Invito alla lettura di Claudia Piccinno

 


Il vento soffia-Qualcuno lo disse di A. Lazzaroni

in traduzione e cura di Lorenzo Spurio

Bertoni editore


Pregevole pubblicazione curata dall'amico Lorenzo Spurio che ha il merito di farci conoscere una poetessa dall'indiscutibile talento. Accurata la sua ricerca di notizie biografiche e bibliografiche che inquadra l'autrice nei luoghi e nel periodo storico in cui è vissuta.

Il nostro ha scelto di tradurre due raccolte della Lazzaroni, poetessa argentina venuta a mancare pochi anni fa, trattasi di Il vento soffia e Qualcuno lo disse.

La prima silloge si snoda seguendo il fil rouge delle Città invisibili di Calvino, i richiami al grande Calvino sono una scelta voluta dalla poetessa per meglio raccontare il legame che ella vive coi luoghi della Terra del fuoco, ma si prestano anche ad indagare le solitudini delle città contemporanee e lo smarrimento delle nuove generazioni nelle vie di polvere/ nelle vie di nessuno.

Amante della fotografia, la Lazzaroni utilizza i segreti del grandangolo per inquadrare i non luoghi/ dove non va la (sua) anima.

La metafora degli uccelli che volano sulla città gelata non è altro che il tempo che passa e la decadenza dei costumi degli avi, delle sane abitudini familiari, Ella rimpiange il tempo in cui non abbondava il denaro né il tradimento.

Nella seconda raccolta al silenzio delle città essa oppone la preghiera e la poesia e cerca di sfatare i luoghi comuni relativi ai poeti.

Conclude la raccolta con un componimento dal titolo Diminuendo Decibel che vuol essere un' esortazione all'umiltà, al ridimensionamento delle vanità.


IT'S FRIDAY! Tre poesie inedite di Anita Piscazzi


It's friday! è una rubrica poetica a cura di Luca Pizzolitto


Il mio smarrimento somiglia
ad una luce mattutina,

illumina ogni gesto, ogni parola.
Le scorie di questa dimensione

non sono state capaci di spegnermi.
Illumino. Illumino qualsiasi viso

sono tesa agli influssi dello spirito,
ho voluto che si risvegliasse.

Svegliati! Svegliati. Capisci, non perdere
anche questo fuoco ustorio e la sua immortalità,

perché immortale è l’anima
che si unisce all’uno, alla luce originaria.


**


Il suono. Il primo del primo suono.
Voce cosmica, acuta di un mondo invisibile.

Ascolto il consiglio supremo: il tempo conta,
il respiro conta.

Il giorno e la notte sono una miniera sconosciuta
dentro alberga un giunco, pieghevole,
puro, sempre verde.


**


Resto nel fuoco delle mie rovine
resto, finché l’ago non inietti quel filo d’acqua.

Ritorno al punto di partenza,
ritorno alla storia, a quel menestrello

che piantava voci in mezzo ai ruscelli.

Dalla freschezza del suo canto nascevano narcisi
a distogliere la forma dell’esistente,

calamita di ogni pensiero,
scompenso di ogni ordine, ad occhi chiusi,

senza mani, coglierei basilico e giovinezza.




Anita Piscazzi, poeta, pianista e ricercatrice. Si occupa di studi etnomusicologici e didattico-musicali. Ha pubblicato: Amal (Palomar,2007), Maremàje (Campanotto,2012), Alba che non so (CartaCanta,2018), Ferma l’Ali, cd poetico-musicale (desuonatori,2020) e il romanzo Canto a silenzio. Anna Magdalena Bach (Florestano,2022). Tradotta in diverse lingue, è in “Ossigeno Nascente” (Atlante dei poeti contemporanei italiani-Università di Bologna-), in Almanacco dei poeti e della poesia contemporanea (Raffaelli,2018), in “PoetrySoundLibrary” di Londra, in “Voices of Italian Poets” dell’Università di Torino e in RaiPoesia. È stata pubblicata in antologie e in riviste italiane ed internazionali. È Premio Isabella Morra 2017, Premio InediTo 2017 e terza classificata al Premio Lorenzo Da Ponte 2021. Ha collaborato ai progetti poetico-musicali: “Alda e il soldato rock” con Eugenio Finardi; “Ferma l’Ali” con Michel Godard e al progetto teatrale: “Miss Kilimangiaro” in Kenya per “Avis for Children” con Lidia Pentassuglia. Collabora con diverse riviste poetico-letterarie e cura la rubrica di musica e poesia di “SimposioItaliano”, Revue culturelle française bilingue. 

 

Abbiati, Piccinno e Zamperini vincono il Narrapoetando 2023. Complimenti!

Complimenti ai vincitori e un grande grazie ai giurati Carla De Angelis, Colomba Di Pasquale, Giuseppe Carlo Airaghi, Filippo Amadei, Massimo Parolini per la loro competente e appassionata valutazione delle opere partecipanti. Qui sotto trovate anche i giudizi relativi alle opere votate e segnalate. Per la sez. Narrativa v. narrabilando 


Opere vincitrici


1. classificata


Storia della mia cicatrice di Francesca Abbiati (Forlì)



Francesca "French" Abbiati è nata e cresciuta in provincia di Brescia, in un paese minuscolo con una biblioteca ricchissima. I libri sono stati sempre miei compagni di vita, ancore di salvezza in tanti momenti complicati. Dopo varie peregrinazioni per motivi di studio, sono approdata a Forlì, dove ho messo radici, e dal 2009 lavoro come mediatrice interculturale. Scrivo più che altro perché non posso farne a meno e mi faccio leggere dagli altri molto poco. Alcune mie poesie sono state pubblicate in antologie edite da Fara Editore e premiate in concorsi poetici. Dal 2011 scrivo articoli su temi sociali e recensioni di romanzi e saggi per il periodico interculturale “Segni e Sogni” e collaboro con il portale Scheletri.com con recensioni di libri horror/fantasy/sci-fi.


La vita è come un fiore dai tanti petali, e tante sono le situazioni alle quali apparteniamo o siamo costretti ad appartenere, il dolore appartiene anche lui alla vita ed è un petalo che vorremmo strappare, ma spesso siamo costretti a conviverci. È a quel punto che i versi del poeta si vestono di uno sguardo che trapassa tutti i sentimenti anche quello meno piacevole e scrive, penetra nel reale e scorge quello che gli altri non sanno vedere. L’avventura inizia e continua in un divenire di parole che raccontano e cantano Favole. (Carla De Angelis)

Leggendo “Storia della mia cicatrice" ci colpisce innanzitutto la versificazione chiara e piana, azzardando potremmo definirla Pop (considerata anche la presenza nel testo di alcuni riferimenti a personaggi della cultura mainstream cinematografica e televisiva) se non fossimo consapevoli che ogni tentativo di catalogazione è sempre parziale e riduttivo.

Quella che ci arriva alle orecchie è una musicalità semplice e elementare che talvolta, scartando dai propri binari, si frantuma per poi ricomporsi mediante l’utilizzo della rima andando a comporre una serie di ballabili filastrocche elettriche. 

Ma, come succedeva a certa musica pop degli anni 80, dietro a una cadenza da ballo si esibisce un testo che non racconta storielle ma una anabasi che prende avvio da un dolore per approdare, dopo numerose prove, a una consapevolezza nuova. 

Non siamo di fronte a una raccolta di poesie singole ma a un racconto in versi che mette in mostra l’esperienza profondamente drammatica di una cicatrice personale. 

Questo diario a posteriori lascia poco spazio a sterili intellettualismi, espone una sapienza derivata da un’esperienza vissuta direttamente sulla propria pelle, e non solo in senso metaforico.

Una storia raccontata semplicemente che per la sua potenza intrinseca si eleva autonomamente a simbolo condivisibile.

Poche metafore, semmai simboli, allegorie in grado di far risuonare l’eco di una condivisione universale nei confronti della sofferenza, della rimarginazione del dolore, delle ferite che possono smettere di sanguinare.

Le poesie, seguendo il filo rosso della narrazione cronologica, raccontano l’esperienza del dolore, di come affrontarlo, scavalcarlo, guardarlo negli occhi per comprendere che in qualche maniera ci ha formato.

Un libro in cui è persino giusto che ci venga proposta una morale e un lieto fine stoico in cui la ferita si rimargina e il segno della cicatrice resta indelebile e prezioso: Ma non sapevo / Che quella forza / Su cui contavo / Venisse tutta / Dalla Me Stessa / Che avrei voluto / Lasciare indietro / (fortunatamente mi seguì / cucita a filo doppio / nella fodera della valigia). (Giuseppe Carlo Airaghi)


Un alternarsi rapido e ludico nel genere dell’(auto)ironia gnomica sagace, fatto di versi brevi, spezzati e lunghi, ispirati all’autobiografia della sofferenza infantile, con echi che possono rinviare al Teresino di Vivian Lamarque. E ancora una volta il verso si fa cucitura che restituisce un nuovo viso, una nuova identità, più della chirurgia della carne: nell’arte inseguita della poesia si compie, finalmente, il proprio “riconoscimento”. (Massimo Parolini)


2. classificata


L’implicita missione di Claudia Piccinno (Castelmaggiore, BO)



Claudia Piccinno, docente, traduttrice, autrice di numerosi libri di poesia, di prefazioni e saggi critici. Direttrice per l’Europa del World Festival Poetry fino a settembre 2021, medaglia d’oro al Frate Ilaro 2017, vincitrice Ossi di Seppia 2020, ambasciatrice per l’Italia del World Institute for Peace e di Istanbul Sanat Art, Ape d’argento del Comune di Castel Maggiore per meriti culturali. Tra i vari premi internazionali, gli ultimi: Global Icon Award 2020 for Writers Capital International Foundation, The light of Galata, Turkey 2021, Sahitto International Jury Award Bangladesh 2021, Premio alla Cultura Città del Galateo Roma 2021, Aco Karamanov 2021 Macedonia, Ajtan Zhiti 2021 Kosovo. Responsabile della rubrica poesia per La Gazzetta di Istanbul, redattore per l’Europa della rivista turca Papirus, edita da Artshop; collabora con vari blog, e-magazine e riviste cartacee, tra cui: Menabò, Verbumpress, CiaoMag, Our Poetry e Il Porticciolo. La sua voce è presente nella Poetry Sound Library curata da Giovanna Iorio. Le sue opere in italiano al link www.libreriauniversitaria.it



Bella la vita / se hai cani gatti / un pesce rosso.

L’implicita missione è una biografia interiore ed esteriore, un esercizio sulla fine e sull’inizio di ogni esistenza, è il groviglio di passato e futuro con le incertezze, le  melanconie e le solide certezze amorose. 

Poesia che guarda e si lascia ammirare.

Poesia che si traduce anche nell’esercizio che ogni poeta pratica: il verso libero, l’haiku la novità del tautogramma. Inserti quasi improvvisi ma che assieme alle tragedie contemporanee della condizione femminile nel mondo irrompono crudi e taglienti. La vita è questo. Un groviglio, una matassa da dipanare ma tutto è certo e consueto, tutto è decifrabile. Lecce e la piccola Giulia i nidi del Poeta.
Dovevamo saperlo che l’amore / brucia la vita e fa volare il tempo (Vincenzo Cardarelli). (Colomba Di Pasquale)



Una versificazione spontanea, basata su un ritmo sicuro, che procede sciolto fra cesure e legami di una tessitura fonica ospitale. Nella ricerca di una reminiscenza del sud dell’Anima che restituisca l’origine alla nostalgia del ritorno, per sottrazioni e amnesie, per desistenze e fotosintesi mnestica che innesti stupore: all’approdo attendono il padre, il cui profumo d’arance risale dalle proprie mani, e la madre con i suoi capelli increspati sulla spazzola…  Haiku e tautogrammi (poesie dove ogni parola inizia con la stessa lettera) alleggeriscono lo sguardo in attesa di un ultimo affiorare di radici inquiete. (Massimo Parolini)



3. classificata


Le quattro stagioni dell’inverno (della neve, della sera e altro ancora) di Dante Zamperini (Cavriana, MN)



Dante Zamperini è nato a Negrar (VR) nel 1972. Nel 2002 pubblica L’arcobaleno de la vita (in veronese) e Negli occhi, nel cuore. Nel 2006 esce La domenica mattina (per i tipi di Gabrielli) e nel 2014 Come legno d’ulivo (Prefazione di Eros Olivotto). Di un respiro sospeso (Fara 2021) è la raccolta poetica più recente. È inserito in vari volumi fariani: Salvezza e impegno (2010), Il valore del tempo nella scrittura (2011), Scrivere per il futuro ai tempi delle nuvole informatiche (2012), Chi scrive ha fede? (2014), Uno scarto di valore a Bardolino (2016), Perdono: dal rancore al ricordo (2017), La responsabilità delle parole (2018), Respiro (2020), L’albero (2022). Pittore e scultore nel tempo libero, per Fara ha realizzato numerose copertine.


Trovo in  questi versi similitudini che richiamano il corso delle ore, dei giorni che sembrano passare lenti come lo scendere della neve, mentre la vita scorre veloce. È una poesia specchio che riflette e riflessiva. Il poeta ha  un rapporto amoroso con il mondo e dà voce con i suoi versi al legame che ognuno di noi ha, qualche volta consciamente più spesso nascosto con il divino con il divenire di sentimenti intimi e religiosi. Sembra di stare alla finestra e guardare quel biancore che copre, nasconde e poi rivela, il primo mattino, il sole, l’imbrunire e la sera  e le altre stagioni. 
Versi che entrano nel cuore e nella mente e richiamano quelli di William Shakespeare: Siamo fatti anche noi della stessa materia di cui sono fatti i sogni e nel tempo di un sogno è racchiusa la nostra breve vita. (Carla De Angelis)


Questa silloge serve all’uomo dimentico della natura e l’attenzione al creato è necessaria ora più che mai. Gli elementi delle stagioni e gli elementi della vita degli uomini come la morte che chiude la vita. Poesia che fotografa la precarietà dell’esistenza ma al tempo stesso la sua stessa preziosità.
Nessuno lascia / il fuoco di casa.
Dedica dopo dedica si coglie l’attenzione all’altro, a quanto condiviso, anche se per un breve tratto di strada. Poesia che accoglie e ricorda. Una solida protagonista: la neve, ma anche le cime, gli squarci di paesaggi incontaminati, incantati dalla flora e fauna montani.
Mi ricorda Emily Dickinson quando, anche non essendo mai venuta in Europa, scriveva le nostre vite sono svizzere così fredde così calde. (Colomba Di Pasquale)



Opere votate


Scrivere frusta il nervo di Sebastiano Adernò (Schwangau, Germania)



Sebastiano Adernò nasce ad Avola nel maggio del 1978 e vive attualmente a Schwangau, Germania. Si è laureato in lettere moderne a Milano con un iter formativo in Storia e Critica delle Arti e una tesi in Storia e Critica del Cinema. Ha pubblicato volumi sia di poesia che di prosa.


Per l’uso sapiente del verso, tagliente, materico, che dà slancio a molteplici significati di lettura. (Filippo Amadei)



Silenzi e altri sguardi di Roberto Casati (Vigevano, PV)


Roberto Casati è nato nel 1958 a Vigevano (PV) dove attualmente vive. Ha pubblicato le raccolte di poesie: Amore e disamore (1984), Roma e Alessandra (1986), Coincidenze massime (1988), Ipotesi di fuga (1992), In navigazione per Capo-Horn (1999), Carte di navigazione (2000, in Quaderni paralleli di nuova poesia, n. 2), Carte di navigazione e altre poesie (2001, in Angeli e Poeti, n. 5), Carte di viaggio (2016). L’attività letteraria di Roberto Casati è trattata nel Dizionario Autori Italiani Contemporanei (Guido Miano Editore 2017, 5^ ed.), Contributi per la Storia della Letteratura Italiana. Dal secondo Novecento ai giorni nostri, IV vol., terza edizione (2020).


Ancora una volta

tu sei il tempo che conosco da sempre,


è dentro ai tuoi occhi che trovo

dove la notte riprenderà il discorso


baciami e stropiccia i pensieri


srotolando il cuore a nuovi margini


L’immagine semplice è quella che il poeta canta e ricanta in un flusso continuo di parole che vanno come le acque mai stantie di un fiume di pianura che corre dolcemente alla foce.

Incanta l’idea di prossimità della vita, della vecchiaia come momento ineluttabile della vita stessa; Vivian Lamarque direbbe che la vecchiaia è bellezza.

Senza alcuna pretesa il poeta canta l’esistenza e il suo flusso continuo, quasi ovvio ma necessario, il dono della vita nella sua assordante normalità.

Un sospiro d’amore e di prossimità nelle visioni estive, marine, di ombrellone. Il bello del quotidiano e la sua innata fragilità e precarietà.

Diario intimo, con date, nomi, luoghi, sensazioni, il detto e il non detto. Un bellissimo canzoniere d’amore struggente e malinconico. Breve è la vita / di tutto quel che arde (Stig Dagerman). (Colomba Di Pasquale)


Motu proprio nel teatro degli anni Settanta di Carlo Penati (Legnano, MI)



Carlo Penati tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 è stato fondatore e redattore della rivista di ricerche e studi letterari «Pianura». Suoi testi poetici hanno ricevuto premi e menzioni in vari concorsi letterari tra cui, nel 2008, il 29º Premio Letterario Internazionale Città di Moncalieri con la poesia Le ruote della luna. Nel 2010 ha pubblicato: con Fara Vorrei imprimere un vuoto nell’aria e Sincronaca (dagli anni Settanta) e con Campanotto Editore Sognare è un’imprudenza. Nella collana Limina di Anterem Edizioni ha pubblicato nel 2011 il volume di poesie Il desiderio e lo specchio e, nel 2015, Empeiria.


La poesia di memoria talvolta corre il rischio di odorare di stantio e di abusata nostalgia elegiaca, non nel caso di "Motu proprio” dove (come miracolosamente accade in poesia) è la postura, il modo di guardare onesto e senza sconti, il modo in cui viene porta la parola a fare la differenza. 

Quando i ricordi personali (che siano reali o inventati in arte fa poco differenza) sanno farsi ricordo e testimonianza di un’intera generazione, quando la narrazione di una cronaca quotidiana diventa resoconto (inevitabilmente di parte) della Storia allora può apparire un “libro” di poesie, non una raccolta, che è altra cosa, ma un libro compatto che fa i conti con il proprio vissuto e lo fa senza sconti e ipocrisie.

Talvolta si parla a sproposito o con troppa generosità di storie personali, con la s minuscola, sul cui sfondo si staglia la s maiuscola della storia collettiva, in questo caso personale e collettivo si fondono dando vita a una narrazione epica, alla narrazione di una cronaca che ora si è tramutata in storia. Cantata dal poeta con il corretto equilibrio tra enfasi e controllo diviene epica moderna, urbana, in minore. L’epica di una sconfitta.

Il riscatto dal capitalismo, la lotta di classe, gli scontri ideologici, la strategia del terrore, la fede laica in un mondo nuovo, la routine della fabbrica, il sesso e il desiderio di vita sono i temi del “Motu proprio”; il tutto narrato con una lingua controllata, priva degli abbellimenti e delle decorazioni del poetichese.

Dieci sezioni, dieci canti che utilizzano intonazioni e voci differenti (talvolta con sperimentalismi letterari che non perdono però di vista la volontà comunicativa) per narrare in ordine cronologico un pezzo degli anni settanta, di una generazione che ha creduto e lottato, talvolta in modo scomposto e violento, per un cambiamento di paradigma sociale. (Giuseppe Carlo Airaghi)


Il dono non ricambiato di Lorenzo Gafforini (Brescia)



Lorenzo Gafforini (1996) è laureato in Giurisprudenza. Dedicatosi alla poesia fin dall’adolescenza ha pubblicato otto raccolte di poesia. Collaboratore di diverse riviste di critica letteraria, nel 2022 cura anche la prima edizione mondiale del testo teatrale inedito Se tutti i danesi fossero ebrei del poeta Evgenij Evtušenko per Lamantica Edizioni. Partecipa attivamente a diversi progetti culturali, soprattutto in ambito letterario e cinematografico.


Una versificazione spontanea, basata su un ritmo sicuro, che procede sciolto fra cesure e legami di una tessitura fonica ospitale. Nella ricerca di una reminiscenza del sud dell’Anima che restituisca l’origine alla nostalgia del ritorno, per sottrazioni e amnesie, per desistenze e fotosintesi mnestica che innesti stupore: all’approdo attendono il padre, il cui profumo d’arance risale dalle proprie mani, e la madre con i suoi capelli increspati sulla spazzola… Haiku e tautogrammi (poesie dove ogni parola inizia con la stessa lettera) alleggeriscono lo sguardo in attesa di un ultimo affiorare di radici inquiete. (Massimo Parolini)



Corpo celeste di Camilla Ugolini Mecca (Verona


Camilla Ugolini Mecca nasce a Verona nel 1971, dove si laurea in Lettere Moderne. Mamma di un ragazzino di dodici anni, ha svolto per anni la professione di Counselor e Facilitatrice in Costellazioni Familiari e Sistemiche. Nel 2003 ha pubblicato con Liberty House il saggio Ambigue stanze – Un itinerario nell’opera di Antonio Possenti. Nel 2007 il racconto Il paradiso è un cul-de-sac vince il concorso Pubblica con noi indetto da Fara Editore. Nel 2021 pubblica il suo primo romanzo, Il destino dell’onda, edito da Il Falò. Nel 2022 ha vinto – in ex aequo con Natascia Ancarani - il concorso Faraexcelsior 2022, con il romanzo Tu sorgerai di nuovo.


Per la visione onirica, la verticalità del verso e del significato finale. (Filippo Amadei)



I prigionieri estatici di Stefano Serri (Fiorano Modenese)



Stefano Serri (1980) vive a Fiorano Modenese. Infermiere, laureato in Discipline teatrali al Dams di Bologna, ha tradotto e curato testi di Jean Giraudoux, André Gide, Han Ryner e altri autori. Tra gli ultimi testi pubblicati, Maldicura. Storia di un infermiere che si ammala (Sensibili alle Foglie) e le poesie di Un gatto steso al sole (Kolibris).


In mezzo ai tanti libri di poesia contemporanea in cui l’ingombrante io dell’autore si esibisce come personaggio principale quando non addirittura unico “i prigionieri estatici” ha il pregio o perlomeno l’originalità di nascondere l’io dell’autore di volta in volta dietro la voce narrante di alcuni personaggi storici che hanno avuto tra loro in comune l’esperienza della prigionia; e della propensione al misticismo mi verrebbe da azzardare.

In questo libro parlano in prima persona singolare personaggi rinchiusi in prigione; reale o metafisica che sia o addirittura autoimposta come nel caso della Dickinson. Tutti hanno uno sguardo rivolto al cielo loro negato, chi per porre domande, chi per cantare le proprie convinzioni.  

Per un verso o per l’altro queste voci narranti sono consapevoli dell’ingiustizia terrena a cui sono costrette a sottostare ma sicuri di una rivalutazione futura o ultraterrena.  

La versificazione metaforica, attenta e sapienziale dell’autore cambia tono e registro in base alla temperatura estatica delle voci narranti

La quinta e ultima sezione si stacca dal comune argomento delle sezioni precedenti per mettere in scena una rappresentazione teatrale in cui gli attori recitano un risveglio, una rinascita, una liberazione dal recinto del sonno in cui erano rinchiusi terminando libro e rappresentazione con le parole: Ho finito le prove. Ora devo iniziare sul serio. / State tutti iniziando a svegliarvi / insieme a noi. / Sento che l’anima nostra / è più grande del nostro risveglio. (Giuseppe Carlo Airaghi)



L’occhio verde dei prati di Donatella Nardin (Cavallino Treporti, VE)

punti 3 (Carla)



Donatella Nardin è nata e vive a Cavallino Treporti (VE). Pur praticando la scrittura – soprattutto poetica – da sempre, solo negli ultimi dieci anni ha dato visibilità alle sue opere partecipando a vari Concorsi Letterari con risultati gratificanti in quanto le sono stati attribuiti numerosi premi e riconoscimenti. In poesia ha pubblicato i libri: In attesa di cielo (Ed. Il Fiorino 2014); nel 2015, con la stessa Casa Editrice, la raccolta di liriche haiku Le ragioni dell’oro; e con Fara Editore, nel 2017, Terre d’acqua (1° class. al Premio Il Litorale di Massa 2019, 2° class. al Premio Città di Arona 2018, ecc.) e nel 2020 Rosa del battito (I premio al Concorso Letterario Mario Luzi 2020). Molte sue poesie e alcuni racconti sono presenti in antologie, in alcuni siti on line dedicati, in riviste letterarie e in raccolte collettanee di case editrici come LietoColle, Empiria, La Vita Felice, Fara Editore, Fusibilia e Terre d’ulivi.


La sacralità della natura  è tutta in questi versi attenti ad ogni cenno di risveglio .Sono le madri a custodire e raccogliere  e nutrire, soprattutto ad amare . Sono versi che si leggono d’un fiato  tanta è l’armonia  e la delicatezza/dolcezza che li distingue. Orizzonte aperto, perché  il compito è continuare a vivere  in attesa di una gioia  o ripetuti silenzi, mentre la  natura ci nutre  di colori e di luce e ci disseta. Versi importanti   che hanno la penna in mano e lo sguardo rivolto alla madre (natura).(Carla De Angelis)



Nel segno, il seme di Valeria Raimondi (Leno, BS)



Valeria Raimondi vive a Brescia. Fa parte del Movimento dal Sottosuolo. Con Donne A(t)traverso propone un recital sulle origini della violenza di genere. Nel 2016 viene tradotta in lingua albanese con i poeti Beppe Costa e Jack Hirschman. Suoi inediti compaiono in Distanze (Fara 2018) e alcune invettive nella Gazzetta dei Dipartimenti del Collage de ‘Pataphysique. Una sua poesia è intro dell’album musicale dei DUNK. Nel 2011 esce con Thauma la silloge IO NO (Ex-io); nel 2014 con Fusibilia Debito il Tempo, opera vincitrice del Premio Eros e Kairos. Sue poesie vengono tradotte in portoghese e presentate a San Paolo del Brasile nel 2018. Nel 2019 esce per Pietre Vive La nostra classe sepolta: cronache poetiche dai mondi del lavoro, selezione di poesie di lavoratori e lavoratrici di tutta Italia. Nel 2020 la sua testimonianza di lavoro e di vita nella Lombardia colpita dal Covid, Una storia sbagliata, viene pubblicata da MicroMega. Nel 2021 pubblica con Fara Il penultimo giorno.



Per l’indagine sul tema della parola e della sua genesi, senza mai dimenticare il tragico e il divino che si trovano nell’umano. (Filippo Amadei)



Opera segnalata


Come gira il vento di Antonella Pizzo (Ragusa) 



Antonella Pizzo è nata a Palazzolo A. nel 54 e vive a Ragusa. Ha pubblicato le sillogi dialettali Strati, E su paroli nuovi, Comu ‘n ciumi lientu. Gli e-book Partenope (Biagio Cepollaro, 2006), I morti non sono nervosi (Feaci Edizioni, 2007). Ha pubblicato le raccolte in lingua A forza fui precipizio (Lietocolle, 2005), Catasto (Fara Editore, 2006), In Stasi irregolare (Le voci della Luna, 2007), Il sogno è miele (DARS, 2009), Dentro l’abisso luccica la storia (L’arcolaio 2011). Presente in numerose antologie, riviste cartacee e in rete. Ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra i quali premio migliore sceneggiatura “I corti di Mauri” con Il passaggio, per la poesia edita il Premio Renato Giorgi 2007, Gorgone d’Argento 2009 per In stasi irregolare, Elsa Buiese 2009, Simone Cavarra 2010, per sonetto inedito premio Renato Fucini 2010. Seconda classificata al Premio Ischitella-Pietro Giannone 2008 per la silloge dialettale inedita Trapassi. Nel 2022 per la poesia inedita finalista al Lorenzo Montano. Premio Talamone 1 class. Evviva la mamma, per la narrativa inedita finalista al Caffè letterario Moak, Premio Pehnt – V edizione.

Per l’uso sapiente della parola che si fa verso e l’esattezza che rende potente il significato. (Filippo Amadei)

Così è la vita

recensione di Renzo Montagnoli su ArteInsieme

Ipotesi di misura di Francesca Bavosi

Fara Editore, Poesia, pagg. 96
ISBN 978-88-9293-067-4
Prezzo Euro 10,00




Così è la vita



Ogni volta che mi trovo per le mani un libro di poesia di un autore che mi è sconosciuto sono preso da un torpore agitato, quasi un ossimoro che cerca di rendere più chiaro il mio stato d’animo, perché leggere è semplice, ma accogliere in se stessi le parole e i pensieri di un altro non è facile. Che vorrà dire, dove vorrà andare a parare, che motivazioni sono alla base, sono tutte domande che mi frullano per il cervello e a cui cerco di dare risposta tentando di immedesimarmi nell’autore. Francesca Bavosi per me è una sconosciuta, e mi scuso con l’interessata, perché questa mia affermazione non vuole essere un pregiudizio, ma spiega le difficoltà che incontro, a volte maggiori, a volte minori, dipende soprattutto dalla chiarezza dei versi, dall’interpretazione che può essere data agli stessi, dalle tematiche affrontate. Dopo questa premessa, che ritengo opportuna, voglio passare alla disamina dell’opera, alle mie sensazioni, alle emozioni che mi ha fatto nascere.

Innanzi tutto rilevo, con piacere, che la forma dei versi è funzionale allo scopo, senza svolazzi o ricorsi a immagini d’effetto, ma quel che più conta mi è sembrata una poesia che già in prima lettura è capace di trasmettere il messaggio che inevitabilmente porta. È un mondo concreto, non evanescente, né astrattamente costruito quello che è alla base delle poesie; si tratta di riflessioni su aspetti del contingente, come in Torpore (Questo finire d’estate degradante / gorgoglia nei tombini zuppi / e intorbida il sangue, arrivano / dalle finestre zaffate di bitume / come il rantolo della stagione /e scandiscono le ore – troppo poche – / che mi separano da lunedì. / Arranco – le valigie sopra il letto – / tra i gusci di conchiglia e le provviste / per l’inverno pensando alla cicala / che muore da qualche parte muta / e ringraziando la sua vita / della mia più feconda.). Ci sono tutti gli aspetti di una stagione, l’estate, la cui fine è imminente, compreso lo stato d’animo della poetessa, con quella certezza che il tempo delle vacanze è finito e che si dovrà tornare al lavoro, con quelle ore, troppo poche, che separano dal lunedì. E cosa resta di questa stagione? I gusci di conchiglia raccolti in riva al mare, ma questo è già il passato, occorre pensare al futuro con le provviste per l’inverno. Si riprende il solito ripetitivo tran tran, in una vita che non è piena come quelle delle cicale che sono prossime a morire.

Resta il fatto che la natura ha un aspetto preminente, come nel caso dell’elegia equinoziale, equinozio di primavera, con la soffusa descrizione delle sensazioni che affiorano con la nuova stagione (Ai racconti segreti dei tetti / ai fantasmi tra i ciliegi / / alle parole importanti nelle sporte / e all’eco delle mani stupite / / alla casa antica sotto il passo / all’amico pino / / la primizia notturna della mite stagione. / / La tua primavera ha già / un nuovo sole.).

Stagioni che iniziano, altre che finiscono, ritmano il trascorrere del tempo e in questo srotolarsi di ore, di giorni, di mesi si vive, pronti a recepire i segnali della natura che cambia, anche noi parte della stessa.

In fin dei conti, con queste poesie Francesca Bavosi, parlando della vita, parla di se stessa, delle sue sensazioni, delle sue emozioni, si apre non nel cantuccio di un confessionale, ma in un libro in cui si svolgono le pagine non come elenco di peccati, ma come una silenziosa voce che scaturisce dall’anima.


Francesca Bavosi è nata e vive a Fano (PU). Laureata in Lettere classiche all’Università di Urbino, insegna con gratitudine in una scuola della sua città. Alcuni suoi testi sono stati selezionati in concorsi nazionali e internazionali (5° Premio De Palchi Raiziss, Presidente di giuria Giovanni Raboni; 4° Premio Nazionale Novella Torregiani; VI Premio Città di Conza; Premio Zeno 2021).

L’alveare assopito di Angela Caccia: “il foglio sul quale si può ancora scrivere il diario del ritorno”

Recensione e scelta di poesie di Maurizio Rossi pubblicata su Poeti del Parco il 17 Gennaio 2023 di Redazione

Angela Caccia, L’alveare assopito, Fara Ed. Rimini, 2022




C’è una sorta di ossimoro nel titolo che esprime metaforicamente anche lo sguardo poetico e quell’attenzione alle cose, tipica di un/a poeta. Un alveare nel suo insieme non dorme mai, sembra assopito perché di notte o in particolari condizioni di tempo, le operaie non escono per raccogliere il nettare; eppure, al suo interno ci sono sempre api in fervente attività. Un po’ quel che accade nel mondo degli umani, anche in periodi apparentemente oscuri.
Così nella raccolta di Angela Caccia “… I ricordi non muoiono / s’addormentano vigili / Io so di lei / la ricordo!…” in un dialogo di sguardi con una foto (forse della madre?) in uno “sparigliare” e nello “sciamare di presenze” ferve e si esplicita un mondo, pur nella quiete attenta dell’osservare e dell’osservarsi.

“Avesse un rumore la solitudine / sarebbe di silenzio / e quello di una stanza d’albergo non dà eco / eppure / avanzano tamburi al suono di neve”. Quiete e silenzio, così diversi, quanto lo sono il tempo e i giorni; ma la poesia non spiega, non descrive, la diversità: replica domande “Sentinella / quanto resta del giorno?” e ancora “quale tempo / s’accorgerà che ce ne siamo andati?”

La poesia di Angela Caccia “affastella” pensieri e immagini, in uno stile originale, apparentemente mai chiuso, come la notte che non è fatta solo di buio. Sembra che lei viva in un tempo “che si è fatto breve” – il kairòs evangelico, ma anche l’esistenza contratta dal web e dai mezzi di trasporto superveloci – eppure si affretta, sembra, a “sbirciare la pagina che segue” per voler capire se i desideri contano più di quello che non abbiamo “se la nostra è più fame di domani che digiuno”; se ci può ancora rendere felici un tempo che compensa con la piacevolezza esteriore di luoghi e situazioni sia la sua avarizia di promesse, che la nostra povertà di attese.

Né mancano nella sua poesia fughe di immagini ardite che riecheggiano miti platonici – il desiderio che sia l’ombra a guidare il corpo e non viceversa – per esprimere la solitudine e la “nudità” di chi scrive “La verità / è che si entra indifesi nel verso” dove ciascun istante di suono e senso contiene l’impronta di ogni “sé disperso” i tanti toni dell’io e delle umanità perdute. Angela Caccia sa bene che “dislocare vita sul foglio” per dare consistenza alla poesia e espressione al ricordo, è impresa ardua e spesso si è traditi dalle stesse parole che si tramutano in “pietre di inciampo”, in scandalo; e tentare comunque una forma – come più di qualcuno fa – non è sua intenzione, lei così schietta e profonda, così esigente in sé.

Per l’Autrice poetare è difficoltà di “vuotare le parole” come otri da versare fino al loro “lato ghiacciato” ma senza farsene sommergere né compiacersene: il dolore ha spesso un gusto dolce, al quale non si vuole rinunciare. Così lei conserva la “memoria del bianco” – la chiarezza, la luce – il foglio sul quale si può ancora scrivere il diario del ritorno, una traccia minima che pure fa uscire dal buio dell’assenza: il ritorno è la memoria, dove entra il tempo a dare colori nuovi all’infanzia, ma anche a ricordare che “l’orco non se n’è mai andato”.

Verrebbe di danzarla
quest’aria che inizia e si fa
spiffero    Verrebbe
da sbirciare la pagina che segue
capire se la nostra
è più fame di domani che digiuno
se attende rivelazioni – a settembre
le nuvole s’ammatassano –
verrebbe da chiedere all’Angelo
colpevole dei veleni di ciò che passa
    – Sentinella
    
quanto resta del giorno?

***

Se vivere
è questa inerme militanza
al bene e al male i versi
non avranno mai la forma di
un amore privato
    S’impara tutti per prossimità
    e tutti le stesse le cose:
vuotare i minuti insidiati
riempirli del sole a disposizione
trovare i giorni che mancano a
riallacciare la vita alla vita
isolare la pozza senza luna

***

Mi piacerebbe
per una volta
srotolare l’ombra in avanti:
fosse lei a pencolare il corpo

La verità
è che si entra indifesi nel verso
    ad ogni semitono
    il timbro di un sé disperso

***

Dislocare vita sul foglio le dà
spessore ma un’accozzaglia di parole
non trova il bandolo – ovunque
    solo pietre d’inciampo

Tutto sa di tenerezza e tutto è distanza
non è facile togliere il silenzio alle cose

    – … smalizialo allora il verso
    
tenta l’approdo qualunque! – ma
    la voce si incrina

Dicono sia la perdita
la misura dell’amore e a me resta
un pezzo di vita mancata dalla
parte del buio


***

Ti direi che è facile vuotare
le parole conoscerne il lato
ghiacciato
o l’alveare assopito – alcune
a deviarne una sillaba
tornano crepe – bisognerà
attendere che il sole le asciughi
scongiurare solitudini in cattività
gli alberi in lutto ostinato e altre
ghiottonerie del dolore – tu
    conserva sempre
    memoria del bianco
    un diario minimo del ritorno

***

L’infanzia
sul meridiano del bel ricordo
    latte che non inacidisce

Il tempo la netta la ricolora
racconta che l’orco
non se n’è mai andato

Fa presto il tramonto
ad arrochire i resti del giorno
    i contorni non danno più noia
    e gli occhi si gingillano
    in ombre di antiche tenerezze
    – mi chiedo se la
    notte sappia
    che non è fatta solo di buio