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lunedì 25 luglio 2016

“Gli Specchi Critici” La Consuetudine dei Frantumi di Fulvio Segato – Luca Cenacchi

La consuetudine dei frantumi di Fulvio Segato è la raccolta poetica emersa vincitrice dal concorso Faraexcelsior 2013, indetto dalla casa editrice Fara Editore.
Segato, con questo libro, ha riscontrato una moltitudine di consensi in campo nazionale (premio speciale Casentino 2016, premio Massa, nonché attenzione critica).
Sulla scorta di Giuseppe Carracchia, dunque, vorrei anche io partire da una suggestione da tener presente e riprendere più tardi,  questa volta da Montale: “qui dove affonda un morto / viluppo di memorie, / orto non era, ma reliquiario.”
Del Libro di Segato ciò che spicca è il confronto doloroso, a tratti tragico, di due realtà: una quotidianità  aurorale, intima, annidata fra i profumi, odori (ma non solo) che la “riportano a galla”, la quale si incastra e
stipa nella negatività presente con cui, inevitabilmente, stride “e le ruote nere avevano fili di paglia / incastrati,  portati da chissà dove, / – da una terra tenera, da un tempo che / questa lunga strada esaurisce e cancella.”
Questo confronto, o meglio, questa sovrapposizione, è la scena poetica in cui si diramano le ombre, cifra della maturità di questa raccolta, che increspano e perturbano l’apparente quiete della rievocazione.
Segato non può esorcizzare il presente abbandonandosi a una malinconia confortante e testimonia più di altri (Amadei) lo straniamento dell’individuo. Il poeta è costretto, dunque, a confrontarsi (e confrontare) con quel suo passato particolare annidato negli odori, nel vento (ma non solo) inscritto in un presente in cui talvolta fatica a riconoscersi ed attecchire.
Si addensa così un dialogo narrativo da cui emerge un circolo tematico, sentimentale, esistenziale[1] che si frantuma e rinnova costantemente nel variare di flash di quotidiana visività, i quali rappresentano un paesaggio interiore ed esteriore, presentando così, in questo libro, la sarchiatura del territorio poetico fatta dal tempo.
Questo immaginario diventa, tra le altre cose, sottile scena di una certa miseria umana, la cui denuncia rimane sempre dolorosamente soffusa, ma non per questo meno penetrante “e saluti la gente che non c’è, e ti fermi un momento / a parlarci, a chiedere – come va? / Basta questo pasto di sempre, / quello che cambia è l’ordine / delle sedie attorno al tavolo e accorgersi / che si ha sempre meno fame.”
La suggestione di Montale soccorre, ora, piuttosto bene il nostro discorso. Quando Segato effonde le sue tonalità più sinistre, rivela quel particolare reliquiario ai bordi dei quali egli intona la requie delle relazioni umane. Un canto anche testimone del tempo, del suo trascorrere e dei suoi effetti, delle varie declinazioni che esso può imprimere alle cose: “Ogni spostamento è tragico / ogni trasloco cancella, depone / in altre parti, in scatole grosse / o piccole, le etichette poi si mischiano, / i libri in cucina, i vasi negli armadi / vicino alle giacche sulle grucce, / con le palline di naftalina / nelle tasche assieme a piccoli / pezzi di carta con scritture pallide / di come eravamo.” Una di queste declinazioni è raccontata bene nella poesia Le campane: “non puoi parlare mentre mastichi / ma lo senti il suono delle campane, / le campane che suonano anche per il fiume / anche per i pesci che c’erano in quel fiume, / anche per i vestiti malamente piegati / lasciati sulla riva, incastrata fra i rovi, / come fossero bandiere le canottiere bianche/ le sottane rosse, le scarpe, i sandali, / suona la campana mentre mangi, la tua bocca / non può dire, lo fa la campana, ci spiega la storia / la storia che andavamo al fiume a bagnarci e / vedevamo i pesci nell’acqua come specchio, ora / è la campana lo specchio, ci vediamo dentro / il suo bronzo, se facciamo attenzione, ci vediamo, / vediamo tutta la città e il fiume / e dentro il cucchiaio li vediamo/ e l’inverno senza gelo vediamo/ e vediamo il gelo dell’inverno/ senza la neve.”
Segato ci sa mostrare come il tempo pervenga anche a un graduale erosione della memoria “il tempo fa le sue cose, toglie la vanga, / arrotonda i sassi, smussa il senso d’abbandono, / scolora le foto e inganna la memoria e le rondini / volano sempre più in alto della domenica” finché non giunge la fine “la tovaglia ben piegata / senza crespe né onde / distendila / dritta come dovrebbe essere / una vita che passa e poi, / arrivata al bordo, finisce.”
La dimensione temporale viene accettata e rappresentata nella sua inevitabilità anche dolorosa come quella degli spettri dei defunti, anche essi familiari, che traspaiono nelle crepe a testimonianza di un passato morto, ma da salvaguardare, su cui incombe la vera minaccia annichilente: “quel profumo di terra buona che, ricordi, / ha la terra quando piove un poco, / quando si alza quel vapore che arriva / alle caviglie e ti sembra di camminare / nel nulla, nel niente dove passano e vivono / gli spettri, le persone che non ci sono / le donne che sono andate e anche i ragazzi, / andati in una parte sconosciuta del cosmo, / e questi uomini la stanno chiudendo, questa crepa, / e ridono quando lo fanno, e la chiuderanno.” 
Questo Annichilimento è rappresentato anche in una innaturale e meccanica routine cui l’individuo è sottoposto, vittima della sua imperatività che lo strumentalizza, contribuendo, assieme alle altre forze, non solo a straniare l’individuo da sé stesso, ma anche dagli altri: “non sapresti riconoscerti se ti vedessi, / adesso, in piedi, un poco curvo, in quell’angolo / sotto quella finestra.”
Segato tuttavia non ci fornisce una pellicola che rispecchi la mobilità di una geografia transpermanente, ma da essa ne prende le distanze (Accomodati vicino a me) per poterla fermare, frammentarla in flash i quali vogliono essere e sono familiari, consueti e che caratterizzano la sua poesia, la cui cifra visiva, “immobilizzata” dal racconto, non è disgregata dal ritmo costantemente inarcato.
La consuetudine dei frantumi è, dunque, quella sarchiatura a tratti comune del tempo in cui il poeta, in ultima analisi, si riconosce e identifica ritrovando e riscoprendo costantemente la sua radice, anche se a volte dolorosamente.

La consuetudine dei frantumi Fara Editore 2016
Anche disponibile in E-book
[1] L’odore, Il corpo, i luoghi, il tempo – Intervista di Giovanni Fierro


Fulvio Segato è nato nel 1959 a Trieste, città dove lavora in una scuola pubblica. Negli anni ottanta ha pubblicato due raccolte Io, Narciso e I Canti della Fenice. Nel 2013 pubblica Vocativi in eco (Edizioni  Helicon) primo premio Casentino con nota di Silvio Ramat e La consuetudine dei frantumi (Fara Editore)  primo premio Faraexecelsior. In narrativa nel 2014 Cadono i cormorani e altri racconti viene premiato e pubblicato con l'Editrice Progetto Cultura. E' stato finalista e vincitore in vari concorsi letterari nazionali: Gozzano a Terzo d'Alessandria, Città di Massa, Giuseppe Malattia della vallata a Barcis, Laurentum a Roma, Casentino a Poppi, Borgognoni a Pistoia e più volte il Leone di Muggia. Pubblica Sta mia difesa (Samuele Editore 2016). Suoi testi in dialetto triestino sono stati pubblicati nel numero 18 della rivista di cultura poetica Smerilliana di Enrico d'Angelo. E' presente e recensito nell'Almanacco di poesia della Puntoacapo editrice. Alcuni suoi testi sono pubblicati sulla rivista Poeti Contemporanei diretta da Elio Pecora. E' presente in riviste letterarie su alcuni siti web.

Luca Cenacchi è nato a Forlì nel 1990. Nel 2011 la poesia Laocoonte – ovvero di se stesso è stata  selezionata per essere pubblicata nell’antologia del Premio letterario Ottavio Nipoti - Ferrera Erbognone. Ha contribuito a fondare e sviluppare il forum letterario i Gladiatori della penna. I suoi testi sono stati  presentati nella serata Arcadie Invisibili all’interno del progetto La Bottega della Parola organizzata dalla Associazione culturale Poliedrica di Forlì. Nel 2016 il blog letterario Kerberos ha scritto un articolo critico di alcune sue poesie inedite Valore-contenuto e valore-bellezza: il senso del sacro attraverso la trasfigurazione dell’immagine e la neutralità del messaggio. Nel mese di Aprile dello stesso anno tre sue poesie(La Perla , Anoressica e Francesca) sono state selezionate per essere inserite nella antologia La mia sfida al male pubblicata a seguito della terza edizione del concorso letterario Come Farfalle Diventeremo Immensità , in memoria di Katia Zattoni e Guido Passini, indetto da Fara Editore. Aspirante critico letterario è ansioso di contribuire al dibattito sulla poesia contemporanea attraverso la rubrica critica Gli Specchi Critici realizzata in collaborazione con il blog Kerberosbookstore, Fara Poesia e ora anche L'Arcolaio. Nel 2016 è stato giudice presso il concorso Faraexcelsoir 2016. Ha partecipato alla rassegna poetica di Pianetto Poeti alla finestra presentando una serie di poesie inedite. Per ulteriori informazioni sul progetto: glispecchicritici@gmail.com, facebook, twitter



mercoledì 29 gennaio 2014

Giovanni Fierro intervista Fulvio Segato e ne recensisce La consuetudine dei frantumi


Libro di Fulvio Segato
Fare Voci. Giornale di scrittura

Gennaio 2014

www.isontina.beniculturali.it/index.php?it/223/fare-voci-giornale-di-scrittura

Ecco qui l’edizione di gennaio di “FARE VOCI. Giornale di scrittura”.
Un numero ricco, di nuove proposte e nuovi nomi.
Per continuare ad esplorare la mappa del nostro tempo e del nostro territorio.


Di seguito trovate:

- il libro:   LA CONSUETUDINE DEI FRANTUMI di Fulvio Segato (recensione, intervista e testi)
- la proposta degli autori:   lo scrittore Gianni Spizzo parla di COLLINA di Jean Giono
- gli inediti:   IL PAESAGGIO DELL’OGGI ovvero lo scrivere di Matteo Ghirardi

buona lettura

Giovanni Fierro




Il libro

Il tempo quando si apre

“La consuetudine dei frantumi” di Fulvio Segato

di Giovanni Fierro

Già nel primo testo di questo libro c’è una dichiarazione di poetica. L’odore, il corpo, i luoghi, il tempo.
Si apre così La consuetudine dei frantumi, prezioso libro di Fulvio Segato, poeta triestino, che sempre di più sta lasciando un segno indelebile nello scrivere del nostro territorio.
In questa raccolta ci sono anche ritmo e suono, tanto vento a scompigliare, ma anche in senso positivo, l’umana esistenza.
Pagina dopo pagina, ci si immerge in una ricognizione ampia e profonda, del tempo presente.
Sia quando si rapporta al passato sia quando è premonitore dei tempi a venire.

E in questo fare poesia, Segato testimonia la propria volontà di tenere tutti i pezzi assieme; crea un quadro costruito con tenacia e coinvolgimento: ‘ma ci sono quei tuoi gesti, quel prendere/ quieta l’aria, serrala nella mano/ perché mai più voli, scompaia’.
E, come in “Le campane”, c’è grazia nel tratteggiare il nostro tempo, il nostro luogo dell’accadere. Non è poco.

‘Ci sono dieci cornacchie sul/ balcone. Guardano i miei fiori,/ i colori dei miei fiori oggi che/ è primavera. Ma erano solo due/ due sole ce n’erano/ ieri’. E questo è a dire del respiro di cui Segato ci fa complici, in uno stare dove la vita trova la sua collocazione, la sua identità. Sempre a cercare il confronto, in una possibile crescita, con una inevitabile difficoltà, per una auspicata confidenza.

La consuetudine dei frantumi è scrittura da custodire con attenzione, materia calda e pulsante che vuole aprirsi e mostrare il proprio esistere. È libro che si augura a tutti di scrivere. E di leggere.



L’intervista
Fulvio Segato
Nelle tue poesie se c'è sempre, a parer mio, un qualcosa che si ricompone (tempo, memoria, emozione...), il tuo scrivere ha a che fare con questo?
Tempo e memoria sono parametri essenziali nelle mie poesie. Sono movimenti, gesti, sospensioni e soprattutto lasciti che fanno scaturire l'emozione e di seguito la scrittura. Credo che la poesia (anche nelle sue forme più spinte o avanguardistiche) attinge sempre alla memoria, che io intendo come un fatto comune e non semplice momento soggettivo lontano, ricordo personale.

In questa raccolta sono molto presenti sia il vento che l'aria, che danno ulteriore respiro e senso alle parole, è così? e se si, perché?
Vento e aria, ma anche acqua, con tutti gli esseri viventi che contengono e vi vivono sono elementi che uso per dare appunto "respiro" al verso e alle parole, ma anche elementi necessari per far trasportare il ricordo personale verso un tipo di memoria più ampia e collettiva. Per liberare la parola dalla staticità e dalle secche e costringerla a giri più vasti, per toccare situazioni non prettamente mie, ma che riguardano il vivere di molti e anche sconosciuti.

La tua è una poesia completamente immersa nel quotidiano, anche se sono presenti gli eco di passato e memoria, cosa succede in questo tuo confronto temporale?
Un continuo dibattito, a volte una rivalutazione, certe altre una piccola battaglia. La vita nel quotidiano se non lanciata verso uno scambio e confronto con il già successo, il possibile o quello che avrebbe potuto accadere se...può causare un profondo sedimento nel quale rimanere invischiati. C'è bisogno anche di molta moderazione in questo, per non cadere nell'opposto, nella revisione continua, e per non restare impantanati nel passato stesso con il rischio che diventi mito. Il quotidiano è, insomma, l'adesso, il questo momento in qui io vivo.

Questo tuo 'cercare l'unità', dà ulteriore significato a come, e quanto, il vivere sia sfuggente, destinato ad andarsene. Ti riconosci come autore in questo?
Si, precari ed effimeri e facenti parte di una unità creata che si manifesta prepotente e viva in innumeri forme, anch'esse effimere e sfuggenti ma, tutte, uniche. Fermare gli attimi di questo veloce trascendere universale è quello che cerco di portare nelle mie poesie.

Le cose minime del vivere, quelle più difficili da raggiungere e mantenere, anche alimentare, sono qui presenti. Sembra che verso di loro tu abbia uno sguardo, e un senso, di protezione....
Sono le cose minime, catturarle, che ci permette di dare la misura e il peso del vivere, non solo di quello personale. Attimi che ci appaiono istantanei ma che dobbiamo fermare e decifrare, trascriverli, per poi lasciarli continuare nel loro fluire. E vanno accuditi con tenerezza, perché fragili come vetro e a volte riflettenti come specchi.





L'odore scavato
Questo odore scavato che circola fra strade rioni
salite di porfido disassato
si forma con calma
passando lentamente
sulle mura
sui tetti
sulle piccole pozze che si stanno asciugando
sugli occhi che si riflettono dentro
e cercano
poi qui s'accomoda,
vicino alla mia sedia - con il suo silenzio-
scavandomi le ossa
scavandoci le ossa,
illudendomi di essere più leggero
dell'aria
- l'inganno del volo,
ma fa solo una sosta
prima di riprendere il suo giro
prima di bussare alla porta accanto
d'infilarsi in un letto fra lenzuola pulite
che hanno quel leggero profumo di viole
di viole
che ci siamo portati dietro
con noi dietro
tanto tempo fa.



Nato in quegli anni e lì disperso
Sono nato in quegli anni e lì disperso,
- il fiato dell’affetto ha fatto
rugginose le biciclette, quelle mai
pedalate, quelle lasciate negli angoli
le parole sospese sono rimaste lì
e da nessuno più usate.
Ho visto forse passare il santo,
- ci sono ancora i suoi segni
e se c’è un pozzo qui vicino
è lì che bisogna cercare,
cercare quegli anni dispersi
in cui siamo nati, con le mani
nell’acqua scura quel presente
riportare a galla,
e piano bagnarsi le labbra,
berla a sorsi quell'acqua
ricomporre le frasi, ridirle,
come se non ci fossero solo
queste pietre, dure e bianche
e senza luce e il netto lacero
del confine scavalcato , con le mani
coprirsi gli occhi oppure disegnare nell’aria
quello che si volle e non abbiamo fatto,
dispersi come eravamo in quegli anni
in cui nascemmo. Coprirsi gli occhi
con le nostre mani nate con noi.



Un cavallo rosso fatto con la plastilina
Un cavallo rosso fatto con la plastilina,
duttile docile, messo in centro alla tavola,
quattro alberi con poche foglie in controluce
luce e raggi dalla finestra, la debole
luminescenza di una lampadina quando
si fa scuro e una mela verde e brillante,
che rotola se toccata appena col palmo,
e una figuretta, sottile, sopra tutto,
più avanti del cavallo, della mela,
ma non più grande solo più vicina,
più vicina per riconoscere il viso, gli occhi
quello che c'è di liquido oltre gli occhi,
così da impastare e diteggiare una gonna,
o una giacca o un cappello,
nominare qualcuno per poi metterlo
ad arcione, farlo andare, farlo correre
e perdersi fra gli alberi che son diventati bosco
che sembra di sentire l'odore di umido,
perché è passato un temporale
ma ora è lontano e si odono appena
i colpi del tuono che scompaiono
e un ultimo tremare dei vetri.




La biografia

Fulvio Segato è nato a Trieste nel '59, città dove lavoro in una scuola pubblica.
Negli anni ottanta ho pubblicato due sillogi di poesie: "I canti della Fenice" e "Io, Narciso".
Nel 2013 le sue poesie sono state pubblicate in una silloge intitolata "Vocativi in eco" dall'editrice Helicon, quale premio Casentino e La consuetudine dei frantumi Fara Editore, premio Faraexelsior 2013.
È in preparazione per l'editrice Edizioni Progetto Cultura una raccolta di racconti dal titolo "Cadono i cormorani".
Ha conseguito riconoscimenti in concorsi letterari sia in poesia che in prosa.

martedì 22 ottobre 2013

È uscita la raccolta di Fulvio Segato vincitrice del Faraexcelsior 2013!

Fulvio Segato La consuetudine dei frantumi

€ 11,00 pp. 74 (Sia cosa che # 103)
ISBN 978 97441 33 5

Vincitore assoluto del premio Faraexcelsior 2013 - sez. Poesia

Questo odore scavato che circola fra strade rioni : così inizia questo viaggio nella poesia della quotidianità di cose, persone e situazioni che hanno però sempre qualcosa di sommessamente spiazzante, magari sorprendente, pur nell’apparente routine di gesti e degli eventi che lo sguardo di Segato ci offre adombrandoli con una luce radente che sa metterli in risalto. Come scrivono (rispettivamente) i giurati Giuseppe Carracchia, Vincenzo D’Alessio e Valerio Grutt, troviamo in questa raccolta: “fughe e imprevisti ben calibrati”, “una poetica acuminata”, “consapevolezza e visione, uno stile compatto e riconoscibile”. C’è sempre qualcosa da scoprire, qualche emozione da provare o provocazione da far nostra in questi “frantumi” che ci scorrono dentro come le liquide vibrazioni sonore di un bastone della pioggia. Ascoltiamone qui subito, ad esempio, i coinvolgenti versi conclusivi:

Lo sentite anche voi, anche tu lo senti
quel respiro, quell’attimo, quella cosa?
quella che poi sembra diventare tua,
sembra diventare nostra,
la cosa d’abitudine, come petalo
schiacciato che fu il fiore,
anche odore del fiore, il suo gambo,
la consuetudine dei suoi frantumi.



Fulvio Segato è nato a Trieste nel 1959, città dove lavora in una scuola pubblica. Negli anni Ottanta ha pubblicato due raccolte poetiche: I canti della Fenice (Nuovi Autori 1984) e Io Narciso (Ibiskos 1985, anche ne I poeti contemporanei 87, a cura di Elio Pecora, ed. Pagine) Nel 2013 è uscita per le Edizioni Helicon la silloge Vocativi in eco (con nota introduttiva di Silvio Ramat), quale premio Casentino 2012. È in preparazione per Edizioni Progetto Cultura una raccolta dal titolo Cadono i cormorani. Ha conseguito riconoscimenti
in concorsi letterari sia in poesia che in prosa. Per contatti: fulvio08@libero.it

giovedì 30 gennaio 2014

Una lettura de La consuetudine dei frantumi di Fulvio Segato


di Luigi Cataldi

Baudelaire aveva già compreso che il mondo era andato in pezzi. Noi spesso ci illudiamo del contrario, ma, paradossalmente, il nostro universo, quanto più globale è divenuto, tanto più è risultato scisso, sconquassato e
sgretolato. Così, se all’apparenza siamo in contatto diretto con ciò che accade
dall’altra parte del globo, nella realtà, da lungo tempo abbiamo smarrito qualsiasi comune concezione del mondo, qualsiasi legame, qualsiasi
senso di fratellanza e coabitiamo un cosmo di cui spesso non comprendiamo il senso. Basta guardarsi attorno per accorgerci che ciò che in epoche passate ci faceva sentire di essere parte comune della natura e dell’umanità, almeno di quella a noi contigua, non esiste più. Si può dunque dire
che, nonostante le apparenze, il nostro universo esistenziale sia andato in frantumi.
E i frantumi non sono frammenti. Un ‘frammento’ è ancora parte di un tutto di cui si ha consapevolezza e che caratterizza la poesia occidentale moderna dalla sua nascita o, almeno, dai Frammenti di cose volgari petrarcheschi. Al contrario il “frantume” è scheggia che ha smarrito ogni legame con l’oggetto intero da cui proviene, un oggetto che non potrebbe in alcun modo essere ricomposto o ricostruito. È ciò che viene dopo una grande
esplosione o dopo un naufragio, cioè, dopo qualcosa di irreparabile. Si può dire che il mondo attuale, almeno a partire dalla Grande Guerra, che simbolicamente e storicamente può rappresentare una simile esplosione,
sia irreparabile.
Ma queste sono speculazioni, buone, forse, per gli storici o per i filosofi.
Per Fulvio Segato, invece, che l’esistenza stessa sia in frantumi, non è oggetto di speculazione, ma dato di fatto, evidente e indiscutibile, frutto dell’esperienza quotidiana e, perciò, punto di partenza della sua lirica. E, perché la nostra apocalittica premessa non risulti fuorviante, va subito aggiunto che i frantumi poetici di Segato non offrono un’immagine né apocalittica né pessimistica, poiché non servono a rievocare la catastrofe che li ha prodotti o i drammi che ne sono seguiti. Essi sono l’unica testimonianza
ancora viva dell’interezza perduta, sono quel che rimane dell’autenticità dell’esistenza. Avere consuetudine dei frantumi significa dunque non aver perso il desiderio di cercare (senza la presunzione di trovare, per carità!) questa autenticità. Dunque non la superficie levigata degli edifici del nostro tempo è l’oggetto della poesia di Segato, ma, per esempio, la crepa che si apre in una casa, una crepa familiare al punto che inquietante appare il risanamento della parete, come accade nella prima lirica della sezione
Lettere che ti scrivo.
La crepa che vi campeggia somiglia a un rampicante, che dalla terra “non prende nulla, nulla / lascia nel suo passare”. È staccata da terra, dalla sua origine perduta; è protesa verso il tetto lontano che non sa raggiungere. È sospesa, come la nostra esistenza. Degli uomini sono lì per
chiuderla. La rete che impiegano evoca metaforicamente una rete da pesca, che reca, “fra maglia e maglia ”, “piccoli pesci incastrati ”, i cui occhi guardano il mare che da lì non si vede . Si fondono in un’unica allegoria l’immagine reale (la rete degli operai che serve per consolidare il muro)
e quella metaforica (la rete da pesca con le sue prede), che risulta la parte più concreta e tangibile, perché è grazie ad essa che comprendiamo e veramente ‘vediamo’ ciò che sta accadendo sotto i nostri occhi: il risanamento del muro, cioè la distruzione del frantume, cancella la traccia residua della vita autentica e ci rinchiude nella nostra prigione dove non si sente quel profumo di terra buona che “ha la terra quando piove un poco” “e tisembra di camminare nel niente” , ma è proprio quel “ niente” , quella crepa, che è traccia di un intero universo: “ le persone che non ci sono, / le donne che sono andate e anche i ragazzi, andati in una parte sconosciuta del cosmo” .
È un atteggiamento che evoca il Montale degli Ossi di seppia, sia per l’idea che la realtà contingente è una sorta di prigione dalla quale il poeta va cercando un varco “che finalmente ci metta nel mezzo di una verità” (I limoni), un varco che sembra intravvedersi solo a “scaglie ”, sia per la poetica del ricordo, che fa pensare a Cigola la carrucola nel pozzo, dove però delle due componenti del ricordo, quella che riporta in vita ciò che è scomparso e che dunque unisce e quella che ne rivela l’irrevocabile distanza e che
dunque divide, è la seconda a prevalere. Accade il contrario nei Frantumi.
L’ “odore scavato” che apre la raccolta di Segato, passato per “strade rioni / salite di porfido disassato” , “mura” , “tetti” , “ pozze” dà al poeta, quando giunge fino a lui, “l’illusione del volo ”. È “ scavato ”, ma scava, cioè fa rivivere qualcosa che sembrava sepolto, prima di “ bussare alla porta accanto ”. Il suo passaggio affratella, visto che dall’io immediatamente si passa al noi, seguendo una direzione che va dal concreto all’astratto, cioè dalla petrosità della prima parte (che acquista consistenza materica grazie alle frequenti allitterazioni ed alla metrica estremamente frastagliata) all’eterea leggerezza della seconda e, viceversa, dall’indefinito, visto che inizialmente è solo un “ odore” , al definito, poiché si rivela infine come
“profumo di viole” . Il suo percorso va dall’esterno della materia all’interno dell’io del poeta e di quello del lettore, evocato dal plurale dei versi finali. Il suo volo è tanto nello spazio quanto nel tempo, anzi è tale da produrre una sorta di contraddizione nel tempo: è un profumo, che, nel presente, “ci siamo portati dietro” “tanto tempo fa” .
Qui, come accade al fanciullino musico di Pascoli, è evidente che il poeta “ non trascina, ma è trascinato” : da un odore come nel caso appena visto, da un oggetto, la foto per esempio di uno sconosciuto (Ho questa foto di un uomo, che si appoggia sul manico), da un gesto, come quello “del direttore / del coro che chiude a pugno la mano” (D’improvviso tutto può accadere), dai frammenti di discorsi ed immagini percepiti sul tram (Leggere qualche riga), da uno scambio di persona (Lo scambio).
In quest’ultimo caso il disordine causato dall’errore (l’esser stato scambiato per un altro) produce un paradosso esistenziale che conduce l’io lirico a vedersi estraneo nel mondo non suo dell’altro e al tempo stesso a guardare al proprio mondo con gli occhi di uno sconosciuto. Lo scambio, nonostante il suo ripiegamento introspettivo, invita anche il lettore a riflettere sull’estraneità di ciò che ci è familiare e sul quale abbiamo steso una patina di insensibilità.
Senso di estraneità e paradosso temporale ricompaiono nella quarta lirica della sezione Lettere che ti scrivo. La lettera è indirizzata ad un destinatario che è sentito come intimo e coetaneo del poeta. Al “vedi” d’esordio che imposta un registro fraterno, si associa quasi ovunque il “noi” dietro cui si può intravvedere un’ulteriore intimità con il lettore, con qualsiasi lettore. Vi è poi lo sdoppiamento del poeta stesso che compare come era a cinque anni e come è oggi. Si tratta di un ricordo di infanzia in cui il passato ed il presente si fondono in un’unica dimensione. Ci si trova in una sorta di non luogo, forse la casa attuale del poeta, guardata però, con estraneità, con gli occhi dell’io dei cinque anni, il quale, anche se privo “di idiomi” , è “senza nessuna colpa e ancora forse / nessun rimorso” , innocente, “perché tutto / deve ancora cominciare ”. Innocenti sono anche le “ creature minime” , che nel vuoto dei buchi dei tronchi si nascondono e si sfamano, perché appartengono al mondo naturale impastato “di viola e bruno e ruggine ”, ma “che è cosa senza parola, senza sillabe o versi ”. Per l’uomo invece, l’assenza di parole, cioè il vuoto di poesia, genera, quello sì, rimorso. È stato quel vuoto ad aver costruito quella che non è più nemmeno una casa, ma un “ posto / dove siamo, senza eredi / così spogli” , in cui si abita, ma dove nemmeno il letto, i vestiti piegati e il libro aperto ci appartengono, un luogo di nessuno. E “quel bianco che resta, quel bianco / che acceca è quello che non abbiamo detto” , poiché noi “non siamo senza dirci, chiamarci, nominando” . Affermazione, perentoria, urlata quasi, dell’impossibilità di esistere senza la poesia, che dunque non è un modo di scrivere, ma un modo di vivere.
È dunque ciò che è estraneo a “quel bianco” , che spesso affiora in forma di apparenza o di frantume, insomma ciò che ci appare “ ignoto” a salvarci. Nella poesia che chiude la raccolta, L’ignoto dietro la porta, esso ci attende appena fuori l’uscio di casa, “mansueto ” “come animale / con lo sguardo che interroga / e non vuole nulla” e si palesa per la strada, fra le persone che si conoscono appena o non si conoscono affatto, con il loro mistero. Anche qui la parola acquista un tono plurale che si scioglie infine nel “tu” di un’esortazione accorata, rivolta al lettore, alla poesia, cioè alla vita:
 

Lo sentite anche voi, anche tu lo senti
quel respiro, quell’attimo, quella cosa?
quella che poi sembra diventare tua,
sembra diventare nostra
la cosa d’abitudine, come petalo
schiacciato che fu fiore,
anche odore del fiore, il suo gambo,
la consuetudine dei suoi frantumi.

martedì 28 gennaio 2014

FARE VOCI & VENERDÌ con Masini, Gastaldo e Segato a Gorizia 31 gen

a cura di Giovanni Fierro

http://www.faraeditore.it/html/siacosache/consuetudinefrantumi.html
Ecco qui l’appuntamento di gennaio, per iniziare questo nuovo 2014, all’insegna di FARE VOCI & VENERDÌ.
Una serata con altri tre autori del nostro territorio e del nostro presente. Altre tre voci originali, che sanno dire del nostro vivere e del gesto della scrittura come atto di ricerca. Quindi:


venerdì 31 gennaio 2014 - ore 20.30

alla galleria ArtOpenSpace in via Diaz, a Gorizia


letture di
Roberto Marino MASINI
Luisa GASTALDO
Fulvio SEGATO


musiche di
Paolo Del Negro, chitarra

Seguirà un brindisi con il vino Morus Morar
offerto dalla cooperativa sociale Contea di Gorizia





GLI AUTORI:

Roberto Marino Masini è nato a Gorizia il 18 dicembre 1958, dove vive. Ha pubblicato due raccolte di poesia per la casa editrice Sottomondo di Gorizia, “Un profondo delicato” inverno 2002 e “Il tempo ci attraversa” estate 2006, ed una terza “La delicatezza di un piacevole mistero” (datata 2004 – edita 2007) sulla rivista istriana di Fiume “La battana”.
La sua raccolta “I cedri del Libano” (2007) è risultata vincitrice al concorso nazionale di poesia “Pubblica con noi 2008”,E inserita nell’antologia degli autori premiati Storie e versi da Fara Editore (Rimini). È presente in varie antologie relative alla poesia locale e in diverse riviste, locali e nazionali; partecipa a numerosi readings anche all’estero.
È impegnato da quasi trent’anni nel sociale, dirige un progetto teatrale con persone affette da disabilità psichica grave e gravissima, con le quali, come regista ha allestito molti spettacoli. Collabora inoltre con professionisti di questo campo, sviluppando diversi altri percorsi nel settore.

Luisa Gastaldo è nata a Tarcento, ha fatto molti traslochi e si è impegnata in diverse attività. Nel frattempo si è laureata in Conservazione dei Beni culturali. Ora si occupa di educazione ambientale e alimentare.
Vive a Buja dove cura un orto didattico e organizza annualmente Orto-grafie. Poetiche tra le aromatiche. Fa parte della Rete di Orti di Pace e del Gruppo Anna Achmàtova.


Fulvio Segato è nato a Trieste nel 1959, città dove lavora in una scuola pubblica. Negli anni Ottanta ha pubblicato due raccolte poetiche: I canti della Fenice (Nuovi Autori 1984) e Io Narciso (Ibiskos 1985, anche ne I poeti contemporanei 87, a cura di Elio Pecora, ed. Pagine) Nel 2013 è uscita per le Edizioni Helicon la silloge Vocativi in eco (con nota introduttiva di Silvio Ramat), quale premio Casentino 2012. È in preparazione per Edizioni Progetto Cultura una raccolta dal titolo Cadono i cormorani. Ha conseguito riconoscimenti in concorsi letterari sia in poesia che in prosa. Con La consuetudine dei frantumi è risutato vincitore assoluto del premio Faraexcelsior 2013.

martedì 16 settembre 2014

Fulvio Segato si classifica primo al Gozzano per la silloge inedita, complimenti!

Vincitori 2014

Il Comitato organizzatore è lieto di comunicare i risultati della XV edizione del Concorso nazionale di Poesia e Narrativa “Guido Gozzano”.

Sezione A – Poesia edita in italiano e dialetto

I classificato : Giangiacomo Amoretti “Come un canzoniere” Aracne Editrice – Genova
II classificato : Tiziano Broggiato “Città alla fine del mondo” Jaca Book – Torre di Quartesolo (Vi)
III classificato: Filippo Ravizza “Nel secolo fragile” La Vita Felice – Milano

Premio Autore Giovane : Erminio Alberti “ Malascena” – Samuele Editore – Catania

Premio Opera Prima : Davide Tartaglia “Figure del congedo” – Italic Pequod – Ancona

Menzione speciale della Giuria : Patrick Williamson “Nel santuario” - Samuele Editore” – Parigi


Autori segnalati:
Marina Giovannelli “Il libro della memoria e dell’oblio” Samuele Editore – Udine
Carla Mussi “Il cattivo dono”- Puntoacapo Editrice – Piombino (Li)
Valentino Ronchi “Anna e Mélanie” – Lampi di stampa – Melzo (Mi)

Autore segnalato come opera d’esordio : Daniele Orso “L’estate in provincia” – Sigismundus Editrice  – Cervignano del Friuli (Ud)



Sezione B – Poesia inedita in italiano e dialetto

I classificato: Giacomo Vit “Dongia la fabrica bandonada” – Cordovado (Pn)
II classificata: Cinzia Demi “Mandami ancora un abbraccio” – Bologna
III classificato: Roberto Borghetti “Oranienburg” – Ancona


Autori segnalati:
Camilla Emili “I poeti, se lo sono”- Belluno
Francesco Paolo Gambino “Margotte”- Palermo
Gabriella Musetti “Ho visto una bambina che giocava” – Trieste


Sezione CSilloge inedita in italiano e dialetto

I classificato: Fulvio Segato “Questa mia difesa”- Trieste
II classificata : Patrizia Sardisco “In un mare senza sale” – Monreale (Pa)
III classificato : Gianluca Moro “In limite”- Torino


Autori segnalati :
Fabrizio Bregoli “Taccuino di viaggio” – Cornate d’Adda (Mb)
Stefano Bolognesi “Motel California”- Merano (Bz)
Benito Galilea “Cuntu du pocu, du tantu, du nenti” – Roma



Sezione D – Racconto inedito in italiano

I classificato: Giovanni Manna “Oltre” – Gela (Cl)
II classificata: Maria Adelaide Rubini “Una mattina” – Roseto degli Abruzzi (Te)
III classificata: Maria Giulia Baiocchi “Il profumo del passato” – Luino (Va)


Autrici segnalate
:
Maricla Di Dio “Le fragili ali della speranza” – Calascibetta (En)
Bruna Franceschini “L’ultimo cavaliere”– Brescia
Maria Rosaria Perilli “Lei che non era ebrea” – Firenze
Roberta Pianta “Oro rosso” – Magenta (Mi)

venerdì 4 aprile 2014

La lingua inquieta di Fulvio Segato: cinque inediti per Farapoesia

Una grande fortuna
 

Che fortuna abbiano noi 
che possiamo guardarci e cercarci
con gli occhi, camminare lenti
fra l'intrigo di siepi o correre fin giù
giù dalla collina al mare vedendolo
il mare sentire lo strascico dell'onda
gonfia che viene a riva
– i due sandali vecchi, là, impiantati nella sabbia
che fortuna noi abbiamo
quando di queste cose parlarci
e che fortuna la rabbia, l'odio per
l'ingiusto e il movimento della mano
tutta protesa con i suoi tendini tirati
le ossa incastrate una nell'altra senza attrito
per afferrare, accarezzare, accogliere
con un grande gesto aereo in questa casa.
Quanta fortuna la nostra
e perché restiamo qui muti
quando esplode questa primavera
che contrasta il primato dell'inverno
– perché muti, curvi e dolenti
con le dita intrecciate nell'attesa
se tutto è scoppiato ora e
il colore ha dipinto le orme nella neve,
le orme di chi fino alla porta
è venuto, si è fermato,
ed è tornato indietro
senza bussare
– sparsi come siamo nell'attesa.



Pioggia

È la pioggia quando batte
che ti sveglia alla notte,
così pensi ad una certificazione,
ad una scritta su un vecchio documento
o un graffio fatto con la punta
di un chiodo su un sasso o col temperino
su un tronco tenero. Una tua iniziale,
che ti spieghi chi sei e cosa
stai facendo in quel letto al buio,
gli occhi aperti al soffitto che non vedi.
E poi pensi alle moltitudini che
tutto intorno sono, anche loro
parti uniche e insonni, una famiglia
allargata, da radice a chioma
da radice alla lancia delle foglie.
A tutte le contraddizioni
e alla loro vastità.
È la pioggia che ti sveglia quando
batte, la neve no,
la neve ti copre
e ti lascia dormire.



La scienza

Che ne sa la scienza
del mio destino, della durezza
del passo seguente, del muto
che sigilla il labbro e della mano
senza forza che lascia a terra
l'utensile dalla testa di ferro.
E che ne sa
del destino dei voli incrociati
di vespe e merli, dell'odore
micidiale delle corolle e delle spore
che una tirata di vento porta alte
ed è tutto il cielo giallo, intenso.
E che ne sa di come appoggio
la mia testa sulla tua, delle impronte
delle dita che a volte coincidono
di quel leggero fremere, fermarsi
e sedersi sfrattati su una sedia
fuori dalla porta di casa,
la curva del midollo che calca
quella più lontana del monte.
Del mio vecchio compagno
che non vedo da anni
ed era l'unico per dire queste
due parole, o se rimarranno appese
e inusate per sempre e sarà un altro
pezzo di silenzio. E che sa
di come abbiamo a volte il
destino fra le mani
e non sappiamo che fare.



L'infinito esilio

Sarà lungo il periodo
di questo mio esilio,
infinito il tempo del nostro
esilio e le piante scavalcheranno
gli argini allungando le gambe
entreranno nelle nostre case
coi loro tegumenti, con le gemme
fameliche mai sazie.
Sarà lungo il tempo
del nostro esilio, oppure
porteremo la sabbia là dove
cara la foresta partorisce
ogni giorno – ogni minuto
col verde ringrazia il cielo.
Pianteremo le nostre tende e
germineremo come funghi sul tronco
avvelenando l'acqua nei bicchieri
confinando i cetacei, tutti, nello
scuro carnoso degli abissi.
E le nostre genti se ne andranno
spariranno nel niente e il mondo
sarà dei fantasmi. Sarà infinito
il tempo del nostro esilio –
forse la Terra sazia di natura
e uomini non girerà più,
rimarrà come punto immobile
nell'universo che vediamo da qui.
Forse questo accadrà, però
ora siediti al mio fianco
stringi poco la mia mano e
dell'infinito esilio parliamo.



Lingua inquieta

La lingua inquieta si nutre
delle ruggini e degli affronti,
del rosso e del bianco,
delle parole a metà che ancora
sono nell’aria incompiute,
di quelle pesanti bevute dalla terra.

La lingua inquieta sa il tuo nome,
ha i tuoi capelli del colore di
una fiamma spenta, i nodi degli
anni scivolati nei tubi
della nostra storia che ci ha
passati senza metterci nei suoi progetti.

Si nutre la lingua inquieta
della stanchezza dell’uomo sfinito
della donna insonne che teme
il mattino, del ragazzo che calpesta
il giro delle strade avvilite, le mani
povere di gesti strette a pugno.

E si nutre di silenzi, delle grida alte
degli uccelli a caccia, dello scroscio
della pioggia che cancella e porta
al mare, dell’impazienza di raccontare
della bellezza che inquieta s’ostina

Fulvio SegatoFulvio Segato è nato a Trieste nel 1959, città dove lavora in una scuola pubblica. Negli anni Ottanta ha pubblicato due raccolte poetiche: I canti della Fenice (Nuovi Autori 1984) e Io Narciso (Ibiskos 1985, anche ne I poeti contemporanei 87, a cura di Elio Pecora, ed. Pagine) Nel 2013 è uscita per le Edizioni Helicon la silloge Vocativi in eco (con nota introduttiva di Silvio Ramat), quale premio Casentino 2012. È in preparazione per Edizioni Progetto Cultura una raccolta dal titolo Cadono i cormorani. Ha conseguito riconoscimenti
in concorsi letterari sia in poesia che in prosa. Ha vinto il concorso Faraexcelsior 2013 con La consuetudine dei frantumi. Per contatti: fulvio08@libero.it

domenica 7 dicembre 2014

Se non hai il tuo corpo… di Fulvio Segato

4 poesie di Fulvio Segato


Se non hai il tuo corpo,
quando non ne senti il sangue
scorrere, e i tuoi occhi vedono
ma forse si ingannano
e le mani che non prendono
le gambe non corrono,

quando succede
e tutto intorno tace
solo il fiume urla
e le voci sono chiuse
in quegli armadi, 

sotto i tappeti frugati e stinti

sei nella cucina
nell'angolo caldo
che si chiudeva su di te,
la finestra è aperta
su una luce di pomeriggio
incerta e vaga,

in un giorno qualsiasi
di quelli che hai vissuto
che ti ha fatto mangiare
crescere nel silenzio.

Anche agli alberi succede
e ai fili d'erba.

Ad ognuno di loro.


***

Eravamo messi in un posto,
qualcuno rovesciava le tazze
altri le riponevano nelle credenze.
Il tempo faceva di contorno
circondava, andava e ritornava,
sempre sé stesso, sempre tempo.

Eravamo quel posto
il centro, la sua periferia.
Eravamo la sua terra e
le sue coste.
Eravamo il suo centro, 

ora sì,

soltanto ora

lo sappiamo.

***

Le mani che ti frugano, afferrano
serrano con dita e unghie sporche
le tue cose da tempo stipate
dietro le porte, ordinate sulle mensole
che una luce di primavera tiepida
riscalda quando trafila dai rollè,

malsicure mani, che rompono
frantumano buttano all’aria
disfano gli album ordinati,
le polaroid sparse a terra
sempre più gialle

io intanto sono qui,
scrivo per tenere ferma
la riva, per l’abitudine
che ho di declinare verso
l’acqua e la paura di trovare
un letto asciutto, i pesci
incastrati fra i sassi scoperti,
il loro guardare il cielo per
la prima volta,
non potendo dire di quanto
sono belle le nuvole,
così grande è la bellezza
così breve il momento.


***


Quest’acqua qui

Quest’acqua che bevo, quest’acqua qui
circondata dalla tazza è venuta sfaldata
dai cappotti chiari dei monti, in cammino
pendente fra gli abeti - quest’acqua qui
è un denso del cielo, un ritrovo di nubi
e uccelli – è da milioni di anni, dal buio
indiscusso dello spazio, dalle pieghe scure
di un tessuto sporcato di stelle, la stessa
– quest’acqua qui – bevuta da uomini
coperti di pelli da donne rifugiate
attorno al fuoco i nati fra le braccia.

Nel momento della resa
avvicino l’orecchio alla superficie,
l’occhio, e ci guardo dentro
e ascolto
soprattutto ascolto.

mercoledì 25 maggio 2016

La consuetudine dei frantumi di Fulvio Segato vince il Premio Speciale Casentino 2016!

Già vincitore del concorso Faraexcelsior e del concorso Massa Città fiabesca, Fulvio Segato ottiene questo importante riconoscimento dalla giuria del


41° Premio Letterario Casentino
per editi di
POESIA - NARRATIVA / SAGGISTICA
Abbazia di S. Fedele - Poppi (AR)
11-12 GIUGNO 2016
 
per la sua raccolta
 
 
 
http://www.faraeditore.it/html/siacosache/consuetudinefrantumi.html
 
I più vivi complimenti e ad maiora!
 

mercoledì 17 settembre 2014

La consuetudine dei fratumi di Fulvio Segato Primo al Premio Massa, città fiabesca di mare e marmo. I più vivi complimenti!

Con la raccolta La consuetudine dei frantumi – pubblicata da Fara in quanto vincitrice assoluta del concorso Faraexcelsior 2013 –  Fulvio Segato si classifica Primo (€ 500 in quanto il più votato dalla Giuria) nella

Sezione B) - Libro di Poesie edito 
(pubblicato negli ultimi dieci anni)
del Premio Letterario Europeo intitolato
Massa, città fiabesca di mare e di marmo

http://farapoesia.blogspot.it/2014/01/una-lettura-de-la-consuetudine-dei.html

al link qui sotto il verbale della Giuria

Premiazione
Sabato 27 settembre 2014 ore 15.30
al Teatro Guglielmi di Massa 

martedì 16 giugno 2015

Sergio Pasquandrea vince il concorso Faraexcelsior 2015 sez. Poesia

Fara Editore e i giurati della sez. Poesia (per la sez. Racconto/romanzo v. narrabilando) Caterina Camporesi, Daniele Gigli, Davide Valecchi, Fulvio Segato, Rosa Elisa Giangoia, Vincenzo D'Alessio sono lieti di comunicare che risulta vincitore del concorso Faraexcelsior 2015 con pubblicazione premio:
Sergio Pasquandrea (Perugia)

con Oltre il margine







Sergio Pasquandrea è nato a San Severo (FG) nel 1975. Dai primi anni Novanta vive a Perugia, dove insegna Lettere in un liceo e collabora come ricercatore con l'Università. Ha pubblicato la silloge Approssimazioni (Pietre Vive/iCentoLillo 2014) e due plaquette: Topografia della solitudine (Fara 2010) e Parole agli assenti (Smasher 2011). Di prossima uscita, il volume Un posto per la buona stagione (Smasher). Suoi testi sono apparsi in riviste («Scuola di poesia» de «Lo specchio», a cura di Maurizio Cucchi; «Gradiva. International Journal of Italian Poetry»), su blog letterari (Via delle Belle Donne, Carte sensibili, Poetarum Silva, La dimora del tempo sospeso, Words Social Forum) e in varie antologie. Svolge inoltre attività di giornalista e critico musicale per il bimestrale «Jazzit» e per i blog Nazione Indiana, La poesia e lo spirito e Jazz nel pomeriggio. Ha pubblicato nel 2014 il libro di racconti Volevo essere Bill Evans. Storie di jazz (Fara) e nel 2015 il volume Breve storia del pianoforte jazz. Un racconto in bianco e in nero (Arcana Editrice). Gestisce inoltre due blog: Ruminazioni (ruminazioni.blogspot.it) e Gusci di noce (guscidinoce.wordpress.com).


MACCHIE


La chair est triste

Le voci sono opache
oltre i muri del bagno
ultima Tebaide

conosci te stesso
la carne pallida allo specchio
lascia sfumare gli odori

rifletti per sei minuti sulla vecchiaia
fa' agire il colluttorio per trenta secondi
cancella mentalmente le conclusioni.



L'âme ensevelie

Il profondo torpore originario, 

l’anima ancora sepolta…
(Hippolyte Taine) 


Essere sveglio mentre tutti dormono
essere qui a muovere le dita
mentre i muscoli della casa si contraggono
ci vorrà pure qualcuno
a guidare le grandi migrazioni
e infatti ora sorveglio le schiene
verso i guadi più sgombri
verso le vene fertili
tutti hanno arreso la carne
ma non io che li guardo di profilo
ascolto crescere la pelle.





Teleidoscopio


Fra il termosifone e la lavastoviglie
secerne il cartone del latte
la sua tristezza d'ippopotamo.
È scaduto l'abbonamento
e il comune si appresta a derattizzare.
La leptospirosi del resto sta diventando
un problema serio. Niente gabbiani in vista
né tramonti. Dall'olio emerge la melanzana
orlata di muffa traslucida.




Incastri obbligati

Se solo – pensavo – le tessere
avessero non dico un numero
ma anche solo una forma riconoscibile –
qui la testa lì la coda lì la pinna
dorsale ed ecco la sagoma precisa
del pesce le scaglie di colori
primari – se non ne avanzasse
sempre una – se la lacuna
fosse colmabile se bastasse
citare poetesse dal nome impronunciabile
se la saggezza avesse proprietà
osmotiche – se insomma “tutto va bene”
non fosse così completamente
sbagliato – se si potesse
ultimare il periodo ipotetico
fermare la fuga della sintassi.





Macchie


“Non vanno via” dice “rognose
sono ostili ai detergenti
e il trattamento rovina i tessuti.
Dovrò farle il sovrapprezzo”.
“Ma è sicuro che per forza? In fondo
il colore non è dirimente
e nemmeno la posizione rafforza
l'ipotesi”. E poi non dico:
quale sarebbe stata la traiettoria
quale la tangente alla pelle nuda
in uno di quei grigi compatti del crepuscolo
quando sei così prossimo alla rivelazione?
“Dia retta: vuole mica che non sappia
riconoscere il sangue?”. Non voglio:
ma lo stesso rifiuto di accettare
la perdita meglio pensare
che i fonemi guariscano le cesure
possano sempre suturarsi
che basti una sinalefe
o dell'acqua ossigenata.

(…)

Giudizi

Una poesia dell’impossibilità, dove la ricerca che si compie (attraverso l’unico strumento che ci è dato, la poesia stessa) è destinata a fallire ma che non può esimersi dall’essere compiuta: “non serve a molto avvicinarsi / se poi fuori fuoco rimane / il dettaglio […]”. Quello che conta è compierla, questa ricerca, poiché il materiale che ne emerge ha piena legittimità di esistenza, è anzi la ragione per cui non ci si può sottrarre all’imperativo di filtrare le esperienze di vita attraverso la lente della poesia. Una silloge organicamente compiuta, stilisticamente consapevole, che alterna momenti di delicata introspezione a riferimenti a una quotidianità disadorna (domestica, scolastica) passando attraverso motivi montaliani offerti consapevolmente e una sottile tematica erotica. L’autore contempla il reale rimanendo immobile (“L'importante è che lo sguardo resti fermo”) offrendoci una serie di scorci, di immagini osservate con apparente distacco e un persistente senso di ineluttabilità. Poesia compiuta, contemporanea, efficace. (DavideValecchi)

Ecco in Pasquandrea con la sua silloge Oltre il margine, un'idea di quel limite vacuo epperò invalicabile che è vicino alla “soglia” rilkiana, quella consapevolezza del sentire che cos'è vita, ma al contempo difficile da dire e farne cifra “ma non questo affacciarsi sulla soglia/soltanto per saperla invalicabile/questa distanza che separa i petti/e rende così inutile l'abbraccio”. E ancora una Bellezza  dostoevskijana ridotta ad ultimo dolore incapace di redimere il mondo, così Pasquandrea va alla ricerca delle cose e delle persone con linguaggio a volte crudo e sottilmente interiore, con accenni chirurgici pescati da un lessico che sembra non adatto alla poesia, che ricordano una visione del mondo cara a Bacchini, ma forte di una sua vera identità e consapevolezza di stile, con man capace riesce a portare il fatto d'ogni giorno verso quel limite, quel margine, che è esso stesso punto poetico e appoggio per sguardi più lontani. Una poesia che non ha bisogno del fatto naturale e chiaramente esplicito per farsi annunciare, ma che pone l'occhio sulle cose sottomano, attinenti e usate nel quotidiano per svolgere come un tappeto l'idea del tempo indeciso in cui si vive, come aver le gambe in mezzo al confine di questo e l'altro secolo. Ne testimoniano i rimandi e gli incipit, da De Angelis a Lowell, alle antiche scritte sulla pietra. Versi poi alla persona amata che sembra essere però troppo misteriosa per poterla completamente descrivere, così si accenna, si scrivono lettere. Poesia che se sembra nichilista non lo è in nessun modo, anzi con quella vacuità, quella soglia del margine, riesce a spalancare porte che ci buttano in un domani prossimo ancora fervido di speranza e germinato da nuove possibilità. (Fulvio Segato)

Una poesia con un ché del primo Montale che tuttavia, diversamente da quello, vive una tensione a scavalcare il margine di separazione e riparo dal mondo, come anche il titolo suggerisce. Una poesia che perciò si fa strumento di approccio e indagine alle cose e nelle cose, non ricostruzione decorativa nella pace di una lingua morta. (Daniele Gigli)


Poeti segnalati

Diario inutile di Gabriele Quartero (Brusnengo, BI)

Gabriele Quartero è nato a Vercelli nel 1972. Vive a Brusnengo. Attualmente insegna inglese alla scuola media. Ha pubblicato le raccolte Il cancellatore e altre poesie casuali (2008) che ha vinto il premio “Senigallia – Spiaggia di Velluto” 2008 e Cinematografia di sottoscala (2010) classificatasi terza al premio letterario "Città di Castello" 2009. Suoi testi sono apparsi su «Tratti», «Specchio», «Atelier», «Il foglio clandestino», «L'Ulisse».



                                    I

L’imperfetto in ogni ricordo
mi accompagnava verso casa –
così lento che avevo la sensazione
di non arrivare.

Chi mi avesse guardato
da distante
avrebbe pensato
(ma non pensava niente).
Passavo ore sotto la pioggia
a guardare una vetrina, ad aspettare
l’ora di cena.

Era l’imperfetto a cercare la rima
era lei che tornava a quel tempo,
il tempo di quando tutto era meno illuminato
e io credevo alle mie cose,
se non altro per il gusto
di sistemarle in file ordinate,
di poterle alla fine senza vergogna ritirare.

Ma fu un momento preciso a fissare il conto
a far partire i giorni dentro a uno sguardo
che spauriva, che non osavo
incontrare. In sogno sembrava
tutto così indubitabile
il succedere delle cose, il piacere di
restare, il mancare poi al risveglio.



                                    II

In particolare un gioco di costruzioni
le asticelle verdi azzurre rosse viola arancioni
si incastravano tra di loro
in perpendicolare,
formavano la base di ogni ragionamento;
in particolare di questo ragionare.
E in particolare ricordo la gabbia con le sbarre
che non potevo scavalcare,
non bastava strillare, non sapevo ancora le parole:
asticelle ben ordinate a mia protezione
ogni pericolo era vietato.

Come dopo
la dolcezza che restava era quel sapore
nauseante, un fischio di vuoto che si spalanca
su di un mondo non ancora interrogato:

“cosa resta alla mente, una volta svuotata?”
Un corpo che non ha sapere di sé, magari;
magari pure, ma in fatto di evasioni –
mai stato capace.

Poi le asticelle si potevano anche flettere
per formare ponti e recinzioni;
superfici solcate da fessure
i ragionamenti si incastravano fra di loro
fino a sembrare esaurienti, a convincermi
della duttilità di tutte le cose. Sono io lì dentro 
che costruisco oggetti misteriosi – a cosa servono?
Un dialogo che dopo me si ricostruirà.



                                   III

Mi piace tutto ciò che resta
insoddisfatto, nulla più di questo
mi può servire qui, ora: i fantasmi
delle estati passate,
il modo in cui ogni vacanza finita
sembrava proprio non finire, il tornare
mi dava la tristezza di un’altra vita

una vita dove a nessuno scrivo
per nessuno ho nostalgia.
In autunno passo il tempo a leggere fumetti
sui gradini del pianerottolo
all’uscita da scuola dentro a un gioco mio
di solitudine perfetta,

sarei potuto somigliare a quegli anni
carichi di neve – ma io avevo appunto
un gioco, mi permetteva di escludere
ogni relazione. Per camminare guardavo
dentro a uno specchio che tenevo
tra me e il pavimento – e anche nel 1979
aveva nevicato parecchio,
avevo visto il primo computer, mi avevano regalato
un calendario per l’anno nuovo,
la stampante ad aghi
aveva disegnato un missile
che decollava verso il futuro.



                                    IV

Ogni volta la carta dell’appeso ritorna puntuale –
il suo è un mondo di riflesso, sospeso
annegato nel vuoto,
dove se ti ci specchi è quasi sempre una bugia
ma dopo non ti dà fastidi
è l’immagine del contrario di tutto –

sono io a testa in giù sto cadendo dal fienile
in un attimo il telone verde si è scostato mi sporgo
annego nel vuoto sono io mi sono appena risvegliato
dopo l’anestesia, a faccia in giù una mano mi schiaccia
contro al lenzuolo verde chirurgico, mi portano indietro
ora, mi danno del tè sono troppo
assonnato per bere, ho la testa
che pende in giù, dentro a uno specchio:
se io guardo
se apro la bocca e guardo
vedo fili neri dove prima c’erano i denti. 

Sono io che sto per cadere
sono io mi rivedo a un anno senza denti
dentro a una pubblicità in bianco e nero
buono l’omogeneizzato la minestrina
assaggia come è buona, ma che bravo
tutto il vasetto hai mangiato hai pulito anche il piatto
non ti sei neppure sbrodolato.

Sono io che cado nel vuoto
dopo morto rimarrà soltanto la mia testa
a guardare in giù
come la testa di gesso appesa sopra al lettino,
una testa niente corpo un paio di aluccie da cherubino.




                                    V

Il demone del rimpianto
dovrebbe ogni volta insegnarmi –
invece non imparo mai, l’esperienza
è qualcun altro.
Cosa si frappone a ogni decisione,
al troppo da pensare al troppo poco da fare?
Una cosa di cui non mi sono pentito un errore
una scelta avventata o magari anche meditata
per lungo tempo:
alla fine il risultato non è mai cambiato, sempre io
cinque anni fa venti anni fa a fissare i poster appesi
in camera. Cosa avevo appeso? Li ho poi staccati,
restano i rettangoli scuri lungo la parete,
o forse più chiari, non saprei ricordare –

ho in mente solo la tappezzeria verde
a fiori, i compiti alla scrivania,
poco altro facevo
poco ero.

Poi sono sicuro che sono io che esco
al venerdì pomeriggio al sabato sera
una sera di noia, nel locale guardo le ragazze
sedute ad altri tavoli, distanti, disinteressate…

Il demone del rimpianto non se le ricorda
crede sempre che là tutto possa accadere.
Per non deluderlo mi rassegno ad avere
di tanto in tanto queste fitte di ritorno
facendo finta siano vere,
lo prendo come un atto di fede in chi in cosa

non riesco ancora a chiedermelo.

(…)



Giudizi

Il tema dell’infanzia, del ricordo, del ripercorrere istanti di vita passata ha sempre trovato terreno fertile in letteratura, perfezionandosi e giungendo a risultati grandiosi nel Novecento. Devo confessare che ho un debole per questa tematica per cui quando ho letto per la prima volta questo Diario inutile ho subito percepito un’affinità, ne ho assimilato il linguaggio con facilità. Questa silloge è probabilmente un diario ma è tutt’altro che inutile. Anzi, l’autore tratta la materia con tocco lieve, senza mai abbandonarsi a lirismi eccessivi, senza mai sfiorare l’elegia fine a se stessa. Tutti i luoghi dell’infanzia sono evocati senza sentimentalismi a cominciare dalla stagione-simbolo: l’estate. Tutto è intriso di una malinconia consapevole, larvatamente dolente, senza eccessi. Una silloge compiuta, stilisticamente omogenea, dove la poesia, affidata ad un linguaggio semplice (a tratti perfino troppo), sorvegliato, prosastico è da ritrovarsi nelle immagini piuttosto che nell’artificio retorico. (Davide Valecchi)

Riflessione problematica sulla propria vita che diventa occasione di riflessione sul senso dell’esistenza  condotta con efficacia e ricercatezza espressiva. (RosaElisa Giangoia)

Quartero parte da un lontano che si attorciglia con il presente per il suo "Diario inutile" e con maestria riesce a farci andare dal prima all'adesso, avendo l'impressione continua di non essere in un tempo definito e circondato, ma che il tempo stesso sia parte del vivere che si ripete, seppure con modalità ed oggetti diversi. Riesce, Quartero, a focalizzare simboli e situazioni che, seppur non vissuti da tutti, danno l'idea di un totale che si è passato insieme, quasi fossimo vicino a lui in quegli attimi della sua vita. In fin dei conti senza facile retorica o malinconici sentimentalismi abusati pone l'accento su nuovi miti, nuove situazioni eroiche che hanno bisogno del tempo umano per diventar tali, ma già se ne distinguono i connotati; i supermercati, le scatolette, i funerali a maggio. Visto tutto da oltre una finestra, come dev'essere l'avvicinarsi del buon eroe, con la paura che quella figura incute, con l'inconsapevolezza di pensare cosa ci facciamo noi in mezzo a tutto questo. Poesia brillante che scorre appena in sussurro fra le rive di memoria e presente e si pensa che porti laggiù, nel mare che tutto contiene, che è ogni cosa e ogni voce. (Fulvio Segato)

Un’opera rischiosa nell’intenzione, perché è facile con un progetto simile scadere nel trito del crepuscolarismo di inizio Novecento o, peggio, nei suoi epigoni perennemente risorgenti per cui sembra che fare poesia realistica equivalga a parlare a tutti i costi di calzini e I-Pad. Invece Diario inutile schiva bene il pericolo e riesce ad attraversare la memoria climatica e oggettuale degli anni Settanta e Ottanta con un filo di necessaria nostalgia, ma intesa come nostos, come tensione a un ritorno che non è alle spalle ma in avanti. In questo modo il diario, anziché privato e inutile, assume carattere personale, e perciò necessario al corso della storia e del mondo. (Daniele Gigli)


Intralci ed intervalli di Elena Varriale (Napoli)

Elena Varriale è nata a Napoli. Spesso alla deriva del sentire, nello spazio nebuloso della creazione, naviga alla ricerca della parola e del verso e solo quando raggiunge il suo “porto”… scrive. Ha pubblicato le raccolte di versi: Lo so che sbaglio (Tracce 2007) e Solubile Scompiglio (Tindari Edizioni 2012). Ha pubblicato versi e racconti in antologie, riviste e nel blog di Poesia di Rai News curato da Luigia Sorrentino (poesia.blog.rainews.it/2011/11/10/opere-inedite-elena-varriale). Il suo romanzo breve Se sei nato caos non puoi diventare armonia è stato pubblicato nell’antologia Faraexcelsior 2013.


Ogni parola pronunciata è falsa.
ogni parola scritta è falsa.
Ogni parola è falsa.
Ma cosa c'è senza la parola?
(Elias Canetti)



Sono strane le parole del poeta
raccolgono voci di materia inerme
e nei dettagli fermano il pensiero.
 Con le viscere tracciano il segno
con il cuore accendono il ritmo
e  nei silenzi afferrano il niente.
Il suo dire è ingenuo inganno:
un tuffo, un salto, un guizzo
e l'arcobaleno è nelle sue mani.
Così, la brezza di mare si fa racconto
e in un solo battito di ciglia
prende forma l’illusione di una sera.


*


Nel buio, eccomi bambina
con mano stesa nei sogni
a raccogliere parole nuove
prese al laccio con le stelle.
Incanto perso su aride dune
adesso che abito il mondo
è la pelle delle menzogne
a nutrire pavida l'ipocrisia.
Maroso che inarca tempesta
spuma il talento sullo scoglio
si fa sale di roccia vulcanica,
albeggia insonne nelle correnti.


* 


Sulle gote rosse della notte
disegnate da matita di tramonto
le domande si fanno fiato
dei miei sospiri: sarà errante
o troverà pace l’anima mia?
A cavallo di una stella sfiorerà
l’angoscia del nulla conservata
dalla pietra o soffierà con alito
materno nell’utero gravido
di un cielo incompiuto?
Fiato del cosmo è il dubbio
scritto con esili contorni di luce:
la carne è solo cenere
nelle mani rugose del tempo,
cenere che si disperde.


 *
  

Preservo le parole
che il vento vorrebbe
già lontane o perdute.
Solstizio di primavera
che ingravida prati
cercare è il mio destino.
Rugiada che disseta,
nell’aria fa festa l’eco
di tutti i miei non so.


 *


E venne il giorno in cui
le parole leggere come piume
si fecero carezza sulla pelle.
In un soffio che sapeva d’estate
divennero mano protesa
a scavare solchi, vie di fuga.
Nel punto di domanda
si fecero trama su ordito di luce
ma le risposte non erano intonate.
Tra suoni acuti e quelli grevi
solo il caos abitò le vene:
il panta rei di ogni certezza.

(…) 

Giudizi

Versi che portano il lettore a navigare in un mare di parole, che  alternano toni leggeri con toni  più intensi e contenuti di sostanza con altri più scontati, senza, tuttavia, che venga mai meno la fiducia nella parola. (Caterina Camporesi)

La raccolta poetica Intralci ed intervalli invita il lettore al dialogo profondo e irrisolto sull’uso della “parola” quale strumento per  raggiungere il dialogo con l’universo. L’autore ha scelto in epigrafe un passo di Elias Canetti: “(…) Ma cosa c’è senza la parola?” . Partendo da questo assunto, il Nostro svolge in un lungo racconto poetico la vastità della parola che  dalla prime semplici sillabe di contatto con gli affetti infantili: “ Nel buio, eccomi bambina / con mano stesa nei sogni / a raccogliere parole nuove / prese al laccio con le stelle./ ” prosegue  con : “(…) cercare è il mio destino. / Rugiada che disseta, / nell’aria fa festa l’eco / di tutti i miei non so”. Il cammino poetico è difficoltoso, affonda nella continua  incertezza, poiché la parola è un dono offerto a chi ha volontà di ascoltare: sempre troppo pochi in una terra meridionale dove “odio”, “dileggio”, “insulto”, formano “(…) Rabbia che travolge argini / del concesso e si fa marea / che niente tollera e nulla perdona / il rispetto è una zattera alla deriva”. Forte è l’aratro dei versi in questa raccolta che finalmente mette a nudo la condizione disperante del Sud di ogni luogo del nostro azzurro pianeta: “In quest’ozio meridionale / dove il tufo surriscalda / e rilancia nell’aria afosa / anche le voci del quartiere / le parole nascondono / nel loro bozzolo colorato / aspettano ali di farfalla / per volare di fiore in fiore”. La metafora del tufo, materiale inconsistente nato dalle viscere dei vulcani, si collega all’ozio che fa del Sud una terra sedimentaria da troppi secoli dove tutto muta per restare uguale al passato. I padri e le madri si affaticano per dare ai figli un futuro migliore consentendogli di studiare e poi vederli andare lontani perché a Sud i luoghi di lavoro sono occupati sempre dalla stessa gerarchia sociale, priva dei meriti, poiché si nasce figli di qualcuno che occupa già quel ruolo. Un’ indelebile ferita che punge come aghi di ghiaccio di un inverno incontenibile e inarrestabile: “ Gelo che punge nelle vene / resto a fissare nell’aria umida / un velo di bruna fumante / galaverna cristallina che riveste / la terra di anomali fantasmi”. L’autore ha scelto il verso breve, libero da rime e prosodia, leggero e sonoro, avvinto all’enjambement per imprimere alla parola potenza e sonorità, verità e falsità dell’esistenza, ricerca continua senza sfiduciarsi, un fiume incantato di suoni/ sillabe che incontrano Madre Natura ed essenza umana nella continua rinascita di fronte al fine vita: “ (…) Potrei stupirti con i suoni / che le parole lasciano / quando l’incanto di fa verso / e scioglie gli inganni / che il cuore non sa contenere / ma la distanza  tra me e me / è fiume senza sponda. / ” La forza del poeta di donare a se stesso il mezzo per innalzarsi nel volo verso il Creato, verso l’eternità che la Poesia concede nell’energia del comporre, nella grazia della semina della parola che non sta ferma sulla carta ma percorre i solchi della memoria collettiva. Vengono in aiuto della Nostra  i versi del Nobel, Eugenio Montale, nella poesia “ Le parole” : “(…) le parole / dopo un’eterna attesa / rinunziano alla speranza / di essere pronunziate / una volta per tutte / e poi morire / con chi le ha possedute”. L’intera raccolta che abbiamo letto ha nel complesso l’identità del ciocco acerbo di lana strappato dal grande vello per essere filato, con mani antiche, all’uncino del fuso per divenire il filo adattabile ad ogni abito dell’uomo. Un tuffo nel lavoro paziente delle mani che per secoli hanno tramandato il messaggio che chiude momentaneamente questa parte del racconto poetico: “Da te, Gesù ho imparato che il cuore / non è solo muscolo che palpita vita / ma scrigno che nutre e preserva l’amore: / la gioia del perdono, l’eternità del ricordo / la forza dell’esempio, l’abbraccio / delle parole, il dolore della finitezza / e la poesia dell’infinito sentire.” (Vincenzo D’Alessio)

Silloge coesa nella modalità di costruzione dei testi di andamento arioso, di struttura armonica, di fraseggio musicale, capaci di coinvolgere il lettore per il carattere comunicativo pur nella ricerca dell’originalità nella formulazione del pensiero. Poesie in cui l’osservazione del reale e del presente apre orizzonti di riflessione esistenziale. (Rosa Elisa Giangoia)



In disperanza di Marco Mastromauro (Novara)

Marco Mastromauro è nato a Verbania il 12.7.1957. Vive a Novara, lavora a Vercelli. Ha pubblicato poesie sulla rivista «Alla Bottega» e, dal 1995 al 1999, ha collaborato al trimestrale di cultura e arte «Contro Corrente». È autore delle raccolte di poesie: Anime confinate (Milano Libri 1992), Cuba (Ibiskos 1995), Memorie da un pianeta (Contro Corrente 1997), Eros, Trinidad e altre poesie"(Oppure 2000), Fraintendimenti (ebook, Prospero editore 2013). Sue liriche sono presenti in alcune antologie come Siamo tutti un po' matti (Fara 2014).


E s’ tu non ti conforti, tu cadrai 
 in disperanza sì malvagiamente 
che questo mondo e l’altro perderai 
(Cino da Pistoia)


IN DISPERANZA

Dal fiato che sfiora l’ombra
provengono altre ombre e una polvere densa:
ai polsi non un bracciale
né, sul petto, il brillio di dorate speranze.

L’ansimare del cielo si fonde al respiro,
non dimentica di premere forte,
tenace estenuare si mescola a confusione
e sudore, s’annida nell’insignificanza.

Albeggia, monotona, la predizione del buio
e, poi, risplende immacolata o, ancora prima,
già immensa sulla parete della stanza e oltre,
disegna l’orizzonte.




SPERANZE

La beatitudine del nulla, ti chiedi:
si anima a pancia in su come cagnolino
sorpreso dal riverbero della mano
raspa l’aria con le zampe
si rotola nel fango
non ha fame né sete, dalle spine
ha liberato il domani.

Siediti allora, allontanati.
Ti basta smentire te stesso, riaffiorare,
del dolore custodire il peregrinare
e, infine, il suo eremo.

Sollevati verso tracce evanescenti,
testimonianze che attendono
limpide, consolanti, dove lo sguardo
è penombra e il tuo passo un cammino
senza direzioni.





Davanti alle magnifiche onde

Davanti alle magnifiche onde
ai bordi di schiuma
alle nuvole screziate che
si dissolvono in un bianco chiarore,
davanti a questo esilio sconfinato
di corpi e di attraversamenti,
davanti a lei che distesa soffia in alto
l’anima minuta, da sé l’allontana,
dalla memoria dei giorni,
dalla vergogna della pena,

scorrono fluorescenti abbandoni e
tace l’ignoto ovunque smisurato,
mare imponente, prezioso,
che oscilla nello sguardo indecifrato.



Così presenti


Così presenti,
lontani, quasi una forma innocua,
gli alberi lungo lo sterrato,
la pedalata regolare

mentre il tempo si chiude come
vischiosa cicatrice
muta i troppi movimenti sbandati
nello stretto margine rimasto
persistente, duro,
fra lo scorrere delle disperate apparenze
e questo rincorrersi nell’infinito splendore.



Novembre


Non c’è inferno né prigione,
nessun destino straziato.

Sotto il sole di novembre abbagliano,
immobili sulla pista,
aeroplani carichi di bombe.

I miei amici riposano in pace
abbracciati sotto la cenere delle stoppie:
in tutti, finalmente, vive questa tenera
sapienza senza brame, s’infonde
come unica conquista.

(…)


Giudizi

Un verseggiare limpido e coeso che mette in scena la disperanza  in parallelo con la speranza che, con difficoltà cerca e  trova la giusta direzione nei confronti  degli eventi che si susseguono. La sequenza di fatti, che quasi mai recano conforto, coinvolgono in larga misura le persone . La seconda parte della raccolta  ha come sfondo  luoghi e tempi che hanno ospitato la straordinaria personalità di Etty Hillesum. (Caterina Camporesi)

Silloge poetica caratterizzata dalla costante ricerca dell’originalità espressiva nella tensione di rispondere ad un pensiero problematico che si snoda attraverso bagliori di rappresentazione metaforica della realtà. (Rosa Elisa Giangoia)



L’Abbraccio di Massimiliano Bardotti (Castelfiorentino)


Massimiliano Bardotti è nato a Castelfiorentino, dove vive, il 18/10/1976. È curatore per la regione Toscana della Collana Poetica Itinerante di Thauma edizioni. Nel febbraio 2011 con Thauma è uscito il suo libro Fra le Gambe della Sopravvivenza (finalista al Premio Mario Luzi), quinta opera poetica edita. Con Giacomo Lazzeri (musicista) ha formato il duo La Minima Parte, la poesia che incontra la musica e diviene spettacolo, teatro, concerto. È presente in antologie come Letteratura… con i piedi (Fara 2014).



Agli umili
agli emarginati.
Agli orfani
ai naufragati.
Ai folli.
Ai poeti.
La lunga carezza dell'abbraccio.

  
Così vasta
Così ambigua
Per la notte
Così pura!
 (DINO CAMPANA)


patria notte

Questa notte
indigesto lamento
sul petto
cuore.
La notte
mia patria
riparo
corteccia.
Di notte
rinasco.
Cervo
lombrico.
Come agile merlo
dal rubare distratto
abito case
di gente che dorme.
Questa notte
ha aride labbra.
Le mani
che scuote d'argento
sul petto di corvo
sono il vino che asciuga
dalla bocca la sete.

*

Una lacrima appesa
sul volto distratto
tra le rughe la vita
ricordo
ricatto.
La notte
bastone per lo zoppo
bicchiere di malto
caffè prima di giorno.
L'odore
il sapore
delle cose buone.
Ogni piccola vita
da te sussurrata.

*

Tutti i sogni sulle nostre teste.
Il Moulin Rouge sulle travi celesti.
Sarà una festa la notte
le gesta.

*

Stacco la testa alla sera
fanciulla dagli occhi di brama.
Domani lezioni di magia
la fantasia
dei giorni uggiosi.
Sempre
sempre saremo una festa per gli occhi degli altri.
Sempre saremo i primi a saltare la cena.
Per fare l’amore nei dormitori.
Nei parcheggi per i camper.
A cavallo della sera
che diventa notte.

 (…) 

Giudizio

La raccolta poetica che reca il titolo “L’abbraccio”  è divisa in quattro sezioni, ciascuna delle quali reca come incipit dei versi presi a modello da poeti vissuti a cavallo degli ultimi due secoli: Dino Campana, Alda Merini, Emanuel Carnevali e Arthur Rimbaud.  L’abbrivo delle voci poetiche dona alla trama la vastità dell’atto che l’abbraccio rappresenta: protezione, accoglienza, “ degli umili, degli emarginati, degli orfani, dei naufraghi, dei folli, dei poeti, la lunga carezza dell’abbraccio.”
 Quanto riportato tra virgolette è l’invito che il poeta fa al lettore per soffermarsi sulla natura vera della Poesia: “Aver fiducia nelle parole senza autorità. In fondo non c’è contentezza nello scrivere senza quella fiducia un po’ folle che le parole arrivino comunque a qualcuno (chissà dove, chissà quando). ”(Gianni Celati, “Consigli per leggere le poesie” da: “Il corriere”, 2 giugno 2000). Prima delle parole giunge il gesto più affettuoso che l’Umanità ha raggiunto: l’abbraccio. Il Nostro attraverso questa raccolta scritta nel tempo quattro quarti (musicalmente parlando) si è ispirato per la prima parte alla “ patria notte” , componendo alla maniera di Dino Campana nei  Canti Orfici (del 1913) dove l’iterazione del tempo notturno svela i retroscena del percorso tanto caro alla gioventù.
 Oggi in molti  definiscono “movida”:  questa vita notturna praticata dalla gioventù per sfuggire all’angoscia del giorno e alla realtà che uccide sogni e speranze: “ Una lacrima appesa / sul volto distratto / tra le rughe la vita / ricordo / ricatto. /  La notte  / bastone per lo zoppo / bicchiere di malto / caffè prima del giorno. ” Ogni secolo ha domato i giovani con l’atrocità delle guerre o la mancanza di lavoro. Ogni tempo degli uomini, ogni società che si definisca tale, ha brutalmente assassinato l’originaria forza creativa dei giovani: “ Quello che ci illumina dentro. / L’ombra che evochiamo /  inutile mosca cieca col domani. / Un passato di speranza / che ci rende prigionieri. / ” . Sono i meno giovani a gestire questo degradante malessere convinti di detenere un potere che non possono lasciare.
La notte , primo atto di questa commedia in versi, svela la violenza incontrollata della bestialità degli uomini: “Angoli di strada / guardi sbocciare donne nella notte / bambine  un tempo / con trecce inesatte / occhi di libertà / altalene nel vento / ritmo di una corsa che le ha fatte invecchiare.” L’emigrazione si rivela negli addii notturni dei treni che hanno cancellato la Civiltà Contadina: “Di notti / di consumati addii / dell’eterno ritorno / (…) / L’abbraccio / di contadine braccia / che la zappa sostengono /  che la terra governano. / L’abbraccio di braccia di bronzo / intorno al torace del mondo.”
Il secondo atto in versi prende forza dalla voce di Alda Merini, dalla febbre e dal freddo, di un Inverno continuo vissuto con il  genere umano: “ Quando sei nata io non c’ero / abitavo a due passi dal cimitero. / Avevo sei fratelli di virtù / anime di paglia. /  (…) Mio padre era nel sindacato / combatteva una guerra di contratti. /  Nessuno sparava / eppure moriva un sacco di gente. / (…) Il tempo che non rammenti /  è la miglior vita mai vissuta. (…) / E tu non nascerai mai più.” Il poeta racconta se stesso e della  famiglia, la figura paterna emergerà nell’atto di protendere l’abbraccio per le persone che sono indicate all’inizio.
 Anche in questo secondo evento la forza dei giovani viene piegata, piagata, da una croce imposta con la violenza: “ Un giorno vidi tre angeli / capelli neve / la mappa delle rughe. / Parlavano lingue d’amore /  nessuno capiva. /(…) / Qualcuno viene in mezzo a noi / e ci mette in guardia. / Il più delle volte va a finire male. / Il più famoso l’hanno messo in croce./ (…) / Sono tempi duri / per vivere nel grembo / di un sogno di nuda quiete. /”.
 Nel terzo atto il dolore si trasforma in rabbia, partendo dai versi di Emanuel Carnevali, dei poeti, degli antesignani, di quanti amano gli spazi aperti abitati dalla Libertà: “ La rivolta delle stelle / nella volta del cielo terrestre. / La fine del finesettimana / l’Italia laica di dio. / Questa vita sta bene in divisa / si addice alla povertà.” Come non rammentare gli scritti pasoliniani sugli scontri di piazza nei moti sessantottini dove i celerini si scoprivano figli di contadini pronti a picchiare gli studenti figli della stessa gente. Emerge così la storica figura della “ Classe operaia va in Paradiso” film diretto da Elio Petri nel 1971 culmine di quel falso progresso di cui si ammantò l’Italia finita sui banchi dei tribunali nell’era di “Mani Pulite”: “ La classe operaia sta ancora aspettando il regno dei / Cieli./ ” . C’è il filo della continuità del padre sindacalista nei versi del poeta che eterna la lotta: “(…) / Indissolubile legame tra Bene e Male.”
Il quarto e ultimo atto si affida ai versi di Arthur Rimbaud, non una resa, non la fuga da tiranni e demoni, dalla superstizione o dalla falsa fede, ma la saggezza nuova che i popoli devono assumere ascoltando la medicina della vita, la Poesia, poiché: “ i poeti sono sciamani, preti, profeti, voci che si innalzano in un canto post-rock, dove li raggiunge l’abbraccio di tutti i martiri dell’apocalisse.”  Un finale carico di forte umanità, di vivida speranza, di sublimazione,  dal sogno alla violenta realtà quotidiana: “ Mentre dormiamo siamo perfetti. / Il sonno è la vita che vivemmo mai. / Vivemmo sempre./” , nutrire il sogno con il concedere ai giovani un ruolo attivo di libertà di scelte nella scuola, nel lavoro, nella società organizzata: “(…) Dio è coscienza / ognuno di noi. / (…) Tu lo senti / parla con la tua voce / ti dice non sei male. / Ma sei un killer / ti uccidi ogni giorno. / (…)/ Non ti arrendi mai / a essere chi non sei. / Uccidi il bambino che eri / vivi la vita di un altro. / Non tornerai mai indietro / a quelle matite rosso fuoco / col fiocchetto blu sulla camicia bianca / e tanta desueta speranza./ (…) E allora io spero tu non possa morire. / Io spero davvero tu non riesca a morire”. Il tuffo nella parte perfetta di noi, l’infanzia, che ci rende  uomini nuovi dei Tempi da formare, da condividere, da abbracciare. L’infanzia che uomini-eroi hanno difeso sacrificando la propria esistenza per sottrarla al Potere occulto delle classi dominanti, dell’offuscata sommità di questa maledetta Torre di Babele che rinnova i suoi grandini con il sangue degli umili, degli emarginati, degli orfani, dei naufraghi, dei folli, dei giudici e dei poeti, per raggiungere il vertice acuminato dal quale guardare lo stesso mondo, dal quale parte la base dell’Umanità.
I versi di questa raccolta hanno fondamenti storici, sono realizzati con il taglio breve; l’uso dell’enjambement li rende fluidi, caustici; la similitudine è prevalente, accanto alle assonanze e alle rime;  le metafore si annodano a qualche sinestesia; il racconto esercita il suo fascinoso viaggio nel lettore accanto alla turbolente realtà. (Vincenzo D’Alessio)



Lettere a D. di Alessandro Assiri (Terzolas, TN)


Alessandro Assiri è nato a Bologna nel 1962 da molti anni vive tra il Trentino Verona e Bologna. Si occupa di arte e promozione culturale, collabora a vario titolo a riviste e iniziative letterarie. Nei comitati editoriali di Thauma edizioni come responsabilie curatore di regione veneto e nei comitati di lettura di Anterem Opera prima e Kolibris Edizioni. Curatore e teorico della letteratura.









Non parliamo mai a turno sovrapponiamo voci punteggiamo pause di rumore carichiamo di invettive la nostra reciproca disapprovazione

Facevi una vetrina coi tuoi sogni soggiornavi nelle tue regioni senza orizzonte chiamavi ogni cosa come da dietro una parete. Mi facevano sorridere le tue inutili manovre per rimediare a dei disastri sembravi un bambino che per pulire allargava la macchia un dito che stuzzicando allarga il buco. Restavamo sempre li come fossimo la prima parte di qualcosa da completare restavamo insieme per aspettare gli anni così come si aspettano le idee per sempre inconcludenti per timore di concluderci. Avevamo ancora un nome per ogni rivoluzione stavamo a margine di tutto con quel modo inconsueto che hanno solo i vecchi di rimanere in disparte le battaglie perdute in un mazzo di carte . (Lettere a D che non butta via niente)

Mi parlavi come se ti stessi pettinando riassumevi tutto anche quello che non ti dicevo e in qualche modo anticipavi e il resto era inferno in forma di memoria dove sprofondando raccontavi questo presente smarrito senza cambiamenti favolosi che fino a ieri immaginavi.
(Lettere a D con indosso i vestiti)

La destinazione ambigua del tuo vocabolario immettevi sempre frasi come fossero comparse di filmetti recitavi per tuo compiacimento una gamma smisurata di personaggi inesistenti li facevi durare il tempo breve delle sorprese e poi li sopprimevi di qualche morte ignobile come cavalieri senza gloria davi risalto a segreti risaputi difendevi cause perdute da tempo per l'ostinazione di evocare col colore le tue risposte insicure. Potevo leggerti in trasparenza ombre rigorose che rintracciavo nella violenza dei tuoi gesti gocciolanti di astratto, la pittura é selvaggia mi dicevi ma io credevo soltanto che fossero figure della nostra rinuncia che tornava alla luce (Lettere a D che danza a piedi scalzi)

Ti ritraggo meglio in aprile in uno dei nostri inferni moderatamente soleggiati coi piccoli fallimenti delle passioni raccontati come vita leggendaria. Potevo sentire tutto il tuo struggimento per le cose inutili per i labirinti in cui da sempre ti ritrovi per l'ossessione che coltivi da anni per il cinema tedesco e per il mio immaginario che da sempre tratti come ospite malato o come sradicato soccombente alla Bernhard di cui ti vanti sempre di possedere quasi tutto. Stendo grandi quantità di colore per la lista dei tuoi interpreti per i manifesti delle tue scene interiori per fermare i tuoi strilli sulla tela e i pantaloni a fiori che ti alzavano il culo quando qualcuno ti aveva immaginato femmina inventandosi un mondo (Lettere a D che ha imparato a restar vivo)
Interrompi sempre tutto in maniera molto netta l’esperienza quasi mai ti corrisponde alla parola inventi sempre differenze che ritieni decisive non ricordi quasi mai che è il silenzio che ci permette di parlare che è solo questo vuoto che va lasciato vuoto per potere rimanere perché se lo dovessimo riempire non saremmo in grado di metterci più nulla che non sia il sudore con cui abbiamo spremuto le nostre idee mai nate se avessimo soltanto saputo trasformare la prepotenza con cui affermavano i  nostri tagli in atto poetico avremmo avuto almeno una stupenda storia di intervalli di pause d’aria sospesa(lettere a D in fuga dal rifugio)
Andavi avanti così due pensieri alla volta ti facevi scudo del fatto che sapevi che al di sopra di tutto io credo nell’incontro perché di ogni uomo sogno il successivo anche quando ti lasciavo esplodere scheggia di colore e di note o lampo da acchiapparsi al volo (lettere a D seduto sul muretto con le mani intrecciate)

In fondo mi accudisci in un modo che sarebbe piaciuto a uno qualunque dei tuoi cani nutrivi il mio piacere in modo articolato con bocconi e carezze mi sfamavi da un angolo con una ciotola di avanzi di te travestivi da aiuto le occasioni mancate e credo sia questo che non ti ho mai perdonato che ho sentito più grave dell'abbandono della casa di sabbia e di fogli (lettere a D che gioca con le biglie)

(…)


Giudizio

Poesia in forma prosastica tecnicamente sorvegliata e dall’andamento ritmico quasi ipnotico che si pone il difficile compito di affrontare un tema, il rapporto di coppia, che raramente ha offerto capolavori. Ma l’autore convince, offrendoci, attraverso l’artificio delle lettere scritte ad un amante che non è più tale uno scorcio molto dettagliato di vita e il punto di vista privilegiato di un osservatore acuto. L’altro è analizzato, osservato con precisione chirurgica negli atti di una quotidianità quasi banale, nelle sue manie, nei suoi vizi, nelle innumerevoli maschere indossate. E non è difficile ritrovarsi almeno in alcuni di questi efficaci ritratti. Del resto l’immedesimazione è uno degli obiettivi della buona letteratura. Poesia efficace e pienamente contemporanea anche se non esente da qualche (lieve) caduta di tono. (Davide Valecchi)



La Cantabrica folle di Giulio Maffii

Giulio Maffii ha diretto la Collana di Poesia Contemporanea e plaquette per le Edizioni Il Foglio e svolge opera di traduzione poetica. È stato uno degli organizzatori italiani del festival mondiale Palabra en el mundo. Ha scritto articoli critici sulla poesia del Novecento. Ha all’attivo diverse pubblicazioni tra cui L’umiltà del poco (2010 Akkuaria) e L’odoreamaro delle felci (2012 Ed.della Meridiana) con cui ha vinto il premio Sandro Penna per l’inedito e Agli zigomi delle finestre (2013 E.P.C). Nella sua produzione c’è anche la raccolta di racconti La caduta del tempo (2008 Il Foglio). Suoi lavori sono stati tradotti in spagnolo, inglese e romeno. Nel 2013 è uscito per Marco Saya Edizioni il saggio breve  Le mucche non leggono Montale, una corrosiva visione del mondo poetico Nel 2014 dopo aver vinto il Premio Castelfiorentino con  Arische rasse– Novella di guerra,  poemetto sulla guerra tratto da una storia vera, ha pubblicato sempre per Marco Saya Edizioni Misinabì sua ultima opera poetica. Sempre nel 2014 un suo saggio “L’Io cantore e narrante dagli aedi ai poeti domenicali: orazion picciola sulla parabola dell’epos” è stato pubblicato da Bonanno Editore nel volume Con gli occhi di Giano. Narrazioni e unità delle scienza umane che racchiude gli atti dell’omonimo Workshop tenutosi a Firenze, a cura dell’antropologo Paolo Chiozzi, di cui Maffii è stato a lungo allievo e collaboratore. Collabora con la rivista «Carteggi Letterari».



Plaza de Cataluña si svolge qui la non azione davanti la chiesa di San qualcuno. Lo sbirro euskaro lancia i suoi occhi scuri più delle nuvole basche. Qualche passante dall’odore di oceano scaglia tetragrammi impronunciabili. Il cinese del negozio all’angolo sorride per un senso senza senso. La cantabrica folle vende santini e racconta indizi tanatologici.

La matrice degli eventi
è qui attaccata alla facilità delle cose
Ho rovi al posto delle mani
L’inverno è la mia paura
in inverno si deve raccontare la verità
Ci sentiamo così importanti
nella diseguaglianza dei vestiti




A Maria Pilar G. y L.
che forse vende santini e storie
davanti la chiesa di S.Ignacio a Donostìa


In calle Zabaleta avvicinandosi a Plaza de Cataluña con un tavolo pieghevole domenica mattina


Siamo nella terra dei suicidati
dove il cuore dei morti ricompone
un frammento unico (una grammatica)
quando le mani escono dal pianto
madre madre
non mi riconosci
nel gomitolo di rughe
e mi neghi l’esistenza
Vedo la catabasi negli occhi
da cui ho esplorato il mondo
prima di essere me
Lo senti come preme questo sasso
pronto a dilaniare senza spazio
la nostra gola
Qualcuno
- noi siamo qui-
continua a chiamarmi
Si sono rotti gli orli
e il peso ci trascina indietro

 *

Ad ogni passo incontro per strada
quelli della mia età
e domando loro
se ci siamo mai conosciuti
e non decifro il codice a barre
tra le pupille
Vado chiedendo un riconoscimento
degli anni attraversati
una semplice verità
una parola di conforto
per quello che non ho mai fatto


 (…)


Giudizi

La raccolta si apre con la descrizione della Plaza de Cataluña dove le persone si incontrano e “la vita si umanizza e cerca l’atto nelle parole”. Con un andamento veloce e surreale la raccolta mette davanti al lettore  quadri vivaci e suggestivi. (CaterinaCamporesi)

Un bel dialogo interiore tra l’occhio che osserva e parla e il mondo che scorre intorno, centrato come unità di luogo nell’antipiazza di una chiesa. Un atto di fede nell’esistenza delle cose che invita ad accorgersi di sé e del dono che si è: «Gli indomenicati dal volto di sorba / potrebbero ricordarsi di tanto in tanto / di essere felici/ perlomeno unici / Silenzio / un atto di intimidazione / – non siamo necessari al mondo – / facciamo reliquia della nostra memoria / non guarigione o assenza del presente/ l’apparenza trafugata in sottofondo». (Daniele Gigli)





Oltremisura di Luciana Raggi (Roma)


Luciana Raggi, nata a Sogliano al Rubicone (FC) nel 1954, laureata presso la facoltà di Lettere e Filosofia di Bologna, vive ed insegna a Roma dal 1976. Ha pubblicato nel 2010, come utente del sito www.ilmiolibro.it Sorsi di sole ( Poesie) e Un bastimento carico di (Racconti e poesie). Ha curato la pubblicazione di At vlèm bèn, zirudèli in romagnolo di Decio Raggi. Partecipa a varie rassegne di poesia e scrittura contemporanea. Ha ottenuto numerosi riconoscimenti fra cui il primo premio ai seguenti  Concorsi Internazionali di poesia: “Il Tiburtino” nel 2012, “Aicab summer poetry” nel 2013, “Aicab tea poetry”(1° premio della critica) e “Orazio” nel 2015. Le sue poesie sono state pubblicate in 42 antologie curate dalle case editrici Perrone, L’Erudita, Edizioni Progetto Cultura, Aletti, Il Ponte Vecchio.



Forse


Bianco


Sto qui

fra riga e riga

senza distanze.

Sto qui

qui a guardare il bianco:

nomade

tra le parole dette

e quella che mi tace dentro.



Ero torta, ero divano 

Ero torta, ero divano.

Agghindata
profumata
animale da compagnia.

Non mi nutriva con le parole.

Padrone dei miei giorni senza sole
mi vezzeggiava
ma non mi amava.

Ero torta, ero divano.

Ero nella distanza

Ero nella mancanza

Ero senza memoria di me.

Forse non ero.


 Al bivio

su strade di calde evidenze.

Solo frammenti d’infinito
davanti al forse di ogni bivio
dove lunghe attese
per eccessivi dubbi
hanno accresciuto la febbre
raffreddato le speranze.

Mille soste attonite.
Ripensamenti.
Mille scommesse in agguato.
Ansie sciolte
da vincoli e angusti spazi.

Forse non ho abbastanza cercato
cammini rettilinei
disperso il tempo in labirinti
da me stessa generati

Scelte provvisorie al bivio
fatte distrattamente
seguendo impronte
labili di pensieri
che non erano miei pensieri.

Così
la mia strada
non l’ho ancora trovata.


Esploratore


Esploratore del buio
fruga frammenti senza futuro

scompone
la sintassi del mondo.

Nel silenzio
ai margini della memoria

riposano
voci e  sussurri

sensori del tempo.
Scuotono certezze.

Lontano dal fragore
delle falsità

fruga  fra schegge
d’incerta realtà.

Ai margini della memoria
un uomo un gioco

sensori del tempo.
Scuotono il presente.

Fra respiri d’attesa
senza più sfide

fruga nel buio
fra ombre trasparenti

fruga frammenti

senza futuro

(…)


Giudizio

La poesia oggi ha raggiunto un punto orizzontale dove l’Io poetico affronta i livori dell’esistenza, la percezione quotidiana del finito, l’intensità malefica del possesso e dell’annullamento. La raccolta Oltremisura partendo dalla fonte personale affronta il percorso difficile della salita verso i punti verticali, le cime tempestose, dove le passioni disilludono, i sensi non sostengono, i sogni si infrangono contro la barriera del Tempo. La poeta inizia il cammino/ racconto con la poesia Bianco che potrebbe essere avvicinata  alla voce del Nobel Salvatore Quasimodo della poesia Ed è subito sera. La Nostra scrive: “Sto qui / fra riga e riga / senza distanze. / Sto qui / qui a guardare il bianco: / nomade / tra le parole dette /  e quella che mi tace dentro”. L’anafora sprigiona l’egemonia del luogo atemporale; il colore bianco risveglia l’energia della purezza, la verginità della mente e del foglio dove riversare la parola; la forza della poesia è nella mediazione tra il suono e l’immaginazione, la sospensione e la Creazione che si rivela nel silenzio, inaspettata l’acqua dell’esistenza scorre a superare i secoli con lo sguardo. Noi siamo nomadi, imperfetti e nostalgici, costretti a comprendere in ritardo le profezie dei poeti, i deliri degli assassinati per le idee, le violenze subite da chi apre le stanze alla luce del sole: “(…) I ragazzi, a valle, / non lo vedono: / hanno negli occhi frammenti / in divenire / abbracciano l’attimo / non cercano altro / ma l’indicibile dell’esistenza / li aspetta”. La poesia non ha un ruolo nella Storia della società contemporanea, proprio quando sembra fiorire in mille cenacoli, in migliaia di voci, in una infinità di incontri. Per la Nostra la poesia potrebbe rivelarsi “(…) la voce / senza traduzione.”, proprio come avviene oggi. Allora oltre al dolore personale per l’impossibilità della condivisione reale, sincera, sentita, la poeta rivela al lettore l’amaro “Sale della mia terra” (che è poi la terra di ognuno di noi): “Al seno di tua madre / senza distanze / hai quanto basta / senza spazio / senza tempo / senza memoria / non dissipi calore. / (…) Dove sono ora / ho quanto basta: / un battito di vita / uno sguardo che colora il mondo / e i miei anni / diventano leggeri. / Ho te / sale della mia terra.” (Vincenzo D’Alessio)