La preda
sparatemi, sparatemi
non ho paura di morire
sparatemi, sparatemi
non ho paura di morire
se non mi sparerete lo farò da me
chi odia la vita ne è ossessionato
chi indossa nero vuole bianco
chi cammina pensa, chi pensa agisce
chi uccide è un morto
chi muore dà la vita
chi è pazzo è felice
chi è felice morirà
la verità è troppo pesante
per noi smemorati e violenti
che sappiamo solo gridare al destino
e ci difendiamo a parole e denti
assimiliamo la morte al silenzio
coi tentacoli – fino a che non è estirpata ogni paura
fino al microbo
e il futuro ha la forma di un semino
da cui nasce nuova vita
e la violenza inverdisce chi muore
con parole dette in verità nei denti
chi ha reso se stesso ai venti dell'angoscia
il rantolo del beato
i celesti fiori al tavolo del pensiero
le mani del desiderio e del rapimento
arresi al battito azzoppato del cuore alla nascita
respiro lento e irregolare
in ascolto – non curiosi
ho sempre avuto una propensione a pensare — il peggio
— in particolare ho bruciato alcuni palazzi nella mia mente
ho visto gente morire sgozzata o a cui erano stati inferti dei tagli
nella mia immaginazione ho visto una mattina appena sveglio nell’ombra
quelle di due impiccati davanti alla finestra della mia camera da
letto come due persiane, forse mio padre e mia madre
mi sono fatto del male nella mia mente, molte volte
sono pensieri che molti giorni hanno infestato le mie ore
mi sono anche io inferto dei tagli, dei pugni al petto e sulla testa e anche
strappato dei denti –
a volte me li sono tagliati, sempre nella mia immaginazione
mi sono fatto del male diverse volte
ho immaginato di cadere da macchine in corsa
volare spappolato sul guardrail
e cadere da un balcone alto dalle ringhiere verdi e sottili di un condominio
sopra una collina davanti al mare
e mi sono immaginato altre torture al mio corpo
e al mio cuore
che specie di lunghe strisce metalliche mi uscissero dalle ginocchia e dai
gomiti indefinitamente, bucassero i vetri della macchina
ho temuto di usare qualche attrezzo da cucina per fare del male a chi avevo
vicino
ho avuto paura, per un certo periodo, della presenza dei coltelli in casa
di fare qualche pazzia
e avevo delle musiche e dei pensieri che mi occupavano la testa costantemente
blow a kiss, fire a gun…
we need someone to lean on
volevo gridare in Galleria o a un pranzo al ristorante
pensieri distruttivi, incubi, pensieri che disturbavano il normale correre
della mia vita
non riuscivo a fare più le cose normalmente senza essere distratto da quelle
invasioni d’angoscia
che a pensarci ancora mi fa spavento – ne ho già scritto altre volte
ma mai così dettagliatamente,
voglio scriverne ancora per affrontare queste macchie residue di
dolore
tutta questa violenza mi ha portato ad andarmene lontano da tutti
a scappare sempre
a cercare ancora in questo incubo e anche se quasi alla fine del mio viaggio, mio nel senso di soltanto mio, lontano e via da tutti –
il bene negli occhi di uno sconosciuto
la speranza non realizzata
il fiore nel pugno teso dell’oggi
il perdono che infradicia
di sudore e rendono anche il più triste luogo la reggia di un re
un mondo a colori in un tubo di ferro arrugginito
sotto a un ponte in riva al mare
sono sempre stato propenso a pensare, più del dovuto
e il pensiero mi rendeva spesso muto agli altri
ero portato al piacere per la lettura
e la scrittura
a braccio, creativa
lì potevo pensare seriamente – nulla mi impediva di farlo
io e pagine su pagine senza una fine determinata
fondevo la narrazione al diario, fino al delirio
ero legittimato finalmente a starmene col mio pensiero
e le parole, con il mio dialogo interiore, senza temere di nuocere ad altri
perché avevo dovuto presto intrattenere con me stesso questo tipo di dialogo
come fa chi deve sopravvivere a cambiamenti repentini
chi soffre
chi deve incominciare a convincersi che tutto va bene
chi deve darsi degli ordini per imparare ad adattarsi
alle richieste della giornata e del giudizio degli altri
chi sviluppa una coscienza di sé per via di un senso di non appartenenza,
la distanza dai luoghi e dalle persone
chi deve piegarsi sempre alle circostanze
chi deve diventare maestro di se stesso
chi non ha altri maestri sulla via –
come lo sciatore a cui si può insegnare la tecnica per scendere ma non predirgli
quali dossi e curve lo aspettano quando scende sulla pista e la velocità
aumenta
quel dialogo strano che ti rende forte agli occhi degli altri, resiliente
per una strana capacità di comprensione e generosità nel perdonare
salvo nascondersi in se stessi per contemplare chissà quali piani salvifici
apocalittici
immaginarsi l’universo in espansione e mondi oltre al nostro
guardando fuori dal finestrino della macchina
chiedersi “chi sono?”
“chi sono io che penso?”
“cos’è il pensiero?”
“cosa è quel che penso ora?”
e via di seguito fino a perdere la concezione della realtà e di sé
perdersi dietro al significato di ciò che non ne ha alcuno
prendere il vizio di perdersi, perché perdersi è tremendo e dà dipendenza
vorremmo andare per l'eternità e non sapere,
condannare il matrimonio tra il presente e il futuro
– essere passato – o un futuro sopravvissuto, stranieri all’io
il mutismo di chi è straniero anche soltanto in una nuova scuola, o città
di chi abituato agli spintoni e le occhiate storte
si apparenta alle colonne e alla ghiaia del cortile, all’erba che spunta
dai marciapiedi
al ciottolato verso la piazza – le piazze che scompaiono
con il cielo
ma stimolata in questo modo la fantasia e cocciutamente presa come una professione
un voto di vocazione
questo peculiare essere al mondo
silenzioso, pacato sbarazzino indefinito fatalista solitario
precario
l’improvvisa coscienza della distanza che si è creata fra sé e il mondo
e gli altri
il conseguente odio
il senso perenne di abbandono e il potenziale di violenza che scagiona anche
solo mentale e immaginario
fa sì che il ritorno al lavoro intellettuale e al pensiero
nasconda per sempre il ritorno a quegli incubi di violenza
si teme la solitudine
e sempre la paura fa capolino quando ci si mette seriamente a pensare
su una pagina o quando si è soli
per il resto si è offerta dell’attimo e del prossimo
incapaci di dire sì o no e fare scelte
in balia delle onde irrazionali e capricciose degli eventi
dimentichi del cuore (che è quando è detto)
perdendo il filo dei giorni e di se stessi
perché non si può vivere avendo paura del pensiero
e della parola pura
del parlare dell’uomo in generale
di cui chi è così si fa beffe da troppo tempo
avendo fatto esperienza della vanità del nostro dire
della falsità degli stili di vita e delle promesse, dei riti
– mi fido soltanto del dono senza criteri e sistematico –
non si può aver paura del pensiero, e la paura della parola
del cuore del dire
del dialogo interiore, la violenza che generano
porta a una ricerca che sfocia nella pratica delle religioni
un salto nel baratro
il cuore all'incuria dell'atmosfera – un esplosivo
e l’esperienza della violenza e la ricerca
con le persone di diverse religioni
il loro pensiero e vita
diventano una cosa sola
da cui ci si vuole svincolare ad ogni tratto
perché la religione ha a che fare con il male
il dolore e la sua giustificazione
e uno è contento dello smarrimento che chiama vita
infine pensavo di essere ancora un cecchino
volevo appostarmi per colpire chi passava
per continuare a farmi e fare ad altri del male anche se in modo più subdolo, sofisticato
con l’inganno e con la logica, col rifiuto o la fuga, l’irresponsabilità
nascondermi dietro all'incubo altrui
costretto come tutti nella falsità
accondiscendente
come un buon essere vivente
una corsa verso il nulla totale, di nuovo ancora quella mia fuga da solo
e lontano
…e non ho mai capito di essere io la preda
a dire il vero sono sempre stato la preda
e forse Dio parla anche attraverso la violenza,
Dio parla anche attraverso la violenza!
vorrei dire e ridire, la ripeto fra me questa frase che suona tra le più
liberatorie e tremende che abbia pensato
tanto da non osare dirla, da tenermela per me e ponderarla sui miei fatti
…il buon Dio, dalle mille immagini e innominabile, il buon Dio
sempre qui vicino, che mi ha parlato sempre
anche attraverso questo dolore e queste violazioni e pensieri intrusivi
perché ero l’oggetto finale di un tale spavento
per comunicarmi questo amore indicibile
e a chi potrei mai dirlo?
come, se è così forte, se è dotato di una tale potenza
questo amore indicibile…
Dio buono che mi cerca senza posa e mi sorprende nel buio delle mie
notti
nel saettare delle intuizioni
venuto
anche con il male che prende alla gola
quando si ha il fiato corto e fare lunghi respiri dà sollievo
Dio che mi parla attraverso la brezza improvvisa e gli occhi che
perdonano
occhi del mistero
che cercano continuamente
stanchi e vivi
che è qui, qui per quanto selvatico e sul fondo
fra cumuli di incomprensioni
poco visibile
dai nostri palazzi trincerati dietro a sorrisi cortesi
trasparenti come il vetro
falsi e disperati come i calcoli dei potenti
che hanno paura delle ferite dei denti
cantilena e schiamazzo
il buon Dio che si annoia in fretta
che pazienta e rompe vetri –
Dio parla attraverso la violenza
ed io riconosco, cacciatore da tempo per mia deliberata volontà e scelta,
di essere sempre stato nient’altro che predato
e sento questa voce venire da un luogo da cui non mi aspettavo
Sandro Meravigli





