lunedì 13 maggio 2024
"Carte nel buio" di Michele Nigro
sabato 30 aprile 2022
“Raccontare il silenzio”. Francesca Innocenzi su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro
RACCONTARE
IL SILENZIO. SU POMERIGGI PERDUTI DI MICHELE NIGRO
Del
titolo di questa silloge di versi di Michele Nigro colpisce il rinvio diretto
ad un evento di perdita, che evoca tanto l’idea di spreco, di dispendio, quanto
una nostalgica mancanza. I due significati non si escludono affatto a vicenda,
essendo metonimicamente correlati, potendo cioè legarsi in una relazione di
causa-effetto; ciò contribuisce a costruire un orizzonte di attesa, spia di una
poetica incline ad oltrepassare il mero dato realistico e le sue pretese di
univocità. Sviscerando i nuclei tematici che emergono dalla lettura dei testi
si coglie, non a caso, il binomio materialità/immaterialità: da un lato la
conservazione, la collezione, l’accumulo, con un’attenzione al dettaglio numericamente
quantificabile; dall’altro l’incessante fluire, la familiarità con il caos, la
fuga dall’ordine dell’incasellamento. La conciliazione degli opposti si
concreta in un’«estetica del caos», segnale che mappa il percorso e scardina i
paraventi con i quali l’individuo si autoinganna.
Si
insinua tra le pagine una continua riflessione sull’essenza della poesia e sul
suo possibile ruolo nel mondo. La poesia si configura come dimensione altra,
che sussiste in parallelo ad una quotidianità consumistica. Nell’antitesi tra
quiete e follia, tra suoni assordanti e silenzio, è attitudine che consente il distanziamento
dal frastuono. Nel ciclo inarrestabile del tempo, la parola tenta di fissare
bagliori di Assoluto, condizione ignota, di là da venire, intrinsecamente
connessa con la dimenticanza di ciò che si è stati. «… compagno di strada / mi
è il verso forte e ignoto/ ai salotti laureati/ nato da quel vivere/ che per
altri vita non è»: questi versi possono considerarsi una dichiarazione di
poetica, nella coscienza di uno scrivere nutrito dalla vita vissuta, voce
sincera e controcorrente.
Ancora,
la poesia disvela il senso di persone e cose che ci hanno preceduti, canale che
raccorda il passato ad un oggi di eredità incerte; come l’amore, è epifania e sostanza
sulla frontiera dell’indicibile, antidoto contro l’effimero, rimedio
all’immanenza. E - quasi una poetica del vago e dell’indefinito – sono le
percezioni sensoriali a fare da ponte verso l’invisibile, nel superamento delle
facciate ingannevoli, raccontando il silenzio («sete di silenzio parlato»).
Così accompagnano il poeta opere letterarie, come la celebre Spoon River,
in grado di gettare luce sul reale, di polverizzare le illusioni dell’uomo che
si crede immortale. I versi di Spoon («il credersi invidiati/ o
invidiabili, immemori/ dei vermi in attesa») mi portano alla mente i crudi
ammonimenti di Leonida di Taranto, epigrammista greco del IV-III secolo a.C.: «…
con una simile struttura d’ossa/ tenti di sollevarti fra le nubi nell’aria!/ Tu
vedi, uomo, come tutto è vano:/ all’estremo del filo c’è un verme/ sulla trama
non tessuta della spola».
Quanto
mai consapevole del rischio di derive antropocentriche, l’io lirico individua
una via di salvezza nel dare voce agli oggetti, alle cose inanimate, la cui
semplicità, a tratti crepuscolare, testimonia l’arte di accogliere le eredità
del passato. Gli oggetti qui ci narrano storie altre rispetto a quelle che
popolano le pagine dei libri, e acquistano uno spessore poetico nella
concezione di disuso che li caratterizza e li sottrae ad una fruibilità
consumistica e profana. Il rituale misterico che è il verso scava fino all’osso
tra le menzogne della civiltà del progresso, tra i miraggi di una vita
stravolta dall’impatto con il digitale, recuperando un “lessico della
dimenticanza” fatto di alberi, fronde, boschi, vento, piogge; suggestioni di un
mondo arcaico ed ancestrale, contrapposto agli artifici e alle frenesie
cittadine. Particolarmente rilevante è il ricorrere dell’elemento fuoco,
emblema di distruzione, ma anche di sopravvivenza nella memoria, dal momento
che, come ci insegnano i miti, le fiamme annientano o rendono immortali; e se
la materia si estingue, l’intangibile resiste: «Arditi tizzoni ardenti/
schizzati dal braciere/ di Poesia/ ustionarono la pelle/ della dimenticanza».
Archetipo di creazione e di distruzione, il fuoco pare restituirci un senso di
comunione, lo spirito dell’essere collettività, nella sua valenza di energia
vivificante, di anima mundi.
La
critica alla presunzione di eternità e al progresso si esprime pure attraverso
scelte linguistiche ricche di significato, come il neologismo «aperimorte», in
riferimento ad una società abitata da «morti senza saperlo»; citazione
montaliana, questa – tratta da Avevamo studiato per l’aldilà – che, pur inserita
in un contesto differente, mi permetto di estrapolare, in quanto adatta ad
esemplificare il paradigma imperante di una non-vita che vuole imporsi come
esistenza reale. Sugli addomesticamenti della sedicente civiltà, sulle sue
certezze fasulle, si posa lo sguardo del poeta, che, lucido e disincantato, indaga
le immutabili leggi cosmiche da una prospettiva scevra di illusioni. In un
universo che ha, leopardianamente, il proprio fine in se stesso, la pienezza di
senso di Pomeriggi perduti esorta a rifuggire i deragliamenti di un
tempo mal speso, a favore della riscoperta dell’essenziale e dell’essenza, di
una dimensione autenticamente umana.
Francesca Innocenzi
♦
versione pdf: Raccontare il silenzio. Su “Pomeriggi perduti” di Michele Nigro
♦
leggi anche:
lunedì 4 aprile 2022
Nota a "Canto del vuoto cavo" di Francesca Innocenzi
Il vuoto: per alcuni un concetto
filosofico-spirituale, totale negazione dell'idea di assoluto che apre a una
sorta di ascetismo ateo, non mediato da divinità o da santi: una
"mistica del vuoto" che, meditando sulla transitorietà e relatività
di ogni fenomeno, permette di raggiungere uno stato di distacco non solo dai
beni materiali ma addirittura dalla stessa ascesi, dall'ego o dal bisogno di
dio, un superiore e umano stato di serenità imperturbabile in cui il
distacco dalla vita e la massima apertura ad essa paradossalmente coincidono.
Per altri, invece, il vuoto, in maniera più prosaica, ha una valenza
estetico-architettonica, la funzione di ripulire i sensi dei tanto stressati
occidentali da un overbuffering di dati visivi: un soccorso
"zen" a esistenze consumistiche prese in ostaggio dal superfluo.
"Vuoto di senso, senso di vuoto" cantava Battiato nel brano Il
vuoto, riferendosi in questo caso a un vuoto negativamente inteso, a una
sempre più dilagante condizione di povertà interiore scandita da un tempo
affannosamente inseguito da un'umanità allo sbando.
In poesia il vuoto rappresenta la terra promessa,
la meta ideale del versificatore: questo indipendentemente dall'utilizzo o meno
di una metrica ben precisa che addomestichi le sillabe o di esotiche
forme metrico-stilistiche come i senryu o i tanka, cugini stretti
dei più conosciuti haiku, adoperati da Francesca Innocenzi nella raccolta
intitolata "Canto del vuoto cavo" (ed. Transeuropa, 2021;
collana di poesia: Nuova Poetica 3.0). Sintetizzare il segnale in uscita,
scremare il verso, costringerlo in abiti rituali senza far perdere forza e
significato al messaggio, che proprio perché ripulito dal superfluo di cui
sopra, meglio risuona con la sua destabilizzante semplicità. Un'asciuttezza da
non confondere con un modaiolo minimalismo o un esasperante essenzialismo
pseudo-ungarettiano che rasenta la banalità: d'altronde la firma nipponica
degli stili adottati dall'autrice rappresenta un chiaro intento di ricerca; non
vi è — come accaduto ad autori anche affermati, bisognosi di una fase a sentir
loro zen della produzione — l'esigenza di semplificare i concetti perché
è la regola stessa del tipo di componimento scelto che determina la
poetica e allontana tutti, autori e lettori, dall'equivoco di una fruibilità
che non rispetta la poesia.
Componimenti che sanno unire un messaggio sociale,
attualissimo, alla delicatezza di un'immagine naturale: "I. il capitale /
ti aspetta al varco. / sotto il ciliegio / inerme sosti — / il sistema stritola
/ chi non sta al passo" (da "dittico del dio estremo"; si può
schiaffeggiare il dio denaro anche con un petalo di fiore, senza per forza
scomodare l'opera di Karl Marx!). E ancora: "II. Il dio estremo / esige il
sacrificio / perché è sciagura / la tregua. Così / il ciclo produttivo /
assembla i morti". Anche la superficialità dei discorsi da bar può essere
disinnescata: "i mantenuti /dallo Stato negli hotel / con cellulari /
costosi — gabbie / di sproloqui su mondi / che non si sanno"; la poesia in
generale, grazie alla sua naturale trasversalità che unisce il visibile a quel
che non si sa, ci libera da una fin troppo facile e a buon mercato
linearità degli sproloqui nel quotidiano. E i segreti della poesia-botanica, lo
sfoltimento dei rami e delle parole: "gesto di cura / al di qua del
fiorire / la potatura / taglio dovuto. / sfoltiti i rovi fitti / passa la
luce"; una luce diversa sulle parole e quindi sui pensieri che le hanno
originate, per farsi capire e addirittura per meglio capire se stessi, per
raggiungere la verità in maniera sobria, pulita, diretta. Una purezza che non
deriva dall'atarassia, dalla scelta di sospendere da terra la propria
esistenza; solo chi abbraccia le infelicità della vita può cercare con animo
sincero le prelibatezze della poesia: "ringraziava Dio / che avesse
scadenza / la felicità / della poesia / si seccava altrimenti / il
serbatoio"; non è a causa di una visione esageratamente romantica
dell'arte, se arriviamo a dichiarare che la poesia riesce a scavare
efficacemente tra le parole, per trovare quelle giuste seppellite in noi, solo
grazie alla trivella diamantina del dolore: un eccesso di benessere può
distrarre dalla ricerca. Persino i lockdown agevolano lo scavo e la
ricerca dei vuoti cavi (ovvero di vuoti di significanti, e che essendo
cavi, contengono, accolgono, conservano piccoli tesori) o rendono raggiungibili
i vuoti interiori che sono una ricchezza per chi sa crearli in sé o
riconoscerli: "I. c'è coprifuoco / sul davanzale. vita / tracima dentro /
fuoco di stanza, stella / che dal tumulto chiama" (da "trittico dei
lockdown presunti"); in clausura si rivalutano la bellezza e la funzione
dell'immensità che è in noi, e da cui spesso fuggiamo perché la riteniamo ingovernabile:
"III. ah veramente / credevi nelle imposte / che alla sera / chiudono —
cosa, se hai / il bistrattato immenso?".
immaginarti
girasole rivolto
a nero astro
mentre
l'estate
tramonta ti eclissi
a rispuntare
♦
la
falciatrice
bohèmienne di notte
danza per le vie
del mondo.
Tanti
per non guardarla in faccia
le stanno addosso
♦
maggio,
racconta
la verità del cuore.
da tanto verde
assorda in silenzio
il parco diroccato
♦
le cose
stanno
anche se non le vedi.
sul riverbero
sosti, millimetrico
angolo di scacchiera
♦
Nota a cura di: Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”; nel 2021 la terza e ultima silloge dei materiali di risulta. Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, inglese e spagnolo.
♦
leggi anche:
martedì 26 novembre 2013
Tutti siamo l'isola - Emergenza Sardegna: una antologia a favore della Sardegna alluvionata
giovedì 25 luglio 2013
La voce dei sentimenti in "Interni" di Annalisa Soddu

Titolo suggestivo e invitante per la nuova pubblicazione di Annalisa Soddu, Interni, il suo nuovo libro di poesie. La pubblicazione dell’opera è stata curata e gestita da TraccePerLaMeta Edizioni, attività di editoria rivolta ai soci dell’Associazione Culturale TraccePerLaMeta.
Dopo il successo avuto con il racconto Il fuoco di Lorenzo, la scrittrice di origini sarde ritorna con una nuova pubblicazione molto carica di significati, come lo stesso titolo del libro chiarifica.
Il critico Lorenzo Spurio nella prefazione osserva: «Questo libro non lascerà indifferente il lettore, perché le liriche che si appresta a leggere “graffiano” il cuore di chi, con sensibilità e innocentemente, sa leggere tra i versi. […] La Soddu affonda con perizia il bisturi in una materia sociale dolorosa e si mostra sensibile alle tortuose pieghe dei comportamenti e dei pensieri umani, attenta osservatrice delle problematiche dell'uomo contemporaneo, delle sue crisi e delle sue affettività».
Il suo amore per la poesia è da rintracciare nel periodo di frequentazione delle scuole superiori; dopo una lunga pausa è tornata a scrivere nel 2011 pubblicando sul suo blog dei racconti che trattavano delle sofferte vite dei pazienti psichiatrici. Alcuni di questi racconti figurano nel suo primo libro, Il fuoco di Lorenzo.
Il nuovo libro, Interni, contiene invece opere scritte dal 1983 ad oggi, con la lunga interruzione prima citata, dalla quale si evince il percorso personale, caratterizzato nei primi componimenti da una visione malinconica della vita e in seguito, in particolare dopo la conversione alla fede bahà’ì, da una progressiva apertura con particolare attenzione ai problemi sociali. Il libro si configura come espressione della maturazione di una donna che ha trovato nel nostro oggi la realizzazione di se stessa e riscoperto il piacere della scrittura.
TITOLO: Interni Link diretto alla vendita
AUTORE: Annalisa Soddu
PREFAZIONE: Lorenzo Spurio
EDITORE: TraccePerLaMeta Edizioni
COLLANA: Indaco – Poesia
PAGINE: 54
ISBN: 978-88-907190-6-6
COSTO: 9 €
Info: info@tracceperlameta.org - www.tracceperlameta.org
Ufficio Stampa: Lorenzo Spurio – lorenzo.spurio@alice.it
domenica 21 novembre 2010
SE NON SONO GIGLI, raccolta scaricabile gratuitamente, di Federica Volpe
Ma l’arte è davvero libera, legato ogni suo arto al solo fattore economico?
Paga l’autore (tranne in rari casi), paga il lettore.
Certamente l’editore, per produrre l’opera, necessita di denaro, e di questo non ne faccio una colpa.
La mia è, primariamente, una mera riflessione.
Se l’autore non paga, l’opera non esiste sul mercato. Se il lettore non compra, l’opera è come se non esistesse.
Ho pensato: cambierebbe forse qualcosa se l’opera esistesse già in quanto frutto dell’autore, e fosse leggibile senza costrizioni economiche (il modo democratico) dal lettore?
Ho deciso, così, di rischiare con la mia propria pelle, con la mia propria opera.
Essa, “Se non sono gigli”, e formata, per sua natura e per mia volontà, da non-gigli, e nello stile sta racchiuso gran parte del messaggio.
Questa raccolta la si direbbe, dal punto di vista puramente estetico, brutta.
Impubblicabile, se non a pagamento.
Ho pensato, dunque, di rendere quest’opera libera.
Per farlo, naturalmente, non ho pagato alla SIAE alcun diritto.
Se qualcuno vorrà rubare ad una poveraccia il suo bouquet osceno, nessuno potrà impedirglielo, se non forse il suo buon senso, e la consapevolezza che andrebbe a combattere una guerra di povero contro povero (poveri di soldi, poveri di sogni).
Ringrazio chiunque leggerà.
Federica Volpe
(cliccare sul titolo del post per accedere alla pagina web da cui scaricare il file)



