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giovedì 29 novembre 2018

Al largo: viaggio di versi e misericordie

recensione di Massimo Parolini
pubblicata su L’Adigetto  del 27-11-2018


In margine alla raccolta poetica Al largo di Alessandro Ramberti

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Titolo: Al largo
Autore: Alessandro Ramberti

Editore: FaraEditore 2017
Genere: Poesie

Pagine: 80
Prezzo di copertina: € 9

«Se la misericordia abbraccia, la verità discerne»: così inizia la sua riflessione Alessandro Ramberti nella densa introduzione alla propria silloge Al largo.
E nella Bibbia ritrova proprio il libro per eccellenza nel quale le due virtù si sono unite, attraverso i due Testamenti. L’uomo e la sua esistenza sono un insieme di scelte ma nella scelta, ricorda Ramberti, giocano sempre vari fattori, non solo razionali.
La verità assoluta pertiene a Dio: l’uomo, grumo di frammenti di sapienza emotiva può entrare in empatia con gli altri e questo è uno dei volti della misericordia.
Riconoscere i propri limiti e far spazio alla fede, nel cammino che alterna vie oscure e vie diritte dove il Viandante ci conduce al largo, in acque profonde, non facili da attraversare.
Meta e origine ci risultano confuse. La via da intraprendere necessita di silenzio e di vuoto, trame centrali nel pensiero orientale (a cui l’autore ha dedicato il proprio percorso di studi universitari a Venezia e Shangai).

Va evitato il delirio di onnipotenza centripeta, che porta alla tirannia, che secondo la scrittura cinese rimanda alla violenza che secca gli altri, riducendoli a schiavi del proprio dominio.
Uscire dalla selva oscura dell’autoreferenzialità idolatrante è dunque la via che conduce all’Altro (nella sua Misecordia) e agli altri (nell’empatia).
L’amore reale, concreto, vissuto: il richiamo di Papa Francesco nel suo «Misericordiae Vultus» ci porta allo strumento del perdono, riflesso della misericordia divina, per raggiungere la serenità del cuore.
Le tre dimensioni spaziali e il tempo vengono associate da Ramberti alla libertà (larghezza), intesa come dimensione etica orizzontale, alla verità (altezza), alla profondità (empatia, che approfondisce la libertà proiettandola verso una verità «imbevuta» di umanità), alla Misericordia (tempo), intesa come empatia pratica, efficace, vissuta.
Nel tempo l’uomo si progetta verso gli altri e l’oltre «avendo per amica la Parola di un Dio che, se ci perdiamo, ci viene con sollecitudine a cercare».
La libertà relazionale (dimensione orizzontale) deve fare sintesi con quella verticale della verità per ritrovarsi nella profondità dell’empatia: il tutto nella sfera della Misericordia di un Padre che gioisce nel vederci crescere in libertà.
(continua ampiamente su L’Adigetto.it)

giovedì 15 febbraio 2007

Prendere il largo (di Marino Mazzola)

monaco camaldolese

Omelia Lc 5,1-11

«Prendi il largo e calate le reti»
Sotto la brezza leggera che increspa il lago, due barche avanzano faticosamente verso la riva, colme fino all’orlo di pesci ancora pulsanti di vita. Dopo una notte trascorsa senza prendere nulla, la pesca, alla fine, è stata eccezionale: un segno di buon auspicio per quel domani che il Signore annuncia ai futuri pescatori di uomini, pronti a lasciare tutto per seguirlo.
Un avvio certamente sorprendente e, per molti versi incoraggiante…
Ma oggi, per noi, ci chiediamo: quale tipo d’impatto provoca questo testo di Luca, su quali aspetti della vita ci spinge a riflettere? Come incide i nostri giorni?
Ho identificato almeno tre spunti di riflessione e, forse, altrettanti insegnamenti.

Il primo: affidarsi al largo: prendi il largo, dice Gesù a Simone. Anche oggi riceviamo lo stesso invito; “in questo mondo, di cui sempre più veniamo a conoscere le forze che lo muovono; in questo mondo, cui siamo riusciti a carpire il segreto della molecola fondamentale della vita; in questo mondo, nel quale l’uomo ha imparato a badare a se stesso in tutte le questioni importanti senza l’ausilio dell’ipotesi di lavoro Dio e dove si è visto che tutto funziona anche senza Dio” (cf. Vito Mancuso, Per amore, rifondazione della fede), oggi, siamo ancora invitati a prendere il largo.
In quale senso? - ci domandiamo. Io credo che ci si muova al largo del mare e, metaforicamente, della vita, quando apprendiamo a distanziarci un poco dai litorali conosciuti, da un già attraversato, da una certa visione di noi stessi e degli altri; ci spingiamo al largo quando non ci concediamo totalmente al mondo e quando abbandoniamo una falsa idea di onnipotenza umana; non per chiuderci, per sottometterci al destino o rinunciare all’uomo, al contrario, per avere vita piena, per scommettere nuovamente su energie rinnovate, per stupirci ancora dell’inedito, del gratuito, del sovrabbondante.
Scriveva Bonhoeffer che le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare.
Chissà quante volte anche questo brano evangelico di Luca è stato così superficialmente interpretato; le capacità umane non ce la fanno, dunque interviene Gesù sostituendosi all’uomo. E la pesca è miracolosa!
No, Gesù non si sostituisce all’uomo; Simone e i suoi calano e, presumibilmente, ritirano le reti; Gesù è colui che incoraggia a un’azione che apparentemente sembra vana ma che si rivelerà feconda. Dio consola chi soffre, ma “egli non sta ai limiti, quando le forze umane vengono a mancare, bensì al centro, non nelle debolezze ma nella forza, non in relazione alla morte e alla colpa ma nella vita e nel bene dell’uomo”. È qui che l’uomo può trovarlo: se non si rassegna alle prime sconfitte, alle prime cocenti delusioni ma continua a ricercare il bene, la vita, la bellezza, l’amore! È qui che la pesca può farsi abbondante!

Secondo insegnamento: rimanere umili: a questo punto Simone si prostra: Signore allontanati da me perché sono un peccatore!
Simone si è affidato, è partito alla ricerca della verità, del bene e ha trovato; ha pescato molto, moltissimo, ma ciò che ha imparato è soprattutto la disciplina dei sensi e dell’anima. Cosa significa?
Immaginiamo per un momento quello che Simone può aver sentito dentro di sé dopo una notte di vana fatica: sconforto, impotenza, incredulità. Sì, ma tutto non è come appare. Dopo la visita di Gesù, Simone percepisce i cambiamenti, si sensibilizza all’alterità, si libera da un’immagine della vita statica e ne sposa una più dinamica, segnata dalla grazia! Perché tutto può mutare!
Ed è la percezione del cambiamento che gli consente di riconoscere il suo peccato; confronta due situazioni e non cade nella superbia, nell’arroganza dei potenti; - quanto sono stato fortunato, vediamo se mi riesce ancora una tale pesca, riproviamoci subito!
No, Simone ha capito che non tutto dipende da lui, che una parola autorevole l’ha preceduto e che edificando su tale parola può compiere, a sua volta, cose grandi!
Simone ora sa guardare il vuoto di cui è fatto, di cui siamo fatti anche noi e non è più succube del suo io. Vigila sulla realtà, ha sviluppato uno sguardo più attento, uno sguardo interiore.
Come possiamo imparare a vigilare? “Una delle più importanti forme di vigilanza è ricercare per l’anima il nutrimento buono. In mezzo a tante dannose tossine, il nutrimento buono esiste e occorre riconoscerlo. Vi sono riviste buone, libri buoni, musica, cinema buoni!” (Vito Mancuso)
Il nutrimento migliore, insegnavano i monaci antichi, è dato dalla contemplazione, che non è un esercizio astratto ma la capacità di porsi in contatto con la sorgente più pura dell’amore, Dio, che dispensa la sua energia come luce assoluta del bene. Nutriti da questa energia si diventa in grado di immettere gratuitamente forza positiva nel sistema-mondo attraverso il proprio lavoro. I contemplativi tentano di fare questo nel modo più alto (cf. Mancuso). E ce ne sono, anche nelle nostre città!

Terzo insegnamento: radunare l’umano. Gesù risponde a Simone: Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini. Che cosa può significare? Un banale invito a fare proselitismo? No, certamente. Gesù invita Simone a radunare l’umano; Gesù invita tutti quelli che lo seguono e lo seguiranno a rintracciare, in mezzo al fango, il pesce d’oro, sotto la corteccia sbrecciata del male, la resina preziosissima del puro bene, nella pietra infranta il metallo nobile della vita. Radunare l’umano, farlo uno, non all’insegna di un falso monismo di facciata (del quale siamo continui spettatori, speriamo non protagonisti); radunare l’umano non per appiattire la realtà.
“L’unità del reale – scrive Mancuso – si dà per il cristiano a livello spirituale. Per chi cerca il bene e la giustizia, l’unità del piano dell’essere non è data a livello storico o naturale; una tale unità si può ottenere solo a prezzo della propria energia”, della sequela autentica, in un processo di liberazione da tante catene e affinché gli altri non diventino il nostro inferno (Sartre) ma il nostro paradiso, il Regno qui, ora, multiplo, plurale, divino!
Si tratta di agire, radunare, pescare, tutti verbi che coniugano azioni. Questo manca, talvolta, al nostro cristianesimo, un cristianesimo da sacrestia, comodo, troppo comodo!
Lo scriveva bene Bonhoeffer per il giorno del battesimo del nipotino: “L’origine dell’azione non è il pensiero ma la disponibilità alla responsabilità. Per voi pensare e agire entreranno in un nuovo rapporto. Voi penserete solo ciò di cui dovrete assumervi la responsabilità agendo. Per noi il pensiero era molte volte il lusso dello spettatore, per voi sarà completamente al servizio del fare”. Non si tratta di attivismo sterile e forsennato, ma di azione lucida e coerente. Sarà davvero così? Lo è? – ci chiediamo.
Il Signore del tempo, il Dio della vita ci doni l’energia del suo Spirito, il sostegno del suo Amore per compiere la Sua volontà.

martedì 20 febbraio 2018

Cos'è la poesia?

recensione di Giuseppe Vanni 



Per comprendere – se comprendere è davvero urgente e necessario quando si tratta di poesia… – Al largo, ultima raccolta poetica di Alessandro Ramberti, è importante soffermarsi sull’introduzione Misericordia e Verità il cui sottotitolo recita La tensione vitale del tempo. Il lettore, utilizzando appunto come chiave l’introduzione, una volta avventuratosi nel testo poetico non può fare a meno di avvertire questa tensione come scaturente da un inesauribile confronto con l’ultraterreno, con il cammino di verità (la verità assoluta è una peculiarità divina, scrive Ramberti) che spinge l’uomo sulla strada della misericordia. Si tratta naturalmente di un cammino irto di ostacoli, ma urgente, perché rimanere fermi significa essere già morti. Va da sé quindi che, se l’ispirazione poetica rimane sempre e comunque l’istante, l’attimo, in cui ciò che urge si fa concreto, nel caso di Ramberti pare di capire che la fonte inesauribile che replica quell’attimo stia nel confronto mai risolto – in senso costruttivo – con quel passaggio fondamentale in cui il tutto (libertà, verità ed empatia) rientra nella sfera della misericordia, ovvero evolve, si trasforma, procede e cresce in consapevolezza nel tempo che ci ospita e ci mette in relazione.
Ora, non a tutti è dato di poter sentire l’empatia – parola che rientra appieno nel lessico rambertiano – che è al tempo stesso sorgente e foce di un tale percorso lirico ed esistenziale: più spesso può essere – e succede di chiederselo, nei momenti in cui il dubbio sgretola i fragili argini della fede – che sorga il sospetto che le dotte meditazioni che dovrebbero spingerci appunto Al largo siano frutto di visioni tipiche di un pensiero filosofico affine, eppure ben distinto, da quello spirituale. Ecco quindi che la poesia può aiutarci a camminare sul filo sottile tra fede e ragione, perché se vuoi Prendere il largo, allora penetra lo spazio / supera i dilemmi / quando si presentano / senti che sei fragile / prova ad affidarti. E se questa esortazione può apparire troppo diretta, se leggendo la raccolta poetica ci si può trovare una certa aforisticità insistita, ciò non significa che l’autore rinunci ad aprire squarci su realtà inesplorate, come in Andare in cerca, quando con magnifica sintesi si (ci) chiede cosa manca al cuore / fermo al desiderio? E il dibattito potrebbe aprirsi e finire qui, a pagina 17 del testo, visti gli orizzonti spalancati da quel punto mai così interrogativo.
Ma poi, leggendo e rileggendo le pagine che mancano da lì alla fine della raccolta, e forse andando oltre – chissà – le intenzioni dell’autore, un altro tema si pone all’attenzione di chi voglia condividere una lettura critica; spesso, forse troppo, ci si chiede cosa sia la poesia. Di definizioni, anche le più bizzarre, ne sono state date tante, così da avere il dubbio che sia una materia di per sé ineffabile e quindi non soggetta ad una definizione ultima. Dalle reminiscenze scolastiche de La Chimera di Campana o L’isola di Ungaretti (per citare appunto due esempi da manuale), affiora un filone critico che vede nella poesia – trasfigurata attraverso un processo di personificazione – l’oscura protagonista di quei versi criptici così vicini all’ideale di una lirica pura di derivazione simbolista. Leggendo quindi in Ramberti versi come giare ben disposte / musicano il sangue / calano le nasse / pescano il possibile (in Preghiere), oppure queste sono pietre / d’aria evanescenti / garze che segnalano / luoghi di passaggio / purificatori (in Mettere in scena) e ancora nembi in scuri banchi / formano figure / mettono giù frasi / senza avere mani / né arti o sensi propri (in Interpretazioni), viene il sospetto che il protagonista che si nasconde all’interno dei versi che compongono la silloge Al largo sia appunto la poesia stessa (le giare, le pietre, i nembi con le loro azioni di cui sopra). Sospetto che Ramberti eleva a certezza – ne converrà l’autore? – quando in Riposo scrive che dietro il caos c’è un ordine / sparso di metafore. Perché, proprio attraverso le metafore – e qui siamo alla fine del viaggio, laddove non a caso l’autore conclude con questa citazione da Papa Francesco – la poesia […] è in grado di spalancare visioni ampie anche in spazi ristretti. E se era una definizione quella che mancava, allora è giusto fermarsi qui.

sabato 19 agosto 2017

Un ritmo incalzante … per intensificare il potere della parola

Alessandro Ramberti, Al largo 外海 (wàihăi), FaraEditore 2017, copertina di Franz Ramberti

recensione di Vincenzo D'Alessio

http://www.faraeditore.it/vademecum/2-allargo.html


Organizzare una pagina critica al nuovo testo di poesie di Alessandro Ramberti che reca il titolo:
Al largo 外海 (wàihăi), FaraEditore, 2017 è simile al viaggio sulla rotta seguita da Marco Polo verso l’antica Cina.
In questo caso bisogna avere la conoscenza di un po’ di lingua cinese; un anelito di filosofia Zen; l’apertura ai fondamenti della religione cattolica cristiana enunciati nella lunga introduzione: “MISERCIORDIA E VERITÀ. La tensione vitale del tempo.”
Prendere il largo via mare o sulle rotte montane non è di tutti i lettori: le dieci sezioni del libro sono esse stesse un progetto matematico utile per la rotta: cinque poesie per ogni sezione. Ogni poesia è formata da quindici versi divisi in tre distinti gruppi di cinque, con una considerazione finale posta a piè di pagina.
Le sezioni sono così distinte: “Salpando”; “Tempesta”; “Bonaccia”; “Scogli”; “Fari”; “Scandagliare”; “Diario di bordo”; “Secche”; “Attenzione” e “Gettando l’ancora”.
In chiusura Mistero: una breve considerazione sull’esistenza alla luce anche delle parole di Papa Francesco (pag. 76).
Il capoverso della prima poesia dice: “Navighiamo insieme” (p. 16) e accogliere l’invito è salire sulla tipica imbarcazione cinese sampan recitando il Vangelo secondo Matteo: “(…) meglio Matteo cinque.” (vedi p. 36).
Il viaggio è in acque dove la fiducia è riposta nell’esperienza del compilatore del Diario di bordo, il poeta, che lo enuncia in questi versi: “(…) Singolo esponente / della tua esistenza / liberane il codice / lascialo vagare / rendilo accessibile.” (p. 18) e ancora a p. 19: “(…) Se ti dai entusiasta / apri rotte insolite / pianti semi altrove / esci via da te / forse un po’ rinasci.”
Ecco siamo partiti fiduciosi sulle parole di Ramberti, capaci di affrontare con lui le tempeste che l’esistenza pone lungo la nostra rotta.
Le prime a comparire nel mare in tempesta sono le sirene: “(…) Bolle distillate / cifre di illusioni / pixel tumefatti / sfondano le mode / usano cosmetici. / Povere tenaglie / clausole impotenti / utili comunque / per il disincanto / falsificatorio.” (p. 22).
I versi citati sono l’esatta figura dei potenti di oggi, le falsità violente per ingannare gli ultimi, gli indifesi, la lotta per uscire dai pericoli del mare aperto.
La poetica dell’autore fonda sull’uso del verso breve, scandito dall’enjambement, dall’uso di ossimori: (“muta acciaccatura”, vedi p. 23) – assonanze – similitudini: “mira come lince” (p. 59) – personificazioni: “Torre scorticata”, (p. 66) – estremismi: “accoglientissima” (p. 55) e “fastidiosamente” (p. 56). Sull’uso dell’elenco sistematico degli oggetti e delle emozioni: vedi per esempio la poesia Nuova vita (a p.19) nei primi cinque versi e la poesia Telegramma spaziale (p. 37) sempre nei primi cinque versi.
Un ritmo incalzante, quasi metromania, scelta voluta per intensificare il potere della parola nella vela della raccolta poetica.
Il richiamo ai testi sacri è sempre presente, sia nei personaggi biblici sia negli eventi come il caso del “roveto ardente” di Mosè (vedi a p. 59 la poesia Accordo).
Dolorosa è la poesia a p. 23, dedicata al ricercatore universitario Giulio REGENI dove “ orchi disumani” hanno distrutto la sua giovane esistenza: nel mare in tempesta non è scampato al naufragio.
Viaggiare con Ramberti in queste acque e con queste correnti è un confronto con se stessi, con il proprio passato, con la ricerca costante del superamento delle “colonne d’Ercole” contemporanee, proprio come novelli Ulisse (vedi la poesia Andare in cerca a p. 17 , secondo capoverso della seconda cinquina) di fronte al doloroso richiamo dell’oscurità.
La parte filosofica della raccolta è affidata all’esperienza orientale dell’autore che nella poesia a p. 73 scrive: “(…) io sto per imprimere / con il timbro in pietra / Lài Sāngdé 來桑德 il mio nome / quando stavo in Cina. / Scendo dalla nave”. Unica poesia a contenere il pronome “io”.
Proprio quando il viaggio sembra terminato (“Gettando l’ancora”) si ha invece il vero nuovo inizio esistenziale che il Nostro ha voluto donarci in cambio di un empatico abbraccio: “(…) Misericordia e verità: l’essere umano è l’unione ossimorica eppure dinamica fra la via tortuosa e quella retta, (…) una Via che ci sta accanto e ci invita a prendere il largo, a navigare in acque profonde” (p. 9).


lunedì 11 dicembre 2017

Su Il Terzo News: Al largo, una raccolta intensa

recensione di Sara Cacciarini pubblica su Il Terzo News







Al largo le poesie di Alessandro Ramberti

In Libri by Sara Cacciarini9 dicembre 2017Leave a Comment

Al largo, 2017 edito da Fara Editore è una raccolta intensa di poesie, un libriccino prezioso, da portare con sé e leggere di tanto in tanto.
L’introduzione contiene un mondo, racchiude la vastità della conoscenza dell’autore, trasmette emozioni legate a pensieri profondi, da sola è già un libro e orienta alle poesie.
In Misericordia e Verità, le poche pagine introduttive del libro, si affrontano tematiche importanti, qui l’autore riesce a trasmettere un messaggio essenziale e positivo al lettore, supportato dalla religione e il simbolismo cinese.
Le poesie, hanno un titolo e una parola cinese scritta con gli ideogrammi, ognuna con un suo intimo significato. Sono suddivise in dieci capitoli, come una nave prendono il largo, affrontano tempeste, venti, scogli fino a vedere i fari nella notte, forse rappresentano la direzione della vita?
Un diario di bordo come traccia del nostro percorso fino all’arrivo in porto e, gettare l’ancora.
Un viaggio nella poesia e nella vita.
DESTINO
Tutti siamo icone
vive sulle sponde
esodi continui
tavole imbandite

Mappe rosicchiate
sgranano correnti
fili multiformi
mordono la storia
umili pupille.

Drappi variopinti
colli in successione
ruote lontanissime
fumo di turiboli
magi in divenire.

A Santiago si arriva alle spalle

Alessandro Ramberti è laureato in Lingue orientali a Venezia. Si è specializzato con una borsa di studio all’Università di Fudan di Shanghai e un Master di linguistica a Los Angeles concludendo gli studi all’Università di Roma Tre. Ha pubblicato diversi saggi e numerosi sillogi.

lunedì 8 gennaio 2018

Emozione di lettura

Carla De Angelis su Al largo di Alessandro Ramberti

Di ogni libro di Alessandro Ramberti ciò che mi ha colpito sempre è stata l’armonia dei versi unita al loro significato profondo. Al largo si apre con una introduzione che lo impreziosisce e lo rende unico. Non sono un critico, non ho conoscenza della lingua cinese, ho letto la Bibbia e il Vangelo, in solitudine, senza avere uno scambio e un approfondimento che oggi mi sarebbe utile a comprendere la sua scrittura e quell’insieme di simboli e correlazioni che mettono al centro l’umanità intera con le sue grandezze e le sue miserie. Spesso infatti mentre sorridevo per la gioia di leggere, la mente mi imponeva di tornare indietro perché non avevo capito nulla.
In virtù di questa scarsa conoscenza mi sento più libera di continuare ad emozionarmi: “Fasci di emozioni / chiedono la cura / scrivono nei gesti/ lineamenti nuovi / lettere di carne” (p. 34).
Il libro rappresenta un forte richiamo al senso che ognuno di noi dà a questo viaggio. Viaggio che Alessandro ci facilita indicando le tappe lungo il cammino. Il viaggio e la meta vanno di pari passo, hanno lo stesso valore perché

“L’esistenza è una serie di porte…” (p. 76)

È un libro che vola alto impreziosito dalle scritte in cinese e da quelle in fondo ad ogni pagina. Si sente che la Sua scrittura nasce da un pensiero naturale che si posa sulla punta della penna, o sulla tastiera e preme per venire fuori. Nei versi afferra quella verità di cui era In cerca. Il linguaggio delle metafore arricchisce e contribuisce a comprendere meglio l’invito a prendere il largo. Se tutto il libro si accompagna e si ispira ai testi fondamentali della religione cristiana, Alessandro a pag. 23 nei versi davvero molto incisivi sulla morte di Giulio Regeni, colpisce molto forte e la frase in fondo alla pagina “Sono il alto le croci sul Golgota” suona come richiamo in/civiltà di questi tempi.
È un libro che non si esaurisce con una sola lettura è da tenere in borsa o in tasca e ogni tanto aprire una pagina a caso. Lo guardo, lo prendo è sul comodino, ma quando uscirò verrà con me.

lunedì 14 maggio 2018

“… insieme con gli altri nel viaggio della vita”

Alessandro Ramberti, Al largo, Rimini, Fara Editore 2017

recensione di Maria Lenti



Alessandro Ramberti continua la sua ricerca, in prosa e in poesia. Ricerca di che cosa? Della verità nel suo interiore, di cui non può fare a meno, suggerendola a chi lo legge, a chi gli sta attorno, la verità sostenuta dalla fede, innervata nelle fibre di parole e libri che, a suo parere, la contengono dai secoli dei secoli pur non avendola l’uomo ancora imparata.
Dentro la sua poesia bisogna entrare, tuttavia, in punta di sentimento e di un forte sentire, perché Alessandro Ramberti fila un suo filo mentale, ogni volta dipanato in versi che necessitano di più di un momento di riflessione e di più di un animo spoglio di sovrapposizioni e di più di un sapere libero da pregiudizi. Bisogna curarne la rispondenza, un’eco sottile nel proprio intimo, meno cercandone il significato letterale.
Si può essere instradati dalla presentazione in exergo a sua firma, “Misericordia e Verità. La tensione vitale del tempo”, ma in definitiva sono i testi poetici a rispondere di sé stessi. Sciolti in senari nella costanza di strofette di cinque versi, essi aprono la speranza dell’essere, avendo introiettato i principi canonici della solidarietà cristiana, in un insieme con gli altri, o del dover essere in insieme con gli altri nel viaggio della vita.
Ramberti evita di significare il contrario della non comunità di intenti e di visioni, di carità e di misericordia, di amore biblico e cristiano. Afferma, cioè, il positivo dell’esserci per arrivare al largo, ad una soglia in cui siano stati banditi orrori ed errori della vita e della storia (mai nominata) che sommerge e non fa respirare: «Carico il più breve / peso ed è leggero / quando sento splendere / voci volti gesti / spandersi e donarsi.»
Se la lettura rende bianche le strade, facile tuttavia non è il cammino in esse: Alessandro Ramberti dà per acquisita la leggerezza dell’animo e del corpo, quella leggerezza, appunto, che permette di non solo intraprendere la strada della “misericordia” che porta alla verità, ma consente di liberarsi (e di agire in conseguenza nell’estensione del dettato poetico).
E se uno dei problemi, invece, fosse, proprio nella impossibilità di una liberazione in tal senso? Se anche la fede, come testimoniato da chi ne ha scritto nel corso dei due millenni, non sempre sostiene la liberazione essendo più forti i riscontri esistenziali? Se si vive con tutto il peso del vivere e la ricerca non ci libera da questo peso? Domande. Da lettrice attenta ma laica, forse proprio l’esistenza (e la resistenza) degli interrogativi a latere delle certezze del poeta Ramberti può dare testimonianza della “bontà” di Al largo. Libro, peraltro, arricchito da aperture del titolo tradotto in cinese. Qui occorre un’altra domanda: il cinese (lingua che Ramberti ha studiato e ristudiato) a significare la non barriera che esiste nel mondo, nelle differenti plaghe del mondo, per chi ricerca la verità?

lunedì 28 agosto 2017

Alla ricerca di quello che ci manca

Alessandro Ramberti: Al largo, FaraEditore 2017, pp. 78, € 9,00

recensione di Giancarlo Baroni 


http://www.faraeditore.it/vademecum/2-allargo.htmlIn un libretto (per dimensioni non certo per qualità) dall’aspetto elegante e dalla forma che accentua la verticalità di versi, pensieri e meditazioni, lo scrittore Alessandro Ramberti offre ai suoi lettori schegge, frammenti, illuminazioni e lampi, ispirati da un deciso afflato filosofico e conoscitivo dove l’intuizione prevale sulla riflessione.
Il titolo della raccolta, Al largo, ci invoglia e stimola a partire senza indugi e tentennamenti insieme all’autore, a levare le àncore. Si salpa prendendo il largo, avventurandosi alla ricerca di quello che ci manca, di ciò che è necessario al nostro cuore, alla nostra esistenza e conoscenza.
Lo sappiamo fin dall’inizio, il percorso, il tragitto, la navigazione, saranno e si riveleranno tortuosi, complicati, faticosi, pieni di sbagli, ostacoli, impedimenti, insuccessi causati anche dai nostri limiti e dalle nostre imperfezioni, ma, se siamo fortunati, si dischiuderanno improvvisamente davanti a noi brecce e porte:

“L’esistenza è una serie di porte
più che un viaggio, un cammino, una strada
sono i varchi ad aprirsi improvvisi
a tracciare le svolte cruciali”

Veleggiando e navigando, mutano davanti ai nostri occhi scenari, ambienti, paesaggi, prospettive, punti di vista, “simboli e segnali”. Occorrono impeto, energia, vitalità, determinazione ed entusiasmo, per intraprendere e proseguire il viaggio, per affrontare e superare scogli e paure:

“Se ti dai entusiasta
apri rotte insolite
pianti semi altrove
esci via da te
forse un po’ rinasci”

È indispensabile un vento che soffi nella giusta direzione, sempre in direzione degli uomini e dei loro bisogni materiali e spirituali, verso luoghi dove seminare, fecondare, fare germogliare e fiorire la vita nella sua essenza d’amore. La fuga è fuga dal male in direzione della salvezza.
La vicinanza e la condivisione rendono più agevole il percorso (“Qualche tratto insieme / fa la via più larga”; e ancora “gli altri ci accompagnano / cambiano con noi); l’empatia, scrive Ramberti nell’ampio saggio introduttivo, ci dà “la possibilità di metterci nei panni degli altri, condividendone profondamente gioie e sofferenze”.

Ci si ferma per riposare, per recuperare forza e fiato (“Una stasi motivata / dà energia per continuare”), per riflettere e prendere decisioni; si sosta per ripartire più sicuri e motivati. E quando si comincia ad avvertire solitudine e sconforto, “quando i passi amici / sono via lontani / prendi un libro e leggi”. Luminosi ed evocativi questi senari che sono un inno all’immaginazione: “Dietro il caos c’è un ordine / sparso di metafore”.

mercoledì 16 gennaio 2008

L’INUMANARSI DI DIO

di Ivan Nicoletto

La stagione liturgica di Avvento-Natale (…) ci invita a soffermarci sull’evento tutto umano del dare alla luce e del venire alla luce.
La vita in ciascuno di noi, la forza della vita nelle sue mille forme, biologica ed emozionale, conoscitiva e spirituale, sociale e politica… si rinnova continuamente attraverso l’evento elementare del dare alla luce e del venire alla luce.
Anche il Mistero ineffabile di Dio cerca e si prepara le vie per venire alla luce nella nostra carne e nella nostra coscienza in un Avvento che non finisce mai di avvenire.
Cerchiamo di cogliere/accogliere alcuni eventi odierni che potremmo interpretare come illuminazioni da parte di Dio, il suo inumanarsi, il suo generarsi nell’umana coscienza.
A partire dalla Luce, celebreremo quattro visioni che chiameremo: 1 Visione evolutiva; 2 Visione ecologica; 3 Visione inter-religiosa; 4 Visione cristica.


NASCITE ALLA LUCE


Luce, luce, luce,
…così intitola una sua opera l’artista Claudio Parmiggiani. In una stanza vuota egli crea un pavimento di puro pigmento giallo, così che affacciandoci alla soglia rimaniamo quasi abbagliati dall’irradiazione di luce che lo spazio emana.
Pollini: così l’artista tedesco Wolfgang Leib chiama una serie di gesti che compie. Egli va nei prati a raccogliere il polline dai fiori e poi lo versa sul pavimento, creando una superficie vellutata quanto luminosissima, in cui lo sguardo è attirato e immerso in uno spazio illimitato, in un baratro senza fondo, in un campo di silenzioso pensiero, di pura energia, di inafferrabile mistero…
Questi artisti evocano un mondo di luce pura e sconfinata, ne sono attratti.
Da dove viene questo desiderio di luce, questo infiltrarsi in noi di una percezione, di una ispirazione, di un risveglio ad una luce sorgiva nella quale tutte le cose sono visibili?
Stupore di un potenziale di Energia luminosa che ci precede ed eccede, che contiene tutte le possibilità che ancora non sono venute al mondo, da cui ciascuno è generato, alimentato, nei confronti del quale ciascuno è invitato a farsi tramite, grembo, nascimento.
Luce pura, come un’evocazione dell’Invisibile che filtra attraverso i nostri sensi, emozioni, gesti, parole, immagini…
Artisti, poeti, santi, uomini e donne di fede… evocano la memoria di una matrice immemoriale, l’emersione di una emersione da un fondo pre-individuale di cui portiamo traccia sensibile dell’Invisibile.
O forse la ospitiamo già da sempre in noi, la Sorgiva, e talvolta emerge o affiora su dalle nostre profondità, e noi ce ne scopriamo attraversati e sorpresi, balbettanti e corrispondenti…
“La luce brilla nelle tenebre… Era la luce vera… quella che veniva nel mondo” (Gv 1,5.9)
“Ringraziamo con gioia il Padre che ci ha messi in grado di partecipare alla sorte dei santi nella luce” (Col 1,12)
Kena Upanisad: “A quale scopo la mente pensa? Chi fa sì che il corpo viva? Chi permette alla lingua di parlare? Chi è l’essere fulgido che ci fa vedere le forme e i colori e ci fa sentire i suoni?”
La Luce è anche l’Aperto.

Finché una luce senza margini d’ombra
illumina l’oscurità del tempo, risale ad uno ad uno i suoi tornanti e m’accorgo di te entrata nella mia vita neppure mi chiedo da che parte e quando e se lo sei o se invece non sei sorta su dalla sua profondità di notte in notte affiorando. - Che farà qui – mi dico mentre splendi e sorridi un sorriso anche mio – forse veglia su di me. Forse affina da sempre il mio pensiero occupato da troppe cose e monco – e ti guardo come sei, già nota sebbene mai prima d’ora veduta e stupisco che l’amore abbia questo volto interno.

(Mario Luzi)


1. UNA VISIONE EVOLUTIVA


“E Gesù, quando iniziò, aveva circa trent’anni, essendo figlio, come si credeva di Giuseppe… figlio di Adamo, figlio di Dio.” (Genealogia in Lc 3,23-38)
È molto interessante notare come l’evangelista Luca, attraverso una sterminata genealogia, connetta la venuta al mondo di Gesù con l’affacciarsi dell’umano in Adamo e finalmente con Dio, Sorgente creatrice. Non solo. Luca prolunga l’incarnazione del Nazareno disseminandola con l’effusione dello Spirito, che si irradia fino alle estremità della terra (Atti 1,8).
Queste dilatate prospettive evangeliche ci autorizzano ad interpretare il mondo come un enorme travaglio creativo, come un cantiere aperto, imprevedibile e inconcluso in cui maturano sempre nuove situazioni, attese e aspirazioni che provocano nuove risposte, pensieri, decisioni, gesti da parte di coloro che si fanno tramite dell’inesauribile potenziale generativo di Dio. Grazie a queste inedite incarnazioni, il mondo viene rinnovato e rilanciato verso soglie ulteriori di sviluppo, verso capacità di offerta e di dono operate dallo Spirito dell’amore.
In questa visione evolutiva possiamo cogliere anche la nascita di Gesù come una gestazione in seno all’universo, che lo ha portato in grembo, perché fosse possibile ad un certo momento della storia umana la sua epifania. Rivelandosi come Dio-Uomo, egli assume ogni particella vivente come espressione della luce divina. Grazie a lui, ogni persona, nessuna esclusa, può scoprirsi coinvolta in una con-creazione umano-divina.
Dio, per avvenire, ci chiede una continua disponibilità ad accoglierlo e a lasciarci trasformare, in uno stato di continua alterazione, passando dall’ego-centrismo alla capacità donativa che caratterizza la dimensione spirituale. Per questo possiamo dire che la sua e la nostra rivelazione non è mai conclusa. Essa appare come l’infaticabile lotta amorosa di Dio per dilatare nelle creature spazi di libertà e di corrispondenza, superando le oscurità, i limiti, le resistenze che possiamo opporgli.
Sviluppando ulteriormente le implicazioni di questa visione, possiamo dire che anche il cristianesimo che si è andato formando dall’evento di Cristo non è un fossile pietrificato nelle sue espressioni, ma è dotato della natura di un organismo vivo che cresce, si sviluppa, si arricchisce, interagisce con gli avvenimenti della storia ed ha così l’opportunità di sviluppare energie vitali ancora latenti, espressioni non ancora fiorite, delle quali ciascuno di noi può farsi manifestazione ed evento: una umanità nuova nasce nelle doglie della nostra nascita allo Spirito.

Mondo in ansia di nascere… Ma stretta è la porta dell’origine, a miriadi si accalcano al principio; legione si contendono lì, al minuscolo forame, l’entrata nel recinto, pochi sono avviati al caldo e alla sostanza della vita. Ma in epoca di grazia oppure d’indulgenza è più soffice lo sbrano, allora
irrompono in gran numero,
restano sì e no un attimo sul baratro e subito pervadono in tutte le sue parti il campo. Eccoli scendono l’uno nell’altro, l’uno dall’altro, cadono generazione entro generazione… E noi dal gorgo d’un oscuro tempo lì, in quello sciame – fila ciascuno il filo luminoso e doloroso della grande trama, fabbrica una storia nella storia la sua cava eternità.

(Mario Luzi in Viaggio terrestre… 22)


2. UNA VISIONE ECOLOGICA

Dopo la visione evolutiva che abbiamo evocato, lasciamo che il Dio nascente accenda in noi un’ulteriore luce, ci apra ad una visione ecologica della realtà.
Il vangelo lucano dell’infanzia evidenzia come la nascita di Gesù attivi un’energia connettiva e relazionale, riveli un respiro di amore che attraversa tutte le creature, aprendole ad un mistero che le differenzia e le accomuna, che respira nelle diversità condivise.
Sembra che intorno al Nascituro si crei una rete (Lc 2) in cui realtà separate e magari contrapposte si connettono: il mondo umano escluso dal sacro (i pastori) e gli animali (i greggi), gli spazi celesti (i cori angelici) e quelli terrestri, l’oscurità e la luce, l’accoglienza dei poveri e la minaccia dei potenti, i vegliardi (Simeone e Anna) e i bambini, le prescrizioni e le trasgressioni…
“Gloria a Dio nel più alto dei cieli, e sulla terra pace agli uomini in cui egli si compiace!” (Lc 2,14).
A fronte di un mondo – il suo, il nostro, di sempre – fatto di corpi personali o sociali, economici o politici, culturali o religiosi che si contrappongono, che vogliono dominare, appropriarsi dell’altro o eliminarlo, la prassi innovativa che inaugura Gesù è un’ospitalità aperta che accoglie e rispetta il mistero di ogni altro incontrato per via, che interagisce con qualunque situazione si trovi coinvolto, confrontandosi senza violenza con la violenza distruttiva agente nella storia.
Molti dei corpi che abitiamo o delle dinamiche comportamentali che alimentiamo sono segnate da preoccupazioni difensive o offensive verso ciò che attenta la nostra particolare visione del mondo o del proprio interesse, che viene assunto come assoluto, agito in contrapposizione a quello dell’altro ritenuto falso, minaccioso, contaminante… Ma esiste anche un altro agire che inizia già a balbettare alla nascita e si intensifica gradualmente nella carne di Gesù, lo conduce ad attraversare le barriere separative elevate e rafforzate dalla paura, per renderle capaci di accogliere le ombre, la vulnerabilità, le passioni, i limiti e le contraddizioni dell’esperienza dentro cui avanza Dio…
Egli è il vino nuovo che straripa dai vecchi contenitori dell’intolleranza e della violenza estirpativa, facendosi lui stesso corpo infranto per eccesso di amore, debordando come spirito liberatore dalle angustie di ogni definizione escludente, nel rispetto delle differenti identità e percorsi.
Grazie allo Spirito cristico, che fa di noi una genesi permanente, diventiamo sensibili alle ferite provocate su tutte le superfici dei corpi umani, animali, mondiali; sensibili alle esclusioni patite a tutte le latitudini e a tutte le profondità della carne. Impariamo a lasciare le nostre assicurate posizioni per un’esposizione, ogni volta arrischiata, alle contingenze e alle imprevedibilità della vita, a ciò che accade al di là di ogni programmazione e di ogni codificazione dell’esistente.
Ci lasciamo aprire ad un di più, all’invisibile nell’altro, al non ancora avvenuto, al Veniente…

“Mi hai portato al largo” abbiamo esultato nel salmo. Ma ora occhi bassi rientriamo. E sono a scongiurarti che le chiese non siano dormire a occhi spenti e le case, le nostre, cemento senza finestre in pallide ovvietà

(Angelo Casati)


3. UNA VISIONE INTER-RELIGIOSA

“Nato Gesù in Betlemme di Giudea nei giorni del Re Erode, ecco, dei Magi giunsero dall’Oriente a Gerusalemme”… “Siamo venuti a rendergli omaggio” (Mt 2,1-2)
Questa scena evangelica illumina la nostra epoca di una nuova luce, ci apre ad una visione inter-religiosa, che si esprime nello scambio dei doni e nell’arricchimento reciproco delle differenti manifestazioni dello Spirito: il Bambino si offre in dono e riceve i doni che gli sono offerti.
Il processo evolutivo ed ecologico, al quale la coscienza umana sta emergendo, rappresenta un nuovo stadio della storia della terra e dell’umanità in cui tutte le culture, lingue e visioni del mondo possono incontrarsi, scambiarsi e testimoniarsi saperi, valori, tradizioni spirituali ed etiche, scoperte tecnologiche…
L’umanità sta rendendosi conto che oggi possiamo essere umani, abitanti del mondo e religiosi nelle forme più diverse, e che lo sviluppo delle culture ha trovato espressioni molteplici, in cui l’una non esclude l’altra, ma può costituire l’occasione per entrare in una interazione benefica con gli altri, può rivedere la propria tradizione a partire da uno sguardo straniero, e accogliere la propria e altrui ricchezza a favore dell’intera e multiforme famiglia umana e cosmica.
Potremmo dire che il nostro orizzonte spirituale si è enormemente ampliato ed è invitato ad abbracciare la multiforme rivelazione del Trascendente che si riverbera in tutta la creazione che Egli alimenta e promuove come Amore.
Abbandoniamo le prospettive escludenti, per cui Dio confiderebbe le proprie verità solo ad alcuni, lasciando gli altri nell’abbandono, per nascere alla luce di un’altra dimensione salvifica: “Non c’è mai stato nessuno, uomo o donna, individuo, società o cultura, che sia nato non protetto dal Suo incondizionato amore e al quale Egli non voglia manifestarsi il più possibile. Per questa ragione esistono le religioni, che consistono proprio nel coglimento e nell’accoglimento di questa Presenza. Per questo tutte si ritengono rivelate” (A.Queiruga).
Questa con-vivenza di manifestazioni del Trascendente ci insegna che non vi è mai una rivelazione allo stato puro, ma è sempre interpretata e contaminata dal contesto storico e dalle categorie culturali che la ricevono, traducono e tradiscono. Ciò fa si che nessuna espressione religiosa possa esaurire l’infinita, potenziale ricchezza della Sorgente, che si riveste delle sue manifestazioni e allo stesso tempo le oltrepassa, le mette tutte in un cammino trasfigurativi e coniugativo, le decentra verso il mistero dell’Aperto, invitandole tutte ad uno scambio arricchente di doni, ad un atteggiamento di rispettoso riconoscimento e di fraterna collaborazione.


E venendo da cenacoli chiusi in prati d’erbe smunte senza refoli di vento l’avventura dei tuoi passi su erbe bagnate colorate d’ignoto da un oltre che segna il tuo passaggio di silenzio. Andavi per pareti di vento. Ed io a inseguire, per acuto di nostalgia
il tuo profumo di vento.

(Angelo Casati)


4. UNA VISIONE CRISTICA

Il cammino di Avvento, costellato di visioni, sfocia nella luce del Natale, nello stupore di una singolare Luce divina che risplende nella carne di Gesù.
Se dovessimo evocare gli atteggiamenti e i sentimenti che furono di Gesù, che scaturiscono dalla Sorgente di amore creativo che lui chiama Abbà, che cosa ci attrae, tocca, convince di lui, tanto da indurci a testimoniare l’incarnazione di Dio nella nostra storia in pensieri, parole e azioni?
Il primo tratto che possiamo cogliere della sua fisionomia riguarda il suo splendore che non abbaglia. Non viene con la forza di una verità soverchiante, che non ammette eccezioni e repliche, che dissolve ogni ombra e mette in fuga l’incertezza e il rischio. Non impone nessuna verità assoluta, dall’alto di una presunta autorità o privilegio, né manifesta quei segni portentosi che noi siamo soliti chiedere, inseguire, dai quali siamo facilmente illusi e delusi.
Lui testimonia lo straordinario nell’ordinario: si avvicina o si fa avvicinare da chiunque incontra per via. Ascolta, vede, si china, incoraggia, rialza, perdona, si fa compagno di cammino e non esclude davvero nessuno dal contatto, a meno che non ci sia disinteresse o rifiuto da parte dell’altro. Il che, spesso, accade in quelli che sanno già chi è Dio, come ci si deve regolare con Lui, e non hanno perciò più bisogno di conversione né di trasformazione.
Egli non fa rumore né clamore, non vuole mettersi al centro della scena, ma si rende discreto perché grazie all’incontro con lui accada una Presenza più grande che accomuna tutte le creature, con la quale si sente in relazione incondizionata, dalla quale si sente inviato. Egli anela infatti a risvegliare in ogni individuo la percezione elementare della Vita che irraggia, vibra e respira in ogni corpo, alla quale acconsentire con fiducia e passione. Apre i sensi al contatto della Gloria che continua ad alimentare e a gioire delle differenze.
Oltre alla sua accoglienza aperta, ospitale ed empatica, che abbatte ogni gerarchia e separazione, gli sta a cuore l’apprezzamento e la promozione della singolarità di ciascuno. Il suo incontro e il suo dire non è mai generico e generalizzato ma si rivolge e coinvolge il suo interlocutore da cuore a cuore, da sguardo a sguardo. Con libertà umile e sovrana, quella che gli viene dall’amore, egli disfa ogni volta le regole, i codici, le scritture, i pregiudizi, gli ordinamenti che non rispettano o non corrispondono agli eventi imprevedibili e inattesi di cui è fatta la vita. Guarda a quello che di umano, di nuovo, di possibilmente felice può sprigionarsi da quella situazione particolare, sciogliendo ogni muro che impedisce alla vita di scorrere e di fiorire nuovamente.
Sembra non esserci per lui cosa più preziosa dal suscitare una libera e fiduciale corrispondenza: “si compia secondo la tua fede!”. Per questo non è il fornitore di garanzie e di assicurazioni sulla vita che non sia un libero e amante mettersi in gioco, un lasciarsi coinvolgere in una creazione che continua, in un nascere che non ha termine, che conduce al largo da appropriazioni, insediamenti e violenze.
Sconcerta questa sua autorità che non è attribuibile a razza, ruolo o appartenenza, che viene presto attribuita al diavolo, alla follia, all’empietà… Ma quale capacità umana, la sua, di accogliere la precarietà e la vulnerabilità delle situazioni che incontra, sprigionando da esse fiducia, gioia, nuove possibilità! Perfino la morte non ha l’ultima parola su di lui, aprendo uno squarcio sull’oltre, da cui effonde lo Spirito senza misura, da ricevere e da donare…
Potremo anche noi essere accesi ed essere generati ogni giorno a questa esistenza testimoniale, cristica?

Non devi attendere che Dio venga a te
E dica: Eccomi. Un Dio che professi la sua forza non ha senso. Devi sapere che Dio soffia in te come il vento Sin dagli inizi, e se il cuore ti brucia e non si vela, c’è lui dentro, operante.

(Reiner-Maria Rilke)