domenica 26 aprile 2026

Su Luci e eclissi di Alessandro Fo

Alessandro Fo, Luci e eclissi, Einaudi 2026

recensione di Giancarlo Baroni

Noi entriamo nella vita come uno squarcio di luce, come una forza carica di energia destinata a dilatarsi, a svilupparsi stabilendo connessioni e contatti. La strabiliante ricchezza del nostro venire al mondo e della nostra crescita prima o poi e inevitabilmente ci induce a porci degli angoscianti interrogativi: perché questo processo spontaneo e insieme miracoloso che è la vita a un certo punto rallenta, si ripiega su sé stesso, si affievolisce, avvizzisce, si spegne e procede inesorabilmente verso la fine, verso l’eclissi? Cosa verrà dopo e cosa resterà di noi? I nostri progetti, sentimenti, desideri, aspirazioni, passioni, illusioni, verranno cancellati e spazzati via, spariranno insieme a noi? Vivere alla fine si basa su un inganno, sopra un drammatico raggiro del destino?

Interrogativi inquietanti purtroppo ineludibili. Il traduttore, critico e poeta Alessandro Fo riflette e ragiona su queste acuminate e intricate questioni nella recente raccolta poetica Luci e eclissi (Einaudi, 2026). Lo fa, e questa caratteristica è rilevante, senza cadere in un atteggiamento solipsistico, senza smettere di sentirsi parte di un destino condiviso, senza abbandonare un atteggiamento di apertura verso la realtà e verso il prossimo; lo fa in empatia profonda con le persone e con le cose che quotidianamente aggiungono un briciolo di speranza e di bellezza al nostro esistere.

Numerosi i versi in cui il sentimento di precarietà, di provvisorietà e di finitudine si manifesta con misurata intensità e contenuta evidenza. Cito alcuni frammenti che riguardano sia il destino personale di ognuno di noi («si sa che poi non sai mai quanto duri») sia quello comune e  collettivo («poi un giorno finirà, non si sa come»). Una domanda senza risposta purtroppo si impone: «ma come si può fare, / l’idea del proprio finire, a accettarla, / a sentirla davvero naturale?».

La provvisorietà si posa sulle cose come una polvere che le ricopre e gradualmente le corrode fino a farle svanire; cose e oggetti destinati a essere prima o poi dimenticati e gettati via: «sbiadiscono le foto, le canzoni / si scordano e prendono congedo».

Alcune  persone frequentate dall’autore hanno lasciato in lui un lampo indelebile di armonia e di grazia. A volte ne cita il nome, per esempio il poeta Massimo Vetta «castano, bello, gentile, / riservato, elegante. / Passava nella vita come defilandosi»;  Luigi Manzi, architetto e poeta, «è stato un uomo delicato e cortese»; Sofia, bella, simpatica e brillante ritratta mentre fa lezione, eccetera.

Lo sguardo colmo di partecipazione e di coinvolgimento di Alessandro Fo si rivolge verso i più umili e bisognosi di attenzione e di aiuto, verso gli emarginati e gli esclusi. A cominciare dai detenuti nei penitenziari, dai reclusi in carcere: «alcuni testi», confida l’autore nei dettagliati appunti a fine libro, «sono legati a un’attività di volontariato culturale presso l’istituto di pena di San Gimignano – Ranza». Il suo sguardo si posa di volta in volta sugli anziani nelle case di riposo, su chi non sta bene e stenta a sopravvivere, sui rifugiati e sugli homeless, «sulle badanti slave [che] cercano panchine / per il pranzo, domenica mattina / nel parco. È andata un’altra settimana, / domani è lunedì si ricomincia».

Il tema metaforico dell’eclissi, inteso come declino, affievolirsi progressivo delle speranze e sbiadire della memoria, come oblio («come e quanto verrai tu ricordato / e da quanti e per quanto…»),  si amplia alla condizione davvero in pericolo dell’umanità oggi, al tramonto del mondo: quartieri interamente distrutti dalla guerra, macerie disseminate ovunque coprono i morti, bambini disperati e affamati «mentre migliaia di case vanno in polvere / sotto le bombe / mentre scompaiono migliaia di persone».

Come trovare «un senso a tanto male»? Per fortuna compare all’improvviso un inatteso accenno di arcobaleno, una scia luminosa, una striscia di luce, uno spiraglio che fa sperare nell’esistenza di ponti che oltrepassano la nostra limitatezza, il nostro ristretto io. Restare per esempio nel cuore di altre persone, durare attraverso i propri versi nell’anima e nel ricordo dei lettori: «E so che per qualcuno / (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto / ha dato luce e senso a qualche istante, / ha fatto sì che vi si ritrovasse / con commozione una vita fra tante…».

”riguardo me stesso senza artefatti”, “divento me per sottrazione”

Andrea Tosi, Filari, peQUod 2026
collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto
Prefazione di Antonio Fiori

recensione di AR




“Tiberiade rigata di pianto / saliva al suo lago, guardava / da sotto a parole / come scale di un’eterna pazienza; / quella voce riportava le cose / a voler essere sé stesse” (p. 49)

La voce di Andrea Tosi ha un timbro nervoso abilmente velato da una visione per così dire ampia, filosofica, evangelica: si inerpica nei frangenti di un vissuto che la poesia ricompone e riappacifica pur mantenendo traccia dei vicoli ciechi, delle difficoltà o delle tortuosità che ogni cammino d’uomo è chiamato ad affrontare: “non scelgo non / giudico aspramente ciò che ingiunge / la sorte; lo prendo mi ci accorpo, / siedo e riguardo me stesso senza artefatti, / (…) / il futuro è bianco / e senza remi // mi raccolgo ogni giorno / con gentilezza” (p. 44); “la memoria confinata a paura, / o sfiducia.. /  è àncora al procedere. // Socchiudo la mente / e nel travisto del sonno / emerge la traccia, sentore di fiamma / in sentiero che accende, muove inneschi” (p. 42).

Le immagini sono impastate di accostamenti insoliti e depistanti; sono come delle molle sotto carica, sul punto lasciar andare l’energia accumulata con una buona dose di ironia: “puntello in vivere i progetti / come sassi, che al cammino / sotto i piedi nel fango / mi danno quel tanto / di sostegno, per quanto / si può.. / se non altro, senza quelli, / sarebbe peggio” (p. 39); “una presenza; // si attesta come senso / d’intrusione, illecito esistere, / spazio rubato al niente / che poteva essere / invece di me // me ne resto allora al di qua / della mia mente” (p. 35); “sono una finestra appesa / da cui guarda / una divinità sognante, / mentre sogna di un uomo / con lo sguardo in sospeso” (p. 33).

Scrive giustamente Antonio Fiori (p. 8) che in questa raccolta: “Il corpo vibra nell’attesa del contatto, spera nel disvelamento di un segreto, o almeno nell’aiuto per scegliere il sentiero da prendere.” 

Così non sorprende che il poeta si analizzi e si moltiplichi, faccia sintesi di sé diffondendosi, “divagando sul nulla del mondo” (p. 13), in cerca in fondo di corrispondenze, di anime-coscienze affini, un desiderio di abbracciare che fa i conti con la disillusione o quantomeno l’impermanenza: “come quando solo mi fondo col niente / di fuori e sparisce la gente, // un fatto senziente / rimango, / la forma del vuoto, / un accedere andante / fra moli di vento” (ivi).

Pur aleggiano fra questi Filari una sorta di cupio dissolvi, mi pare che le poesie elaborino questa tendenza perniciosa oggettivando la questione, offrendola a una condivisione che permette di affrontarla da una prospettiva comune, dunque più panoramica e in definitiva più efficace perché se sappiamo fare spazio il nostro io si fa più umile, impara ad affidarsi e coltivare la una attesa meno desolata (quindi più speranzosa). A tal proposito, mi piace concludere questa nota di lettura con la seconda e finale strofa della poesia a p. 15: 

Da una sequela di scelte in serie
nasce un sentiero inguainato 
a me,
dal passato ad elidere il mio accumulo
in carenza, assimilo
mancanze a mancanze,
desistenze in avanti,
divento me per sottrazione


venerdì 24 aprile 2026

Un “ci sono!” in segno di gratitudine

Raffaela Fazio, Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer, Giuliano Ladolfi Editore 2026

recensione di AR




Intitolo questa recensione con un passaggio della premessa (senza titolo) di Raffaela a questa sua raccolta che sento molto vicina. “Io (ci) sono” è il nome che Dio rivela a Mosè (Esodo 3,14) e, nella declinazione dell’eccomi (io ci sono per Te, Signore), in ebraico hinnèni, è la risposta dei profeti (ad es. 1 Samuele 3) alla chiamata dell’Altissimo. Praticamente tutta la dichiarazione di poetica che questa premessa è, la condivido pienamente ma lascio a chi mi legge di assaporarla personalmente anche perché fondamentale per inoltrarsi, con il gusto dell’avventura, nel territorio evocato con struggente maestria dalla Nostra.

Nel bel saggio introduttivo di Sara Ferrari, “La poetica dell’eccomi”, troviamo: “Le poesie si muovono in un’opera di continuo attraversamento, come se il confine tra idea e corpo, tra citazione colta e grido personale, fosse la materia stessa di cui sono fatte.” (p. 7). E ancora (p. 8): “Scrivere è rispondere a una chiamata – e all’esistenza stessa – con assoluta disponibilità, nonostante l’inadeguatezza e le fatiche che ci abitano.”

Canta Raffaela nella poesia incipitaria che dà il nome alla silloge: “Sì, tutto è breve. Che importa? / (…) / Ma voglio / proprio il tendermi sull’arco / dell’ignoto / avere ancora sete. / (…) / Non è il desiderio / a renderci infelici / né l’imprevista fauce della sorte” (p. 17).

Nella poesia che segue, Quale parola, Signor Wittgenstein?, auspica: “Allora venga / la parola che ha coscienza / della sua insufficienza / e canta, chiama / libera il pensiero, lo rende / viva carne anche se tende / a un altrove” (p. 19). 

A p. 23, Ci siamo incontrati per caso, Signor Montaigne, Raffaela con un tocco di elegante ironia afferma: “La vita / è quello che si tenta / è un essai.”

E rivolgendosi a Popper: “Ha ragione. Se osservo non vedo / che un istante, una parte / in mutamento / (…) / Allora, Signor Popper, so che la verità / non è concessa” (p. 24) “Per questo finché posso / scelgo la fede, il partito preso. / (…) / Mi comprende, Karl? Alla mia età / si corre ogni rischio / per questo tipo (infalsificabile) / di eternità.“ (p. 25).

In Sì, Signor Nieztsche (p. 30): “ed è un Sì a fondo perduto / senza ritorno / che va ripetuto / nella scelta / di volere ciò  che ci accade / l’accadimento.”

A p. 35: “E se l’incontro è vero / non è perché rivela il suo segreto. / È grazie a dove ha luogo: là sul greto / dell’invalicabile / dove lo sguardo gemma dallo sguardo / e fiamma accende fiamma.”

A p. 36: “portiamo dentro - da sempre – / uno sconfinamento.”

A p. 46: “Ogni distanza ci forma.” 

A p. 58: “Io voglio che i miei figli / abbiano fede / in quello che può rendere più giusto (più godibile) / il lato che si tocca, che si vede / di ogni vita.”

Nella penultima poesia, Ted e Lamed (che, come scrive Ferrari (p. 8), allude “alle consonanti che formano la parola ebraica tal, «rugiada»”), incontriamo un vero salmo (dagli echi hillesumiani) che si chiude con questa invocazione (p. 89): “Dimmi che mi ami / di volta in volta / perché nessuno ti trattiene / e dei tuoi suoni / non posso fare provvista.”

È sempre per me assai coinvolgente leggere le poesie di Raffaela, così pervase da una intelligenza paolina ricca ed esuberante, pregna della complicata e intrecciata energia creativa imbevuta di vissuto desiderante, che caratterizza una voce poetica autentica, rivelatrice, apocalittica, dialogante, capace di ascolto, entusiasta. In una parola, profetica.

Scrive Paolo Pera nella sua estollente postfazione intitolata Quel «sì» detto coi filosofi (p. 103): “Di Raffaela Fazio, ancora, potrà essere memorabile l’intento di porre la disponibilità  come centro psicologico del suo io poetante. Un io capace di accettare il peso di essere ferito, confutato e, soprattutto, trasformato.”

Leggere i veri poeti, trasforma e ci permette di assaporare una “bellezza, che non è edulcorazione del reale, ma accresciuta intensità di contatto e vivacità di visione.” (p. 5).  

A Roberto Casati la Targa Giancarlo Giancarli

Complimenti a Roberto Casati per la Targa Giancarlo Giancarli assegnata dal Premio Francesco Giampietri alla raccolta Oltre la linea dell’aquilone!









mercoledì 22 aprile 2026

Un tempo nuovo “ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza”

Un tempo nuovoCarla Malerba – Fara – Pagg. 56 – ISBN 978-88-9293-151-9 – Euro 12,50

Recensione di Franca Canapini pubblicata su Arte insieme



… Ora sotto lo specchio immoto / fluttuano foreste d'erba / con braccia amorose invocano / i messaggeri del disgelo.

Come le foreste d'erba che, fluttuando, invocano un prossimo disgelo, così l'essere umano invoca che qualcosa o qualcuno sopraggiunga a liberarlo da una condizione di chiusura e solitudine. Qualcosa accade, un improvviso bagliore che lacera la notte, e la vitalità dell'essere si risveglia, esplode. L'essere entra in Un tempo nuovo. Nel quale “Come gioia pura” “A tratti senti”.

Così, iniziando dall'ultima poesia, mi piace cogliere l'essenza di questa raccolta, ultima fatica di Carla Malerba, dall'immagine di copertina del tutto allusiva al contenuto: rovine in primo piano (il passato) quasi del tutto ricoperte da una rigogliosa vegetazione (il presente). La vita ritorna sempre ciclicamente nella natura, come nell'intimità umana. “Come gioia pura / l'oro delle foglie / scende lieve dai rami / a formare tappeti solari / muoiono / ma risplendono / ciclo che si chiude/attesa che si rinnova”.

La poetessa si è rigenerata, ha conquistato un tempo nuovo; ora vive e canta il suo sentire presente in cui dominano la contemplazione della bellezza “Nell'albero la luce del crepuscolo…” e la meditazione quieta sulle cose del mondo “E' il dono della vita / che stupisce / è l'occhio universale / che risveglia / accenti d'amore alle creature…”

Il ricordo del passato non soddisfa “Ritornare / è un po' come morire / anche i luoghi invecchiano / e negano la dolcezza del vissuto…” “…sentire il vuoto dell'indifferenza verso passate stagioni / di cui l'unica certezza / è l'incerta memoria…”.

In questa nuova dimensione intima è il tempo presente che conta, un tempo di accettazione e di serenità, un tempo in cui lo spirito si riempie di gioia per le cose piccole, ma a ben vedere grandi, che ci sono state donate insieme alla vita; le cose essenziali del mondo cantate dall'amato Francesco d'Assisi: “… per quella famiglia / di sole, d'aria e vento / d'acqua di fuoco e stelle…” Ed ecco che ricorrono sparse nei versi le parole quieto/a, lieve, luce, cielo, sole a testimoniare la gioia di vivere in questa rinnovata semplice spiritualità, dove anche la morte è dono di Dio.

Lo stile di Carla Malerba sembra essersi ulteriormente affinato, ora consiste in poche parole selezionate con cura per testi brevi, quasi frammenti, dal dire essenziale e delicato, fatto di espressioni spesso nominali.

Dai versi in cui, come esprime nelle due meta-poesie presenti nella raccolta, privilegia chiarezza e semplicità, si sprigiona una musica dolce e una certa misteriosità, quasi che le parole ci raggiungano dalle nostre lontane origini. Molto efficaci le immagini rappresentate, talvolta anche suggestive “… il fischio del treno / ancorato alle rotaie/ripete senza sosta/le stesse parole ferrate d'addio…”

Un tempo nuovo è una raccolta di poesia in frammenti che, se lo leggi e lo rileggi, ti si squaderna con forza nel cuore in vastità di luce e bellezza, donando benessere all'anima.
Trascrivo qua sotto tre poesie come esempio di ciò che si può trovare di bello e di vero nel libro.

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martedì 21 aprile 2026

Gocce di vitalità condensate in versi dirompenti

recensione di Vincenzo Capodiferro pubblicata su Insubria Critica


Como una ebrietad / Come un’ebrezza è una raccolta di poesie di Gladys Besagoitia Dazza, scrittrice peruviana, edita da Fara, Rimini 2025.

«La poetessa italo-peruviana» scrive Alessandro Ramberti nella postfazione, «ci invita a scovare il buono nel quotidiano, a godere degli affetti, dell’amicizia, della natura, a inebriarci di relazioni in cui il tu e l’io diventano un noi, che esonda, contagia, moltiplica il bello che c’è un ogni persona».

Ogni giorno sono più vicina
alla fine del mio viaggio
sento il volo veloce delle ore.


Gladys nei sui versi, come un sismografo preciso, registra i palpiti del vitalismo cosmico. Siamo immersi nel fiume eracliteo del tempo, che è la struttura stessa dell’esistenza, come ci insegnano gli esistenzialisti, questo fiume, che - riprendendo la nota di Alessandro - spesso esonda: il Bene, nel linguaggio antico dei neoplatonici, è proprio come questa inesauribile sorgente d’acqua che sovrabbonda e sgorga, è come Sole, inesauribile sorgente di luce. Ed i versi di Gladys sono fluidi e luminosi, come quel Bene inesauribile.

Dopo le ore tenebrose,
vivere respirare ridere
amare sorridere rinascere
entrare con gli occhi
nel giardino del mare.


Poesia è specchio di vita che si dimena tra “luce e ombra”: in questi versi rigogliosi che si iscrivono nella cornice della vitalità, senza punteggiatura, cioè senza pause, in una continuità assoluta; in Natura vige il principio di continuitas. Si inneggia al vigore che sorge e risorge dall’erlebnis, si respira aria di dannunziano panismo, come l’albero che

mi penetra mi cresce dentro,
radici tronco foglie musicali
respirano come i miei respiri.


La Natura è fatta di cause e forze interne e cause interne. Questa potenza vitale è divina. La poesia diventa espressione di vita, non è un puro esercizio musicale. Come un’ebrezza è un canzoniere attento e vispo che risente di uno scientifico e intuitivo coglimento del flusso di un bruniano universo, di quello spirito, che in fondo è il respiro del mondo stesso. La poesia crea appunto quella dionisiaca ebrezza e si connette con l’emotività cosmica. Non c’è nei versi di Gladys rielaborazione, ma espressione pura, così come all’anima si presenta il palpito emozionale, puro flusso di incosciente coscienza, non ancora riflessa, prima del tocco magico della ragione, che come Mida, trasforma tutto in oro. Leggere i versi di Gladys ci riporta quasi in contesto originario della poiesis, intesa come mimica, impulsiva creatività, imitazione della divina creazione.

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Chiamami: la poesia poliglotta e fluviale di Alessandro Ramberti

recensione di Germana Duca


Da oltre un decennio Alessandro Ramberti è impegnato in una ricerca poetica che allude ai valori positivi che la vita può offrire coniugando l’uso della ragione, il dono della fede e la padronanza delle lingue. Un’impresa complessa, ma non per lui che, fin dall’adolescenza, si è cimentato con l’esperanto e ha studiato con passione diversi idiomi stranieri, compresi quelle orientali, in cui si è poi addottorato. Già in Orme intangibili (2015) ciascuna sequenza era chiusa da una parola in caratteri cinesi, tradotti anche nel suono: gioia, meta, fede, bellezza, spirito, anima, scegliere, farsi carico, aiutare… Poche parole, aperte a una visione di umanesimo universale, ascendente, utile ad innalzare fino al divino la pesantezza di ogni persona. Di tale prospettiva verticale Ramberti dà testimonianza anche nella raccolta successiva, Non so resistere (2024). Ispirata al Convergere in alto di Teilhard de Chardin e corredata, in calce a ogni poesia, dalla traduzione in esperanto, l’opera veicola la luce della “buona notizia” contenuta nel messaggio evangelico “kiu ampleksas ĉion / che abbraccia tutto”, provando a mettere in relazione l’atomo e la stella, l’anima e il corpo, la materia e lo spirito, l’individuo e la comunità. 

Comunione e comunicazione, nella scrittura creativa di Alessandro Ramberti, sono quasi sinonimi e la sua silloge più recente Chiamami (Fara Editore, 2026) ne dà stringato e largo conto. Stringato perché i testi - numerati da zero e trentatré per omaggiare la durata della vita terrena di Gesù -  vivono nello spazio di una pagina, con lunghezza variabile, da tre a ventitré versi. Largo, di converso, è il potenziale comunicativo di ciascun componimento, tradotto in cinese - ideogrammi e relativa pronuncia -, esperanto, inglese e latino. “Poesia universale”, chiosa Gianni Criveller, dal momento che “senza traduzione, il messaggio poetico non si muove, non esce dal punto di partenza e il poeta fallisce”. 

Dedicata “a chi mi ha preceduto”, l’originale raccolta incuriosisce fin dall’immagine di copertina: un uomo, ritratto di spalle, contempla un paesaggio endoreico, con rilievi che impediscono alle acque di un bacino fluviale di defluire verso il mare. A tale limite si giustappone l’illimite di un cielo indefinito - aurora o tramonto? - che, con i suoi colori caldi e accoglienti, diviene visione d’infinito, vocazione: “Chiamami…” Quante volte da familiari e amici ci è sta rivolta questa richiesta; e quante volte siamo stati noi a chiedere di essere chiamati? Nell’esortazione vi è sapore di preghiera e ansia di dialogo; desiderio di essere lievito nell’impasto umano, il contrario dell’egoismo e dell’orgoglio: “noi ci affidiamo / è un buon inizio un passo / insieme un condividere il destino”. Dall’incontro tra grazia divina e libertà umana, ecco l’azione creativa, frutto dello svuotamento, antefatto di ogni elevazione: “Dimentico spesso di avere ciò che non ho // svuotandomi divento / più ricco”. 

Il pensiero corre a un’affermazione messa in bocca da Paolo Volponi, nel romanzo Corporale, a un suo alter ego, lo scrittore Joaquín Murieta: “Attraverso lo svuotamento raggiungevo l’esaltazione”; e più oltre: “Io, pellicano sventrato, vendo le mie viscere”. Con le debite distanze e differenze, anche i testi poetici di Alessandro contengono verità corporali e spirituali, ora concordi: “la nostra materia / quando è sfiatata / si eleva”; “A te che sei nell’oltre / non servono parole / ti basta il crepitio / di queste mie sinapsi”; ora tese ed ossimoriche: “c’è infatti in me un dissidio / fra indipendenza e affido / fra scelta ed abbandono / in questa lotta ha luogo // il nostro magnetismo / con le polarità in tensione”. Nel contempo, in sintonia con L’attesa di Dio di Simone Weil - se Dio c’è, essere chiamato è la prima cosa che si aspetta da noi - Alessandro avverte di avere accanto un Padre desideroso di un suo cenno per accompagnarlo nella ricerca dell’essenziale fra “le misteriose onde della benedizione”. Più avanti, ecco un altro richiamo - espresso con una serie di imperativi - che distoglie il poeta dall’intenzione di lasciar riposare i moti del pensiero: “mentre una calma attenta // sussulta preoccupata / sento una voce dirmi: / Risvegliati sigilla / racconta questo sogno / confida in me  che sono / l’onesto messaggero // il tuo custode alato / l’abbraccio del divino / con l’anima e la carne”. Ascoltare è già abitare la pace; ogni parola, anche la più piccola, mette in contatto cielo e terra, apre all’inclusione; diviene epifania, rivelazione. 

Muovendo dall’episodio evangelico in cui Maria di Magdala conserva alcune gocce di olio di nardo, su consiglio di Gesù, per donargliele nel giorno della sepoltura, è come se la poesia di Ramberti usasse il dono di  cinque lingue per sollevarsi, per trovare la direzione verso un punto luce dove far convergere tutti i colori e le ombre della realtà: “puoi mettere assieme i colori / cantare visioni commuovere // o farti vicina portando / con te la riserva l’ampolla / con l’olio di nardo purissimo / che rende possibile attendere persino nel vuoto sospeso / in cui è scaduta la vita”. Da qui il profumo potente ma delicato che emanano queste pagine, prive quasi del tutto di punteggiatura, aperte al sogno di un altrove, scandite da un ritmo sicuro, ricco di sfaccettature. Ritmo fluviale, si direbbe, benché radicato nella misura piccola del libro, con citazioni (da Alfieri, a Recalcati, a Zappalà), ringraziamenti, epilogie di amiche e amici (Zanotto, Criveller, Giangoia, Fraccacreta, Armenti), nel succedersi di antiche e nuove lingue,  cooperanti con l’italiano.

Ma c’è dell’altro: un atto di Battesimo, accuratamente scritto a mano il 19 giugno 1960, folto di ascendenze e genealogie, è posto come un sigillo prezioso in fondo a Chiamami. Il documento, col suo valore liturgico e insieme teologico, allude alla finitezza umana dialogante con l’eternità, nella ricorrenza dei nomi lungo la parabola del tempo: Alessandro, Francesco, Giordano… “Chiamami col nome più esotico / quello del fiume che scende dal Libano / si allarga in Galilea / scende parecchio al di sotto / del livello del mare / morendo nell’abisso / dove tutto si cristallizza / e ti fa galleggiare”. Sì, perché in fondo siamo solo questo: nomi; nomi scagliati verso l’infinito.