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martedì 24 gennaio 2012

Su Appunti di poesia: vademecum per chi la ama

di Giovanni Dino
 
Rosa Elisa Giangoia è insegnante, esperta di letteratura italiana, latina e greca, scrittrice e saggista. Ha pubblicato manuali scolastici, romanzi e poesie. Di recente ha anche pubblicato un librettino molto minuto che può  stare dentro la tasca di un jeans, dal titolo  Appunti di poesia. Ho pensato a lungo al motivo per il quale la nostra Rosa Elisa Giangoia  sia stata spinta a  mettere su carta questo grazioso saggio stampato nel 2011 per i tipi di Fara Editore: una raccolta di meditate riflessioni sia sulla poesia e sia sull’essere poeta oggi.  Credo che ogni scrittore dopo un  cammino culturale intenso e non indifferente in campo Nazionale, come la nostra Giangoia,  prima o poi debba giungere a simili conclusioni: cioè fare ‘mente locale’  sul proprio viaggio esistenziale e culturale e sui motivi fondamentali dei perché della scrittura, del suo  esistere nel fare arte e letteratura e del suo fallito  potere di educatrice.   Appunti di poesia risulta essere una sorta di diario nel quale vengono annotate  varie e svariate osservazioni su poesia e scrittura, venute fuori sia indagando sé stessa che  impelagandosi  nella  scrittura degli altri… È attraverso questo irrequieto punto di osservazione che sono nate fin dall’antichità molte opere ancora attuali scritte da grandi geni dell’anima umana quali Platone, Aristotele o da poeti e pensatori più vicini a noi: Giovanni Pascoli e il suo Fanciullino, sempre attuale… Come attuale e di recentissima uscita Scrivere poesia. Essere poeti di Daniele Giancane: anche qui lo scrivente è un poeta attento alle tematiche della poesia e agli eventi umani e culturali che lo coinvolgono. Nel 2000 è uscito per i tipi della Bastogi editrice  La dinamica del comprendere Dall’ispirazione al testo, coautori  Maria Grazia Lenisa e Francesca Alunni, un saggio che mette in luce motivi e meccanismi che spingono  l’uomo ad avvicinarsi e trovare nido nella poesia. D’obbligo va ricordato Luciano Anceschi il quale  ha dedicato una vita intera alla poesia come studioso-critico e come poeta che in uno dei  suo saggi forse  più noto tenta  di spiegare  “Che cos’è la poesia”. Poeti come Nicola Gardini che si cimentano nell’ardua impresa di illustrare Come è fatta una poesia? o come si riconsce
Osserva Giangoia: “Il limite invalidante della poesia è la descrizione fine a sé stessa: il poeta deve guardare le cose, ma non può limitarsi descriverle, perché deve andare con il suo occhio oltre la loro parvenza, in quanto il compito della poesia è attraversare le cose  per dare il senso delle cose stesse e quindi della vita ” (pag. 57). Molti sono i saggi che  vanno letti e riletti e mai portati  in cantina. Rosa Elisa Giangoia mette in evidenza nella sua bibliografia un lungo elenco di opere importanti apparse negli ultimi 40 anni di notevole influenza per lo studio e per la riflessione sulla poesia.  Sulla poesia non si finirà mai di tentare di spiegare, decifrare, codificare che cos’è, da dove viene e perché avviene. In ogni secolo della storia non c’è stato filosofo, critico, psicologo o poeta o altri ancora che non si sia cimentato a ‘spiegare’ il fenomeno poesia,  Il quale pare precedere l’esordio della scrittura. I primi trattati di scienza e di filosofia  e di religione pare  siano stati scritti in poesia o in  linguaggio poetico. Anche nelle vicende storiche,  politiche e militari gli scrittori del passato hanno usato la poesia  o la carezza del suo linguaggio. Cosa che tutt’ora fanno la pubblicità, il cinema, la televisione,  le canzoni… “La poesia ha tanti voci: è duttile, malleabile, accoglie e regala, viene da lontano e si apre con disponibilità alle voci del dire, secondo desideri, gli orientamenti, le aspettative e le urgenze esistenziali dell’uomo nel tempo del suo vivere” (pag. 43).   
Per il fatto che ogni tanto qualche autore prenda coscienza e metta per iscritto la sua dichiarazione d’amore verso la poesia o  i perché della poesia è sempre un fatto nobile e importante perché c’è sempre bisogno  di apportare ossigeno o angolature nuove e di ricerca verso questo sconfinato e misterioso mondo: antico e sempre nuovo e ricco di novità.   “La novità della poesia è dire in modo nuovo l’eterno e più profondo sentire dell’uomo” (pag. 19). Ogni autore si è espresso secondo una sua  analisi: c’è chi si sofferma troppo su gli strumenti tecnici retorici, chi sull’aspetto filosofico, chi  sul valore spirituale e metafisico, chi esprime le sue esperienze il suo rapporto e il suo trasporto, chi tenta disperatamente  di condensarla teorizzandola. 
RosaElisa Giangoia in Appunti di poesia ha espresso le sue visioni, le sue esperienze  dei suoi viaggi sul fare e sentire la poesia, poiché fra quelle pagine vi è il sangue dell’anima della nostra Rosa Elisa Giangoia. Si tratta di un libro scritto non per aspiranti poeti o poeti affermati, ma per chi ama la poesia e ama  percorrere i suoi viali di illuminante attrazione. È un libretto che è stato scritto per tutti: per chi si è appena innamorato della poesia,  divino contenitore di tutte le arti, e chi invece ci lavora da tanti anni. “La poesia è quindi un lavorare sulla lingua per esprimere emozioni. Su questo c’è sostanzialmente accordo, mentre più problematica è la questione del lavorare sulla lingua” (pag. 64).

lunedì 7 febbraio 2011

Sono usciti gli Appunti di poesia di Rosa Elisa Giangoia

Rosa Elisa Giangoia

Appunti di poesia

€ 11,00 pp. 108 (Ruach 1)
ISBN 978 88 95139 96 8

«Queste riflessioni di Rosa Elisa Giangoia sulla poesia, sul suo significato, sul suo valore, sul suo ruolo nella vita individuale e nella società, sono nate a poco a poco come editoriali della newsletter Lettera in versi, iniziata nel settembre del 2001, diffusa in rete e inserita in BombaCarta. Si tratta di numeri monografici dedicati a singoli poeti viventi, di cui si riporta il profilo bio-bibliografico, un’antologia poetica, una selezione della critica, un’intervista e talvolta anche qualche recensione. L’idea nacque in quel momento difficile ed incerto del G8 a Genova e del crollo delle Torri Gemelle a New York, come volontà di ritrovare un elemento di fiducia e di speranza proprio nella poesia, per il nutrimento intellettuale e morale che può derivare dalla riflessione sulla parola, dalla lettura dei testi poetici e dal dialogo con chi della produzione lirica sa fare il perno della propria vita, sempre nella prospettiva della novità. Quest’esperienza, nata da un comune intento di Margherita Faustini e Rosa Elisa Giangoia, continua ad essere portata avanti ininterrottamente con cadenza trimestrale, con la collaborazione di Liliana Porro Andriuoli, critica letteraria molto attenta alla creatività poetica attuale.»

Rosa Elisa Giangoia è insegnante, scrittrice e saggista. Ha pubblicato manuali scolastici, tre romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1998; Il miraggio di Paganini, 2005), un prosimetron (Agiografie floreali, 2004), un saggio di gastronomia letteraria (A convito con Dante, 2006), un’edizione delle Bucoliche di Virgilio con annotazioni in latino (Accademia Vivarium Novum, 2008) e la raccolta poetica Sequenza di dolore (Fara, 2010) con la prefazione di Antonio Spadaro. Per l’Assessorato alla Cultura della Regione Liguria ha realizzato con Laura Guglielmi la collana (10 voll.) Liguria terra di poesia (1996-2001) e per la Provincia di Genova, con Margherita Faustini, i volumi Sguardi su Genova (2005) e Notte di Natale (2005). Fa parte della redazione della rivista “SATURA” e collabora a numerose riviste letterarie e di didattica, anche on-line. Ha ideato e cura dal 2001 la newsletter Lettera in Versi, nell’ambito di “BombaCarta. Fa parte di diverse giurie di Premi letterari. Sue poesie sono presenti in numerose antologie. Ha vinto vari premi letterari. È impegnata nella diffusione del Latino con il “metodo-natura” del linguista danese H.H. Ørberg.

martedì 16 marzo 2010

Anrea Monda su Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia

Libri: La poesia e la morte, versi sul mistero


RomaSette


Sequenza di dolore è il titolo dell'ultima raccolta di liriche di Rosa Elisa Giangoia, scritta all'indomani della scomparsa del marito Dino. La prefazione di padre Spadaro di Andrea Monda

Si può dire la morte, dirla poeticamente? Da una parte la morte è proprio l’esperienza in-dicibile, nessuno è tornato dalla morte e anche Orfeo, simbolo dei poeti, fallisce nel tentativo di far risorgere l’amata. Dall’altra parte tutta la poesia ha il sapore della morte e del suo superamento, l’amore. Sulla cuspide di questo paradosso si colloca l’ultima raccolta di poesie di Rosa Elisa Giangoia, poetessa, latinista e raffinata narratrice genovese, intitolata Sequenza di dolore, che scaturisce dalla morte del marito Mino. Da quel momento il cuore si apre e lascia scorrere il dolore che dilaga come in un’emorragia, travolgendo il lettore.

Viene subito in mente Diario di un dolore di C. S. Lewis, in cui lo scrittore si metteva a registrare ogni movimento anche impercettibile del cuore. Ma se nel suo libretto in prosa l’approccio finisce per apparire refertuale e introspettivo, quasi filosofico (o teologico), nei versi della Giangoia tutto diventa magma incandescente, al punto che, come osserva padre Antonio Spadaro nella prefazione, «in questa manciata di versi densissimi che non lasciano al lettore la clemenza di un respiro, di una lacrima di commozione, accade tutto: Mors et vita duello conflixere mirando». Un testo tremendamente denso ma anche delicato, che riesce a condurre per mano il lettore sulla soglia dell’abisso, provando a tendere il capo per scrutare, oltre il baratro, il mistero della morte.

Scritta dopo la morte del marito, la prima di queste trentanove brevi e laceranti liriche (il numero combacia con quello che tradizionalmente è il numero delle frustate ricevute da Cristo), ricorda il primo incontro: «Forse tante volte ci eravamo incontrati,/ come stranieri per le strade,/ finchè figli della fortuna ignari,/ siamo entrati dalla porta della gioia/nella casa diventata nostra./ E così le nostre vite/ si sono incrociate tardi…», versi che richiamano l’incipit di «Un amore a prima vista» della Szymborska: «Sono entrambi convinti/ che un sentimento improvviso li unì./ È bella una tale certezza/ ma l’incertezza è più bella./ Non conoscendosi prima, credono/ che non sia mai successo nulla fra loro./ Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi/ dove da tempo potevano incrociarsi?».

L’apparente caos della vita, di una vita colpita e ridotta in frantumi, rivela in controluce una trama da decifrare nella faticosa opacità del quotidiano. In questi versi si dispiega, osserva Spadaro, «il diario di un dolore vissuto con dignità sapiente, capace di avvertire il fuoco dell’assenza e sentire proprio in quello il segno di una presenza differente tutta da scoprire». In questa luce Sequenza di dolore, come lascia intuire il titolo, assume anche una dimensione orante, liturgica che non sopisce l’acutezza della ferita ma permette, viene da dire miracolosamente, ciò che la morte intrinsecamente nega: la condivisione.

Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia, Fara Editore, pp. 59, 13 euro

15 marzo 2010

lunedì 11 febbraio 2013

Ancora su Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia

Franco Casadei

Un libro denso e tenero (Rosa Elisa Giangoia, Sequenza di dolore, Fara Editore, pag. 60. Euro 13), che compendia la totalità dell’umano. La prefazione, di grandissimo spessore, è di Antonio Spadaro. La poetessa descrive – nei trentanove testi di questo libro – il tragitto della persona amata che si incammina verso la fine della vita (“La morte noi / l’abbiamo dovuta far entrare / in casa nostra un giorno / in cui si è presentata alla porta / per caso e all’improvviso / … ha tirato una tenda nera / tra la vita e il sogno del futuro”). La prima poesia – fra le più belle in assoluto – ci introduce dentro una storia d’amore iniziata in età matura (“… siamo entrati dalla porta della gioia / nella casa diventata nostra. / … le nostre vite / si sono incontrate tardi / e la mia trama e il tuo ordito / si sono intrecciati / in una tela già consumata / per una felicità troppo breve”) e ben presto destinata al dolore dell’addio. Il secondo testo, intriso di una pietà materna che fa riferimento ad un dipinto appeso alle pareti di casa, recita: “La Madonna Addolorata / sola nella sua desolazione / … ti avrebbe insegnato / la maniera umana di morire”. Un dolore composto, ma non meno lacerante, è la dominante dell’opera. Una sofferenza filtrata dal tentativo amorevole di affievolire la durezza dell’incombente destino (“… i nostri giorni / si sono vestiti di reticenza / attraverso le lacrime / atteggiate a sorriso scambievole”). Lo sconforto tuttavia non è disperante, tant’è che già dalle prime poesie leggiamo: “E hai iniziato ad aspettare / che si aprisse una porta / sperando che fosse luce”. E inevitabile il pensiero si fa memoria e ricordo delle cose intime e abituali del quotidiano (“e noi sapevamo di perdere il sapore / dei lamponi del nostro giardino, / irraggiungibile”) e preparazione all’ultimo saluto, come desiderio di un nuovo rito sponsale (“avrei voluto inventare / una nostra personale / cerimonia di congedo / nell’ansia che restasse / tra di noi qualcosa di non detto”). A Rosa Elisa Giangoia, nel suo cammino, poetico e umano, non resta che lo stare accanto: “per farti sperimentare l’amicizia / del morire accompagnato / ti ho potuto regalare / solo il mio accompagnamento… // … E rimase il dilemma se la morte / fosse fine o transito, / se facesse della vita / un cerchio o un arco / … con parole di fuoco / volevo insegnarti / la confidenza nella grazia / di essere iscritto nella memoria di Dio / per convincerti che niente è perduto”. In questo gioco di ragione, fede e sentimento, lo smarrimento e l’angoscia prendono talora il sopravvento: “e io chiedevo ancora un’ora / un giorno, un tempo sconosciuto / per una supposta compiutezza. // E intanto t’amavo per i giorni / in cui non ci saresti più stato”. Fino “all’ultimo mattino / … finché tu vedesti il ricapitolarsi / del tuo vivere nel suo perdersi / … e non mi restava / che il vivere nell’assenza”. E qui il salto dentro il più grande mistero dell’avventura umana: “Ma ora tu sei più avanti / … perché hai attraversato il filo della spada / e sai dove si va e che cosa c’è / oltre il suo taglio”. A questo punto il dolore non ha più argine: “ti sei portato via anche la mia vita / / … su questo palcoscenico mezzo smontato / che ormai è il mondo per me /… mentre una moltitudine / di pensieri variabili / si precipita nella mia notte / che volevo rimanesse con la tua / … E a me è rimasto il pianto / prima trattenuto / e poi accettato e goduto/ nel chiuso della stanza”. Ma l’amore è più grande dell’assenza e allora fioriscono versi delicati e pieni di dolcezza: “Non è la morte che separa davvero / se almeno tu ora / vedi nel mio cuore”. E pieni di fiducia del reincontro: “quando ti ritroverò / nel giorno della resurrezione / … saremo rivestiti d’immortalità / … forse ti riconoscerò solo dal brillìo / dei tuoi occhi verdi / per quel tuo timido sorridermi”. E i bellissimi e intensi versi finali, che esplodono con la forza dell’amore degli inizi, amore che, si è certi, sarà ricomposto: “ consola sentire che le parole più belle / ancora ce le dobbiamo dire. /… La mia riconoscenza infinita / per essere stato per me. // A dirti il mio grazie / ci sarà sempre una rosa / per te”. Un libro d’amore, quello della Giangoia, che commuove, ma che riempie anche il cuore di fiducia. Un libro coraggioso, di un’autrice che non ha temuto di comunicare le sue fragilità, ma soprattutto il suo credito nei confronti della vita. Un messaggio a chi giudica che la poesia contemporanea sia astratta e fuori dalla vita. Con un linguaggio elegante, ma estremamente fruibile. Un bel regalo alla poesia e ai suoi lettori.

mercoledì 9 marzo 2011

Su Appunti di poesia Vademecum per chi la ama di Rosa Elisa Giangoia


Fara Editore, Saggistica, Collana Ruach
Pagg. 108
ISBN 978 88 95139 96 8
Prezzo € 11,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata in arteinsieme

Le risposte a tante domande



“I poeti ci aiutano ad amare e ad accettare la vita, anche negli aspetti negativi, fino all’ultimo: il suo dissolversi nella morte, l’imprevisto per eccellenza, benché assolutamente noto, l’ignoto sempre temuto, per cui non abbiamo parole se non quelle che proprio la poesia ci insegna a prendere dalla vita.”
 
Ha perfettamente ragione Alessandro Ramberti, quando nella sua postfazione all’opera, scrive «Se avete letto questo prezioso vademecum letterario, potete senza esitazioni rispondere a chi vi chiede “cos’è la poesia? Come nasce? Come riconoscerla e apprezzarla? Come riconoscere un poeta?...».
In effetti, più che domande rivolte da noi ad altri, questi sono quesiti che spesso ci poniamo  e ai quali possiamo dare risposte variegate, più o meno plausibili, ma sicuramente non di valore assoluto.
Di ciò è consapevole l’autrice, tanto che le risposte sono molteplici, proprio perché in campo artistico nulla è delineato secondo regole precise o assiomi che siano assolutamente inconfutabili.
Però, definire questo libriccino, di piccolo ma pratico formato, un vademecum, il “Bignami” della poesia, se da un lato è in parte vero, dall’altro è troppo riduttivo.
Rosa Giangoia, infatti, nel porsi le domande, fornendo le risposte, non si esime dallo scrivere un vero e proprio canto della poesia, un invito nemmeno tanto velato ad affidarsi da essa, sia per chi ne scrive, sia per chi la legge.
L’essenza della poesia, la poesia ci aiuta a vivere, la poesia è il regno della fiducia, la poesia è impegno e fatica sono solo alcuni dei tanti temi trattati in modo comprensibile ed esauriente, capitoletti che scorrono, pagina dopo pagina, senza che ci si accorga del passare del tempo, o si avverta un affaticamento mentale.
Non si creda tuttavia che siano semplici domande e risposte, perché l’autrice affonda la sua analisi alla ricerca di flussi cognitivi che costituiscano valori e pensieri di riferimento, così che questo lavoro di acquisizione di elementi di coscienza ben oltre quello che può essere una sensazione individuale, anzi travalicandola per arrivare a concetti generali, può essere definito, senza che ciò costituisca un azzardo, una vera e propria filosofia della poesia.
Traspare fra le righe, inoltre, un entusiasmo giovanile, che desidera essere contagioso, e lo è, un  senso di serena ebbrezza che travalica i confini del rapporto visibile fra autore e lettore, consolidando così un legame tutto sotto l’egida della poesia.
C’è sinceramente da augurarsi che questo messaggio, senz’altro recepito da chi è uso poetare, lo sia anche da chi si tiene a distanza da questa nobile arte nel timore, spesso infondato, di una sua difficoltà di comprensione, di una inattualità che non esiste, perché in un’epoca in cui la fretta domina la poesia ben risponde all’esigenza di fissare in poche righe sentimenti, emozioni, e quant’altro ancora.
Alla poesia mancano solo i lettori dei grandi numeri, quelli stratosferici dei romanzi, e comunque, anche nella migliore delle ipotesi, questi sono sempre troppo pochi.
È a loro, quindi, soprattutto che rivolgo l’invito a comprare e leggere questo saggio; sono sicuro che non pochi finiranno con il ricredersi e potranno così accedere al mondo magico della poesia.  


Rosa Elisa Giangoia è insegnante, scrittrice e saggista. Ha pubblicato manuali scolastici, tre romanzi (In compagnia del pensiero, 1994; Fiori di seta, 1998; Il miraggio di Paganini, 2005), un prosimetron (Agiografie floreali, 2004), un saggio di gastronomia letteraria (A convito con Dante, 2006), un’edizione delle Bucoliche di Virgilio con annotazioni in latino (Accademia Vivarium Novum, 2008) e la raccolta poetica Sequenza di dolore (Fara, 2010) con la prefazione di Antonio Spadaro. Per l’Assessorato alla Cultura della Regione Liguria ha realizzato con Laura Guglielmi la collana (10 voll.) Liguria terra di poesia (1996-2001) e per la Provincia di Genova, con Margherita Faustini, i volumi Sguardi su Genova (2005) e Notte di Natale (2005). Fa parte della redazione della rivista “SATURA” e collabora a numerose riviste letterarie e di didattica, anche on-line. Ha ideato e cura dal 2001 la newsletter Lettera in Versi, nell’ambito di BombaCarta. Fa parte di diverse giurie di Premi letterari. Sue poesie sono presenti in numerose antologie. Ha vinto vari premi letterari. È impegnata nella diffusione del Latino con il “metodo-natura” del linguista danese H.H. Ørberg.


Renzo Montagnoli

domenica 11 aprile 2010

Su Sequenza di dolore di Rosa Elisa Giangoia

recensione di Nino Di Paolo


Le trentanove poesie che Rosa Elisa Giangoia mette in sequenza  – termine scelto proprio per titolare il libro – in questo poema della lacerazione sono figlie di un distacco al tempo stesso fulmineo, nell’annuncio, e lungo, nella cosciente ed impronunciabile attesa del “momento”.

Ho chiesto a Rosa Elisa, durante l’incontro letterario di Faenza dello scorso 13 marzo e dunque prima di scrivere queste righe, se potevo permettermi di commentare la sua opera, sapendo che ogni richiamo a ciò da lei espresso le avrebbe fatto anche un po’ male.

Sequenza di dolore è un atto d’amore all’amato perduto ed anche un regalo prezioso a chi legge, quindi un atto d’amore verso tutti quelli che leggeranno.
Un atto d’amore non scontato perché il rendere pubblico il proprio cammino di dolore non è semplice, in quanto sempre può insinuarsi il dubbio d’esser  “compatiti”, nell’accezione meno nobile della parola.

Il dubbio, invece, che si insinua nel lettore è tra l’opportunità di tenersi dentro sentimenti e commenti, anche estetici, che il poema di Rosa Elisa suscita e la voglia di esclamare esplicitamente “che bel lavoro”, voglia che fa subito, però, dire : “che bello se non avessi mai dovuto leggere questo bel lavoro” .
Il rispetto e la condivisione della sofferenza interiore farebbero protendere al silenzio, la perfezione dell’opera al suo contrario.

Rosa Elisa tocca diversi aspetti di un dolore annunciato e poi compiuto e poi compagno di viaggio di ogni presente: quello delle parole impronunciabili, quello degli sguardi che parlano, quello degli sguardi-non sguardi, quello dei pensieri inespressi, quello della solitudine da tutti gli affetti.

Nelle sue poesie, rivolgendosi alla persona amata, utilizza l’imperfetto, il tempo verbale che usano i bambini per raccontare storie fuori del tempo.
Accompagna atti di fede (la convinzione della resurrezione della carne) , proprie di un Alighieri, con la percezione di una Natura crudele, beffarda e disinteressata, proprie di un Leopardi o di un Pascoli.

Come in ogni lavoro poetico non si possono non sottolineare versi e passaggi che elevano la qualità di un testo, peraltro, del tutto armonico nelle sue parti e nella costruzione complessiva.

Da segnalare la prima poesia (pag. 17) , quella di un incontro tra persone non giovani:


Forse tante volte ci eravamo incontrati,
come stranieri per le strade,
finché figli della fortuna ignari,
siamo entrati dalla porta della gioia
nella casa diventata nostra…


E quella sul funerale, della lucida osservazione della realtà, partorita da una sofferenza che fa cadere ogni velo alle convenzioni comportamentali (pag. 41):

Come se morto fosse un aggettivo qualsiasi.

E quella della scoperta solitudine (pag. 53):


… li ho dovuti accompagnare proprio tutti,
mia mamma e mio papà,
mia zia e mia suocera,
mio marito.
E non mi resta
che immaginare qualcuno
che accompagnerà me.

Un grande ringraziamento a Rosa Elisa per la sua decisione di affrontare la sfida di comunicare il “suo” dolore ed un grande ringraziamento per la cristallina bellezza di quest’opera.


Domenica di Pasqua 2010

lunedì 9 marzo 2015

News da Adele Desideri

Gentili lettori, segnalo quanto segue

*Convegno Le donne e la poesia. A cura di Tomaso Kemeny, Adele Desideri e Cinzia Demi


Interventi introduttivi di Tomaso Kemeny, Adele Desideri, Cinzia Demi

Ospiti relatori Maddalena Capalbi, Rita Pacilio, Margherita Rimi

Casa della poesia, Palazzina Liberty, Largo Marinai D'Italia, Milano, 13 novembre 2014
Postato in farapoesia.blogspot.it/2015/01/audio-del-convegno-le-donne-e-la-poesia.html. Ringrazio Alessandro Ramberti che ha ospitato l’evento nel suo blog.

*Giornata mondiale della poesia.
Prendi un verso dai poeti e dipingi il mondo di pace. Mostra di dipinti e maratona poetica.
Presso la Sala del Camino, Largo V. Vela, Arcore, Ore 17-19.30, 21 marzo 2015
A cura del Comune di Arcore, Africa Solidarietà Onlus e Cheikh Tidiane Gaye. Con la presenza del Sindaco Rosalba Colombo e dell’Assessore alla Cultura Paola Palma. Presenta Rosa Elisa Giangoia.




*Presentazione di Stelle a Merzò (Moretti&Vitali, 2013) di Adele Desideri, a cura de La Casa della Poesia di Monza. Le Cucine di Villa Reale, Villa Reale di Monza, Viale Brianza 1, 15 aprile 2015, ore 18


*Presentazione del romanzo di Paolo Lagazzi Light Stone (Passigli Editori 2014), a cura di Adele Desideri, Giancarlo Pontiggia e Carla Stroppa, Biblioteca Sormani, Sala del Grechetto, via Francesco Sforza 7, Milano, 22 aprile 2015, ore 18


*Recensione di Adele Desideri a Antonietta dell'Arte, I desideri della fiaba (Passigli Editori, 2013), pubblicata in www.versanteripido.it, 1 gennaio 2015. 


I desideri della fiaba di Antonietta Dell’Arte, recensione di Adele Desideri
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I desideri della fiaba di Antonietta Dell’Arte, Passigli 2013, recensione di Adele Desideri.

Antonietta dell’Arte, siciliana di nascita, risiede a Milano. Tradotta soprattutto in inglese, ha creato sette murales, con il pittore Nani Razzetti, nel Comune calabrese di Diamante; è stata animatrice, negli anni Ottanta, del centro culturale milanese Lusca e ha ricevuto l’Ambrogino d’Oro nel 1993.
I desideri della fiaba è, appunto, un delizioso volume di fiabe, raccontate “stranamente” in forma poetica.
Scrive in proposito, nella prefazione, Gio’ Ferri: “L’uguaglianza tra poesia e fiaba: entrambe rendono possibile l’impossibile, rivoluzionano tempi e spazi, donano un (…) emozionale senso di libertà. E lo fanno trasportando poeta e lettore nell’universo altro del silenzio”.
Ribadisce la dell’Arte, nella sua nota al libro: “La fiaba è, in qualche modo, poesia e la poesia è fiaba. Non per i ritmi che sono diversi, ma per l’invenzione, la creazione, la possibilità di rendere possibile l’impossibile, visibile l’invisibile e viceversa”.
Dunque: fiabe, poesie, libertà, creatività e silenzio.
Anche il titolo, però, pare d’acchito “strano”: le fiabe hanno i desideri? O, piuttosto, alludono a desideri irrealizzabili?
Man mano che, tra i versi della dell’Arte, affiorano le fiabe – nel leggiadro girotondo dei tempi all’imperfetto o al passato remoto, delle giocose tonalità rivelanti chicche di malinconica saggezza, dei sorprendenti aforismi – si capisce che le fiabe, queste fiabe, hanno i desideri (proprio i loro!). E li custodiscono, perché esse vivono e parlano al modo degli uomini, specialmente di quelli che non dimenticano mai di essere bambini: “certo io non posso risolvere tutti i problemi/ disse alla fine della storia la fiaba/ so che vorreste incontrarvi/ formare una sola roccia/ anziché stalattite e stalagmite/ e uscire dal buio di questa caverna/ la pazienza della goccia vi unirà/ ma la luce del sole/ quella vi sarà negata/ d’altronde cosa sarebbe la vita/ senza un sogno incompiuto?”.
Sono altrettanto viviparlano, pregano e agiscono - gli oggetti descritti dalla dell’Arte: il pigiama, i pantaloni, la collana, l’orologio; e davvero dilettevoli si mostrano gli animali, talora persino ammiccanti, con una sfumatura di sensualità, come la lumaca, che – “sotto l’insalata (…)” – confida di essere “un abito da sera”.
L’autrice affronta poi i quesiti più rilevanti della coscienza, mettendone in risalto le implicite, universali speranze – le conseguenti, tremende delusioni; molte sono le fiabe-poesie nelle quali parlano e agiscono la bellezza, l’amicizia, la salute, la vita, la verità – la pena, la guerra – l’invecchiamento, la malattia, il nulla, la morte: “un giorno la morte/ incontrò la vita/ si trovarono così vicine/ da non riconoscersi/ per un attimo/ furono tutt’uno/ fu così che nacque l’eternità”.
Ne scaturisce una serena, ma solida morale, un’estrosa, e sana pedagogia, in sintonia con il rigoroso surrealismo di Gianni Rodari, e – prima ancora – con l’indulgenza comprensiva e autorevole del Deamicisiano maestro Perboni, quello del prezioso libro Cuore: “le miserie del mondo/ si tenevano per mano/ per farsi compagnia/ chi con la veste lacera/ chi con un buco nel petto/ stanche di quel vivere/ senza sorrisi/ un giorno guardarono in alto/ in alto c’è sempre un trono/ con un re splendente/ il re c’era ma non poteva vederle/ sotto di lui un cielo pieno di nubi”.
Inoltre, la dell’Arte possiede una sua originale, complessa valenza profetica, evidente quando – con sonorità flebili, infantili, lentamente ossessive e perciò tanto più penetranti – denuncia le ingiustizie, le infamie, le crudeltà di questa nostra epoca, e scuote gli animi, li invita a riflettere, a fare critica, a promuovere comportamenti equi, improntati alla solidarietà: “il sorriso era capitato/ in una zona scura della terra/ smarrito nel labirinto/ del dolore e con lui l’uomo/ la risata che scorrazzava/ allegra come una gallina/ si mise d’accordo con il solletico/ fu tanto e tanto/ che l’uomo morì/ ma solo di risate”.
Una raccolta, I desideri della fiaba, da leggere e rileggere, per gustarvi la brillante maturità di chi, negli anni colmi di esperienza, è capace di rivolgersi ai piccoli e ai grandi con umiltà, tenerezza e determinazione, giacché – suggerisce, candida e maliziosa al tempo stesso, l’autrice – “(…) il muschio d’autunno è più dolce/ del fuoco dell’estate”. (Pubblicata in www.versanteripido.it/dellarte-recensione-desideri/1 gennaio 2015)




*Recensione di Adele Desideri a Rosa Elisa Giangoia, La vita restante (De Ferrari, 2014) pubblicata in ilgattocertosino.wordpress.com/2015/01/08/2982 , 1 gennaio 2015. 


associazione di esperienza e riflessione creativa a Genova – Federazione BombaCarta
RECENSIONE
gennaio 8, 2015 in Uncategorized Adele Desideri

Rosa Elisa Giangoia è poeta, narratrice e saggista. Studiosa di gastronomia letteraria, raffinata latinista – collabora alla redazione della rivista SATURA.
Nel 2014 ha pubblicato il testo teatrale Margaritae Animae Ascensio, e il suo secondo libro di poesie, La vita restante (Deferrari).
Quest’ultima opera indica, in primis, ciò che resta, nella memoria dell’autrice, dopo gli anni trascorsi assieme al marito, spentosi ormai da diverso tempo: “Certo, sarebbe più bello saperti/ dietro l’angolo della strada/ seduto su una panchina,/ ad aspettarmi./ Invece capiti nell’abbaglio/ di un lampo di sole/ che entra in casa inaspettato/ all’improvviso,/ forse per tenerti fuori dal tempo,/ ad un passo dal niente.” (pag. 32).
E restano - oltre la perdita – le sequenze lunghe dell’accettazione del dolore, dell’attesa, illuminata da una profonda fede, dalla certezza di un nuovo incontro nella dimensione dell’eternità, ove è solo pace e gioia infinita: “(…) sentiremo una forza sconosciuta/ di slancio verso il cielo./ (…)/ (…) la morte non ci farà più paura/ perché la vivremo insieme,/ non più tra le spine del cuore.” (pag. 34).
Una Presenza vicina e lontana, una Presenza-Assenza avvolge, in seguito, le immagini della sezione Vita, che della morte, in realtà, traccia il volto. Vita e morte così si intersecano, confliggono, e si chiariscono a vicenda, in un’onda di malinconico lucore che tracima – e salva dal gorgo risucchiante del nulla: “Non sappiamo quel che resterà/ quando con uno strappo lacerante,/ ma forse non doloroso,/ in un giorno qualunque,/ (…)/ in un momento imprevisto,/ ma certo non inatteso,/ sfilandosi dal viluppo del corpo,/ ognuno di noi ridisegnerà se stesso/ nell’immateriale purezza” (pag. 53).
Si sente forte il canto del Qohelet, l’oscillare dell’uomo religioso tra dubbi e bagliori di fiducia, mentre trema e si divincola nella ricerca, mai sazia, di Dio. Un canto reiterato, ostinato, commosso.
Giangoia riprende le tonalità dell’Ecclesiaste e le conferma sue, in un dettato autentico, sobrio, generoso di metafore tratte dal regno della natura e da quello dello spirito: “Soffro la nostalgia delle cose impossibili/ quando la polvere dell’assenza/ mi seppellisce l’anima” (pag. 58); “quando saranno cessati per sempre/ gli spasimi del quotidiano.” (pag. 54), “Svanirà la vanità del giorno/ e si dileguerà il rimorso della notte:/ nello sposalizio con l’eterno inseguiremo/ la conferma della vita oltre la vita.” (pag. 54).
La sezione Memorie ritorna, con maggiore serenità, al passato remoto – al padre e alla madre – alla vicenda personale di inevitabili lutti, che diviene saggia e quieta tenerezza, letta attraverso i volti impressi sulla forse sbiadita fotografia, custodita in un cassetto; diviene gentilezza d’animo, capace di provare sentimenti acri – e di godere, però, delle piccole ordinarie fortune. Almeno nei misteri del sogno si avvera, allora, la comunione spirituale tra chi è ancora in viaggio e chi ha terminato il proprio cammino sulla terra: “casualmente senza urgenza/ e senza ragioni/ possiamo incontrarci nel sogno./ Un’orfica smisurata/ distesa bianca d’asfodeli/ in un abisso di silenzio/ ci separa/ nell’immensità del rimpianto./ Ci si può ancora parlare,/ in un linguaggio tutto nostro:/ serve per resistere/ nella speranza,/ senza troppo soffrire.” (pag. 67).
Si differenziano, inoltre, rispetto ai temi fin’ora trattati, la prima e l’ultima sezione del libro, che si apre con Emigrante, e si chiude con Femminile.
Nel poemetto Emigrante Giangoia racconta la storia di Salî. Il 13 aprile del 1903 – “(…) insieme a tanti altri, di molti paesi,/ che trascinavano sfasciati bagagli di pena” (pag. 14) – Salî sbarca a New York, dal piroscafo Equità, per tuffarsi in una desolata avventura, in un mescolio di lingue, dialetti, costumi, cibi sconosciuti – ricco solo di povertà e di nostalgia nei confronti del paese natìo: “Mise un lucchetto fatto sulla misura del cuore/ ai sentimenti che ritmavano il sangue” (pag. 15).
Lo stile è graffiante e insolito, per Giangoia – scrittrice di temperata formazione classica – qui molto abile nel ricostruire, con impietoso realismo, i più cupi anfratti di New York – di Little Italy – all’inizio del Novecento; il lavoro duro dell’umile manovalanza, il clima dei bordelli, delle sale da gioco, dei dormitori: “Alla sera sembrava sempre/ d’attraversare la soglia del mondo/ per potersi addormentare.” (pag. 22).
Si avverte, nei versi di Emigrante, l’eco delle calde melodie tradizionali partenopee (Te voglio bene assaje), fuso con il ritmo sincopato del Foxtrot, con il timbro multiforme e imprevedibile del Jazz. E tuttavia la musicista – la poeta, Giangoia – è cresciuta forse nelle atmosfere di Bach, di Mozart, di Beethoven. Al ritorno in Italia – quando “Salî stupito camminava per le vie/ che non credeva più di riconoscere,/ mentre l’occhio si posava su vetrine/ piene di cose che non sapeva di aver perso.” (pag. 28) – i bizzarri, frizzanti suoni della stranita America lasciano spazio, infatti, a un leggendario adagio per pianoforte e archi, nel quale si annida remissiva la delusione: “Capì (…)/ che aveva dovuto perdersi nell’ignoto/ per potersi un giorno ritrovare,/ ma che ci sarebbe voluta tutta la vita restante/ per fare un rapporto dettagliato/ che desse senso e valore/ a quanto aveva vissuto/ nella pienezza dell’altra parte del mondo.” (pag. 29).
In Femminile Giangoia narra – con un respiro ampio, epico, magistrale – il volo nuziale dell’ape regina: “si univano in volo,/ precipitavano insieme soffiati dal vento./ Ed era tra i due una sola dolcezza,/ nell’inconsapevole ansia della morte./ Poi calarono giù pian piano,/ stretti e tremanti,/ ad ali chiuse,/ quasi due gocce di miele/ in un’unica goccia./ Quando la regina aprì gli occhi/ vide l’eletto ormai spento./ Restò sola nello spazio immenso./ Smarrita, ritrovò l’olmo, i tigli vicini,/ il roseto fiorito di bianco,/ il rosmarino acceso d’azzurro./ Per terra, tra due fili d’erba,/ giaceva qualcosa che era stato qualcuno.” (pag. 73).
Sono versi incisivi, segnati da una sensibilità attenta ai minimi dettagli del segreto fluire dell’universo, da un delicato e struggente erotismo, da un’elegante istanza femminile.
Poliedrica ma coerente, Giangoia ribadisce, infine, una lettura metafisica della restante vita: “Quando alla sera il giorno trascorso/ è poca cenere in mano,/ soffro il peso della verità./ (…)/ Verrà la notte,/ madre dei poeti,/ a prendermi nel suo grembo/ a regalarmi un suono,/ una parola felice,/ un’immagine di vita.” (pag. 62).
La notte, la madre, il grembo, il suono, la parola.
La donna, il suo complemento.
Il Dio della Bibbia: padre e madre.
Tutto converge, tutto qui trova precise, armoniche forme e cadenze, tutto s’innalza lungo e oltre quel cielo che è confine – e limite – per l’umano sentire.



*Saggio di Gandolfo Cascio su Juan Rodolfo Wilcock, Italienisches Liederbuch, 34 poesie d’amore (Rizzoli 1974, Adelphi 1993)) e Adele Desideri, Stelle a Merzò (Moretti&Vitali 2013), in rubrica I poeti: letti e riletti, in Notiziario, Scuola Dante Alighieri, Utrecht (Olanda), marzo 2015. 






*Pietruccio Montalbetti, Elia Perboni, Settanta a settemila www.castelvecchieditore.com/settanta-a-settemila, Una sfida senza limiti d'età, prefazione di Moni Ovadia, Ultra, 2014

Pietruccio Montalbetti, per anni collaboratore dell'amico Lucio Battisti, è il fondatore dei Dik Dik, interpreti di grandi successi quali Sognando la California, L'isola di Wight, Viaggio di un poeta, Il primo giorno di primavera.
Pietruccio Montalbetti (…) rivela il suo lato più intimo e sconosciuto. Da tempo, infatti, viaggia da solo, lasciandosi alle spalle gli impegni di lavoro, quelli familiari, la tecnologia e le comodità della vita quotidiana, per spingersi verso mete lontane, curioso degli angoli del mondo distanti dalla nostra civiltà, di cime che toccano il cielo. Questo è il racconto della sua scalata in solitaria sulla montagna più alta della catena delle Ande: l’Aconcagua. Ma a rendere ancora più preziosa questa narrazione così intensa c’è l’elemento anagrafico: nel 2011, quando Pietruccio intraprende il viaggio, ha 70 anni. E il numero sette è anche quello dei settemila metri dell’Aconcagua. In queste pagine si nascondono le domande che un uomo pone a se stesso sulle motivazioni più profonde della vita. Interrogativi che suonano forti nella mente quando la solitudine ti avvolge e la sfida è quella dei tuoi pensieri. Il cammino nella natura ostile e selvaggia diventa metafora del percorso della vita. Mentre racconta ciò che vede e sente – sulla pelle il vento freddo, il cuore in gola per la fatica e lo spettro della morte che segue ogni passo – Pietruccio guarda anche alla sua storia umana, alla ricerca di risposte a quell’inquietudine che spesso lo ha accompagnato. E forse una prima risposta è proprio nella grande bellezza che si mostra se la cerchi. Come una cima che si lascia accarezzare per una manciata di minuti. Dalla quarta di copertina di Elia Perboni


“non tutti gli angeli abitano in cielo; ce ne sono anche alcuni, non meno gloriosi dei primi, che vivono, chissà perché, in esilio” (Paolo Lagazzi, Light stone, Passigli 2014)


domenica 5 febbraio 2012

Fotoracconto Scuola di poesia a Genova 4 feb 2012

Foto di Carlo Accerboni della presentazione a cura di Rosa Elisa Giangoia della nuova edizione di Scuola di poesia di Massimo Sannelli (collana “Licenze” diretta da Alessandro Seri, Vydia editore)

Sala delle presentazioni della Libreria BooksIN
via David Chiossone 4 (2° piano), Genova

Introduzione di Rosa Elisa Giangoia
presentazione di Raffaele Perrotta (Docente di Metodologia e critica dello spettacolo Università di Genova)




Massimo Sannelli e Rosa Elisa Giangoia



Raffaele Perrotta









martedì 24 marzo 2015

Su La vita restante di Rosa Elisa Giangoia



De Ferrari, Genova, 2014

Recensione di Franco Casadei


Non ho mai conosciuto di persona Rosa Elisa Giangoia, ma solo attraverso due sue pubblicazioni di Fara Editore:  Appunti di poesiaSequenza di dolore. Ciò che da subito mi rimase impresso fu la profondità dei temi da lei affrontati e la chiarezza del suo scrivere, la fruibilità per ogni tipologia di lettore. Studiosa e scrittrice di cultura smisurata, ha saputo mantenere la semplicità di chi sa insegnare e ritengo che la comunità letteraria le debba essere debitrice di questo suo spendersi infaticabile e senza vanità e pretese.
La vita restante, recente silloge poetica edita da De Ferrari, conferma la personalità umana e letteraria di questa raffinata autrice. Un poemetto occupa un terzo del libro. Le restanti 30 poesie sono suddivise in sette brevi sezioni
Il poemetto, L’emigrante, descrive la storia tormentata di un giovane che espatria da Genova a New York ove giunge il 13 aprile 1903, “trascinando sfasciati bagagli di pena” in cerca di fortuna. Il primo impatto lo incoraggia nelle sue speranze giovanili. Si trovò “in un immenso ordito ancora scarso di trama / … un mondo verde d’erba sognata / … Si sentiva la vita pulsare oltre l’orizzonte”. Ma gradualmente, pur liberatosi dall’indigenza con il suo lavoro di taxista, si accorge che “la vita schiaffeggia l’anima” e che “sotto i suoi piedi/ le pietre risuonavano di solitudine” e che la cementificazione della città “uccideva a poco a poco il mare”. E così “nelle pieghe del tempo / si riaprirono le ferite della nostalgia”. E decide di tornare alla sua terra d’origine “per riannodare le memorie della vita”. “Capì che era partito solo per tornare, / che aveva dovuto perdersi nell’ignoto/ per potersi un giorno ritrovare”.
Nella sezione A Mino ritroviamo il tono elegiaco di Sequenza di dolore, libro dedicato al marito scomparso: “Per questo sei stato: / perché io ti potessi ricordare/ ora che appartieni alle profondità/ delle memorie mute”. “Ma tutto si ricomporrà / nell’armonia della perfezione”.
Bellissimi i quadri descritti nella sezione In viaggio. Ritrovo le suggestioni provate allorché ci si ritrova in Grecia “nell’abisso dell’incanto / degli ulivi di Delfi” o immersi nella pietra levigata delle Meteore. Oppure navigando sul Volga, dove “la prua/ fende la verginità dell’ignoto” e “A terra / la vita quotidiana / è scritta sul viso / a quelli che incontri” visi che portano ancora scritto decenni di terrore e di asservimento al potere della menzogna. E ancora “lo sfolgorio barocco / dell’oro dell’altare” di Santiago di Compostela.
Nella più corposa delle sezioni, Vita, scopriamo la posizione dell’autrice di fronte al dramma della vita, con una chiara opzione aperta alla speranza. E qui troviamo alcuni fra i versi più intensi del libro:
- “Vorrei sapere dirigere / la barca della mia vita/ ad infilare la cruna dell’eternità. / … costruire i gradini / della mia scala a Dio”.
- “Non sappiamo quel che resterà/ quando con uno strappo lacerante / … ognuno di noi ridisegnerà se stesso / … fino al compiersi dell’ultima attesa / nell’inghirlandarsi del pensiero /  con l’intreccio di ricercate tenerezze / … Io cercherò un orto appartato/ dove fioriscano fiori inaspettati / perché so che lì mi attendi”.
- “Occorre fidarsi, / fidarsi che la felicità esiste”.

La sezione Femminile chiude il libro con un inaspettato testo, una danza d’amore di uno sciame di fuchi attorno a L’ape regina, “chiusa nel brillio della sua giovinezza / … Dietro di lei la piccola schiera brulicò / come una manciata di grano / … s’accese la lotta. / L’ultimo giovane guerriero, / rilucente come un dio, / raggiunse la regina / tremante e l’afferrò. / Lei s’abbandonò smarrita. / … Ed era fra i due una sola dolcezza”.
La vita restante si conclude con questa straordinaria poesia che avvalora ancora di più questo viaggio dell’autrice che si affida alla speranza che la meta non sia la fine del cammino, ma l’inizio di una vita che, trasfigurata, continua. E questa festosa danza d’amore dell’ape con il suo amato – che fa di due “una sola dolcezza” – intenerisce il cuore e dà coraggio all’anima, di noi lettori e anche di noi uomini travagliati viandanti nel tormentato viaggio dell’esistenza.
Rosa Elisa Giangoia ancora una volta, senza censurare nulla della fatica del vivere, ci apre il cuore ad apprezzare la vita, anche nei suoi aspetti misteriosi e apparentemente senza senso.

mercoledì 22 giugno 2011

Su Appunti di poesia di Rosa Elisa Giangioa

Fara Editore, Rimini, 2011

recensione di Davide Puccini, di prossima pubblicazione su «Capoverso»


In un grazioso libretto di piccolo formato (24° o giù di lì) stampato alla perfezione, che è un piacere prendere in mano e sfogliare, Rosa Elisa Giangoia riunisce 33 appunti sulla poesia, e il solido numero dantesco non sarà casuale, quasi a smentire implicitamente il carattere rapsodico di queste brevi annotazioni, lontanissime per tono e misura dal trattato di estetica, eppure a modo loro rigorosamente coerenti e in un certo senso esaurienti. Infatti tutti gli aspetti della poesia vengono affrontati con cognizione di causa, dall'interno, alla luce di una lunga esperienza di lettore e di autore (la Giangoia ha pubblicato, tra l'altro, varie raccolte di versi), ma in un registro di amabile conversazione, non con la freddezza di teorie astratte. Così la poesia ci viene presentata come lavoro infaticabile sulla lingua ("i poeti migliori la loro lingua se la sono inventata"), si parla del suo perenne rapporto con la tradizione sul quale si innesta però la sua novità, della difficoltà di lettura di certi testi autoreferenziali e quindi incomprensibili, della sua bellezza che non esclude affatto la sfera etica e diventa anche bontà; e poi leggiamo di poesia e verità, di poesia ed eternità ("I poeti vivono per sempre nei loro versi", vincendo "la lotta contro il tempo"), di poesia e vita, morte compresa ("I poeti ci aiutano ad amare e ad accettare la vita, anche negli aspetti negativi, fino all'ultimo: il suo dissolversi nella morte"), di poesia tra passato e futuro ("La sua validità si misura nella sua durata, infatti a creare i classici è il riuso intellettuale, cioè la rilettura"), di poesia e religione, di metrica e rima (indispensabili o da rifiutare come un relitto del passato?), di poesia come impegno oneroso e operoso soprattutto per chi la scrive. La Giangoia espone sempre le diverse ragioni con molta equanimità, soppesando punti di vista alternativi, ma naturalmente non è neutrale e si capisce da che parte sta. Per esempio quando vengono tracciate le due possibili strade della poesia, "creare con le parole fantasmagorie caleidoscopiche fortemente connotate, che, sfruttando al massimo le possibilità e le potenzialità delle figure di parole (in particolare l'associazione analogica), facciano passare quasi per empatia sensazioni ed emozioni dall'autore al lettore", oppure "saper dare novità alle parole e alle immagini, pur rimanendo all'interno di un tessuto espressivo che si articola nelle maglie della logica", è evidente a quale vadano le sue preferenze prima ancora della conclusione: "Questa seconda strada oggi può voler dire recuperare il meglio della linea poetica che dalle origini greche della nostra tradizione culturale si è affacciata sugli inizi del Novecento per rinnovarla alla luce della sensibilità e delle esperienze contemporanee". Talvolta, anche senza privilegiare a priori nessuna scelta, propone un cammino che lei stessa ha percorso: "Può essere interessante indagare attraverso quali forme espressive si può attualmente recuperare e riproporre una poesia religiosamente positiva, che faccia della certezza della fede il suo retroterra e il suo bagaglio ispiratore. Una poesia che trovi forme adatte alla sensibilità espressiva, esistenziale e psicologica di oggi per esprimere certezze antiche, quelle che derivano dall'accettazione della rivelazione cristiana consegnata agli altri pur attraverso il filtro delle personali difficoltà e inquietudini". E ci piace inifine ricordare come la Giangoia, sebbene non neghi affatto la possibilità di battere altre vie, spezzi una lancia a favore di una poesia che abbia pienezza di significato: "Il riprendere in considerazione le potenzialità comunicative del testo poetico mi sembra una questione non trascurabile al fine di ritrovare un corretto rapporto tra produttori di testi poetici e area dei lettori, con conseguente riequilibrio anche del mercato". Alla plaquette si addice una lettura a più riprese, centellinando le pagine come un buon vino invecchiato. Chiudono il volumetto un'ampia Bibliografia e una Sitografia, cioè un utile elenco dei siti che trattano in rete di poesia.

giovedì 2 ottobre 2014

Su Margaritae Animae Ascensio di Rosa Elisa Giangoia

(L'ascensione dell'anima di Magherita)

Edizioni Nemapress 2014

nota di lettura di AR


 
Ho trovato commovente, arguto e suggestivo il testo teatrale di Rosa Elisa Giangoia dedicato a Margherita di Brabante, moglie dell'imperatore Enrico VIII in cui tante speranze aveva (inutilmente) posto il Fiorentino esiliato. Margherita accompagnò il marito nella sua infausta campagna d'Italia e morì di peste a Genova nella notte tra il 13 e il 14 dicembre 1311, pianta da tutta la città per la sua attenzione ai poveri e per aver ottenuto la grazia in favore di alcuni condannati a morte. 
L'anno successivo il grande Giovanni Pisano realizza un gruppo marmoreo di notevole bellezza, purtroppo parzialmente distrutto durante la rivoluzione napoleonica. Ne restano fortunamente frammenti significativi: Margherita viene “sollevata per le braccia da due angeli-diaconi, che l'aiutano nella sua ascensione in Paradiso, il giorno del risveglio dei morti alla fine dei tempi” (Introduzione, p. 13).
L'azione drammatica si svolge nella chiesa genovese di San Francesco in Castelletto davanti alla tomba. I personaggi sono un gruppo di fedeli, Margherita, i due angeli, Tebaldo Brusati (ucciso dai Guelfi bresciani), le virtù cardinali (Fortezza, Giustizia, Prudenza e Temperenza), un diavoletto. 
Una luce intensa interrompe i ricordi di fedeli: giungono i due angeli ai lati della tomba e le virtù ai quattro angoli, queste ultime a un certo punto recitano in coro: «… la vita non è / come se non fosse mai stata, / sròtola, Margherita, i tuoi giorni / perché noi possiamo in te compiacerci. / Non per tuo vanto, scrolla la cenere delle memoria, / ma per la nostra gloria nella storia degli uomini» (p. 20).
E poco più avanti i due angeli affermano: «… solo il tempo ricordato diventa eternità…» (p. 21). Fra le parole di Margherita citiamo le seguenti: «E al mattino con mano ansiosa / allontanavo dagli occhi i sogni della notte, / mentre il vento si portava via i miei segreti / ed io regalavo i miei desideri al nuovo giorno» (p. 23); «Non mi pesavano le veglie, / anzi mi confortavano il cuore. / Ma per me vera rivelazione fu vedere / l'Evangelario che il monaco Liuthar / aveva realizzato per Ottone III / (…) / Lo sfogliai, osservai le miniature, lessi i testi / e capii… capii che il Vangelo doveva essere / la guida per l'imperatore, ma anche per me, / per saper stare al suo fianco / e aiutarlo ad individuare / la traccia di Dio nella storia» (p. 30); «Ero come in sogno, ben sapendo / che mai avrei potuto raggiungere quelle lontane cime misteriose / dove il silenzio lottava con il vento» (p. 35). 
Come emerge da questi brevi passaggi, Giangoia conosce a fondo la temperie storico–culturale del periodo in cui è vissuta l'Imperatrice, e la sa trasmettere a noi con leggerezza ammaliante, attirandoci in una atmosfera medioevale fatta di certezze, di ruoli e funzioni che non dovevano tanto ricercare il consenso (come nella fluida società globalizzata di questo inizio millennio), quanto rendere conto a Dio. 
Lasciando ai lettori il piacere di immergersi in questo racconto scenico, ci piace riportarne la vibrante chiusa apocalittica (recitata dal Secondo angelo): «Ad ogni verità sarà tolto il sigillo / e sarai per sempre segnata dal cielo. / Avrai la certezza della luce / che apre l'universo» (p. 61).