recensione di Giancarlo Baroni
La solitudine è la protagonista assoluta della recentissima raccolta di Fabio Dainotti pubblicata da Book e intitolata in modo esplicito Per gente sola (Prefazione di Luigi Fontanella e Postfazione di Vincenzo Guarracino, due critici e poeti di notevole esperienza). Il libro si divide in due sezioni, la prima, più corposa, ha per titolo L’originale mostrarsi e la seconda Remedia Cose da fare, che potresti fare. La prima parte mi sembra la più riuscita, anche perché risulta più facile descrivere e raccontare situazioni e storie piuttosto che dare consigli e proporre rimedi.
Alcune volte mi riservo di completare la lettura di prefazioni e postfazioni dopo avere letto tutte le poesie contenute nel libro, soprattutto quando le note critiche mi sembrano in precaria sintonia con i versi che commentano. Ma questo non è proprio il caso di Per gente sola, dove i testi di Fontanella e di Guarracino costituiscono una indispensabile introduzione critica che non esclude affatto una partecipazione emotiva. Nel saggio La poesia aleatoria e intrasognata di Fabio Dainotti , Fontanella parla di versi agrodolci dal retrogusto autoironico, di una poesia sospesa e, aggiunge, «Credo che in questa atmosfera tra l’esserci e il non esserci, ossia tra presenza e assenza, risieda il fascino particolare e umbratile della poesia del Nostro, all’interno di luoghi reali e al contempo mentali». Da parte sua, in Attraversando una mappa di solitudini, Guarracino mette in risalto l’ironia amara dei versi, la «pietas che non abbandona mai i suoi personaggi» e afferma: «Non c’è compiacimento, piuttosto la misura severa di chi conosce la poesia come esercizio di verità. Ogni testo sembra aprirsi su una scena minima».
Dainotti ritrae, con nitida essenzialità, i suoi personaggi, sigillati nel proprio isolamento, in comportamenti e momenti quotidiani e abituali, talmente comuni da indurre chi legge a specchiarsi, a identificarsi in essi. Raffigura queste figure solitarie mentre guardano inutilmente ogni giorno nella cassetta postale o mentre rientrano in casa con la borsa della spesa e chiudono la porta lasciando «il mondo fuori».
La solitudine dell’uomo solo si nutre di insoddisfazioni («Vorrebbe l’uomo solo stare altrove: / in un posto qualunque»); di frustrazioni (lui «sogna di fuggire» principalmente da se stesso, ma «adesso è troppo tardi per partire / e per restare»); di ricordi amari e taglienti rimpianti («L’uomo solo nasconde dei segreti: / storie di donne, amori / finiti, soltanto sognati», e ancora «La gente sola pensa a quel ch’è stato / e a quel che poteva essere. In passato»).
Il solitario affida la sua socialità a incontri fuggevoli e casuali; nella sua vita dimezzata («vede vivere gli altri») prevalgono le ore silenziose, «un’aria di vuoto», l’inutile attesa che qualcosa che non può più riproporsi si ripresenti. La solitudine, che si accentua con la vecchiaia («il vecchio ricorda davanti al camino / col plaid sulle ginocchi») e la malattia, è una condizione esistenziale che riguarda le persone «anche se sposate».
A volte predominano sconforto e disperazione («L’uomo si siede sulla panca, è solo: / e si prende la testa fra le mani») altre volte invece la solitudine prelude a una condizione di benessere («Il guardiano di capre vive solo, / con le rondini in volo / sopra le nubi chiare»).
Quali i rimedi, quali le «cose da fare, che potresti fare»? Minimi accorgimenti a cui neppure l’autore crede completamente. «Questi sono i consigli che si possono dare. / Ma forse sai sbagliare anche da solo»: aprire la finestra e guardare più lontano, «inventarsi qualcuno per parlare», fantasticare, passeggiare lungo il mare, «chiamare qualcuno / sentire il suono di una voce umana», non pensare troppo, ascoltare musica, eccetera. Complicato anche per l’autore indicare degli spiragli e dare dei suggerimenti. Forse il principale è questo: «Hai provato lo strazio, la ferita / dell’abbandono. / Ma ora prendi in mano la tua vita».

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