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sabato 6 luglio 2024

"La notte oscura di Maria" di Giuliano Ladolfi. Recensione a cura di Lorenzo Spurio

La notte oscura di Maria (puntoacapo ed., Pasturana, 2021) di Giuliano Ladolfi propone, in una scansione di versi pacati carichi di immagini potenti nei quali si evidenzia il chiaro pathos dell’Autore, i passi dolorosi della madre per eccellenza, Maria, all’approssimarsi alla caduta terrena del figlio, dopo il Golgota subìto.

È – come ben anticipa l’Autore – una notte di dolore e spietatezza, di angoscia e di struggimento in cui la tonalità che tende a dominare è il nero del buio e della notte. La morte del Cristo è collocata su una scala cromatica che è annunciata da un progressivo imbrunirsi sino a giungere a una totalità fosca e compatta che è quella delle tenebre. Eppure questo momento di annullamento completo della luce non si sovrappone allo scoramento totale dell’animo della povera donna che, forte dell’esperienza umana e religiosa, a suo modo sa accettare il sacrificio toccato al figlio e intravederne un senso. Un messaggio di luce e speranza.

Tutto questo ha una sua valenza allegorica in cui la caduta del Cristo viene ad avere un valore più ampio, ben al di là del mero sentimento e dell’appartenenza religiosa, quale reale caduta dell’umano nei termini di una crisi collettiva – in particolare – dell’Occidente. Giulio Greco, prefatore dell’opera, a tal riguardo ha rivelato che “La […] civiltà occidentale […] ha smarrito i punti di riferimento […] la sproporzione abissale tra le aspettative umane di un Dio onnipotente, buono e misericordioso e un Dio sofferente, privo di ogni potere”.

Giuliano Ladolfi è autore di lungo corso, intellettuale di comprovate capacità stilistiche e creative, il cui impegno in campo culturale rappresenta una pieta miliare del suo intero percorso umano. Nato a Novara nel 1949, ha diretto vari istituti di scuola superiore. Già titolare della cattedra di Pedagogia e Didattica di Storia dell’Arte e di Tecniche di scrittura all’Accademia delle Belle Arti di Novara. Ha pubblicato varie raccolte di poesie – il suo esordio, con Paura di volare. I ragazzi dell’Ottantacinque – è datato 1988. Tra le altre opere si ricordano Il diario di Didone (1994) e Attestato (2005; 2015), quest’ultima tradotta in varie lingue tra cui lo spagnolo, il francese e l’inglese. Due sono le sue creazioni più importanti che hanno contribuito ad arricchire lo scenario culturale nazionale: la fondazione, nel 1996, della nota rivista di poesia, critica e cultura «Atelier» con la quale ha dato pubblicazione a più di un centinaio di saggi e interventi sulla letteratura contemporanea e quella, nel 2010, a Borgomanero (NO), assieme a Giulio Greco, della casa editrice che porta il suo nome (Giuliano Ladolfi Editore) che ha pubblicato una grande quantità di volumi di autori contemporanei, tra autori consacrati, emergenti ed esordienti. Tra i lavori di critica si ricordano L’opera comune. Antologia di 17 poeti nati negli Anni Settanta (1999) e Per un nuovo Umanesimo (2009). Quale giornalista collabora alla pagina di cultura del quotidiano «Avvenire».

Così recita Maria nelle prime pagine, in una sorta di dolente monologo interiore: “Non piango per la morte di mio figlio, / ma anche per il buio che mi ha invaso / e che di respiro in respiro mi possiede” (12).

Ed ecco i dilemmi pressanti e sempre attuali che già l’io lirico, nelle vesti della Madre celeste, avanza: “Che cosa sopravviverà / all’inabissamento universale?” (23) e poi, dinanzi all’annebbiamento della mente dinanzi a tanta barbarie: “Ma chi era questo figlio? / Neppure più riesco / a delinearne il volto / […] / Anche egli è nato per morire / salendo sulla croce, Lui” (28). Sono domande gigantesche, che non trovano difficoltà di riscontro dirette e pratiche, ma che consentono alla donna dolente di approfondire il suo dolore, di viverlo in profondità. La poetessa palermitana Franca Alaimo ha scritto: “è in quell’incalzare esasperante delle domande che si può individuare la sete ancora intatta d’Assoluto, la brama dell’anima di non infrangersi contro il limite del morire, consapevole, nonostante tutto”[1].

La totalità invalicabile del buio viene, allora, infranta da fenditure imprecisate che lasciano intravedere la potenza della vita: “La morte è il solo spiraglio di luce. / […] / Quale giudizio ti ha inchiodato / su quella croce?” (35).

Una consistente parte dei versi contenuti nella plaquette fa propria l’isotopia e la negazione della luce, con riferimenti, momenti d’assenza e smarrimento e altri di ritrovata fiducia e di speranza nella fede, nonostante l’indecoroso sacrificio del Cristo e il mistero della sua esperienza: “Ho vissuto il resto della vita / cercando un senso al mistero di un figlio / dal fulminante sguardo, / dalle carezze turbinose; / ora mi trovo a non più credere / come speranza devastata” (46).

Il noto poeta Ivan Fedeli, che arricchisce il volume con la sua postfazione, parla di una “Maria immensamente umana e colta dal dubbio” che “da madre entra con il figlio nel sepolcro, prova la morte – che è morte sua più che del figlio – e non ha prospettive altre, se non nel ricordo o nel dubbio”. I “quadri poetici” come li definisce lo stesso Fedeli, proprio per la loro grande capacità mimetica e funzione rappresentativa da fare il tessuto in versi così vivido e palpitante, descrivono la storia di un dolore inumano e straziante che non ha nulla di astratto e lontano. È il supplizio di Maria ma anche quello di tante donne in tutta la storia dei nostri tempi, dinanzi ad aberrazioni e incomprensioni diffuse attorno a eventi drammatici che s’imprimono come trauma, che sopravvive “anche grazie ai tanti interrogativi aperti e irrisolti”.

  

Lorenzo Spurio


Matera, 15/05/2024

 

 

 



[1] Franca Alaimo, Recensione a Giuliano Ladolfi, La notte oscura di Maria, in «Atelier Poesia», 18/11/2021.

giovedì 30 maggio 2024

"Saudade 2017-2022" di Maria Pia Quintavalla. Recensione di Lorenzo Spurio

È uscita pochi giorni fa la nuova raccolta poetica della nota poetessa Maria Pia Quintavalla, l’ennesima in un lungo e apprezzato percorso letterario che l’ha vista, recentemente, meritare il Premio Speciale “Alla Carriera”, conferitole nelle Marche[1], per la sua distinta attività di poetessa e saggista all’interno della III edizione del Premio Letterario “Paesaggio Interiore” (2023) presieduto da Francesca Innocenzi.

L’opera si propone nella forma di una raccolta di testi che fanno riferimento al periodo 2017-2022 e va sotto il titolo di Saudade, termine caro alla cultura lusitana e carioca. Il libro è stato pubblicato all’interno della collana “Intersezironi” della puntoacapo editrice di Pasturana (AL) ed è introdotto da una prefazione a firma di Giancarlo Sammito.

L’Enciclopedia Treccani online fornisce, quale spiegazione del lemma straniero “saudade” che comunemente viene richiamato anche nel nostro dizionario, tale definizione: «Sentimento di nostalgico rimpianto, di malinconia, di gusto romantico della solitudine, accompagnato da un intenso desiderio di qualcosa di assente (in quanto perduto o non ancora raggiunto), che permea la poesia lirica portoghese e brasiliana dell’Ottocento e che, rivendicato nei primi del Novecento da alcuni letterati fautori di una rinascita della cultura portoghese come atteggiamento tipico del carattere nazionale, si è diffuso come stereotipo dell’animo portoghese e, per estensione, brasiliano». Il termine richiama un sentimento di più o meno sofferta malinconia per un passato o un perduto al quale l’individuo anela nel pensiero vagheggiando quel che è stato o nutrendo il pensiero di quel che vorrebbe recuperare. Saudade della Quintavalla è la voce intima che corrisponde alla chiamata nostalgica, a una musica lontana di echi imbevuta di rimpianto, una sorta di tristezza nativa che non è la sofferenza del lutto ma nella quale squarci di luce possono anche penetrare. Come sosteneva Tabucchi, infatti, può trattarsi anche di una “nostalgia del futuro” (che, dopotutto, sempre per lo stesso autore, è una sorta di “paradosso”) e può aver a che fare con qualcosa che stupisce e intenerisce al contempo.

Nella prefazione di Sammito è possibile leggere: «C’è tanta acqua in Saudade. Acque serene di adolescenziale vigilia, di veglia per una incarnazione nella parola e nel senso condiviso dei linguaggi. Ma anche di amnio e naufragio, acqua persa (buia) e rugginosa in pozzanghere di città dove la vita, la poesia, hanno trovato e trovano ancora forme di canto. E luoghi, una pressante aspirazione, come dice il titolo, a luoghi, e non soltanto interiori […] Saudade è combinazione e madre del sentimento del tempo, del desiderio, tesoro compresso tra futuro e passato: del nostos, Sehnsucht protesa al viaggio nel luogo o nel tempo del percorso linfatico, invisibile ma presente, che a maggior ragione esige dunque voce, espressione, storie».

L’opera contiene al suo interno un prima e un dopo, che si contraddistinguono dal limite di una sorta di “spartiacque” rappresentato dall’insorgenza della triste pandemia che abbiamo sperimentato. Così, all’ante Covid appartiene la sezione “Casi del mondo, case dell’amore” mentre all’età successiva, impressa al trauma del Coronavirus, appartiene la ricerca di saudade e i “Giorni come fucilazioni” dove trovano collocazione i «pensieri tortorelle» in attesa di «fucilate imprevedibili, come serenate attese».

L'Autrice, la poetessa Maria Pia Quintavalla

L’Autrice ha rivelato in una conversazione privata che «Ci sono tagli in questo libro: e acque da tagliare» con particolare riferimento al rito della nascita (e di molte nascite si parla nel volume), ma anche al fenomeno dell’immigrazione rappresentato da quei passaggi delle navi libiche che fendono le acque del Mediterraneo. Sono esempi di questo taglio etico-civile le opere che evocano ecatombe dolorose e le cronache ripetitive dei nostri giorni, in una «vita di periferico abbandono» (32): “Sono una nave libica” e “Augusta, il naufragio”.

Ci sono poi le sezioni in prosa: i componimenti “La piantina”, “Dalla torretta”, “La terribile età” sono estratti da “Album feriale”. A chiudere è il poemetto “Augusta, il naufragio”, un delicato e curioso prosimetro in cui è possibile leggere: «Ora, questo immenso camposanto è marino, l’assenza di pietà umana ha scelto il colore dell’acqua per manifestarsi. Un cielo capovolto e profondo pieno di pesci, ora in frotte, ora in fuga» (74).

Maria Pia Quintavalla (Parma, 1952) vive a Milano. Ha pubblicato le opere Cantare semplice (1984), Lettere giovani (1990), Il Cantare (1991); Le Moradas (1996); Estranea (canzone) (2000; 2022), Corpus solum (2002), Album feriale (2005), Selected Poems (2008), China (2010), I Compianti (2015), Vitae (2017), Quinta vez (2018). Tra i premi vinti si ricordano il “Cittadella”, l’“Alghero Donna”, il “Nosside”, il “Pontedilegno”, il “Città di Como”. Numerose le opere antologiche nelle quali risulta inserita tra le quali Braci (2020, a cura di Arnaldo Colasanti). Inserita nell’Atlante voci poesia, progetto curato da Giovanna Iorio. È stata Redattrice della rivista «Menabò» ed è nella Giuria del Premio Terre d’ulivi. Collabora alla rivista «Metaphorica». Conduce laboratori di lingua italiana presso la facoltà di Lettere UniMi.

 

 Lorenzo Spurio

 

[1] Cerimonia avvenuta a Cerreto d’Esi (AN) nel 2023.

sabato 13 aprile 2024

Lorenzo Spurio su "Rebus Banksy. L'uomo dall'arte ribelle" di Andrea Del Monte

 È uscito il 6 dicembre scorso in tutte le librerie, per i tipi della romana Ensemble, Rebus Banksy, il nuovo libro-disco di Andrea Del Monte che porta quale sottotitolo L’uomo dall’arte ribelle.

Non si tratta solo di un libro dedicato al grande artista e writer britannico ma anche un libro di poesie, racconti e di musica. Nominare Banksy – si legge nel comunicato di lancio dell’opera – significa solitamente catturare immediatamente l’attenzione mediatica anche se l’interesse sociale spesso si limita solo a cercare d’individuarne l’identità. Del Monte ha avuto modo di osservare: «Per me, l’identità di Banksy può restare un rebus. A me interessa la sua arte». Ed è tale l’obiettivo del libro-disco: andare al di là del nome per approfondire, attraverso alcune delle massime forme d’arte, tutti i significati che le opere del celebre e al contempo misterioso writer possono offrire. Emozioni, sentimenti, riflessioni, note e quant’altro.

Per realizzare l’opera Andrea Del Monte si è avvalso della collaborazione di Jacopo Colabattista, che ha ridisegnato dieci opere di Banksy, degli scrittori e poeti Vivian Lamarque, Antonio Veneziani, Renzo Paris, Elisabetta Bucciarelli, Geraldina Colotti, Susanna Schimperna, Giorgio Ghiotti, Gino Scartaghiande, Fernando Acitelli, Antonio Pennacchi, Antonio Rezza, Flavia Mastrella, Angelo Mastrandrea, Alessandro Moscè, Claudio Finelli, Marcello Loprencipe, Diego Zandel, Helena Velena e Ugo Magnanti.

Tra le opere di Banksy selezionate e qui riprodotte figurano “Il lanciatore di fiori” (“The Flower Thrower”, opera in stencil nero apparsa nel 1999 su un muro di Beit Sahour in Palestina) in cui in una diapositiva di un’ipotetica intifada al posto delle pietre vengono lanciati fiori a trasmettere un’idea di negazione della guerra nella quale la collettività dovrebbe impegnarsi; “La madonna con la pistola” (apparso come murales nei pressi di Piazza Gerolomini a Napoli) con un chiaro intento di denuncia del fenomeno malavitoso camorrista; “Bambino migrante” (“Migrant child”) opera apparsa nel 2019 su un muro di una casa lambita dall’acqua del Canale a Venezia nel sestiere Dorsoduro, in cui il tema è l’immigrazione che concerne il mondo dell’infanzia: il bambino tiene in mano un razzo di segnalazione dal quale diparte una conformazione fumosa in un acceso color fucsia ad intendere un SOS lanciato. Il critico Vittorio Sgarbi all’epoca sostenne che era necessario un intervento protettivo per tutelare l’opera, esposta alle intemperie e all’umidità vista la prossimità dell’acqua del Canale che arriva a coprire addirittura i piedi del ragazzino ritratto.

Tra le altre opere di Banksy proposte figurano “Il calciatore rivoluzionario” pensata per riferirsi all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale (EZLN), un movimento nato in Messico in sostegno delle popolazioni indios contro il capitalismo rappresentato dal Subcomandante Marcos; “Babbo Natale” apparso su un muro di Birmingham dove, a un vero clochard che dorme steso su una panchina, il misterioso artista ha pitturato sul muro le linee che collegano alle renne (la panchina sarebbe dunque la slitta). Il canonico ridanciano Santa Claus è trasformato da Banksy in clochard, povero derelitto che vive alle intemperie della vita, per sottolineare il tema della marginalità delle periferie, della vulnerabilità e della povertà sociale.



Si continua con “Evoluzione umana in codice a barre” (o “Evoluzione della scimmia a codice a barre”) in cui nella poesia collegata, a firma dello stesso Andrea Del Monte, leggiamo “Sono una persona, non sono un codice a barre, / sono una persona, non sono uguale alle altre”. Fanno capolino il tema dell’alienazione e della mancanza d’identità che in questa società contemporanea purtroppo spopolano e che lasciano il posto alla generalizzazione e al bieco relativismo. Con l’opera banksyana “Bambini sulle armi” (“Kids on guns”) ritorna il tema della violenza, della guerra, riferito all’inerme mondo dei bambini: qui due ragazzi sono ritratti vicini sulla sommità di un cumulo di armi d’artiglieria. Il tutto ha – come capita quasi sempre – una colorazione nera mentre il palloncino che reggono e che si eleva verso l’alto (a differenza delle armi, in basso) è di colore rosso e ha una forma di cuore. Associata a quest’opera è una cantilenesca poesia di Vivian Lamarque – poetessa da sempre particolarmente legata al mondo dei minori – intitolata “Filastrocca in disarmo” che recita: “C’era una guerra così intelligente / che solo lei si capiva / gli altri non capivano niente, / gli altri non capivano niente”. E poi, verso la chiusa: “Morivano tutti anche i bambini / […] // Ma più di tutti moriva il mare / vedendo i bambini morire di mare”.

C’è poi la curiosa “Banconota Lady Diana / Di-Faced Turner” che ritrae una fantasiosa banconota con l’immagine della Principessa dei Cuori e, al posto di Bank of England, Banksy of England. Si tratta, come avviene nella maggior parte dei casi, di una provocazione. L’artista vuol forse riferirsi allo stigma della donna per l’allontanamento dalla Real Casa e al clima d’odio fomentato da certa stampa, alla sua vulnerabilità di donna e alla solitudine del suo ultimo periodo prima del tragico incidente nella Capitale francese. Nella poesia di Susanna Schimperna dedicata alla Principessa si legge: “Lei era troppo dolce / guardava intimidita sempre da un’altra parte”.

Tra le ultime opere proposte in questo volume grafico, poetico, narrativo e musicale ci sono “Il bacio dei poliziotti” (“Kissing Coppers”) e “La bambina con il palloncino” (“Balloon girl”) quest’ultima accompagnata, in chiave poetica, da un testo di Elisabetta Bucciarelli.

Rebus Banksy, che è un’opera polifonica e multimediale, contiene anche quattro interviste ad altrettanti esponenti del mondo artistico in tutte le sue declinazioni: Vittorio Sgarbi, Vauro Senesi, Sabina De Gregori (autrice del primo libro, nel nostro Paese, dedicato al geniale artista di strada, Banksy, il terrorista dell’arte, opera del 2010) e Giuseppe Pollicelli. Il medesimo format d’intervista è proposto per i quattro esponenti intervistati. Diverse sono le considerazioni attorno alle potenzialità della street art di Banksy, a fornire uno scenario completo e variegato, motivo di riflessione.

Mediante il codice QR che figura nel colophon del libro è possibile ascoltare le dieci canzoni che l’Autore ha prodotto in collaborazione con artisti di fama mondiale tra i quali John Jackson (storico chitarrista di Bob Dylan), Fernando Saunders (produttore e bassista di Lou Reed) ed Ezio Bonicelli (violinista e chitarrista di Giovanni L. Ferretti e dei CCCP).

Andrea Del Monte è chitarrista, cantautore e compositore. Ha partecipato allo storico festival “Il Cantagiro” dell’edizione 2007, risultando vincitore del premio della critica. Si è più volte esibito a Casa Sanremo e nel Sanremo Off e in alcune tappe di Radio Italia. Al suo primo EP hanno collaborato John Jackson e il musicista ed etnomusicologo Ambrogio Sparagna. Ha pubblicato il libro Brigantesse, storie d’amore e di fucile (Ponte Sisto, Roma, 2019) il cui disco allegato si apre con l’intervento di Sabrina Ferilli e il libro-disco Puzzle Pasolini (Ensemble, Roma, 2022) con il quale ha ricevuto in Campidoglio i premi “Microfono d’oro”, “Antenna d’oro per la TIVVU” e il “Sette Colli”. A Lanuvio l’opera è stata premiata con il premio speciale “Croffi – Castelli Romani Film Festival”.

 LORENZO SPURIO


Matera, 08/0/2024

 

 

 

 

sabato 18 marzo 2023

"Tra gli aranci e la menta", la plaquette di Lorenzo Spurio dedicata a Federico Garcia Lorca. Recensione di Isabella Michela Affinito

Recensione al libro di poesie di Lorenzo Spurio, dal titolo: “ TRA GLI ARANCI E LA MENTA – Recitativo dell’assenza per Federico García Lorca”, Collana L’Appello – Poetikanten Edizioni dell’Associazione Culturale Ilfilorosso di Rogliano (CS), Seconda edizione Anno 2020, Euro 10,00, pagg.65.

 


«[…] Lungo una strada va/ la morte incoronata/ di fiori d’arancio appassiti./ Canta e canta/ una canzone/ sulla chitarra bianca,/ e canta, canta, canta.// Sulle torri gialle/ tacciono le campane.// Il vento con la polvere/ compone prore d’argento.» (Dalla poesia Clamore di Federico García Lorca, tratta dal libro monografico n°5 Federico García Lorca – POESIE, Collana “La Grande Poesia – Corriere della Sera”, Edizione speciale per il Corriere della Sera, RCS Quotidiani S.p.A. di Milano, Anno 2004, pag.49).

L’omaggio poetico che il saggista scrittore critico letterario della provincia di Ancona, Lorenzo Spurio, ha voluto dedicare a uno dei più importanti personaggi della letteratura spagnola del primo Novecento, Federico García Lorca (1898-1936), assomiglia alla magistrale e temeraria entrata dell’abile surfista nella galleria d’acqua provvisoria dell’onda ‘perfetta’, fino a percorrerla tutta prima del suo rovescio sulla superficie marina.

Gli aranci sono in riferimento alle terre calde che li producono, terre assolate dove gli inverni sono miti come la nostra Italia del Sud, le regioni mediterranee, piuttosto che la Spagna dove sul finire dell’Ottocento nacque, nei pressi di Granada in Andalusia (zona della Spagna meridionale) colui che divenne il poeta e non solo, Federico García Lorca, della vita con tutte le sue inquietudini soprattutto imbevuta di pianto e di sangue, di paesaggi coi suoi fiori frutti e plurimi colori, di giustizia mancata e di surrealismo che s’andava affermando in quegli anni del secolo moderno – lo scrittore andaluso fu amico fraterno dell’artista catalano inquieto e stravagante surrealista, Salvador Dalì, a cui destinò la sua prosa poetica titolata Ode a Salvador Dalí.

La menta perché probabilmente in mezzo a tanta inclemente arsura di terre infuocate dai raggi solari, essa come erba aromatica rappresenta la freschezza dei luoghi umidi dove nasce e così la figura eroica-letteraria dello stesso Lorca si staglia dal gruppo dell’oltre la decina di liriche che il poeta Lorenzo Spurio ha composto per Egli, morto prematuramente all’età di trentotto anni e che fece parte della memorabile “Generazione del ‘27” all’indomani dell’instaurazione del regima franchista contro la Repubblica dando il via alla guerra civile durata fino all’aprile 1939; cosicché il 19 agosto 1936 venne crudelmente fucilato il poeta Lorca dai sostenitori del dittatore Generale Francisco Franco (solo dopo la morte di quest’ultimo nel 1975 finalmente la produzione letteraria di García Lorca ha potuto meritare la divulgazione e il mondiale riconoscimento) a qualche chilometro da Granada, allacciandosi idealmente al celebre dipinto del precedente artista spagnolo ritrattista della famiglia reale di Carlo V, Francisco Goya, del 1814 titolato Fucilazioni del 3 maggio.

Dicevamo della rassomiglianza con l’immagine del provetto surfista perché i versi di Lorenzo Spurio diffondono un equilibrio perfetto in sintonia con quelli di Federico García Lorca: nel versificare la territorialità, gli ambienti caldi andalusi di Lorca il poeta delle Marche s’è unito all’universale respiro letterario ardente lorchiano fatto di attimi stillanti musicalità, dramma, simbolismo, surrealismo, ermetismo, passione lacerante e lacerata da improvvisi colpi di scena tra cui, fra i tanti, la morte per ferimento alle cinque della sera durante l’esibizione tipica spagnola, la corrida, dell’altro suo carissimo amico torero Ignacio Sánchez Mejías, a cui dedicò una lunghissima struggente poesia (1935), divisa in quattro parti, carica di valori correlati alla vita stessa fatta di dolore e di lotte.

Così ha composto il poeta Spurio in relazione a quell’episodio: «[…] Nelle tribolazioni invereconde e nella polvere/ paraventi di luna che fugge alla notte/ incunaboli di dolore in tabernacoli di pianto/ il fluido rosso fondamento di sacrificio.// Nelle cuevas gitane l’umidore sembrò placarsi;/ quella sera la luna non si presentò/ talmente impaurita preferì nascondersi/ ma alle cinque, tu, dov’eri? » (Dalla poesia La luna si nasconde, pagg.18-19).

Per comprendere appieno i testi poetici della silloge in questione dell’autore iesino, bisogna prima conoscere la breve eppure complessa esistenza del poeta Federico García Lorca, che crebbe in una famiglia dove non c’erano problemi economici dato che il padre era un ricco possidente terriero e la madre, seconda moglie, era insegnante ma di salute cagionevole per cui il piccolo Federico venne allattato dalla moglie del responsabile di un’azienda agricola, che aveva il compito di controllare i subalterni, e forse soprattutto per questo il poeta da adulto divenne il propugnatore del concetto d’uguaglianza tra gli uomini: dai gitani ai negri, agli ebrei, alla gente più umile…

La madre lasciò l’insegnamento per dedicarsi con cura all’educazione del figlio, trasmettendogli l’amore per la musica (il pianoforte) e stimolandogli una grande sensibilità, anche perché Federico García Lorca nacque sotto il Segno zodiacale d’Aria dei Gemelli, il 5 giugno 1898 a Fuente Vaqueros, votato alla parola, ai viaggi, alla curiosità, al protagonismo con già una platea interiore pronta ad applaudirlo, all’amicizia, alla novità sotto tutti i punti di vista.

La corrente surrealista, in ambito artistico e letterario, si fece largo dopo il primo decennio del Novecento in Francia, a proposito del poeta scrittore critico d’arte, Guillaume Apollinaire (1880-1918), che usò per primo il termine sur-réalisme e man mano entrarono a farne parte le teorie inerenti l’inconscio grazie specialmente alla psicoanalisi di Sigmund Freud, l’immaginazione liberata dalla ragione, la casualità, il sogno e in Spagna uno dei più importanti pittori surrealisti fu, appunto, Salvador Dalí, ammiratore sin dall’epoca universitaria di Lorca, il quale prima si iscrisse alla facoltà di Giurisprudenza poi passò a quella di Lettere, insieme al regista Luis Buñuel e un’altra importante amicizia di García Lorca fu quella col poeta cileno Pablo Neruda, più giovane di lui di sei anni e che visse fino al 1973, conosciuto a Buenos Aires e rivisto a Madrid nell’ultimo paio d’anni della sua breve esistenza.

Federico García Lorca fece anche molto teatro – andò in giro per i villaggi sperduti della Spagna con la compagnia teatrale ambulante La Barraca – scrivendo opere ispirate agli usi e costumi della sua Spagna fortemente legata alle tradizioni punzonate dalla condizione di subalternità della donna, le tragedie familiari dovute anche alla difesa dell’onore, le promesse da mantenere, l’amore contrastato e la morte sempre in agguato, che poi negli ultimi tempi evolse in una drammaturgia difficile da rappresentare perché assorbito dal mulinello surrealista.

«[…] La mia dimora è l’ambiente, l’anziano ulivo,/ l’oliva e la screpolata corteccia, la radice/ magnifica e atroce e la foglia a forma di lancia:/ cercatemi là, non lontano dal limoneto nauseante/ dove sosto ad abbeverarmi del nettare acido/ per tornare a vagare nei dintorni confusi/ e abitare smanioso ogni luogo del campo. » (Dalla poesia Non lontano dal limoneto, pagg.49-51).

 Isabella Michela Affinito 

 

domenica 5 marzo 2023

Teresa Armenti legge “L’alveare assopito” di Angela Caccia

recensione di Teresa Armenti


Opera poetica I classificata al Faraexcelsior 2022


Di solito, quando mi arriva un libro fresco di stampa, mi soffermo sul titolo e sulla pagina di copertina, che accarezzo a lungo e delicatamente, come se le mie mani volessero afferrarne l’essenza. L’immagine di copertina mi ha colpito molto, perché rappresenta un alveare speciale, a spirale, creato da api particolari, senza pungiglione, chiamate tetragonulaecarbonariae. Costruiscono decine di livelli uno sopra l’altro, dando al nido una forma a spirale. Sono insetti che rappresentano il simbolo dell’anima, della purezza, del coraggio e delladifesa del loro habitat; sonodavvero incredibili e non finiranno mai di stupirci, così come ci sorprende sempre Angela Caccia anche con la sua ultima raccolta, L’alveare assopito, prima classificata al concorso di poesia Faraexcelsior 2022. Del resto, il suo curriculum è costellato da numerosi e prestigiosi premi per la sua indiscutibile forza comunicativa data dai suoi versi “metallici e taglienti, incisivi e fertili”, come sono stati definiti dalla componente della giuria Ilaria Maria d’Urbano. Come la spirale evoca il flusso del tempo con i suoi vari cicli di cambiamento, così la Nostra, varcata la soglia dei Sessanta, compie un viaggio dentro sé stessa. Ci trasporta in un mondo di meditazione, di nostalgici ricordi e di una solitudine avvolta nel silenzio. Il silenzio la guida, soprattutto di notte, verso l’ascolto dei desideri più nascosti, le fa comprendere la coscienza più profonda, in un delicato alternarsi di toni, dove luci ed ombre, sogni e realtà, dolori e gioie, smarrimenti e speranze, assenze e presenze convivono e creano un equilibrio che affascina fin dai primi versi. Una foto da cui sciamano presenze, trovata per caso, suscita in lei il confronto tra la giovinezza e l’età delle rughe e la vita si srotola come fili impercettibili; apre una parentesi nella linearità del tempo e lo sospende. Insieme ad Angela Caccia si va oltre, in un’altra dimensione, si sorvola sulle frivolezze, si vola ad alta quota, mentre si seguono le nuvole che si ammatassano, mosse dal vento che inscena un teatro di ombre. La luna, di leopardiana memoria, striscia, si arrampica e nel tonfo asfalta l’opaco, disegnando la solitudine della strada. Si vive un tempo sbilanciato povero di promesse, avaro di attese, si assiste al cambio delle stagioni, soffermandosi su un agosto che evapora a colpi di coda per cedere il posto ai bucati di settembre, gli ultimi pranzi di un sole malfermo e partecipando al congedo della rondine sulla rampa ripida dell’autunno. In primavera si sbenda l’inverno, increduli che l’aria sia tornata a profumare. Alla scrittura, una lama che sfibra il foglio, così viene descritta nell’accurata prefazione di Davide Zizza, la poetessa affida i suoi sentimenti di figlia (siamo entrambe gocce pendule a un ago di pino) e di madre (ci vivremo accanto nell’orbita dell’abbraccio che conosciamo), i suoi dolori che scavano strade nel sonno, mentre riallaccia la vita alla vita e sente invecchiare il tempo a un ritmo più pigro, pervasa da una malinconia sonnolenta; le fanno compagnia le pagine sfogliate a caso della poetessa Biancamaria Frabotta, che immagina immersa nel giallo delle ginestre tra la Viandanza e l’Affeminata. Sono, queste, vibrazioni trasmesse con uno stile che si nutre del nettare magico dell’immaginazione, che si perde in ombre di antiche tenerezze nella consapevolezza che, invecchiare invecchiando è un sentimento elastico, mentre si riempiono i giorni del sole a disposizione.

mercoledì 9 novembre 2022

Tre fili d'attesa di Maria Pina Ciancio

 

Una recensione di William Stabile


Le pagine del libricino "Tre fili d’attesa" di Maria Pina Ciancio, condensano le riflessioni maturate in anni di osservazione lenta, attenta a costruire un percorso intimo e personale, volutamente decantato nel tempo dalla poetessa.

Tutto è fermo, freddo, come di pietra, e non c’è nulla da vendere, nulla da comprare, non ci sono traffici né merci… Solo tre fili d’attesa (a bona sciorta/ nu’ lavoro ca cunta/ u capattiempo che vene sempre chiù luntano) e “dopo la guerra dell’inverno (…) anelli di fumo irregolare” e scorci di paese e personaggi reali - amati profondamente nell’animo - e intorno la dura terra lucana dove ha valore essere più che avere.

Spiccano tra i muri sbrecciati di paese, le tante immagini dei vecchi dalla schiena stanca appoggiata al muro delle case, le ringhiere scorticate, i gerani smarriti al grande cielo e i cani a tre zampe o impazziti-quasi animali mitici, e gli attori paesani un po' strambi, come zio Pietro (con il legno del bastone sotto il mento) che per strapparla allo scherno pittò “la casa di rosso, di lato, di sopra, di sotto” e che si fanno amare per la loro diversità, innata semplicità e riottosità al giudizio comune.

'Attesa' sembra essere la parola chiave del libro, cardine intorno al quale ruota la vita del paese lucano, terra ancora primitiva, ferma a riti arcaici, che si forgia nel dipanarsi delle storie minime e tragiche della sua gente. L’attesa sembra essere ora l’unico atto rivoluzionario nel mondo frenetico di oggi. Dove appunto l’attesa, e la riflessione che richiede lo scorrere lento del tempo, sono bandite.

Con l’attesa anche il silenzio è elemento presente nel libro. L’assenza di rumore ("non fanno rumore i paesi d’inverno") nei lunghi ovattati inverni lucani viene rotta solo dai "rutti" delle feste comandate. Forse a ricordarci la presenza insignificante, rozza e primitiva dell’essere furente che è l’uomo nella Natura.

Ma anche qui, in questo embrione materno che è il villaggio dove si cerca rifugio e conforto, “ci sono notti difficili da dormire…” come per tutti gli uomini sulla terra, come anche per gli animali. Anche qui in questo luogo irreale che conserva un senso arcadico della vita, l’uomo è in bilico e la speranza si aggrappa al fato: “a la bona sciorta” e cede alle pressioni familiari, sociali: perché “nu’ lavoro che cunta” è importante. Mi sembra che ci sia il sapore di un sottile senso di colpa in questo verso, forse irrisolto, che viene da secoli di arretratezza e da una non soddisfatta volontà di riscatto della gente del Sud. Chi decise che per contare bisognava emigrare?

La nostra si fa testimone silenziosa dei contrasti inconciliabili tra generazioni troppo diverse che non si incontrano più e epoche oramai distanti trovano voce nel verso: “padre e figlio si incontrano a cena/ intorno al tavolino/uno mastica lento, l’altro va di fretta/ per non inciampare in quel tempo dilatato/ e fermo degli occhi di sua padre…”

Ma l’ispirazione parte tutta dal camminare per dare origine alla parola poetica e intuire la realtà. La Ciancio sa bene che “Talvolta basta uscire per strada/ per riannodare gli orli/ sfilacciati di un pensiero”. Camminare, un atto anche questo oggi sovversivo, è raccontare sé stessi agli altri. E la nostra, con i suoi versi e le sue foto (che andrebbero valorizzate!) sembra conoscere molto bene il segreto del camminare, scrivere e fotografare. E magari leggere, per ispirarsi, Pavese, primo paesologo italiano (ancor prima di Franco Arminio). Uno del Nord.

E allora Tre Fili d’attesa è un libriccino dalle leggere pennellate di versi da tempo attesi, ispirati e dedicati dalla Ciancio alla sua regione, la Lucania, terra appenninica ma anche mediterranea calata tra duri calanchi e costa greca. Una regione dell’anima fatta di paesi che esistono e re-sistono, fuori dalle rotte turistiche… fuori dalle dinamiche della globalizzazione. La Lucania che compone questa nostra Italia antica e variegata e che custodisce ancora, come un’isola, inconsapevolmente, i tasselli del DNA nostro e l’animo della poetessa stessa.

A corredo dell’opera, una stampa dell’artista Stefania Lubatti, ricorda un muro sbrecciato di San Severino Lucano, a voler muovere in noi irrisolte risonanze d’infanzia.

Novembre 2022

William Stabile

sabato 30 aprile 2022

“Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

 


RACCONTARE IL SILENZIO. SU POMERIGGI PERDUTI DI MICHELE NIGRO

 

Del titolo di questa silloge di versi di Michele Nigro colpisce il rinvio diretto ad un evento di perdita, che evoca tanto l’idea di spreco, di dispendio, quanto una nostalgica mancanza. I due significati non si escludono affatto a vicenda, essendo metonimicamente correlati, potendo cioè legarsi in una relazione di causa-effetto; ciò contribuisce a costruire un orizzonte di attesa, spia di una poetica incline ad oltrepassare il mero dato realistico e le sue pretese di univocità. Sviscerando i nuclei tematici che emergono dalla lettura dei testi si coglie, non a caso, il binomio materialità/immaterialità: da un lato la conservazione, la collezione, l’accumulo, con un’attenzione al dettaglio numericamente quantificabile; dall’altro l’incessante fluire, la familiarità con il caos, la fuga dall’ordine dell’incasellamento. La conciliazione degli opposti si concreta in un’«estetica del caos», segnale che mappa il percorso e scardina i paraventi con i quali l’individuo si autoinganna.

Si insinua tra le pagine una continua riflessione sull’essenza della poesia e sul suo possibile ruolo nel mondo. La poesia si configura come dimensione altra, che sussiste in parallelo ad una quotidianità consumistica. Nell’antitesi tra quiete e follia, tra suoni assordanti e silenzio, è attitudine che consente il distanziamento dal frastuono. Nel ciclo inarrestabile del tempo, la parola tenta di fissare bagliori di Assoluto, condizione ignota, di là da venire, intrinsecamente connessa con la dimenticanza di ciò che si è stati. «… compagno di strada / mi è il verso forte e ignoto/ ai salotti laureati/ nato da quel vivere/ che per altri vita non è»: questi versi possono considerarsi una dichiarazione di poetica, nella coscienza di uno scrivere nutrito dalla vita vissuta, voce sincera e controcorrente.   

Ancora, la poesia disvela il senso di persone e cose che ci hanno preceduti, canale che raccorda il passato ad un oggi di eredità incerte; come l’amore, è epifania e sostanza sulla frontiera dell’indicibile, antidoto contro l’effimero, rimedio all’immanenza. E - quasi una poetica del vago e dell’indefinito – sono le percezioni sensoriali a fare da ponte verso l’invisibile, nel superamento delle facciate ingannevoli, raccontando il silenzio («sete di silenzio parlato»). Così accompagnano il poeta opere letterarie, come la celebre Spoon River, in grado di gettare luce sul reale, di polverizzare le illusioni dell’uomo che si crede immortale. I versi di Spoon («il credersi invidiati/ o invidiabili, immemori/ dei vermi in attesa») mi portano alla mente i crudi ammonimenti di Leonida di Taranto, epigrammista greco del IV-III secolo a.C.: «… con una simile struttura d’ossa/ tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!/ Tu vedi, uomo, come tutto è vano:/ all’estremo del filo c’è un verme/ sulla trama non tessuta della spola».

Quanto mai consapevole del rischio di derive antropocentriche, l’io lirico individua una via di salvezza nel dare voce agli oggetti, alle cose inanimate, la cui semplicità, a tratti crepuscolare, testimonia l’arte di accogliere le eredità del passato. Gli oggetti qui ci narrano storie altre rispetto a quelle che popolano le pagine dei libri, e acquistano uno spessore poetico nella concezione di disuso che li caratterizza e li sottrae ad una fruibilità consumistica e profana. Il rituale misterico che è il verso scava fino all’osso tra le menzogne della civiltà del progresso, tra i miraggi di una vita stravolta dall’impatto con il digitale, recuperando un “lessico della dimenticanza” fatto di alberi, fronde, boschi, vento, piogge; suggestioni di un mondo arcaico ed ancestrale, contrapposto agli artifici e alle frenesie cittadine. Particolarmente rilevante è il ricorrere dell’elemento fuoco, emblema di distruzione, ma anche di sopravvivenza nella memoria, dal momento che, come ci insegnano i miti, le fiamme annientano o rendono immortali; e se la materia si estingue, l’intangibile resiste: «Arditi tizzoni ardenti/ schizzati dal braciere/ di Poesia/ ustionarono la pelle/ della dimenticanza». Archetipo di creazione e di distruzione, il fuoco pare restituirci un senso di comunione, lo spirito dell’essere collettività, nella sua valenza di energia vivificante, di anima mundi.

La critica alla presunzione di eternità e al progresso si esprime pure attraverso scelte linguistiche ricche di significato, come il neologismo «aperimorte», in riferimento ad una società abitata da «morti senza saperlo»; citazione montaliana, questa – tratta da Avevamo studiato per l’aldilà – che, pur inserita in un contesto differente, mi permetto di estrapolare, in quanto adatta ad esemplificare il paradigma imperante di una non-vita che vuole imporsi come esistenza reale. Sugli addomesticamenti della sedicente civiltà, sulle sue certezze fasulle, si posa lo sguardo del poeta, che, lucido e disincantato, indaga le immutabili leggi cosmiche da una prospettiva scevra di illusioni. In un universo che ha, leopardianamente, il proprio fine in se stesso, la pienezza di senso di Pomeriggi perduti esorta a rifuggire i deragliamenti di un tempo mal speso, a favore della riscoperta dell’essenziale e dell’essenza, di una dimensione autenticamente umana.

 

Francesca Innocenzi


versione pdf: Raccontare il silenzio. Su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro

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lunedì 4 aprile 2022

Nota a "Canto del vuoto cavo" di Francesca Innocenzi

 


Il vuoto: per alcuni un concetto filosofico-spirituale, totale negazione dell'idea di assoluto che apre a una sorta di ascetismo ateo, non mediato da divinità o da santi: una "mistica del vuoto" che, meditando sulla transitorietà e relatività di ogni fenomeno, permette di raggiungere uno stato di distacco non solo dai beni materiali ma addirittura dalla stessa ascesi, dall'ego o dal bisogno di dio, un superiore e umano stato di serenità imperturbabile in cui il distacco dalla vita e la massima apertura ad essa paradossalmente coincidono. Per altri, invece, il vuoto, in maniera più prosaica, ha una valenza estetico-architettonica, la funzione di ripulire i sensi dei tanto stressati occidentali da un overbuffering di dati visivi: un soccorso "zen" a esistenze consumistiche prese in ostaggio dal superfluo. "Vuoto di senso, senso di vuoto" cantava Battiato nel brano Il vuoto, riferendosi in questo caso a un vuoto negativamente inteso, a una sempre più dilagante condizione di povertà interiore scandita da un tempo affannosamente inseguito da un'umanità allo sbando.

In poesia il vuoto rappresenta la terra promessa, la meta ideale del versificatore: questo indipendentemente dall'utilizzo o meno di una metrica ben precisa che addomestichi le sillabe o di esotiche forme metrico-stilistiche come i senryu o i tanka, cugini stretti dei più conosciuti haiku, adoperati da Francesca Innocenzi nella raccolta intitolata "Canto del vuoto cavo" (ed. Transeuropa, 2021; collana di poesia: Nuova Poetica 3.0). Sintetizzare il segnale in uscita, scremare il verso, costringerlo in abiti rituali senza far perdere forza e significato al messaggio, che proprio perché ripulito dal superfluo di cui sopra, meglio risuona con la sua destabilizzante semplicità. Un'asciuttezza da non confondere con un modaiolo minimalismo o un esasperante essenzialismo pseudo-ungarettiano che rasenta la banalità: d'altronde la firma nipponica degli stili adottati dall'autrice rappresenta un chiaro intento di ricerca; non vi è — come accaduto ad autori anche affermati, bisognosi di una fase a sentir loro zen della produzione — l'esigenza di semplificare i concetti perché è la regola stessa del tipo di componimento scelto che determina la poetica e allontana tutti, autori e lettori, dall'equivoco di una fruibilità che non rispetta la poesia.

Componimenti che sanno unire un messaggio sociale, attualissimo, alla delicatezza di un'immagine naturale: "I. il capitale / ti aspetta al varco. / sotto il ciliegio / inerme sosti — / il sistema stritola / chi non sta al passo" (da "dittico del dio estremo"; si può schiaffeggiare il dio denaro anche con un petalo di fiore, senza per forza scomodare l'opera di Karl Marx!). E ancora: "II. Il dio estremo / esige il sacrificio / perché è sciagura / la tregua. Così / il ciclo produttivo / assembla i morti". Anche la superficialità dei discorsi da bar può essere disinnescata: "i mantenuti /dallo Stato negli hotel / con cellulari / costosi — gabbie / di sproloqui su mondi / che non si sanno"; la poesia in generale, grazie alla sua naturale trasversalità che unisce il visibile a quel che non si sa, ci libera da una fin troppo facile e a buon mercato linearità degli sproloqui nel quotidiano. E i segreti della poesia-botanica, lo sfoltimento dei rami e delle parole: "gesto di cura / al di qua del fiorire / la potatura / taglio dovuto. / sfoltiti i rovi fitti / passa la luce"; una luce diversa sulle parole e quindi sui pensieri che le hanno originate, per farsi capire e addirittura per meglio capire se stessi, per raggiungere la verità in maniera sobria, pulita, diretta. Una purezza che non deriva dall'atarassia, dalla scelta di sospendere da terra la propria esistenza; solo chi abbraccia le infelicità della vita può cercare con animo sincero le prelibatezze della poesia: "ringraziava Dio / che avesse scadenza / la felicità / della poesia / si seccava altrimenti / il serbatoio"; non è a causa di una visione esageratamente romantica dell'arte, se arriviamo a dichiarare che la poesia riesce a scavare efficacemente tra le parole, per trovare quelle giuste seppellite in noi, solo grazie alla trivella diamantina del dolore: un eccesso di benessere può distrarre dalla ricerca. Persino i lockdown agevolano lo scavo e la ricerca dei vuoti cavi (ovvero di vuoti di significanti, e che essendo cavi, contengono, accolgono, conservano piccoli tesori) o rendono raggiungibili i vuoti interiori che sono una ricchezza per chi sa crearli in sé o riconoscerli: "I. c'è coprifuoco / sul davanzale. vita / tracima dentro / fuoco di stanza, stella / che dal tumulto chiama" (da "trittico dei lockdown presunti"); in clausura si rivalutano la bellezza e la funzione dell'immensità che è in noi, e da cui spesso fuggiamo perché la riteniamo ingovernabile: "III. ah veramente / credevi nelle imposte / che alla sera / chiudono — cosa, se hai / il bistrattato immenso?".

immaginarti
girasole rivolto
a nero astro

mentre l'estate
tramonta ti eclissi
a rispuntare

la falciatrice
bohèmienne di notte
danza per le vie

del mondo. Tanti
per non guardarla in faccia
le stanno addosso

maggio, racconta
la verità del cuore.
da tanto verde
assorda in silenzio
il parco diroccato

le cose stanno
anche se non le vedi.
sul riverbero
sosti, millimetrico
angolo di scacchiera



Nota a cura di: Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”; nel 2021 la terza e ultima silloge dei materiali di risulta. Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, inglese e spagnolo.  

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Dodecalogo del recensore (di poesia)

mercoledì 24 ottobre 2018

Scorgere dell'oltre e denuncia dei mali del nostro tempo. Francesca Luzzio su "Pareidolia", opera poetica di Lorenzo Spurio


Recensione di Francesca Luzzio

Pareidolia (The Writer Edizioni, Morano P., 2018) è il titolo della nuova silloge di Lorenzo Spurio ed allude all’atteggiamento assunto dal poeta nel leggere dentro il suo animo e nell’osservare il contesto storico-sociale che vige oggi. Egli infatti partendo dall’hic et nunc, va oltre, dilata il pensiero e la parola che li esprimono e, pertanto, se da un lato propone la sua visione, nello stesso tempo nel percepire il reale, esprime valori di un mondo quale dovrebbe essere, quale la sua pareidolia immagina e vede e li trasmette al lettore.                                                                                  


Lo scorgere oltre, il vedere l’invisibile nel visibile , il bene oltre il male, fa sì che soprattutto la prima  e la seconda sezione della silloge diventino denuncia dei mali del nostro tempo, quali l’emigrazione, a cui tanti poveri infelici vanno incontro nel desiderio di raggiungere la prosperosa Europa e nel cui cuore invece “pullula sangue-bitume di denaro liquido” (in “Sacchi neri”, pag.17) o ancora la  strage di Bruxelles, dove “Per un dio sultano/ si è fatto buio/ strappando con lame/ la luce ordinaria” (in “Stelle nere”, pag.48).
Con un atteggiamento da veggente, quale Rimbaud teorizzava e a cui è assimilabile quello “pareidolico”, Lorenzo Spurio denuncia anche il lento progressivo morire del nostro pianeta, il terribile inquinamento di terra e mare, ma esprime anche il suo angosciato palpitare, senza risposta, di fronte all’imprevedibilità del terremoto: “Un santo dal braccio mozzo/ dietro una coltre di polvere/ mi parla, ma non afferro (in “Parestesia della terra”, pag.37). Il procedere anaforico delle strofe esprime bene questa incapacità di dare senso, questa impotenza, di fronte alla quale anche l’intuizione immaginifica cede. Ma è un’eccezione, infatti l’atteggiamento descrittivo, tipico del realismo, cede in genere il passo a un atteggiamento visionario che va oltre le cose e come in Dino Campana, dà luogo ad accostamenti imprevisti, capaci di evocare immagini e mettere in luce, con ardite analogie e sinestesie, imprevedibili rapporti che umanizzano la natura e le danno voce, la rendono partecipe dell’agire umano e dei problemi che esso genera, perché, come sosteneva Mario Luzi, la poesia è nelle cose e il poeta pareidolico, da abile mediatore la sa cogliere e la esprime. 
                                                                                                                
L'autore del libro, Lorenzo Spurio 
 
Tali caratteristiche sono ravvisabili anche nella sezione “Dedicatio”, nella quale la pareidolia riesce ad esplicarsi appieno perché, al di là di ogni riferimento fisico e reale, l’incalzare immaginifico del sentire del poeta fa emergere appieno la profonda essenza dell’indole dei personaggi, cari a Lorenzo Spurio e celebrati nei versi; non solo, l’ultima sezione che ripropone il titolo della silloge, vede questa capacità visionaria rivolta non all’altro da sé, ma al sé, all’io del poeta, così emergono pensieri, percezioni, comportamenti in un contesto naturale e domestico, perché il poeta “Solidifica il vacuo/ e materializza l’aeriforme/ in caleidoscopiche esplorazioni di vita.” (in “Sembianze del poeta”, pag.88).
I versi liberi, il lessico ricco e ricercato, ulteriormente impreziosito dall’uso frequente di tropi rendono originale e suggestivo lo stile, grazie al quale la valenza semantica dei testi viene ulteriormente amplificata e approfondita.


                                                                                        Francesca Luzzio

Palermo, 13/10/2018