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sabato 29 agosto 2020

giovedì 31 gennaio 2019

Mario Fresa: "Arimane, salvaci dalle parafrasi!"



Il poeta e scrittore: “Un verso deve superare e interdire la volgare camicia di Nesso della parola comunicativa, di natura volgarmente finalistica, per giungere a un’altra lingua, mai altrimenti comunicabile”.



INTERVISTA a cura di Rosa Frullo


Qual è la prima cosa che vorrebbe trovare in un libro di poesia?

“Mai l’io del poeta, e mai me stesso. Vorrei trovarvi l’oblio del soggetto: vorrei trovarvi, cioè, la riproposizione di quel Tempo festivo già descritto, con magnifica cura, da Mircea Eliade: un istante particolare, in cui sempre si rinnova l'eterna scoperta delle cose che è avvenuta, miticamente, in illo tempore.


Un critico disse una volta che usava un metodo preciso per capire se un poeta era grande oppure no, valutando tre aspetti: l'abilità nell'arte amatoria, la dissacrazione della realtà, il patto di sangue con i suoi gatti. C’è un metodo che lei usa per comprendere il valore di un poeta?

“Lo sguardo artistico dissacra sempre (cioè distrugge e ricrea di continuo) la realtà. Ma che cos'è, la parola d'arte, che cos'è la poesia? Possiamo definirla per sottrazione, o per negazione. Possiamo dire che cosa non è. Ad esempio, se la lingua che il poeta utilizza può essere "riscritta", o ridotta a un abbassamento riassuntivo (o prosastico), o se è nuovamente "dicibile" o ripetibile in altro modo, essa è di sicuro lontana dalla tensione poetica. Il poeta "grande" ha in fondo alcuni limiti: difficilmente, ad esempio, può essere tradotto. Perché non gli è consentito dire la sua parola poetica se non nello stesso inarginabile, unico modo (spesso oscuro, o incerto, o trasversale) che ha voluto, o forse potuto, scegliere.


Chi sono i migliori critici letterari?

“Coloro che sanno di musica. E alludo alla musica d’arte, si capisce, non alla musica canzonettistica dei parolieri (e la distanza che sottolineo tra i due livelli di intensità e di forza estetica non  ha, certo, un fondamento di “gusto” o di opinione, ma di natura assoluta, cioè axiologica). Walter Horatio Pater ci ha ricordato che è appunto la musica l’aspirazione massima di ogni forma di arte. E la necessità di comprendere la musica, prima ancora delle parole, non riguarda solo i critici (i quali, sia chiaro, non possono non essere che artisti: altrimenti, è meglio che si dedichino al giornalismo o alle cronache sportive), ma anche e soprattutto i poeti. Eppure, proprio i poeti (i cattivi poeti: quelli, per intenderci, che non conoscono né riconoscono neppure una nota dell'Italiana in Algeri o della Sinfonia Praga o del Lerchenquartett) scambiano il valore axiologico del concetto di musica alta con le bellurie edonistiche, baloccanti, consolatorie della “musicalità”. No: un verso deve essere musica assoluta; deve, cioè, superare e interdire la volgare camicia di Nesso della parola comunicativa, di natura volgarmente finalistica (quella, insomma, che serve alla visione economicistica dell’ottenere, del comprare, dell’avere…) per giungere a un’altra lingua, sempre - come ho già detto prima - non altrimenti comunicabile né "trasferibile" né parafrasabile (Arimane, salvaci dalle parafrasi!): una lingua che ci permetta, infine, di toccare la gioia irriferibile dell’intermissione, dove tutto è irriconoscibile, e allo stesso tempo riconoscibile di nuovo, dall'inizio.”


Esiste ancora uno specifico femminile nella poesia moderna?

“Ma non è mai esistito uno specifico femminile! Se la scrittura fa intendere un’identità di genere, o addirittura la piccola psicologia di colui che vuole illudersi di essere l’autore di ciò che ha pensato e riportato in versi, vuol dire che ci troviamo di fronte alla lingua prosastica del quotidiano e dell'ovvio (cioè di fronte alla debole lingua dell' avere e non a quella forte dell'essere...). E poi: anche l’identità, in poesia, dev’essere intesa come una metafora. Le grandi voci poetiche femminili, da Amelia Rosselli a Claudia Ruggeri, lo avevano ben capito: non per nulla erano ben più che scrittrici, ma supreme musiciste; e per questo motivo hanno, infine, annullato (col verso e col gesto volontario della rinuncia alla vita) la loro “biografia”, la loro storia privata.”


Se avesse la possibilità di scegliere un poeta famoso del passato come compagno di viaggio, chi indicherebbe?

“Non sceglierei i poeti, ma le loro creature, oppure i loro fantasmi amorosi:  ad esempio, Marianne Jung o Antonietta Fagnani Arese o Apollonie Sabatier o Euridice o Galatea. E qui mi fermo, perché l’elenco sarebbe lungo...”


E cosa farebbe alla fine del viaggio?

"Come Bute, l'argonauta meravigliosamente cantato da Pascal Quignard, tornerei volentieri indietro, sino all'acqua indistinta dell'origine e della non separazione..."






Nell’immagine, Mario Fresa in un ritratto (2018) di Antonia Bufi.










giovedì 11 ottobre 2018

Stelvio Di Spigno su "Svenimenti a distanza"




Mario Fresa


Ci piace parlare oggi dell’ultimo libro di un notevole poeta di Salerno, Mario Fresa, che per i tipi del Melangolo ha licenziato un libro degno di essere letto e riletto, un testo complesso ma avvolgente dal titolo Svenimenti a distanza. Sul titolo, e anche sul libro in generale, si legge (ed ho letto) in rete un po’ di tutto. È quindi gradita l’occasione per fare chiarezza, cercando di capire il senso profondo, diciamo anche il significato, di questa operazione poetica. Fresa è un poeta estremamente capace. È uno dei pochi della sua generazione (quella dei nati negli anni ’70) che opera sullo stile e padroneggia il verso lungo, breve, il prosimetro, l’andamento strofico, la pronuncia lirica e l’invenzione onirica, parodiante, ironica, persino quella sacra con le sue salmodie più o meno laiche. La sua intonazione è sempre calibrata, sigillata, lavorata, pensata a lungo dato che prima della musa poetica Fesa è un critico e un filologo sopraffino, un cantante lirico e un ragguardevole conoscitore di musica, che quando scrive non lascia nulla al caso, nulla al non detto, anche quando vuol sembrare che faccia il contrario, è sempre lui a tenere i fili del discorso. Questo vale in particolare per questo libro, nel quale l’ordito di vite anonime, senza origine, senza una particolare cornice didascalica, si intreccia con l’occhio vigile dell’io poetico in un corto circuito fatto di vertiginosi enjambement, catene di lemmi lunghissime che vanno come a morire in un tramonto estatico e ancestrale nel quale lo spirito eracliteo di Fresa trova il suo compimento più appuntito e immanente. La polpa di questo libro, infatti, è un ordito densissimo di personaggi senza identità, che disegnano nella lingua 
poetica più fitta che si possa immaginare la trama del mondo, il suo caos convulso di relazioni e interrelazioni...


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domenica 30 settembre 2018

Mario Fresa, della fuga e del rifugio



Mario Fresa



Recensione di Marta Cutugno

Nove titoli per nove sezioni, da “Convalescenza” a “La mala fiaba”, la prima e la penultima in prosa, tutte le altre perlopiù in versi. In “Svenimenti a distanza”, Mario Fresa lascia navigare la sua scrittura in balia della perdita, di un abbandono in sospensione, una ricerca fluttuante di un messaggio da lasciar giungere al lettore senza la necessità di scomodare intermediari. “Svenimenti a distanza” è testo ricco di immagini e pensiero, in cui l’espediente dell’improvvisa perdita di coscienza si rifà ad una più generale sottrazione, ad una fuga dal mondo ma anche da se stessi. Una pagina liscia e pura che nasconde e protegge lunghe diramazioni e radici fitte che conducono a quel senso sottratto ed evaso. Dalla prosa alla poesia, la spiccata musicalità con cui Fresa racconta sonorità tra il fortissimo e l’impercettibile, tra l’esplosione onirica e la lucida struttura, si integra e compenetra all’originalità con cui, in “Svenimenti”, l’autore permette al lettore di fuggire e rifugiarsi allo stesso tempo. 

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domenica 9 settembre 2018

Quei versi di Fresa sul filo dell'abisso


Mario Fresa


Mario Fresa, Svenimenti a distanza (Il Melangolo, 2018)

Recensione di Sebastiano Aglieco


Una delle tentazioni più forti che vengono leggendo questo libro, è quella di metaforizzare l’oscuro, il non detto. Quella, cioè, di trovare appigli interpretativi, di aggrapparsi al filo bidirezionale della comunicazione che tradizionalmente ci conduce dalla cosa alla parola, dalla parola alla cosa.
Questo filo, a ben vedere, esiste, ma è trasparente, del tutto disinteressato a indicarci una via, a metterci in guardia dal non precipitare nell’abisso dell’incomprensione.

Ecco, insomma, l’ampolla mercuriale, “ermetica”, nel senso etimologico, di Hermes; custode di immagini contenute “dentro”, la cui presenza/esistenza è percepibile solo nella separazione che la parete di vetro mette in atto tra la cosa/fatto e lo sguardo, nel silenzio di una comunicazione senza parole.

Autonomia del significante… ma è una trappola. Perché, dicevo, nel libro di Fresa, questo filo d’equilibrista esiste ed è da intendersi come costruzione autonoma di un “altrove”, “racconto musicale”, ben dice Eugenio Lucrezi nella presentazione.

Racconto che procede per autonomia significativa, scritto nell’altra lingua che sottintende la lingua, un sottotesto diffuso, simile alla lingua del sogno, precipitata al di qua dell’orizzonte dell’alba e riconsegnata allo stesso poeta da quella misteriosa facoltà che chiamiamo poesia.

E’ anche, questa, lingua partitura, altro medium, come la musica e la danza. La conseguenza, allora, è un’evidente sfida alla lettura, non più, come avviene, attivazione delle sinapsi tra esperienza personale e stimolazioni del testo ma camminamento verso l’altrove del testo, il paesaggio che il testo contiene in sé.



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mercoledì 8 agosto 2018

Mario Fresa, una potente poesia del décollage

Mario Fresa

Recensione di ENZO REGA



 Ha ragione Eugenio Lucrezi introducendo il libro di Mario Fresa, Svenimenti a distanza (Il Melangolo, Genova, 2018) ad affermare che, nonostante il prosimetro, questa scrittura non può essere ascritta né alla tradizione né alla neoavanguardia, non guarda nostalgicamente indietro e neppure in avanti verso una terra del futuro. Possiamo dire che se ne sta in un felice non-luogo, in una magica sospensione quale è possibile alla poesia, a differenza di tanta narrativa protesa verso fruibilità commerciali. Sospensione possibile quando un autore, come in questo caso, ne è capace. È un libro attraversato dalla malattia e dalla sofferenza, della quale però cogliamo soprattutto i sintomi e gli epifenomeni, come appunto gli svenimenti che, a distanza di pagine, fanno la loro ricomparsa. Si tratta di una storia che appare solo per scorci, o in trasparenza attraverso la lastra di una radiografia…. Oppure, meglio, si potrebbe dire che quella tecnica del decollage, a cui Fresa fa riferimento, sia adoperata per questo stesso libro. Una poesia per decollage e decoupage. Come se il manifesto di una vita, o di più vite, sia stato scollato dal muro dell’esistenza e incollato sul piano delle pagine del libro, per lavorarci ulteriormente, strappi su strappi, facendo emergere strati sottostanti in un gioco di immagini che non si ricompongono più in un discorso logico-sequenziale ma analogico-metamorfico. In questo senso si può parlare di torsione della scrittura, ma non sul piano dei legami sintattico-grammaticali che rimane assolutamente terso, quanto piuttosto delle connessioni semantico-contenutistiche, come se alterata fosse la consecutio dei significanti-significati... 


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domenica 27 maggio 2018

Mario Fresa, 'Svenimenti a distanza'. Una lettura di Rosa Frullo



Mario Fresa


Con “Svenimenti a distanza” (il melangolo, 2018) Mario Fresa porta in superficie, e per intero, la potente energia metafonica contenuta nel suo linguaggio poetico che fino ad ora appariva solo un’ascosa entità o, più semplicemente, una parola soffocata (o, forse, implosa). Perché nella sua ricerca poetico/musicale, da Alluminio (2008) a Uno stupore quieto (2012) questa energia si mostrava come un ponte o come l’inizio di un prolungamento del concetto di “Morphing”(qui condotto, con sovrana perizia, al suo compimento): e cioè la visione dell’iniziatica trasformazionedi un’immagine, ovvero del trasferimento metamorfico di un significato in un altro. In “Svenimenti a distanza” le lingue poetiche da lui usate, (quella onirica, fonico- musicale, erotica)si sono via via intrecciate in una densa moltitudine di presenze ch’è simile al movimento agitato e confuso di un imponente e labirintico sciame di insetti. Le immagini primordiali, i frammenti di vita vissuta – figure sospese, o divise, tra l’immaginoso e il quotidiano – formano una sorta di grande stratigrafia, dove l’universo è tutt’uno con le tensioni profonde, inquietanti, vitali della realtà. La poesia, qui, supera la “tirannia dei rapporti” (direbbe Amelia Rosselli), e in ispecie la tirannia di una sola realtà dominante: e invece sceglie di stare in un immaginario territorio invasoda un indomato moto perpetuo che lo costringe ad abbandonarsi e a sollevarsi, a distruggersi e a risorgere: e infine, com’è giusto, a fare i conti con gli imprevisti, con le incognite, cogli improvvisi sussulti e con le violente impennate dell’esistenza, che l’inesausta lotta/simbiosi/trasformazione di quella stessa esistenza produce in un corpo sofferto e sospeso sempre tra malattia e convalescenza, tra catabasi e finale risurrezione.

Naturalmente, la malattia di cui parla il poeta non è solo, necessariamente, estesa al corpo ma è quella che Kierkegaard chiama la “malattia mortale”, anche se in vero non del tutto mortale perché metafora atroce degli spasmi esistenziali: ”Una  passione, questa, che si ritrova solo di rado, forse una volta sola; di solito, invece, dopo la cena, grida il nome del marito e de gli insetti./Si assicura che stia dormendo, prima di colpire”(da Morphing).


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venerdì 16 marzo 2018

Alessandra Pacelli recensisce 'Svenimenti a distanza'








«Nella sua nuova singolare raccolta, genialmente intitolata  Svenimenti a distanza, Fresa impone al lettore un linguaggio per sottrazioni di senso, dove i lampi dei ricordi sono privi di consequenzialità, dove i tempi dell'azione si sovrappongono in uno spazio altro, fuori di logica. [...] Fresa fonde prosa e poesia, vita reale e finzione, urgenza della parola e compiacimento lessicale, creando cortocircuiti attorno ai quali si animano schizzi pittorici cui ognuno può scegliere di dare senso.»

Alessandra Pacelli, Il Mattino


















domenica 18 febbraio 2018

Antonio Spagnuolo recensisce "Svenimenti a distanza"






Svenimenti a distanza (il melangolo, 2018) di Mario Fresa (nella foto) si apre con un capitolo ben preciso, sia per la scrittura in prosa sia per il titolo “convalescenza” , che potrebbe lasciar sospesi gli incipit di qualunque racconto per muoversi coraggiosamente sul piano dell’imprevisto e del sussurro . Così la figura che si staglia, seminascosta nel gusto della sorpresa, sembra occhieggiare tra le gemme di pareti inconsistenti ed il fogliame vigoroso della brughiera , tra le improvvise siluette tratteggiate e le foto accantonate nel cassetto. Questi ventisei paragrafi non sono un racconto , bensì coloratissimi interventi del pensiero vagante, che ha il sapore delle scelte impegnate per la esplorazione improvvisa delle inquietudini e delle timidezze d’amore, o le stranezze insolite d’una visione televisiva materializzata in vocaboli che imitano movimenti e difetti. Come sveniva Lucia ? In una specie di vertigine , in un vortice di fuoco che tenta di allontanare la tristezza. Il diverbio ha scatti e note che esprimono con eleganza la premura del confronto , fra due personaggi reali (?) o fra evanescenze metaforiche (?).


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venerdì 12 gennaio 2018

Mario Fresa. Svenimenti a distanza





"La poesia di Mario Fresa si mostra capace di assommare e di confondere le tonalità più disparate, perché pronta ad accogliere, nel suo violento trasformarsi, virate stilistiche improvvise, rigerminanti prospettive, movenze nervose e sorprendenti che sempre la rendono sospesa e obliqua, ponendola in bilico tra la visione paradossale e l'osservazione lucida, disincantata e quieta della realtà. In questo suo nuovo libro, Fresa disegna una scrittura rovente di vita e di energia che mette in fusione, continuamente, il comico e il drammatico, l'onirico e il quotidiano. Gli inauditi accostamenti visionari, le tensioni espressionistiche, le descrizioni formidabili e incalzanti che percorrono, senza sosta, il corpo di questa raccolta fanno emergere, allora, un'inquieta, vitalissima costruzione polifonica, un gioco libero e straniante, sempre felicemente agile e intricato, enigmatico e lieve nel medesimo tempo."



Mario Fresa, Svenimenti a distanza. Prefazione di Eugenio Lucrezi. Il Melangolo, Genova, 2018.