recensione di Flavio Vacchetta
Il titolo del libro di Mauro Ferrari, Vedere al buio, sembra sottendere un’interpretazione metapoetica. La poesia è lo sguardo del veggente, o del cieco; e questo conduce a reminiscenze omeriche. Ma anche montaliane, se leggiamo l’esergo, sempre in tema: ”Solo quello che vedi / con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo”; in particolare, Forse andando in un’aria di vetro, che presenta l’atto del voltarsi e del vedere. Non è un semplice sguardo indifferente, ma è il ”miracolo”, del nulla su cui, come in un moderno Matrix, si accampano poi le usate e ingannevoli sembianze del reale.
D’altronde, ciò che si svolge alle nostre spalle, non del tutto percepibile dai nostri sensi, può amplificare la nostra paura dell’ignoto:
Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda…
(Inferno XXI, 25-27)
C’è da capire se intravedere con la coda dell’occhio aggiunga un elemento di complessità ulteriore al quadro della percezione.
Ad ogni modo, allude a un vedere, come a un udire, che è appunto più un estensione che non una limitazione della nostra sensibilità.
Purtroppo il passato, il disfacimento, gli oggetti, le memorie, le parole… sembra non si salvi nulla, e il ”Rimanente” (titolo della prima sezione) sembrano essere appunto ’reperti‘ (Quattro reperti dopo la fine) che non risparmiano nemmeno il linguaggio: vi sono forse echi di civiltà sepolte, in lacerti di scritture di incerta decifrazione.
Sognavano probabilmente di
pero prevalse
e infine
”Vedere al buio” significa anche specchiarsi nella natura, come nelle scene di ”Vita da cortile”, che offrono precarie risposte, e mute domande, ma sicure corrispondenze. E significa anche aggiungere oscurità a oscurità, come in una Pesca di notte, dove, sull’abisso di ciò che risiede sotto il pelo dell’acqua, si cala la penombra del mondo di sopra, e in questo frangente il galleggiante fa da tramite, da segnale per il pescatore d’anime in veglia.
Vi sono spesso immagini acquatiche, ma intirizzite, infracidate, fangose, come in un mesto film di Tarkovski, sicché da questa broda a stento spunta qualcosa; perlopiù si tratta di un buttare, di un espellere, che sembra più una fatica di Sisifo, e infatti ”È lì la nostra vita, in fondo: / nel periodico svuotare / lavatrice e lavastoviglie, / o nel cestino dei rifiuti” (Il cestino). Pure, a volte si celebrano anche nascite (Anna).
Abbiamo accennato a concordanze omeriche, cui dovremmo aggiungere almeno quelle virgiliane e bibliche. Ulisse, Enea, Ismaele, tutte figure di profughi, migranti. A volte ritornano, ma non sembra esserci pace e riposo per loro. A loro si associano figure di migranti ed esuli moderni, infatti, nonostante tutto, la poesia di Ferrari è partecipe della vita civile e tiene gli occhi ben aperti sul mondo a coglierne ogni barlume di luce, perché a vedere al buio ci si può abituare.