sabato 30 novembre 2024

Posture di Alberto Mori a Milano 5 dic 2025


Giovedì 5 dicembre ore 18.30 
via Tadino, 20 - Milano
Happy hour & reading
Alberto Mori 
presenta 
POSTURE
Introduce Franco Gallo


giovedì 28 novembre 2024

"Ma ancora dentro di noi, piccola, arde, arde una brace".

Pier Luigi Bacchini, Staminali eterne, Mondadori 2024, a cura di Camillo Bacchini, Introduzione di Alberto Bertoni

recensione di Giancarlo Baroni

 

Appena ho iniziato a leggere i testi compresi in Staminali eterne di Pier Luigi Bacchini ho avvertito un sentimento di apertura, come se lo spazio mentale si dilatasse e si espandesse, come se il respiro del poeta e del lettore funzionassero all’unisono. Ci troviamo ancora una volta di fronte a versi, adopero le parole del critico Alberto Bertoni nell’Introduzione, di un «altissimo livello qualitativo». 

Anche il risvolto di copertina ribadisce il valore dell’opera: «Pier Luigi Bacchini ha proseguito con incessante energia intellettuale la sua ricerca anche negli ultimi anni di  vita. Il frutto ce lo rivela oggi l’attenta, puntuale devozione del figlio Camillo, che ha curato Staminali eterne, raccolta quanto mai variegata e ricca». 

Si tratta insomma di un libro che si collega e dialoga  con quelli stampati in precedenza e che non si propone di concludere un prestigioso percorso poetico ma piuttosto di aggiungere a quel percorso un ulteriore e originale capitolo creativo.   

La Natura così esuberante e rigogliosa nei volumi precedenti (da Distanze Fioriture a Canti territoriali) è protagonista anche di Staminali eterne ma in una forma più diluita («Echi dal verde»). Sono presenti alberi da contemplare, pioppi sonori, «pruni odorosi e fioriti», «le querce di Medesano», pini, magnolie, cedri, platani, aceri rossi, olmi, «il tiglio verde dorato», «E quelle foglie tattili, acustiche, a cui l’aria dona movimento». Il mondo animale prevale a tratti su quello vegetale a cominciare dagli amati uccelli con i loro suoni («E motivi e motivetti e melodie. […] / Il repertorio è vasto»): alzavola, rondine, gruccione, cornacchia, gazza, aironi, «il micidiale picchio contro le persiane», civette, gufi,  per arrivare agli animali domestici che suscitano affetti speciali ed emozioni: il cane Black («Fu la pietà – degli occhi del cane / che mi chiedeva scusa, se non poteva circondarmi / con le sue feste […]»), i gatti Maua  che «mi scruta attraverso i vetri» e Mùstafa «Il mio soriano / candide vibrisse / lucenti […]».

Bacchini invita i lettori a visitare in sua compagnia i luoghi a lui più familiari, a cominciare «dalla casa di campagna La Gatta sulle colline di Medesano, che da dimora di campagna del poeta e della sua famiglia», scrive Bertoni «si è trasformata negli anni in residenza principale e in ambiente dominante». Un immaginifico verso la ritrae in questo modo: «La casa è sulla prua d’un colle».  

Assieme a Pier Luigi percorriamo «strade per la campagna / verso il fiume», raggiungiamo acquitrini e torrenti, ci inoltriamo in boschi, ascoltiamo in agosto «la lunga sonorità delle cicale» su calanchi dall’«arsura biancastra», camminiamo lungo viali di «parchi in abbandono» e «lungo la carraia di terriccio rosso».

L’io dell’autore conserva una costante relazione con una realtà esistenziale personale e familiare e insieme con una dimensione universale più ampia e dilatata che conduce lontano nello spazio e nel tempo; microcosmo e macrocosmo si specchiano nei versi di Bacchini generando un’unità dinamica e dialettica e costituiscono le due fasi complementari di un processo simile a quello respiratorio che alterna inspirazione ed espirazione.

Ogni singola persona cerca un piccolo e comodo ambiente che lo accolga ma fa parte contemporaneamente  del più vasto contesto naturale che lo attornia; la sua memoria è allo stesso tempo recente e antica, il DNA conserva l’identità individuale insieme a tracce geologiche e cosmologiche di «lontane atmosfere – raggiate / e gas interstellare, / oltre il cosmo, più in là». La vita, afferma con lucidità  Bacchini, «discende anche da quegli / spermatozoi glaciali che noi chiamiamo comete». 

Siamo alla perenne ricerca di «[…] un angoletto  / per parlare fra noi , in quiete, dei giorni, / e della miniatura del bisnonno; / e quali fiori accostare per colori e suoni  […]» sapendo tuttavia che «tutto il mondo è in noi»; l’introspezione personale diventa così un’immersione in una ancestrale condizione istintiva: «Ascolto, risalgo a me, / da me, mi cerco / secondo strutture geniche, marine». 

Esiste purtroppo parecchia violenza e sofferenza nei rapporti privati, nell’esistenza quotidiana, nella storia degli uomini, nella natura e nell’universo: «guerre pazze», «mille battaglie», elmetti perforati, tonfi, «urli pieni di ferocia», pianti e lacrime «con palpebre sbarrate», «un grido d’uccello / che rammenta la disperazione», «inferriate divelte», un vento che «corrode le rocce».

Di fronte a un «bene che facilmente si appisola», davanti al dolore, si fa fatica sia a rinunciare completamente a Dio, sia ad affidarsi pienamente a Lui: «i pensieri sul male / ci rendono incerti». La sua esistenza è accompagnata dall’avverbio «forse», dal dubbio («Ma forse / c’è Dio / nelle vallate»). Scopriamo e acquisiamo coscienza della sua incredibile fatica soprattutto «[…] dalle fessure, / e dai crolli, e dalle selvagge fiumane». La figura divina, che crocifissa si fa tragicamente fragile e umana, conserva intatta la sua «segreta grandezza», il suo impenetrabile mistero, l’imperscrutabile enigma da cui siamo attratti. Condividiamo con la divinità delle somiglianze e una, afferma Bacchini, «è l’agone del bene e del male / intricati nell’opera. E l’altra / è il suscitare mondi». 

Due termini ricorrono frequentemente nella raccolta: “vecchio” e “vecchiaia”. Ecco alcuni esempi: «qui, nella mia vecchiaia, chiuso nella mia campagna agricola», «e io rimango un vecchio / screpolato», «cose vecchie nello specchio», la «sonnolenza della vecchiaia», «e ai vecchi dolgono le ossa», «ho molti anni ormai», «la tua vecchiaia malata?». 

Alla vecchiaia si associano inevitabilmente la solitudine, la malattia, e infine l’attesa  dell’implacabile morte. «E tutti, come me, tutti / avete visto qualcuno morire, anche alberi, anche fiumi» e ancora: «La morte sta in un angolo della stanza / e senza alcun tatto si specchia / in compagnia della vecchiaia […]». La morte: una presenza che riguarda le cose, gli altri, le persone care, noi stessi. Le staminali possono allungare per un po’ la vita, la poesia invece apre spiragli di lunga durata offrendo creative «[…] parole / di staminale argilla». 

Nella prima intensa e potente poesia del libro, intitolata I sepolti, ambientata nel cimitero monumentale di Parma “La Villetta”, Bacchini scrive: «anch’io ho un germe vivo, eppure morirò». Questa assoluta e coraggiosa consapevolezza non  comprende sgomento e ansia insostenibili ma piuttosto una «trattenuta, composta disperazione». Perché «terminata la vita ormai, / ma ancora dentro di noi, piccola, arde, / arde / una brace».

sabato 23 novembre 2024

Un ramo fiorito

di Roberto Borghesi


Accanto a un manto di foglie appassite

Le stagioni si sono mischiate

Le ruote di un carro calpestano le foglie

Rami secchi scricchiolano sotto gli stivali del boscaiolo

E l’autunno ha i suoi colori e i suoi odori

La nebbia avvolge le chiome degli alberi

E il bosco è silenzioso



martedì 19 novembre 2024

La ruvida carezza di una madre: 64 poesie come gli anni dell'autore

recensione di Fausto Nicolini pubblicata su La voce dentro


Chiedo scusa all’autore della silloge se mi permetto di cominciare questo soliloquio sul suo volume da una sensazione assolutamente personale. Scopo della poesia è proprio il tentativo di entrare nelle pieghe della sensibilità altrui: così è accaduto e così l’ho fatta mia. D’altronde, il titolo della raccolta diventa un richiamo per ricordare la madre di Vincenzo Mastropirro, che mai mi ha conosciuto, ma che invece il sottoscritto è riuscito a gustare, pur se a distanza, grazie alle brevi frasi che il figlio scriveva sul suo profilo Facebook, riportando piccoli aneddoti carichi di saggezza popolare, di lapidarie sentenze tanto colorite d’affetto quanto spietate nel giudizio. Trascrivo dalla postfazione di Angela De Leo che, a differenza di me, conosceva Ninetta, donna «coraggiosa, battagliera e volitiva con cui il figlio era solito battibeccare in duetti dispettosi d’amore, ricamo di note tenerissime.»

Ti confesso, caro Vincenzo, che la lettura fugace di quei duetti dispettosi mi manca molto. I brevi dialoghi, oltre a divertirmi, mi avevano fatto riscoprire l’antichità della terra quando si fonde con la verità del linguaggio, la pervicace onestà delle donne del Sud, come tua madre che non ho mai conosciuto personalmente ma che tu hai reso viva e presente nella mia indole meridionale. Mia madre è nata in città, in una famiglia borghese, ed è naturale che nelle sue parole non abbia mai riscontrato il sapore rustico della terra, né la ruvida carezza di un affetto sempre grezzo e sempre verace, autentico come soltanto il frutto caldo di un terreno fertile e bruciato dal sole, sa essere.

Queste sensazioni di figlio, eterne e primordiali, Mastropirro è riuscito a riscriverle, non più in forma di dialogo sulla pagina di un social, ma in versi, semplici e saporiti, per i tipi di Faraeditore, in ricordo della madre scomparsa. Sessantaquattro poesie (come gli anni dell’autore, quando il volume è stato pubblicato) scritte per lei, per la solitudine che ha lasciato, per il senso del distacco che si patisce e per l’attaccamento agli affetti più cari ed intimi che restano e sui quali ci si concentra per beatitudine ereditata. In Se mi conosci… la mamma di Vincenzo non parla più. Lascia parlare, con le sue parole, il dolore del figlio. «La separazione è il principale atto di dolore della vita», annuncia in esergo l’autore, anticipando un’assenza che ancora non trova requie nel suo animo. Se vorrai posso essere tuo figlio sempre… è il primo verso di un canto di speranza, nel quale si può intuire il cammino di quel bambino, quello che piangeva sulle pagine a quadretti, verso le braccia aperte che lo accolsero sin dalla nascita e che sempre lo accoglieranno; quello stesso bambino che ora, adulto, sta per azzardare il più tenero dei ricatti: stringimi ancora con le forze residue delle tue braccia. / Fallo e ti lascerò andare senza lacrime. Ed ecco che il volume diventa quell’abbraccio reciproco senza lacrime, per tanti figli ma con una sola madre.

Continua su La voce dentro

mercoledì 13 novembre 2024

LA SOLUZIONE DI VINCENZA SCUDERI


recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica
novembre 12, 2024

Una poesia “colta che cerca di fare a meno dell’ornamento”

La soluzione è una raccolta di poesia di Vincenza Scuderi, edita da Fara, Rimini 2024, classificata terza ex aequo al concorso Narrapoetando, ed. 2024. Vincenza Scuderi è nata a Catania nel 1972, germanista presso l’Università della città, saggista, traduttrice, poetessa, autrice di racconti, redattrice della rivista antimafia LeSiciliane-Casablanca. Vive fra la Sicilia e la Repubblica Ceca. Con Accade soprattutto per la strada ha vinto il concorso “Pubblica con noi 2013” di Fara Editore. Tra le sue opere segnaliamo la traduzione delle Lettere del ritorno di Hugo von Hofmannsthal (Villaggio Maori 2015). Come scrive Massimiliano Bardotti nelle “Motivazioni della giuria”: «C’è una fulgente ironia, in questi versi spesso brevi e appuntiti, benché si affacci, sempre senza mai volersi far troppo vedere, una concreta amarezza. Si affronta una malattia in questi versi, eppure ci si ritrova spesso a sorridere…».

Vediamo qualche verso:

Ti aspetto
come si aspetta
la luce
della dea


Riprende il catulliano Carme 51 in conversione: Ille mi par esse deo videtur. Rivisitazione dell’Ode 31 di Saffo (Φαίνεταί μοι κῆνος ἴσος θέοισιν). I versi della Scuderi, concisi, laconici, sono intrisi di tematiche classiciste.

In attesa del corpo glorioso
senza fretta mi godo
l’esistenza di questo.

Anche questo componimento riprende un motivo paolino: «È necessario infatti che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e questo corpo mortale si vesta di immortalità. Quando poi questo corpo corruttibile si sarà vestito d’incorruttibilità e questo corpo mortale d’immortalità, si compirà la parola della Scrittura: La morte è stata ingoiata per la vittoria» (1 Cor 15,53-54).

Lo stile della Scuderi si presenta come neo-ermetico, epigrammatico, senza fronzoli, senza ornamenti, come sottolinea Anna Ruotolo, tra le “Motivazioni della giuria”, uno stile essenziale, fatto di pungenti frecciate, come “fescennini versus”. È una poesia rudimentale, che nella sua esposizione, anche ancestrale, si avvicina molto al tipo neo-futuristico della messaggeria contemporanea dei social. L’“Uomo del mio tempo” non ha tempo più per leggere, per meditare, per pensare. Heidegger sottolineava: «L’uomo contemporaneo non pensa più!». È un uomo macchina. E per di più ci avviciniamo all’era delle intelligenze artificiali. La poetica della Nostra ci invita allora ad una riflessone profonda, sulle tematiche essenziali, ridotte all’osso, della vita quotidiana. Proprio per questa ungarettiana simplicitas i suoi versi non ci possono lasciare indifferenti.


martedì 12 novembre 2024

Flavio Vacchetta legge "Tutte le cose che chiudono gli occhi" di Annalisa Ciampalini


 

Recensione a cura di Flavio Vacchetta al libro Tutte le cose che chiudono gli occhi (PeQuod, collana Portosepolto pref. di Valeria Serofilli ) di Annalisa Ciampalini



Proprio dell'opera di Annalisa Ciampalini è l'acuto sentimento del tempo, che ne fa centrale meteorologica sensibilissima. Da Ungaretti (sentimento del tempo, appunto) a Leopardi, quello dell'Infinito in ispecie, fino ai primordi umani, il tempo si manifesta alla nostra percezione nell'alternarsi delle stagioni, come nelle poesie di questa raccolta.


L'uomo è misura di tutte le cose, dicevano i filosofi antichi, e questo è vero anche per le unità di misura: si è partiti da braccia, piedi, pollici (il cubito egiziano rappresentava, a quanto pare, la misura del braccio del faraone), fino a giungere oggi a unità di misura ricalcolate e inscritte nelle grandezze fisiche fondamentali, ove l'uomo sembra quasi non avere più parte.


In mezzo, cioè tra il tempo e la sua misura, sta la poesia. Per esempio in Solstizio sovvengono (magari solo nella mia immaginazione piuttosto conformata e ordinaria) i megaliti di Stonehenge, o siffatti calendari astronomici di civiltà che, ancora, guardavano veramente il sole e le stelle.


Ma il tempo è misura del moto, ancora diceva Aristotele, e dunque il tempo si misura nel mutamento, per esempio, sempre fra queste poesie, nelle numerose immagini del fiume e dell'acqua che scorre e circola nel suo perenne ciclo; ma anche i più moderni mezzi di trasporto, l'aereo, l'auto, ripensano e rimodulano lo spazio-tempo.


Infatti, come nel tempo, la poesia lavora nello spazio e negli spazi. I seguenti versi fanno sovvenire la 'cellula di miele / di una sfera lanciata nello spazio' ma anche, più prosaicamente, la canzone 'Il cielo in una stanza':


C’è sempre qualcuno

nel punto immobile del fuoco

a tenere il segno mentre leggo

- eco di voci terrestri

alfabeto di sillabe.

Il cerchio bianco di una cucina

in un tempo fuori misura.


Il fuoco, lo spazio, il tempo, coordinate semplici, elementi primigeni che, mercé il tramite quasi magico della parola, abbattono le pareti di un'occasione (in senso montaliano) domestica. E la misura, come spesso accade, si fa dismisura.


E viceversa:


Mai vorrei occupare

uno spazio più grande di questo [...]

I miei sono luoghi piccolissimi

punti in fuga.


Uno spazio elastico che si dilata e restringe secondo i moti dell'anima. Ancora:


Penso alla mutevolezza del paesaggio in transito

al modo in cui viene assorbita

dalla trasparenza del vetro.

Alle forme che in velocità si assommano

o si elidono.


Ci sono, in tutto ciò, tratti pittorici, ma più inclini all'astrazione, al cubismo o al vorticismo.


Poi, come sempre, lo stile fa la differenza: mi pare di ravvisare in queste poesie una qual certa piacevole eloquenza, frasi rotonde, equilibrate, senza balbettii e borborigmi ma con spruzzi di moderato ermetismo e concettosità. Vi sono anche alcuni inserti in prosa lirica. Dico 'piacevole' (e pure 'eloquenza') senza remore, poiché la poesia non dev'essere melensa ma nemmeno irta e respingente, e questi versi sanno trovare la giusta suggestione e la giusta misura per sollecitare il nostro pensiero e la nostra partecipazione.



lunedì 11 novembre 2024

«Quando compongo poesie, compongo musica»

recensione di Cecilia Taburchi su Insula europea - 10 Novembre 2024


Se mi conosci… è la decima raccolta poetica di Vincenzo Mastropirro, affermato musicista ruvese, che ha ottenuto il secondo posto ex aequo nel concorso Faraexcelsior 2024. Mastropirro studia flauto traverso e si diploma al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari nel 1983. Il suo talento e la sua passione per la musica gli permetteranno di accedere al panorama nazionale e internazionale ottenendo, negli anni a seguire, molteplici riconoscimenti in Italia e all’estero (tra cui Egitto, Francia, Romania, Austria, India e Inghilterra). A partire dagli anni 90, Vincenzo Mastropirro collabora con poeti di altissimo calibro, tra cui Alda Merini, Vittorino Curci e Anna Maria Farabbi, al fine di musicare i loro versi. Ed è proprio a partire da queste collaborazioni che nascerà nell’autore la volontà di trasformare la sua musica in parole, o meglio in poesia. Nasce così il suo neologismo poemusico, termine che unisce le sue due vocazioni di poeta e musicista. Mastropirro esordisce nel 2007 con Nudosceno. La natura “bilingue” dell’autore è di incredibile rilevanza nella sua poetica: il nobile obiettivo che si pone è di dare una forma scritta a un idioma che, per natura, viene trasmesso nell’oralità. Si concretizza dunque il tentativo di trasformare in poesia la lingua utilizzata nella comunicazione informale.

Come la poesia e come la musica, anche il dialetto ha un suo ritmo, una sua musicalità, una sua melodia intrinseci e indissolubili che fungono da sottofondo nelle raccolte di Mastropirro. Il ruvese quindi ricopre un ruolo centrale, anche in casi come quello di Se mi conosci…, in cui il suo uso è in realtà piuttosto limitato. Si tratta, solo apparentemente, di una contraddizione, che trova però una sua giustificazione pienamente poetica e a un tempo biografica. Se mi conosci… viene pubblicata, infatti, nel settembre 2024, dopo quattro anni di silenzio, passati accanto alla madre fiaccata da una malattia che la condurrà alla morte.: il ruvese è stato per Mastropirro l’unica lingua che la madre parlasse. Qui sorge il dubbio sul motivo per cui Vincenzo Mastropirro, proprio nella raccolta dedicata alla figura materna che comprendeva poco l’italiano, abbia scelto di non comporre la maggior parte delle sue poesie in dialetto. Il poemusico utilizza nei versi un linguaggio distante dalla comprensione razionale della madre ma estremamente vicino alla sua sfera emotiva. Le espressioni, i termini, le figure retoriche utilizzati nei versi emergono con leggerezza e con riguardo rispetto tematiche estremamente crude e dolorose che toccano inevitabilmente il lettore. La preziosità di quest’opera risiede nella capacità del poeta di condividere una parte della propria vita senza concentrarsi esclusivamente su di sé, riuscendo a toccare, in un modo o nell’altro, l’esperienza di ciascuno. I componimenti in Se mi conosci… sono disposti secondo un percorso attento e curato che segue l’elaborazione del lutto da parte dell’autore.



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domenica 10 novembre 2024

“Fingiamo di non essere chi siamo / e che niente ci spaventa”

Pietro Russo, Tutte le cose cantano la canzone d’amore, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR



Il poeta catanese irrompe con il suo canto in medias res con un taglio incisivo che balugina di divino, ferisce le pieghe dell’anima assopite in cui ci accomodiamo (assuefancendoci a guerre, tragedie, ingiustizie), le scompiglia, le cauterizza, facendo reagire le nostre viscere inerti con immagini potenti e memorabili: “C’è ancora tempo per passare da un sogno silenzioso / a un altro meno silenzioso come un’esplosione  / finché qualcuno vede il sole contrarsi come per infarto / e allora con un sentore di alghe e vetro fuso / sapremo che quello è il segnale, il risveglio” (p. 74); “e benedico questo essere carne / altissima febbre che sempre / ti va cercando” (p. 68); “sono davanti alla mia solitudine / Dio è il teschio che ogni giorno divengo” (p. 67); “il Signore è grande / ma il mare di più / il mare è terribile / ma il Signore di più” (p. 58); “Dimitrij guarda così in alto / che il filo spinato nel becco delle colombe / sembra un ramo d’ulivo.” (p. 49); “qua i corpi diventano concime / per una primavera che non ci mette la faccia. / (…) / il mare apre una parentesi a sud / e subito richiude le acque: / sei giorni / adagiati su un fondale i corpi” (p. 48).

In una realtà dove tutto è interconnesso e il solipsismo, la solitudine, l’isolamento… non fanno altro che rivelare con forza la necessità dell’altro, il senso di vuoto che nessun algoritmo può riempire, la voce di Pietro Russo compone un arazzo che diventa lo specchio di quello che siamo, di ciò che desideriamo, di quanto ci manca davvero: “Stanotte tu eri tu / io l’estraneo // Adesso si volta, ho pensato / e le parole bruciavano / come una chiesa sconsacrata” (p. 30); “continuiamo a cadere come una preghiera dalle labbra del vento” 8p. 20); “Fingiamo di non essere chi siamo / e che niente ci spaventa” (p. 19); “forse la gioia / è una sostanza sintetica di parole – /(…) / e restare dietro una porta / per vedere dove arrivano, sì / tutte le preghiere” (p. 12).

Condividiamo con Pietro “un bisogno di consolazione / per questo stelo di creatura / (…) / Chi ha creduto in noi fin dall’inizio / non si sbaglia / siamo la sua puntata / contro il buio” (p. 11). Sì, la scommessa di Pascal non possiamo eluderla ed è emozionante ascoltare Pietro quando, nella poesia Lo chiamo padre (p. 10), ci dice: “ma  quello che chiamiamo cadere / è il modo in cui na stella declina la propria luce”. E siamo infine arrivati all’inizio di questa raccolta con la Canzone di Adàm (p. 7) da cui traggo questo passaggio intensissimo, pronto per essere musicato: “Non dissolvermi nei giorni informi del vento / al suolo tornerò non prima / di sapere cosa si annida nelle ossa / quali parole a cui non so dare fiato / chiamano all’altro capo del canto”.    

Elegia critica

Sonia Gardini, Il risveglio delle cose, Fara Editore 2024

recensione di Paolo Bonzio



Rispettando rigorosamente le regole della metrica giapponese, l’Autrice ci dona flash, immagini, che ci raccontano gli archetipi dell’esistenza. Oserei chiamarla poesia metafisica, immagine scolpita, che svela la contraddizione dell’esistenza. E pertanto, pace e tranquillità si accostano a inquietudine e sgomento. E in questa analisi vorrei partire dall’ultima poesia, Invettiva, che sembra avulsa dal contesto e che a me, invece, appare come il punto di partenza da cui muovere i passi. Sonia racconta con parole forti la crudezza della guerra, mostrandoci gli esiti: morte, stupri, distruzione, rapine, perdita di dignità, disorientamento, odio. In quel “Signori, questa è guerra” è tutto lo sgomento dei bambini che spalanca gli occhi sull’orrore, senza neppure la forza di condannare. Ma in quel gemito inespresso è tutto l’anelito della vita, lo sguardo incantato del bambino che solo un gesto d’amore può pacificare. L’insieme delle poesie diventa allora un percorso a ritroso per uscire dai gorghi dell’inferno. Ecco perché il mare non è Scilla e Cariddi, ma luofo in cui “nessuno è mai solo… in quanto incontra pesci, anatre in libertà, grandi stormi di uccelli”. E se l’uomo può dare morte, il mare dà vita. La visione del mare, calmo e illuminato dal sole, è davvero “Simbolo” di quell’anelito all’Assoluto che è proprio dl cuoro umano: ecco allora, per magia, l’orizzonte, là dove cielo e mare diventano uno, è pace raggiunta, finalmente, finalmente perché “il richiamo del mare smuove da dentro la voce dl cuore. Incommensurabile”. Il cammino è lungo e mai definitivamente compiuto. Infatti “Il pescatore guarda verso oriente cercadno il sole, ma la luce colpisce, diventa buio nero”. La luce acceca, quando la guardi diritta con gli occhi del cuore: mirabile sintesi della contraddizione, o forse della bellezza, dell’esistenza. Ed allora, di nuovo, “Al fronte rabbia”, o “pianti lontani vibrano sui feriti, su corpi che non tremano”. Sì, è vero, il mare è anche burrasca: “Bianca è l’onda / Che gigantesca arretra / Dai massi saldi” e perciò “Bianche le barche / Arrivan sulla costa / Precipitose”. Ma se questo è tutto vero e se la vita, come ci racconta il poeta, è alternarsi di pace e tempesta, alfine “Foglia scarnita / Si dondola sul verso / Come la culla”. Il cadere, il tramonto è la culla dove la vita riprende e, scoprendo una nuova alba, ridona la luce. “Fiori d’amore / Discendono dal cielo / Tra rosa e verde”. Una speranza aleggia e l’amore è il suo contenuto. E le rose si risvegliano perché la vita è più forte di tutto, anche della guerra, anche della morte.

martedì 5 novembre 2024

Parlare a qualcuno in una lingua che comprende

Se mi conosci… di Vincenzo Mastropirro, Fara Editore 2024

recensione di Barbara Gortan pubblicata su Interzona


La nuova opera poetica Se mi conosci… di Vincenzo Mastropirro, scritta in doppia lingua, italiano e dialetto di Ruvo di Puglia, ci permette di continuare a sentire il legame con le radici della nostra cultura millenaria, una storia antichissima che arricchisce e che studiamo e preserviamo, un bene culturale immenso.
Al centro di questa pubblicazione ci sono la morte della madre, il lutto, il dolore. Le sue parole offrono un modo di vedere l’infinito, l’ignoto, l’assenza e tutte le suggestioni che fanno parte del mistero ultimo della vita.
Questa raccolta si è classificata seconda ex aequo al concorso Faraexcelsior 2024 ricevendo il seguente giudizio da Doris Bellomusto:
“Si apprezza l’originalità dello stile e del contenuto, la vivacità espressiva ottenuta attraverso la sapiente mescolanza delle lingue madri, italiano e dialetto. La silloge è strutturata con delicata attenzione in modo da consentire a chi legge di ricostruire il senso profondo di un viscerale legame con la madre e con la morte.”
Mastropirro manifesta, attraverso l’uso di un linguaggio estremamente espressivo caratterizzato da una modulazione attenta di parole pregne di significati ancestrali, la sua carica emotiva. Incontriamo, pur nello schema libero, una espansione linguistica eccezionale, arricchita da similitudini, metafore, perifrasi, eufemismi, iperboli e allitterazioni. Non mancano tratti di ironia graffiante a beneficio di una loquela mista che spazia dal dialetto alla lingua parlata e dalla lingua parlata al dialetto. L’uso del dialetto è la punta di diamante dell’autore, un bene da custodire e salvaguardare e come dice Pirandello: “Il siciliano e il piemontese insieme a parlare non faranno altro che arrotondare alla meglio i loro dialetti fiorettando qua e là questa che vuol essere la lingua italiana, parlata in Italia”.
Anche Mastropirro ha colto dunque l’importanza e lo spessore del dialetto nell’uso di parole di armoniosa sonorità che dimostrano ampiamente la sua formazione e la sua propensione a rendere con suoni poetici la musicalità che profonde nella sua passione primaria di flautista e compositore.
Parlare a qualcuno in una lingua che comprende consente di raggiungere il suo cervello. Parlargli nella sua lingua madre significa raggiungere il suo cuore, dice Nelson Mandela.
La lingua di Mastropirro è la lingua materna in cui è nato e ha imparato a orientarsi nel mondo. Essa innerva la sua vita psicologica, i suoi ricordi, associazioni, schemi mentali. La lingua delle emozioni, il suo bene più prezioso. Essa apre le vie al consentire, ci permette di entrare nel suo profondo e istintivo humus e nello stesso tempo irrazionale e acritico, quasi insorgesse dalle viscere e fosse connaturato con la sua costituzione biologica individuale. Con una narrazione atemporale, scorrono sentimenti diversi rivolti al ricordo della madre, non tenta di assomigliarle e forse non ci riuscirebbe, ma nello stesso tempo la ammira, la sua forza è in quel bene, in quel legame indissolubile tra figlio e madre. Riusciamo ad immaginare questa donna, bellissima l’esaltazione gradevole a tratti forte e decisa; ogni manifestazione esteriore di lei suscita una sensazione di soavità, di grazia, di una condizione spirituale felice e desiderabile: l’essenza della bontà, dell’innocenza, della santità, il suo essere autentica descritti nella sola espressione: “Mamme, nan s-è mè puste u profìume. Mamme, ère u profìume.”

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lunedì 4 novembre 2024

Una scabra e severa verità

recensione di Alida Airaghi pubblicata su Gli Stati Generali

Scandita in sette sezioni, la raccolta Appunti eoliani di Guglielmo Aprile (Napoli 1978) si offre al lettore in una scabra e severa verità, assunta dalla durezza dell’argomento affrontato, e dalla sua originale consistenza. Quanto di più duro e durevole, infatti, della roccia? Della sua costante stabilità, e persistente indifferenza? Al mondo minerale sono dedicati i versi del poeta, che a esso si adeguano in ponderata classicità, scalpellati in un lessico privo di stratagemmi o virtuosismi sperimentali, e in una metrica sostanzialmente tradizionale che però affida alla spietatezza dei continui enjambements il suo ritmo accanito. Guglielmo Aprile si confronta con l’immutabilità dei sassi, degli scogli, con l’eternità di cielo e mare nel paesaggio solenne ed essenziale delle isole Eolie, e ne assimila l’austera segretezza. Delle rocce intuisce vibrazioni nascoste, vita palpabile che le rende simili alle creature animate, e in primo luogo a se stesso, al suo corpo “che si fa alga o pomice”, alla sua memoria, al suo interrogarsi sul destino umano e non umano: “io levo con lo sguardo un muto appello / e ad uno ad uno i vostri volti interrogo: / chi siete e chi sono io, qual è l’essenza / del vento, della pioggia, come nacquero / le lune, le montagne, i boschi; e a tratti / ho l’illusione che nei blocchi inerti / quasi un sussulto, un fremito si agiti / e che, dentro la pietra, delle bocche / si disegnino, a poco a poco: bocche / che stiano per parlarmi, che potrebbero / sciogliere un qualche oracolo, concedere / solo a me una risposta, rinnegando / il silenzio, il divieto che le tiene / da millenni nel sonno imprigionate”.
La personalizzazione del mondo minerale inizia già dal titolo della prima sezione, Ha un’anima la pietra, in cui sassi rocce scogli vengono osservati con stupefatta tensione, riconoscendo nelle loro grinze, negli squarci, negli ammassi i lineamenti di facce familiari: bocche si animano, occhi si spalancano con l’intenzione di comunicare qualcosa di essenziale, un segreto o forse un’ammonizione, l’avvertimento di un pericolo che sovrasta l’inconsapevole regno animale, l’innocente regno vegetale. Le pietre hanno anime e volti, “volti” citati ben diciassette volte nella raccolta, “sfigurati… esangui, stremati”, nati dal moto ondoso e subito costretti in forme immobili, “convertiti / in capricciose sculture che ostentano / fiere posture michelangiolesche”, “statue di calcare…immobili erme mute”. Rocce nate dal movimento del mare, affiorate da vortici di sabbia, che dai loro profili scolpiti in millenni di vento, pioggia, salsedine, fanno emergere sagome di titani, musi equini, erinni scomposte, opliti precipitati da alte rupi, danzatrici sacre, forzati rinchiusi nelle stive di una galea che sta per affondare. Migliaia di corpi vivi in un passato lontano sono rimasti bloccati in pose immutabili per chissà quale ingiusta sentenza, diventando fossili, pareti o dirupi incapaci di urlare la loro rabbia, la loro sofferenza: “Macigni condannati – è in voi che tutto / il dolore del mondo si è rappreso:/ nei vostri volti di tufo si è fatto / universale archetipo e ci parla”. L’idea di una crudele violazione patita dai minerali inerti, viene ribadita in maniera ossessiva in moltissime poesie ad amplificarne la valenza emotiva, con il rischio tuttavia di renderla meno drammatica e pregnante, pur nella sua innegabile seduzione.

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domenica 3 novembre 2024

“Non so resistere” vince il Publio Virgilio Marone 2024, molto grato alla giuria e all’organizzazione



POESIA EDITA

Vincitore Silloge: Alessandro Ramberti di Rimini
con Non so resistere

I versi di Alessandro Ramberti pulsano di spiritualità e sono espressione di una necessità. La sua poesia è -come lo stesso poeta afferma- “incarnazione”: si concentra in essa una sapienza divina di fronte alla quale l’animo, quando finitezza umana e infinitezza divina si incontrano, vibra: “Volevo dare / a Dio un confine / dirgli che sono / anch’io ricolmo /di aspirazioni / illimitate / e lui mi ha detto / sì vengo sempre / lì dove sanguini / io mi comprimo / in ogni cellula / se lo consenti / né ti vergogni / di te e vedrai/ brillare le ombre/ danzare il buio” Lucida e precisa è la voce del poeta, racchiusa in una puntuale struttura metrica.



Al minuto 1:09 del video

Buonasera

inviamo l’elenco con tutti i premiati (vincitori e menzioni speciali) della V edizione del Premio Letterario Nazionale “Publio Virgilio Marone”.
Vi ricordiamo che la cerimonia di premiazione si terrà sabato 23 novembre 2024 (dalle ore 9) all’Accademia Aeronautica in via San Gennaro Agnano a Pozzuoli, Napoli.
Per chi non sarà presente il 23 novembre, è possibile seguire la cerimonia in diretta streaming.
Coloro ai quali è stata attribuita la menzione speciale potranno seguire la diretta sul sito www.publiovirgiliomarone.it oppure sulla Pagina Facebook del Premio.


POESIA EDITA



Vincitore silloge: Alessandro Ramberti di Rimini con Non so resistere

Menzione speciale silloge a Vittorio di Ruocco di Pontecagnano (Salerno) con La danza delle anime

Vincitore poesia singola: Stefano Boldrini di Milano con “Manuale dei sogni rapiti”


Segreteria del premio “Publio Virgilio Marone”
organizzazione: Associazione Dialogos e New Media Press

premio@publiovirgiliomarone.it
www.publiovirgiliomarone.it
www.dialogoscomunicazione.it
www.newmediapress.it

sabato 2 novembre 2024

“La lancetta prese a sbucciare il medesimo secondo”

Carlo Giacobbi, Erbe d’esilio, peQuod 2024, collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR 

Il verso posto a titolo di questa recensione è il primo della seconda terzina che troviamo a p. 47. Ecco i bellissimi versi che lo seguono: “e t’avvedesti il tempo fosse null’altro / se non qualità del sentire, menzogna della misura.”

La raccolta è disseminata di questi tocchi distesi (rari sono infatti i versi brevi, se non nei corsivi a inizio di ogni poesia-sezione) in bilico fra paradosso e aforisma che si insinuano come struggenti fotogrammi di un film à la Rohmer nelle pieghe sensibili delle nostre viscere con una leggerezza persistente. Certo ogni lettore reagisce a modo suo a un testo, specie se poetico; a me sono risultati particolarmente impressionanti (per restare ancora alla metafora fotografica) i seguenti passaggi: “Ti fu chiaro non ammettesse più rinvio l’abbraccio / della fioritura vasta delle ombre.” (p, 48); “La luna lucidava foglie di magnolie.” (p. 49); “I colli dei lampioni erano docce di luce sulla strada.” (p. 50); “La pagina arde mentre la si volta.” (p. 53); “Tu non sai delle cascate di luce che immagino / nei cieli, della gloria di polle luminose” (p. 62); “Ma cova in noi sepolto un urlo: devi esistere devi” (p. 73); “eccezione l’esistere / o la sua estinzione?” (p. 76); “Ma l’esistere in parentesi – come tu dici – / tra nulla e nulla non mi basta.” (p. 79).

I lacerti qui sopra credo possano dare un’idea  dello stile pregnante e senz’altro socratico (per le stimolanti questioni che pone) di Carlo Giacobbi: in queste poesie-sezioni che vanno dalla XIII alla XXIV “in ideale continuazione con Abitare il transito” (p. 7) davvero constatiamo che “più a pensarla più s’affina / la radice dell’ignoto” (p. 10), “che il solco pensa il seme / (…) / ché accogliere / è svelamento di lacuna” (p. 16).

Desidero infine lasciare a chi legge questa immaginifica ed emozionante pittura-domanda (p. 29): 

“Che dire della transumanza delle nuvole
spumose di sole nell’azzurro; del loro pascolo lieto
degli shanghai di luce filtranti tra le chiome

quasi liberati dal pugno appena schiuso di Dio?”

Forse la natura (e noi in essa) è la pulsante nostalgia dell’eternità?