martedì 3 marzo 2026

Raccolta innervata da una lingua poetica musicale e solenne

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica - marzo 2026



Atlante delle ferite è un’opera poetica di Stefano Calemme, classificata prima al Faraexcelsior, pubblicata da Fara, Rimini 2025: «raccolta innervata da una lingua poetica solidissima, musicale, solenne, un flusso dal passo lento che non concede mai nulla al superfluo e che anzi fa di uno stile sorvegliatissimo ed elegante la sua cifra definitoria,» si legge in una motivazione del poeta Davide Valecchi. L’opera è suddivisa in quattro sezioni che corrispondono appunto alle coordinate dei quattro punti cardinali, proprio come in un atlante.

Gli alberi cadono in disgrazia
quando smettono di essere amati.
Diventano rovine di un tempio sacro,
ogni foglia una reliquia devota al buio.

Bellissima questa immagine della natura oltraggiata. Le ferite dell’animo umano si riflettono in tutto l’universo. Le foreste sono templi sacri, come ai tempi degli antichi druidi. Le foreste sono naturali cattedrali gotiche. Stefano ci propone una topica di una dimensione psico-cosmica offesa, violata. Ogni uomo passa inevitabilmente dalle forche Caudine di traumi più o meno forti e psico-fisici. Come peste la ferita è la regina indisturbata del mondo per tanti lustri, basta seguirne con animo sbigottito, il suo corso sterminatore, più o meno cruento, ad intervalli più o meno estesi. Poesia è frutto di questo dolore e dolore è frutto di amore ferito. Dolore e amore nell’uomo hanno una natura intenzionale: si riferiscono sempre a qualcosa, o a qualcuno. La perdita è perdita di qualcuno o di qualcosa. La ferita indica esistenzialmente uno sconquasso, una lesione traumatica, ma parimenti un’intima esperienza dolorosa.

Il richiamo di chi si disannuncia
ha il valore di un inno cantato
da una frontiera senza il peso
della gravità, l’argine
dove le cose senza nome vanno
insieme per cieli.


Anche qui notiamo il valore del silenzio e dell’assenza che è più forte a volte della semplice presenza. Questo è il profondo significato dell’esistente. Euripide strepitava: - Gridi chi ha voce più forte del silenzio! Il silenzio, il vuoto danno senso alla voce, all’essenza ed all’esistenza. La morte paradossalmente dà senso alla vita: quel “vivere-per-la-morte”.

Passeggiando tra le tue ossa,
ho visitato le rovine di una città
come in pellegrinaggio per la pace,
c’erano mura spoglie del calore umano
battiti conservati nel vetro
e un mucchio di acerbe ansie.


Fitta questa metafora delle città necropoli, ove vagano anime dannate e morte, spente del calore vitale e della luce estra-fisica. Munchiani personaggi senza volto, pirandelliane maschere, spettri s’agitano in uno schermo teatrale, che oggi ancor più si è trasferito sui quadretti che si portano appresso notte e giorno, platoniche caverne, cellulari appesi a invisibili catene che imprigionano l’umanità osservante. Magari fosse “lo spettro che s’aggira per l’Europa” che turbava Marx. Sono spettri informi, incolori, inodori, insapori. Come è brutto sentirsi insipidi. Il sale della terra dove è finito? La luce del mondo dove è finita? Ci sono sempre quei gramsciani chiaroscuri, pericolosi, infide come fiumare sordomute. Con il tabu della morte, della sofferenza, della malattia svaniscono i labili confini tra regno dei viventi e dei morti: non c’è più differenziazione, ma negazione, semplice negazione, senza superamento.

La poesia di Stefano Calemme non è di facile lettura, è una poesia filosofica, dissonante, fuori coro. Bisogna rileggerla più volte per cogliere un non-senso, tipico del nichilismo giovanile in atto. Non è più il petrarchesco “giovenile errore”. Si riflette quel luogo dello smarrimento tipico della società liquida, del disagio giovanile. Però questo groviglio di versi intrecciati in trame più disparate rivela un mondo fatto di assurdità e di sconforto, ma anche di superamento o, meglio, di esistenzialistico oltrepassamento. La coscienza ferisce: il prendere coscienza, ma questo passaggio è necessario e la poesia, in questo caso, come logos farmaco si propone come unguento risanatore. Sicuramente Stefano con questi presupposti sarà un ottimo insegnante.

mercoledì 25 febbraio 2026

Bruno Bartoletti presenta la sua più recente raccolta a Sogliano al Rubicone 7 marzo 2026

La notte ha un sapore di cose lontane (raccolta antologica 1997-2023), Fara Editore.



Un INVITO per sabato 7 marzo, ore 16, un tè in Biblioteca a Sogliano al Rubicone, per un incontro e un saluto.
Ormai non resta che aspettare... gli ultimi trenta anni di lavoro sono racchiusi in questo libro, in cui ho raccolto le poche parole che ho ritenuto di poter salvare.
Le letture di Andrea Marinelli saranno accompagnate da alcune sorprese, ispirate dal mio “I veri viaggiatori partono per partire”.
Che sia questo un viaggio, se non verso l’oceano, verso quel piccolo mare che ciascuno porta dentro di sé.

Cordiali saluti

Bruno

martedì 24 febbraio 2026

Concorso Mariano per poesia/prosa entro 3.000 battute sc. 31 luglio 2026



Il Centro Mariano della Fondazione “Il Pellicano” con sede a Trasanni di Urbino indice per l’anno 2026 il concorso letterario “Modernità di Maria. Libertà e obbedienza”. Il Concorso, giunto alla XVIII edizione, vuole sensibilizzare su tematiche profonde nell’intento di offrire utili spunti di riflessione e sollecitare al coinvolgimento attivo nella realtà a partire dall’esperienza di Maria.

Destinatari
Possono partecipare al concorso adulti, giovani, ragazzi. In ambito scolastico: singoli studenti, classi o gruppi di studenti di classi diverse, insegnanti, genitori.


Modalità di partecipazione

I testi, in prosa o in versi, dovranno essere inviati tramite e-mail in formato Doc (documento), non superare le 3.000 battute (spazi inclusi) e utilizzare il carattere Times New Roman. È ammesso l’invio di un solo testo.
Scarica il modulo di iscrizione.


Premi

Adulti: 1° classificato € 500,00 – 2° classificato € 300,00

Ragazzi: (9-14 anni): 3 premi da € 100,00

Tutti gli elaborati dovranno pervenire entro e non oltre il 31/07/2026.


La Commissione prenderà in esame le opere pervenute e procederà alla proclamazione dei vincitori sulla base dei seguenti criteri:

1. Originalità espressiva

2. Approfondimento del tema proposto

3. Qualità formale del testo

La Commissione escluderà dal Concorso opere con soggetti non pertinenti e non rispondenti ai requisiti richiesti e si riserverà di non assegnare premi qualora le opere non fossero ritenute meritevoli.

I testi inviati saranno pubblicati in un catalogo scaricabile dal sito dopo la premiazione.

Ricordiamo ai partecipanti dei precedenti Concorsi che i cataloghi sono disponibili sul sito del Centro Mariano.

Per Informazioni:

www.centromarianoilpellicano.it
concorsoilpellicano@gmail.com
333-3593379 (dalle ore 16.00 alle ore 20.00)

Confidando nella sensibilità e nell’interesse per la tematica proposta, invitiamo a partecipare all’iniziativa.

Cordialmente,

La Presidente della Commissione

Fabrizia Tilli

sabato 21 febbraio 2026

L’insonorizzazione e la damnatio memoriae come strumenti comunicativi del modernismo italiano

 

L’insonorizzazione e la damnatio memoriae come strumenti comunicativi del modernismo italiano







La strategia comunicativa del modernismo italiano si fonda sull’insonorizzazione e sulla damnatio memoriae dell’artista marginale. Il regime Mondazzoli, con trust acclusi, organizza la distribuzione nazionale dei volumi, in maniera che, in criminologia, definiremmo camorristica, come morra cattiva, ca-morra, considerazione esclusiva dell’amico dell’amico dell’amico (amico Rubik) e esclusione della considerazione del nemico, secondo la tattica schmittiana dell’amico/nemico, dotazione della critica modernista italiana («[...] Der spezifische politische Unterschied, auf den sich politische Handlungen und Motive zurückführen lassen, ist der Unterschied von Freund und Feind [...]» in Der Begriff des Politischen [1932, 26]). Questo è il meccanismo di funzionamento, esemplificativo, del mediocre lit-blog Nazione Indiana, e si estende alle riviste di regime, come Nuovi Argomenti, Poesia, Atelier, dove impera la norma amico dell’amico dell’amico, in grado di inserire il fascicolo dell’artista sotto i fascicoli in attesa (dominazione del boreau). Fascicoli, fascistucoli, fasci in fasce, creatori di una burocrazia oclocratica letteraria. Il tardomodernismo mira all’aristocrazia, disprezzando la democrazia dell’Amplifon e rinunciando alla democrazia lirica della neoN-Avanguardia: il tardomodernista, lontano da «in migliaia a strillare, a ritmo, come mongoli dell’Orda d’Oro» (autocit. La democrazia dell’Amplifon, in Qui gli austriaci sono più severi dei Borboni [1915,9]), continua a scrivere, disinteressandosi di un lettore disinteressato e di un addetto ai lavori camorrista («Devo, causa mestiere, leggere altri testi. Però se Milo De Angelis o Valerio Magrelli mi mandassero le loro nuove sillogi, finirebbero davanti a tutti» (anticipazione, con campione approssimativo di 1087 risposte, alla mia ricerca di sociologia dell’arte sul disinteresse dell’addetto ai lavori nei confronti della novità letteraria). Il tardomodernismo scrive a favore dei postumi. I morti viventi/vivi morenti, in socio/antropologia, «uomo comune» (habitus di Bourdieu o «[...] An ordinary human being embedded in symbolic webs [...]» [C. Geertz in The Interpretation of Cultures [1973, 5]) interessano al tardomodernista come destinatari di Erziehung o ostensive-inferential process, cioè come destinatari di rieducazione sociale o di riattivazione dell’inferenza del messaggio: il 99% dei coabitanti internazionali è destinato a una vita trascorsa senza capire niente, e noi ce ne freghiamo, I don’t care (autotrad. autocit. «Da un ventennio, circa, è tornato di moda il motto “Me ne frego”,/ mandrie di decerebrati stitici, tutti, alla ricerca della rehabilitierung dell’ego,/ mattoncino su mattoncino, con la camicia nera dell’ignoranza a organizzare raid,/ con l’esito di finir stecchiti, basta un morso di zanzara, sul lettino di Freud» (La malattia invettiva, 2018, 32). La differenza tra ogni ridicolo movimento Peace and Love, del XXI, e il tardomodernismo è I don’t care, da interpretare con sottile, feroce, ironia: non c’è σαρκάζειν, nessun morso alle carni, come un cane cinico (origini della NeoN-avanguardia), c’è Εἰρωνεία (dissimulazione orientata all’Erziehung o ostensive-inferential process), molto feroce. L’ironia (dissimulazione mediante la tecnica del "dedoublement de Man")  molto feroce non è sarcasmo. Il tardomodernismo è filosofia della πρᾶξις: l’actio materialis ha rilievo giuridico (l’effetto nel mondo); l’actio moralis ha rilievo etico (l’intenzione) [Grozio e Pufendorf]. L’attività hijacking del movimento ha valore di actio materialis; l’attività letteraria del movimento ha valore di actio moralis. L’actio moralis, del movimento letterario e l’actio materialis del movimento militante hijacking, nel c-a-t-e-g-o-r-i-c-o rispetto della legge, agiscono come un contrattacco behavioral change alle contro-strategie della struttura consumistica della recuperation (attraverso il labelling approach del disforme). Superato il modernismo di Debord (An Introduction to the Situationists, 1970, 10 di J. D. Matthews) sono significativi Tom Trevor («[....] Recuperation is the process by which the mainstream takes a radical idea and repackages it as a safe commodity for consumer society [...]» [Who’s Recuperating Who? Concept Store #3: Art, Activism and Recuperation, 2010, 10-15]») e Doyle Perdue («[...] Recuperation ensures the survival of modern capitalism; it refers to the general process by which capitalism recovers that which opposes it and assimilates it into the spectacle [...]» [Recuperation and the Spectacle, 2012,79]) sulla nozione debordiana della recuperation della struttura del neo-consumismo. La strategia di contrattacco è la behavioral change, introdotta da Debord e implementata da studi, meno anacronistici, di S. Michie, M. M. van Stralen, R. West: «[...] The behaviour change wheel: a new method for characterising and designing behaviour change interventions [...], in Implementation Science, 2011, 6, 42; o il concetto di nudge, derivato dalla choice architecture di R. H. Thaler, C. R. Sunstein, Nudge: Improving Decisions About Health, Wealth, and Happiness [2018], «[...] A nudge, as we will use the term, is any aspect of the choice architecture that alters people’s behavior in a predictable way without forbidding any options or significantly changing their economic incentives [....]» [6]; e, infine, D. Kwasnicka, S.U. Dombrowski, M. White, F. Sniehotta, Theoretical explanations for maintenance of behaviour change: a systematic review of behaviour theories in Health Psychology Review, 10(3), « [...] Behaviour change interventions are effective in supporting individuals in achieving temporary behaviour change. Behaviour change maintenance, however, is rarely attained [....]» (277). La filosofia contemporanea, ad eccezione di marginali come Fisher (Capitalist Realism: Is There No Alternative?, 2009), Oviedo (Recuperation as Decolonial Practice, 2022), Andreas Reckwitz (Die Gesellschaft der Singularitäten, 2017) è assente dalla discussione sul neo-consumismo, attenzionato dal dibattito modernista di Debord, Adorno/Horkheimer e Baudrillard (col rischio che le «voci» di dissenso siano insonorizzate in ogni area del mondo); in Italia esistono analisi simili, in autori minori, vicini alla sociologia, come Sassatelli, Dal Maso, Ravizza, Mortara, Petrini, Berardi, Motterlini, Abruzzese et alia. Il neo-consumismo dei Meridiani Mondazzoli e delle collane distributive connesse, come esempio indiscutibile, insonorizzano i maggiori artisti italiani, e inseriscono Consolo, Celati, De Angelis, Buffoni, Conte, De Signoribus, Viviani, Lamarque, Leardini, Calabrò, Pontiggia (?), Genti, Ramat, Magrelli, Michela Miti, i soliti settuagenari e/o sconosciuti, con la compensazione (camorristica, secondo schemi criminologici consolidati) di curiali/curialini nella collana Bianca Einaudi. Mi scrive un mito come Gianni Priano: «Cominciamo con il dire che quello che ti prendi è un plauso e mica un plausetto, un plausino ma un plauso-plauso. Noi non ci conosciamo, mi hai mandato il PDF di Kolektivne Nseae, tutto maiuscolo, però. Non come l'ho scritto io [...] Madonna. Te sei uno che trabocca, come quando traboccano i vasi, quelli dei gerani e quelli sanguigni. Hai mille cose da dire e non ti ferma nessuno. Sti’ lettori, critici, italianisti, cattedratici disabituati all'ascolto ti prendono la pelle. Siccome vali molto il fatto che passino e vadano ti fa imbestialire. Anche se, a un certo punto, dici: alt. E fai entrare nella questione due ballerini salvavita, un ballerino e una ballerina: il surrealismo e l'ironia. Surrealismo forse non è il nome giusto, è un nomignolo. Invece ironia il suo nome è proprio questo qui. Sei critico, sei poeta. Dentro hai un fanciullino gigante. C'è chi ha l'io gigante. Tu hai gigante il fanciullino. Sei un uomo- scrittura. Mi fai un po' venire in mente Manganelli ma forse Manganelli non c'entra niente. Caro Ivan, te, secondo me, qualcuno ti adora, qualcuno ti rispetta e a molti sei antipatico. Perchè sai troppe cose. La gente non sopporta chi sa le cose che loro non sanno. Dice la gente: te la tiri. Dice la gente: e basta. Oppure: taglia. Ma questa insofferenza mica viene da Mimì Metallurgico, macché. Viene dai prof, a partire dalle medie fino all'università. E viene dai linguisti. E qualche volta anche dagli scrittori, poeti o narratori scegli tu. Sarà dura, Ivan. Non perché hai pochi numeri. Di numeri ne hai mille. Ma portarseli addosso, tutti questi numeri è una sudataccia». Questa è una medaglia, comunicatami da un grande artista, che ripaga, senza citazioni o iper-citazioni, insonorizzazione e marginalizzazione dell’artista italiano, non colluso con Mondazzoli. Ipse dixit (αὐτὸς ἔφα) (אָמַר רַבִּי). 

Luce solida a Cremona il 1° marzo 2026

Alberto Mori presenta Luce solida 
alla Libreria del Convegno di Cremona
in C.so Campi 72

Domenica 1° marzo 2026 ore 17:00
una performance avvincente


Nella performance, da frammenti sparsi e luminosi dell’origine, la luce li compone/decompone nella sua consistenza, attraverso la costruzione progressiva di un solido, il dodecaedro, evocato dalla materia sonora della parola dove i versi sono ridotti a interazioni di puri significanti, per approdare a una notte buia, nella quale si scorge una “Luce solida” che sostiene lo sguardo umano.



Ancora una volta Alberto Mori ci cattura con la luce sfaccettata, scenica e indagatrice delle sue poesie flash ricche di echi sonori, vibranti di sensi molteplici in grado di sollecitare in noi reazioni stupite ed empatiche. Leggere/ascoltare/recitare i versi del poeta performer è una esperienza coinvolgente che ci immerge nella realtà che stiamo vivendo e ci interroga sui suoi sviluppi, una realtà sempre più imbevuta di intelligenza artificiale dalle potenzialità al contempo fascinose ed inquietanti per le relazioni umane e sociali.

albertomoripoeta.com

faraeditore.it/Sconfinamenti/lucesolida

Libreria del Convegno: 0372 32234

venerdì 20 febbraio 2026

Nella chiarissima brama di esserci

Carla Malerba: Un tempo nuovo, Fara 2026, pp. 56, € 12,50

recensione di Antonio Spagnuolo pubblicata su Poetrydream



Silloge votata al Narrapoetando 2026 ricevendo dal giurato Luigi Palazzo il seguente giudizio: «Con tocco delicato, il tempo, la natura, la vita sono mescolati in versi essenziali, profondi, riflessivi.»
Così, come stemperato dalla ritmata scansione del metronomo, il susseguirsi dei pensieri, delle immagini, delle illusioni, delle irrequietezze che ci invitano alla vertigine del quotidiano, riesce a comporre una policromatica miscela di perfetta poesia e audace estetica della scrittura.
Due le sezioni: “Come gioia pura” e “A tratti senti”, che in effetti si agganciano delicatamente nell’afflato e tracciano un percorso del gesto in movimento, della emotività che emerge dalle visioni.
Il soffio si adagia semplice: “Perduti campi di primavera/ guazze di petali/ confuse e d’erbe/ luce di sole e vita/ in movimento/ nessun’ombra/ nei giardini felici/ neppure suoni/ parla solo il vento/ respiri di corolle.” In special modo quando la natura ci aggancia con le sue stagioni, o quando il subconscio tenta aggiustamenti: “Semplice è sinonimo di chiaro/ è parola che invita/ al sincero rispetto delle cose/ semplice come lo sguardo di un bambino/ l’occhio del poeta/ osserva intuisce riferisce/ cosa c’è nell’anima del mondo.”
Carla Malerba indaga silenziosamente, ma con ritmo vigoroso, tra le ombre e le improvvise luci, tra il verde della natura e il solfeggio dell’opulenza, nella chiarissima brama di esserci ancora perché costantemente insidiata nella corsa del tempo, anche quando l’eco delle voci, il riverbero delle memorie rimandano alle falde del silenzio. Indaga fra il germogliare delle immagini e i fotogrammi di un rastrellamento, fra gli angoli delle reminiscenze e il fascino della percezione, fra il segno di ogni passo e una tensione che urge. Un fluire che genera fibrillazione anche quando il verso si presenta spoglio di languori o di smerigli.
“Inseguire chimere/ apparteneva/ a un’età governata/ da venti improvvisi/ altro era il tempo/ delle sfide coscienti/ che irridevano l’ombra/ fioriva la poesia/ per l’amore non menzognero/ per l’attimo che si eterna/ e subito scompare/ non per corone d’alloro/ma per un serto di viole.”
Rivelazioni che attraversano verticalmente l’idea, quella idea che giungerà quale strale che ubbidisce sempre attivamente e mostra le nuove motivazioni delle suggestioni e delle speranze.

martedì 17 febbraio 2026