sabato 7 marzo 2026

POESIA E SPIRITUALITÀ A CELLOLE: SABATO 14 MARZO IL VI RADUNO DI "CONDIVIDENDO POESIA" NEL SEGNO DEL SACRO


Tra le pietre millenarie e il silenzio rigenerante del Monastero di Cellole, la parola poetica torna a farsi soffio e preghiera. È qui, a pochi passi dalle torri di San Gimignano, che sabato 14 marzo alle ore 15.30 si terrà il VI raduno nazionale del gruppo poetico "Condividendo Poesia", la realtà letteraria nata dall'intuizione e dalla passione di Benedetto Ghielmi.
L'appuntamento di quest'anno si spoglia di ogni mondanità per abbracciare un tema ancestrale e necessario: il Sacro. Non una riflessione puramente teologica, ma un’indagine in versi su ciò che resta inviolabile, puro e trascendente nell'esperienza umana.


Massimiliano Bardotti ospite d'onore
A guidare i partecipanti in questo percorso sarà un ospite d'eccezione: il poeta Massimiliano Bardotti. Noto per la sua capacità di far vibrare la parola tra terra e cielo, Bardotti porterà la sua testimonianza di una poesia che è, prima di tutto, ascolto e ricerca interiore. La sua presenza trasformerà il raduno in un vero e proprio laboratorio di spiritualità condivisa.


Reading poetico
Al termine dell’incontro con Bardotti i poeti, provenienti da diverse zone d’Italia, avranno modo di leggere dei loro testi sulla tematica del sacro, andando ad amplificare l’eco poetico a Cellole.


L’omaggio ad Antonio Morelli
​Il cuore dell’evento batterà nel ricordo di Antonio Morelli. A lui, poeta dalla spiccata sensibilità è dedicata l’intera manifestazione. Un omaggio doveroso a un autore che ha saputo tradurre il quotidiano in versi eterni, lasciando un'eredità di bellezza.

Un invito alla bellezza
Il raduno non è riservato ai soli addetti ai lavori: l’entrata è libera per chiunque desideri accostarsi alla poesia in un luogo che, di per sé, invita alla meditazione. Il Monastero di Cellole diventerà così un porto sicuro per chi cerca, nel caos del presente, un momento di autentica connessione umana, spirituale e artistica.













Il tempo vero

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



Non c’è che dire: la produzione poetica edita di Carla Malerba comincia a essere consistente e questa, se non vado errato, è la quinta raccolta che ho il piacere di leggere, raccolta che ha una sua autonomia al pari delle altre, le cui tematiche sono sempre originali e di conseguenza la verve poetica finisce con l’essere mai ripetitiva. Ho citato il francese verve, che grosso modo corrisponde come significato all’italiano brio, per indicare quella capacità di saper esporre la propria arte con facilità e soprattutto con un dono di creatività che non è frequente.

Carla Malerba non si smentisce anche con questa silloge, in cui, alla chiarezza dell’esposizione, si accompagna anche una verve a tutta prova, un’onda ritmica capace di materializzarsi sul foglio, come in Come gioia pura: “Come gioia pura / l'oro delle foglie / scende lieve dai rami / a formare tappeti solari / muoiono / ma risplendono / ciclo che si chiude / attesa che si rinnova.” È una visione autunnale incentrata sul colore di una stagione che è forse la più bella, dove la natura può sembrar morire, ma invece si pone in attesa di rivivere.

Peraltro anche le poesie successive sono un canto alla natura, un’estasi di fronte al mondo che non finisce di stupire e le intuizioni dell’artista sono tali da provocare stupore per quella capacità di rendere disponibile a tutti ciò che lei vede con i suoi occhi e con la sua anima. A riguardo ci sono dei versi che meglio di me esprimono questo concetto e sono quelli che compongono Cattedrali di luce: “Cattedrali di luce / volte ardite / nella follia dello slancio / aneliti di cielo / Rimane poi nell’ombra / il desiderio dello sguardo / sospinto verso l’alto / nel riflesso del vasto mezzogiorno.” Si tratta della descrizione di un meriggio d’estate, abbagliante di luce, immagini che scorrono davanti agli occhi, felici scelte creative capaci anche di trasmettere un'atmosfera.

La raccolta prende in parte il nome da una delle poesie ivi contenute, intitolata Era un tempo nuovo, ma il tempo non è mai nuovo o vecchio, il tempo scorre inesorabile, e noi lo vediamo in modo diverso con i nostri sensi. Così il tempo nuovo di Carla Malerba è una visione diversa di ciò che ci circonda, è un riflesso mediato inedito di quella realtà oggettiva che osservata da ognuno di noi diventa soggettiva. Non siamo mai fotografi disinteressati del mondo esterno, siamo invece pittori che lo dipingiamo secondo il nostro sentire ed è per questo che il meriggio descritto nei bellissimi versi di Carla non sarà mai uguale a quello tratteggiato magari anche da poeti di gradissimo valore. La sensibilità che è in noi non sarà mai uguale, quella stessa sensibilità che ci permette, ovviamente grazie a una innata capacità, di scrivere “A tratti senti / fluire il tempo / il tempo vero / non questo tempo / l’altro / del tutto che si compie / vuoto d’ore / eterno.”

Ecco, l’artista ha saputo cogliere il tempo oggettivo, non quello che è misurato dal nostro rapporto con la vita che scorre, un tempo talmente veloce e talmente eterno da sembrare fermo.

Nel leggere le poesie di questa raccolta mi sono sentito piccolo, anzi minuscolo, un insignificante granello di polvere rispetto all’immensità dell’universo, ma avere la sensazione che qualcun altro, in questo caso chi li ha scritti, abbia saputo trarre da questa condizione il piacere di parlarne, di rapportarsi con quella realtà che quasi sempre ci sfugge, l’averlo fatto al meglio, con felici intuizioni, è stata una consolazione, un po’ come aver scoperto di poter essere grandi nonostante la nostra connaturata limitatezza.

venerdì 6 marzo 2026

IL BALCONE POETICO a cura di Benedetto Ghielmi

 







PAZZA VELOCITA'


Sibili di vento

stridono

sull’asfalto rovente.

Bolidi sfrecciano incuranti

e si impalano su alberi

come fiammiferi graffiati

che prendono fuoco

all’istante.


(Fabio Gioiosa)


*







IL BALCONE POETICO: è uno sguardo fugace sul mondo attraverso un componimento inedito di un poeta o di una poeta. Un uscire ed entrare nel mondo come si fosse comodamente posti su un balcone. Una rassegna poetica Realista Terminale che incontra, però, tutte le poetiche dei circa 3.000000 autori e autrici che incidono la carta nel nostro Paese. Un segno tangibile ma, soprattutto, un urlo della nostra sacra umanità.


IL BALCONE POETICO a cura di Benedetto Ghielmi








MANI DI VETRO


con le mani raccogliamo i pezzi

delle vetrate sventrate

tramutandole in benevolenza:

fresche come un ventilatore nella calura.

succhiamo il sangue dalle ferite -

creandone un’opera d’arte per il louvre.

accarezziamo gli spigoli, destandoci

al vero come una sveglia a notte fonda


(Benedetto Ghielmi - poeta Realista Terminale)


*



IL BALCONE POETICO: è uno sguardo fugace sul mondo attraverso un componimento inedito di un poeta o di una poeta. Un uscire ed entrare nel mondo come si fosse comodamente posti su un balcone. Una rassegna poetica Realista Terminale che incontra, però, tutte le poetiche dei circa 3.000000 autori e autrici che incidono la carta nel nostro Paese. Un segno tangibile ma, soprattutto, un urlo della nostra sacra umanità.


mercoledì 4 marzo 2026

Stefano Calemme fra i vincitori del premio "I Murazzi - Sezione E: Poesia Singola"

 Gentile Poeta,


ci congratuliamo per le poesie che ha inviato al PremiI Murazzi per la sezione E Poesia singola, e che abbiamo deciso di includere nell'antologia Voci dai Murazzi n. 11 che stiamo stampando.


Cordiali saluti
Elogio della Poesia
il Presidente
Sandro Gros-Pietro



Guardare le cose che cadono

ne toglie un po’ gli anni di dosso

forse ancora incastrati in un tempo

che lento non chiude la corsa.

Dunque prova a strapparmi di peso

dal vento che immobile mi resta

appiccicato come colla aderente

e mi tiene ancorato alla vita

di una stupida sagoma terrestre.

Solo allora finalmente starò

nel volo che tuttora mi aspetta

a contare quanti metri davvero

mi serviranno da crollare di netto

per poter rimanere l’avanzo

di assurda gioventù a mezz’aria

che degli altri rapisce lo sguardo.


*

 

Il silenzio che porta la pace

arriva di notte, e mi spaventa

è la voce della tua assenza

imminente che cambia il tono,

non il ritmo del tuo tornare.

Ora vorrei confondere il pianto

fra quei rumori infinitesimi

con cui si scontrano gli atomi

mentre diventano materia ignorata

dei sorrisi che in questa stanza

appesa al niente hai smesso di darmi.


*


A metà della mia finestra

si guardano un pezzo di cemento

e un ramo senza dirsi la natura

di come li hanno creati, si sfiorano

timidi sanno che non dovrebbero

appartenere allo stesso spazio

una forma impassibile nel vento

e l’altra che non gli resiste mai,

ma continuano a stare, si toccano

per impostazione involontaria

come pezzi difettosi di materia scartata

nel silenzio di tutti si scoprono

vivi nell’altro che non sono.





martedì 3 marzo 2026

Raccolta innervata da una lingua poetica musicale e solenne

recensione di Vincenzo Capodiferro
pubblicata su Insubria Critica - marzo 2026



Atlante delle ferite è un’opera poetica di Stefano Calemme, classificata prima al Faraexcelsior, pubblicata da Fara, Rimini 2025: «raccolta innervata da una lingua poetica solidissima, musicale, solenne, un flusso dal passo lento che non concede mai nulla al superfluo e che anzi fa di uno stile sorvegliatissimo ed elegante la sua cifra definitoria,» si legge in una motivazione del poeta Davide Valecchi. L’opera è suddivisa in quattro sezioni che corrispondono appunto alle coordinate dei quattro punti cardinali, proprio come in un atlante.

Gli alberi cadono in disgrazia
quando smettono di essere amati.
Diventano rovine di un tempio sacro,
ogni foglia una reliquia devota al buio.

Bellissima questa immagine della natura oltraggiata. Le ferite dell’animo umano si riflettono in tutto l’universo. Le foreste sono templi sacri, come ai tempi degli antichi druidi. Le foreste sono naturali cattedrali gotiche. Stefano ci propone una topica di una dimensione psico-cosmica offesa, violata. Ogni uomo passa inevitabilmente dalle forche Caudine di traumi più o meno forti e psico-fisici. Come peste la ferita è la regina indisturbata del mondo per tanti lustri, basta seguirne con animo sbigottito, il suo corso sterminatore, più o meno cruento, ad intervalli più o meno estesi. Poesia è frutto di questo dolore e dolore è frutto di amore ferito. Dolore e amore nell’uomo hanno una natura intenzionale: si riferiscono sempre a qualcosa, o a qualcuno. La perdita è perdita di qualcuno o di qualcosa. La ferita indica esistenzialmente uno sconquasso, una lesione traumatica, ma parimenti un’intima esperienza dolorosa.

Il richiamo di chi si disannuncia
ha il valore di un inno cantato
da una frontiera senza il peso
della gravità, l’argine
dove le cose senza nome vanno
insieme per cieli.


Anche qui notiamo il valore del silenzio e dell’assenza che è più forte a volte della semplice presenza. Questo è il profondo significato dell’esistente. Euripide strepitava: - Gridi chi ha voce più forte del silenzio! Il silenzio, il vuoto danno senso alla voce, all’essenza ed all’esistenza. La morte paradossalmente dà senso alla vita: quel “vivere-per-la-morte”.

Passeggiando tra le tue ossa,
ho visitato le rovine di una città
come in pellegrinaggio per la pace,
c’erano mura spoglie del calore umano
battiti conservati nel vetro
e un mucchio di acerbe ansie.


Fitta questa metafora delle città necropoli, ove vagano anime dannate e morte, spente del calore vitale e della luce estra-fisica. Munchiani personaggi senza volto, pirandelliane maschere, spettri s’agitano in uno schermo teatrale, che oggi ancor più si è trasferito sui quadretti che si portano appresso notte e giorno, platoniche caverne, cellulari appesi a invisibili catene che imprigionano l’umanità osservante. Magari fosse “lo spettro che s’aggira per l’Europa” che turbava Marx. Sono spettri informi, incolori, inodori, insapori. Come è brutto sentirsi insipidi. Il sale della terra dove è finito? La luce del mondo dove è finita? Ci sono sempre quei gramsciani chiaroscuri, pericolosi, infide come fiumare sordomute. Con il tabu della morte, della sofferenza, della malattia svaniscono i labili confini tra regno dei viventi e dei morti: non c’è più differenziazione, ma negazione, semplice negazione, senza superamento.

La poesia di Stefano Calemme non è di facile lettura, è una poesia filosofica, dissonante, fuori coro. Bisogna rileggerla più volte per cogliere un non-senso, tipico del nichilismo giovanile in atto. Non è più il petrarchesco “giovenile errore”. Si riflette quel luogo dello smarrimento tipico della società liquida, del disagio giovanile. Però questo groviglio di versi intrecciati in trame più disparate rivela un mondo fatto di assurdità e di sconforto, ma anche di superamento o, meglio, di esistenzialistico oltrepassamento. La coscienza ferisce: il prendere coscienza, ma questo passaggio è necessario e la poesia, in questo caso, come logos farmaco si propone come unguento risanatore. Sicuramente Stefano con questi presupposti sarà un ottimo insegnante.

mercoledì 25 febbraio 2026

Bruno Bartoletti presenta la sua più recente raccolta a Sogliano al Rubicone 7 marzo 2026

La notte ha un sapore di cose lontane (raccolta antologica 1997-2023), Fara Editore.



Un INVITO per sabato 7 marzo, ore 16, un tè in Biblioteca a Sogliano al Rubicone, per un incontro e un saluto.
Ormai non resta che aspettare... gli ultimi trenta anni di lavoro sono racchiusi in questo libro, in cui ho raccolto le poche parole che ho ritenuto di poter salvare.
Le letture di Andrea Marinelli saranno accompagnate da alcune sorprese, ispirate dal mio “I veri viaggiatori partono per partire”.
Che sia questo un viaggio, se non verso l’oceano, verso quel piccolo mare che ciascuno porta dentro di sé.

Cordiali saluti

Bruno