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lunedì 25 maggio 2026

Per lui solo per lui io ancora vivo

recensione di Giancarlo Baroni




La parola della poetessa Stefania Cavazzon è, da sempre e per sua evidente caratteristica, difficile nel senso che  richiede da parte del lettore una attenzione, un impegno, una paziente partecipazione.  La sua, si badi bene, non è una “parola innamorata” di se stessa che si specchia nella propria ricercatezza. 

La poesia dell’autrice è piuttosto il riflesso di una essenza enigmatica e arcana che sta al fondo dell’universo e di cui i versi sono la parziale, precaria, incompleta e oscura traduzione. 

Nella  copiosa produzione poetica dell’autrice, ricorre  l’elemento alchemico e l’attrazione verso temi ermetici. Anche nella sua recente raccolta intitolata Deflusso (prefazione di Renata Capria d’Aronco, Amazon, 2026)  è palese l’attrazione verso una realtà più nascosta e misteriosa che va indagata con paziente lentezza e contemporaneamente con intuitiva acutezza. Il suo è un invito a non accontentarsi del qui e ora, della superficie, e di tendere all’oltre, verso l’invisibile: «Giunta al punto mortale / di ogni esistenza / lì ormai calamitata / è attenta solo all’oltre». 

Nella raccolta non mancano i riferimenti alla vita personale dell’autrice, al succedersi incantevole delle stagioni, a una realtà concreta che non si svela però mai completamente, che sbiadisce istintivamente nell’indistinto. 

Diversi sono i brani dedicati all’alternarsi dei mesi e delle stagioni, alle metamorfosi del paesaggio. Riporto a questo proposito alcuni versi: «E mentre marzo evapora coi suoi profumi incerti»; «Aprile così sporge / ramifere dolcezze»; «Pareva non dovesse mai più giungere / la primavera / invece / eccola all’improvviso tutta azzurra  / come se nulla fosse / sole in fronte»; «Ecco acciaccata estate  / che d’umidezze gracida»; «Rinfresca il ferragosto un ventilare / da estati artiche / ogni fuscello rifrondisce / in preda a estatico delirio / di durare»;  «Ah la pioggia la pioggia di tanto novembre / melodica bíos che ci infradicia!».

Il trascorrere inesorabile degli anni («va esaurendosi il tempo / di questa mia vicenda terrena»), la solitudine, la melanconia, accompagnano le giornate e i versi, tanto che il tema esistenziale assume in Deflusso un ruolo fondamentale. Accanto al tema esistenziale si afferma quello conoscitivo basato sulla ricerca di una essenza e di un senso: «Solo una cerca infaticabile / è ancora l’univa via / per la specie». L’avvicinarsi progressivo all’addio si rivela come un procedere verso quel punto in cui forse l’enigma si svela, defluendo e scorrendo verso un inesprimibile significato: «Di là da umana primavera / dallo sfociare dei fiumi / da questa magnitudine di soli / altra armonia ci attende / e una mattina / sopra una quintessenza di stagioni / il muro estremo /  si squarcerà». 

L’attesa è per Stefania Cavazzon il raggiungimento dello scopo che alimenta i suoi giorni e che consiste nel ricongiungimento all’uomo da sempre e per sempre amato e purtroppo scomparso: «beh / un fatto è certo / amore mio / io ti sto raggiungendo». E ancora, con straordinaria sincerità e intensità: «Per lui solo per lui io ancora vivo»; «Nulla è mutato dal tuo avvento / o amore / e quasi mezzo secolo è sfumato».  

Il libro della Cavazzon si presenta principalmente come un canzoniere d’amore in assenza della persona amata,  nell’attesa appunto che si compia il definitivo incontro («nuovamente con te / oltre la vita») e si ricrei una condizione di armonia, di grazia, di beatitudine, «di giocondità», di estasi, del superamento «della nostra umana imperfezione». 

Nel dopo e nell’oltre troveremo finalmente un mondo incorporeo, spirituale, inimmaginabile, invisibile e segreto.

domenica 26 aprile 2026

Su Luci e eclissi di Alessandro Fo

Alessandro Fo, Luci e eclissi, Einaudi 2026

recensione di Giancarlo Baroni

Noi entriamo nella vita come uno squarcio di luce, come una forza carica di energia destinata a dilatarsi, a svilupparsi stabilendo connessioni e contatti. La strabiliante ricchezza del nostro venire al mondo e della nostra crescita prima o poi e inevitabilmente ci induce a porci degli angoscianti interrogativi: perché questo processo spontaneo e insieme miracoloso che è la vita a un certo punto rallenta, si ripiega su sé stesso, si affievolisce, avvizzisce, si spegne e procede inesorabilmente verso la fine, verso l’eclissi? Cosa verrà dopo e cosa resterà di noi? I nostri progetti, sentimenti, desideri, aspirazioni, passioni, illusioni, verranno cancellati e spazzati via, spariranno insieme a noi? Vivere alla fine si basa su un inganno, sopra un drammatico raggiro del destino?

Interrogativi inquietanti purtroppo ineludibili. Il traduttore, critico e poeta Alessandro Fo riflette e ragiona su queste acuminate e intricate questioni nella recente raccolta poetica Luci e eclissi (Einaudi, 2026). Lo fa, e questa caratteristica è rilevante, senza cadere in un atteggiamento solipsistico, senza smettere di sentirsi parte di un destino condiviso, senza abbandonare un atteggiamento di apertura verso la realtà e verso il prossimo; lo fa in empatia profonda con le persone e con le cose che quotidianamente aggiungono un briciolo di speranza e di bellezza al nostro esistere.

Numerosi i versi in cui il sentimento di precarietà, di provvisorietà e di finitudine si manifesta con misurata intensità e contenuta evidenza. Cito alcuni frammenti che riguardano sia il destino personale di ognuno di noi («si sa che poi non sai mai quanto duri») sia quello comune e  collettivo («poi un giorno finirà, non si sa come»). Una domanda senza risposta purtroppo si impone: «ma come si può fare, / l’idea del proprio finire, a accettarla, / a sentirla davvero naturale?».

La provvisorietà si posa sulle cose come una polvere che le ricopre e gradualmente le corrode fino a farle svanire; cose e oggetti destinati a essere prima o poi dimenticati e gettati via: «sbiadiscono le foto, le canzoni / si scordano e prendono congedo».

Alcune  persone frequentate dall’autore hanno lasciato in lui un lampo indelebile di armonia e di grazia. A volte ne cita il nome, per esempio il poeta Massimo Vetta «castano, bello, gentile, / riservato, elegante. / Passava nella vita come defilandosi»;  Luigi Manzi, architetto e poeta, «è stato un uomo delicato e cortese»; Sofia, bella, simpatica e brillante ritratta mentre fa lezione, eccetera.

Lo sguardo colmo di partecipazione e di coinvolgimento di Alessandro Fo si rivolge verso i più umili e bisognosi di attenzione e di aiuto, verso gli emarginati e gli esclusi. A cominciare dai detenuti nei penitenziari, dai reclusi in carcere: «alcuni testi», confida l’autore nei dettagliati appunti a fine libro, «sono legati a un’attività di volontariato culturale presso l’istituto di pena di San Gimignano – Ranza». Il suo sguardo si posa di volta in volta sugli anziani nelle case di riposo, su chi non sta bene e stenta a sopravvivere, sui rifugiati e sugli homeless, «sulle badanti slave [che] cercano panchine / per il pranzo, domenica mattina / nel parco. È andata un’altra settimana, / domani è lunedì si ricomincia».

Il tema metaforico dell’eclissi, inteso come declino, affievolirsi progressivo delle speranze e sbiadire della memoria, come oblio («come e quanto verrai tu ricordato / e da quanti e per quanto…»),  si amplia alla condizione davvero in pericolo dell’umanità oggi, al tramonto del mondo: quartieri interamente distrutti dalla guerra, macerie disseminate ovunque coprono i morti, bambini disperati e affamati «mentre migliaia di case vanno in polvere / sotto le bombe / mentre scompaiono migliaia di persone».

Come trovare «un senso a tanto male»? Per fortuna compare all’improvviso un inatteso accenno di arcobaleno, una scia luminosa, una striscia di luce, uno spiraglio che fa sperare nell’esistenza di ponti che oltrepassano la nostra limitatezza, il nostro ristretto io. Restare per esempio nel cuore di altre persone, durare attraverso i propri versi nell’anima e nel ricordo dei lettori: «E so che per qualcuno / (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto / ha dato luce e senso a qualche istante, / ha fatto sì che vi si ritrovasse / con commozione una vita fra tante…».

mercoledì 21 gennaio 2026

“Ma ora prendi in mano la tua vita.”

recensione di Giancarlo Baroni


La solitudine è la protagonista assoluta della recentissima raccolta di Fabio Dainotti pubblicata da Book e intitolata in modo esplicito Per gente sola (Prefazione di Luigi Fontanella e Postfazione di Vincenzo Guarracino, due critici e poeti di notevole esperienza). Il libro si divide in due sezioni, la prima, più corposa, ha per titolo L’originale mostrarsi e la seconda Remedia Cose da fare, che potresti fare. La prima parte mi sembra la più riuscita, anche perché risulta più facile descrivere e raccontare  situazioni e storie piuttosto che dare consigli e proporre rimedi. 

Alcune volte mi riservo di completare la lettura di prefazioni e postfazioni dopo avere letto tutte le poesie contenute nel libro, soprattutto quando le note critiche mi sembrano in precaria sintonia con i versi che commentano. Ma questo non è proprio il caso di Per gente sola, dove i testi di Fontanella e di Guarracino costituiscono una indispensabile introduzione critica che non esclude affatto una partecipazione emotiva. Nel saggio La poesia aleatoria e intrasognata di Fabio Dainotti , Fontanella parla di versi agrodolci dal retrogusto autoironico, di una poesia sospesa e, aggiunge, «Credo che in questa atmosfera tra l’esserci e il non esserci, ossia tra presenza e assenza, risieda il fascino particolare e umbratile della poesia del Nostro, all’interno di luoghi reali e al contempo mentali».  Da parte sua, in Attraversando una mappa di solitudini, Guarracino mette in risalto l’ironia amara dei versi, la «pietas che non abbandona mai i suoi personaggi» e afferma: «Non c’è compiacimento, piuttosto la misura severa di chi conosce la poesia come esercizio di verità. Ogni testo sembra aprirsi su una scena minima».

Dainotti ritrae, con nitida essenzialità, i suoi personaggi, sigillati nel proprio isolamento, in  comportamenti e momenti quotidiani e abituali, talmente comuni da indurre chi legge a specchiarsi, a identificarsi in essi. Raffigura queste figure solitarie mentre guardano inutilmente ogni giorno nella cassetta postale o mentre rientrano in casa con la borsa della spesa e chiudono la porta lasciando «il mondo fuori».

La solitudine dell’uomo solo si nutre di insoddisfazioni («Vorrebbe l’uomo solo stare altrove: / in un posto qualunque»); di frustrazioni (lui «sogna di fuggire» principalmente da se stesso, ma «adesso è troppo tardi per partire / e per restare»); di ricordi amari e taglienti rimpianti («L’uomo solo nasconde dei segreti: / storie di donne, amori / finiti, soltanto sognati», e ancora «La gente sola pensa a quel ch’è stato / e a quel che poteva essere. In passato»). 

Il solitario affida la sua socialità a incontri fuggevoli e casuali; nella sua vita dimezzata («vede vivere gli altri») prevalgono le ore silenziose, «un’aria di vuoto», l’inutile attesa che qualcosa che non può più riproporsi si ripresenti. La solitudine, che si accentua con la vecchiaia («il vecchio ricorda davanti al camino / col plaid sulle ginocchi») e la malattia, è una condizione esistenziale che riguarda le persone «anche se sposate».

A volte predominano sconforto e disperazione («L’uomo si siede sulla panca, è solo: / e si prende la testa fra le mani») altre volte invece la solitudine prelude a una condizione di benessere («Il guardiano di capre vive solo, / con le rondini in volo / sopra le nubi chiare»). 

Quali i rimedi, quali le «cose da fare, che potresti fare»? Minimi accorgimenti a cui neppure l’autore crede completamente. «Questi sono i consigli che si possono dare. / Ma forse sai sbagliare anche da solo»: aprire la finestra e guardare più lontano, «inventarsi qualcuno per parlare», fantasticare, passeggiare lungo il mare, «chiamare qualcuno / sentire il suono di una voce umana», non pensare troppo, ascoltare musica, eccetera. Complicato anche per l’autore indicare degli spiragli e dare dei suggerimenti. Forse il principale è questo: «Hai provato lo strazio, la ferita / dell’abbandono. / Ma ora prendi in mano la tua vita».   

lunedì 5 gennaio 2026

Dalla cima visibile

Alexandre Laemlein (1813-1871)




La scala piantata sulla terra

s’alzava oltre il cielo raggiungibile

dai nostri sguardi. Non scendevano angeli


per condurci più in alto senza sforzo

ma i pioli scricchiolavano  

sotto il nostro peso. Si ansimava

 

sospinti dal miraggio  

di sfiorare la luce sfavillante 

che dalla cima visibile filtrava.   



© Giancarlo Baroni

giovedì 23 ottobre 2025

Il volo della farfalla curva l’universo

recensione di Giancarlo Baroni


Nei giorni scorsi è stato presentato, alla Biblioteca Guanda di Parma, il libro della poetessa giapponese Mari Kashiwagi intitolato Farfalla. L’ha pubblicato nel 2024 l’editore Bertoni nella collana curata da Luca Ariano. La traduzione  in italiano è della poetessa Lucilla Trapazzo. L’autrice era presente all’incontro assieme alla traduttrice.

Accostarsi a questi versi, scrive quest’ultima nella Prefazione, «significa abbandonarsi con fiducia alla grazia sconosciuta del volo, alla curiosità dello sguardo incontaminato dei bambini, allo stupore sempre nuovo della vita, all’inafferrabile». La farfalla senza peso e gravità di Mari Kashiwagi danza nell’aria e presto svanisce. È «un ponte impercettibile / verso l’invisibile»; la sua apparizione ha qualcosa in comune con lo stupefacente e insondabile mistero della vita.

Nelle pagine del libro prevale il bianco silenzioso, il vuoto sul pieno; le parole essenziali, necessarie, eleganti ed armoniose emergono dal foglio e ne vengono riassorbite in un equilibrio precario di presenza e assenza, di evanescenza e consistenza, di leggerezza e profondità, di effimero e duraturo, di istante ed eternità. I versi sembrano scomparire e poi per incanto  riapparire fluttuando («Farfalla che più non è / cade fluttuando sulla neve»).

È un libro che assolutamente consiglio non solo a chi, come me, ama le poesie dedicate agli animali. Riporto qui alcuni testi di Mari Kashiwagi che mi hanno particolarmente coinvolto: 


*


Dolcemente scrollandosi via il mondo

 

emerge



una farfalla


*


La Gravità

che la tiene legata

al mondo

solleva

Farfalla

in una danza


*


Farfalla



curva 

l’universo

col suo volo


*


Farfalla

si muove

sul limite

tra la danza e

e lo svanire piano piano


 

giovedì 2 ottobre 2025

“Cosa hai fatto di buono / nella vita?”

Giancarlo Baroni, Brevi Brevissime, Bertoni 2025

recensione di AR


Dubbio

Cosa hai fatto di buono 
nella vita?
Chiede
l’arcangelo prima di giudicarmi. Forse
venti poesie
rispondo
basteranno? (p. 39)


Suddivisa in sette sezioni che procedono a ritroso dalla 8 alla 2, la raccolta ci presenta, come scrive Luca Ariano in Prefazione (p. 5): “(…) gli animali, la Storia, i suoi personaggi, l’arte, gli artisti, l’osservazione del mondo (…) e non manca l’ironia alla Luciano Erba, mentre il tono diviene talvolta gnomico e filosofico per farsi riflessione esistenziale.”

In effetti troviamo in queste pagine pennellate di saggezza velate di un disincanto qoheletiano non privo di di quei fili d’oro che la poesia sa intrecciare con le contraddizioni del nostro vivere, con i nostri desideri che eccedono i nostri limiti e ci proiettano oltre ogni orizzonte: “È una terra di crepe / (…) / però il cielo / il cielo davvero davvero come un aquilone.” (Cielo, p. 9); “Una trama di passi uguali una scia inconcludente / un lento avvicinarsi al niente.” (Fagiano, p. 10); “(…) dai suoi rifugi scriveva / lettere appassionate / lo tormentava il pensiero / che nessuno le avrebbe lette / che qualcuno lo facesse.” (Josef, p. 15); “Sono stato sfortunato / ad essermi incontrato / se lo avessi saputo / mi sarei salutato  / di fretta da lontano (…)” (Sfortunato, p. 28).

In fondo vivere è implicitamente affidarsi, cioè sapere che senza gli altri, senza un habitat che ci accolga e nutra, senza la fede in un momento successivo a quello appena passato… siamo già morti. Anche se sfiduciati e disillusi, un fondo di speranza è imprescindibile e anche le negazioni aprono praterie a condivisioni che ci portano a riflettere, a entrare in dialogo, a metterci in gioco, a sperare in corrispondenze e magari anche ai miracoli: “Adesso lo sai / non c’è salvezza / se non nella certezza / che non c’è.” (Salvezza, p. 51); “Verso il buio le cose / si dirigono naturalmente / ma dalla vita nascono / per caso per miracolo.” (Vita, p. 54).

Come di consueto, l’arguzia indagatrice di Giancarlo Baroni ci provoca con elegante finezza, ci inquieta aprendoci lo sguardo al mondo interiore e a quello naturale che dà figura alle nostre corde più sensibili, sollecitando in chi legge/ascolta una empatia che ci rende senz’altro più umani e meno isole. E allora il tu sotteso ad Àncora (p. 81) non è solo quello in cui si riflette un poeta di Parma, ma pure tutti noi che con lui desideriamo: “Come un’ancora calata sul fondo / aspetti di riaffiorare.”

Ciò che non riaffiora è già sepolto. Senza parole.

giovedì 10 aprile 2025

“Il cielo è più cielo / con le ali spiegate”

Giancarlo Baroni, Il mio piccolo bestiario in versi, puntoacapo 2025, Note critiche di Mino Petazzini e Alfredo Rienzi, Illustrazione in copertina di Vania Bellosi 

recensione di AR


Scrive Alfredo Rienzi nella Postfazione: “… il poeta parmense ci accompagna con stile asciutto e di arguta chiarezza in un florilegio di versi, citazioni, riferimenti, commenti e intuizioni tra zampe, vibrisse, piume, squame, elitre, fauci di fuoco…” (p. 92).

Riporto alcuni lacerti risalendo a ritroso le pagine di questo fantastico viaggio nel mondo affascinante degli animali reali o fantastici cantati da poeti come Saba, Montale, Raffaello Baldini, Thomas Stearns Eliot, Vivian Lamarque, Paolo Polvani, Guido Gozzano e tantissimi altri.

Nella raccolta Il Bestiario di Tebe Gian Ruggero Manzoni dedica al drago una poesia che inizia così: «Con le tue spire stritolavi / esseri umani ed elefanti. ( Non era il fuoco l’arma che preferivi, / ma la forza di cento boa (…)» (p. 81)

Nella raccolta Macello (Einaudi, 2024) il poeta Ivano Ferrari (1948-2022) racconta con angoscia e forza, con versi aspri e duri fino alla crudeltà, la sofferenza di questi luoghi (…). “Nel silenzio di carne, / passa luce dalle carcasse / ma in un brivido fugge.” (pp. 66-67)

Nel libro troviamo versi di Giancarlo Baroni stesso, caratterizzati dal suo stile attento al dettaglio, sobrio, elegante, empatico:

Gatto // Intensamente / mi fissa questo gatto / lui sa chi sono.” (p. 61); “Airone cenerino // Ogni anno mi aspetti / in questi laghetti alpini / sei tu davvero / o un altro somigliante? Solitario / airone cenerino che sali // dove i compagni / non si arrampicano. (…)” (p. 56); “Merli // La melanina che scurisce il corpo / e ci rende simili a fantasmi / fa paura all’allocco. / Allora gonfiamo il petto / gli gridiamo te l’abbiamo fatta / un’altra volta, gioiamo / ma piano / come avessimo in gola dell’ovatta.” (p. 54); “Aeree frontiere // Nati prima degli eroi e della terra / a voi uccelli tocca / il primato del mondo. (…) / Come un’intercapedine, un’aerea frontiera / fra la gente e gli dei / sta la vostra città. (…) / (…) Noi uomini giungiamo / fin lì con la preghiera / di predire il futuro. Giove con le folgori / e il fuoco di Vulcano / vi tolgono le parole / mutandole nel canto / che tutti vi invidiamo.” (pp. 48-49).

Restando in ambito aviario il Nostro cita il seguente distico 

dalla fulminea essenzialità, di Giancarlo Consonni “Il cielo è più cielo / con le ali spiegate.” (p. 42) [e aggiunge] Forse i volatili sono gli animali che maggiormente hanno affascinato i poeti, penso ad esempio a Pascoli. (p. 43)

Dalla poesia di Baroni Farfalle: fiori alati traggo questa palpitante quartina (p. 39): “Soffio vitale / respiro e fiato / tu chiamami soltanto / fiore alato.”

Sorprendente questa poesia di Franco Marcoaldi citata a p. 25: 

Pane e cane // Fresco fragrante festoso / invitante essenziale / Al mattino, quando compro / un buon pane, penso: / ecco com’è il mio cane.

Struggente quella riportata a p. 18 di Gabriele Galloni (assai prematuramente scomparso): 

Il camaleonte // Somiglia sempre a quello che non è. / A volte è un albero, a volte un’altra bestia – / di notte capita che sembri me.

Per concludere questo excursus a volo d’uccello, lascio la parola a Mino Petazzini (p. 5):

Nei diversi capitoli del suo “piccolo bestiario in versi” le suggestioni letterarie si susseguono: molte mi erano note, perché in questi anni le ho inseguite e raccolte per le mie antologie, altre sono state un’interessante rivelazione (…)

Un invito a leggere questa nuova opera di Giancarlo Baroni che ci apre davvero tante inattese finestre poetiche (direi anche con una sottesa sensibilità francescana) sul mondo degli animali. 

martedì 1 aprile 2025

Fianco a fianco per scoprirsi

recensione di Giancarlo Baroni 


In cerca


«Scrivere è un atto etico

implica verità

(narrare storie è aprire

nuovi mondi tracciare

nelle anime speranza).»


Da questi pregnanti e illuminanti versi partirei per discutere della recente raccolta di Alessandro Ramberti intitolata Ci sono momenti (Fara Editore, 2025, p.127), composta da oltre 100 poesie.  Il compito che affida alla letteratura e alla poesia è alto e nobile ma privo di ogni enfasi ed eccesso. Le pagine del libro non vengono gravate da un fardello retorico e granitico di certezze, i versi amalgamano in dosi appropriate conoscenza e bellezza, fede e dubbi, affermazioni e allusioni. 

La prima sezione si intitola In cerca e questa condizione esistenziale di perenne viandante, che  riguarda sia la dimensione razionale che sentimentale, viene ribadita frequentemente nelle pagine del libro. A pagina 10 per esempio si dice: «C’è un improbabile / di cui si è sempre in cerca»; a p. 60 viene ribadito: «Continuerò a cercarti / proprio perché mi tenti»; a p.62 lo sguardo anche introspettivo sembra temporaneamente appannarsi: «Hai cercato molte cose per trovarti / fino al punto da sfocare l’obiettivo». 

Ogni ricerca presume un movimento sia fisico che mentale («accompagnando per chilometri le gambe / in cerca di percorsi alternativi»), ha bisogno di solitudine e silenzio ma anche di condivisioni e scambi, di reciproco solidale aiuto: «È forse eccessiva la bellezza / del cammino? Siamo distratti / da inciampi e fragilità / lascia che mi appoggi al tuo braccio», e ancora «cammina un po’ con lui e i vostri passi / affiancati diventeranno un senso».  Il testo seguente, particolarmente significativo, si intitola Relazioni:


«Riconoscersi significa scoprirsi

comporre i passi in un cammino

che lascerà magari tracce

segnali per viandanti 

sconosciuti».


Interrogarsi sul significato della cose non deve bloccare e ostacolare  il cammino, non può indurci alla immobilità e all’inerzia, il momento riflessivo va considerato propedeutico all’azione, al moto: «anch’io mi chiedo il senso delle cose / ne valuto l’influsso, /  comparo effetti e cause… / ma poi ti trovi in stallo e lasci fare». 

Tempo e spazio, istanti e paesaggi, costituiscono le coordinate principali della vita e di ogni lavoro artistico e letterario. Anzi formano un agglomerato inestricabile per cui esistono certi momenti in certi luoghi dove per esempio avviene un incontro «insperato che ti sorprende e cambia». Sì, per fortuna «Ci sono momenti / che spostano date». Per coglierli, sembra dire Ramberti, bisogna disporsi verso la vita «a braccia aperte», con una miscela di coraggio e di mitezza, con slancio («È intenso quindi l’attimo / totale lo slancio»), calore («rivestimi di forza / riscaldami i pensieri»), con emozioni capaci di irrorare la memoria, sentimenti, sorrisi, energia, vitalità, entusiasmo («le scorie / ci hanno ormai indurito anche il respiro»; «Non mi soddisfa un ordine caotico /né una fede che plachi l’entusiasmo»). 

«La certezza che il nostro / DNA ha in sé la sua scadenza» non deve provocare sgomento, angoscia e una paura che «è acconto di dolore». La parola divina, che è parola d’amore, illumina e «si annullano le ombre».   

martedì 18 febbraio 2025

“un nuovo status di naufraganti in una terra di mezzo tempestosa”

Luca Ariano e Carmine De Falco, I naufraganti, postfazione di Giuseppe Andrea Liberti, Industria&Letteratura editore 2025, p. 66


recensione di Giancarlo Baroni 





Da persone alla ricerca di sacche di resistenza individuali e collettive, a naufraganti stipati su fragili e traballanti scialuppe di salvataggio in balia della tempesta. Cosa è accaduto in poco più di  un decennio per incupire la consapevolezza del presente e indebolire la speranza nell’immediato futuro?

Dopo la raccolta I Resistenti (Edizioni d’if, 2012), i poeti Luca Ariano e Carmine De Falco tornano a collaborare, miscelando le loro voci, in un libro di versi scritto a quattro mani: I naufraganti  (Industria&Letteratura, 2025). Scrivono nella Introduzione: «Poco più di dieci anni dopo, tutto è cambiato, le sirene sempre più allarmanti del cambiamento climatico, l’esperienza del Covid19 e dei lockdown, la guerra incredibilmente vicina, geograficamente ma soprattutto nelle conseguenze economiche e politiche, il nascere di nuovi poteri finanziari che vanno oltre il capitalismo e oltre i governi e gli Stati, l’implosione finale delle ideologie, e l’esplosione dell’intelligenza artificiale […], ci proiettano in un nuovo status di naufraganti in una terra di mezzo tempestosa, dove diventa anche difficile condividere opinioni ed idee, intravedere approdi». Nella postfazione intitolata Avviso ai naufraganti Giuseppe Andrea Liberti ribadisce che inevitabilmente «il [nostro] pensiero va agli anni della pandemia, al costante esplodere di nuovi conflitti, e allo stesso tempo all’incapacità di reperire coordinate culturali che sappiano decifrare quanto accade».

Poiché gli argomenti sono molteplici, preferisco privilegiarne due presenti con evidenza nel libro, mantenendomi il più possibile aderente al testo. 

Il primo tema, quanto mai attuale preoccupante e drammatico, fa riferimento sia alla guerra come rischio assoluto di estinzione dell’umanità, sia ai sanguinosi conflitti in corso, che covano sotto la cenere o che possono in qualunque momento deflagrare.  In questi ultimi anni ci siamo spesso sentiti a un passo da un apocalittico disastro nucleare. I versi di Ariano e De   Falco accennano a guerre civili, conflitti armati, basi militari, cecchini, assedi, bombardamenti, scudi anti aerei, droni «di guerre cybernetiche all’orizzonte», macerie, saccheggi, violenze, borghi «rasi al suolo», stermini. Afferma Giuseppe Andrea Liberti: «Ecco, la guerra. Non c’è evento che certifichi più di ogni altro il naufragio dell’umanità. Guerre di ieri e di oggi segnano le poesie del libro».

Il secondo tema riguarda invece i mutamenti climatici che, nell’ultimo decennio, hanno interessato violentemente e con una inquietante accelerazione il pianeta terra. Sembra che la natura non riesca più ad assorbire veleni e liquami, smog e inquinamenti, e che richieda invece interventi capaci di invertire la rotta, un maggiore rispetto, una più efficace cura. Anche la nostra esistenza giornaliera viene aggredita:


In poco tempo il cielo

si scurisce e quel vento

da scappare in casa

rovescia vasi, sradica alberi

e solleverà tegole.

Raffiche di grandine bucheranno

frutti e raccolti già scarsi

di  acqua, erbe secche.

[…]


In balia di una crisi  che rischia  di sfuggire di mano, le persone comuni si aggrappano a rassicuranti ricordi («le partite a briscola di tuo nonno»),  ad affetti («capelli da sfiorare nel buio», «baci serali») a  gesti quotidiani («nuova biancheria da lavare, / armadi da cambiare e profumare») utili a mitigare ansie, incubi, spettri, paure.   

I naufraganti è un libro di piccole dimensioni ma di densa scrittura, dalla forte tensione morale,  ideale e ritmica, dove il verso respira ora dilatandosi fino al bordo della pagina ora contraendosi. È un testo che spinge il lettore a riflettere, a interrogarsi, a prendere posizione nei confronti della «disumanizzazione in atto», a non restare indifferenti perché, ci sprona Antonio Gramsci nella frase scelta come epigrafe, «L’indifferenza è il peso morto della storia».    

lunedì 10 febbraio 2025

La latitudine del silenzio

Max Mazzoli, La latitudine del silenzio/The latitude of silence, Prefazione di Paolo Polvani, collana PoesiaLab a cura di Luca Ariano, Bertoni Editore 2025



recensione di Giancarlo Baroni


Il tempo e lo spazio sono concetti e argomenti fondamentali nei versi del poeta e scrittore Max Mazzoli, che è nato Parma nel 1963 e vive tra la cittadina emiliana e Cambridge. Il tempo e lo spazio vengono declinati nei suoi versi sia come concetti  con una connotazione filosofica e in parte astratta, sia come luoghi, posti, periodi, momenti, più legati e riferibili a una pluralità di fatti concreti della vita, a esperienze perfino autobiografiche. Chi ha letto le dieci raccolte di poesie in italiano e in inglese di Mazzoli fino ad ora pubblicate sa che tempo e spazio sono nominati  frequentemente non solo nelle singole  poesie ma anche nei titoli delle raccolte: Nella flagranza dell’istante (2005), L’altra metà del tempo (2007), Poesie del Bosforo (2009), Oltre Questi Luoghi (Spazio e Tempo di un Luogo Presente) (2014).

Da pochissimo è stata stampata la sua ultima opera in versi: La latitudine del silenzio. The latitude of silence (Bertoni Editore 2025, pp.194, opera in copertina di Max Mazzoli, collana “PoesiaLab” a cura di Luca Ariano). Il titolo poetico oscilla fra una dimensione metafisica e un lessico geografico; leggendo le pagine ho quasi provato la sensazione di aggirarmi all’interno di una mappa concettuale ed esistenziale dove realtà e sogno si intrecciano. Con eleganza e acutezza scrive nella Prefazione il critico e poeta Paolo Polvani: «Il silenzio vanta una stretta parentela con la parola poetica, ne costituisce il confine naturale, perché è dal silenzio che scaturisce il verso, ed è nel silenzio che il verso s’immerge, s’inabissa, scompare. Persino a livello visivo è al silenzio che allude la pagina bianca, e al silenzio tende la sospensione, la cesura, il ritmo stesso del verso risulta abbracciato al silenzio».


Tempo e spazio assoluti, che sfuggono ad ogni misurazione, rimangono avvolti nel mistero, risultano incomprensibili alle limitate menti umane; entrambi invece si presentano intelleggibili e decifrabili  se considerati nella loro specificità. Il quando e il dove non formano, nel mondo della nostra esperienza,  due entità isolate e separate ma un intreccio inestricabile, due facce della stessa medaglia che si sfiorano in prossimità di un impalpabile confine. «Da qualche parte , sia est o ovest, / », scrive Mazzoli, «Qualcuno va o viene / Circondato da persone / O nella propria ineluttabile solitudine…». E ancora «ma ho imparato che con il tempo / il corpo e la mente accumulano imprecisioni, / e tutto quello che si modifica tende verso nuove direzioni». Due versi della raccolta mi sembrano particolarmente significativi raffigurando in modi icastico e pregnante questa compresenza e coesistenza duale di tempo e spazio: «Essere qui, essere stati qui, / E poi non essere più».

Lo spazio ci contiene e nel frattempo il tempo dentro lo spazio fluisce («le cose e le vite passano verso nuove direzioni»), scorre, scivola via con una implacabile regolarità: ieri oggi e domani, il passato il presente e il futuro («Futuro e presente si nutrono del passato»), l’evolversi puntuale della stagioni, l’accumularsi degli anni, il ciclo di nascite e morti dove «l’addio assomiglia all’oblio». Sparire, svanire, restituire la propria vita, tornare al mistero da cui proveniamo, avere consapevolezza dell’inesorabilità del destino che procede in modo non rettilineo ma circolare: «Il verso di apertura è il verso di chiusura, / E il verso di chiusura è il verso di apertura».

 

La memoria conserva ricordi che ritornano «A misurare il tempo di una vita, / A scandire il senso di un’esistenza» e finché possibile li preserva dalla dimenticanza: «Ecco, il giorno è svanito indifferente / accumulando detriti e ricordi / che diverranno il pane di memorie, / il segno forgia-impronte del passato».

Anche la poesia ha la missione di preservare la memoria individuale e collettiva e i versi del libro di Mazzoli («dove l’endecasillabo comanda» e dove la doppia versione italiana e inglese amplia e arricchisce il respiro e la portata delle parole poetiche) hanno il compito  di convertire situazioni problematiche «in odi sensate», in liriche.

Mentre leggevo The latitude of silence mi sono venuti in mente sia i celebri versi di Eliot «Time present and time past / Are both perhaps present in time future, / And time future contained in time past» (Quattro Quartetti) sia questa parole di Borges «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre […]. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges». Lo scrittore argentino, in un testo suggestivo ed erudito intitolato Nuova confutazione del tempo, deve alla fine arrendersi all’evidenza irreversibile e drammatica del divenire e della morte.