Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query recensione di flavio 2025. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query recensione di flavio 2025. Ordina per data Mostra tutti i post

sabato 30 agosto 2025

“è il Fentanyl che ti dice di urlare”




recensione di Flavio Vacchetta, Carabba 2025



Nell’era della grande libertà, della realtà liquida, dell’intelligenza artificiale, della caduta dei canoni classici, già smantellati da tempo benchè semprevivi, i versi dell’amico poeta Nicola Duberti si pongono al centro di un turbinoso evento creativo che evidenzia la malattia della madre.
Poeta in cui arde l’amore per la vita, la parola rimbalza, tesse, crea e compone un testo ammirevole, fervente di passione benché, apparentemente spiazzante per chi legge che, proprio come il sarto con ago e filo, penetra nella stoffa in un gioco di ordito di trama come al sottoscritto questi versi hanno penetrato la carne per il dolore a cui il poeta è sottoposto nella cura alla madre “mater dolorosa” gravemente ammalata.
Una sfida interessante, come di consueto ci sa avvolgere Nicola, dovuta ad una sperimentazione linguistica a tutto campo.
Autore di versi in un piemontese tutto suo arricchito di una parlata locale, il kyè della Valle Corsaglia di occitana memoria, fa parte del suo linguaggio forbito ad apprezzato.
Nel seguire la trama, ripeto spiazzante ma piacevole, come nell’interpretazione di un sogno, alcune chiavi di lettura da cui traspaiono, in modo vorticoso, il pensiero, le predilizioni, la sfera emotiva come la poesia di p. 27:

gridi “aiuto” per strada
la domenica mattina
ma non troppo convinta

è il Fentanyl che ti dice di urlare
è lui il tuo padrone il tuo signore
il tuo monoteismo

tu il muezzin
che invita alla preghiera dal minareto del corpo.



Nell’introduzione Duberti riporta:

queste poesie nascono tutte da un’esperienza unica 
l’assistenza a mia madre immobilizzata da 15 anni, 
è ormai completamente dipendente da Fentanyl 
senza di Lui non potrebbe vivere 
senza il Fentanyl non farebbe che urlare

invece grazie alla sua presenza
al suo tocco di cerotto sulla pelle nuda
alla sua carezza sottocutanea
mia madre ogni tanto sorride

a tratti come un’onda ricorda
si fa portare fuori casa in sedia a rotelle
guarda le gazze, i corvi, i gabbiani e le montagne lontane
per questo il Fentanyl - e Lui soltanto

ha diritto all'iniziale maiuscola
.


Una scrittura, quella di Duberti, che stimola il lettore a leggere e rileggere versi che tra giochi

verbali e provocazioni linguistiche, sfuggono come pesci in acqua.
È l’eterna ricerca della verità, ambigua e misteriosa, che si cela nell'enigma della poesia.
Una “mater dolorosa” che il poeta segue in un calvario, un piccolo vangelo, una via crucis, come chiarissimi esempi di scrittura plurima e innovatrice.
Il libro è arricchito da una introduzione di Giovanni Tesio il quale afferma: “poesia dell'accudimento, della cura… di una ritualità tutta corporale, di una vera e propria
liturgia che mette in gioco un rapporto così primario e così radicato qual è quello tra madre e figlio e un coprotagonista - il Fentanyl appunto -”

A p. 65 si legge:

conclusa
la rassegna stampa radio
dove nessuno
parla mai
di te
apparecchio una mensa di spugne e di pezze
su una tovaglia di traverse ospedaliere
per consumare il rito di lavarti

concluso
il rito
dispongo sui fili stendibiancheria
le spugne la tovaglia le pezze
gocce di acqua di amuchina di sangue
un aspersorio di dedizione filiale
per benedire il rito di cambiarti
il Fentanyl 50.


Sull’onda emozionale che si espande, il Poeta inanella dolci immagini e, con raffinata delicatezza, continua l’attraversamento del proprio io ed il suo investimento, affidandolo ad un onnivoro dettato poetico, dove convivono sentimenti di forte vitalità:

Depongo mia mamma, il suo corpo, sul letto
ortopedico
come un’ostia sulla lingua di un fedele
come la borsa dell’acqua calda
sorretta da un cuscino che confina
con la linea frastagliata dei suoi piedi
una costa di dolore geologico
una scogliera da cui mi tuffo
senza avere imparato i rudimenti del nuoto
(pagina 42).

Voglio terminare ringraziando il mio amico poeta che mi rivolge sul libro medesimo una dedica che voglio proporre al lettore:

Crava 12.08.25


A Flavio,
che sa cosa vuol dire…

Nicola


domenica 23 novembre 2025

Un travaso di voci, una trasfusione fra le età

Silvia Rosa, L’ombra dell’infanzia, peQuod 2025

recensione di Flavio Vacchetta


Questo libro di Silvia Rosa, in un certo senso monotematico, è denso di vibratili immagini, irto di accese metafore, saturo di contrasti, forse a secondare l’urgenza espressiva, che colma e deborda la misura dei versi. E la prima grande collisione è quella tra le epoche della vita, perché le poesie non sono semplicemente memoriali, ma c’è un costante dialogo tra la condizione presente e quella passata, in cui le dimensioni sono reciprocamente pervasive. A volte ci sembra di essere solo osservatori di un passato lontano, di un mondo infantile e adolescenziale che contempliamo con malinconia, con affetto, con rimpianto, con vergogna e senso di colpa; per quanto l’infanzia ci formi, oggi siamo altre persone, diverse e intere così ma, a volte, il passato ci inghiotte e ci fa regredire. Così qui si percepiscono due voci, non pienamente concordi, un po’ dissociate, diverse nel tono, nell’immaginazione, nella percezione e nella consapevolezza del mondo. L’una è quella infantile, l’altra è quella adulta, e non c’è un rapporto unidirezionale; è come un travaso, o una trasfusione, di cuori comunicanti.

I traumi dell’infanzia non si cancellano ma si sopportano, non si curano ma si possono esprimere.

L’espressione è un passo importante, che prelude alla ricerca di una comunanza o solidarietà, sebbene piuttosto esclusiva ("Madri matrigne", "adulti", "dio", "aiutanti magici", "altri bambini", "maestra": nessuno sapeva, nessuno era presente, nessuno capiva). È il "decalogo di sopravvivenza per bambine sotto scacco", ed è il "noi" rivolto alle "sorelle" di sventura, segnate da una sorta di "lettera scarlatta". La sentenza appare chiara, e fuor di metafora:
 

Ma non si può

spiegare, sorelle mie, non possono comprenderci,

e per questo non sanno quel che dicono.

E per questa via si può almeno deporre "il vessillo delle vittime".

La stolidità sembra peraltro un tratto tipico di coloro dai quali pure si spera un aiuto, un conforto, come il prete a cui la bambina chiedeva, invano, una benedizione per Maria, la tartarughina defunta. L’asino Balthazar, nel capolavoro di Robert Bresson, almeno la ottiene, sebbene sia il preludio a una struggente parabola cristologica accompagnata dalla sconfinata malinconia dell’Andantino della Sonata D959 di Schubert. Così Maria finisce in un tombino, nella speranza di un suo ritorno al mare: e in questo ci si vede la pietà, spontanea, di un bambino (che peraltro sa anche essere spietato). Anche l’insistenza con cui la bambina estorce un giuramento di non dimenticarsi di lei a un bambino conosciuto per caso in montagna (e mi sovviene di nuovo il giuramento d’amore di Marie e Jacques all’inizio di Au hasard Balthazar), è un’ennesima richiesta di aiuto, sotto forma di fuga nell’immaginazione di salvezze in futuri alternativi. La realtà è invece amareggiata dallo stillicidio di azioni e parole, di opere e omissioni, con cui gli adulti, con troppa leggerezza e ottusa inconsapevolezza, calpestano i sentimenti della bambina, sia pure nei loro ragionevoli conati di "addomesticazione".


"Ma tu le guardi le nuvole? Non vedi come

cambiano i contorni?" E giù a indovinare

le loro mille forme. Ma io sapevo che quel fare

innocuo era un mimare acerbo il gioco della

morte.


Può darsi che, nella sua acerbità, questo sentimento alberghi in tutta l’infanzia, o forse è una sorta di onere spettante solo a qualcuno, non saprei.

Infine da queste poesie esce un quadro di sostanziale sfiducia nei confronti dell’umanità.

Ognuno può trarne la lezione che vuole, e per me è l’incomprensione che regna sovrana nei confronti dei drammi, o non drammi, dell’infanzia: guardi una tua foto di bambino, e non ricordi, non riconosci. Come speri che possa farlo qualcun altro?

mercoledì 23 luglio 2025

«… un Dio che… ma lasciamo al lettore la conclusione.»

Alessandro Canzian, In absentia 
interlinea 2025

recensione di Flavio Vacchetta


La raccolta In absentia di Alessandro Canzian è suddivisa in tre sezioni, che stilisticamente e per contenuti appaiono contigue. Il primo elemento formale che si coglie è la brevitas: tutte le poesie vanno dai tre ai cinque versi, tranne due che arrivano a sei, mentre la misura, pur non essendo da versicolo, quasi mai raggiunge le canoniche undici sillabe.
La prima sezione, “Minimalia”, è introdotta da un’immagine di guerra, tema ricorrente, e di vecchiezza, che pure viene sostituita nel prosieguo da quella della gioventù. Non si tratta tanto di un’opposizione, perché sia l’anziano, sia la bambina o ragazzina, sembrano avvitarsi in un’unica spirale, legati dal senso di una comune precarietà.
La chiusa di alcuni testi, ad es. i primi due, analogica, sintetica, oggettiva e nominale, fa pensare all’haiku - “Una voce al balcone”, “In casa / un tappeto persiano”. Si tratta più che altro di una suggestione. D’altronde, come si sa, la poesia evoca corrispondenze, provando a riprodurre il funzionamento nascosto della nostra mente, e il poeta non è il retore. Si potrebbe allora parlare, per questi componimenti, di una poetica del frammento, senza peraltro riferirsi strettamente alla definizione storica o storicizzata.
Non si tratta del tacere l’occasione-spinta (Montale), non di ermetismo; è solo immagine ed emozione che s’accampa senza spiegazioni o imposizioni, senza filtri; o così dovrebbe e potrebbe essere, ma in mezzo (tra le due età estreme) finisce per affermarsi sempre il giudizio, la storia:

Lungo la strada il miraggio
d’un capannone non basta
a sorvolare la storia.
Eppure siamo stati felici
come una propaganda.


E così l’immagine è solo un “miraggio”, il mondo ideale devia verso una felicità, anzi il ricordo di una felicità, da “propaganda”, insomma il rischio che la spontaneità, l’autenticità, la libertà poetica – e della vita che attraverso la poesia viene rappresentata – siano solo miraggi è sempre presente, e c’è la storia da sorvolare, la storia che induce al precipizio con la sua attrazione gravitazionale.
La ragazzina della prima sezione è un po’ un emblema di chi prova a innalzarsi e a volare:

La ragazzina s’alza e se ne va
come nulla sia avvenuto.
L’estate dei rospi e dei cani.
La storia accade
ma non se ne ha memoria.


Una poesia puramente oggettiva, proiettata verso l’esterno piuttosto che verso l’interno - come appunto vorrebbe essere l'haiku - pare difficile se non impossibile. La pura immagine è inevitabilmente offuscata e complicata dal giudizio e dalla moralità.
Così, se pure “il mondo passa e non la tocca”, la ragazzina è “un rischio per la pietra / comandata dal Signore / o da altro ufficio”, ovvero è scandalo, e “risolverà tutti i problemi / bevendo ammoniaca”.

La seconda sezione, “Sul fondo”, propone con più imminenza una poesia “di guerra”, anzi “di assedio”. Rimane la cifra stilistica dell’analogia, dell’accostamento con parche spiegazioni, del frammento, che però compone alle fine un quadro. La prima poesia dice "solo" questo: “È cominciata con un gesto, / un silenzio. / Le braccia piegate dietro”.
Pur senza troppo esplicitare, le poesie successive definiscono poco per volta il detto quadro: si parla di corpi violati; di violenze e combattimenti, odierni e passati; di morte e devastazione; di un minuscolo bestiario bellico che integra quello che occhieggia nel resto del corpus…

La terza sezione, “In absentia”, è, come a suggello, un’interrogazione (poco) metafisica sulle ragioni del male, che sorvola i giorni della Creazione di un dio umbratile e lontano, che si tramuta ben presto in un roditore:

Anche Dio creò il mondo
in sette giorni
prediligendo la notte.
Anche Dio
è scuro come un topo.


Questo topo che dissemina tracce in casa, presenza che esiste o meglio coesiste furtiva e silenziosa con gli abitanti, è una bella metafora di una presenza-assenza-dubbio. Mi sovviene per es. della chiusa dell’indimenticabile racconto Mani di Landolfi, di quel “leggero rotolio di tuono”, oppure della “ciupinara”, la talpa di una bellissima poesia in dialetto veneto di Fernando Bandini.
E poi di nuovo ricompare l’effigie d’una ragazza che “sorride ignara”, ma infine l‘ultimo testo rovina ancora su “corpi di mosca caduti” (un po’ sulla linea degli “ossi di seppia” o “dei gusci di cicala”), di “un nido di topo già morto” e di un Dio che… ma lasciamo al lettore la conclusione.

lunedì 20 luglio 2026

Una poesia corporale che deraglia verso l’infinito

Daìta Martinez, sant’anna
ilglomerulodisale 2025

recensione di Flavio Vacchetta



La poesia di  si anima di “gesti bianchi“, srotolandosi in versi fluidi di inarcature, che tavolta mi richiamano una certa cadenza bertolucciana (specialmente se letti dall'autore – anni e anni fa andava in onda, forse la domenica mattina, La camera da letto; un giornale commentò il dato auditel di zero) in lessico tutto sommato eletto, a un grado di filtrazione non esasperato ma ancora sul versante pertrarchesco; un'impalcatura sonora densa, che musicalmente definirei, melodicamente e armonicamente, piuttosto ricca di cromatismi; si ritrovano iterazioni quasi ipnotiche, litaniche, di una poesia che è evocazione e auscultazione:

e ancora trema al tempo il tempo
ogni vuoto dopo il vuoto che rimane
piccolo scarto di cuore ha il fiore nella pioggia 
Vi sono fatti minimi, piccoli sconvolgimenti, stillicidi, grani di rosario …

Su sant’Anna e soprattutto su quale sia la sua relazione con la poesia, pare evidenziarsi una certa adesione a, e radicamento in, un preciso contesto; una religiosità terrestre, un’emersione insistente di piccoli dettagli concreti, sia pure in una fine decantazione di metafore; direi un qualche sentore di santità, di gigli, di incenso, di cera e altre essenze; il tutto, poi, trasognato, traslucente (“il tempo fugge che t'assonna“ - Dante):

il giglio ancora assonna l'origine nell'ora;
adesso che il mercato assonna il ronzio
delle stelle una lacrima resta d'inverno
sul corpo dimenticato di palermo dirsi
notte ha nome sottratto alla nascita del
tempo tutto il volto è silenzio e tremare …

Insomma è una poesia dove traspare la carnalità, la materialità; una poesia che manifesta ansia di elevazione ma che non può, forse non vuole distaccarsi completamente dal corpo. 

D’altronde veniamo da una cultura religiosa che, pur nell’aspirazione alla trascendenza, ha sempre praticato il culto del corpo, delle reliquie, come pure dell’autoflagellazione, dell’ascesi attuata attraverso la mortificazione carnale (O segnor per cortesia manname la malsania) in una sorta di delirante compiacimento autopunitivo.

Sul contesto che dicevamo essere fondamentale, palermitano e storico, noi abbiamo solo un’immaginazione alquanto limitata e turistica, di catacombali corpi imbalsamati con procedimenti miracolosi, oppure di chiese convertite in moschee convertite in chiese, con conseguente sparizione e riapparizione di immagini sacre.

Dunque la religiosità sta nella storia, nello sguardo, e la poesia assume magari sì, talvolta, la forma o gli attributi di una preghiera, ma laica.

Se posso aggiungere una nota extratestuale, riflettevo anche sulla calligrafia di alcune brevi righe in calce alla mia copia del libro, scrittura che mi ha incuriosito per la linearità essenziale ma animata dai netti prolungamenti orizzontali, verticali e diagonali di alcune lettere, come la “t“ nitida come una croce, ma anche affilata come uno stiletto. Ho provato a intravedervi convergenze con la scrittura poetica, e le ho immaginate in una ricerca di essenzialità, di geometrie, di equilibri, che però deborda in segmenti che deragliano verso l’infinito o verso il cuore.

sabato 26 luglio 2025

Recensione di Flavio Vacchetta a "I naufraganti" (Industria&Letteraratura) di Luca Ariano e Carmine De Falco

 


È rara una silloge poetica a quattro mani. Tale è quella di Luca Ariano e Carmine De Falco: I naufraganti, edita da Industria & Letteratura nel 2025. Forse perché il poeta deve affermare solipsisticamente la propria originalità, l'unicità della propria esperienza e della propria voce, quasi come se le nostre parole non fossero già inevitabilmente altre. Le parole sono come gli asciugamani dei molti coscritti, in camerata, o, per essere meno prosaici dell'esempio di Gadda, parole, immagini, mondi, non nascono dal nulla, ma sembra quasi di rinunciare a un qualche vanto o merito trascurando questa ovvietà. Eppure il risultato poetico può essere potenziato dalla collaborazione, e il valore della poesia è quello che conta, non l'affermazione dell'individualità. Quante opere del passato sono rimaste anonime, anche perché originariamente collettive, come le grandi cattedrali medievali. Anche nei brani per pianoforte a quattro mani tendenzialmente il solista deve scomparire. Anche lo scrivente ha partecipato a opere artistico-letterarie collettive, ma in un prodotto, diciamo, di coppia, c'è qualcosa di meno e al contempo qualcosa di più che in altre opere collettive, proprio perché tertium non datur. Inoltre, distinguere qui le voci dei due autori non è semplice per il lettore comune, né viene esplicitata la distinzione dei ruoli. In qualche modo, già questa è una dichiarazione di intenti.  Forse l'individualismo è un'altra malattia dei nostri tempi.

 

Con la prima poesia si impone il contrasto fra la storia personale, privata, e il mondo nuovo, che irrompe con l'impersonalità dell'algoritmo, delle voci registrate, quelle con cui spesso dobbiamo confliggere quando tentiamo di accedere a un servizio, o quando viceversa ignoti cercano di propinarcene uno telefonicamente.

A tal proposito, da poco mi è giunta notizia della nuova frontiera della cibernetica: il doppiaggio automatico di serie su internet (“telefilm” avrei detto una volta) nella sua versione più evoluta, tramite intelligenza artificiale, che promette novelli Cigoli e Amendola.  Così, parlando di voci, a qualcuno sarà capitato di trovare una qualche incongruità nella voce di un poeta che legge le proprie poesie; o avrà forse rilevato che l'autore non fosse il miglior lettore della propria opera. E così, tanti divi del cinema estero (americano in special modo) sono per noi indissolubilmente legati alla loro voce italiana, e, sentiti in originale, la loro interpretazione non ci fa lo stesso effetto, ci sembrano anonimi. D'altronde si diceva che la fama di Rodolfo Valentino risultasse offuscata dall'avvento del sonoro perché la sua voce non era all'altezza del suo aspetto. (per qualche curioso, ho scoperto da poco l'esistenza di un rullo Edison con la voce di Ciaikovski). Altre volte ci siamo trovati a immaginare l'aspetto fisico – per così dire – di una voce solo sentita. E ciò valga come ulteriore indizio che tra autore/i e opera non vi sia un legame univoco, come non vi è tra voce e corpo.

 

Tornando alla nostra Opera, ho pensato che avrebbe giovato una separazione più netta tra i vari componimenti, ma anche questa è probabilmente una scelta poetico/editoriale. Ad ogni modo, la prima poesia inizia “C'è sempre una prima volta”, e introduce, dicevo, la memoria personale: momenti e luoghi passati, le “morte stagioni”, il fantasma di una 'lei'; nella seconda, che inizia “E' l'ultima volta”, si affastellano i 'fenomeni' della contemporaneità, a cominciare dagli eventi bellici, in rotta, o in interscambio, con i ricordi. Si tratta di guerre del presente, del vicino e del lontano passato, a tutte le latitudini. L'espediente retorico utilizzato è appunto l'enumerazione,  che sollecita il senso di un'ulteriore invasione subita dal singolo, ovvero quella delle notizie e delle immagini, e al contempo esplicita (implicitamente) l'impossibilità di convertirle in una sintassi, in un discorso.

 

Altre forme, geografiche, della lontananza, per esempio nelle Ande, sugli altipiani persino pittoreschi della Bolivia, inducono a chiedersi: dove si è spostato il lontano? Quali sono le nuove frontiere? Il multiculturalismo, la pervietà del limen, l'inclusività progressista e via dicendo, appaiono tanto lontani da quel motto lapidario: “Sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade”, con “la gente nova e i subiti guadagni” rovina di una comunità, e sarebbero poi i villani del contado fuori Firenze, mica gli extracomunitari. A parte che l'autore dei versi citati sapeva essere molto aperto in tema di influenze culturali, in realtà nulla è cambiato, l'uomo ha sbirciato in tanta parte del mondo, ha compiuto il “folle volo”, per usare un'altra metafora dantesca, ma è ancora quello “della pietra e della fionda”: “non ci siamo poi mossi di tanto / dalla rivoluzione industriale … la cultura / non serve che a renderci lieve il dolore / L'ultima neve, qui sulle Alpi e non c'era / nessuno a guardarla cadere”. In altri termini, in un mondo globalizzato siamo forse ancora più isolati.

 

D'altronde il titolo della raccolta è esemplare: da quelle celebri ungarettiane 'Allegrie di naufragi' tutto sommato personali, pur nel cuore della grande guerra, ad altri naufragi meno metaforici e più storici, in un'ottica in qualche modo militante, nel senso che “l'indifferenza è il peso morto della storia”, come il Gramsci qui in esergo. Vi è, dicevamo, un contrasto tra l'io e la storia, che assume forma poetica come nel soprassalto che coglie chi ha imparato a non confondere il suono dei vicini che battono il tappeto con quello sordo, ovattato, ingannevole delle bombe che cadono il lontananza; ma vi è anche un cozzare tra aulico (nello spirito più che nella forma) e prosaico, con una netta prevalenza di quest'ultimo, a livello linguistico, nel costante irrompere del lessico della contemporaneità, e anche a livello tematico, con talune rade reminiscenza nobili sottotraccia, come nello 'switch' tra Paolo e Francesca e Olindo e Rosa.

 

Se la violenza ha un che di pittoresco

cattura lo sguardo e lo arresta,

resteremo qui ad ammirare le gesta

d’un pasciuto godimento estetico

prima di altri armageddon che solo

frammenti destrutturati

ci rendono digesti nel macabro

deserto dell’immagine

che basta a se stessa.

 

E' chiaro che Ariano / De Falco scelgono di competere con le stesse armi dell'invadente e chiassosa contemporaneità mediatica, dell'ingombrante e pervasivo nemico che però sa condurci subdolamente a braccetto verso la rovina. Il diavolo, probabilmente. Anche se poi, all'improvviso, sparuta compare una rima, che certo può avere molti intenti, ma che vogliamo vedere come un piccolo puntello a sostegno della poesia.

“Odore di diossina... d'asfalto e polveri sottili”, questo ci resta di un “odore di temporale”, così come “vittime teenager sugli scogli... si mischiano ai naufragi”. Emerge nel lettore, forse più ancora che negli autori, un senso di oppressione, confusione, angoscia, come per le notizie allarmistiche dei media che sono, anche queste, bombardamenti, sia pur metaforici.

Ricorrono pure i nomi di mesi e stagioni, a scandire il rapporto con il tempo e con la memoria, tema quanto mai complesso: “ritrovi tuo padre / in quella foto Anni Ottanta ..., da salvare / nei traslochi rimarranno / ritagli in carpette: / non lo rivedrai nel digitale”, perché, qualora mai qualcuno lo credesse, su internet non si trova tutto, perciò l'autentico spirito archeologico e antropologico è quanto mai importante, anche nei confronti delle culture e dei “popoli scomparsi”. E in questo groviglio di frammenti, di immagini, di schegge dal lontano e dal passato, sorge inevitabile la domanda: “Ma davvero siete gli ultimi / ad aver visto quelle stagioni?” Questo ce lo chiediamo un po' tutti, a un certo punto  (“où sont les neiges d'antan?”), ma così viene proprio il sospetto d'esser vecchi. E' una consapevolezza che si estende a questa nostra civiltà, che promana dal nostro, come si dice, background, ma non estendiamola a tutte le civiltà, al mondo intero, se pure la scienza stimi che oltre il 99,9% delle specie apparse sulla Terra si sia estinta. E' la normalità. E se la nostra civiltà è veramente moribonda, forse lo è proprio nel suo rapporto malato con la morte, ora sovraesposta ora rimossa, e con il sapere, ove si sconta il peccato di superbia, cioè la pretesa di cibarsi all'albero della conoscenza, anche qui tra scientismo e nuovo oscurantismo.

 

Nella versione da Ana Seferovic ritorna la flagranza della contemporaneità, della guerra, e in aggiunta la condizione femminile, più il “dente nero”, una specie di antiperturbante, l'oggetto, l'aggancio al concreto, e non, per esempio, il dente di cera di Landolfi, che invece trasportava nella dimensione dell'incubo, come anche i denti della Berenice di Poe. E però il presente si interseca con altre schegge storiche, la storia come l'oggi, con nomi, reminiscenze, fantasmi, di Barbarossa, o di Tito Tazio, e chi era costui? Ricordo un frammento di Ennio, poeta latino arcaico, che riguarda proprio la vicenda qui evocata: “O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti”.

 

Il Sonetto contagiato, con la sua stessa forma un po' sghemba, proclama: “E' quando ci scordiamo della storia / che siamo condannati ad ogni aggravio”. S'intende di tutta la storia, quella forse “di civiltà contadine solo sfiorate”, il “mondo dei vinti” se vogliamo: ormai “non sarà tua nonna a scongelare una gallina / per il brodo”, altra immagine icastica. Questo contagio mi ricorda, per il sorriso un po' acre e sardonico, Botulinus di Zeichen. Sonetto seguito fra l'altro, quasi a disseminazione, da filastrocca, ove si ritrovano amplificati procedimenti e meccanismi di accumulazione e allitterazione.

 

Gli ultimi componimenti inclinano ancora tra guerre del presente e giovinezza anni '80, con “acqua e menta”, “partite a briscola” del nonno, “calcio balilla”, “primi amori”, ma si insinua un sentore di sconfitta, quantomeno di assenza di risposte:  “Rimarrà il mistero di quella parola”; “Forse più facile dimenticare / da dove venisti”; tanto che, proprio alla fine, a sollievo di quel coacervo che, direi riassuntivamente, viene definito “assedio”, compare persino la parola 'grazia', “che non giungerà”, certo, ma mi è sembrata significativa.

 

Flavio Vacchetta

mercoledì 14 ottobre 2026

Ribaltare la visione del mondo

Enrico Marià, Nuziale, La nave di Teseo 2025

recensione di Flavio Vacchetta



IL brogliaccio della poesia di Enrico Marià è la vita ex professo sillabata dall’alfa a omega, 
un vocalizzo dove tutto è possibile e la con-versione dei suoni si prospetta in immagini goliardiche, ribelli pennellate di tragikos accolto come una delle tante dimensioni dell’uomo senza che questo vi indugi lacrimando il proprio stato.
Detto questo nel contempo mi viene in mente la corresponsione, perdonatemi se sbaglio, tra Cardarelli e Marià e trova qui la sua ragione la corporeità la fisicità la dimensione umana ci viene restituita costantemente rivisitata nella poesia di Enrico, vale a dire quella dell’assoluto eterno trovando in essi sorgente pura di ispirazione.
Attenzione a non concepire il verso dell’autore come intonazione folcloristica qualunque sia il personaggio delle sue liriche.
Siamo lontano dagli omaggi, da composizioni mirate e ossequiose, piuttosto a ribaltare la visione del mondo dentro il mondo passando per il trascendente alla cui ombra il poeta chiede riparo e frescura.
Poesie molto brevi in cui si riconosce la chiara intenzione di non fermare il flusso di quel momento particolare.

Liberami dalla supplica
fino al lampo che affoga
disciplina del poco
i tizzoni del costato…
pagina 17

perché è da lì che mi manchi
papà dal frastuono della carne
corallo a scalciare le rondini dell’amore…
pagina 98

In questo vaso contenitore vastissimo e multiforme è rintracciabile ipotesi di un rilancio sui generis dell’identità del poeta dispensatore di verità di abbandoni visionari e coaguli di memorie profumi suoni sensazioni.

Al minorile scalciando
gli scarabei del mare
pregavamo gli orfani
che a bava dei coralli
evaporata verità
il reclutamento
lo sperma delle onde…
pagina 77

Perché non le valgo
le cose belle, sono ore
al pensiero da quale finestra
si sia tirato giù Giovanni
se proprio quella
del nostro cenare
per l’ultima volta
a pesce e patate…
pagina 64

Charles Bukowski dichiarava che per lui scrivere è tirare fuori la morte dal taschino scagliarla contro il muro e riprenderla al volo.
Enrico Marià è il vero poeta del lungo e breve tratto nel quale echeggiano le parole di Henry David Thoreau:

Molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi attorno.
osate cambiare cercando nuove strade.


Flavio vacchetta vachis

sabato 31 maggio 2025

Una luce che attraversa il corpo

ERIKA SIGNORATO, LA MEMORIA DEL SALE, PUNTOACAPO 2025

recensione di Flavio Vacchetta



“Mai cambiare passo quando il cammino è propizio”, con questo principio di verità e di saggezza Ivan Fedeli nella prefazione al libro di Erika, ci offre l’esatta dimensione dello spirito dell’autrice, musicista, la quale attraverso la poesia s’interroga sui grandi misteri della vita propria illuminata ed illuminante.

Forse per ognuno di noi c’è una stella che al momento opportuno rende partecipe la nostra esistenza e ci fa capire quanto grande è il pensiero umano alla ricerca costante di un significativo equilibrio dove la fragilità del vivere trova la propria collocazione inventando la storia.

Dall’interno dell’anima nasce una sensazione di incertezza che spesso diventa fatalismo, il silenzio copre sempre solitudine e sofferenza (tanta per l’autrice) ma per Erika la luce di tanto in tanto attraverso il corpo sovrasta ogni quotidiano lamento.

La forza interiore di Erika è avvolgente e la sua passione per la poesia fa il resto.

La sua luce fa meditare sulla condizione umana che vive in apparente realtà, intrisa da un amore avvolgente e pieno di fascino, sospinta da musica sublime (attività principale della nostra autrice).

Immanente rappresentazione nella quale la poeta Signorato rimane con lo sguardo fisso e allargato cercando di allontanare da sé ogni ombra o polvere che trattiene lo slancio incantato della sua affascinante e personale “solarità”.

Erika è di una “umiltà” impressionante e si evince dalla sua opera poetica.

Purtroppo la realtà, per tutti, è inesorabilmente diversa e amare illusioni tendono, come artigli, le braccia verso di noi.

Ascoltando le poesie dell’autrice ci si addormenta in un talamo di stelle.

Queste poesie ne sono la lampante prova:


BOLERO p. 21


a passi di brace

ancora viva all’aurora

ci scaldano i baci

o il fiato vermiglio

- hai coricato le stelle -

la luna mi riposa

nel ventre



SCALE p. 38


nel disarmato equilibrio

scendo le mie scale

ti aspetto, io ti aspetto

è così azzurro

il primo gradino

che ora salgo

di te


Le poesie menzionate scorrono veloci accompagnate da soave musica (pane del suo lavoro) che fa brillare gli occhi e trasporta in un’atmosfera fantastica ove tutto è luce e la bellezza ingrandisce l’ansia di conoscenza e amore per tutto ciò che è turbamento e maestosità: più lo si guarda e più pare vicino, in un alternarsi di felicità e appagante dolcezza (tipico atteggiamento della nostra Erika).

E termino con questi esaltanti suoi versi:


CUSTODIE p. 43


C’è sempre il giardiniere

in quella villa

di silenzi

vorrei chiedere

il profumo della storia

le radici dei ciliegi.


Grazie Erika.



venerdì 2 gennaio 2026

"il vero mare è oltre"

Giuliano Raimondo, Tutto + uno, Marco Saya 2025

recensione di Flavio Vacchetta






La poesia dell'amico Giuliano Raimondo è gradita spontaneamente.

Non si devono cercare complicate strutture in quanto si tratta di toni vari, a volte più lirici e intimistici, altre volte narrativi, e poi umoristici, caustici, a volte si tratta di un miscuglio di questi toni, anzi forse questa mescolanza è una delle caratteristiche. La poesia dev'essere una cosa semplice, un modo semplice di essere ed agire, un modo sorgivo, un'attitudine direi primordiale, infantile, di chi cammina, guarda, osserva, si meraviglia e non può che esprimere ciò che l'emozione gli suggerisce e gli detta istantaneamente.

Il labor limae, per quanto una certa riflessione e cautela nel proporre al lettore

una cernita sia auspicabile, passa in secondo piano rispetto alla preoccupazione

di cogliere l'essenza come istantanea.

Anche la forma, nel senso dell'aspetto grammaticale, sintattico, lessicale mi pare

una conversazione colloquiale ed amichevole.

La creatività risiede quindi più nella singolarità dei soggetti poetici, nella varietà di toni musicali liberamente accostati essendo il nostro Giuliano noto contrabbassista jazz con lunga esperienza alle spalle.

A riguardo cito la poesia di p. 88:


non abbandonare

il tuo free-jazz

cosa importa se

sei arrivato negli empirei

del bel suono

qualche volta – ricorda –

togli la cravatta vieni

a nuotare con me.


Fondamentale fonte di ispirazione per l'autore sono le passeggiate poetiche.

A p. 48 leggo:


Dall'alto si contempla il mare

che sfuma verso isole invisibili

polveri a mulinelli s'alzano

per socchiuderti gli occhi, affannarti

il respiro,

sollevare la paura di un fuoco

che ancora fuma sotto cenere

grigia.


E a p. 49:


là sotto il mare, i mercati

di Ventimiglia Vallecrosia

l'Aurelia fiume

dietro le case a Nervia

ed il torrente d'acque risorte

negli stagni della foce

riflette lastre di luce (…)

giunge di là la brezza

ai miei trecento ulivi, a mezzogiorno


Con passione ed interesse leggo a p. 103:


mettimi pure in un bacio

confezionami

mettimi foglietto

nella stagnola argentata


prima o poi un amante

del cioccolato

darà uno sguardo


non puoi parlar d'amore

a un carrarmato (…)

il vero mare è oltre

queste ondine (…)


L'amore, anche sotto forma di erotismo, non è trascurabile, sempre con connotati giocosi solari divertiti a volte appena imbronciati.

Leggo a p. 101:


ho il corpo arenato nella fatica

del lavoro

mi frulla in testa la parola

pantegana


ed ogni un tot di attimi

si affacciano endecasillabi sconci


è chiusa l'officina del poeta

ma oggi ho avuto questi versi erotici

i segni sulla pelle mi rinnovano

le gioie dell'amore.


Mi pare di capire che la caratteristica poetica dell'amico Giuliano è la curiosità

l'avventura, la variazione fervida, le trasformazioni, la ricerca dei modi migliori

per far stupire con una certa sprezzatura ironica e giocosa della sua apprezzata

clientela musicale e alimentare (l'autore gestisce da tempo un famoso ristorante

in quel di Dolceacqua in Riviera ponente ligure).