Si nutre di descrizioni geometriche e metafisiche la raccolta Luce solida di Alberto Mori, in cui le poesie sono scandite per lo più da terzine brevi, caratterizzate da ritmi sospesi, spesso legati a frasi nominali, ma comunque sintatticamente ridotte al minimo. Il tutto teso a dare il senso di uno spazio nudo. come se si fosse alla ricerca delle figure elementari e basiche del linguaggio umano e della realtà. In effetti intenso è il gioco dei simbolismi fra le parole, fra le quali si impostano continui parallelismi simbolici, come ad esempio quello fra onda, foglio, mare, bianco.
È evidente che l'elenco nominale, dato per accumulazione, e l'assenza di verbi di collegamento, mirano a creare una predisposizione iconica che, nella sua immediatezza, possa per paradosso potenziare la forza comunicativa dei versi. Decisamente sperimentale è poi la serie di figurazioni poetiche legate a costruzioni e decostruzioni di consonanti e vocali, nel tentativo evidente di forme inedite di espressione. La scomposizione dei nomi suggerisce nuovi edifici lessicali, in cui l'immagine delle parole frantumate offre per negazione la prospettiva di un ritorno semantico – puro e autentico.
Con Alberto Mori siamo non solo in una dimensione iconica legata alla dimensione della vista, ma anche quasi in un tentativo di ritorno alle origini della vocalità, come se il poeta volesse recuperare la forza immaginativa dei primi fautori di linguaggio, che vanno considerati come primordiali poeti, i primi creatori di simboli che hanno aiutato l'uomo a rappresentare il mondo e a conoscerlo. Insomma siamo di fronte ad un viaggio negli spazi più semplici dell'espressione umana, quasi un ritorno al passato, a forme di linguaggio e arte primitiva, basata su segni primordiali e su voci non ancora articolate in parole. È forse in gioco qui il desiderio di rivitalizzare il linguaggio, in primis il linguaggio poetico, cercando di riportarlo ai primordi, ad una autenticità atavica, una purezza primigenia e innocente. Ed è come se si consumasse, nelle pagine di Alberto Mori, un rito di purificazione, una riappropriazione delle forme vergini e segniche dell'espressione e della comunicazione.
Si tratta di una scrittura a-semantica ma, come sostiene nella postfazione Amedeo Anelli quando cerca di definire la maniera poetica di Mori, non a-segnica perché un segno ha sempre senso. Ecco dunque il fine del percorso che Mori ci propone, un ritorno al senso; di fronte alla inflazione comunicativa della contemporaneità, una ripresa della comunicazione autentica, la comunicazione come comunione, una comunicazione nella quale ogni uomo ridiventa l'altro. Il poeta dunque sperimenta nuove dimensioni, che giungano ad integrarsi con le dimensioni normali, a mescolarsi e a unirsi, in una concezione olistica del mondo e del reale, testimoniata anche dall'ossimoro del titolo “luce solida”. L'immagine del titolo, infatti, lascia intendere una sorta di verità capace di porsi a metà strada tra astratto e concreto, tra l'illusione e la realtà, forse un tentativo di portare l'arte in una dimensione capace di superare il dualismo tra corpo e spirito, terra e cielo. È come se si cercasse una unità trascendente, una unità tra immagine e senso, suono e icona, linguaggio e fisicità. E il linguaggio sinestetico, immediato, avvolgente di Mori, rappresenta bene questa unità, perché nelle sue poesie iconiche siamo di fronte alla volontà di ridurre l'espressione poetica all'essenza, alla parte minimamente significativa, ma non per semplificare o ridimensionare, bensi per far esplodere ed espandere nuovi significati.







