mercoledì 17 giugno 2026

Silvia Bargellini recensisce Anna dalle Crete su «Città di vita»


Pubblicate su Città di vita le recensioni di Silvia Bargellini a Nella sferza e Non arresi: conversazioni poetiche, grazie a lei e alla Rivista e complimenti ad Anna dalle Crete








 

Urbino, poesia ed editoria d’arte alla Biblioteca del Duca con Anna Buoninsegni 24 giu 2026


Mercoledì 24 giugno 2026, alle ore 17:30, la Biblioteca del Duca del Palazzo Ducale di Urbino ospiterà l’incontro “Il gesto la luce. Poesia e editoria d’arte”, promosso dalla rivista VivArte nell’ambito della rassegna “Voci contemporanee – Dialoghi in biblioteca”.

Vi aspettiamo per condividere insieme un’esperienza di poesia, arte e bellezza nel cuore del Palazzo Ducale di Urbino, in occasione della presentazione della plaquette Il gesto, la luce, la materia, l’alleanza di Anna Buoninsegni.

Autorevole voce della poesia italiana e promotrice culturale tra le più apprezzate nel panorama letterario contemporaneo, Anna Buoninsegni ha dedicato la sua ricerca al dialogo tra parola poetica, arte e pensiero.

La pubblicazione è arricchita da un’incisione originale di Danila Denti, artista da tempo attenta al rapporto tra immagine, segno e parola poetica, in un dialogo che conferma la vocazione della plaquette a coniugare scrittura e arte visiva.

Poeta, giornalista e promotrice culturale, nata a Gubbio, Anna Buoninsegni ha pubblicato raccolte poetiche che hanno ottenuto importanti riconoscimenti nazionali, tra cui il Premio Internazionale Eugenio Montale e il Premio Alpi Apuane. Nel corso della sua attività ha collaborato con alcuni dei maggiori protagonisti della cultura italiana, da Mario Luzi a Maria Luisa Spaziani, da Alda Merini a Franco Loi, ed è stata curatrice della collana audio Voci della poesia contemporanea per l’editore Crocetti.

All’incontro interverranno la stessa Anna Buoninsegni, l’artista Danila Denti e Oliviero Gessaroli della redazione di VivArte. A dialogare con gli ospiti sarà Alberto Fraccacreta, ricercatore presso l’Universitas Mercatorum di Roma.

L’evento sarà inoltre occasione per ricordare due figure particolarmente significative per la cultura italiana, Walter Valentini e Alessandro Sartori, ai quali l’iniziativa rende un sentito omaggio.

A conclusione dell’incontro, ai partecipanti verrà donata, fino a esaurimento delle copie disponibili, un’acquaforte-segnalibro firmata dall’artista Danila Denti, realizzata appositamente per l’occasione.

L’ingresso è libero.

martedì 16 giugno 2026

”Sei il mio posacenere / io la tua sigaretta / spenta”

Maurizio Gregorini, Come uno stanco mito. Storia d’amore in versi, Alessandro Prevosto Editore 2026 


nota di lettura di AR


Il timbro erotico di questa raccolta ha una musicalità in cui abbondano i settenari, ma non mancano endecasillabi, senari e altri metri, a volte con qualche rima, spesso con allitterazioni, assonanze e la reiterazione enfatica di parole vicine o in versi contigui: ”
A fantasie finite / ci saran pure / altre dimensioni / che s’apriranno liete / a nuove posizioni” (p. 15); ”Ho freddo / e allunga nero / Il buio / le mani nere sue / di tela stazzonata / sugli occhi miei sgranati / che chiari ed impauriti / divorano la vita di vita divorati” (p. 20); ”La pelle tua bollente / è cartamaschicida / M’impiglia / Mi rivolta / Mi spoglia / M’aggroviglia / M’intruglia / Mi spariglia” (p. 38).
Ne risulta una lettura agevole e vivace che trovo particolarmente congrua nei luoghi in cui Gregorini gioca con i versi, gli dèi, le citazioni, i riferimenti dotti… e li manipola con (auto)ironia, prendendosi un po’ in giro con nostalgico disincanto: 


In voluminosi tomi
di mitiche passioni
l’appercezione ho studiato
dei desideri tuoi
suonato con le dita
la lira dei tuoi suoni
(I have sung a little love song)

Nella notte dei tempi
di te ho conosciuto
le insaziabili movenze
(Brief insatiable gesture)

Eppur solo da ieri
malgrado me ho compreso
della tua assenza il peso
(Your unbridgeable absence) (p. 13)


***

E la fine tra noi
caduta sulla stuoia
negli occhi di quel gatto
che placido s’annoia (p. 60)

***

Sei il mio posacenere
io la tua sigaretta
spenta

(…)

Sei
addirittura sette
forse nove
se non all’infinito (p. 7)

ARTEINSIEME 16 giu 2026


Buona giornata e buona lettura.

B E L L ’ I T A L I A

L’abbazia di Chiaravalle, di Renzo Montagnoli.


P O E S I A

1) Da Ritorno al posto delle fragole – Parte I (edito in proprio, 2025) Altra fiamma sullo sfondo, di Gianluca Ferrari;

2) Da Modalità pausa (Prometheus, 2025) Calura d’estate, di Patrizia Fazzi;

3) Da Pianure d'obbedienza (Macabor, 2023) Come si ricorda una madre, di Marina Minet;

4) Il grande potere terapeutico della natura in Il farmaco più efficace, di Piera Maria Chessa;

5) Da La donna più vecchia del mondo (peQuod, 2025) Infanzia, di Daniela Raimondi;

6) Da Un tempo nuovo (Fara, 2026) L’incanto è fermo, di Carla Malerba;

7) Da Ora che tutto mi appare più chiaro – Scritte sulla sabbia (puntoacapo, 2023) La musa del disamore, di Giuseppe Carlo Airaghi;

8) Una scena rurale che la memoria riallaccia al presente in Meriggio, di Renzo Montagnoli;

9) Da Versanti di-versi (edito in proprio, 2025) Onirici vascelli, di Aurelio Zucchi;

10) Da La vita immaginata (Youcanprint, 2023) Quanto amore, di Felice Serino;

11) Da La bambina melodrammatica (ChiareVoci, 2024) Quello che osammo chiamare amore, di Adele D’Addario;

12) Da Appunti incompiuti di viaggio (ChiareVoci, 2025) Rendez-vous con me stesso, di Giovanni Borroni;

13) Da Verde (Fara, 2025) Senza sole, di Gabriele Oselini;

14) L’alienante claustrofobia urbana in contrapposizione all’appagante semplicità della natura in Solitudine, di Anna Cellaro;

15) Da Immagine convessa – Il passo verde (Fara, 2017) Ti hanno vestito con l’abito buono, di Vincenzo D’Alessio;

16) È un inno alla rinascita Vento contro vento, di Maria Attanasio.


R E C E N S I O N I

1) Cesare. La conquista dell’eternità, di Alberto Angela, edito da Mondadori;

2) I fucilieri di Sharpe, di Bernard Cornwell, edito da Longanesi;

3) Il segreto del commendator Storace, di Renzo Bistolfi, edito da TEA. 


L E T T E R A T U R A

1) La leggenda della rosa di Natale, di Selma Lagerlof, edito da Iperborea e recensito da Katia Ciarrocchi;

2) La lezione del Giappone, di Federico Rampini, edito da Mondadori e recensito da Siti;

3) Sacro fuoco, di Emmanuel Venet, edito da Prehistorica e recensito da Katia Ciarrocchi;

4) Un tempo nuovo, di Carla Malerba, edito da Fara e recensito da Michele Nigro.


Novità nei Freschi di stampa, nelle News e nelle Fotografie.


ARTEINSIEME ©2006 di Renzo Montagnoli
www.arteinsieme.net

domenica 14 giugno 2026

“centinaia di epigoni Rubik occupanti-spazio e occupati a diffondere versi in stile Ikebana”

 Ivan Pozzoni, Lo Stato pontificio, Collana Tardomoderna, Edizioni Divinafollia 2026

nota di lettura di AR






Il polilinguismo e la verve ficcante e provocatoria di Ivan Pozzoni trovano in questo libro una esemplificazione acuta (nelle varie accezioni dell’aggettivo), in bilico fra sarcasmo, ironia, giochi di parole, enigmi da risolvere, invettiva, umorismo: “Però, da sinistra, mi invitano al copyleft e da destra al copyright mi tocca fare il democristiano / invento il copymiddle, faccio l’art senza ista o l’ista senza art, conviene iniziare spargere menate / col titolo nobiliare e due palazzi, impongo al mondo dell’arte di mantenermi a markette sul divano” (da Onan il Barbaro, p. 43); “
mi anacolutizzo, fregandomene della sintassi, e mi metto a sbertucciare le vostre distopie” (da Dieci bersaglieri ottuagenari a Porta Pia, p. 40); “la strategia anti-seduttiva si è trasformata in tattica di denunce urlate fuori dai rostri / se non siete tribùni plèbis, carichi di contiones, siete rimasti vittime di una scrittura da chiostri / lordata dall’influsso dell’ontologia estetica moderna, ontologia = metafisica, la musica di Orfeo, / col Doppialingua che vorrebbe ostacolare Cookie con una roipnol poetry degna di Morfeo” (da Mi desiderate seduttivo, p. 39).
Già il verso che ho posto a titolo di questa mia nota (da Il Ducato di Milano, p. 36) evidenzia la necessità di scuotere un modo di poetare asfittico, ombelicale, inerte, estetizzante, ottuso, accademico, trendy, superficiale, catabolico… in una parola vacuo, probabilmente anche per chi scrive versi del genere, magari come autoterapia. Consideriamo, fra altri, questo spassoso passaggio che fa da incipit a L’ispirazione come introspezione: Pollock (p. 26): “La scoperta sensazionale del XX secolo, recuperata da ogni forma di romanticismo, / l’arte è conseguenza dell’inconscio, della libera creazione, dell’introspezione, / basta buttare spray o lettere su una tela, a cazzo, e diventi il vate(r) dello sperimentalismo, / studiare non serve, basta improvvisare, e mettere vocaboli sulla carta come una defecazione.”
Abbiamo a che fare con un testo di lettura impegnativa e a tratti disturbante, con versi in gran parte ipermetri, con l’uso di un linguaggio che unisce il vocabolo alloglotto a quello scurrile e mette in agitazione le false sicurezze e le idee standard. Pozzoni ci irretisce, letteralmente, e questo ci infastidisce. Eppure ne intravediamo fra le maglie l’umanità e l’intelligenza, la capacità di mettere in risonanza, con i suoi verzi guizzanti e al contempo ipertrofici, corde che magari preferiamo non toccare. Concludo con il seguente brano da Il post-iper-tardomernismo (p. 17):

Questo mio riots è tutto un neustico, critico letterario inutile non hai nessuna voce in capitolo,
la mia mozione, nelle assemblee dell’arte, è criticare ogni critica, recensire ogni recensione,
la tua interpretazione soggettiva si scontra con la mia interpretazione autentica, grazie arcavolo,
Campanile docet, ignorante che valuti l’artista, e ne chiedi, a gran voce, la sottomissione
ai criteri editoriali delle riviste, che andassero a cagare, l’artista non è un grafico o un tipografo …

A QUANTO PARE, di IRMA KURTI (BERGAMO)

 


Mi dispiace di non averti restituito il

sorriso, di non averti portato la gioia

svanita lontano, di non aver parlato

di più per scoprire la magia che ti

avvolgeva nel passato.

 

 

Mi dispiace di non averti potuto

alzare dal buio in cui sei caduto,

con mille parole vestite di luce,

lasciandoti nelle grinfie dell’ansia

e della solitudine.

 

 

Avrei dovuto avere un’altra anima

che fosse scolpita di forza e dolore

ma, a quanto pare, anch’io ero solo

una foglia d’autunno sotto un cielo

di tempeste e nuvole.

 

 






«Ricezione e rilancio». Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni di Emanuela Meneghelli

 Ivan Pozzoni, Lo Stato Pontificio, Edizioni Divinafollia, 2026, p.58, 12€




Prima di tutto vorrei chiarire che questa non è una recensione. È una ricezione. Ed è un rilancio. Entrambe le cose sono influenzate dalla stima e dall’amicizia che nutro per l’autore ma soprattutto dal fascino che esercitano sulla mia mente i suoi scritti. Perché gli scritti di Pozzoni corrodono le sinapsi e ti attraggono: è come bere una pozione stregata ed essere immediatamente catapultati in una realtà atopica. In secondo luogo, io non sono un’intellettuale, né una critica d’arte, non sono nemmeno un’artista, anche se muovo i miei primi versi nel paese degli allocchi. Sono un’allieva un po' tarda, una tardo-allieva e ci sto bene in questo ruolo che mi sono guadagnata con notevole sforzo e frustando i due o tre neuroni rimasti. Sono pure irriverente, e per questo vorrei provare ad esercitarmi nel dare un rilancio pragmatico, in risonanza col testo proposto da Pozzoni, scardinando l’eco del mio ego-patire lirico. La prima volta che ho tentato di decifrare un suo riot (si trattava di “La malattia invettiva”), dentro di me s’è aperto uno squarcio affascinante, doloroso e metabolico. Spiazzata da un linguaggio che toccava apici e pedici, ho navigato nell’oceano della disillusione, dando voce ai miei borbottii più nascosti per poi usare mente e mani per allargarlo, lo squarcio, e guardare oltre, fino a riuscire a fare una radiografia feroce della realtà già di per sé distopica, alienante. Attraverso riots come “L’introspezione mi introverte”, “Il cambio di paradigma spiegato ad un’allieva” o l’esilarante “Onan il barbaro”, ho ben capito che l'introspezione non è ispirazione e che Pozzoni utilizza i suoi testi come veri e propri ordigni di guerriglia cre-attiva. Il suo scopo è spararci fuori dalla comfort zone per farci atterrare su un terreno atopico, deterritorializzato, non utopico, dandoci la possibilità di un riavvio. Ne ho letto, poi, di Pozzoni. Ne ho studiato tanto, lo sto ancora studiando tanto, (ma quanti libri ha scritto sto qua?) e ora so che tutta questa dolenza che ci invade dentro e fuori può essere notificata, resa esplicita. Si può raccontarla con consapevole asprezza, con rabbia e indulgente ironia, con sarcasmo pungente o con il riso amaro di chi sa, dice, ma non s’aspetta un ritorno. Si può scriverne graffiando gli animi assopiti di chi ancora legge, ma solo per evadere, di chi ancora legge, ma solo per non agire. Molti che si apprestano ad affrontare gli scritti di Pozzoni, già dai primi approcci si chiederanno: “Ma come osa?”. Altri pensano o penseranno che il suo ego sia enorme; quando inciampano nella sua biobibliografia, (perché è un tomo pure quella), nemmeno ci credono, oppure pensano che si diletti nell’autocelebrazione per tutta quella quantità di sapere che ha divulgato e che divulga. Può anche essere. E talvolta lo fa con consapevole ironia e con fierezza: “cosc(i)ente di avere il livello di casta di un brahmano / a confronto dei mille redattori incompetenti di Nazione Indiana, tra duecento anni io non sarò inerte, / celta col viso dipinto d’azzurro, non riuscirò mai a cedere alla psicoterapia estetica, mi introverte”. Parlare di psicoterapia estetica è qualcosa di scompigliante… ognuno di noi sa che scrivere risolleva un po’ da quello stato di melanconico torpore, che pubblicare da qualche parte e ricevere uno, due, dieci, venti likki va a ricaricare, dell’odore nostrum preferito, lo spruzzo d’Egò… Ma basta accostare queste due parole, psicoterapia ed estetica, per spogliarci di ogni parvenza e vedere la verità che tutti, più o meno, vogliono celare. Pozzoni ci tiene parecchio a farcelo capire che la scrittura vera è rivolta al di fuori, a ciò che accade nel mondo, alle persone altro da noi, e di riflesso, solo di riflesso, a noi. Abbiamo la responsabilità di essere vigilanti, di capire. Per il resto possiamo liberamente pagare la parcella di uno psicologo. È un trend. Del Pozzoni vero, quello in carne ed ossa, quello che si dissangua scrivendo e che vive di scrittura, quello che va scartato piano, non se ne parla. Nell’economia del tardomodernismo, non serve parlarne. Serve parlare del Pozzoni operativo, del Pozzoni che smantella, serve paragonarlo ad una molotov che ti scoppia addosso con tutta la sua esperienza di guastatore impavido, lasciando talvolta trasparire, in altri scritti, un'umanità senza mezze misure. Di misure non ne ha, è adimensionale. Si lancia nell'azione armato di perle pop e vocaboli dalla bellica micidiale, muovendosi “col mouse come una bomba a mano / saltando, di livello in livello, Mario Bros...”, mentre s’arrende beffardo alla sua natura di imbrattacarte dalla genialità tossica: “Io imbratto le mie carte col cianuro e con la ciclosporina, spargendole sul tablet come fossi Pollock”. La questione è una sola: o hai culo, trovi degli appigli e impari a sopravvivere, mettendoti a studiare, studiare e studiare per ricostruire te stessa e il tuo scrivere, in pratica di muovi e agisci, o crepi sotto il peso delle sue verità e, per codardia, rimani ancorata al tuo Piccolo mondo antico, trattando lui come quello strano, l’alieno o il reietto. D'altronde, l'autore stesso mi lancia il suo buon consiglio privo di condimento in questa traversata senza ciambelle salvagenti, scrivendo su “Onan il Barbaro”: “Consiglio alla Menega di non strabordare e metto tutti a bordo, avvitandoci come un groviglio / nei meandri del labirinto della mia malattia invettiva, disancoro senza i necessari salvagenti (...) chi sa nuotare, nel mondo fluido, si salva, chi non sa nuotare annega...”. Il più delle volte, scivoloni a parte, ho imparato la lezione. Non oggi però. Questa di oggi è una esondazione. L’uscita dello Stato Pontificio è una scudisciata potente. Vorrei fosse un Break-even point, ma forse è più adatto parlare di Tipping point. La verità è che con questa silloge viene attuata una sterzata, una virata decisa e senza ritorno, con lo scopo di avventurarsi in una nuova era che rifiuta ogni tradizionalità. Si parla di Breccia di Porta Pia e del generale Cadorna perché l’azione-intenzione risulti a tutti chiara: questo libro è un attacco frontale contro lo “Stato Pontificio” della poesia italiana, uno stato dominato da liricità esangui, elegie anacronistiche, buonismi da democristiani (intesi proprio nella loro accezione negativa e popolare). I lirici di oggi, nostalgici e fuori dal tempo, vengono radiografati con lucidità feroce: “i lirici/elegiaci scrivono come fossero nel 1985, di Craxi e del Pentapartito, / nel tardo-moderno regna il modernismo, Damiani, crede d’essere Properzio ed è Claudiano, / l’ignoranza impera (...) lirici e uomo medio attendono, solamente, un nuovo dux che riesca a solleticare il loro deretano”. Pozzoni ironizza spietatamente e apertamente su questo conformismo rasserenante, simulando pure una resa, naturalmente fake, al mercato delle emozioni:

Prometto, tra due mesi, di rifare Il gatto di Keats, trattare di sentimenti ed emozioni, / come un inutile elegiaco, M. Giovenale, in coda al Sert in cerca di curiali beatificazioni / dello Stato Pontificio dell’arte italiana...”. Sulle macerie di una serie inevitabile di crolli, avanza il Tardomodernismo letterario, proponendosi nello stesso tempo come azione destrutturante e ristrutturante. Non si tratta di una cosa astratta, aleatoria. Qui non c’è solo sterile teoria e il Tardomodernismo non può essere definito solo come l'ennesimo manifesto di un nuovo movimento, ma è anche l’atto pratico, azionato in questo tempo, di tracciare lo spazio necessario per traghettare l'arte verso un oltre: si celebra la fine “dell'ontologia della bellezza” per lasciare il passo alla praxis, possibilmente collettiva. Certo, Pozzoni scrive immerso in una trama di citazioni che costringe a veri e propri salti mortali, cognitivi intendo, e le sue introduzioni, che personalmente assimilo come mondi astrali, sono in realtà vere e proprie mappe, quasi dei dispositivi di guerriglia culturale. In questo orizzonte, le effemeridi pozzoniane ci parlano di un nuovo linguaggio, che non tarda ma avanza un passo dopo l’altro sulla scia di solide basi teoriche, e che attua ferocemente una mutazione del codice poetico stesso. E si tratta di una mutazione radicale, che lotta su più fronti, una guerriglia che colpisce sia i salotti letterari che i palazzi della finanza globale. Pozzoni ci svela che gli antagonisti da abbattere non sono più solo i vecchi baroni della cultura, anche quelli sì, ma anche “i nuovi nomadi” in blazer, faccendieri blindati dentro scatole cinesi, capaci di far sballare lo spread a comando, capaci di de-umanizzare un intero mondo. E ancora la lotta è contro i monopoli più o meno dichiarati che standardizzano la cultura, contro la logica della scadenza, contro il dilettantismo, quello di massa,  contro la “business poetry” che monetizza l’ego, contro il lettore-consumatore, contro la poesia dei sentimenti, della natura, dell'amore e dell'introspezione, contro l’idea dell'ispirazione poetica che scende dall’alto o della parola sacralizzata, contro l'uso di figure retoriche rassicuranti, contro la critica letteraria accademica, contro le redazioni e i “lit-blog” di regime, contro il clientelismo compiacente, contro il canone e la tradizione, contro l'io lirico e l'egopatia, contro la scrittura empatica di facciata, contro la poesia seduttiva e la seduzione del pubblico. Contro. E l’artista? L’artista si evolve: da mercenario al servizio di mecenati diviene autore che fa, dice, contraddice, ingaggia “guerriglie” diventando uno scrivano votato al sabotaggio scrittorio, rifiutando decisamente la dinamica del poeta, saggista, romanziere che pur di pubblicare si piega a relazioni tossiche e mercificate, e preferisce spargere la sua parola in totale indipendenza: “l’art-ista tardomoderno sparge il suo seme senza la mania dello uomo-zerbino di andare a ingravidare / le donne-maschio che cantano: «Andiamo a comandare» su relazioni tossiche come l’eternit” (da “Onan il barbaro”). Questo è il tempo della lotta, ed è una lotta dura quella tra bardi militanti e nostalgici bardotti. Per fare questo, l'autore tardomodernista non si chiude in un mutismo isterico da primadonna offesa. Anzi, compie forse il gesto più estremo, da molti proclamato a parole, ma mai veramente attuato: si impegna a cancellare il proprio ego. Contro il potere invisibile e anonimo dei consigli di amministrazione delle multinazionali, l'artista risponde diventando a sua volta un dirottatore spietato ed elusivo: “noi, artisti tardomodernisti ribelli, abbiamo sostituito, arditi, il neon con il LED, / cancellando i nostri volti, il nostro εγώ, irrintracciabili hijacking appariamo / e spariamo, nessuna carta di identità, SPIDmen con επίδειξις da Joker, / contraccambiamo anonimato ad anonimato, con la freddezza di un killer...”. E poi si arriva alla verità: l’artista, sempre quello tardomoderno, vuole riprendere le comunicazioni, vuole interagire, vuole far arrivare il suo messaggio, vuole far saltare gli argini, esondare con il suo verso corrotto. Ma a chi vuole farlo arrivare, questo suo messaggio? Al lettore fake, per esempio: fake non perché finto o fasullo, ma perché inconsapevolmente irretito, addormentato dalla poetica del consumo e dal mantra del “Solo se cullato da versi sublimi, trovo la mia pace” o dall’altro mantra “Canta le ingiustizie, ma mascherale a festa”. Pozzoni, e chi si sente in linea con questa scrittura autistica, sociopatica, neurodivergente e pragmatica, si assume il compito ingrato di svegliarlo dal torpore consumistico, scuotendolo dalle fondamenta: “dopo avere aperto l’occhio ciclopico dell’italiano medio, come asino lo chiudo dentro a un paddock, / lanciandolo al trotto, l’abbatto col cocktail Socrate, maieutica e ironia combattono sul Brillo boxe”. Quindi è (in parte) questo il Tardomodernismo Letterario. Nasce per delegittimare critici d’arte, direttori editoriali o di riviste. È questo trasformare l’ispirazione in azione, la critica in azione, la poesia in riots martellanti e ossessivi, ironici, talmente carichi di significati e citazionismi colti/trash da divenire strumenti sovversivi. Strumenti adatti a colpire la commercializzazione della poesia e la poesia commerciale, imbottigliata come vino pregiato dalla camorra artistica quando invece si tratta di versi poco "di-vini", versi da “facciamoci un ape” destinati a passare come passa una sbronza. Ma l'ambizione del Tardomodernismo è internazionale, non si ferma alla Breccia di Porta Pia della nostra penisola: è una rete globale che azzanna il canone ovunque si trovi, sputando sullo star system istituzionale e sulle sue vetrinette di buon manierismo: “Il nostro nuovo movimento, sfondato l’uscio, ha iniziato a sfornare riots / in Romania, Francia, Albania, USA/UK, Grecia, Iraq e Bangladesh, / sovvertiamo e dissacriamo il κανών, cave canon!, mordiamo senza abbaiare / cinici idrofobi, can che abbaia non dorme, non smettiamo di cantare / tra lo star system di San Remo e le minchiate del Premio Strega...”. Contro questa élite culturale che mercifica l'arte inscatolandola dentro profitti e perdite, il poeta può e deve rifiutare di “calare le braghe” di fronte ai giganti dell'editoria o ai compromessi dei vecchi salotti, e ha il dovere anche morale, di contrattaccare: “...in attesa della mano inanellata del Papa re Cookie / da baciare, io me ne frego, gli stacco con un morso l’anello pisciatorio e lo affronto senza smacchi, / basta, con le % budget, fare comprendere al CEO Mondadori che la collana ha i buchi della Lehman...”. Ora, rivendicando e sottolineando, in questa mia ricezione, il diritto allo sbrodolo, all’eccesso, “ridendo di esserci” e di “essere stata scagliata come Laika”, termino esprimendo il desiderio e l’augurio che questa silloge-malware sia rilanciata così tante volte da provocare una diffusione per contagio, una simil propagazione virale, capace di infettare direttamente i server dello star system istituzionale, violando i canoni più blindati e arrivando là dove nessun altro dirott-autore ha ancora osato arrivare. The mission impossible? Questa nota si autodistruggerà entro cinque secondi, forse 6 vista la lunghezza.