mercoledì 29 luglio 2026

Comporre il tempo tra il pensiero e la parola

Alberto Mori, Framing, Poesie

recensione di Maria Grazia Martina


Il poeta raccoglie i propri sguardi, i propri percetti, entro perimetri coreografici che sollecitano continui spostamenti della visione. 

Una ritmica mobile lega fraseggi, aggettivazioni e azioni. 

Le sezioni della raccolta sono precedute da incipit corsivi, paralleli ai movimenti della ripresa cinetica, con le indicazioni dei movimenti compiuti contemporaneamente dall’occhio e dalla penna: «transito infermabile nella mutazione». Questo verso (p. 61), come quelli a seguire, estrapolati da una trama di eventi inclusivi, condensa il flusso infermabile della scrittura: «presto rarefà dati trasparsi» (p. 53); «Mutazione sonora dellolfatto visivo» (p. 51). 

Il poeta, pagina dopo pagina, verso dopo verso, parola dopo parola, compone il tempo per scarti, contrazioni, digressioni. 

Procede per ossimori e irrelazioni: «Locchio composta immagine composita» (p. 44), dal noto allignoto: «Lo sconfinabile arruolato nellillimite ignoto» (p. 50). 

Indagini talvolta apparentemente deliranti, ma basta una sosta perché affiori, per un attimo, il luccicare del senso: «Per quanto tempo restiamo fuori dal tempo?» (p. 41). Una domanda perentoria nel circuito costante tra il pensiero e la parola, incantesimo dilatato da ogni orizzonte, follia della parola, follia dell'immagine generata, mai definita, mai incamerata, mai circoscritta, mai incorniciata. 

Tutto si dipana in direzioni multiple: «Risalgo appena sopra al confine… così?» «Vedi dove siamo ora?» (p. 23). In un non luogo senza percorsi mappati, ma nel caos di parallele e angolature lenticolari, di similitudini, parvenze, estroflessioni verticali, diagonali estranee. 

«Nella visione del tempo accade anche l'impassibile» (p. 9). È il verso chiave dellintera raccolta, che ho letto e riletto prima in avanti e poi allindietro, seguendo il moto quasi “acquatico” dellesplorazione proposta dal poeta. Uso questa metafora perché la sensazione è di viaggiare in mare aperto, agganciata a una penna resistente che fila a pelo dacqua fino in fondo, per «Attendere la perla sommersa della pescatrice» (p. 33). 

Più che agli aspetti stilistico-verbali ricorrenti nel linguaggio del poeta, mi sono attenuta alla cinetica di uno spazio mentale e visivo espresso nella sceneggiatura della raccolta. È qui che Framing rivela la propria forza: non nella definizione di unimmagine, ma nel suo continuo farsi e disfarsi, nel movimento incessante di una percezione che non si risolve mai in una forma definitiva, lasciando il lettore in unesperienza di attraversamento più che di approdo. 


25 luglio 2026 - 18.17 


Maria Grazia Martina (San Cesario di Lecce) è artista, poeta verbo-visiva, docente e critica d'arte. Attraversa arte, parola e memoria come territori porosi, tessendo opere che non si impongono allo sguardo, ma chiedono ascolto, tempo e partecipazione. 

sabato 25 luglio 2026

“Ho trovato il tuo sorriso segreto”

Sulla silloge poetica La strada di casa di Le rose e il deserto (Fara 2026, opera vincitrice al Narrapoetando)

di Subhaga Gaetano Failla




   I versi di La strada di casa (un bel titolo, vivido e semplice, quella “semplicità che è difficile a farsi” direbbe Brecht) sembrano incisi nella roccia e scritti sull’acqua, similmente a ciò che avviene per le nostre azioni più autentiche: destinate in ugual misura al tempo e all’oblio.

   Le poesie di questa raccolta, scritte da Le rose e il deserto, nome del progetto artistico di Luca Cassano (Corigliano Calabro, 1985) nel quale confluiscono poesia e cantautorato, sono devote alla beatitudine di una resa incondizionata all’esistenza. Versi in stato di grazia, come nello splendore di questa poesia:


      Chiedevo


Ho trovato il tuo sorriso segreto

Mentre cercavo la strada di casa

E una scusa qualunque

Per poter dire che alla vita, io

Non chiedevo

Niente.


    Nella scheda biografica in quarta di copertina, a proposito del nome del progetto artistico di Luca Cassano, leggiamo: “Come le rose del deserto rimangono sepolte sotto la sabbia finché un Tuareg non le trova, così le parole restano confuse fra i ricordi finché un’intuizione non le mette in fila in forma di versi.”

   Queste poesie ispirate, in stato di grazia, si diceva, e di gratitudine, ritornano come flussi di marea all’arrendersi al mistero esistenziale, e all’amore che tutto governa e incendia come fiamma ardente, all’amore che ferma il tempo:


      

      Sibari 


Sulla spiaggia di Sibari

Aspettavamo che agosto

E l’amore

Ci dettassero le loro condizioni

Per la resa.


      

      Sciolti 


Se ci vedessero passare per strada

Penserebbero di certo

Ai vetri rotti,

Ai lacci sciolti,

Forse ad un inciampo;

Che ne sanno 

Di quanto sia facile per noi

Con un bacio

Fermare il tempo.



      Passato remoto


Con la punta delle dita mi scrivevi

Romanzi d’avventura sulla schiena;

Mi spiegavi che la sera 

È degli amanti;

Io avevo passi falsi 

E un passato remoto,

Tu eri un alfabeto alieno,

La scoperta del fuoco.


   La ricerca della strada di casa si realizza nel perdersi, nello smemorarsi, nel dissolversi nel nostro mare infinito. E come nelle istantanee folgoranti delle poesie zen, scopriamo che questa strada è già qui, in un attimo di semplice quotidianità che ci trafigge e illumina:



       A(f)fondo


Sei àncora

E sei ancòra;

Sei starmene affacciato alla finestra

A misurare la lunghezza della sera,

A misurare le parole

Per spiegare che

Se spesso affondo

È perché dentro ho il mare.


     

       Acqua e limone


Ai giorni chiedevamo soltanto

Una strada per andare,

Qualche ora di sole

Per fissare i pensieri migliori

Alle ossa

E un bicchiere di acqua e limone 

Da bere in silenzio

Alla finestra.


   Il libro La strada di casa, pubblicato nella elegante collana “Crossover” di Fara Editore, è arricchito nella pagina iniziale dalle motivazioni di due giurate del concorso Narrapoetando 2026. Scrive Leda Erente: “La raccolta mostra una grande capacità comunicativa ed emotiva, attraverso l’uso di immagini fortemente espressive”. E per Sheila Moscatelli, la strada di casa è “Quel momento in cui arriva la consapevolezza di non dover più cercare, di potersi spogliare di tutto”.


   La sera dell’11 luglio 2026, durante la kermesse a Fonte Avellana organizzata da Fara Editore con tema Attesa, ho avuto la fortuna di assistere a un emozionante reading di poesie, a cura dell’autore stesso, tratte da La strada di casa. E subito dopo il pubblico presente nella sala dell’incantevole monastero dell’anno Mille, ha potuto ascoltare anche le sue seducenti canzoni. 

venerdì 24 luglio 2026

La distanza necessaria

Gennaro Grieco, Indizi per il giusto riposo
Rimini, Fara editore 2026, € 12,50

recensione di Enrico Cerquiglini



Quando, nel 2007, recensii Apprendimento di cose utili, osservavo come Gennaro Grieco concepisse la poesia non come un esercizio estetico, ma come una forma di conoscenza, un «percorso didattico di trasmissione di realtà» capace di opporsi alla deriva nichilista e mercantile del nostro tempo. A distanza di quasi vent’anni, Indizi per il giusto riposo non smentisce quella lettura: la approfondisce e la porta a una maturazione ulteriore. Se allora il poeta cercava le «cose utili» per comprendere il mondo, oggi sembra cercare gli «indizi» necessari per abitarlo senza esserne travolto.

La prosa introduttiva, Quando ormai abitavo l'altrove ovvero breve storia di uno stacco e uno scatto, ha il valore di una dichiarazione di poetica. Quell’«altrove» non è fuga dalla realtà, ma la distanza necessaria per poterla osservare con maggiore lucidità. Da qui prende avvio un percorso articolato in cinque sezioni (Consapevole di tanta considerazione, Io so essere, Ci cattura un lembo di cielo, di aria, Trittico dell’arduo disincanto e Indizi per il giusto riposo), che si leggono come le tappe di un’unica meditazione sull’uomo, sul tempo e sulla possibilità di conservare una misura interiore.

È proprio la parola misura una delle chiavi della raccolta. «Il tempo è una misura ed il ritorno / può essere una speranza»: in questi versi si concentra il nucleo del libro. Grieco continua a interrogare il presente senza abbandonarsi né al pessimismo sterile né all'illusione consolatoria. La speranza esiste, ma va conquistata; il ritorno non è nostalgia, bensì recupero di ciò che la contemporaneità rischia di cancellare.

Ritroviamo la stessa tensione etica che caratterizzava 
Apprendimento di cose utili. La poesia rimane un atto di resistenza contro l’impoverimento dell’umano. Lo dimostrano versi come «Ciascuno abbia il sale e la rosa, l’esile / giunco legato al polso a ricordare», dove la memoria diventa un gesto quotidiano di fedeltà alla vita, oppure l'invocazione «Ditemi di un nido, di un orizzonte, / di quanto ancor vivo sia un sentimento», che sembra condensare l’intera ricerca del poeta.

Accanto alla dimensione più intima permane quella civile. Grieco guarda il nostro tempo con severità, senza mai cadere nella declamazione. «Solo uomini di massima sciocchezza / zelanti camerieri di un re pazzo» è un giudizio che vale ben oltre la contingenza politica, così come «Pietà per la luna che non ha colpe / per le ire di questa terra disfatta» restituisce l’immagine di un mondo ferito, incapace di ritrovare armonia con sé stesso.

Anche sul piano stilistico il poeta conferma una progressiva essenzialità. Il linguaggio è ormai completamente liberato da ogni compiacimento letterario; il verso procede con naturalezza, sostenuto da immagini limpide e da una meditazione che non rinuncia mai alla tensione lirica. È una scrittura che non cerca l’effetto, ma la necessità.

L’epigrafe dell”ultima sezione, affidata a Nicolás Gómez Dávila – “Chi non volta le spalle al mondo attuale si disonora” – offre una preziosa chiave interpretativa. Non si tratta di rifiutare il mondo, ma di sottrarsi alle sue logiche dominanti, di difendere uno spazio di libertà e di coscienza. È, in fondo, la stessa funzione che Grieco continua ad attribuire alla poesia.

Indizi per il giusto riposo si pone così in perfetta continuità con 
Apprendimento di cose utili, ma con un accento diverso. Se nel libro del 2007 la poesia insegnava soprattutto a vivere, oggi insegna anche a resistere, a custodire il tempo, la memoria e il sentimento in un’epoca che sembra averli relegati ai margini. È il libro di un autore che ha raggiunto una piena maturità espressiva senza rinunciare alla propria originaria vocazione: fare della poesia uno strumento di conoscenza, di responsabilità e, soprattutto, di umanità.

lunedì 20 luglio 2026

Una poesia corporale che deraglia verso l’infinito

Daìta Martinez, sant’anna
ilglomerulodisale 2025

recensione di Flavio Vacchetta



La poesia di  si anima di “gesti bianchi“, srotolandosi in versi fluidi di inarcature, che tavolta mi richiamano una certa cadenza bertolucciana (specialmente se letti dall'autore – anni e anni fa andava in onda, forse la domenica mattina, La camera da letto; un giornale commentò il dato auditel di zero) in lessico tutto sommato eletto, a un grado di filtrazione non esasperato ma ancora sul versante pertrarchesco; un'impalcatura sonora densa, che musicalmente definirei, melodicamente e armonicamente, piuttosto ricca di cromatismi; si ritrovano iterazioni quasi ipnotiche, litaniche, di una poesia che è evocazione e auscultazione:

e ancora trema al tempo il tempo
ogni vuoto dopo il vuoto che rimane
piccolo scarto di cuore ha il fiore nella pioggia 
Vi sono fatti minimi, piccoli sconvolgimenti, stillicidi, grani di rosario …

Su sant’Anna e soprattutto su quale sia la sua relazione con la poesia, pare evidenziarsi una certa adesione a, e radicamento in, un preciso contesto; una religiosità terrestre, un’emersione insistente di piccoli dettagli concreti, sia pure in una fine decantazione di metafore; direi un qualche sentore di santità, di gigli, di incenso, di cera e altre essenze; il tutto, poi, trasognato, traslucente (“il tempo fugge che t'assonna“ - Dante):

il giglio ancora assonna l'origine nell'ora;
adesso che il mercato assonna il ronzio
delle stelle una lacrima resta d'inverno
sul corpo dimenticato di palermo dirsi
notte ha nome sottratto alla nascita del
tempo tutto il volto è silenzio e tremare …

Insomma è una poesia dove traspare la carnalità, la materialità; una poesia che manifesta ansia di elevazione ma che non può, forse non vuole distaccarsi completamente dal corpo. 

D’altronde veniamo da una cultura religiosa che, pur nell’aspirazione alla trascendenza, ha sempre praticato il culto del corpo, delle reliquie, come pure dell’autoflagellazione, dell’ascesi attuata attraverso la mortificazione carnale (O segnor per cortesia manname la malsania) in una sorta di delirante compiacimento autopunitivo.

Sul contesto che dicevamo essere fondamentale, palermitano e storico, noi abbiamo solo un’immaginazione alquanto limitata e turistica, di catacombali corpi imbalsamati con procedimenti miracolosi, oppure di chiese convertite in moschee convertite in chiese, con conseguente sparizione e riapparizione di immagini sacre.

Dunque la religiosità sta nella storia, nello sguardo, e la poesia assume magari sì, talvolta, la forma o gli attributi di una preghiera, ma laica.

Se posso aggiungere una nota extratestuale, riflettevo anche sulla calligrafia di alcune brevi righe in calce alla mia copia del libro, scrittura che mi ha incuriosito per la linearità essenziale ma animata dai netti prolungamenti orizzontali, verticali e diagonali di alcune lettere, come la “t“ nitida come una croce, ma anche affilata come uno stiletto. Ho provato a intravedervi convergenze con la scrittura poetica, e le ho immaginate in una ricerca di essenzialità, di geometrie, di equilibri, che però deborda in segmenti che deragliano verso l’infinito o verso il cuore.

domenica 19 luglio 2026

CORPO CHE LA VOCE UMANA a Milano 25 luglio 2026

 


SABATO 25 LUGLIO ORE 18.30

VIA TADINO 20 MILANO


HAPPY HOUR & READING


LUIGI PASOTELLI

CORPO CHE LA VOCE UMANA


INCONTRO A CURA DI ALBERTO MORI




LUIGI PASOTELLI (Cremona 1925 –Milano 1993) è considerato uno dei più importanti poeti sonori italiani appartenenti all’area dello sperimentalismo fonico e visivo.Dal 1982, alle soglie della sessantina, il suo periodo di maggiore produttività che ricopre circa un decennio. Partecipa ogni anno alle più alle più significative rassegne di poesia e teatro sperimentale in  Italia e nel mondo.A questi stessi anni,risale il nucleo forte di quello che  sarà il progetto Serraglio che conterà alla sua morte 25 poemi  fono visivi. Sei di questi poemi, grazie ad un prezioso documento postumo realizzato dagli eredi, saranno in videoproiezione durante l’incontro ed hanno intensità scenica ed espressiva per testimoniare lo straordinario corpo a corpo col linguaggio e col pubblico delle performance del poeta.     

giovedì 16 luglio 2026

Un tocco lieve, incisivo, affidato

recensione di Gianni Marcantoni


Alessandro Ramberti cattura l'attenzione del lettore proponendo versi leali, nitidi, diretti, al contempo intimi, quasi sussurrati, come avviene nella sua nuova silloge Chiamami, attraverso un uso delle parole fortemente sentito, curato ed essenziale “(sì sono imprescindibili in questa situazione le parole ma ti prometto di non usarne molte benché chissà forse sono già troppe)”. Questo verso, a mio avviso emblematico, sembra subito evocare l'intero sentire poetico dell'autore, intriso di profondità, in cui l'uso delle parole include già il rischio che si corre nell'immergere una mano nell'acqua limpida con la possibilità di agitare il fondale sollevando la sabbia e intorbidendo quell'acqua trasparente. Allora il tocco del poeta deve essere leggero, il tocco dell'anima deve sempre risultare lieve ma allo stesso tempo incisivo, per saper giungere al fulcro dell'esistenza-essenzialità umana. La ricercatezza del linguaggio, l'attenzione che ne emerge, impongono numerose riflessioni sui temi della solitudine, delle ombre, delle ferite dell'anima, dello svuotare e del riempire, forse uno spazio, forse un sentimento, oppure “quel vuoto in cui è scaduta la vita” - come ci ricorda Alessandro - ma anche sulla sete, o meglio sulla necessità di amore/di amare, come irrinunciabile ricerca della fede, della luce, sia interiore, intesa come senso di pace, di dolcezza-tenerezza, sia esteriore, ossia con un occhio rivolto alla realtà circostante, piena delle sue insidie, al fine di trovare una guida, una direzione in mezzo al caos del mondo. Anche il tema della pazienza viene evocato tracciando le traiettorie percorribili dell'individuo, la pazienza che conduce ognuno al senso del possibile, al raggiungimento di un'armonia, quella che sembra allo stesso modo affiorare dall'intensa tessitura di queste liriche. I versi diventano “fiumi al di sotto del livello del mare morendo nell'abisso dove tutto si cristallizza e ti fa galleggiare”. Questo è il tutto che la poesia può infondere e instillare, la sensazione di galleggiare in sospensione tra spiritualità, materia e abisso, ma anche di affidarsi là dove non è possibile trovare una sponda sicura, un confine ben delineato partendo da un ascolto, o da un sussulto interiore, fino a captare quei segnali sublimi, le vibrazioni percepibili che gravitano nell'atmosfera. La poesia nasce forse dalla presa di coscienza delle falle che vivono dentro ognuno e dunque dallo scaturire di una voce che evoca una rinascita, un fondo solido sopra cui si genera la spinta che solleva il proprio cuore alla potenza invasiva ed estensiva della vita. Nel “chiamare” sembra quindi esserci una presenza vicina, anche fraterna, che non ci lascia soli, nonostante le più profonde insicurezze e inquietudini.