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martedì 20 aprile 2021

Recensione di Domenico Pisana al libro Sfinge di pietra – A stone sphinx di Claudia Piccinno


 


Una poesia spontanea nei luoghi e nei ritmi, attraversata da un sentire impulsivo che si connota come viaggio, intreccio di silenzi e di ignoto, di armonie , di ricordi, di improvvisi fremiti, e che promana dalla realtà carica d'emozioni.

E’ questa l’impressione che si ricava accostandosi alla raccolta bilingue, italiano -inglese, “Sfinge di pietra”, della poetessa pugliese Claudia Piccinno, opera che già nell’interessante e simbolico titolo, incastonato nel bellissimo dipinto di copertina dell'artista Immacolata Zabatti, contiene una dichiarazione di poetica, tanto lineare quanto complessa, e che fa pensare alla sequenza mitica Sfinge, Edipo e Antigone, a “La Esfinge”, di Miguel de Unamuno, al Poema del grande scrittore inglese O. Wilde ove il poeta vede con la mente una Sfinge antichissima, “languida e misteriosa, sinuosa e morbida come una lince”

Il corpus poetico della silloge mostra, rispetto alle precedenti, un ulteriore processo evolutivo sul piano del linguaggio e delle scelte formali, e si compone di due linee di movimento: la prima di 14 poesie; la seconda, che si snoda in forma poematica, con un titolo molto significativo: “Sono vetro”.

La Piccinno mette in campo con i suoi versi, come su un palco teatrale, l’incognita di una natura profanata, i conflitti della “coscienza del bene e del male” e della “vanitas vanitatum”. La Sfinge diventa centro di oggettivazioni interiori, bersaglio di disillusioni, traguardo di conversazioni disposte a ricercare la verità e il senso delle cose:

Cerco il senso

di questo vuoto di parole

in una dimensione

che non mi appartiene”.

La poetessa sceglie la sfinge per simboleggiare la realtà misteriosa, impenetrabile, disegnata nelle facce di uomini e donne di questo tempo globalizzato; emblematiche sono le poesie “Amica mia”, “Sull’adulazione”, “In punta di tastiera”, ove i versi sono tagliati con sentimento ferito e richiamano le tante “sfingi contemporanee”, ossia quelle persone indecifrabili, impenetrabili, enigmatiche, che nascondono i propri sentimenti e la propria cultura dietro un comportamento oscuro, arcano, imitando sia l'essenza enigmatica della sfinge greca, sia l’immagine fredda, distaccata, indifferente, solenne, trionfale e maestosa di quelle egizie. Questo spiega perché la poetessa dichiara di rifiutare “la tonalità delle grinze /del vestito che dovrebbe(dovrei) indossare”; di nutrire il sospetto verso chi “vuole mortificare l’intelletto” e di essere consapevole che “a svelarsi ci si rimette sempre”.

La seconda parte del volume “Sono vetro”, costruita in forma poematica, dice della personalità a largo spettro e di grande impegno etico e civile di Claudia Piccinno; la poetessa cala i grandi temi dell’esistenza nel contesto socio-culturale della contemporaneità, consegnando al lettore un quadro dal quale traspare l’arrivismo sconsiderato, la dualità tra l’essere e l’apparire, la volontà prevaricatrice, la finzione, la disonestà, l’egoismo, la mancanza di rispetto e di amore verso l’altro; emblematici,a riguardo, sono questi versi schietti e pungenti:

Ti fai pietra /quando hai paura. Ti fai di marmo /per non sbilanciarti, Ti fai di legno /per non esporti. Ti fai di nebbia /quando hai vergogna, Ti fai di vetro /se lui ti guarda. Ti fai di gesso /se lui ti lusinga. Ti fai di cenere /se lui ti inganna. Ti fai di bile /se lui ti dimentica”. (XXXII)

Non posso che compiacermi con Claudia Piccinno del suo coraggio senza frontiere; se Piero Bigongiari diceva che “noi siamo la stazione in cui la parola pensante ondeggia un po' prima di proseguire la sua corsa”, a ben pensarci i versi della Piccinno a me sembrano quella stazione ove fluttua da vari percorsi quella parola reclamata al pensiero come segno di cammino; ove staziona ciò che l'esperienza le offre: il pianto o il sorriso dei giorni, l’entusiasmo della meditazione, l’affanno della ricerca, l’indignazione o l’esaltazione; e così i suoi versi diventano “pagina scritta” fra azione e abitudini, fra reazioni e obbedienza, riflessioni e meditazioni, certezze e incertezze, fra il distacco di facce sfingee e i suoi sguardi di “cuore pellegrino”, fra l’opacità di relazioni e il suo percepirsi come “casa di vetro” in cui potersi specchiare come nella trasparenza dell’acqua.

Alcuni stilemi, in particolare, sono speculari alla forte indignazione e lacerazione dell’anima e imprimono nel lettore, con forte incisività, immagini difficilmente dimenticabili:

ogni sasso un pensiero” – “Siamo radunati dietro le quinte” – “maschera di dolore sorridente” – “Selvaggia la mia mente /si sveglia e si nasconde /dietro ipocrite convenzioni “ – “interloquire con i silenzio di un tormento” – “istauro un dialogo per sognatori” – “L’intuito reclama obbedienza” – “Paroloni sorridenti/ col tuo modus vivendi “ – “Non sarò solo un ingranaggio” – “Annaspo tra i perché dei miei bambini –

Dunque, in questo libro, energia concettuale e “vis emozionale” si intrecciano dentro un poetare che si affida al verso ora breve, ora lungo, ora prosodico, costruendo una epistemologia esistenziale dal basso che utilizza anafore e moderne Verbidungen sinestetiche e metaforiche senza cedere né a tentazioni discorsive né a emorragie retoriche.

La “Sfinge di pietra” di Claudia Piccinno ci lascia la rivelazione di un sofferto e forte modo di sentire, di profondo guardarsi dentro, di un giudicarsi senza paura con una visione realistica della vita, di un confrontarsi, cioè, con un senso concreto e profondo delle cose umane.


Domenico Pisana con l'autrice Claudia Piccinno

mercoledì 13 maggio 2020

FRANCESCO POTENZA LEGGE LA NOTA IRRIVERENTE







INTERVENTO DI PRESENTAZIONE
VOLUME DI CLAUDIA PICCINNO
LA NOTA IRRIVERENTE

Ho provato ad accostarmi ai versi di Claudia Piccinno, un po’ come si fa quando, nel trantran della nostra vita lavorativa, ci si accosta ad un ruscello per sentirne il rumore, il suono fresco e leggero.
Ho provato emozione, è stato bello scoprire di avere a che fare con un'autrice intensa e di grande sensibilità.

Talvolta, lo confesso, si rimane folgorati dal suo verseggiare, un verseggiare che ha la particolarità di oscillare tra ermetismo, crepuscolarismo e realismo, che quasi raccoglie in sé diverse epoche letterarie, differenti stili dai quali però l'autrice si lascia lambire senza perdere la propria autonomia e la propria contemporaneità, un verseggiare variegato che custodisce in sé dinamiche complesse, che rispecchiano in toto la complessità del nostro vissuto.
 
Sono d'accordo con Ester Cecere che, nella sua prefazione al volume individua l'amore come tratto caratterizzante della poesia di Claudia Piccino; io da tempo sostengo una tesi un po’  bislacca e molto criticabile, in realtà.
Ritengo che tutte le poesie siano poesie d'amore.
Questo arditamente sostengo ove si consideri che l'animo poetico è sempre mosso, oltre che dall'analisi del reale, da una scintilla interiore che è un concentrato di sentimento puro; questo sentimento è amore nelle sue infinite forme.
In tale ottica, non esistono poesie, anche di denuncia sociale o disapprovazione, che non possano dirsi poesie d'amore.

Se questo è lo sfondo, la trama che si sviluppa dai versi della Piccinno è intrisa di messaggi amorosi e di speranza.
Bisogna saperli cogliere, però, perché nei versi della Piccinno è frequentemente presente la dimensione del dolore, individuale ed universale, dal quale, però, è possibile salvarsi, dal quale ci si salva.

La poesia della Piccinno è poesia coraggiosa, autentica, che non si discosta dalla consapevolezza del dolore umano (che può consistere nella perdita di un affetto come in una delusione amorosa, nella presa d'atto della violenza sulle donne piuttosto che nella considerazione dell'indifferenza e della cattiveria che alberga nell'animo di molti uomini), ma, a ben vedere, la nota irriverente sta proprio nella ricerca dello spiraglio, del barlume, della speranza che può cambiare il mondo, che può rendere migliori, in questa fuga dell'amore verso il celeste del cielo, in questa smisurata voglia di esistere e resistere.

Perché Claudia Piccinno è consapevole che se in ogni arrivederci c'è sempre un pò di addio, in ogni addio c'è sempre una traccia di arrivederci.

A ben vedere, persino nella poesia che appare senza spiragli, Stalattite senza sfumature, l'immagine forte e fortemente pensata, ma anche ironica della colomba che cerca di scaldarsi sui fili elettrici, che quasi invoca una scossa per non sentire il ghiaccio di febbraio e della vita che incombe, altro non è che la metafora della vita umana che lotta contro il fato, le avversità, per affermarsi come vita nel suo senso più autentico e reale.
La colomba si ribella al gelo dell'inverno come l'uomo, cerca la vita negli antri più scuri, cerca un pugno di luce in una galleria.

Ma di versi che nascono da un impeto genuino d'amore per approdare all'amore ce ne sono a iosa in questa silloge; ogni verso è una folgorazione, ogni verso è un bagliore nel gelo dell'inverno.

A pagina 22, ad esempio, Claudia Piccinno scrive: "Io amo il bambino che è in te / il monello degli aerei di carta / delle fughe all'aeroporto./ Gli occhi fissi al cielo / a chiedersi il senso del volo"

A pag. 24 "In fondo siamo miseri corpi del creato / per vivere ci basta una scintilla" (versi che quasi rimandano ad Ungaretti: "Ungaretti /uomo di pena / ti basta un'illusione / per farti coraggio. Un riflettore/ di là / mette un mare /nella nebbia"

A pag.25, suggestivi sono i versi della poesia Amami Dio: "Amami e restituiscimi il candore / di chi crede al futuro, amami perché io non perda lo stupore del presente"

Un'altra immagine stupenda è a pagina 34: "Ho letto nei tuoi occhi / l'alfabeto che cercavo".
Una lingua magica, dunque, che non deve confondersi con il comune alfabeto.
Il linguaggio degli occhi pieni d'amore ha un codice autonomo, più personale, più sublime. Non è l'alfabeto e basta. E' l'alfabeto a cui anela un cuore innamorato.

E ancora, a pag. 35. "L'amore non ha bisogno di promesse /L'amore arriva senza chiedere permesso".

In verità, il manifesto poetico dell'autrice è proprio nei versi della poesia da cui prende il titolo questa silloge, La nota Irriverente: "Io nota irriverente /fui brevettata tra garze e manuali / per divulgare accenti di speranza".

Si tratta, a ben vedere, di immagini illuminanti, di folgorazioni, di improvvisi approdi, di insegne luminose, di attracchi nella nebbia, di scosse elettriche, di lampi viaggiatori.

Perché di tale stoffa raffinata è fatta l'anima poetica di Claudia Piccinno, di questa capacità visionaria. Di questi bagliori sono intrisi i suoi versi, che meritano di essere letti, riletti, meditati e respirati.
Una cura al cuore del mondo per renderlo migliore.
                                                                      
 Francesco Potenza







domenica 14 febbraio 2021

Armando Iadeluca, In ordine sparso. Commenti critici sulla scrittura di Claudia Piccinno, Il cuscino di stelle, Pereto, 2020.

 


In una pregiata veste grafica, per le edizioni di Cuscino di Stelle, è stata recentemente pubblicata una raccolta di testi critici – tra lettere, commenti, recensioni e veri saggi – sull’ampia attività letteraria della poetessa e scrittrice pugliese, ma bolognese d‘adozione Claudia Piccinno. Il libro, dal titolo tanto onnicomprensivo quanto evocativo, recita “In ordine sparso”; il volume è stato curato da Armando Iadeluca. Non passa assolutamente inosservata la raffinata copertina che riporta un acquarello assai efficace che ritrae un colibrì pensato in movimento, opera particolarmente avvincente in grado di trasmettere un senso di levità, firmata dall’artista Florisa Sciannamea.

Il libro, che è ben più di un repertorio di testi critici, semmai un vero e proprio saggio, nella ricchezza delle vedute, nell’ampiezza delle interpretazioni e degli squarci ermeneutici dei tanti critici che via via si susseguono, si apre con un apparato dedicato alle “recensioni sulla poetica”. La pagina incipitaria è vergata dal breve e partecipe messaggio di un nume tutelare della critica letteraria nostrana, il professore Giorgio Bàrberi Squarotti, che nel suo mirabile ed esatto intervento critico, così enuclea il piglio attento della Nostra e l’efficacia del suo dettato lirico: “La sua poetica alterna una liricità commossa e luminosa a riflessioni e pensieri di vita con efficaci giudizi sull’attualità nel dolore della storia”. In questa frase sembra contenuto un mondo: un periplo attorno al profilo letterario della Nostra che, in chiave sinottica e tra rifrazioni di simboli, ben serve per addentrarsi all’interno delle pagine di questo volume.

Non sarebbe giusto né opportuno fare “la critica della critica”, se teniamo in considerazione che anche il sottoscritto è orgogliosamente presente nel volume; al contrario, la volontà di questo breve testo è di presentare – pur per sommi tratti – la composizione del volume e accennare ai molteplici contenuti. L’operazione editoriale di Iadeluca è, infatti, da considerare assai rilevante – non solo per la spiccata autorevolezza delle voci inserite, il prestigio di altre, la notorietà di altre ancora – ma perché ricostruisce in maniera fedele il percorso letterario della Nostra che si snoda tra le varie pubblicazioni in volume, tanto per la poesia che per la saggistica. Il fatto che un poeta contemporaneo, della nostra età, possa contare su di un volume saggistico monografico su di lui – com’è appunto questo – non è qualcosa di dubbia o minima rilevanza. Al contrario è il segno tangibile – che rimane a testimonianza – di una stagione florida, promettente e indiscutibile nell’attività letteraria della Nostra, così ben strutturata, contestualizzata e, com’è giusto che sia, meritatamente riconosciuta, fatta oggetto di analisi, di considerazioni estetiche e contenutistiche.

Nel volume compaiono testi di (cito in extenso e non ad libitium) Andrea Marrone, Ignazio Gaudiosi, Fabrizio Mugnaini, Evaristo Seghetta Andreoli, Teresa Gentile, Arrigo Pareschi, Agron Shele, Nicola Maselli, Mauro Montacchiesi, Francesco Potenza, Marina Atzori, Lorena Guarascio, Carmen Moscariello, Antonio Spagnuolo (il grande poeta campano, presente nel volume con molteplici letture critiche, lunghe lo spazio di una paginetta appena, eppure così incisive e capaci di vestire le opere della Piccinno in maniera così confortevole e adeguata), Emanuele Aloisi, Alessandro Ramberti, Stefano Valentini, Grazia Procino, Domenico Pisana (con le sue recensioni assai particolareggiate nelle quali dà una doppia vita ai versi, che cita abbondantemente per poi far “respirare” il testo attraverso le sue puntuali piste investigative sui significati), Vittoria Nenzi, Maria Luisa Tozzi, Maria Rizzi, Sabina Guidotti, la recentemente scomparsa Bruna Cicala, Paola Bisconti, Nazario Pardini (presenza ineluttabile della critica alla poesia italiana contemporanea, commentatore attento di tanti poeti, artefice di chiose che sono ornamento estetico e scavo ontologico), Angela Caccia, Milica Lilic (altra presenza, dopo Shele, che testimonia l’interesse dell’attività poetica della Nostra anche in intellettuali dell’altra sponda dell’Adriatico), il sottoscritto, Fiorella Franchini, Ester Cecere, Alessandra Peluso, Bartolomeo Bellanova, Raffaella Tamba, Ninnj Di Stefano Busà, Giovanni Invitto, Angioletta Masiero (presente con due suoi commenti scritti quali motivazione per dei premi speciali conferiti alla Piccinno in seno a vari concorsi letterari), Deborah Mega, Brunello Gentile, Ugo Piscopo (uno degli ultimi veri “decani” della poesia nostrana), Massimo Massa, Paolo Pozzi, Rossella Maggio, Piero Lo Iacono, Rosanna Bonafede, Antonella Griseri, Patrizia Romio, Marco Errico, Itala Cappello, Fabrizio Bregoli ed Elisa Silvatici.

Dunque giornalisti, critici, professori universitari, ma anche poeti, com’è facile recepire da alcuni nomi piuttosto noti e ampiamente stimati (non solo in Facebook, chiaramente, che sarebbe ben poca cosa) ed è questo che – a mio avviso – appare particolarmente interessante. La critica – non tanto il giudizio secco e perentorio, inflessibile e obiettivo – di quella accademica (pure presente in alcuni brani nel volume) ma dell’universo spensierato e smagato dei poeti, di quei creatori silenziosi capaci di sviscerare emozioni che sono di tutti, interloquire con le possibilità finanche col dubbio, di sorvolare su aree inesplorate pur sapendo rimanere, al contempo, con i piedi ben ancorati al suolo. Una critica mimetica ed empatica, dove il poeta che legge un altro poeta è come se si ritrovasse (o non ritrovasse, pur avendo piacere disquisirne), come se ritrovasse parti di sé (o tentasse di farlo), annodando fili di un’imprecisata matassa che è quella dell’esistenza, la medesima con la quale – con i linguaggi che possono pure essere diversissimi – anche lui ha a che fare e alla quale si trova avvinto. Ecco perché queste letture – con la particolarità di alcune autrici femminili e con sole poche eccezioni – sono così intime e ridenti, delle vere confessioni o dei conversari tra vecchi amici. Si nota, infatti, e lo si apprezza in maniera così istintiva, il fascino e la piacevolezza che questi autori (persone, prima; poeti, poi) hanno sperimentato nel corso della lettura delle opere della Piccinno, la loro immedesimazione e partecipazione, la loro vicinanza a un sentire che è forse comune ma la cui esplicitazione su carta è data ai pochi, a coloro che – citando Federico García Lorca – hanno “il fuoco nelle mani”.

Ci sono testi anche in lingua straniera, com’è il caso dell’albanese di Agron Shele e questo mette in luce anche un’altra delle caratteristiche del percorso letterario della Piccinno che la vede particolarmente connessa ad altre lingue e culture, a universi geografici particolarmente distanti con i quali dialoga, interagisce in uno scambio mutevole di conoscenze ed esperienze. Notevole è, a tal riguardo, il suo costante impegno nell’universo della traduzione. Operazione, questa, che va meritevolmente richiamata – il saggista prof. Domenico Pisana l’ha inserita tempo fa in un suo volume Inserita in “Pagine critiche di poesia contemporanea” (Il cuscino di stelle, 2019) che è un ponte tra culture apparentemente lontane – se teniamo in considerazione la nostra società multiculturale e sfaccettata, che sempre più reclama confronti e travasi d’esperienze umane e letterarie. Il sapersi (anzi, il volersi, che è cosa diversa) relazionarsi a un contesto più ampio di quello della provincia italiana che, invece, guarda all’internazionalità, diventa, infatti, prerequisito quasi fondamentale per una completa e più attenta coscienza collettiva, finanche per una responsabilità che proprio in quell’incontro, in quel dialogo tra pari, fa intravedere motivi di crescita, consapevolezza e, non da ultimo, di umanità. Rientrano in questa stagione d’impegno nell’interpretariato una serie di opere tra le quali le traduzioni in italiano di opere del peruviano Oscar Limache (“Volo d’identità. Poesie 1979-1986”, Il cuscino di stelle, 2018), della turca Ilal Karahan (“Angoli della notte”, Il cuscino di stelle, 2019), del tedesco Gino Leineweber (“Ciao oscurità”, Il cuscino di stelle, 2019), dell’arabo Raed Anis Al-Jishi (“Gabbiani sanguinanti. Guarda, senti, vola”, Il cuscino di stelle, 2018) e il recente volume “Una brezza mediterranea tra poeti italiani e turchi / A Mediterrean Breeze among Italian and Turkish Poets” a cura di Claudia Piccinno e Mesut Şenol (Il cuscino di stelle, 2020).

I tanti contributi critici raccolti nel volume permettono, così, di avvicinarsi ad alcune opere della Piccinno, che vengono proposte in un percorso à rebours, partendo dalla più recente spostandosi progressivamente alle precedenti pubblicazioni in ordine, dunque, anacronologico che tende, nel percorso a ritroso, all’evidenza di un percorso diluito nel tempo. Qui, infatti, vari autori di recensioni e commenti parlano di questi suoi libri: “La nota irriverente” (Il Cuscino di Stelle, 2019), “Rime sparse. Il suono di due voci del Mediterraneo” (CreateSpace Independent Publishing Platform, 2018 – opera a quattro mani col poeta albanese Agron Shele), “Ipotetico approdo” (Mediagraf, 2017), “Ragnatele cremisi” (Cuscino di stelle, 2017), “Il soffio. Cortometraggi d’altrove” (2013), “Potando L’euforbia” (inserita nel volume collettaneo “Transiti diversi”, Rupe Mutevole, 2012), “La sfinge e il Pierrot. Una voce in due tempi” (Aletti, 2011). A questo punto – di colpo – si cambia genere e vengono riportati commenti e recensioni su un recente volume della Piccinno di carattere saggistico che porta come titolo “Asimov: un volto inedito. L’umorismo di Isaac Asimov tra realtà e fantasia” (Il cuscino di stelle, 2020) interamente dedicato al celebre scrittore russo, pietra miliare del genere fantascientifico e creatore delle tre leggi sulla robotica con particolare attenzione alla sua raccolta di racconti “Azazel” (1982). Particolarmente pregevole e ben orchestrato, tra gli altri, è l’intervento del poeta brianzolo Fabrizio Bregoli.

Il volume si chiude – seguendo un’ideale percorso ovoidale – nelle prossimità di dov’era iniziato, ovvero ai nostri giorni, al 2020 da poco lasciatoci alle spalle, con la fresca pubblicazione “Tintenflügel / Ali d’inchiostro” (Ed. Verlag Expeditionen, 2020) che propone in doppia lingua tedesco-italiano una scelta di poesie della Nostra (la versione in tedesco è di Gino Leineweber) e “In nomine patris” (Il cuscino di stelle, 2018) opera di poco precedente.

Questa polifonia di voci qui raccolte che promanano dall’attenta lettura delle opere della Piccinno è così diversificata – per linguaggi, punti di vista, sistemi di perlustrazione e tanto altro – che l’opera risulta avvincente e l’interesse dell’ipotetico lettore mai viene meno. La combinazione dei testi, nelle loro diversificate analisi, fa sì che il lettore si senta incuriosito a ricercare e leggere determinate opere della Nostra anche per poter vedere quale potrebbe essere il nostro personale giudizio, determinato dall’effetto che l’opera ha prodotto in noi. Le risposte – infatti – sono molteplici, tutte a loro modo valide e confacenti all’opera della Nostra e tale polifonia – che è una ricchezza che si autoriproduce – non può non far pensare a quel che Pedro Salinas – poeta dell’amore e della poesia pura per antonomasia – ebbe ad osservare: “Quando una poesia è scritta è terminata, ma non finisce; comincia, cerca un’altra poesia in se stessa, nell’autore, nel lettore, nel silenzio”.

Lorenzo Spurio

Jesi, 12/02/2021

mercoledì 5 maggio 2021

Recensione a “Sfinge di Pietra” di Claudia Piccinno - a cura di Elisabetta Bagli

 



Sfinge di Pietra è l’ultimo libro di poesie di Claudia Piccinno, poetessa internazionale che ha al suo attivo un percorso letterario lungo e variegato. Con i suoi versi, letti, recitati e tradotti, spazia dall’India all’America Latina passando per tutta Europa, attraversando il mondo con la forza e la vitalità di chi crede nel reale potere della poesia. Per i suoi libri Claudia utilizza sempre titoli particolari, inusuali, sorprendendo il lettore con la sua originalità, manifestando sin dall’inizio il desiderio di comunicare la sua essenza. In questa silloge poetica, infatti possiamo ascoltare un silenzio, quello della Sfinge, fatto di parole che costituiscono la forza e la stabilità del suo sentire e possiamo anche ascoltarne persino il suono nell’attesa della “vibrazione giusta,/il suono di un battito/che mi riporti a casa”. Sí, perché, nonostante gli innumerevoli viaggi di cui è costellata la vita della poetessa, il bisogno di casa, di conforto, di sostegno è assolutamente necessario e rigeneratore. La Sfinge è in questo caso l’ambiente conosciuto, ristoratore, la casa che ci cura, che è lenimento, che è respiro e salvezza. Ma possiamo ascoltare anche il silenzio assordante delle pietre che rappresentano il simbolo del tempo che passa, dell’eternità, della memoria antica dell’essere umano; le pietre come ancore di coscienza, radici delle emozioni più recondite ma non per questo meno vive, emozioni che ci aiutano a capire chi siamo  (“Non sarà solo un ingranaggio/a scandire il tempo,/è la memoria la pietra miliare/di questa esistenza”).

Con ciò non voglio dire che la silloge di Claudia Piccinno sia un discorso intimo con se stessa che non possa essere compreso e interpretato dai più. Anzi, è proprio nel susseguirsi dei pensieri, che si snodano in versi fluidi e intensi, che ognuno di noi può ritrovare la sua quotidianità: l’autrice è una testimone consapevole del proprio tempo. Piccinno ha la capacità di fotografare gli istanti dei suoi sentimenti, dei suoi pensieri donandoci immagini di una vitalità immediata e di una grande forza espressiva (“Mi sento baciata dall'istante,/complice l'obiettivo,/instauro un dialogo/per sognatori/e so che la luce/conta più di ogni parola”).

Nei versi precedenti appare la parola “luce”. Questa silloge poetica è piena di luce, lo strumento più immateriale al quale ricorre il poeta per sondare il mondo, il suo e quello in cui vive, quello in cui l’angoscia dei dubbi e l’urgenza della speranza trasportano il pensiero. Attraverso le sue quotidiane inquietudini ci mostra che nella vita c’è sempre una scappatoia, una speranza, c’è la capacità di dire altro, di fare altro. Piccinno ci mostra che la possibilità di riscatto è nelle nostre mani, bisogna solo aprirle, con quel coraggio che spesso non si ha, al nuovo che avanza (“Una promessa le tue mani” - “non occorre che io riponga un sogno nelle tue mani”).

Attraverso la lettura delle sue liriche si evidenzia la straordinaria coerenza della presenza degli elementi che costituiscono i valori e i principi capisaldi della sua esistenza dedita alla comprensione di se stessa e di quanto la circonda per oltrepassare i suoi limiti, anelando alla libertà fatta di piccoli e grandi cose, ribellandosi a determinati stereotipi attraverso l’uso della parola (“fende le catene/e oltrepassa le frontiere” - “senza veli né vincoli/senza catene o guinzagli”).

La Sfinge di Pietra di Claudia Piccinno è una sorta di fusione tra quella greca e quella egiziana, perché nei versi della poetessa si avverte sia l’esigenza di oltrepassare le leggi distruggendo il mostro che spesso si annida in noi come la paura (“Paura di cadere a picco” – “ti fai pietra/quando hai paura” – “assemblata dalla paura” – “e se fosse paura,/ l’assurda prestesa di dare/un nome alle cose?” – “Fioriti i gerani/mi dicono che la vita prosegue,/che devo ignorare la paura/se voglio restare” – “Mi sono persa dietro la paura”), esattamente come ha fatto Edipo sciogliendo l’enigma della sfinge di Tebe, sia la necessità di esternare quell’universo femminile, quell’intuizione creativa e nuova rappresentata dalla Sfinge egizia, simbolo della forza dell’emisfero femminile che si rivela gradualmente attraverso le sue liriche (“Per quella sottile membrana ho tacitato/l'inchiostro/ma prepotente ritorna la sua forza dirompente/a seminare speranza prima che apatia/ci trascini nel buio”).

La presenza nelle liriche di Piccinno di un elemento fragile come il vetro potrebbe deviare il lettore per la sua caratteristica fragilità. Ma in questo senso il vetro e la fragilità che rappresenta non sono altro che il desiderio di trasparenza nel rapporto con gli altri e con se stessa. È la necessità di comprendere e farsi comprendere, di riflettere una realtà che non sempre è vicina, ma che esiste ed è autentica (“Sono vetro, in me ti specchi/e sai che io rifletto./Sono altro, sono oltre, sono altrove”).

Con Sfinge di Pietra siamo di fronte a una silloge nella quale si respira poesia nuova, moderna, dal sapore antico, ma estremamente attuale nella sua manifestazione derivante da un’originalità stilistica che attinge a piene mani dalla conoscenza delle lingue da parte dell’autrice, riuscendo a modellare il verso, attribuendo allo stesso una connotazione realistica e vivace nel contempo.

 


venerdì 19 maggio 2023

Un silenzio che scava, crea e incanta: “poesia che attraversa e illumina l’essere”

Claudia Piccinno, Implicita missione 

recensione di Lidia Loguercio



Il comporre trae ispirazione da molti elementi, ma soprattutto in poesia non può esimere il poeta dal percorrere le solitarie e segrete vie all’interno del proprio Io, scavo interiore che costituisce “lo spiro” vitale, il corrimano a cui aggrapparsi, quando si avverte dentro di sé più pregnante il peso del vivere o di tempeste emotive che opprimono l’animo. 
Il silenzio diventa così veicolo del dire, apre le porte dello scavo interiore nel tempio dell’anima, percorre le onde nell’abisso del mare e poi, come una piuma, vola in alto nel cielo e s’innalza verso il sublime.
Questa è stata la prima impressione che ho colto dalla lettura della bella silloge poetica di Claudia Piccinno, dal titolo Implicita missione, in ristampa dalla FaraEditore nel 2023, raccolta poetica che unisce quattro sezioni [Poesie varie, Haiku, Tautogrammi e Dediche], ma che in una versificazione elegante, chiara, con costrutti fluidi arricchiti qua e là da metafore, paragoni, ossimori, si presenta densa di riflessioni, di cristalli preziosi di gocce di memoria, di argentate spume di oblio atte ad allontanare il rumore e il disturbo quotidiano per accedere ad “un cielo che rischiara, il varco all’orizzonte” (da Tabula rasa, pag. 35).
Claudia Piccinno, figlia della Puglia, docente in Emilia e Romagna, traduttrice affermata e ben inserita in un contesto internazionale, autrice di varie silloge poetiche e saggi, presenta in copertina del testo Implicita missione il dipinto La poesia di Raffaello Sanzio (1508) posta nella volta della Stanza della Segnatura.
Il silenzio è motivo presente in molte liriche (Il cielo di domani: “Asciutta è l’ugola che mi rimanda i silenzi” pag. 19; Nel codice alfanumerico: ”Mi predispongo al silenzio”, pag. 20; Incerte verità: ”Il silenzio […] compete col buio a intermittenza di un addio”, pag. 23; Come il fiume: “verrà il silenzio senza rumore”, pag. 33; Roma d’ottobre: “vuoto a perdere su intrecciati silenzi e vanagloria”, pag. 34).
Oltre il silenzio sono presenti nel testo altri temi: 

- Quello preponderante del legame della Piccinno con la sua terra. Tema viscerale, posto in apertura della raccolta, è quello delle radici (lirica L’ossessione delle radici, pag. 15), che richiama non solo la bella Puglia, Lecce in particolare, (descritta nelle Dediche) con le tradizioni, (culinarie e non), usi e costumi (mandorle, fichi, friselle, la pizzica, l’assoluto candore della pietra bianca del barocco leccese; le piante, fonte di ricchezza (lirica Tra gli ulivi, pag. 16). Vivo è il colore delle arance, l’immagine collegata al padre, del quale sempre caro è il ricordo e la mancanza (liriche A mio padre, pag. 21, e Gli SMS di mio padre, pag. 25), come pure è caro, ”dolce la voce che più non suona”, il ricordo della madre (lirica Senza un domani: “i capelli di mia madre, ragnatele fuori tempo sulla spazzola”, pag. 28).

- Claudia coglie, poi, l’isolamento forzato per il Covid-19, che ha determinato “lo schermo che pietrifica il sorriso” e “smarrito l’odore di un abbraccio” (lirica Incerte verità, pag. 23); esprime la consapevolezza di voler esistere: in quell’ ”Esserci” reiterato più volte, traspare un caleidoscopio di intenti posti al vivere, quasi come ”il mantra da cui ripartire” - dice la Piccinno - forza di ”Esserci”, per la famiglia, nella leggerezza, “come una foglia spazzata via dal vento” o come un robusto germoglio d’opunzia (fico d’India)(lirica Germoglio d’opunzia). 
Vi è, poi, non sempre sereno e a volte tormentato il riferimento all’amore (liriche: Nel codice alfanumerico, Desistere, Asincrono destino).
Vi sono altresì le considerazioni sulla vita [liriche: Il bucaneve (confronto natura - Io) pag. 31; Come il fiume: “Come il fiume, lascio che sia / ciò che verrà” pag. 33; La tabula rasa: “Io onda d’urto / Io tempesta / Io scheggia impazzita. Attendo il cielo che rischiara / il varco all’orizzonte / la tabula rasa / che rimuove ogni cosa / mi voterò all’oblio / e alla quieta mano / che sulla mia si posa.” pag. 35; Ossimoro evidente ruga: “nella serratura il karma della vita” pag. 24.)
Non manca lo sguardo: alla società attuale [liriche Incerte verità e A Negar Banu, poliziotta uccisa dai talebani]; alle amicizie, prezioso supporto nella vita (lirica Inatteso innesto “di affinità e di stupore”; al vuoto (lirica A Roma d’ottobre).
Infine l’anelito religioso, che accorato traspare dalla invocazione di aiuto nel vivere, in cambio della voce della poesia, atta a cogliere l’invisibile (lirica Dammi, mio Dio). Conclude la sezione delle Poesie varie la lirica Donna è il nome del futuro: parole di speranza sono espresse in “Bellezza sarà la sua vittoria / pace l’implicita missione” con chiaro riferimento al titolo della raccolta.
Si colgono soprattutto espressioni di freschezza e collegamenti con la natura negli Haiku: ”Gialle giunchiglie / spuntate tra i muri, / viva la vita”; “Sulla mia siepe / riposa la lucciola / bianco fermaglio”.
I Tautogrammi evidenziano perizia lessicale nei collegamenti delle immagini, mentre nelle Dediche ( 7 liriche ) traspare profondità e grande sensibilità dell'animo.

- Nel testo traspare complessità di fili che sotto il velo della poesia rigano intrecci di sentimenti e stati d’animo diversificati. Ci sono sentimenti per cui non si troveranno mai le parole.
L’animo di Claudia Piccinno appare così colorata di sfumature di pensieri, difficili da esprimere, eppure sono dentro di lei e riflesse dentro il lettore, a dispetto di tutto. 
La vita è un oceano di atomi. Con i sensi percepiamo esteriormente ma non interiormente.
”Il mondo - dice Bataille - è dato all’uomo come un enigma da risolvere”. Ogni persona ha nelle sue mani un potere meraviglioso per fare il bene o il male, a seconda del fine che vuole scegliere.
Fa paura alla poetessa non il dolore, (fitte che il corpo deve soffrire, sopportare giorno dopo giorno o in un decorso di malattia e contro il quale è possibile porre rimedi relativi o impossibili, ma che temprano, essendo fonte di crescita e di maturazione), bensì la solitudine, il rapporto con mondo, l’indifferenza, il non essere compresa, se non da pochi e fidati amici, il non avere l’amore (sognato o ideale) e che le appare sfuggente nel volto.

- Come fine dell’Implicita missione viene indicato nel testo Donna è il nome del futuro la pace che, nella situazione attuale potrebbe essere specifico riferimento alla risoluzione del conflitto Russia-Ucraina, ma che potrebbe anche rimandare - dice Baruch Sinoza in Trattato teologico politico - a “una virtù, uno stato mentale, una disposizione di benevolenza, fiducia, giustizia”.

- Una ulteriore riflessione è da porsi a ciò che viene indicata come La fotosintesi della memoria indicata al termine del testo Inatteso innesto come connubio ”d’affinità e stupore”. Ma che cosa è la memoria - dice Julio Cortazar (in Hopscoth, 1963 ) - se non il linguaggio del sentimento, un dizionario di volti, di giorni e odori che si ripetono, come i verbi e gli aggettivi di un discorso, […] rendendoci tristi? 

- Fulcro dell’animo della Piccinno è pertanto la poesia a cui attingere quando manca il respiro della vita, poesia che attraversa e illumina l’essere, per questo è difficile. Il suo linguaggio è un ventaglio che tutto comprende, destinato alla mutevolezza eterna. 
Mi piace porre fine all’analisi dell’opera Implicita missione con il riferimento al ruolo nuovo della donna nel futuro con la citazione di Nietzsche “E in verità il tuo respiro ha già il profumo dei canti futuri.” (da Così parlò Zaratustra).

sabato 17 ottobre 2020

Gian Ruggero Manzoni legge Asimov, un volto inedito- Edizioni Il cuscino di stelle 2020

  ASIMOV: UN VOLTO INEDITO di Claudia Piccinno, Edizioni Il Cuscino di Stelle.

Claudia Piccinno, poeta, traduttrice, organizzatrice di eventi culturali, bravissima in tutto ciò che fa, e “ne fa tante”, e sempre con capacità e passione (e questo lo dico con estrema sincerità), è nata a Lecce nel 1970, ma si è trasferita, giovanissima, in Lombardia e poi in Emilia Romagna, dove attualmente vive. Presente in oltre sessanta raccolte antologiche, già membro di giuria in vari premi letterari a carattere nazionale e internazionale, insegnante, è laureata in Lingue e Letterature Straniere. Di lei, in poesia, ricordiamo: “La sfinge e il pierrot”, 2011; “Il soffitto, cortometraggi d’altrove”, 2013; “Ragnatele cremisi”, 2015; “Ipotetico Approdo”, 2017; quindi, come saggi: “Karaya Cikma Hayali”, Istanbul 2018; “Pourpre toile d’araignée”, Parigi 2018; “Magie in Staunen”, Amburgo 2018; “МОГУЋА ЛУКА”, Belgrado 2018 etc.; inoltre è co-curatrice di molti volumi antologici inerenti autori albanesi, turchi e di lingua spagnola, nonché, ovviamente, italiani. La Piccino, con questo suo libro, ha scelto di indagare un’opera fantasy di Asimov, certamente fra quelle meno conosciute: “Azazel” (del 1982), raccolta di racconti brevi i cui protagonisti sono George, alter ego ironico dell’autore, e appunto Azazel, demone o entità aliena extra-terrestre, alto solo due centimetri, invocato da George e suo collaboratore nella realizzazione di varie imprese, a metà tra il magico e il fantastico, che costituiscono, appunto, l’intreccio nelle e fra le varie narrazioni. Si è scritto di questo saggio inerente il sommo (almeno per me, considerato che i suoi libri, in particolare il ciclo della “Fondazione”, hanno molto segnato il mio essere) Isaac Asimov: “L’elemento originale nei racconti di ‘Azazel’, rilevato dalla Piccinno, è l’uso di uno stile fortemente ironico che è veicolo per mettere in evidenza una serie di problematiche di assoluta attualità che riguardano il rapporto fra uomo e scienza, individuo e collettività, uomo e natura, incluse tematiche sociali e politiche (come la critica al Reaganismo, ad esempio); ne nasce una lingua ibridata, nuova e originale per Asimov, di cui la Piccinno dà ampia scelta con una ricca selezione di brani in lingua originale, accompagnati dalla sua riuscita e vivace traduzione”. L’autrice invece ha detto di questa opera di Asimov, e ciò con innegabile acume: “Azazel non è mera letteratura d’evasione, ma è un piccolo trattato pedagogico in chiave umoristica che ci aiuta a cogliere il risvolto positivo in ogni situazione, a derogare dai programmi prestabiliti, a spogliarci di ogni pregiudizio, nonché a scoprire nel ‘diverso’ le similitudini che lo rendono umano proprio come George, in tutta la sua imperfezione”. La prefazione al saggio è di Bruna Cicala la quale, con precisione, coglie l’animo della Piccinno che, attraverso l’analisi di “Azazel”, riesce a farci comprendere che l’originalità del grande autore ebreo-russo, poi naturalizzato americano, è stata quella di saper coniugare l’umorismo con l’amore per il surreale, unito a quel tanto di “oscuro” che non guasta, e sempre per tenere desta l’attenzione. Del resto Asimov si è sbizzarrito a declinare la scienza e “il futuro possibile” in infiniti modi diversi, sempre in accezione istruttiva e affascinante, basandosi da un lato sulla tradizione filosofica-storica-psicologica-sapienziale tipicamente nostra, occidentale, mentre, dall’altro, affrontando la pagina con la capacità, tipica, della sua etnia di origine, la stessa che fu e che è di Dostoevskij, Tolstòj, Babel’, Gogol’.


venerdì 12 maggio 2023

L’«Implicita missione» poetica di Claudia Piccinno

recensione di Giuseppe Vetromile (Circolo Letterario Anastasiano) pubblicata su Transiti poetici



Ecco una nuova “missione” poetica di Claudia Piccinno, autrice di grande talento, prolifica, ma soprattutto grandissima conoscitrice della materia poetica nazionale e internazionale, avendo contatti continui con le realtà letterarie di altri Paesi, convegni, traduzioni e varie altre interessanti attività che riguardano questo ambito. Parliamo del suo recente libro di poesie Implicita missione, uscito agli inizi di quest’anno per i tipi di Fara Editore. Strano titolo, ma se vogliamo, davvero indovinato, perché nulla più di una poesia può essere una “missione”: anche in questo caso, il missionario-poeta tenta di portare la sua voce alle genti, non già per convertirle ai propri credi, bensì per aprire loro nuovi orizzonti, offrire la possibilità di provare altre emozioni, o ancora emozioni autentiche, dal momento che in questa fase della nostra storia, così falsa e decadente sotto tanti punti di vista, l’umanità si è forse disabituata all’incanto e alla purezza, alle vibrazioni della natura circostante. Implicita missione è un po’ tutto questo, laddove per implicito si sottintenderebbe la ovvietà, la naturalezza di un’operazione del tutto gratuita e affettuosa, nei confronti del lettore-fratello, in una società, appunto, dove nulla è dato per scontato, e anche l’offerta della poesia viene spesso fraintesa se non accolta con sospetto o persino con un completo disinteresse. Con Implicita missione Claudia Piccinno tocca vari aspetti del dire poetico, offrendo al lettore una gamma piuttosto esaustiva della sua potenzialità e modalità espressiva. Il libro infatti è suddiviso in quattro sezioni: “Poesie varie”, “Haiku”, “Tautogrammi” e “Dediche”; le quattro parti però, pur differenziandosi per la modalità strutturale, appunto, si integrano vicendevolmente evidenziando la tematica complessiva di tutta la raccolta, e cioè l’attenzione dell’autrice nei confronti della natura e dei sentimenti, con osservazioni anche minime delle cose e dei valori, nella quotidianità.
In particolare Claudia Piccinno, in questa raccolta, mostra di possedere tecniche di scrittura poetica davvero elevate, se si pensa, ad esempio, agli haiku, ma soprattutto ai testi della sezione “Tautogrammi”, dove riesce, con rara efficacia, a costruire versi che utilizzano sempre la stessa lettera, fornendo comunque un senso e un significato complessivo sorprendente.
La poesia è indagine e raccolta di messaggi provenienti dalla realtà che ci circonda, anche da quella nostra interiore, però le varie modalità espressive, le tecniche di scrittura, gli stili, le forme, sono prerogativa di quei letterati e poeti che conoscono molto bene la materia e da anni la frequentano. Claudia Piccinno è sicuramente tra questi.


L’ossessione delle radici


Visioni del sud

nella nodosa corteccia

degli ulivi

frammenti di luce

in comode rate

a colmare gli abbracci inevasi.

Un libro, un taccuino, un caffè

fan da cornice

a quest’elioterapia del ritorno.

Non c’è scadenza, né vuoto a rendere

in quest’ossessione delle radici.


(continua su Transitipoetici)

mercoledì 24 novembre 2021

Premio internazionale Aco Karamanov per l'eccellenza poetica a Claudia Piccinno: complimenti vivissimi!


Consiglio del 48° Incontro di Poesia Karamanov


Tre anni fa, il Festival Internazionale di Poesia “Karamanov Poetry Meetings” che celebrava i 54 anni dalla prima edizione, e il Centro di Cultura “Aco Karamanov” Radovish hanno inaugurato il Premio Internazionale di Poesia “Aco Karamanov” per l'eccellenza nella poesia.

Il consiglio del 48° Karamanov Poetry Meetings ha accettato la proposta del presidente del consiglio, il poeta Borche Panov, e ha preso una decisione sul vincitore di quest'anno che è stato selezionato tra 30 poeti mondiali precedentemente scelti da diversi paesi del mondo. Pertanto siamo lieti di annunciare che il PREMIO INTERNAZIONALE DI POESIA “ACO KARAMANOV” al 48° Karamanov Poetry Meetings va alla poetessa italiana CLAUDIA PICCINNO.

Una selezione di poesie di Claudia Piccinno è stata tradotta in lingua macedone da Daniela Andonovska-Trajkovska (dalla lingua inglese) e Borche Panov (dalla lingua serba) e sarà pubblicata in un libro di poesie dal titolo “A Light Hole in the Cathedral”- Foro di luce in cattedrale.

La poesia di Claudia Piccinno è un sublimato della dimensione umana in cui gioia e dolore, pace e quiete sono percepiti come interferenza della forcella lirica del ventunesimo secolo in cui stiamo perdendo l'umanità e stiamo sprofondando nella sordità dell'alienazione in tutte le direzioni nella caduta della civiltà. La poesia della Piccinno ha il coraggio di farci affrontare le nostre stesse paure, ci chiama ad accettare e a superare i nostri errori, a stare dietro lo scudo della nostra purezza di esseri umani, a riportare in auge il nostro coraggio in modo da poter sentire l'adrenalina sotto la nostra lingua ancora una volta, per poter essere vivi, anche osando la rabbia se necessario e per connettere l'arco delle nostre vite umane sulla Terra con la nostra essenza in Cielo – ha indicato il presidente Borche Panov nella motivazione del premio.

https://acokaramanov.com.mk/2021/11/23/%D1%81%D0%B2%D0%B5%D1%82%D1%81%D0%BA%D0%B0-%D0%BD%D0%B0%D0%B3%D1%80%D0%B0%D0%B4%D0%B0-%D0%B7%D0%B0-%D0%BF%D0%BE%D0%B5%D0%B7%D0%B8%D1%98%D0%B0-%D0%B0%D1%86%D0%BE-%D0%BA%D0%B0%D1%80%D0%B0/

N.B. Aco Karamanov (31 gennaio 1927 – 7 ottobre 1944), nato a Radovish, (Macedonia dell'Est), è rimasto una delle figure più impressionanti di tutta la letteratura macedone. È morto in battaglia a soli 17 anni, ma le poesie e il diario che ha lasciato dietro di sè testimoniano il suo ingegno, la sua maturità poetica e la sua erudizione.È considerato uno dei fondatori della letteratura macedone contemporanea. La sua poesia è stata originariamente scritta in serbo-croato e bulgaro, ed è stata tradotta in macedone dopo la sua codificazione nel 1945. 

In una delle pagine del suo diario c’è scritto: “Oggi compio diciasette anni. Ma sono io quello che compie diciasette anni? Ah, no! Siamo noi, noi tre che compiamo i diciasette anni, noi, le tre parti di un’essere dal nome A.K. – proprio noi: A.K. poeta, A.K. scettico, A.K. uomo.
A.K. poeta. Un bimbo innocente di cinque anni dai grandi occhi blù, piedi scalzi e cappelli arruffati. E io lo so: lui resterà un bimbo per sempre. […] A.K. scettico. Quando aveva quindici anni, aveva il cervello di un diciottenne. È un vecchio di diciasette anni, col cuore alle stampelle e un cervello che vuole macinare, analizzare e distruggere tutto ciò che tocca! Un Mefisto dai diciasette anni! […] A.K. uomo. Di tutti i tre dentro di me, è quello che conosco di meno, forse perché la creazione del suo essere non è ancora conclusa...

sabato 29 maggio 2021

DANTE MAFFIA LEGGE GENESI DELLA MEMORIA

 






RAED ANIS AL-JISHI, Genesi della memoria – L’impatto della primevera araba, PeretoAQ, Edizioni Associazione Culturale “Il cuscino di stelle”, 2021, pp. 73. Traduzione a cura di Claudia Piccinno. Prefazione di Emanuele Aloisi.


Quel che mi ha subito impressionato della poesia di Raed Anis Al-Jishi è stato il calore umano che si sprigiona dai versi e abbraccia il lettore e lo incanala in sequenze di immagini che, a un tempo, fotografano il senso del dettato e nello stesso istante ne germinano un altro.

Dunque poesia altamente lirica, ma di quel lirismo che sa ridare identità alle cose, tanto per averne un’idea, lirismo lorchiano, capace di contemperare il flusso dei sentimenti associato alla rivendicazione, alla chiarificazione delle tematiche, agli argomenti più disparati.

C’è, in questa “Genesi della memoria”, una sorta di avidità prensile che riesce a toccare la profondità dell’anima ed emoziona, ma non in superficie, nelle pieghe nascoste dell’io:

Un giorno, come tuo zio martire,

sarai accusato di cultura,

la tua comprensione solleva interrogativi,

imprigiona i peccati”

E’appena un esempio di come il poeta sa innestare, nella pienezza espressiva carica di metafore, la stoccata “civile” per non restare nel recinto del proprio essere.

Importante operazione culturale e direi perfino sociale, che evita qualsiasi dubbio sulle intenzioni universali del canto teso a cogliere le essenze de vivere, quelle dell’amore, quelle di una quotidianità mai paga, sempre fibrillante.

E che dire di:

Ho sentito nel mio sogno

I fronzoli di un popolo di gabbiani

Inghiottire il pesce ‘già stabilito’,

rievocare la danza dei feticci d’argento

sulla curva del mare”.

Il suo “linguaggio della passione mi assomiglia”, ho sentito molte affinità con Raed Anis Al-Jishi, ho sentito la sua ansia di scavo nella psiche e nella ricchezza dei sensi che si sanno scambiare il fiato per ottenere “effetti” efficaci e accesi da fermenti che vanno a illuminare le istanze estetiche e quelle etiche. Tensioni ideali che partono dai lirici greci e attraversano i secoli fermentando soprattutto nella poesia francese dell’Ottocento, in Baudelaire in particolare.

Insomma, siamo al cospetto di una voce autentica e pullulante di sfumature tutte essenziali, di ammiccamenti che non lasciano scampo alla vaghezza.

Merito di uno stile altamente fluido, di un linguaggio preciso e curato in ogni particolare con un vocabolario scelto e mai lasciato al caso.

Merito anche della traduttrice Claudia Piccinno, che ha saputo travasare gli umori e i sapori, i colori e le accensioni di questo poeta che sa di pane antico, di futuro aperto alla Verità, al divenire, agli approdi che vanno maturando sotto tutti i cieli.


Dante Maffìa



RAED ANIS AL-JISHI, Genesis of memory - The impact of the Arab spring, PeretoAQ, Editions of the Cultural Association "The pillow of stars", 2021, pp. 73. Translation by Claudia Piccinno. Foreword by Emanuele Aloisi.



What immediately impressed me about Raed Anis Al-Jishi's poetry was the human warmth that emanates from the verses and embraces the reader and channels him into sequences of images that, at the same time, photograph the meaning of the dictation and at the same moment they germinate another sense.

Highly lyrical poetry, therefore, but with that lyricism that knows how to restore identity to things, just to have an idea, Lorchian lyricism, capable of balancing the flow of feelings associated with the claim, the clarification of the themes, the most disparate topics.

There is, in this "Genesis of memory", a sort of prehensile greed that manages to touch the depth of the soul and excites, but not on the surface, rather in the hidden folds of the ego:

"One day, as your martyr uncle,

you will be accused of culture,

your understanding raises questions,

imprisons sins "

It is just an example of how the poet knows how to graft, in the fullness of expression loaded with metaphors, the "civil" thrust in order not to remain in the fence of his own being.

An important cultural and I would even say social operation, which avoids any doubts about the universal intentions of singing aimed at capturing the essence of life, those of love, those of an everyday life that never pays, always fibrillating.

And what about:

I heard in my dream

The frills of a people of seagulls

Swallow the 'already established' fish,

recall the dance of the silver fetishes

on the curve of the sea ".

His "language of passion resembles me", I felt a lot of affinity with Raed Anis Al-Jishi, I felt his eagerness to dig into the psyche and into the richness of the senses that know how to exchange breath to obtain effective and bright "effects" from ferments that illuminate the aesthetic and ethical demands. Ideal tensions that start from the Greek lyrics and cross the centuries fermenting above all in nineteenth-century French poetry, in Baudelaire in particular.

In short, we are in the presence of an authentic voice teeming with all essential nuances, with winks that leave no room for vagueness.

The merit of a highly fluid style, a precise language with attention to every detail with a chosen vocabulary never left to chance.

Also thanks to the translator Claudia Piccinno, who was able to transfer the moods and flavors, the colors and the lightings of this poet who deals with ancient bread, with a future open to the Truth, to becoming, to the landings that are maturing under all skies.


Dante Maffìa


ESSAY TRANSLATED BY CLAUDIA PICCINNO

domenica 3 febbraio 2019

Nawal la regina del molo in 11 lingue (italiano tedesco turco serbo macedone francese inglese arabo, cinese, albanese, spagnolo) / Poesia di Claudia Piccinno



Poesia di Claudia Piccinno
Poesia di Claudia Piccinno dedicata all’attivista Nawal Soufi
Nawal, la regina del molo
La chiamano l’angelo dei clandestini
chè vigila sull’approdo
di adulti e bambini.
Lei avvisa la guardia costiera
prima che imperversi la bufera.
Lei indirizza i migranti
a guardarsi dai tanti
che cercano manovalanza
fingendosi santi.
Nawal è esile e bella
ed è di tutti loro la sorella,
la temono i timonieri notturni,
la scansano gli avventori diurni.
Nawal ha un fazzoletto in testa
ed una competenza assai molesta.
Sfama e veste i fratelli del mare,
esortandoli a non inciampare nel male.
Nawal è minuta e ha l’espressione arguta,
un progetto in mente e non teme più niente.
Nawal la regina del molo,
li protegge tutti
dall’ inganno e dal dolo.
Dedicata a Nawal Soufi

Nawal, Königin vom Kai 
Für Nawal Soufi 
Man nennt sie den Engel der Illegalen 
Sie beaufsichtigt die Landung 
Der Erwachsenen und Kinder 
Warnt die Küstenwache 
Bevor der Sturm losbricht 
Sie sagt: Passt auf 
Achtet darauf wer 
Nach Arbeitern ausschaut 
Wer vorgibt heilig zu sein 
Nawal ist schlank und schön 
Sie ist die Schwester für alle 
Die Hüter der Nacht ängstigen sich vor ihr 
Tagesgäste bleiben fern 
Um ihr Haupt bindet sie einen Schal 
Trägt dazu aufdringliche Kompetenz 
Mit der sie die Gefährten des Meeres versorgt 
Bewahrt sie vor dem Sturz ins Böse 
Nawal ist klein mit großem Geist 
Hat den Kopf voller Ideen 
Ohne Angst im Herzen ist sie 
Die Königin vom Kai 
Sie schützt alle 
Durch Täuschung und Tricks 
translated by Gino Leineweber

Nawal, the queen of the pier 
Dedicated to Nawal Soufi 
They call her the angel of illegal migrants.
She supervises on the landfall
of adults and children.
She warns the coastguard
before the storm is raging.
She tells migrants to watch their backs
from those looking for laborers
pretending to be saints.
Nawal is thin and beautiful
among all her sisters,
the night helmsmen are afraid of her,
daytime patrons avoid her.
Nawal has a headkerchief on her head
and a very grievous competence.
She feeds and rigs out the brothers of the sea,
urging them not to stumble in evil.
Nawal is tiny and she has the witty expression,
a project in her mind and no fear in her heart.
Nawal is the queen of the pier,
She protects them all against deceit and malice.
Translated by the poet Claudia Piccinno

Rıhtımın Kraliçesi Nawal 
Nawal Soufi’ye ithafen
Yasadışı mültecilerin meleği diyorlar ona.
Karaya çıkışlarını gözetliyor
Yetişkinlerin ve çocukların.
Fırtına şiddetlenmeden önce
Uyarıyor sahil güvelik görevlilerini.
Ermiş kılığına girip
İşçi arayanlara dikkat etmelerini söylüyor.
Kız kardeşleri arasında
En zarif ve en güzeli Nawal
Gece dümenciler korkarlar ondan,
Gündüz patronlar uzak dururlar.
Başında bir başörtüsü var
Ve yüzünde kederli bir anlatım.
Denizin kardeşlerini besler ve giydirir
Kötü yola düşmemelerini sağlar.
Nawal ufak tefektir ve zeki bakar gözleri,
Kafasında bir tasarı, kalbi korkusuz.
Nawal rıhtımın kraliçesidir
Düzenbazlığa ve kötülüklere karşı korur hepsini
translated in turkish by Volkan Haciouglu

Nawal, la reine du quai
Ils l’appellent l’ange des clandestins
qui surveille l’abord
des adultes et des enfants.
Elle avis la garde côtière
avant que la tempête ne fasse rage.
Elle dirige les migrants
se méfier des nombreux
à la recherche de main-d’oeuvre
faire semblant d’être saints.
Nawal est migrante et belle
et elle est soeur à eux tous,
les timoniers nocturnes ont peur d’elle
les aventuriers l’évitent dans les jours.
Nawal a un foulard sur la tête
et une compétence très gênante.
Nourrie et habille les frères de la mer,
les exhortant à ne pas trébucher dans le mal.
Nawal est petite et a l’expression spirituelle,
un projet dans sa tête et ne craint plus rien.
Nawal la reine du quai,
elle les protège tous
de la tromperie et de la fraude.
Dédié à Nawal Soufi
Traduzione di Biljana Biljanovska

НАВАЛ, КРАЉИЦА МОЛА
Посвећена Навал Суфи
Зову је краљицом ….
што бди у луци
над одраслима и децом.
Пре него што се олуја сручи
она предупреди обалску стражу.
Она упути избеглице
да се чувају од оних
што преваре раднике
а праве се свецима.
Навал је избеглица, али и лепа
и свима је њима драга сестра,
брину о њој ноћни кормилари,
избегавају је муштерије дневне.
Навал на глави носи мараму
и један врло мучни дар.
Нахрани и облачи браћу са мора,
помогне им и не дозволи да улете у неприлике.
Навал је брза и има врло лукав изглед,
с пројектом у глави не боји се ничег.
Навал краљица мола,
штити све
од превара и бола.
Посвећена Навал Суфи
Traduzione di Biljana Biljanovska

НАВАЛ, КРАЛИЦА НА ДОКОВИТЕ
Ја викаат кралица…
што крај морскиот брег бдее
врз децата и возрасните.
Пред да се спушти бура
таа ја предупредува обалската стража.
Ги упатува бегалците
да се чуваат од оние
што ги измамуваат работниците
а се прават светци.
Навал е бегалка но и убава
и на сите ним им е мила сестра,
се грижат за неа ноќните кормилари,
ја избегнуваат дневните муштерии.
Навал на главата носи шамија
и една многу тешка дарба.
Ги храни и облекува браќата од море,
им помага да не влетаат во неприлики.
Навал е брза и има итар изглед,
со проект во главата не се плаши од ништо.
Навал е кралица на морскиот брег
ги штити сите
од измами и болка.
Посветено на Навал Суфи
Traduzione di Biljana Biljanovska

نوال ملكة رصيف الميناء
(إلى نوال صوفي * )
يسمونها ملاك المهاجرين غير الشرعيين
إنها تشرف على وصول الأطفال والمراهقين
إلى اليابسة.
تُحذِّرُ خفر السواحل
قبل احتدام العواصف
تخبر المهاجرين بأخذ حذرهم من الباحثين عن العمال
أولئك المتظاهرون بأنهم قديسون.
نوال نحيلة جميلة
وبين كل أخواتها
يخشاها مديرو دفة الليل
ويتجنبها عرابو النهار.
نوال ترتدي منديلا وكفاءة عالية جدا
على رأسها.
تطعم نوال أولاد البحر وتجهزهم
وتحثهم على أن لا يتعثروا بالشر
نوال ضئيلة ولها أسلوب تعبيري بارع
ثمة مشروع في رأسها
ولا ذرة خوف في قلبها.
نوال, ملكة رصيف الميناء
تحميهم كلهم من الحقد والخداع.

*نوال صوفي مغربية إيطالية ناشطة في خدمة اللاجئين بإيطاليا يطلقون عليها لقب “السيدة إنقاذ”.
ترجمة رائد أنيس الجشي
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  1. 她保護著海岸警衛隊
    在暴風雨襲襲而來之際。
    她告誡移民要小心戒備
    監視勞工的人
    正偽裝成聖徒。
    眾姐妹之中
    那瓦爾纖細又美麗,
    夜行舵手懼怕她,
    白日裡的控制者避著她。
    納瓦爾頂著頭巾
    嚴峻的能力如此巨大。
    她養育和組織海的兄弟們,
    督促他們不被邪惡躓絆。
    納瓦爾童顏天真,表情詼諧風趣,
    她一心一意,內心毫無懼念。
    納瓦爾是碼頭的女王,
    她保護所有人免於欺騙和惡意。
    由詩人蔡澤民(Tzemin Ition Tsai)翻譯 

  1. Poezi nga Claudia Piccino kushtuar aktivistes Nawal Soufi
  2. Nawal, mbreteresha e skelës
  3. E quajnë ëngjëlli i klandestinëve
    që ruan mbërritjet e të mëdhenjve e fëmijëve.
    Ajo lajmëron rojet bregdetare përpara
    se të tërbohet stuhia.
    Këshillon emigrantët të ruhen nga shumë
    që hiqen shenjtorë, por duan krahë pune.
    Nawal është e hollë dhe e bukur
    dhe është motra e secilit prej tyre.
    I tremben marinarët e natës e
    shmangin aventurieret e ditës.
    Nawal mban në kokë një shami
    dhe një mision shumë të mundimshëm.
    Ushqen dhe vesh vëllezerit
    e detit I këshillon të mos afrohen me të ligët.
    Nawal është imët, me një shikim të mprehtë
    ka nje qëllim në mëndje, asgjë nuk e tremb.
    Nawal, mbretëresha e skelës I mbron
    të gjithë prej mashtrimit dhe të keqes.


  1. NAWAL LA REYNA DEL MUELLE
    © CLAUDIA PICCINNO ITALIA
    Poema dedicado a la activista Nawal Soufi
    Traducción: Alicia Minjarez Ramírez.
    Nawal, la reina del muelle,
    ángel guardián de los refugiados,
    vigila el arribaje de niños y adultos.
    Advierte a la guardia costera
    antes de que estalle la tormenta.
    Exhorta a migrantes a cuidarse
    de aquellos que buscan peaje,
    pretendiendo santidad.
    Nawal delicada y hermosa,
    es la hermana de todos.
    Timoneles nocturnos le temen,
    diurnos clientes la esquivan.
    Nawal porta un lienzo en la cabeza
    y una problemática competencia.
    Colma de atavíos a los hermanos del mar
    instándoles a no tropezar con el mal.
    Nawal menuda, de expresión templada,
    con un proyecto en mente,
    no le teme a nada.
    Nawal la reina del muelle
    preserva a todos, del engaño y la maldad.