
Il fare poesia di Alessandro Ramberti sa accogliere. Questo suo nuovo lavoro, Chiamami, mette ancor di più in luce questo suo costruire accoglienza. E lo fa partendo da una semplice umana necessità: “Abbiamo bisogno di ascolto”. Un ascolto condiviso, che si mostra nella vicinanza, nel suo dare confidenza e attenzione. Perché già lo stesso titolo, “Chiamami”, ha in sé radice importante. È il desiderio di essere chiamati al mondo e di come “ogni persona si senta chiamata a esprimere la propria verità” (Lo spiega molto bene lo stesso Ramberti nell’intervista che segue).
È un senso di appartenenza alla vita stessa, che l’autore esplora in questi trentatre brevi testi, nel mettere in rilievo che “Quanto ci appartiene / è il transito”, nello stare nel riconoscimento più sincero, “Grazie per essere dove / s’incontrano i sensi”.
“Chiamami” è uno scrivere che si muove in più lingue. Italiano, cinese, inglese ed esperanto. Quasi a dire di come ci sia bisogno di più provenienze, e più direzioni, per aprirsi al presente che viviamo, nel cercare ancor di più di non perdere nulla, di ampliare percezioni e significati, nel non bastarsi da soli. Sempre più “a immergerti in vicende / che segnino le ossa”. Nel profondo.
In queste pagine è evidente la dimensione spirituale, che si mostra e si apre all’ascolto, nella sua nuda trasparenza. Il suo muoversi è in questo percorso di ulteriore definizione di sé, dove Ramberti può mettere nero su bianco che “Mi sono ritrovato più paziente”, nel riconoscere che “Per essere accanto / bisogna dare il fianco”, senza la paura di affermare “Sfido il giudizio ogni giorno”.
Questo è l’accadere che nutre tutto lo scrivere di “Chiamami”, una prova poetica di dialogo, la possibilità di una comunicazione che elimina il superfluo, sapendo scegliere il peso specifico di ogni parola scelta, a cui affidare la propria fiducia.
“La nostra materia / quando è sfiatata / si eleva” è immagine che resta e respira, “Le tue ginocchia pregano tuttora” dice di come il corpo sia il luogo di ogni innesco, “Il nostro magnetismo / con le polarità in tensione” è la geografia in cui orientarsi.
Alessandro Ramberti con Chiamami segna un nuovo passo importante nel suo cammino d’autore, nel suo continuo cercare una voce a cui dire “Fortuna che tu sei feconda / ascolti il messaggio che infuoca / tu curi le crepe più antiche”.

Dal libro:
0.
Naviga dentro le tue
fibrillazioni endoreiche
calati in mezzo ai ventricoli
sfasa le valvole fa’
scorrere sopra le acque
sfiora le cime ed abbassati
dove la terra concima
在你澎湃的心怀内
就航行吧
沉降到心室
移开瓣膜
让水涌上来
触及山峰旋即
低伏于沃土
Zài nǐ péngpài de xīnhuái nèi
jiù hángxíng ba
chénjiàng dào xīnshì
yí kāi bànmó
ràng shuǐ yǒng shànglái
chùjí shānfēng xuánjí
dī fú yú wòtǔ
*
1.
Questo
è un piccolo spazio
lo so non sono capiente
ma è per voi che siete
con me dal passato
e in questo momento
siamo vasi da colmare
accogliendo
*
11.
Crolla con me
rovina le frasi
percorrine i vuoti e prendimi
quello che fai mi interessa
Falu kun mi
detruu la frazojn
plenigu la malplenain spacojn, superu min
viaj agoj interesas min
Fall with me
ruin the sentences
cover the gaps and get ahead of me
what you do interests me
Cade mecum
sententias corrumpe
hiatus tege et me antecede
quod agis me interest
*
18.
Tre versi ansimanti per finire
ti riveli nell’ultimo
indicibile
*
20.
A te che sei nell’oltre
non servono parole
ti basta il crepitio
di queste mie sinapsi
对于超越尘世的你
毋需言语
你只谛听
我这些神经元的噼啪声
就已足够
Duìyú chāoyuè chénshì de nǐ
wú xū yányǔ
nǐ zhǐ dìtīng
wǒ zhèxiē shénjīng y uán de pīpā shēng
jiù yǐ zúgòu
*
26.
Esserci lascia l’odore del viaggio
nei palmi nei fluidi il trasporto
ci spinge a toccare la prossimità
si attiva l’umore interpella
il barometro oscilla
nei cuori che restano aperti

Intervista ad Alessandro Ramberti:
Il titolo, Chiamami, dice già tanto. Un desiderio di vicinanza? Un essere chiamati al mondo? O cos’altro ancora?
Penso che ogni persona si senta chiamata a esprimere la propria verità. Questa vocazione non sempre è chiara. Il più delle volte richiede una successione labirintica di tappe che sono magari anche molto lontane e comunque diverse da quelle che avremmo voluto raggiungere. Giunto a 66 anni forse riesco a trovare un filo che le collega.
Il libro è dunque un percorso che un po’ mi mette a nudo, un po’ fa il punto con la mia fedeltà a o con le mie deviazioni ad una chiamata che è comunque sempre una voce altra, al contempo insondabile eppure incredibilmente presente.
Il volume si esprime in italiano, cinese, inglese ed esperanto. Da cosa è nato questo desiderio di usare diverse lingue?
Il mio amore per lingue è sempre stato grande. Anche per una utopia come quella dell’esperanto, ideata da un medico ebreo polacco che era un vero poliglotta. Ho studiato Cinese a Venezia e una lingua così distante e così affascinante apre davvero un nuovo modo di approcciare la realtà.
Ho quindi pensato di declinare in più lingue questo itinerario in versi per lasciare aperte delle finestre su altre visuali.
Dalla prima poesia all’ultima si respira un profondo senso di spiritualità. Ma che spiritualità è? Quale la sua radice, il suo modo di mostrarsi?
Fondamentalmente è una spiritualità di stampo cristiano, vista la mia formazione e la mia continua ricerca di esperienze di vita improntate al Vangelo. Ho incontrato confessori, guide spirituali, monache, monaci, testimoni di un cristianesimo vivo, aperto, esigente ma anche ricco di misericordia, che è la forma più gratuita dell’amore.
I miei studi mi hanno messo anche in contatto con il pensiero orientale ma poi il fondamento di ogni ricerca spirituale è riassumibile, in estrema sintesi, nello svuotarsi di un ego ingombrante, schermatissimo e idolatrico, per essere vasi capaci di ascolto.
In questa spiritualità che tutto permea, mi sembra che ci sia un’intenzione precisa e necessaria di costruire leggerezza. È così?
Sì, la leggerezza è da intendersi in quello svuotamento a cui ho fatto cenno. Se scafandriamo le nostre fragilità, mascheriamo le nostre ferite, ci irrigidiamo sulla nostra “verità”, gli altri diventano strumenti da assoggettare e di cui servirci e noi diventiamo pesanti, senza fiato: ogni energia viene dedicata a conservare un potere che con una spallata minima può crollare.
A pagina 15 scrivi “Abbiamo bisogno di ascolto”. Per dare forma a noi stessi? O per cosa?
È la capacità di ascolto che ci aiuta a dialogare, a conoscerci sempre meglio: per essere “capaci” è necessario essere umili, non avere paura di chiedere aiuto, di esporre le proprie ferite.
Se coltiviamo questa virtù, diventiamo pian piano capaci di ascoltare gli altri con attenzione e con meno pregiudizi.
Tutto il libro è un continuo dosare le parole, un rispettare il loro peso specifico. Cosa pensi di questo?
Grazie per aver rilevato questo punto. Il mio modo di scrivere è perfettamente descritto dalle parole che hai usato.
A pagina 48 c’è un altro passaggio importante: “Sfido il giudizio ogni giorno”. Ecco, di che giudizio si tratta?
La vita è costellata da momenti belli e da altri molto impegnativi (lutti, malattie e, a livello sociale ingiustizie, conflitti, catastrofi). Quotidianamente veniamo giudicati (negli affetti, nelle relazioni lavorative, negli incontri sia casuali che consueti).
Spesso i più severi con noi siamo noi stessi. Bisogna cercare invece di essere anche qui leggeri. Sia noi che gli altri non possiamo essere ridotti ai nostri errori, alle nostre insufficienze, ai nostri sbagli. In noi c’è un plus che ci sfugge, che “è fuori dal sistema”, che ci rende unici e preziosi.
In tutto il libro è sempre evidenziata l’importanza del corpo, come luogo dell’accadere, luogo della percezione. Mi sbaglio?
È così, senza il corpo non avremmo storia. Senza le percezioni, le sensazioni, la memoria della nostra carne, lo spirito non avrebbe identità. Solo risuonando nel nostro “vaso” corporale, lo spirito diventa musica, e con un timbro unico.


















