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domenica 3 luglio 2022

L'imbrunire è quell'ora indecisa

 


L'imbrunire è quell'ora indecisa
tra la luce non rassegnata a perire
e il buio senza coraggio per sorgere,
odo tralci di vite selvaggia
rampicarsi lungo la schiena
della luna piena di giugno

e la cecità serale
prendermi gli occhi ormai freschi
non più arsi di città, dove caldi mattoni
conservano i raggi del meriggio

come batterie pensate per corpi pentiti
fino allo sgocciolio di mezzanotte
e oltre, pensiero insonne che tortura
l'anima indigesta e reflussa
si sveglia senz'aria, affogata
dagli acidi della vita di giorno.

Ho fede nei tralci, arriveranno
un giorno, senza pretenderlo
a donarmi grappoli d'uva fragola
progenie di quella rubata all'infanzia

a essere finalmente domata
anno dopo anno
stupore dopo stupore per le rinnovate foglie
s'allunga la speranza
verso il sole dell'attesa
paziente stagione dell'essere,
incontro tra mani sistine
tra dio e l'uomo in questo inferno.

...



Michele Nigro, nato nel 1971 in provincia di Napoli, vive a Battipaglia (Sa) dal 1978. Si diletta nella scrittura di racconti, poesie, brevi saggi, articoli per giornali e riviste. Ha diretto la rivista letteraria “Nugae – scritti autografi” fino al 2009. Ha partecipato in passato a numerosi concorsi letterari ed è presente con suoi scritti in antologie e periodici. Nel 2016 è uscita la sua prima raccolta poetica – che ama definire “raccolta di formazione” – intitolata “Nessuno nasce pulito” (edizioni nugae 2.0). Ha pubblicato “Esperimenti”, raccolta di racconti; il mini-saggio “La bistecca di Matrix”; nel 2013 la prima edizione del racconto lungo “Call Center”, nel 2018 la seconda edizione “Call Center – reloaded” e la raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”. Nel 2019, per i tipi delle Edizioni Kolibris, viene pubblicata la raccolta di poesie intitolata “Pomeriggi perduti” (collana di poesia italiana contemporanea “Chiara”), che è anche il nome del suo blog. È del 2020 il volume 2 della raccolta “Poesie minori. Pensieri minimi”; nel 2021 la terza e ultima silloge dei materiali di risulta. Alcune sue poesie sono state tradotte in portoghese, inglese e spagnolo.  

mercoledì 8 giugno 2022

AIΩN di Mario Fresa (17)

AIΩN di Mario Fresa

Diego Conticello

Lo sguardo, la sua ferita acuta 





*

Pareidolia

 

 

Tempi erano quelli

di pura sopravvivenza

quando la vista

scorgeva tra forme inanimate

profili predatorî

che l’occhio primitivo più non

distinse dai vivi.

 

La prima paura artificiale

fu pertanto un’ipercorrezione

ad aumentare la certezza di non

perire, un pericolo vuoto

a infoltire la schiera

del terrore.

 

Oggi, caduti gl’idoli, pare

rimanga a monito

di una incompleta evoluzione,

 

un buco tra tanti nella mente.

 

 


Commento.

Una visione allarmata, che nello scorcio di un tempo indefinito o paradossale fa misteriosamente emergere – inquieta e sconvolgente illuminazione  l'immagine ancestrale di un ricordo (o di un miraggio?) di tenebrosa ambiguità. Ciò che si è visto, o intravisto, o sognato, nella sospensione di quella mitica e perduta cornice temporale, parla di una remota pareidolia tanto ineffabile quanto minacciosa, dove "tra forme inanimate" si palesano, come inattese apparizioni del nulla, "profili predatorî" vicini al sonno cupo della morte o della distruzione.

Così Diego Conticello (Catania, 1984), poeta tra i più fini della sua generazione, delinea potentemente, in questo inedito, i confini di un oscuro paesaggio d'ombre che ci mostra l'intera vita come un' immensa catabasi luttuosa, già tutta segnata (anzi, di più: ferita) dal limite opprimente di una "incompleta evoluzione" : un paesaggio, ben inteso, dal quale gli stessi Dei sono fuggiti da tempo immemorabile e che ci appare fermo per sempre, e insalvabile, e vinto. Resta soltanto, nei versi, il sentimento di un afasico vuoto che a noi stessi rivela, come un ombroso messaggero, l’impermanenza buia del nostro (non) essere qui, e l’inane materia di cui è fatto il nostro breve viaggio comune; e ogni pensiero o desiderio non è che un’orma prontamente abrasa: “un buco tra tanti nella mente”.

Una poesia, dunque, dallo sguardo estremo, che s’attorce dolorosa su sé stessa e che, alla fine, sembra mirare il mondo (scivolato nella dissolvenza di un crepuscolo non più frenabile) dal fondo di un immisurabile teatro di rovine. 

 

 

[In alto, un' opera di Corrado Cagli, Milarepa, del 1967].





mercoledì 13 aprile 2022

AIΩN di Mario Fresa (15)



AIΩN di Mario Fresa
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Roberto Maggiani 
I poeti: umani, troppo umani?



*

A proposito delle fregole per la pubblicazione

 

(ai poeti: gente presuntuosa)

 


Da troppi anni [ormai] scrivo del mare

davanti al mare {è imbarazzante}

:mi abbandono ad astute nostalgie

per soddisfare la persona

che tengo prigioniera nel mio corpo.

 

Anche tonni e merluzzi hanno

capito che non ci sono sardine

in questo oceano→ ma il prigioniero no

non molla: è imbarazzante.




Commento.

Un testo poetico breve e fulminante, precorso da una spiazzante lucidità e da un'intensa (e agra) intelligenza investigativa che si presenta, in primo luogo, come un testo di riflessione sulla non rara piccineria delle ambizioni legate alla scrittura poetica. Dunque: perché si scrive una poesia? Per mostrare sé stessi, con ostentata civetteria? (e che importa, di te, agli altri? - anzi, spingiamoci più a fondo: sarebbe il caso di ripetere, insieme con il grande e vertiginoso filosofo di Röcken: "Che importa di me stesso?"); o forse si scrive per riferire qualcosa che si è ricevuto in dono, come una sorta di alta e altra (cioè divina) rivelazione, inappellabile e superiore? (santo Arimane, che presunzione! E che ridicola auto-sopravvalutazione!). Si scrive forse, allora, per gioco o per noia o per la lode altrui? Ovvero per un vago e intellettualistico esercizio rettorico? (che orrore; e che mancanza di amor proprio! ...).

 

Qui, tuttavia, noi non possiamo e non vogliamo fornire una risposta alla questione sollevata ("Perché scriviamo una poesia?"). Ci si concentri, invece, sul fuoco incandescente di questo inedito di Roberto Maggiani (1968), tra i più notevoli e sensibili poeti della sua generazione, nonché romanziere ed editore: un testo forte e acuto che ci invita a riflettere sulla condizione non di rado involontariamente comica o grottesca (e patetica) di chi vuole a tutti i costi scrivere (e pubblicare ciò che scrive), commettendo l'errore di parlare di sé stesso e con sé stesso e per sé stesso; un inutile capriccio che sopravviene per soddisfare la persona che si tiene prigioniera nel proprio corpo (come nota argutamente l'autore). In simili casi, il desiderio - o peggio, o addirittura, la brama - di scrittura del poeta, assalito dalle sue ipocrite o vanitose astute nostalgie (che superbo ossimoro!), si ingolfa, incautamente, in un verboso chiacchiericcio di natura egoica, privata, narcisistica, autoconsolatoria, autoassolutoria, autogratificante, autocurativa... e via di questo passo. Ma noi ci chiediamo: se l'io è solo un'impostura, perché mai si ritiene necessario il perseverare nell'illusione di trasformare la scrittura in un piccolo (e patetico) confessionale laico, psicologico (semmai con l'intenzione presuntuosa di far passare ciò che è stretto, limitato, piccino - appunto laico, umano - per un messaggio verticale, metafisico, ultrapersonale, assoluto)?


Una poesia che medita, dunque, acutamente, sul senso della stessa poesia (e sulla necessità etica di scegliere il linguaggio poetico per interrogare i significati di quella oscura fantasima illusiva che noi chiamiamo vita o realtà); la poesia è anche e soprattutto questo. È avanzare tra le macerie del visibile e dell'invisibile dubitando, decostruendo, rinnovando di continuo la propria forte, infinibile ricerca di verità e di senso.

 

 

 




[In alto, un'opera di Riccardo Dalisi]















martedì 5 aprile 2022

AIΩN di Mario Fresa (14)


AIΩN di Mario Fresa
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Francesco Terracciano
Ipotesi di luce



*

Tu lo sapevi che di tanta luce 

resta soltanto l’abbaglio, sul ferro 

delle panchine. Per questo dicevi 

di farci avanti, di accostare il viso

a quelle griglie. Il solito supplizio 

che sapevamo -noi i soli a tornare - 

doveva compiersi la sera, quando 

ognuno era già a casa o nel suo letto. 


Dopo, un leggero rovescio di pioggia. 






Commento.

Una richiesta lieve e dura; una semiferita che s’apre a intermittenza; un vano, impercorribile luogo di infinibile attesa e di mancate (o taciute) risposte. Un teatro di assilli silenziosi che agisce e parla nelle strettoie di uno spazio numinoso e inquieto, onirico e sospeso; e ovunque attraversato, con mistero, da minimi segnali che pungono domande senza nessuna pace mai: segni o barlumi di un’ansia che si declina nella mesta evocazione di una ipotesi di luce che sempre chiede una via di uscita; o un’ultima ricucitura; o l’aurora di una dolce risoluzione. Ma di tutto questo smarrito e cieco respirare – e di tutto il costante, lacrimoso interrogare – resta appena il brandello o il lacerto di una presenza sùbito affiorata e tanto presto rimossa, o abrasa, o fuggita via; e, anche, il rovello di un mancato inizio, l’affanno precipitato nel «solito supplizio», tutto e per sempre dolentemente privo di requie o di scioglimento o di liberazione. 

Versi, dunque, che dicono l’assillo di un’agra e tagliente aspettazione che nulla risarcisce e nulla, finalmente, ricompone: Francesco Terracciano (1967) disegna, con questo suo prezioso inedito, una preghiera tanto malinconiosa, quanto densa e concentrata; e lo fa quasi cantando, come fosse un amante che, travolto dall’eco dei propri acuti e incessabili lamenti, perda infine la memoria di sé stesso, quasi stordito dalla malìa profonda della propria continuata tristizia; e il duolo e l’attesa e il prevedere e lo sperare cadono o si cancellano o ritornano nel limbo del mai nato (o dell’invisibile o dell’inesprimibile) con la visione impreveduta dell’erosivo, finale «rovescio di pioggia» che ripulisce ed estingue, per intero, lo struggente combattimento interno che agita e commuove, con ostinata cura, la mente dolorosa del poeta.








In alto, un disegno (1954) di Giacomo Manzù.











 



martedì 14 dicembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (10)

AIΩN di Mario Fresa

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Domenico Cipriano

Il silenzio nudo della poesia  





*


il vento aveva rovistato tra le fessure. era caldo

chiedeva di rinfrescarsi con un sorso

di vino bianco. solo il fischio del vuoto

che si era creato nella notte dava sollievo

faceva pensare al mondo unito dalla solitudine.


 


 




Commento.

Domenico Cipriano (Guardia Lombardi, 1970) è un poeta che sa ben dire il carattere aspro-dolce del purgatorio dei nostri sentimenti. Il suo inedito ci mostra la perfetta, dolorosa asimmetria di questo perenne ambiguo malessere, notturno e fantasimale, che sempre ci sovrasta: che cosa unisce, infatti, il nostro mondo, il nostro essere vivi, se non l’acuta condivisione della dimenticanza e dell’illusione, se non la solitudine estrema che quotidianamente è sedotta, con misterioso allettamento, dal dialogo con l’altro - un dialogo ch’è spesso pronto alla lusinga, all’incanto, al fraintendimento, alla menzogna? Ma l’attesa è ferita dal vento, che appare come un’interferenza perturbatrice. È un vento greve e pressante; è carico di pesi e di domande: assedia l’uomo e la natura, ansiosamente cerca risposte, muove con furia gli occhi per ricercare, nella violenta rete dell’esistenza, il dono provvisorio di un indizio risolutivo o di un ultimo schiarimento o di un supremo significato. Chi può dunque bloccare il suo giro, la tormentosa sua dolcezza indagatrice? Giunto il silenzio finale, è il vuoto precipitante, il suo silenzio nudo (ci risovviene lo straziante Cantico del gallo silvestre: «un silenzio nudo e una quiete altissima empieranno lo spazio immenso») a cacciare, una volta e per sempre, il favoloso ircocervo dei sogni e dei vagheggiamenti, della speranza e della redenzione. La lingua temeraria della poesia, sempre definitiva e cruda, ha anche il cómpito – difficile e necessario – di farci udire la potenza incontrastabile di questo vento bruciante e assoluto che la vita, solo per poco tempo, sa frenare e trattenere.


 


 



In alto, un’opera di Jane Cornwell: Untitled (2019).







venerdì 19 novembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (7)

 

AIΩN di Mario Fresa

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Stelvio Di Spigno  
Il velame del tempo 
(e il suo infinito precipitare) 




*

Lode del provvisorio (in due tempi)

 

1)

 

Eravamo circondati

da quella stella che indicava in noi il futuro

sotterrando

l’amaro delle notti –

                                  fuggiva una parola

così legata al suo senso

e agli abeti delle vicine montagne

da avvilire il nostro comune patire

trasformando le sassaie interne

in una carica di luce

di una valle guardinga.

 

Poi partì, l’addolorata e dolorante

spoglia di noi,

il velame di una sera.

 

E ogni tanto torna a dirci il perché

delle nostre sacre lacrime.

 

2)

 

Osserva il disordine, la gioventù,

la casa col faggeto e l’arco diroccato

sotto il quale ti baciasti con Benny a diciott’anni.

Non sei soltanto figlio di un’ode o di un sonetto.

Le campane per tutti risuonano a stormo,

non più oblio, mai più immobilità, sveglia

i sensi e la nausea protratta e anche il sole

sarà per te l’unica nuvola del cielo.

 

 

 

 

Commento.

Nella prima sequenza di questo singolare testo bifronte di Stelvio Di Spigno (Napoli, 1975) il poeta getta uno sguardo all’indietro, e all’interno di sé: e la sua acuta e sensibile finestra mentale – aprendosi come una fitta e greve apparizione onirica – ritrasforma il passato in un ambiguo processo narrativo dalle movenze inesplicabili e scure.

Qui, “l’amaro delle notti” e “la valle guardinga” sembrano delineare uno spazio soffocante e insuperabile, perché interdetto alla comprensione e alla salvezza. Sembrano, dico: perché la successiva sequenza del testo (la seconda “tavola” del dittico), agendo come un’intensissima (e sorprendente) modulazione musicale, ci pone di fronte a una virata imprevista che ci mostra, come d’incanto, l’incalcolabile, profonda ambiguità del tempo e dei sentimenti, entrambi legati alla mortale dispersione dell’impermanenza di ogni forma vivente (di qui l’idea di presentare i due movimenti, centrati sull’opposizione tra l’immobile gravità di ciò che è stato e la lieta luminescenza della speranza di ciò che potrebbe essere, come una “lode del provvisorio”).

 “Non più oblio, mai più immobilità”: le prime tetre visioni scòrte dalla mente-finestra cedono il passo a un’ineffabile volontà di rigenerazione e di auto-superamento. Ed ecco: in un attimo soltanto, lo sguardo è pronto a consegnarsi a un innalzante desiderio di vittoria sulla Natura e sul tempo: così che, infine, a dispetto della “nausea protratta”, il poeta    e con lui il lettore – avanza, con coraggio, a un nuovo sentimento di luce e di risanamento, di compimento e di inattesa rivelazione.

 

 



In alto, di Shomei Tomatsu: Oh! Shinjuku (1969).






 


martedì 9 novembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (5). Affondare, ritornare

 

AIΩN di Mario Fresa

Enzo Rega



 

*

Il signore dell’anello

 

Non aguglia o altra vita marina

scintillando sotto il sole

attraverso la carezza dell'acqua

s'inabissa  volteggiando (riflessi aurei)

il cerchietto matrimoniale

scivolato dal dito

- quasi scherzo bonario,

s’insabbia nel fondo.

 

La tersità dell'acqua nemmeno può

restituirlo alla vista

e la porosità dei granelli al tatto.

 

Signore dell'anello è il mare

e ancora più decisa

la signoria della sabbia

che tutto accoglie e nulla restituisce,

come dice l’amico dai confini

che aggiunge franco:

in questa terra

ristanno l’impronta, le radici del legame

e se ci si chiede dove tornare

il mare ha dato la risposta:

qui, per la Vita,

sotto lo sguardo della rocca e

di torri arabo-normanne

 

Cefalù, 13 agosto 2021

 

 

Lo smarrimento, reale o favolistico, di un anello nuziale; il suo inatteso inabissarsi nel labirinto muto del mare. Poi, subito dopo, il denso dialogare del narratore-spettatore con i molti confini, lontani o vicini, visti o ricordati, di una terra sì tangibile e concreta, ma anche altra, mitica, immaginaria. Infine, l'oscuro ricercare di una via del riapprodo (o dell'origine?) che trova una risposta, ambigua e provvisoria, nella stessa accecante e ineffabile tersità dell'universo marino, che sempre dona e toglie, mostra e nasconde: e così tutto appare e dispare, s'innalza e s'intorbida, affonda e risorge e fa ritorno - siccome un circolare, magico, eterno gioco degli eventi - in questo poemetto, acquaticamente mosso e inquieto, di Enzo Rega (Genova, 1958), uno dei nostri più fini e ispirati poeti degli ultimi anni.

È appunto la sua stessa scrittura poetica a ricordarci che la realtà intera è sempre eguale nel suo continuo trasmutarsi, perché si muove entro le curve illimitate di una ciclica ellisse temporale: ed è, quindi, la medesima parola (la verticale vertiginosità del suo trasformarsi in canto puro) a ricucire e a far rivivere, almeno dentro lo spazio acuto della mente, gli echi o i frammenti di ciò che abbiamo perduto o smarrito o cancellato: e quell'anello, ai nostri occhi di lettori, eternamente sarà inghiottito dalla profonda bocca dei mari e sempre, un giorno, riemergerà improvviso, come sogno o apparizione, per poi, di nuovo, celarsi e scomparire, ancora e ancora, nei misteriosi corridoi del tempo.

 



In alto, Down by the sea (acrilico su tela, s. d.) di Inez Frohelich.











 

 

 

domenica 3 giugno 2012

una poesia inedita











L'inedito (1)

scelto da Mario Fresa









  



Patrizia Cremona






Il tempo sovrasta il mondo e termina la luce 
che si spegne sulle dita.
L’immagine piega
l’infinità dell’aria che adesso
corre e sfugge vicino o lontano al mio segnale.


Limpido volo è il suono ridisceso nella
notte dei colori: non mi lamento sospesa nell’aria;
ma invece assedio l’istante
 per mancanza di giudizio.
Si consuma la luce lontano dal mondo e si
consuma la misura

di tutte queste immagini leggère.




















Patrizia Cremona è nata a Salerno nel 1976. Ha esordito con il poemetto La distanza dell’aria (Edizioni L’Arca Felice, 2012).