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lunedì 10 maggio 2010

Vincenzo D’Alessio e il suo contributo alla conoscenza della poesia irpina

Donal d'Irlanda-di P. Galloni
Paolo Saggese

Gli studi sulla poesia irpina, nel corso dell’ultimo decennio, anche a seguito della pubblicazione della collana Poeti del Sud e dunque della “Storia della poesia irpina”, ha avuto un certo rinnovato impulso, come dimostra tra l’altro un’importante fatica letteraria, i Profili critici di Vincenzo D’Alessio, editi con postfazione di Massimo Sannelli, Presentazione di Alessandro Ramberti, per i tipi di Fara editore (Rimini, 2010). Si tratta di una raccolta di ben novantacinque interventi, quasi tutti recensioni, scritte soprattutto tra il 2006 e il 2010, e che proiettano meritoriamente la poesia irpina e meridionale in un dibattito nazionale garantito dalla prestigiosa casa editrice, che le ospita (molto interessante, ricco di stimoli, prezioso, è anche il dialogo a distanza intessuto con Padre Bernardo Francesco Maria Gianni, curatore dell’antologia Poeti profeti?).
Sebbene Vincenzo D’Alessio abbia dedicato molti dei suoi interessi alla poesia meridionale e sebbene lo spirito meridionale sia ben presente, l’intellettuale non perde di vista l’idea che la Poesia è sempre tale, prodotta al Nord, al Centro, al Sud di una Nazione che dovrebbe trovare, in occasione del centocinquantesimo anniversario dalla sua nascita, le ragioni di una convivenza civile necessaria, oltre che giusta. Pertanto, molti autori di altre regioni d’Italia sono oggetto delle indagini profonde, acute, “simpatetiche” e filologicamente fondate di Vincenzo D’Alessio.
Il suo “meridionalismo” e il suo profondo senso etico dato alla poesia sono colti subito e con intelligente empatia da Alessandro Ramberti e da Massimo Sannelli, che scrive una riflessione che condividiamo pienamente: “A Sud si deve essere ‘partigiani’, come scrive Vincenzo D’Alessio: ma non per riaffermare una povera fisionomia stilistica; a Sud si deve essere partigiani per non morire e per non sradicarsi” (p. 229). La riflessione ricorda Gramsci, e in effetti oggi non si può non essere “partigiani”, soprattutto al Sud, come anche nel resto d’Italia.
Vincenzo D’Alessio, infatti, è consapevole che ormai a Sud una delle poche voci libere è quella della poesia, e “che la ‘Questione Meridionale’ non è più nelle mani della politica: è oggi nelle mani della Poesia” (p. 53, a proposito delle Storie minime di Maria Pina Ciancio, Fara, 2009).
Il carattere antagonistico degli interventi di D’Alessio sul Sud può essere sintetizzato dall’amara riflessione sull’interruzione del Premio Nazionale di Poesia Città di Solofra organizzato dall’Associazione “Francesco Guarini” dal 1976 al 2006, fino alla XVI edizione. Così conclude la sua amara riflessione: “Siamo stati perseguitati, perché non abbiamo accettato, mai, la protezione di nessuna schiera politica. Noi abbiamo camminato sempre con la lucerna della conoscenza tra le mani, in cerca delle nuove generazioni, per aiutarle, con il silenzio della Poesia, a vincere le turpitudini politiche della nostra terra, madre-matrigna. Non siamo sconfitti. Ci fermiamo perché non ce la sentiamo di gravare sulle spalle di nessuno …” (“Come muore un premio letterario”, p. 64).
Oltre che al Sud, l’attenzione di D’Alessio è rivolta alle voci della terra irpina. E così compaiono le recensioni a Domenico Cipriano (L’enigma della macchina, L’Arca Felice, 2008), poeta giovane di grande eleganza, ad È luce il tarassaco, poi “Tarassaco e viole” (in Legenda, Fara, 2009) di una “voce” forte e profonda, che risponde al nome di Emilia Dente (“I versi di questa raccolta denunciano il dolore che promana dalla terra devastata, dai giovani invecchiati anzitempo, dalle forze sane che hanno molto da dare e che invece vengono paralizzate alla frontiera del fare …”, p. 78), alle raccolte di Antonietta Gnerre Fiori di vetro: restauri di solitudine (Fara, 2007), “Preghiere di una poetessa”, in Lo spirito della poesia (Fara, 2008), a PigmenTi (L’Arca Felice, 2010), poetessa di cui D’Alessio percorre con grande profondità il complesso percorso intellettuale: “Prova poetica”, scrive dell’ultima plaquette, “di elevato spessore filosofico, senza abbassare la musicalità delle composizioni. Una pietra miliare del suo percorso poetico” (p. 131). Ad Emilia Dente, tra l’altro, è dedicato ampio spazio anche nella recensione a Legenda (Fara, 2009).
Gli altri autori irpini, appartenenti alle generazioni precedenti e qui studiati, sono il poeta meridionalista e della “diaspora” Michele Luongo (di cui è recensito Irpinia terra del Sud, Tracce, 2003) e il poeta dialettale Giovanni Taufer (per la raccolta Sciure e papagne, Domicella, 2009). Inoltre, è dedicato un saggio a Michele Ricciardelli, per il libro L’Arcadia di Jacopo Sannazaro e di Lope de Vega (Fausto Fiorentino editore, Napoli, 1966) e ai volumi di Poesia meridiana, Poeti del Sud 3 (Elio Sellino editore, 2007), e Versi per il Formicoso. Raccolta differenziata (Lioni, 2008), a cura di chi scrive e di Giuseppe Iuliano. Dunque, queste ultime tre recensioni sono dedicate al nostro lavoro, alla riscoperta che noi stiamo tentando della poesia irpina, meridionale e meridiana.
Attraverso questi saggi, Vincenzo D’Alessio, mettendo in evidenza una notevole consonanza di idee con il Centro di Documentazione sulla Poesia del Sud, dà un contributo notevole alla nostra testimonianza culturale e morale. Lo studioso si domanda: “Perché il Nord non riconosce al Sud la partecipazione alla Letteratura Nazionale, dimentico dei grandi letterati e poeti che il lembo di terra meridionale ha offerto all’Italia?” (p. 194). E a proposito degli autori antologizzati in Poeti del Sud 3, osserva: “Crediamo sia giusto che il Meridione venga conosciuto attraverso questi esemplari Autori” (p. 200).
Insomma, con questo volume, il poeta e critico Vincenzo D’Alessio fa propria, come ha fatto per un’intera esistenza, la battaglia della poesia del Sud, coerente con l’idea che la “questione meridionale” spetti oggi combatterla alla poesia.
Su questo non avevamo dubbi, anche perché l’autore dice di sé, nella “autopresentazione in forma epistolare”: “Ho avuto un’infanzia difficile, ho subito forme di violenza fisiche che mi hanno segnato per il resto della vita. Sono stato, per queste prove, un animo sensibile alla poesia, alla musica, all’arte, all’esistenza dei più deboli” (p. 225). E la poesia del Sud è poesia dei più deboli per i più deboli: dunque, è la poesia più consona ad un grande che risponde al nome di Vincenzo D’Alessio.

sabato 14 luglio 2018

“Il sole della bella estate”


Sul libro di Vincenzo D’Alessio Dopo l’inverno e altre poesie (Fara 2017)





Torno di nuovo entusiasta dal recente incontro di Fonte Avellana con bei ricordi e con nuovi libri importanti, tra i quali Dopo l’inverno e altre poesie di Vincenzo D’Alessio (Fara Editore, dicembre 2017). È mia consuetudine cercare bellezza in un volume sin dal suo essere “oggetto libro”. Con Fara vado sul sicuro, ne trovo conferma anche in questa recente opera di D’Alessio. La prima di copertina e la quarta riportano un dipinto di Eliana Petrizzi che ritrae l’Autore con in mano qualcosa di enigmatico, al contempo punto interrogativo, psichedelica immagine floreale, scettro o esile bastone di chi è in cammino; al di sopra dell’altra mano appare un aleggiante globulo rosa di segni, di caratteri alfabetici, numerici e altro. A mio parere, una perfetta introduzione all’intera Opera di Vincenzo D’Alessio.
Dopo l’inverno e altre poesie è diviso in tre sezioni: Dopo l’inverno, Un caso del Sud, Costa di Amalfi. C’è una grande distanza temporale tra le tre composizioni: la prima edizione di Un caso del Sud risale al 1976, mentre Costa di Amalfi è del 1995. Probabilmente Dopo l’inverno è stata scritta recentemente. Lo scarto temporale non è comunque distanza tematica e poetica, perché la caratterizzazione di questo libro imprime ogni sua parte di qualità comuni. Quella di D’Alessio è, in alcuni suoi aspetti sostanziali, una poesia civile che, nella sezione Dopo l’inverno, giunge sino all’invettiva, come in questi versi: gli dèi umani hanno prosciugato / il cibo, ridono malvagi / del sangue innocente senza fine. Oppure qui: Ho visto incedere / nelle loro casacche / tronfi i servi dello Stato. Una poesia, inoltre, dolente, che sfiora a tratti l’amarezza: Ho desiderato questo amore / ché durasse oltre la morte / (…) l’ha colpito un maleficio / ed io non so, se è stato amore.
L’impeto lirico, gli umori d’una natura mediterranea impregnata di sole, di luce e profumi, l’anelito mitologico, la nostalgia di esistere, quasi in una pulsione parmenidea, giungono sempre tra i versi di D’Alessio come soffio salvifico: Ho con me un bel portafortuna / il tuo sorriso a spicchi / come agrumi intrisi di sole.
Ritroviamo la poesia civile nei versi giovanili di Un caso del Sud, in un frammento intitolato Emigrazione, da me consigliato particolarmente a coloro che dimenticano il recente passato e ignorano l’essenza errante e nomade della specie umana: Questo paese / amara ragione, / rivela cantieri / e concerie: volti allegri. / Ogni stagione / ritornano i giovani / sempre stranieri. In questa sezione leggiamo un verso (dopo il sole della bella estate), in un echeggiare dell’opera di Pavese, che ritorna quasi integralmente (Il sole della bella estate) nelle prime pagine come verso introduttivo dell’intera raccolta. Sento in tale gesto una sorta di fedeltà, a distanza di oltre quarant’anni, a sé stesso, al proprio atto creativo. Perché tutta l’Opera di D’Alessio mi appare come fedeltà alla terra, fedeltà alla vita, similmente all’invito fondamentale che Nietzsche faceva pronunciare al suo Zarathustra.
Nella sezione finale, Costa di Amalfi, le prime poesie sono riportate in un elegantissimo corsivo, quello della calligrafia “d’una volta”, come in un trasferimento integrale, in altri fogli pubblici, delle migliori paginette scritte del nostro amato quaderno. Mi ha inizialmente colpito questa apparente bizzarria. Poi, d’improvviso, è giunto alla mente il ricordo d’uno dei libri che nei miei vent’anni mi hanno profondamente commosso: il Diario di Nijinsky, il meraviglioso ballerino russo. Egli voleva inconcepibilmente pubblicare quel suo scritto con i suoi stessi fogli, con la sua stessa scrittura a penna, perché in tale scrittura, in quei fogli, c’era il respiro dell’autore, la mano che trema dall’emozione, la lacrima che bagna la carta. Chiunque abbia la fortuna di ricevere ancora lettere di carta da una persona cara, sa di cosa si tratta. Vincenzo D’Alessio in Dopo l’inverno e altre poesie ha forse cercato anche questa ulteriore alchimia.

giovedì 8 novembre 2012

Vincenzo Capodiferro su La valigia del meridionale di Vincenzo D'Alessio

recensione pubblicata su Insubria Critica

 LA VALIGIA DEL MERIDIONALE
Un’intensa raccolta di liriche di Vincenzo D’Alessio


La valigia del meridionale e altri viaggi (poesie 1975-2011), prefazione di Anna Ruotolo, è un’opera di Vincenzo D’Alessio, Fara Editore 2012. Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra, in provincia di Avellino, nel 1950 e vive a Montoro Inferiore. Laureato in Lettere all’Università di Salerno ha ideato, tra l’altro, il Premio di poesia “Città di Solofra”, nonché fondato il gruppo di cultura “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. È autore di diversi saggi di storia e di numerose opere poetiche. Ricordiamo solo l’ultima raccolta Figli del 2009, dedicata al figlio Antonio, scomparso prematuramente. Come ha sottolineato la prefatrice «la voce del poeta irpino si offre nuda e vigorosa, a tratti falce interdetta che grida l’ingiustizia (Siamo nani / di fronte al potere oscuro), altre volte sguardo che abbraccia e sostiene la volontà di ribellarsi umilmente ma con determinazione a ciò che opprime la dignità dell’uomo e deturpa l’ambiente e questo nonostante gli insuccessi, le ferite, le bastonate…». Chi conosce Vincenzo D’Alessio, uno dei membri più attivi, oltre che contemplativi, dei poètes maudits del circolo irpino-lucano, sa subito riconoscere il suo stile, sobrio ed intenso, sottile ed incisivo come spada che ferisce e combatte, ispirandosi a quel maledettismo meridionalista. Il tema forte di questa raccolta è l’emigrazione, intesa qui come una romantica, struggente uscita, o “estasi” senza ritorno: di qui il forte senso di “sehnsucht”, una profonda nostalgia, una perenne tensione verso l’infinito, che anima le nuove, ma sgualcite, perché antiche nel senso intimo, paginette dell’intensa e raccolta raccolta di componimenti, breviori e laconici. C’è, come diceva Schelling, nell’Assoluto l’ “Abgrund des Willens”, l’abisso della volontà, per cui le esistenze sono, nel medesimo tempo, una necessità divina ed un male: «questa è nelle cose l’inafferrabile base della realtà, il residuo non mai appariscente, ciò che, per quanti sforzi noi facciamo, non si può risolvere in elemento intellettuale, ma resta nel fondo eternamente». Male che sarà redento quando le esistenze singole torneranno all’Unità primigenia, ma ciò non è previsto per l’emigrante dalessiano. Citiamo solo un punto per rendere l’intera idea dell’opera: A te che sei andato via/ grido: non tornare! / in questa terra che credi amica/ non cercare in fondo al cuore/ il respiro di madre antica / … cerca nella nuova terra/ il tuo destino, lascia ai salici/ la corsa verso il mare. C’è il forte richiamo, però in senso inverso, alla ferma speranza nell’oppressione del salmo 136: «Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre, perché là ci chiedevano parole di canto coloro che ci avevano deportato», ed anche ad Alle fronde dei salici di Quasimodo: «E come potevamo noi cantare … ?», di cui l’eco forte e silenziosa: Quando potremo riposare? / Terra rimasta vera / solo nei pensieri miei. L’oppressione, invece, in D’Alessio è proprio nella propria terra, una madre matrigna, come una natura leopardiana, un coccodrillo-Crono che divora i suoi figli. Ecco perché la Ruotolo più volte paragona il poeta ad un eterno friedrichiano “viandante sul mare di nebbia”, come quei Figli lontano dal sole / nelle nebbie tristi di torpore…: «dunque il poeta campano, a dispetto dei silenzio e della perdita di punti fermi in una qualsivoglia tradizione è il viaggiatore per antonomasia, sempre in giro e mai troppo lontano dai suoi luoghi».


Vincenzo Capodiferro


lunedì 18 gennaio 2010

La poesia di Antonio D'Alessio 16 gen: fotoracconto

alcune foto del bellissimo incontro dedicato alla poesia di Antonio D'Alessio presso la sala consiliare di Montefusco (AV)



Paolo Saggese e Antonietta Gnerre



(da sx) Paolo Saggese, Mirco Figliolino (sindaco di Montefusco), Giuseppe D'Alessio,
Alessandro Ramberti e Alessandro Di Napoli


i musicisti di Notturno Concertante


una parte del folto pubblico


Lucio Lazzaruolo, Vincenzo D'Alessio, William Stabile, Giuseppe D'Alessio


Sullo sfondo i ragazzi della III media di Montefusco
che hanno letto le poesie di Antonio D'Alessio


in primo piano da sx: Peppino Iuliano, Paolo Saggese,
Mirco Figliolino, Giuseppe D'Alessio ed Emilia Dente



a destra in primo piano Vincenzo D'Alessio ed Emilia Dente



da sx: Lucio, Giuseppe, Vincenzo e Alessandro


William Stabile

martedì 16 gennaio 2018

Sotto la cenere il fuoco arde ancora

recensione di Renzo Montagnoli su Arteinsieme.net

Copertina di Eliana Petrizzi
Fara Editore
Poesia
Pagg. 96
ISBN 978 94903 21 8
Prezzo Euro 10,00

È da un po’ di tempo ormai che ho l’opportunità di leggere la produzione poetica di Vincenzo D’Alessio, produzione che pur presentando tematiche affini denota una continua ricerca di uno stile che sia definitivo e non in continua, e pur positiva, evoluzione. Direi che ciò tuttavia poco importa poiché il poeta campano, pur senza disprezzare la forma, che anzi a tratti è ricercata, è uno che va alla sostanza, in quei continui strali verso una situazione di immobilismo storico di cui la malavita organizzata ha larghe e preponderanti colpe. La tendenza, quindi, è quella di realizzare una poesia civile, sempre dolente, ma mai arrendevole, ben inserita in un contesto territoriale che senza far identificare l’autore come un poeta stanziale, in ogni caso lo fa apparire come notevolmente influenzato da fatti e da atmosfere locali. E così che ritroviamo questo filo comune anche in questa raccolta (Dopo l’inverno e altre poesie), uscita come sempre per i tipi di Fara, tanto più ove si consideri la circostanza che l’opera si è classificata al secondo posto nel concorso Faraexcelsior 2017. Non si smentisce anche questa volta Vincenzo D’Alessio che sembra quasi portare sulla schiena l’eterno malanno dell’immobilismo meridionale, con quella rabbia a stento soffocata per i continui tradimenti subiti, per quella sofferenza talmente radicata che sembra escludere ogni speranza di miglioramento. Eppure, D’Alessio ha un sogno che è concretizzabile ed è quello di un mondo in cui ognuno possa essere artefice di sé stesso, senza impedimenti, senza imposizioni da parte di chi si arroga il diritto di decidere della vita d’altri. Ed è per questo motivo che in questa raccolta, forse più sofferta di altre, si passa da versi come questi (Ho visto incedere / nelle loro casacche / tronfi i servi dello Stato / hanno lo sguardo / sprezzante di chi è arrivato / non arrossiscono / hanno pane per i figli / vivono giorni sereni / nell’avvenire / hanno potere senza giustizia / odiano i vinti / tolgono loro il respiro.), in cui lo sdegno, più che la rabbia, è a stento trattenuto, a questi altri (L’estate ritorna / nel fresco mattino, / la nebbia che ovatta. / La gente, i passi, / riprende un lavoro. / Vita in campagna. / In città una noia. / In campagna la vita. / Ogni estate più bella. / Tetti, spicchi d’arancio, / aprono fiati di torri. / Lavoro per sopravvivere. / Ogni anno un’ estate. / Vivere una nuova estate.) in cui è presente una situazione di normalità da cui traspare un senso di bucolica serenità. Appare quindi evidente che la speranza, morta ormai in molti, ancora cova sotto la cenere dei sogni infranti di Vincenzo D’Alessio, che continua imperterrito e mai domo nella sua missione volta a impedire che ci si dimentichi di questa terra che potrebbe essere altra cosa con una presenza forte e decisa dello stato, quello stato così lontano da udirne a malapena la voce fatta di vuota e insana retorica.
Da leggere, ovviamente.

Vincenzo D’Alessio è nato a Solofra nel 1950. Laureato in Lettere all’Università di Salerno è stato l’ideatore del Premio Città di Solofra, nonché il fondatore del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e dell’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato anche saggi di archeologia e storia (v. bibliografia Polo SBN di Napoli). Diverse le raccolte poetiche che anno ricevuto premi e riconoscimenti, la più recente è La valigia del meridionale ed altri viaggi (Fara 2012, seconda edizione 2016 ). Nel 2014 vince con Il passo verde la pubblicazione in Opere scelte (Fara 2014). La tristezza del tempo è inserita in Emozioni in marcia(Fara 2015). Con Alfabeto per sordi è tra i vincitori del concorso Rapida.mente ed è stato inserito nell’omonima antologia (Fara 2015). Queste ultime raccolte sono riproposte in appendice a Immagine convessa. (Fara 2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati.

sabato 15 giugno 2019

Il poeta vivifica il ricordo: le Nuove anime di Vincenzo D'Alessio

Vincenzo D’Alessio, Nuove anime, Fara 2019

recensione di Michele Sessa



http://www.faraeditore.it/vademecum/24-Nuoveanime.html


Testimone assai valido della paziente Irpinia, Vincenzo D’Alessio è autorevole poeta e scrittore delle “nuove anime” dei borghi della sua Terra, continuamente ferita, sfruttata, desertificata se non devastata.

“C’era una volta un paese felice / dove la gente pensava al lavoro /… sono scomparsi alberi e fiori, erbacce / ortiche, farfalle e colori /… il bambino immagina…/”

Con il suo “fuoco purificatore”, con un processo vivificante, il D’Alessio, con parole umili e semplici, rievocando i rimpianti d’altri tempi, di quei frutti antichi, dei crepuscoli di nature oramai scomparse, vorrebbe ridare vita “alle anime morte” fatte dei silenzi delle ombre dell’oggi… ma, i suoi, sono i tristi rimpianti di amori, di sentimenti di una madre-terra che Vincenzo D’Alessio più non ritrova intorno a sé, anzi tutto è “sagome di morti”… con “le voci (che) hanno perso i loro nomi”.

Intorno è solo “mal di vivere”… resta il ricordo vivificante nella solitudine della quotidiana meditazione dei segni della vita che “ci hanno ridotto in povertà”, allontanandoci dalla vita vera, avvicinandoci alla morte.

Il mondo contadino oramai è in disuso; è “punto di luce defunta”, con il linguaggio piano ed assai curato dell’Autore che consola e sconsola, e disarma vieppiù nella “magica notte”. È “stupore che caratterizza il sublime”, che scuote lo spirito del poeta mentre la sua “natura” diventa “epifania d’emozioni” che dal profondo intensamente il mondo ammonisce.

giovedì 3 settembre 2009

Su Figli di Vincenzo D'Alessio

Figli ( Poesie) di Vincenzo D’Alessio,
Edizione G. C. F. Guarini – Montoro Inferiore (AV), 2009,
pag. 70 Euro 5
ISBN 978-88-904234-0-6

recensione di Michele Luongo in BluArte


È possibile raccontare l’amore per i figli? Sembrerebbe una domanda facile, ma quando questo amore assume l’essenza della propria vita , paradossalmente, nel momento del dolore non si trovano più le parole, la forza per l’espressione.
Lo scrittore poeta Vincenzo D’Alessio ci ha regalato “Figli”, il suo ultimo lavoro. Poesie che ci raccontano il dialogo silenzioso dell’immenso amore del padre per il proprio figlio. Emilia Dente ha curato l’introduzione del libro, evidenziando la Poesia, il canto, il dolore.
Padre, figlio, ma soprattutto esseri della Nostra Terra del Sud, ed è immancabile quel percorso: “colmo di troppi oltraggi” – “ Sud che mi urli dentro” e quella inesorabile speranza: “Lascia che la terra dove dormono anime sincere nella notte apra le porte dell’amore al futuro che nascerà”. E poi la dignitosa amarezza: “Troppi tormenti oscurano i giorni – Siamo impotenti contro la sorte anche se la fede consola i morti”.
“Assetato di carezze”, l’Uomo, umilmente, chiede: “Un sorso d’acqua” – anima di pace”, “ insegnami a volare innanzi al giorno”, vive la speranza di un mondo migliore.
D’Alessio con il suo canto, intriso dall’intimo dolore, riesce a trovare la linfa per un dialogo, si silenzioso, ma di voce pressante, ininterrotta che i figli del Sud, purtroppo, da troppo tempo ne chiedono soluzione.
La poesia di D’Alessio è una poesia senza confini, le sue parole accarezzano il tempo ci accompagnano in quel comunicare ora paterno, ora amichevole, ora saggista, ora storico del tempo, ma è sempre un rapporto limpido di chi ama, l’amore anche nella morte sa sbocciare la vita. Ecco forse questo è il pensiero, l’insegnamento del poeta D’Alessio, amare come solo si può amare un figlio.

domenica 7 aprile 2019

“Un abbraccio di parole e sentimenti”: Nuove anime di Vincenzo D'Alessio

recensione di Renzo Montagoli pubblicata su Arte insieme

http://www.faraeditore.it/vademecum/24-Nuoveanime.html

Vincenzo D’Alessio, Nuove anime, FaraEditore 2019
Prefazione di Alessandro Ramberti
Note critiche dei giurati Nicoletta Mari e Colomba Di Pasquale

Poesia
Pagg. 64
ISBN 978 88 94903 62 1
Prezzo Euro 10,00


Ragione e sentimento

È da un po’ di tempo che ho l’opportunità, e la fortuna, di leggere la produzione poetica di questo autore avellinese, che a definirlo un cantore del Sud è volerlo considerare a tutti i costi un artista stanziale, cioè abbarbicato alla sua terra e alla sua gente, che costituiscono la tematica delle sue liriche. In effetti, se è pur vero che Vincenzo D’Alessio trae ispirazione dalla natura dei suoi luoghi, dalle tradizioni, ma anche dalla disperazione della sua gente, la sua è una voce che si leva forte e chiara contro le ingiustizie sociali e avversa a una pratica egoistica ed edonistica volta a corrompere e a distruggere l’ambiente in cui viviamo. E anche dove sembra che il discorso poetico tragga fonte dall’analisi introspettiva del proprio animo, questa lacerante invocazione per un mondo migliore, alla fin fine, è sempre presente (C’era una volta un paese felice / dove la gente pensava al lavoro /ogni giorno benediceva, quello /che i campi donavano loro / passarono gli anni e fuori dal paese / sorsero case, fabbriche e chiese / la gente allora lasciò i campi /per guadagnare e… andare avanti / ma il sole sorge, come ogni giorno, / sulle ricchezze, sciagure ed orgoglio, / e quella terra, ormai morta, / diventa schiava di altra sorte / c’era chi pianse e chi ancora aspetta / che dalle Alpi ritorni suo figlio / ma come i campi anche lui muore / in un silenzio che fa male al cuore /….). Questi versi sono parte della prima poesia e ben evidenziano il mutamento economico, sociale e culturale che ha interessato le zone eminentemente agricole del meridione, con uno sradicamento indelebile e il tormento di chi ha preso coscienza che il benessere tanto promesso, e solo in parte concretizzato, porta a un malessere interiore che lentamente distrugge la vita. Tuttavia, pur restando stilisticamente non ricercato, per quanto di indubbia efficacia, constato con vivo piacere che D’Alessio ha voluto mettere alla prova la sua poeticità dipingendo immagini di celestiale bellezza, ricorrendo ad artifizi letterari che impreziosiscono senza gravare (Scolora il seppia del fondo / dove raggiante il tuo viso riluce / profuma di rose intatte nel tepore / di maggio,.../… oppure anche chissà cosa pensa il buio / mentre dormiamo avvolti /nello scialle della notte /…). C’è una ricercatezza di immagini, ma anche di suoni (provate a leggerle a voce): rima non rara, ma nemmeno frequente, come se l’autore, senza perdere di vista le tematiche a lui care, avesse deciso che rinchiudere un quadro già bello in una cornice azzeccata avrebbe ulteriormente impreziosito l’opera, e così infatti è stato. E poi ho colto forse un’altra caratteristica delle poesie di questa raccolta: sembrano sgorgate direttamente dall’anima in un lavoro sinergico con la mente che ha smussato i toni, ha addolcito là dove era necessario, ha calcato la mano dove più evidente doveva essere il messaggio, ha instaurato un dialogo muto con il lettore, in un abbraccio di parole e di sentimenti a cui è piacevole abbandonarsi. Così il poeta si svela, eliminato il naturale pudore, e ciò trova conferma anche in questi tre significativi brevi versi (anima mia, poesia / né occhi né bocca /nuda al mondo).
VincenzoD’Alessio continua a emozionarmi con la sua poesia che anche quando parla di morte è ricerca di vita, che anche quando piange le miserie di un mondo che appare sconfitto lascia tuttavia intravvedere una sua possibile resurrezione; quindi, leggere le sue sillogi fa bene, è una tremula, ma indomita luce che brilla nelle tenebre di un mondo che solo l’amore potrà salvare.

Vincenzo D’Alessio (Solofra 1950), laureato in Lettere all’Università di Salerno, ha ideato il Premio Città di Solofra, fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato saggi di archeologia e storia, recensioni e versi in numerosi periodici, antologie, siti e blog (in particolare Narrabilando e Farapoesia). Raccolte poetiche per i tipi di Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi(2012, 20162); Il passo verde (in Opere scelte, 2014); La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati. Nel 2017 è uscita la raccolta Dopo l’inverno, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso Terra d’Agavi 2018 (Gela, AG), segnalata al Premio Civetta di Minerva (Summonte, AV), finalista al Premio Tra Secchia e Panaro 2018 (Modena). Del 2018 sono i Racconti di Provincia.

martedì 18 settembre 2012

Su La Valigia del meridionale e altri viaggi di Vincenzo D'Alessio



Sono formato tascabile le pubblicazioni di poesie inserite nella Collana Sia cosa che di Fara, di Alessandro Ramberti. Curate nei minimi particolari, dello stesso formato e tutte con le alette, sono maneggevoli e piacevoli, si possono portare sempre con sé e possono farti compagnia nei momenti più impensati: sui pullman, alle fermate dei semafori, all’ombra di un albero ed anche di notte, quando non si riesce a prender sonno. La Collana, giunta a 93 tirature, nel mese di agosto si è arricchita di un nuovo volumetto: La valigia del meridionale e altri viaggi  di Vincenzo D’Alessio. Il Nostro, che si interessa da tempo non solo di poesia ma anche di storia, archeologia, antropologia ed è un attento promulgatore della cultura, è uscito dai confini dell’Irpinia ed è approdato a Rimini.
La prima di copertina, avvolta in un verde tenerello, da dove si staglia una valigia aperta, fornisce già una chiave d’accesso alle sue pagine. 
La valigia è di cartone, la usavano i nostri nonni, quando lasciavano la loro terra per andare a trovare lavoro in altri luoghi. Di terra e di cielo è colma la valigia, con ammassi di nuvole, alle quali il poeta affida i suoi esuli pensieri, di carducciana memoria.
La raccolta, dedicata a suo figlio Antonio, venuto a mancare nel settembre 2008, comprende un lungo percorso poetico, che va dal 1975 al 2001; si avvale della prefazione della giovanissima poetessa Anna Ruotolo, che parla di una partenza senza staccarsi dalla porta di casa e dell’introduzione dell’autore, che definisce la poesia: “La stanza illuminata dagli affetti e dai ricordi nell’anima di ogni essere umano.”
Sono pieni effettivamente di ricordi dell’infanzia i versi tratti dalla Valigia delMeridionale. D’Alessio ci prende per mano e ci riporta indietro nel tempo, ci immerge in un paesaggio settembrino, ci fa sentire i profumi, gli umori della terra arata di fresco, ci fa respirare l’aria incontaminata, ci fa bere l’acqua che spira dalle caverne, ci fa sollevare lo sguardo verso il cielo aperto, dove suo nonno faceva vagare i suoi sogni.
Sono solo ricordi.
Ora - si rammarica il poeta - è morta la terra da arare e mille fabbriche hanno stretto d’assedio le macchie di aceri e di querce. E ancora “Dove c’era il grano, il cemento disegna sagome spaventose, … il catrame uccide l’albero”. Egli si sente solo, più solo di  uno scoglio in mezzo alle correnti, è solo a sollevare nel vento il richiamo al falco pellegrino, a chiedere perdono alla memoria ferita.
D’Alessio è il cantore del Sud con una struggente nostalgia per il passato, una opprimente angoscia per il presente ed un sottile filo di speranza per il futuro. È il poeta della civiltà contadina, ormai scomparsa. Non ci sono più gli ultimi padri con le zappe che disegnavano la sera nei solchi.
Come Rocco Scotellaro e Leonardo Sinisgalli hanno cantato la terra lucana, così Vincenzo D’Alessio descrive con passione la terra irpina. È il poeta che, in un momento di rabbia, invita i giovani laureati che sono andati via, a non tornare, a non cercare in fondo al cuore il respiro di madre antica. In lui vibra forte il pensiero meridionale, che affida al canto l’ingiustizia, ai versi l’innocenza della speranza, per illuminare il cielo di domani.
La sua è una rivendicazione di esistenza e di resistenza.
“Un treno di neve viaggia nella sua mente, avanza sui binari dei pensieri, stazioni interminabili le ore, quando il dolore spinge la vita.”
Costellata di dolore è la sua vita, soprattutto in questi ultimi anni, privato della presenza del figlio Antonio, al quale dedica una poesia tenera e densa di affetto; si confessa di essergli mancato come padre, di diventare un bambino nuovo che vuole vivere verità e poesia.
È confortato dall’amore di sua moglie Raffaela, che sa donare l’orgoglio della serenità; al figlio Pietro Maria rivela il suo animo sofferente e gli chiede di porgere la mano e stringerla forte.
Nel viaggio non dimentica i suoi amici, come l’astrofilo Michele Caliano, che fa i turni di notte, Maria Giovanna Vitale, emigrata al Nord e William Stabile che ha raggiunto la Bolivia.
Giungendo a Castelsaraceno, davanti ad un laghetto del monte Alpi, avverte il silenzio dei Padri della terra e sversa nell’iride sale.
Durante il viaggio si afferra con coraggio al padre della lingua italiana, al grande Dante Alighieri, che piega le stelle al suo timone.
La sua è una poesia onesta, sottesa da una forte passione civile e da uno sguardo attento alla realtà storica, sociale, politica ed economica. La si può avvicinare alla poesia di Maria Pina Ciancio, che in Storie minime e unapoesia per Rocco Scotellaro con ritmo sincopato, canta e piange la sua terra, che ritrae nuda e che considera matrigna.
La questione meridionale viene affidata non più alla politica, ma alla poesia, che diventa scudo del tempo e poesia etica, perché pregna di una dimensione collettiva e sociale.
In questa nostra società liquida, il Sud ha bisogno di poeti appassionati e autentici della tempra di D’Alessio, che va al nocciolo delle cose, spronandoci ad avere consapevolezza della nostra identità, per disegnare, insieme a lui, con lampi d’ingegno una siepe e il profumo di lievito del pane di Montefusco, per dissetarci all’acqua che scende dalle nuvole, sorride al sole e spegne il sudore sul mare.