagini con l’anima umana, che ci fa di poco inferiori agli angeli, arricchisce di senso ulteriore il poemetto sulle orme intangibili: «Chi vola non imprime tracce a terra». Con tale consapevolezza, passo dopo passo Alessandro si apre al mondo, alla trascendenza, all’infinito, pronto a credere in sé stesso, negli altri e in Dio, in una prospettiva di umanesimo universale: «Il Regno è proprio lì con la sua perla / quando siamo abbracciati dal perdono / ci accorgiamo della sua vicinanza / nel più celato anfratto della gerla».
Attento al magistero di papa Francesco, ma anche ad Agostino, per cui non basta conoscere il bene per essere buoni ma occorre amarlo, egli canta il legame che intercorre tra bene comune e fede. Grazie ad essa, il poeta non solo ritrova Dio, ma anche il fondamento dei rapporti umani, la cui unità è garantita dalla fraternità: «Chi troveremo là se non chi abbiamo / gratuitamente aiutato? Quel prossimo / magari senza nome ci verrà / incontro e ci rivelerà chi siamo // (la grazia è proprio questo)». Un invito, in altri termini, a rifuggire l’utilità fine a sé stessa, l’interesse personale, la paura.

venerdì 4 dicembre 2015

Francesco Filia su Orme intangibili in Poetarum Silva

ORME INTANGIBILI DI ALESSANDRO RAMBERTI

UNA NOTA DI LETTURA di Francesco Filia pubblicata in POETARUM SILVA

Ormecover
Orme intangibili  di Alessandro Ramberti (Fara Editore, 2015, prefazione di Vincenzo D’Alessio) è un poemetto strutturato in quartine di endecasillabi, alternate da un verso posto in parentesi che manifesta una sospensione del dettato e della lettura e al tempo stesso si congiunge al corpo del dettato attraverso la rima. Chiude ogni quartina una parola in lingua cinese, di cui Ramberti è profondo conoscitore, con traduzione, oltre a varie citazioni di autori che nella loro diversità, da Camus a Matteo Ricci, si inseriscono in maniera armonica nel testo, contribuendo a dargli una dimensione fortemente sapienziale. Il poemetto di Ramberti, come fa notare D’Alessio nella sua prefazione, assume la forma di un vero e proprio salterio, in cui il riferimento letterario e non solo è da ricercarsi nei Salmi dell’antico testamento attribuiti a Re Davide e che, nell’intenzione dell’autore, accompagna il percorso umano e devozionale di chi scrive.
Quindi Orme intangibili si presenta come una poesia di impianto esplicitamente religioso, dove il dettato poetico recupera la sua dimensione di canto e in particolare di canto sacro, di invocazione all’eterno, in cui il poeta esprime il suo desiderio e amore per il divino, che per Ramberti assume le sembianza del Dio cristiano. Quest’amore si fa canto e obbedienza all’eterno, ma al tempo stesso è una ricerca e un percorso dell’io che cerca un punto certo, un gancio nel cielo oltre la dimensione transeunte dei quattro arti (Che meraviglia è avere la coscienza/ di navigare oltre i quattro arti -/ un gancio qui nel mondo contingente/ di quella illimitata permanenza// (la luce riempie-emana)// che è priva di scansioni temporali). È il cielo il luogo del percorso, della navigazione, la poesia è una preghiera che tende le mani verso l’alto, come una cattedrale gotica, che pur rimanendo impiantata in terra si slancia verso il cielo, per essere presso dio, in paradiso. La poesia di Ramberti è questa meditazione inesausta sul percorso dell’uomo in rapporto al divino, l’uomo, in tale prospettiva, non può accontentarsi, pur non disconoscendola nella sua drammaticità e gioia, della vita terrena, la poesia è il tramite, è il luogo non-luogo in cui l’uomo prende coscienza della statuto eccentrico rispetto alla natura degli altri esseri, la sua natura di viandante, di colui che è sempre al di là, in continuo pellegrinaggio, in una distentio animi, in un futuro prossimo o remotissimo. L’uomo non è, ek-siste, è sempre oltre di sé, ricordando, sperando, temendo, e non c’è modo migliore per esprimere il senso dell’inquietudine umana del camminare, del percorrere un sentiero, della possibilità inquietante dell’errore nel procedere dell’uomo,  ma anche quella salvifica, di ritrovarsi, di ritrovare la strada verso casa, la strada che leghi il contingente all’assoluto. Nei testi di Ramberti questa inquietudine strutturale dell’uomo può riposare solo in Dio, in un canto che si fa speranza e certezza. Il poema quindi si presenta come una testimonianza poetica ed esistenziale di una vera e propria metanoia, di un cambio radicale, in cui tutto appare come un segno del divino, anche gli ostacoli, il dolore, la morte diventano loro malgrado segni di vita, di una vita che vuole essere immortale (La partita annullata dalla morte/ ha senso se c’è vita che perdura/ se cessa diamo corda a marionette/ messe in gioco dai fili della sorte). Ma questo libro è sì un libro che è mosso e abitato da una profondissima devozione, ma nella sua limpida struttura che rispecchia un percorso esistenziale profondo e tormentato, parla in maniera originaria anche a chi è al di fuori del perimetro della grazia a cui il credente sente di appartenere, perché il fulcro centrale del cammino poetico di Ombre intangibili è la dimensione dell’autenticità, l’esistenza non è qualche cosa di dato, ma è progettarsi in un dialogo con il mondo, con l’altro (abbia o no la lettera maiuscola), perché esser vivi significa essere abitati da qualcosa o qualcuno, essere trafitti ma rimanere coscienti, vigili fino alla fine (Ho sognato di avere/ il cervello percorso/ da una lancia gettata/ da qualcuno indistinto/ e remoto..riuscivo/ ad estrarla. Col cranio/ perforato dal tunnel/ luminoso e perfetto/ senza tracce di sangue,/ lacrimavo contento:// ero vivo e cosciente). Ed è sul senso della fine che le strade di chi crede e chi no, di nuovo si separano, gli ultimi lasciano le loro orme sulla terra fino a quando non scompariranno nel nulla, i primi invece sentono le loro orme alzarsi al cielo, invisibili e intangibili, e diventare, rinate, sigilli dell’Eterno (bisogna uscire fuori dal sepolcro/ per nascere di nuovo ma dall’alto.// Chi vola non imprime tracce a terra).

mercoledì 2 settembre 2015

Stefano Iori recensisce Orme intangibli su «Versante ripido»

recensione  di Stefano Iori pubblicata su Versante ripido n. 8 settembre 2015:  “La strabiliante danza della parola”



http://www.faraeditore.it/html/filoversi/ormeintangibili.html
Complesso il testo di Alessandro Ramberti Orme intangibili (Fara Editore, Rimini, 2015). Premessa, antefatto, prologo e apertura. Quartine alternate da un verso fra parentesi. Chiuse in cinese. Citazioni (il prediletto è Albert Camus) che si specchiano con il corpo poetico e ne intervallano il fluire. E ancora, un epilogo e un congedo. Oltre ciò, otto pagine di note che implementano la profondità del componimento. A cornice, una prefazione e ben tre postfazioni. Con l’indice, poco più di settanta pagine che indubbiamente mettono il lettore a dura, sebbene intrigante prova. L’articolazione dell’opera fa pensare ad una sorta di ipertesto o, voltandosi al passato, al Talmud, immane miniera di sapienza, scritto a più mani, con molteplici possibilità di scorrimenti intrecciati di lettura e di interpretazione. Non per niente Talmud sta per “studio”. È un labirinto, la tortuosa strada, afferma proprio il Nostro a pagina 49.
Dopo aver preventivamente visionato la struttura di Orme intangibili, impreziosita da illustrazioni in bianco e nero del fratello dell’autore, Francesco, ci si attende molto dal poema. E si parte avidi con la lettura. L’avvio (la premessa) è dichiaratamente ispirato a Jorge Mario Bergoglio, con omaggio alle considerazioni di questi su desideri e limiti, laddove i secondi vanno oltre i primi: Esistere è la forma continuata / dell’essere nel mondo temporale / coi desideri che vanno oltre i limiti / come i sogni prospettano gli eventi. Di confini o recinti poetici l’autore ne ha ben pochi e il suo scritto, come anticipato nella descrizione della struttura multistrato del componimento complessivo, si dipana in una montagna di senso, di considerazioni e di visioni. Ramberti, inoltre, si rivolge direttamente al lettore, sempre amabilmente, e gli pone anche una serie di domande (pure in questo rivedo il tratto talmudico dell’opera).
Ma perché mai l’autore ha scelto uno scheletro di scrittura così ricco… così “corposo”?

Si scontrano gli eserciti dell’anima
ma lascia entrar la luce nel segreto:
ricorda che se cerchi la tua strada
è necessario prima che ti perda.
(pagina 13)

La risposta, probabilmente, sta proprio nel concetto della precedente quartina che appare al termine della premessa. E a tal punto chi abbia visionato, come il sottoscritto, l’ardimentosa struttura di Orme intangibili, prima ancora di affrontarla con la lettura vera e propria, capisce cosa Ramberti suggerisce: se si cerca la propria via lo si può fare solo perdendosi. Sfida accettabile. Nel prosieguo del leggere, non pochi sono i momenti di svanimento, di smarrimento, quasi di sconforto: sensazione stranita che viene dal desiderio di carpire il messaggio dell’opera, senza trovarlo bello e pronto. Ramberti, evidentemente, sa che la poesia è un concerto: lo spartito è dettato dall’autore, ma il lettore funge da coro e da orchestra. La sinfonia lirica nasce da tale intreccio di pensiero, di attenzione sovrapposta, di intendimenti molteplici, di accoglienza e non solo dalla profferta del poeta. Rivolgersi al lettore direttamente, esplicitamente, sottolinea di fatto questa vivifica formula dialogica.
È comunque l’antefatto, a pagina 15, a chiarire l’intento di Ramberti:

Ho sognato di avere
il cervello percorso
da una lancia gettata
da qualcuno indistinto
e remoto… riuscivo
ad estrarla. Col cranio
perforato dal tunnel
luminoso e perfetto
senza tracce di sangue,
lacrimavo contento: 

ero vivo e cosciente.


La citazione collegata, tratta da Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, fa intuire che le questioni che muovono l’autore sono dio e la fede: “Ma perché, perché non è possibile cogliere Dio coi propri sensi? Per quale ragione si nasconde tra mille e mille promesse, e preghiere sussurrate,e incomprensibili miracoli? Perché io dovrei avere fede nella fede degli altri?”. (Antonius Block dialogando con la Morte).

Anche il prologo successivo fornisce indizio preciso della direzione intrapresa dal Nostro:

Le crepe fanno bene agli edifici
compatti babilonici e ripieni
come scatole di sabbia incolore
diversità confuse-disarmoniche

(clessidre orizzontali)

l’imbuto attende il tempo di caduta
ma tu continua pure la tua strada
il veleno del male nei ventricoli
rallenta la sua corsa quando ami.
(pagina 17)


Il concetto di amore salvifico ci riporta al testo di Sant’Agostino, che comprende il male, ma lo scaccia o compensa con la forza dell’amore (Ama e fa ciò che vuoi). Ma sarà poi realistica la conclusione del santo? Tale incognita è chiarita, a mo’ dell’autore, nella sua stessa apertura:

Da dove nasce la consolazione
capace di arrestare ogni lamento
l’idea che siamo all’orlo di un bacino
sul quale aleggia e vibra la ragione

(da unire con la fede)

plasmando i nostri sogni ed i progetti?
C’è un fuoco che discende dal battesimo
sui nostri corpo-ed-anima a dirigere
i passi perché siano più diretti.
(pagina 19)

Si può affermare, a questo punto, che quello di Ramberti è un poema religioso, cattolico anzi. Il laico e l’agnostico, a tal punto vibrano di perplessità. Gianni Criveller, nell’ultima delle tre postfazioni esordirà scrivendo: “Non sono familiare con il linguaggio poetico che Alessandro Ramberti impiega, ma lo sono con alcune delle persone con cui egli dialoga: Matteo Ricci, Dietrich Bonhoeffer, Edith Stein, Teresa di Lisieux, papa Francesco… Questi testimoni accompagnano Alessandro in un viaggio dell’anima, che si apre a vari orizzonti, e in cui fanno capolino alcuni temi preziosi, quali l’amicizia e la ragione….”. Chi scrive potrebbe lasciarsi andare ad un contrappunto: “Non sono familiare con l’anelito fideistico-religioso che Alessandro Ramberti impiega, ma lo rispetto in nome dell’unico amore davvero condivisibile anche per un agnostico: quello per l’anima, inspiegabile soggetto-oggetto (operatore logico o illogico che sia), ma tant’è, non riesco a affermare che non esista”. D’altronde anche Walt Whitman ebbe a scrivere: “… E non comporrò alcun poema o la più piccola parte d’un poema che non abbia attinenza con l’anima, / Perché avendo osservato gli oggetti dell’universo, / non ne ho trovato alcuno, né particella di alcuno, / che non abbia attinenza con l’anima”.

Il poemetto di Ramberti, dopo preamboli svariati, finalmente prende il via e lo fa con una bella quartina:

Ho detto poche cose e ciò che ho fatto
può essere riassunto in un vocabolo
che esprima la tensione dell’arciere
il cui bersaglio è interno ed inesatto.
(pagina 20)

Significativa anche la successiva, breve frase fra parentesi: (C’è un’utopia che sana)

I versi fluiscono e la metrica aiuta il lettore a ritrovarsi in una cadenza gradevole, sebbene la comprensione d’insieme non sia sempre facile. Piano piano, però, i concetti si dipanano. L’autore indaga su cervello e anima e arriva, in buona sostanza, a riconoscere il primo come intreccio chimico-elettrico, mentre l’anima è certo cosa altra.

Da questo punto in poi, il poema prende una nuova piega, fino ad abbracciare un raffinato fideismo cattolico, già presagito dai seguenti versi apparsi a pagina 20: Atomi di solidarietà / con il coraggio unito all’obbedienza / che implica la fede e l’alimenta / curando il campo della società.

Ha radici antiche il quadro della poesia di Ramberti, disegnato in versi come albero vitale. Centrale l’idea di anima, concetto che semina pensiero destinato a crescere. Intanto il cinese ci dice nome (forse quello di un dio la cui esistenza si cerca di dimostrare? O forse no?. È dato per certo!). La successiva citazione sembra confermarlo, dando chiara spiegazione all’eventuale dubbio di chi legge.


JESU è nel mio cuore, il sacro nome
è inscritto lì: ma l’altra settimana
un gran dolore l’ha ridotto in pezzi,
frantumato; così mi misi in cerca:
prima ho trovato quel che aveva J,
poi, dove ES ed U erano incisi.
In men che non si dica li ho composti,
seduto li ho enunciati ed ho capito
che al mio cuore in pezzi era J ease you
a quello intero JESU.

(George Hebert, JESU, in The Temple, Cambridge 1638, tr. ns.). (a pagina 24)

Chi legge (il sottoscritto), a questo punto, decide una pausa di riflessione prima di affrontare un tema che sfugge alla propria ragione (dio) e uno alla propria ragionevolezza (fede). Meno male che sull’anima persiste ampio accordo.

La meditazione su Orme intangibili, poco prima della metà del testo, porta a pensare che si tratta di un’opera ben congegnata e piacevolmente ambiziosa, evidente frutto di una mente sapiente e profonda, nonché di un componimento nato da penna raffinata e a tratti ardita. Poema pregno di ideologia religiosa, ortodossa, ma l’autore avrà messo senza dubbio in conto che la piega cattolica-fideistica non sarebbe stata nelle corde di tutti i lettori. E si va avanti. Fino a ritrovare ancora, a pagina 40, il tema dell’anima, sempre più precisato a modo dell’autore.

Cos’è alla fine l’anima? – mi chiedi.
Diciamo che è la sonda dello spirito:
esamina e dirige il nostro vivere,
la storia compilata dai due piedi

(dipende dai tuoi passi)

porta traccia delle nostre emozioni
delle ferite aperte e anche radiose
sui cui si costruisce il nostro piccolo
sapere grazie ai mobili neuroni

(economia di prassi).

Ma in cosa si distingue dal cervello?
Se questo calcola misura valuta
progetta tiene memoria connette –
l’anima lo trasforma in un cancello

(unendo stelle e sassi)

canale di energia relazionale
inconscio serbatoio del vissuto
spazio di libertà e di decisione
del tuo essere-in-rete e personale.


Molto bene. Cervello e anima hanno definitivamente la propria collocazione-spiegazione: ben più che accettabile, ma poi si insinua nuovamente l’effluvio fideistico-religioso.

Senza la fratellanza il mondo scoppia
senza la sorellanza implode e sfuma
senza maestri e guide esprime cloni
narcisi osservatori della doppia

(inizia ad incrinarsi)

immagine di sé vacuo rapporto
apparenza di apparenza riflessa
dal cuore muto inerte malinconico
groviglio di un gomitolo ritorto.
(pagina 42)

Non me ne voglia l’autore se, a commento, non riesco a tralasciare i termini “buoni sentimenti” o “sentimentalismo messianico” per dare corpo e nome a tali affermazioni. Trattasi di concetti saldamente connessi al Bene, cosa buona e santa (anche per chi non ha fede). Il fatto è che, mentre si legge di fratellanza e sorellanza, di solidarietà umana, quindi, corrono alla memoria (quella del cervello) giochi di parola tipici del sermone o della predica sacerdotale. Non ci sarebbe buonismo se l’autore si scagliasse contro il Male, senza limitarsi ad esaltare la retta via, indicata dal suggerimento esplicito di “evitare” il groviglio di un gomitolo ritorto. E se scrivo questo è solo perché credo fermamente che, in un mondo quale quello d’oggi, rischi di essere debole parola quella che invoca il Bene senza condannare il Male: la speculazione della finanza fittizia, l’egoismo totalitario, l’arroganza e la corruzione che imperano nella pseudo-politica, l’intolleranza e molto, molto altro ancora. Si badi bene, lo fa persino il Papa. Se di “critica” si tratta, è comunque assai benevola. Non siamo uguali, chi scrive già lo ha evidenziato, assolvendo ogni difficoltà che nasca dalla differenza.

E veniamo rapidi al congedo.

Il piombo dello stagno assorbe i lividi
bagliori delle stelle e quelli impliciti
delle foglie – la pelle si è squamata

i sentimenti aprono gli anelli:
bisogna uscire fuori dal sepolcro
per nascere di nuovo ma dall’alto.

Chi vola non imprime tracce a terra.
(pagina 59)

Versi intriganti e pieni di speranza che precedono la frase scelta dal Nostro per chiudere il proprio poema: Noi non siamo altro che (…) le tracce, le impressioni, le parole, i significanti che provenendo dall’Altro ci hanno costituito. Non possiamo parlare di noi stessi senza parlare degli Altri, di tutti quegli Altri che hanno (…) plasmato la nostra vita. Noi siamo la nostra parola, ma la nostra parola non esisterebbe se non si fosse costituita attraverso la parola degli altri che ci hanno parlati. (Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre, Universale Economica Feltrinelli 2014, p. 123).

Ramberti, in sintesi finale, ha dato vita ad un’alchimia testuale ricca di fascinazione, resiliente rispetto ad altri approcci contemporanei su temi quali i suoi, intimamente e ideologicamente religiosi, foriera di spunti di poesia alta, declinata attraverso un lessico duttile e ricco. Tali valenze creano equilibrio rispetto alle difficoltà di chi, come accaduto allo scrivente, incapperà in qualche iniziale inciampo nell’abbracciare Orme intangibili, e che, per assaporare appieno il poema, dovrà spogliarsi di resistenze e “sospetti” verso la religiosità dell’autore quando questa si fa ecclesiastica. La poesia, però, è grande guaritrice. Sana i dubbi restituendoli a manciate. E (ri) apre la mente. S.I.

martedì 4 agosto 2015

Roberto Bertoni legge Orme intangibili

Caro Alessandro,

ho letto molto volentieri il tuo bel libro. 


Qualche riga di commento:


Prefazione di Vincenzo D’Alessio e postfazioni di Alfonsina Zanatta, Ardea Montebelli e Gianni Criveller. Rimini, Fara, 2015


L’ideologia di questo poemetto linguisticamente composto, equilibrato, endecasillabico, è cristiana, palesemente, indicata non solo dal contenuto semantico dei versi, ma dall’apparato intertestuale di citazioni da testi sacri e laici.

A questa dimensione di ricerca religiosa si accompagna una dimensione esistenziale (ci sono tra l’altro citazioni da Albert Camus). Nel componimento intitolato Premessa, “Esistere è la forma continuata / dell’essere nel mondo temporale” (p. 13).

Il percorso è colmare la tentazione dell’assenza di destinazioni, muovendo “verso mete / da discernere”, nonché instaurando legami con gli esseri umani (“incontri a cui donarsi”), siano gli “accadimenti duri o entusiasmanti”. Per ritrovarsi, occorre perdersi; si lascia “entrar la luce nel segreto”. Con una dimensione anche onirica (p. 13).

La densità di idee, pensiero e racconto personale e collettivo tiene per la durata della raccolta. La “ragione” si unisce alla “fede”, “plasmando i nostri sogni e progetti” (p. 19). Si tratta di vivificare con la poesia e la riflessione, cercando un “senso” (p. 23).

Il risvolto etico si orienta sull’introspezione, la solidarietà e il perdono. Con una sponda psicologica (uno degli autori citati è Massimo Recalcati).

Oltre a riferimenti a Matteo Ricci, ci sono, a separare i vari componimenti, caratteri cinesi con la traduzione in italiano: nuclei-concetto seminali, quali “persona”, “lotta”, “fraternità”.

Il Congedo (p. 59) si cita qui per intero, lasciandone aperto il senso a chi legge:


Il piombo dello stagno assorbe i lividi
bagliori delle stelle e quelli impliciti
delle foglie – la pelle si è squamata

i sentimenti aprono gli anelli:
bisogna uscire fuori dal sepolcro
per nascere di nuovo ma dall’alto.

Chi vola non imprime tracce a terra.

[Roberto Bertoni]



Un cordiale saluto e grazie di nuovo,
Roberto


Italian Department
Trinity College
Dublin 2
Ireland
E-mail: rbertoni@tcd.ie
PUBLICATIONS: people.tcd.ie/rbertoni


mercoledì 29 luglio 2015

Orme che chiamano in causa

recensione di Annalisa Ciampalini


Premessa.  È bello trovarsi davanti a una raccolta poetica in cui vi sono una premessa, un antefatto, un prologo e un’apertura, e poi alla fine un epilogo e un congedo. Tutte queste fasi possono significare che l’autore intende progettare qualcosa di compiuto, non solo mettere sulle pagine una sequenza di versi riusciti.
Prima della premessa si legge: Ciascuno viva secondo la grazia ricevuta, mettendola al servizio degli altri. (I Pt 4,10) e nella premessa l’autore scrive: Raccontami di te, del tuo cammino, / di ciò che opprime il cuore o lo dilata, / del senso che ti sembra incomprensibile, / della felicità legata al vivere /(…) e dopo il congedo troviamo: (…) Noi siamo la nostra parola, ma la nostra parola non esisterebbe se non si fosse costituita attraverso la parola degli altri che ci hanno parlati (Massimo Recalcati, Il complesso di Telemaco…). Dalle frasi riportate si può intuire che l’autore desidera proporre un percorso  e che gli altri, quindi anche il lettore, faranno parte integrante dell’iter che il poeta ha in mente.
La raccolta si presenta, al solo sfogliarla, densa, piena di richiami e note: si capisce subito che esige una lettura attenta, da ripetere. Il fatto che il lettore sia in qualche modo chiamato in causa aggiunge una nota di entusiasmo utile per addentrarsi nella conoscenza del testo.

La struttura ci parla. Ancora un appunto su quello che si può evincere da uno sguardo sommario: l’opera si sviluppa, per la maggior parte, attraverso quartine di endecasillabi e alla fine di ogni quartina vi è un verso tra parentesi. Dopo ogni poesia troviamo una parola in lingua cinese sempre tradotta. Devo dire che nell’ordine grafico dato dalle quartine, la singola parola in lingua cinese spicca per brevità e per un diverso carattere che ci rimanda subito a qualcosa di esotico. Mi sono chiesta perché l’autore abbia deciso di affidarsi a uno schema metrico così rigoroso e ho trovato la risposta nella illuminante prefazione di Vincenzo D’Alessio, in cui si dice che tale scelta è da ricercarsi nelle letture dei Salmi dell’Antico Testamento. Procedendo con la lettura a pagina 20 si trova: Che meraviglia è avere la coscienza / di navigare oltre i quattro arti – / un gancio qui nel mondo contingente / di quella illimitata permanenza / e a pagina 21: in atomi di solidarietà / con il coraggio unito all’obbedienza / che implica la fede e l’alimenta / curando il campo della società. Coraggio e obbedienza sono quindi fondamentali per la fede, per un dialogo costante con l’Eterno. L’obbedienza è in stretta connessione con la disciplina, non si improvvisa, si raggiunge dopo tanto esercizio. Il coraggio è l’ardire che ci consente di andare oltre sfidando la paura e la limitatezza insite nell’uomo. In questo caso credo ci si riferisca al coraggio che ci fa dimenticare noi stessi e ci rende totalmente disponibili all’incontro con l’altro. O al coraggio che serve per affidarsi interamente alla chiamata della fede. Ho trovato, nella perfetta struttura metrica delle quartine, il riflesso dell’obbedienza e della disciplina che la fede esige, e nell’uso della lingua cinese, il coraggio di spingersi oltre il limite personale,  l’invito ad una splendida avventura in una terra lontana dove la lingua segue altre regole e si incarna in simboli differenti.

La lettura.  La mia preparazione non mi ha consentito una lettura da subito agevole perché ho dovuto soffermarmi del tempo sulle  note e sulle citazioni; pertanto, prima che il tutto diventasse fluido, che le frasi  di altri autori  formassero un corpo unico assieme ai versi di Alessandro,  ho dovuto leggere il testo più volte. Solo così sono riuscita ad assaporarne appieno la bellezza e la portata del significato. 
A pagina 26, terza quartina, leggiamo: se mi accompagni in questa digressione / non ti prometto altro che uno sguardo / una domanda-verso un compimento / un desiderio di continuazione. In questi versi il poeta tende la sua mano a tutti, indistintamente, e il suo sguardo sul mondo è volto a cercare un compimento, un senso che, sebbene  non sia sempre manifesto,  può essere intuito da ogni creatura tramite la fede. Questa è la sfida principale. Non a caso, all’inizio dell’opera, prima della premessa, troviamo: Così, da qualsiasi parte si volga, l’uomo si trova isolato nella realtà come un’isola circondata da un mare fragoroso di possibilità e interrogativi. Se ne può concludere che il mondo ha un significato. (Camus, Taccuini II, pp. 82-3). L’esistenza di un senso per il nostro stare qui è una delle premesse da cui si sviluppano le tematiche principali dell’opera.
Siamo dunque tutti in viaggio, un cammino difficile, spesso tortuoso; ma se vogliamo siamo capaci di trovare il sentiero giusto da percorrere e la meta luminosa. Chiarificanti, circa la specie di percorso che ci attende, sono i versi a pagina 49, ultima quartina, in cui si legge: (…) – a noi non resta / che partire mettendo in fila i passi – / la meta dell’andare si deduce. Tali parole hanno però  un significato ben più ampio: esprimono lo spirito del viandante-fedele che non si muove secondo schemi prestabiliti, che non esige una vita tranquilla e costruita solo per sé stesso,  ma intraprende un iter scomodo e coraggioso: quello della fede. A proposito si legge alla fine di pagina 39: La conversione è sempre una chiamata: / “Vattene” affidati all’invito folle / che fa di te il viandante del respiro / la parte della terra più animata.
L’opera è talmente densa e stratificata che i significati si aggiungono ad ogni lettura, di continuo si innestano dubbi e possibili risposte, sebbene il chiarore finale della fede giunga sempre a dare compimento alla complessa avventura dell’uomo.
Personalmente, tra le tante questioni interessanti che si incontrano nel percorso di lettura, ho trovato fondamentale la riflessione  sul narcisismo, sull’aspetto che assume una vita quando è riempita solo dal soggetto. In molti versi riscontriamo il riverbero di questo pensiero che sembra diventare, a ragione, una preoccupazione per l’autore.  A pagina 52 leggiamo: Le giustificazioni personali / dell’io-senza-nessuno e autocentrato / ci escludono di fatto dal giardino / che fa fruttare i beni e annulla i mali. E ancora (…) un nesso narcisistico ma stanco / inabile a veder fuori di sé: / tutto è ridotto, tutto consumato / se ira, invidia e rabbia sono a fianco. Alla fine di questa poesia troviamo, in lingua cinese, la parola “palude”. Una vita immobile quella che ha un solo centro, destinata a implodere, a non arrivare da nessuna parte.
Mi preme riportare la prima quartina di pagina 41: È attraverso il sentimento e l’incontro / che ci riconosciamo: il tu diventa / presenza indispensabile al soggetto / all’unità profonda dello scontro. Per definirci, per conoscerci e riconoscerci, l’altro è pertanto indispensabile. Bellissimi versi che riecheggiano il “Principio di indeterminazione” per cui le misure che definiscono certi parametri di una particella (soggetto) sono sempre condizionati dall’osservatore (oggetto). Una condizione di reciprocità che si riscontra tanto in fisica quanto nell’esperienza di stabilire un dialogo profondo con l’Eterno.
D’altra parte l’autore mai si sottrae dalle questioni fisiche, non teme l’idea di un universo fatto di particelle, non esita a nominare gli uomini quanti vivi e misurabili (pagina 22) e l’anima (…) Un’azione / sublimata, l’effetto di una chimica/ancestrale, (…)(p. 23). Nessuna di queste concezioni, per quanto plausibili, può mettere in discussione il significato della fede, nessun pensiero sulla natura dell’universo può essere in conflitto con l’amore che precede ogni fenomeno, che deriva da Dio e si sparge negli uomini.
Desidero concludere questo commento  con i luminosi versi di pagina 57 in quanto testimoniano come uno spazio immane e un tempo senza fine possono essere concepiti dalla mente-anima finita di un uomo. Eccoli: Lo splendido brillio di una risata / il flusso del big bang in espansione / l’amore per cui l’anima è al futuro / sapendosi da sempre generata.
Anche questo dovrebbe stupirci.


sabato 9 maggio 2015

Renzo Montagnoli su Orme intangbili

recensione pubblicata su
www.arteinsieme.net

Orme intangibili di Alessandro Ramberti

Prefazione di Vincenzo D’Alessio
Postfazioni di Alfonsina Zanatta, Ardea Montebelli
e Gianni Criveller

Fara Editore
www.faraeditore.it

Collana Il filo dei versi
Pagg. 80
ISBN 978 97441 46 5
Prezzo € 10,00


Lungo la strada

Che lo vogliamo o no noi viviamo la nostra esistenza come il percorso lungo una strada in una serie di esperienze che ci portiamo poi appresso e quella poetica è sola una di queste, anche se non la meno importante. Ci si può incontrare con altri de visu, ma anche partecipando il nostro essere in versi, sviluppando concetti e riflessioni che in chi li legge finiscono con il restare impressi come un’orma, per quanto intangibile. Ed è di questo che parla questa nuova silloge di Alessandro Ramberti, di queste orme che si fissano all’anima. L’opera è anche frutto della religiosità, non certo di maniera, dell’autore e questa si esprime in modo insolito, secondo una complessità semplice, un ossimoro per dire che a priori è necessario accettare l’impostazione dell’autore, in un'opera breve, ma dal contenuto consistente, in cui avviene un vero e proprio convivio letterario a cui partecipano personaggi del passato, come Kant, Camus e Santa Teresa di Lisieux. C’è posto anche per il presente, soprattutto quando questo è costituito da un pontefice come Francesco, simbolo di una Chiesa che guarda alla religione che rappresenta, ma che non tralascia di battersi, in attesa della giustizia divina, per quella terrena.
Non saprei dire se i versi di questa raccolta vengono a compendiare un concetto filosofico, o uno teologico, poiché il vivere secondo un credo religioso non è in contrasto con un concetto dell’esistenza che sia a dimensione dell’uomo, in pace con se stesso e con gli altri.
In effetti lo spirito di Ramberti è assai vicino a quello di papa Francesco, perché comprende gli inevitabili dissidi fra la realtà esteriore e quella interiore, ma senza atteggiarsi a “magister” indica un percorso mistico che tutti possiamo trovare scavando dentro di noi fino al fondo dell’anima. Se guardiamo bene, se soprattutto ci astraiamo per un attimo dal contingente, il concetto che abbiamo di noi è misterioso, è tutto da scoprire e l’autore in questo ci aiuta, dandoci un metodo e un fine, in un’opera poetica in cui ciò che deve essere veramente osservato, rivoltato, analizzato è il contenuto. Non è forse il senso della vita che ogni tanto cerchiamo e che ci sfugge mentre stiamo per afferrarlo?
Ecco, Ramberti ci fornisce gli strumenti: sta a noi volerli usare. 

Alessandro Ramberti è nato a Santarcangelo di Romagna nel 1960. Laureato in Lingue Orientali a Venezia, vince una borsa (1984-85) per l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 consegue a Los Angeles il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre.
Ha vinto il premio “l’Astrolabio” con Racconti su un chicco di riso (Tacchi Editore, 1991). Poesia: In cerca (2004), Pietrisco (2006), Sotto il sole (sopra il cielo) (2012). Ha pubblicato come Johan Thor Johansson la puzzle-story La simmetria imperfetta (1996) e, con L’Arca Felice di Salerno, le plaquette Inoltramenti (2009) e Paese in pezzi? I monti e i fiumi reggono (2001, nuova traduzione di 4 poesie di Du Fu). Gli è stata dedicata la Lettera in versi n. 32 a cura di Rosa ElisaGiangoia. È presente in antologie, riviste (un estratto di Orme intangibili è inserito in ItalianPoetry Review, VIII, 2013) e nel web.