lunedì 4 maggio 2026
“Cosenza, città federiciana” XVIII ed. assegna Premio alla Memoria a Salvatore Mannella per Chiedetelo al vento che passa
“Contro la marea”, di Germain Droogenbroodt. A cura di Irma Kurti. Dal progetto “Poesia senza frontiere” della Fondazione Culturale “Ithaca” in Spagna (ITA-ENG-ALB).
CONTRO LA MAREA
La poesia
cerca la sua via
contro la marea
non può cambiare la via dell’uomo
il cui destino è incerto e remoto
ma a volte può essere un salvagente
per coloro che, nel pericolo, stanno per annegare.
Germain Droogenbroodt
da “Equilibrio fragile.”
traduzione dell’autore, Stanley Barkan e Luca Benassi
Pittura di Rauf Janlbekov, Azerbaigian
Dal progetto “Poesia senza frontiere” della
Fondazione Culturale “Ithaca” in Spagna del poeta e traduttore di fama
internazionale GERMAIN DROOGENBROODT.
AGAINST THE TIDE
Poetry
seeks
its path
against the tide
it
cannot change the path of man
whose future is uncertain and distant
but
sometimes it can be lifebuoy
for
those who are in danger of drowning.
Germain Droogenbroodt
from “Fragile Balance”
Translation by the author and Stanley Barkan
Painting by Rauf Janlbekov, Azerbaijan
From the “Poetry without borders” project of the
Ithaca Cultural Foundation in Spain, directed by the well-known international
poet, translator, and publisher of modern poetry, GERMAIN DROOGENBROODT.
KUNDËR
RRYMËS
Poezia
kërkon rrugën
e saj
kundër rrymës
ajo s’mund ta
ndryshojë udhën e njeriut,
e ardhmja e të
cilit është e largët dhe e pasigurtë
por ndonjëherë
mund të jetë një gomë shpëtimi
për ata që
janë në rrezik për t’u mbytur.
Germain Droogenbroodt
nga “Ekuilibër i brishtë”
Piktura nga
Rauf Janlbekov, Azerbajxhan
Nga projekti “Poetry without borders – “Poezia
pa kufij” i Fondacionit Kulturor Ithaca në Spanjë drejtuar nga poeti,
përkthyesi dhe botuesi i njohur i poezisë moderne ndërkombëtare Germain
Droogenbroodt.
domenica 3 maggio 2026
Una riflessione di Eliza Macadan su "I fiori bruciano" (peQuod, 2026) di Ilaria Cesarini
Attraversare il
disincanto
La
raccolta I fiori bruciano (peQuod,
2026) di Ilaria Cesarini è
un libro breve ma intensamente compatto, costruito su una scrittura che scava
con decisione nelle zone più esposte e vulnerabili dell’esperienza. Ci troviamo
davanti a una poesia che rinuncia deliberatamente a ogni forma di consolazione,
scegliendo piuttosto di abitare il margine dell’esistenza, quel luogo in cui la
memoria personale e il disincanto contemporaneo si incontrano, ma non trovano una
facile sintesi. Il titolo stesso della raccolta suggerisce la cifra emotiva del
libro - i fiori, tradizionalmente associati alla bellezza e alla fragilità, qui
diventano immagini di combustione e consumo. Nella poesia che dà il titolo alla
silloge, i fiori “bruciano sul letto
vuoto”, trasformandosi in una metafora della perdita e dell’assenza, ma
anche di una vitalità che continua a manifestarsi nel gesto stesso della parola
poetica. Il mondo evocato da Ilaria Cesarini è attraversato da una tensione
costante tra memoria e disorientamento. I luoghi - città, case, strade,
stazioni - non sono mai semplici scenari, ma spazi in cui il tempo sembra
incrinarsi, lasciando emergere una percezione quasi obliqua della realtà.
Ricorrono così immagini di frontiera, di passaggio e di attraversamento come
viaggi, scale, corridoi e sentieri. In questo movimento continuo si avverte una
parentela con alcune linee della poesia novecentesca italiana, in particolare
con quella tradizione che da Montale e Sereni ha fatto della precarietà dell’esperienza
uno dei suoi nuclei centrali. La lingua della raccolta è essenziale, ma
fortemente evocativa. Cesarini costruisce un lessico personale fatto di parole
ricorrenti (corpo, ossa, radici, silenzio) che disegnano una sorta di geografia
interiore. Non si tratta però di un linguaggio puramente intimista, perche
molte poesie aprono improvvisamente lo sguardo verso una dimensione collettiva,
come accade nel testo dedicato a Lampedusa, dove la tragedia contemporanea
delle migrazioni entra nel libro senza retorica, ma con una sobrietà che ne
amplifica la forza. Tra i testi più riusciti spiccano quelli in cui la memoria
individuale si intreccia con scene quotidiane - una cucina illuminata, una
strada di città, un pomeriggio estivo - trasformando frammenti di vita
ordinaria in momenti di meditazione sulla perdita e sul tempo. In questo senso,
la poesia finale, Restare, sembra
offrire una sorta di approdo etico alla raccolta e restare significa assumere
la responsabilità della memoria e della testimonianza, riconoscendo che anche
la solitudine può diventare una forma di appartenenza. I fiori bruciano è un libro che costruisce, con coerenza e rigore,
una poesia della resistenza interiore. Una poesia che accetta di attraversare
il disincanto del presente senza smettere di interrogare il senso profondo
dell’esperienza umana.
Se
si guarda al percorso precedente dell’autrice, questo esito appare tutt’altro
che improvviso. In Il peso delle nuvole
la scrittura di Cesarini si muoveva ancora entro una dimensione fortemente
tensionale ma più disarticolata, in cui il linguaggio cercava continuamente un
punto di equilibrio tra frammento e struttura, tra esperienza vissuta e sua
traduzione simbolica. Era una poesia attraversata da scarti, da frizioni
sintattiche e da immagini spesso irrisolte, come se il testo registrasse in
tempo reale l’attrito tra percezione e parola. In La vita anteriore questa
tensione si organizza già in una forma più riconoscibile, cioè la memoria assume un ruolo centrale
e i luoghi dell’infanzia e della relazione familiare diventano nuclei di senso,
pur mantenendo una forte ambiguità affettiva. Qui la voce si fa più
controllata, meno esposta alla dispersione, ma conserva una certa instabilità
che è parte integrante della sua autenticità.
Con
I fiori bruciano assistiamo invece a
una maturazione decisiva: la scrittura non rinuncia alla complessità
originaria, ma la interiorizza, trasformandola in una misura più salda e
consapevole. Le immagini non si accumulano più per tensione, ma si dispongono
secondo una necessità interna, e il lessico si stabilizza in una costellazione
riconoscibile che attraversa l’intero libro. Ciò che nei volumi precedenti
appariva come ricerca - a tratti ancora aperta, esitante - diventa qui un gesto
pienamente assunto. La poesia di Ilaria Cesarini sembra aver accettato
definitivamente il proprio campo d’azione, che non è la ricomposizione
dell’esperienza, ma il suo attraversamento lucido, fino al punto in cui la
parola, pur sapendo di non poter salvare, continua ostinatamente a
testimoniare.
Eliza Macadan
Ilaria Cesarini è nata a Grosseto nel 1983 ed è una docente di scuola
primaria. Nel 2011 pubblica la raccolta poetica Il peso delle nuvole (La
Bancarella Editrice), con la quale è finalista al premio “Terre di Liguria”.
Nel 2013 esce la silloge La vita anteriore e nel febbraio 2026 pubblica
la raccolta poetica I fiori bruciano edita da peQuod Edizioni. Nel 2026
è uscito in Romania il suo libro di poesie Una
linea tra di noi/ O linie între noi (Ed. Cosmopoli&Eikon, Bucarest). Oltre all’ attività di insegnamento, si occupa di promozione della
lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo
stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale
Smart Content.
giovedì 30 aprile 2026
Versi in cammino
Alessandro Ramberti, Ci sono momenti, Fara 2025
Lettura di Carla Malerba
Ci sono momenti è una raccolta densa di riflessioni orientate verso una forte ricerca di senso: infatti la silloge si apre con la prima sezione dal titolo “In cerca” significativa per la sua premessa che punta a interrogarsi sull’essere e sulla presenza di certi segnali che ci appaiono subito come tematiche dominanti.
“Guarda / basta parlare / e ci si trova qui / il racconto sospende / la memoria aderisce a percorsi nuovi / segue il ritmo della storia coi suoi tempi / le sue emozioni / e pause / mentre fuori accadono altre cose / e scorre un altro adesso / che è magari inverno / e dice di un agosto / in cui vengon giù le stelle.” (p. 15)
Questo senso dell’esistere circola nei versi e nei pensieri del poeta che plasma le sue sillogi e le conforma all’accadere, alle cose che ci sono state date, come già si leggeva in Enchiridion celeste (Ramberti, Fara 2023) i cui versi fanno sì che l’autore cerchi la bellezza di certe corrispondenze pur sapendo che niente rimane uguale a ieri, che tutto cambia, appare e scompare. In Ci sono momenti prosegue nel suo cammino di ricerca, talvolta faticoso, ma sempre appagante perché bastano certe immagini ad aprire strade di meditazione sull’esistenza che mai si possono dire scontate o intuizioni che invitano a soffermarsi dopo aver scorto varchi improvvisi di luce:
“La luce insinua le bifore dal / rosone un fascio indora il Crocifisso / con le braccia discese – il sole cala / i canti gregoriani circonfondono / le colonne e i pilastri come incenso / diventano avorio latente.” (p. 17)
I versi suggeriscono di intraprendere un cammino che sia ricco di riflessioni aperte a quei sentimenti che in noi si manifestano, dopo averne sentito l’urgenza, nelle mille sfaccettature di significato che si scorgono nei segni del cammino quotidiano, nel giorno appena sorto o tramontato. La motivazione è quella di essere vitali nel mondo assegnato, nella ricerca del passaggio di Francesco che ha saputo scorgere la santità dell’assegnazione all’uomo di una natura che rimanda allo Spirito.
La poesia di questo libro ha il compito straordinario di far cogliere a chi la sente compagna, aspetti inusuali dello spazio, sorrisi della luna, sentieri nuovi, ma anche turbamenti e incerte sensazioni ovvero “segnali imperfetti“ come il poeta stesso li chiama.
Ramberti sceglie per questa azzurra silloge – azzurra non solo per il colore della copertina, ma per la continua e potente forza di cogliere nel mondo parole la cui lettura ci rimanda a momenti di avvertita spiritualità – un titolo che è di per sé dichiarazione di poetica: Ci sono momenti e ripone in queste parole un intento che proviene dal saper ascoltare i segnali che sono collocati sul nostro cammino.
“Non solo te ho chiamato io chiamo molti / ma il suono del mio spirito ricerca / orecchi attenti” (p. 29)
Il verso scava, evidenzia il bisogno di risposta, la cerca nell’esperienza del viaggio:
“I luoghi visitati mi hanno inciso / fino a fare di me topografia”
Ci sono momenti è una raccolta che suggerisce ad ogni pagina un riferimento preciso: vi sono echi che rimandano a Francesco d’Assisi per la religiosa contemplazione della natura, al senso di smarrimento cosmico della pascoliana Vertigine, alla poetica cristiana di Mario Luzi.
La lettura di questi versi comporta la meditazione sulla nostra esistenza: essa sarebbe totalmente vana se non si udisse il richiamo; se, vagando nei luoghi del mondo, non si cogliesse l’eco della Parola nella bellezza di quanto ci circonda; se non si scoprisse l’esultanza del riconoscersi lungo la strada che si percorre e infine la gioia dell’abbandonarsi:
“Io ti dirò chi sono a braccia aperte / come un bambino fiducioso e attento /
all’essenziale. Tu sei la parabola / più bella tu sei il luogo della perla / la semplice e assoluta verità / di una sera che illumina il suo giorno.”(p. 55)
Poesie di Alessandro Ramberti tratte da Ci sono momenti
RIEPILOGO
Ci emoziona il risentire
con un trasporto diverso
i movimenti del nostro pensiero
o quelli piacevoli e dolenti della carne.
La vita è un fine
che non si può risolvere
un temporeggiare
l’ansia nascosta del respiro.
S. ANTIMO
La luce insinua le bifore dal
rosone un fascio indora il Crocifisso
con le braccia discese – il sole cala
i canti gregoriani circonfondano
le colonne e i pilastri come incenso
diventano avorio latente. Il Monte
a sud le vigne gli ulivi i cipressi
e questa chiesa romanica e franca
gemma di una più intima e santa.
SEGNALI IMPERFETTI
Il buio nella mia anima è nebbia
cosparsa di segnali fuoricorso
un silenzio che genera sussulti
senza orecchi che sappiano capirli.
RELAZIONI
Riconoscersi significa scoprirsi
comporre i passi in un cammino
che lascerà magari tracce
segnali per viandanti sconosciuti.
RIVELAZIONE
Io ti dirò chi sono a braccia aperte
come un bambino fiducioso e attento
all’essenziale. Tu sei la parabola
più bella tu sei il luogo della perla
la semplice e assoluta verità
di una sera che illumina il suo giorno.
mercoledì 29 aprile 2026
Matteo Pasqualone presenta La voce del sangue a Cesena 8 maggio 2026
domenica 26 aprile 2026
Su Luci e eclissi di Alessandro Fo
Alessandro Fo, Luci e eclissi, Einaudi 2026
recensione di Giancarlo Baroni
Noi entriamo nella vita come uno squarcio di luce, come una forza carica di energia destinata a dilatarsi, a svilupparsi stabilendo connessioni e contatti. La strabiliante ricchezza del nostro venire al mondo e della nostra crescita prima o poi e inevitabilmente ci induce a porci degli angoscianti interrogativi: perché questo processo spontaneo e insieme miracoloso che è la vita a un certo punto rallenta, si ripiega su sé stesso, si affievolisce, avvizzisce, si spegne e procede inesorabilmente verso la fine, verso l’eclissi? Cosa verrà dopo e cosa resterà di noi? I nostri progetti, sentimenti, desideri, aspirazioni, passioni, illusioni, verranno cancellati e spazzati via, spariranno insieme a noi? Vivere alla fine si basa su un inganno, sopra un drammatico raggiro del destino?
Interrogativi inquietanti purtroppo ineludibili. Il traduttore, critico e poeta Alessandro Fo riflette e ragiona su queste acuminate e intricate questioni nella recente raccolta poetica Luci e eclissi (Einaudi, 2026). Lo fa, e questa caratteristica è rilevante, senza cadere in un atteggiamento solipsistico, senza smettere di sentirsi parte di un destino condiviso, senza abbandonare un atteggiamento di apertura verso la realtà e verso il prossimo; lo fa in empatia profonda con le persone e con le cose che quotidianamente aggiungono un briciolo di speranza e di bellezza al nostro esistere.
Numerosi i versi in cui il sentimento di precarietà, di provvisorietà e di finitudine si manifesta con misurata intensità e contenuta evidenza. Cito alcuni frammenti che riguardano sia il destino personale di ognuno di noi («si sa che poi non sai mai quanto duri») sia quello comune e collettivo («poi un giorno finirà, non si sa come»). Una domanda senza risposta purtroppo si impone: «ma come si può fare, / l’idea del proprio finire, a accettarla, / a sentirla davvero naturale?».
La provvisorietà si posa sulle cose come una polvere che le ricopre e gradualmente le corrode fino a farle svanire; cose e oggetti destinati a essere prima o poi dimenticati e gettati via: «sbiadiscono le foto, le canzoni / si scordano e prendono congedo».
Alcune persone frequentate dall’autore hanno lasciato in lui un lampo indelebile di armonia e di grazia. A volte ne cita il nome, per esempio il poeta Massimo Vetta «castano, bello, gentile, / riservato, elegante. / Passava nella vita come defilandosi»; Luigi Manzi, architetto e poeta, «è stato un uomo delicato e cortese»; Sofia, bella, simpatica e brillante ritratta mentre fa lezione, eccetera.
Lo sguardo colmo di partecipazione e di coinvolgimento di Alessandro Fo si rivolge verso i più umili e bisognosi di attenzione e di aiuto, verso gli emarginati e gli esclusi. A cominciare dai detenuti nei penitenziari, dai reclusi in carcere: «alcuni testi», confida l’autore nei dettagliati appunti a fine libro, «sono legati a un’attività di volontariato culturale presso l’istituto di pena di San Gimignano – Ranza». Il suo sguardo si posa di volta in volta sugli anziani nelle case di riposo, su chi non sta bene e stenta a sopravvivere, sui rifugiati e sugli homeless, «sulle badanti slave [che] cercano panchine / per il pranzo, domenica mattina / nel parco. È andata un’altra settimana, / domani è lunedì si ricomincia».
Il tema metaforico dell’eclissi, inteso come declino, affievolirsi progressivo delle speranze e sbiadire della memoria, come oblio («come e quanto verrai tu ricordato / e da quanti e per quanto…»), si amplia alla condizione davvero in pericolo dell’umanità oggi, al tramonto del mondo: quartieri interamente distrutti dalla guerra, macerie disseminate ovunque coprono i morti, bambini disperati e affamati «mentre migliaia di case vanno in polvere / sotto le bombe / mentre scompaiono migliaia di persone».
Come trovare «un senso a tanto male»? Per fortuna compare all’improvviso un inatteso accenno di arcobaleno, una scia luminosa, una striscia di luce, uno spiraglio che fa sperare nell’esistenza di ponti che oltrepassano la nostra limitatezza, il nostro ristretto io. Restare per esempio nel cuore di altre persone, durare attraverso i propri versi nell’anima e nel ricordo dei lettori: «E so che per qualcuno / (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto / ha dato luce e senso a qualche istante, / ha fatto sì che vi si ritrovasse / con commozione una vita fra tante…».
”riguardo me stesso senza artefatti”, “divento me per sottrazione”
Andrea Tosi, Filari, peQUod 2026
collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto
Prefazione di Antonio Fiori
recensione di AR
“Tiberiade rigata di pianto / saliva al suo lago, guardava / da sotto a parole / come scale di un’eterna pazienza; / quella voce riportava le cose / a voler essere sé stesse” (p. 49)
La voce di Andrea Tosi ha un timbro nervoso abilmente velato da una visione per così dire ampia, filosofica, evangelica: si inerpica nei frangenti di un vissuto che la poesia ricompone e riappacifica pur mantenendo traccia dei vicoli ciechi, delle difficoltà o delle tortuosità che ogni cammino d’uomo è chiamato ad affrontare: “non scelgo non / giudico aspramente ciò che ingiunge / la sorte; lo prendo mi ci accorpo, / siedo e riguardo me stesso senza artefatti, / (…) / il futuro è bianco / e senza remi // mi raccolgo ogni giorno / con gentilezza” (p. 44); “la memoria confinata a paura, / o sfiducia.. / è àncora al procedere. // Socchiudo la mente / e nel travisto del sonno / emerge la traccia, sentore di fiamma / in sentiero che accende, muove inneschi” (p. 42).
Le immagini sono impastate di accostamenti insoliti e depistanti; sono come delle molle sotto carica, sul punto lasciar andare l’energia accumulata con una buona dose di ironia: “puntello in vivere i progetti / come sassi, che al cammino / sotto i piedi nel fango / mi danno quel tanto / di sostegno, per quanto / si può.. / se non altro, senza quelli, / sarebbe peggio” (p. 39); “una presenza; // si attesta come senso / d’intrusione, illecito esistere, / spazio rubato al niente / che poteva essere / invece di me // me ne resto allora al di qua / della mia mente” (p. 35); “sono una finestra appesa / da cui guarda / una divinità sognante, / mentre sogna di un uomo / con lo sguardo in sospeso” (p. 33).
Scrive giustamente Antonio Fiori (p. 8) che in questa raccolta: “Il corpo vibra nell’attesa del contatto, spera nel disvelamento di un segreto, o almeno nell’aiuto per scegliere il sentiero da prendere.”
Così non sorprende che il poeta si analizzi e si moltiplichi, faccia sintesi di sé diffondendosi, “divagando sul nulla del mondo” (p. 13), in cerca in fondo di corrispondenze, di anime-coscienze affini, un desiderio di abbracciare che fa i conti con la disillusione o quantomeno l’impermanenza: “come quando solo mi fondo col niente / di fuori e sparisce la gente, // un fatto senziente / rimango, / la forma del vuoto, / un accedere andante / fra moli di vento” (ivi).
Pur aleggiano fra questi Filari una sorta di cupio dissolvi, mi pare che le poesie elaborino questa tendenza perniciosa oggettivando la questione, offrendola a una condivisione che permette di affrontarla da una prospettiva comune, dunque più panoramica e in definitiva più efficace perché se sappiamo fare spazio il nostro io si fa più umile, impara ad affidarsi e coltivare la una attesa meno desolata (quindi più speranzosa). A tal proposito, mi piace concludere questa nota di lettura con la seconda e finale strofa della poesia a p. 15:
Da una sequela di scelte in serie
nasce un sentiero inguainato
a me,
dal passato ad elidere il mio accumulo
in carenza, assimilo
mancanze a mancanze,
desistenze in avanti,
divento me per sottrazione









