mercoledì 8 aprile 2026

Marco Tabellione su Luce solida di Alberto Mori

recensione di Marco Tabellione
a Luce solida di Alberto Mori


Si nutre di descrizioni geometriche e metafisiche la raccolta Luce solida di Alberto Mori, in cui le poesie sono scandite per lo più da terzine brevi, caratterizzate da ritmi sospesi, spesso legati a frasi nominali, ma comunque sintatticamente ridotte al minimo. Il tutto teso a dare il senso di uno spazio nudo. come se si fosse alla ricerca delle figure elementari e basiche del linguaggio umano e della realtà. In effetti intenso è il gioco dei simbolismi fra le parole, fra le quali si impostano continui parallelismi simbolici, come ad esempio quello fra onda, foglio, mare, bianco
La sensazione è che il poeta stia descrivendo una sorta di fine, un apice da cui sopravviene una rinascita, una nuova vita, come sembra suggerire la seguente lirica: «Stella morente, suono spento, dimensione gravida, sole creato».
È evidente che l'elenco nominale, dato per accumulazione, e l'assenza di verbi di collegamento, mirano a creare una predisposizione iconica che, nella sua immediatezza, possa per paradosso potenziare la forza comunicativa dei versi. Decisamente sperimentale è poi la serie di figurazioni poetiche legate a costruzioni e decostruzioni di consonanti e vocali, nel tentativo evidente di forme inedite di espressione. La scomposizione dei nomi suggerisce nuovi edifici lessicali, in cui l'immagine delle parole frantumate offre per negazione la prospettiva di un ritorno semantico – puro e autentico.
Con Alberto Mori siamo non solo in una dimensione iconica legata alla dimensione della vista, ma anche quasi in un tentativo di ritorno alle origini della vocalità, come se il poeta volesse recuperare la forza immaginativa dei primi fautori di linguaggio, che vanno considerati come primordiali poeti, i primi creatori di simboli che hanno aiutato l'uomo a rappresentare il mondo e a conoscerlo. Insomma siamo di fronte ad un viaggio negli spazi più semplici dell'espressione umana, quasi un ritorno al passato, a forme di linguaggio e arte primitiva, basata su segni primordiali e su voci non ancora articolate in parole. È forse in gioco qui il desiderio di rivitalizzare il linguaggio, in primis il linguaggio poetico, cercando di riportarlo ai primordi, ad una autenticità atavica, una purezza primigenia e innocente. Ed è come se si consumasse, nelle pagine di Alberto Mori, un rito di purificazione, una riappropriazione delle forme vergini e segniche dell'espressione e della comunicazione.
Si tratta di una scrittura a-semantica ma, come sostiene nella postfazione Amedeo Anelli quando cerca di definire la maniera poetica di Mori, non a-segnica perché un segno ha sempre senso. Ecco dunque il fine del percorso che Mori ci propone, un ritorno al senso; di fronte alla inflazione comunicativa della contemporaneità, una ripresa della comunicazione autentica, la comunicazione come comunione, una comunicazione nella quale ogni uomo ridiventa l'altro. Il poeta dunque sperimenta nuove dimensioni, che giungano ad integrarsi con le dimensioni normali, a mescolarsi e a unirsi, in una concezione olistica del mondo e del reale, testimoniata anche dall'ossimoro del titolo “luce solida”. L'immagine del titolo, infatti, lascia intendere una sorta di verità capace di porsi a metà strada tra astratto e concreto, tra l'illusione e la realtà, forse un tentativo di portare l'arte in una dimensione capace di superare il dualismo tra corpo e spirito, terra e cielo. È come se si cercasse una unità trascendente, una unità tra immagine e senso, suono e icona, linguaggio e fisicità. E il linguaggio sinestetico, immediato, avvolgente di Mori, rappresenta bene questa unità, perché nelle sue poesie iconiche siamo di fronte alla volontà di ridurre l'espressione poetica all'essenza, alla parte minimamente significativa, ma non per semplificare o ridimensionare, bensi per far esplodere ed espandere nuovi significati.

Laura Caccia su Posture di Alberto Mori

Alberto Mori, Posture, Fara

Forum Anterem 28.03.2026

nota di presentazione di Laura Caccia




Alberto Mori ha sempre messo in luce le sue posture, performative e recitative. Qui si fanno soprattutto sguardi, azioni. Come riprese cinematografiche. La citazione in esergo di Michelangelo Antonioni e i titoli delle tre sezioni, Azione, Natura e spazio, Set, ci danno indicazioni del contesto. Tra riprese in primo piano e «in campo lunghissimo». Anche fuori campo, però. Anche oltre il visibile.

Così come l’autore ci ha abituato all’esposizione dei contrasti: qui troviamo lo «sguardo del raggio / rapito dalla luce» e lo «spazio lasciato / all’abbandono dello sguardo». Nella scena e fuori scena. Nella pagina e fuori pagina. Vi sono, nel campo del visibile, «la postura ferma del dorso», e, in altro campo, la posa dell’«orecchio sulla spalla dell’altro / Da questa postura / l’invisibile ora ricorda». Un invisibile in cui mettersi a cercare, come un frugare nella borsa, come «nell’anima del cielo».

La parola di Alberto Mori qui si fa postura. Di sguardo e di azione. Un modo di essere, più che una posizione. Uno stare nel mondo. Con «Ciglia aperte» e «Retine calde». «Le gambe sul bordo» come anche «Il passo fermo sui piedi». Posture al plurale, quindi, con tutti i sensi aperti e in tutti i sensi. A sperimentare, con tenacia, le varie possibilità della parola nel risuonare dentro e fuori di sé. Fino a quando, nello sforzo, anche «la strada scrive».

Prima la realtà con Daniele Gigli a Brescia 17 apr 2026


Venerdì 17 aprile 2026 ore 18:30
Via Solferino 46D - Brescia

Daniele Gigli presenta

Prima la realtà opera vincitrice al Faraexcelsior
v. recensione di Alberto Fraccacreta

ingresso libero



lunedì 6 aprile 2026

”che sia casa il mio cuore”

Williams Busdraghi, Feroce preghiera, peQuod 2026, Prefazione di Massimiliano Bardotti, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto

recensione di AR



“La polvere ci porta via / (…) / e il fallimento ci attende, / ma io continuo.”

Come scrive Massimiliano Bardotti nella sua Prefazione (p. 8) a questa raccolta di Busdraghi, anch’io “ho trovato commovente la sua promessa finale”, in particolare i versi dell’ultima poesia (p. 78) riportati qui sopra. Qualche pagina prima (64) mi ha colpito questa struggente poesia che riproduco integralmente:

”Galleggiano i sogni
miriadi di meduse sbattute dal mare,
respiri d’anima lasciati andare,
provo a prenderli
ma fuggono tra le dita
allora apro le braccia 
e la bocca
e faccio entrare il mare,
che si casa il mio cuore.”

In realtà non trovo particolarmente ”feroce” questa ”preghiera” di Williams, piuttosto la trovo pregna di echi nostalgici, in bilico fra la (quasi) certezza di contare su chi ci/si ama combinata con una buona dose di scetticismo, forse per ripararsi dagli inevitabili momenti di crisi e dolore che costellano la vita di tutti: “Nessun desiderio rimane ancora sensato / alla fine del viaggio, / quando il passo esita e si fa pesante, / quando il fiume abbandona il greto / per lasciarsi morire nella viva / immensità del mare” (p. 63).

Eppure in nostro cammino spesso ci sorprende, ci proietta in alto, amplia i nostri confini: “amo il tuo battito che mi guizza in petto / (…) / il volo ordinato degli uccelli / che semina l’aria di preghiera / l’ordinario fulgore del risveglio / e lo stupore ancora di averti, / nel sangue, negli occhi, / nei polmoni.” (p. 62); “respiro ciò che mi circonda / per donarlo / e proteggerti per sempre.” (p. 61).

Il libro è costellato di immagini di un nitore rinascimentale, di una luce che ammanta il dettaglio e avvicina l’orizzonte; di una sensualità carica di un’energia capace di cogliere il punto, l’occasione, sapendo quanto siano preziose e irripetibili le opportunità di cogliere momenti di bellezza, consonanze di respiri e di trasporti: “Il lampo è cicatrice nel cielo” (p. 58); “cercare il giusto posto / incarnarci nelle parole” (p. 53); “Ho attraversato i tuoi polmoni, / gli alveoli / per mescolarmi al tuo sangue, / (…) / sfioro le foglie sui rami / ne accompagno la caduta, / tutto muore in silenzio.” (p. 44); “La strada divora i campi” (p. 38); “risvegliarsi nel boccio del melo / per tessere l’anima al cielo” (p. 28); “vorrei sentissi l’amore che fuoriesce dalla corteccia / riconoscessi il miracolo nel merlo / (…) / o nell’ultimo raggio di sole / che obliquo sbecca il profilo delle case / e si posa sui nostri volti.” (p. 11).

Concludo riportando la poesia eponima (a p. 17) in cui il poeta affida la parte più desiderante di sé, quella più innervata di amore e speranza: “Ti lascio ciò che ho sempre cercato, / custodiscilo, / fanne feroce preghiera. / Che sia ancora luce.”

Un ”lascito” che ogni persona credo dovrebbe coltivare, far fruttare, donare. La preghiera è vita.

domenica 5 aprile 2026

“L’infinito è tutto ciò che esiste oltre noi”

Michela ZanarellaEterna creazione, peQuod 2026, Collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto, Prefazione di Dante Maffia

recensione di AR




Le poesie di questa raccolta sono echi a me cari di passeggiate solitarie in montagna, di incontri vivificanti, di legami e affetti imprescindibili nel qui e nell’oltre, di sguardi che si aprono a panorami infiniti e sanno penetrare nell’anima e nel cosmo con la perspicace empatia di un Teilhard de Cardin. I versi scorrono come acque argentine dalle rocce, il ritmo è al contempo sostenuto e pacato come quello di un ruscello che salta e riposa, trascina e riflette: “Era ieri l’aria fedele della montagna / la conquista con lo sguardo di una cima / ora è la stessa stanza / ad assomigliare ad un sentiero.” (p. 58); “Nel silenzio della montagna / s’impara la voce dei sentieri / fino a credere nei cambi di umore della natura.” (p. 57); “Novembre inizia col silenzio dei morti nel ricordo / dei vivi.”; “Io e mia madre parliamo con lo sguardo / allunghiamo il passo e il fiato / abbiamo tutto il tempo per avvicinare mondi lontani / ora che l’amore si muove con noi / e al cielo fa piacere restare in ascolto.” (p. 55).

Ho citato dalla quarta e ultima sezione “Quartetto veneto”, preceduta da “Quartetto calabro” da cui estraggo questi splendidi passaggi: “A Placanica qualcuno fronteggia i secoli / fa come i fichi d’india / tra le spine trattiene il succo della vita” (p. 51); “Qui l’assenza è nei silenzi irreparabili / negli addii già resi al tempo / consegnare la voce agli oggetti / è l’unico sussulto” (p. 49).

Passiamo ora alla seconda e più ampia sezione intitolata ”Stagioni”: “L’infinito è tutto ciò che esiste oltre noi / antica epifania / nuovo altrove.” (p. 44); “la vita è ciò che il cielo / guarda con innocenza” (p. 43); “Stasera l’anima è uscita / a cercare vita / il corpo è rimasto in silenzio / a pregare il buio di coprire il tempo.” (p. 41)

Non percepiamo forse in Michela le vibrazioni di un cuore weilianamente attento, di voce poetica autentica e capace di raggiungere con acuta leggerezza gli angoli sorprendenti? come “erba fuggita dai fianchi dell’asfalto” (p. 37), “mentre riflessi di luce / indicano repliche di cielo / sul soffitto / e il silenzio è in ascolto di un silenzio / più profondo” (p. 35); “Appoggiata al destino / siedo felice” (p. 33); “La città è un’abbreviazione del mondo” (p. 31); ”mentre imparo dalla pelle / cosa significhi abbracciare l’aria” (p. 19). Nella bella Prefazione Dante Maffia scrive giustamente: “I versi di questi raccolta (…) lasciano nel lettore una pienezza di emozioni e lo strascico di un sentimento che ha accenti universali” (p. 6).

Siamo arrivati alla sezione incipitaria ”Trittico sulla guerra” argomento a quanto pare di estrema attualità anche nel 2026. Trovo intensissimi questi versi a p. 15: “Non ci sono che guerre / e lacrime indifese / (…) / le nuvole hanno decimato i sogni / la notte è luce senza meta / tra destini in attesa.” 

venerdì 3 aprile 2026

Isole di Germana Duca nella terna dei vincitori del Premio Camposampiero: complimenti vivissimi!


Gentilissima sig.ra Duca,
a nome del Comitato organizzatore del Premio Camposampiero sono lieta di comunicarLe che la Giuria presieduta da Antonia Arslan ha stabilito di premiare la Sua opera Isole - Fara ed.

La invitiamo pertanto a partecipare alla cerimonia di premiazione che si terrà domenica 12 aprile alle ore 10.00 presso l'Auditorium dei Santuari Antoniani di Camposampiero (PD). Invio in allegato il programma completo. (…)


Donata Riccitiello
--
Segreteria organizzativa Premio Camposampiero
www.premiopoesiacamposampiero.it



Biblioteca di Camposampiero (PD)
Tel. 049 9300255






Fabrizio Azzali sulle poesie in romagnolo di Marco Marchi

 Il critico letterario Fabrizio Azzali sulla produzione poetica di Marco Marchi



libri di Marco Marchi