sabato 25 luglio 2026

“Ho trovato il tuo sorriso segreto”

Sulla silloge poetica La strada di casa di Le rose e il deserto (Fara 2026, opera vincitrice al Narrapoetando)

di Subhaga Gaetano Failla




   I versi di La strada di casa (un bel titolo, vivido e semplice, quella “semplicità che è difficile a farsi” direbbe Brecht) sembrano incisi nella roccia e scritti sull’acqua, similmente a ciò che avviene per le nostre azioni più autentiche: destinate in ugual misura al tempo e all’oblio.

   Le poesie di questa raccolta, scritte da Le rose e il deserto, nome del progetto artistico di Luca Cassano (Corigliano Calabro, 1985) nel quale confluiscono poesia e cantautorato, sono devote alla beatitudine di una resa incondizionata all’esistenza. Versi in stato di grazia, come nello splendore di questa poesia:


      Chiedevo


Ho trovato il tuo sorriso segreto

Mentre cercavo la strada di casa

E una scusa qualunque

Per poter dire che alla vita, io

Non chiedevo

Niente.


    Nella scheda biografica in quarta di copertina, a proposito del nome del progetto artistico di Luca Cassano, leggiamo: “Come le rose del deserto rimangono sepolte sotto la sabbia finché un Tuareg non le trova, così le parole restano confuse fra i ricordi finché un’intuizione non le mette in fila in forma di versi.”

   Queste poesie ispirate, in stato di grazia, si diceva, e di gratitudine, ritornano come flussi di marea all’arrendersi al mistero esistenziale, e all’amore che tutto governa e incendia come fiamma ardente, all’amore che ferma il tempo:


      

      Sibari 


Sulla spiaggia di Sibari

Aspettavamo che agosto

E l’amore

Ci dettassero le loro condizioni

Per la resa.


      

      Sciolti 


Se ci vedessero passare per strada

Penserebbero di certo

Ai vetri rotti,

Ai lacci sciolti,

Forse ad un inciampo;

Che ne sanno 

Di quanto sia facile per noi

Con un bacio

Fermare il tempo.



      Passato remoto


Con la punta delle dita mi scrivevi

Romanzi d’avventura sulla schiena;

Mi spiegavi che la sera 

È degli amanti;

Io avevo passi falsi 

E un passato remoto,

Tu eri un alfabeto alieno,

La scoperta del fuoco.


   La ricerca della strada di casa si realizza nel perdersi, nello smemorarsi, nel dissolversi nel nostro mare infinito. E come nelle istantanee folgoranti delle poesie zen, scopriamo che questa strada è già qui, in un attimo di semplice quotidianità che ci trafigge e illumina:



       A(f)fondo


Sei àncora

E sei ancòra;

Sei starmene affacciato alla finestra

A misurare la lunghezza della sera,

A misurare le parole

Per spiegare che

Se spesso affondo

È perché dentro ho il mare.


     

       Acqua e limone


Ai giorni chiedevamo soltanto

Una strada per andare,

Qualche ora di sole

Per fissare i pensieri migliori

Alle ossa

E un bicchiere di acqua e limone 

Da bere in silenzio

Alla finestra.


   Il libro La strada di casa, pubblicato nella elegante collana “Crossover” di Fara Editore, è arricchito nella pagina iniziale dalle motivazioni di due giurate del concorso Narrapoetando 2026. Scrive Leda Erente: “La raccolta mostra una grande capacità comunicativa ed emotiva, attraverso l’uso di immagini fortemente espressive”. E per Sheila Moscatelli, la strada di casa è “Quel momento in cui arriva la consapevolezza di non dover più cercare, di potersi spogliare di tutto”.


   La sera dell’11 luglio 2026, durante la kermesse a Fonte Avellana organizzata da Fara Editore con tema Attesa, ho avuto la fortuna di assistere a un emozionante reading di poesie, a cura dell’autore stesso, tratte da La strada di casa. E subito dopo il pubblico presente nella sala dell’incantevole monastero dell’anno Mille, ha potuto ascoltare anche le sue seducenti canzoni. 

venerdì 24 luglio 2026

La distanza necessaria

Gennaro Grieco, Indizi per il giusto riposo
Rimini, Fara editore 2026, € 12,50

recensione di Enrico Cerquiglini



Quando, nel 2007, recensii Apprendimento di cose utili, osservavo come Gennaro Grieco concepisse la poesia non come un esercizio estetico, ma come una forma di conoscenza, un «percorso didattico di trasmissione di realtà» capace di opporsi alla deriva nichilista e mercantile del nostro tempo. A distanza di quasi vent’anni, Indizi per il giusto riposo non smentisce quella lettura: la approfondisce e la porta a una maturazione ulteriore. Se allora il poeta cercava le «cose utili» per comprendere il mondo, oggi sembra cercare gli «indizi» necessari per abitarlo senza esserne travolto.

La prosa introduttiva, Quando ormai abitavo l'altrove ovvero breve storia di uno stacco e uno scatto, ha il valore di una dichiarazione di poetica. Quell’«altrove» non è fuga dalla realtà, ma la distanza necessaria per poterla osservare con maggiore lucidità. Da qui prende avvio un percorso articolato in cinque sezioni (Consapevole di tanta considerazione, Io so essere, Ci cattura un lembo di cielo, di aria, Trittico dell’arduo disincanto e Indizi per il giusto riposo), che si leggono come le tappe di un’unica meditazione sull’uomo, sul tempo e sulla possibilità di conservare una misura interiore.

È proprio la parola misura una delle chiavi della raccolta. «Il tempo è una misura ed il ritorno / può essere una speranza»: in questi versi si concentra il nucleo del libro. Grieco continua a interrogare il presente senza abbandonarsi né al pessimismo sterile né all'illusione consolatoria. La speranza esiste, ma va conquistata; il ritorno non è nostalgia, bensì recupero di ciò che la contemporaneità rischia di cancellare.

Ritroviamo la stessa tensione etica che caratterizzava 
Apprendimento di cose utili. La poesia rimane un atto di resistenza contro l’impoverimento dell’umano. Lo dimostrano versi come «Ciascuno abbia il sale e la rosa, l’esile / giunco legato al polso a ricordare», dove la memoria diventa un gesto quotidiano di fedeltà alla vita, oppure l'invocazione «Ditemi di un nido, di un orizzonte, / di quanto ancor vivo sia un sentimento», che sembra condensare l’intera ricerca del poeta.

Accanto alla dimensione più intima permane quella civile. Grieco guarda il nostro tempo con severità, senza mai cadere nella declamazione. «Solo uomini di massima sciocchezza / zelanti camerieri di un re pazzo» è un giudizio che vale ben oltre la contingenza politica, così come «Pietà per la luna che non ha colpe / per le ire di questa terra disfatta» restituisce l’immagine di un mondo ferito, incapace di ritrovare armonia con sé stesso.

Anche sul piano stilistico il poeta conferma una progressiva essenzialità. Il linguaggio è ormai completamente liberato da ogni compiacimento letterario; il verso procede con naturalezza, sostenuto da immagini limpide e da una meditazione che non rinuncia mai alla tensione lirica. È una scrittura che non cerca l’effetto, ma la necessità.

L’epigrafe dell”ultima sezione, affidata a Nicolás Gómez Dávila – “Chi non volta le spalle al mondo attuale si disonora” – offre una preziosa chiave interpretativa. Non si tratta di rifiutare il mondo, ma di sottrarsi alle sue logiche dominanti, di difendere uno spazio di libertà e di coscienza. È, in fondo, la stessa funzione che Grieco continua ad attribuire alla poesia.

Indizi per il giusto riposo si pone così in perfetta continuità con 
Apprendimento di cose utili, ma con un accento diverso. Se nel libro del 2007 la poesia insegnava soprattutto a vivere, oggi insegna anche a resistere, a custodire il tempo, la memoria e il sentimento in un’epoca che sembra averli relegati ai margini. È il libro di un autore che ha raggiunto una piena maturità espressiva senza rinunciare alla propria originaria vocazione: fare della poesia uno strumento di conoscenza, di responsabilità e, soprattutto, di umanità.

lunedì 20 luglio 2026

Una poesia corporale che deraglia verso l’infinito

Daìta Martinez, sant’anna
ilglomerulodisale 2025

recensione di Flavio Vacchetta



La poesia di  si anima di “gesti bianchi“, srotolandosi in versi fluidi di inarcature, che tavolta mi richiamano una certa cadenza bertolucciana (specialmente se letti dall'autore – anni e anni fa andava in onda, forse la domenica mattina, La camera da letto; un giornale commentò il dato auditel di zero) in lessico tutto sommato eletto, a un grado di filtrazione non esasperato ma ancora sul versante pertrarchesco; un'impalcatura sonora densa, che musicalmente definirei, melodicamente e armonicamente, piuttosto ricca di cromatismi; si ritrovano iterazioni quasi ipnotiche, litaniche, di una poesia che è evocazione e auscultazione:

e ancora trema al tempo il tempo
ogni vuoto dopo il vuoto che rimane
piccolo scarto di cuore ha il fiore nella pioggia 
Vi sono fatti minimi, piccoli sconvolgimenti, stillicidi, grani di rosario …

Su sant’Anna e soprattutto su quale sia la sua relazione con la poesia, pare evidenziarsi una certa adesione a, e radicamento in, un preciso contesto; una religiosità terrestre, un’emersione insistente di piccoli dettagli concreti, sia pure in una fine decantazione di metafore; direi un qualche sentore di santità, di gigli, di incenso, di cera e altre essenze; il tutto, poi, trasognato, traslucente (“il tempo fugge che t'assonna“ - Dante):

il giglio ancora assonna l'origine nell'ora;
adesso che il mercato assonna il ronzio
delle stelle una lacrima resta d'inverno
sul corpo dimenticato di palermo dirsi
notte ha nome sottratto alla nascita del
tempo tutto il volto è silenzio e tremare …

Insomma è una poesia dove traspare la carnalità, la materialità; una poesia che manifesta ansia di elevazione ma che non può, forse non vuole distaccarsi completamente dal corpo. 

D’altronde veniamo da una cultura religiosa che, pur nell’aspirazione alla trascendenza, ha sempre praticato il culto del corpo, delle reliquie, come pure dell’autoflagellazione, dell’ascesi attuata attraverso la mortificazione carnale (O segnor per cortesia manname la malsania) in una sorta di delirante compiacimento autopunitivo.

Sul contesto che dicevamo essere fondamentale, palermitano e storico, noi abbiamo solo un’immaginazione alquanto limitata e turistica, di catacombali corpi imbalsamati con procedimenti miracolosi, oppure di chiese convertite in moschee convertite in chiese, con conseguente sparizione e riapparizione di immagini sacre.

Dunque la religiosità sta nella storia, nello sguardo, e la poesia assume magari sì, talvolta, la forma o gli attributi di una preghiera, ma laica.

Se posso aggiungere una nota extratestuale, riflettevo anche sulla calligrafia di alcune brevi righe in calce alla mia copia del libro, scrittura che mi ha incuriosito per la linearità essenziale ma animata dai netti prolungamenti orizzontali, verticali e diagonali di alcune lettere, come la “t“ nitida come una croce, ma anche affilata come uno stiletto. Ho provato a intravedervi convergenze con la scrittura poetica, e le ho immaginate in una ricerca di essenzialità, di geometrie, di equilibri, che però deborda in segmenti che deragliano verso l’infinito o verso il cuore.

domenica 19 luglio 2026

CORPO CHE LA VOCE UMANA a Milano 25 luglio 2026

 


SABATO 25 LUGLIO ORE 18.30

VIA TADINO 20 MILANO


HAPPY HOUR & READING


LUIGI PASOTELLI

CORPO CHE LA VOCE UMANA


INCONTRO A CURA DI ALBERTO MORI




LUIGI PASOTELLI (Cremona 1925 –Milano 1993) è considerato uno dei più importanti poeti sonori italiani appartenenti all’area dello sperimentalismo fonico e visivo.Dal 1982, alle soglie della sessantina, il suo periodo di maggiore produttività che ricopre circa un decennio. Partecipa ogni anno alle più alle più significative rassegne di poesia e teatro sperimentale in  Italia e nel mondo.A questi stessi anni,risale il nucleo forte di quello che  sarà il progetto Serraglio che conterà alla sua morte 25 poemi  fono visivi. Sei di questi poemi, grazie ad un prezioso documento postumo realizzato dagli eredi, saranno in videoproiezione durante l’incontro ed hanno intensità scenica ed espressiva per testimoniare lo straordinario corpo a corpo col linguaggio e col pubblico delle performance del poeta.     

giovedì 16 luglio 2026

Un tocco lieve, incisivo, affidato

recensione di Gianni Marcantoni


Alessandro Ramberti cattura l'attenzione del lettore proponendo versi leali, nitidi, diretti, al contempo intimi, quasi sussurrati, come avviene nella sua nuova silloge Chiamami, attraverso un uso delle parole fortemente sentito, curato ed essenziale “(sì sono imprescindibili in questa situazione le parole ma ti prometto di non usarne molte benché chissà forse sono già troppe)”. Questo verso, a mio avviso emblematico, sembra subito evocare l'intero sentire poetico dell'autore, intriso di profondità, in cui l'uso delle parole include già il rischio che si corre nell'immergere una mano nell'acqua limpida con la possibilità di agitare il fondale sollevando la sabbia e intorbidendo quell'acqua trasparente. Allora il tocco del poeta deve essere leggero, il tocco dell'anima deve sempre risultare lieve ma allo stesso tempo incisivo, per saper giungere al fulcro dell'esistenza-essenzialità umana. La ricercatezza del linguaggio, l'attenzione che ne emerge, impongono numerose riflessioni sui temi della solitudine, delle ombre, delle ferite dell'anima, dello svuotare e del riempire, forse uno spazio, forse un sentimento, oppure “quel vuoto in cui è scaduta la vita” - come ci ricorda Alessandro - ma anche sulla sete, o meglio sulla necessità di amore/di amare, come irrinunciabile ricerca della fede, della luce, sia interiore, intesa come senso di pace, di dolcezza-tenerezza, sia esteriore, ossia con un occhio rivolto alla realtà circostante, piena delle sue insidie, al fine di trovare una guida, una direzione in mezzo al caos del mondo. Anche il tema della pazienza viene evocato tracciando le traiettorie percorribili dell'individuo, la pazienza che conduce ognuno al senso del possibile, al raggiungimento di un'armonia, quella che sembra allo stesso modo affiorare dall'intensa tessitura di queste liriche. I versi diventano “fiumi al di sotto del livello del mare morendo nell'abisso dove tutto si cristallizza e ti fa galleggiare”. Questo è il tutto che la poesia può infondere e instillare, la sensazione di galleggiare in sospensione tra spiritualità, materia e abisso, ma anche di affidarsi là dove non è possibile trovare una sponda sicura, un confine ben delineato partendo da un ascolto, o da un sussulto interiore, fino a captare quei segnali sublimi, le vibrazioni percepibili che gravitano nell'atmosfera. La poesia nasce forse dalla presa di coscienza delle falle che vivono dentro ognuno e dunque dallo scaturire di una voce che evoca una rinascita, un fondo solido sopra cui si genera la spinta che solleva il proprio cuore alla potenza invasiva ed estensiva della vita. Nel “chiamare” sembra quindi esserci una presenza vicina, anche fraterna, che non ci lascia soli, nonostante le più profonde insicurezze e inquietudini.

Saguatti, Cattaneo e Toselli vincono il Faraexcelsior 2026: complimenti!

Grazie di cuore alla giuria della sezione Poesia del Faraexcelsior 2026 che ha scelto con passione e competenza fra opere di notevole qualità le seguenti (per la sezione Racconto/saggio v. qui):


Poeti Faraexcelsior 2026

I classificato

Raggiungimenti e congiunzioni 
di Piero Saguatti (Bologna)

Piero Saguatti artisticamente nasce cantautore poi scopre il fascino dei versi frequentando il Laboratorio di Parole, grazie ad alcuni noti maestri del contesto emiliano-romagnolo. Partecipa a diversi concorsi poetici riscuotendo ottimi risultati. Nel 2017 finalista al I concorso “Versi Congiurati” promosso da Fara Ed. che ne pubblica la silloge Il peso degli istanti. Nel 2022 pubblica Un bambino anni sessanta con Epika Edizioni. Nel 2025 pubblica Planimetrie esistenziali con Edizioni La Gru. Non è un letterato ma un progettista tecnico che ama la parola e la magia dell’arte creativa.

«In questa raccolta, le immagini scelte per raccontare le dirompenti giravolte e tormente tipiche dell'esperienza amorosa mi hanno colpito per la loro immediata chiarezza: sono dirette, concrete, appartenenti all'universo della quotidianità di ognuno e in cui tutti riusciremmo a calarci per empatizzare con il poeta, il quale a mano a mano, si rende consapevole dell'inganno della giovinezza pronto a trasformarsi nel tempo in cinismo nostalgico della vecchiaia.
Nel raccontare le sensazioni che l'esperienza amorosa ha suscitato in lui, il poeta ricorre anche ad immagini naturali: “prima alla luce c'eri anche tu“, “noi che siamo stati tralci verdi / rampicanti raspi legnosi di / costanza“, nelle quali ho inevitabilmente percepito una minuscola eco di dannunziana memoria e che ho apprezzato per l'adattamento al contesto della contemporaneità.
Molto interessante anche l'uso di immagini casalinghe (le pieghe del letto, il materasso) nelle quali quello scrigno d'amore diventa vuota assenza sfociata nello “scheletro gelido di una panchina" o in un “cielo / immenso senza fiocchi“.
A quel punto, parte la missione di ricerca identitaria che l'io lirico cerca di affrontare nel modo più intimo possibile, in quel “disordine familiare che non / spaventa“ di un letto sfatto in cui rimane da solo a dormire, come unica àncora di salvataggio dalla tormenta in mare aperto dell'amore finito.
Ciascuno di questi elementi concorre a fornire una rappresentazione dell'esperienza amorosa diversa dal normale, non conforme alla normale tradizione poetica, ma calata in scenari e stralci di quotidianità spesso duri e non consolatori, ma da apprezzare perché sinceri. C'è una presa di coscienza molto interessante da parte del poeta del solco irreparabile emerso fra sé e la persona amata che lascia al lettore un poetico e definitivo senso di grigia amarezza.» (Stefano Calemme)

«Questi raggiungimenti cosa sono? Probabilmente rappresentano un ritorno in/a sé stessi, una promessa che non sempre può essere mantenuta ma dopotutto può risolversi in una nuova dimensione: “… mi sento bene finalmente/nel ritrovarmi, risolvendo l’insieme/del mio piccolo io nel mondo intero e viceversa“.
Dunque le congiunzioni potrebbero essere le tensioni (tentativi?) destinate a sfarsi nel tocco o urto con ciò che viene raggiunto se non si sa spostare lo sguardo?
Ci si trova di fronte ad una raccolta di bellissimi testi, malinconici e vivi, ermetici al punto giusto. Ma qual è il punto giusto? Forse quello che richiede una seconda lettura: alla prima si resta colpiti dal ritmo del verso ma subito dopo si può apprezzare la coerenza delle metafore, oscillanti tra il quotidiano e l’esistenziale, tra ciò che è visibile e toccabile e ciò che invece vuole sostare nel mistero; sono poesie che invitano il lettore a restare un po’ in equilibrio su questi confini.
Una raccolta che si potrebbe definire di poesie d’amore (dove il cuore non è mai solamente un organo ma neppure è sentimento, forse entrambe le cose insieme, contemporaneamente): “… il cuore ha due gobbe rosse piene di lacrime / e una punta sola per sgonfiarle / o magari per ferirsi ancora“; “… ho scoperto… che l’amore pur facoltativo / può salvare l’anima, benedirla / esorcizzare le emozioni che non sanno stare in fila“.
Lo stile, la forma, spesso concitata, va di pari passo con l’appello ad elementi naturali (che non sono mai solo quello) o al corpo sofferente poi guarito e infine ritrovato: “… l’unione di quest’anima volatile al mio corpo / procede, fra alti e bassi / dipende da come girano le correnti / dalle stagioni/ma siamo ancora insieme dopo tanti anni“.» (Valeria Raimondi)



II classificati ex aequo


L’atlante delle assenze
di Mattia Cattaneo (Treviolo, BG)

Mattia Cattaneo è nato a Trescore Balneario (BG) nel 1988, abita a Treviolo (BG) ed è laureato in Scienze della comunicazione. Adora la montagna e la natura. Lavora come assistente educatore presso una cooperativa. Dal 2019 è cofondatore dell’associazione culturale Architetti delle Parole con Carlo Arrigoni portando in scena numerose letture sceniche. Ha pubblicato alcuni libri di poesia e tre romanzi. Gestisce il gruppo FB Circolare Poesia e la trasmissione radiofonica omonima con l’obiettivo di diffondere la poesia.

«Si tratta di una raccolta di poesie molto brevi: quasi tutte sono composte da tre versi. L’autore si dimostra capace di condensare in poche parole la peculiarità di un singolo istante avvalendosi di un ritmo adeguato.» (Annalisa Ciampalini)


«Il fascino del testo breve, rarefatto ed evocativo, non smette di mietere vittime e perdura ormai da oltre un secolo nella tradizione poetica italiana, almeno dal 1916, anno in cui Ungaretti dà alle stampe Il Porto Sepolto. Anche se i folgoranti e celeberrimi versi brevi di Ungaretti non sono direttamente legati alla forma dell’haiku giapponese, (apparso molto prima, nel XVII secolo), è chiaro che un poeta italiano che si cimenti con forme ristrette come quelle presenti in questa raccolta debba fare i conti con una davvero ingombrante tradizione poetica, che viene richiamata per forza di cose in presenza di testi come: “Ho lasciato il cuore / appeso / a un filo di nebbia oppure Resto vivo / nel vapore breve / dei vetri appannati“. Eppure, in questo Atlante delle assenze, la scrittura suona autentica, ancora capace di accendere visioni, di suscitare l’inspiegabile del poetico. E poco importa se qua e là ci sembra di ascoltare una voce familiare, forse un già sentito: non basta a privarci del piacere di leggere e immaginare.» (Davide Valecchi)

«In questa infodemia e rimbombo di parole già dette una raccolta di terzine mi pare davvero l'inizio della rivoluzione di cui abbiamo bisogno. Distillare il senso in pochi versi non è per tutti e io le trovo di una discreta qualità.» (Alessia Boldrini)



Alienazione
di Socrate Toselli (Latina)

Socrate Toselli, ha 40 anni e vive a Latina insieme alla sua compagna e a sua figlia Bendetta, una bimba di quasi tre anni. Svolge la professione di avvocato. Ha pubblicato nel 2024 due raccolte poetiche: Dentro una cosa sola (Ensemble) e Trovare un cuore (Fara Editore).

«Come viene esplicitato anche dal titolo, la raccolta presenta un tema di fondo che unisce i vari componimenti: il rapporto disadattato ed estraneo fra l'essere umano e il mondo in cui vive, fatto di automatismi, prospettive senza futuro e perdita di valori. Il soggetto è esistenzialmente alienato (“Qui il mondo gira sempre più veloce / e io questi luoghi non li riconosco) e ricerca una forma di salvezza nella fede“ (La luce di Cristo è l'unico riparo).
Il principale punto di forza rimane la coerenza testuale: sembra che ogni poesia rientri in un discorso unico, c'è una forte identità intrinseca. Interessante l'uso di immagini naturali come il mare aperto e anche la tangibilità di certe riflessioni filosofiche che non rimangono mai astratte.» (Stefano Calemme)

«Immediatamente ho pensato a Montale e alla lirica Forse un mattino…, dove sono più reali vuoto e nulla rispetto a paesaggi e oggetti percepiti dai sensi definiti come l’inganno consueto.
Il titolo della bellissima raccolta che mostra un’evidente e consapevole musicalità è, peraltro, davvero esplicito! Si tratta di liriche che esplorano il tema della contraddizione dell’esistenza, della perdita, fuori e dentro, dei punti di riferimento e forse anche della voce per dirli: “… qui il mondo gira sempre più veloce / e io questi luoghi non li riconosco / ma non ne ho altri dove trovare posto / e aggiungere al borbottio di fondo / la mia voce“.
“Esistono poeti che chiamo di fiume e altri che chiamo poeti di lago“, mi disse un poeta contemporaneo durante una presentazione. Ecco, questa raccolta somiglia a un giro attorno ad un lago (stagno?) dove si percorre il perimetro e si torna sempre al punto di partenza.
Anche la vita, definita dall’autore un gioco (dove non è prevista vittoria), compie un giro, o più giri, senza grandi spostamenti, senza pacificarsi né risolversi dentro un io (e un mondo), appunto alienato.
Anche l'invocazione ad un essere superiore si dissolve contro un muro dove rimbalzano i gemiti dell'uomo; eppure non si smette di chiedere qualcosa: “… vienimi in sogno a dirmi che la vita / è durata un attimo soltanto / che il tempo andato adesso è permanente / e ogni giornata che dal sole è invasa / ritorna ancora per essere vissuta, / le cose perse tutte al loro posto/e che alla fine ci si ritrova a casa“.» (Valeria Raimondi)




Opere votate

Apericeneri
di Pietro Roversi (Milano)

Pietro Roversi (Novara, 18/04/1968) fa il biologo strutturale. Ha lavorato prima in Regno Unito (1995-2021) e ora in Italia. Assieme ai suoi collaboratori, studia i meccanismi molecolari che lieviti, piante e animali hanno evoluto per garantire il piegamento corretto delle loro glicoproteine. In alcuni pazienti che portano una mutazione congenita in un gene di glicoproteina, gli stessi meccanismi originano malattia congenita rara, e la loro modulazione ha potenziale terapeutico. Nei/dei guai, scrive poesia in Italiano: Una crisi creativa (Puntoacapo 2010), Vamosaver (Gattomerlino 2014), Fratellanza (Oèdipus, 2017), I pinguini dei tropici (Arcipelago Itaca, 2017), Tirare l'acqua (Gattomerlino, 2019), Kaiser (Arcipelago Itaca, 2024).

«Una raccolta segnata da una voce poetica colta, potente, autenticamente contemporanea, originale, che usa gli artifici retorici (numerose sono rime, consonanze e assonanze) in chiave parodistica, ironica e ritmica e che in testi di taglio prosastico, antinovecentesco, delinea una visione ferocemente atea, sostenuta da un uso sistematico di un registro quotidiano e colloquiale, salvo poi avventurarsi di frequente in costruzioni sintattiche complesse che denotano il perfetto controllo dell’ autore sull’arsenale dei propri strumenti linguistici. Emblematica a questo riguardo una serie di componimenti ispirati alla Via Crucis, di cui riporto la stazione I: “I: Gesù è condannato a morte / La Via Crucis va vista / come la guarda un animale: / la gente in ansia, / il blu uno zaffiro, / il bianco un marmo, / la croce una trave“. Quando però l’apparato, per così dire “ideologico”, della poetica autoriale rimane in sottofondo, la parola si apre verso squarci di una profonda e calda umanità fatta di affetti, ricordi, amori, relazioni, oggetti quotidiani. Ed è proprio in questi testi (che preferisco) che il rifiuto del sacro istituzionalizzato fa fiorire un nuovo tipo di sacralità non dichiarata ma ben presente: carnale, realistica e, ancora, profondamente umana, come si può appurare in un testo come: “Espandono la coscienza / una credenza, un armadio / ordinato. Un cassetto d’intimo / lavato stirato sistemato. / Non a tutti questo è dato: / nel deliquio, a chi sviene, / taglia il tiepido delle vene / in vasca o tana; invece, occorre / lo studio di concetto, il progetto / didattico, empatico, sistematico, netto: / la grammatica del riporre“. Non sfugge poi la citazione da Aldo Busi (“Bisogna essere profondamente e scientemente anticlericali”), al quale viene, con ovvia ironia, attribuito senza nominarlo l’appellativo di “Sommo”, in uno dei primi testi della raccolta. Una citazione che vale quale sigillo autorevole di una visione artistica matura e forte, dispiegata senza incertezze.» (Davide Valecchi)


Sostantivo plurale
di Eugenio Schiavo (Fano, PU)

Eugenio Schiavo è nato a Fano (PU) il 7 novembre 1947. Laureato in Farmacia e Biologia e quasi in Filosofia. Ha fatto vari lavori in diverse città italiane e oggi è in pensione. Organizza presso la MeMo Mediateca Montanari a Fano la Cage Philosophe, una serie annuali di lezioni, conferenze e dibattiti. Ha creato con alcuni amici l’associazione culturale La Stanza della poesia. Morirà in questo secolo.

«Si tratta di una raccolta varia, che mostra le molteplici sfaccettature della realtà e la varietà del mondo. L’autore si avvale di uno sguardo lucido, originale, e sa muoversi con destrezza senza mai perdere il ritmo. I versi sono quasi sempre brevi e infondono all’opera una certa vivacità.» (Annalisa Ciampalini)



«Questo poemetto colpisce innanzitutto per l'ambizione della sua costruzione e per la consapevolezza della propria voce. È una scrittura che non teme la complessità e che sceglie di attraversare il dolore, l'amore, la solitudine, la memoria e il disincanto senza mai rinunciare alla forza dell'immagine poetica.
L'autore/autrice riesce a trasformare Roma in molto più di un semplice sfondo narrativo: la città diventa organismo vivente, coscienza, metafora dell'esistenza, luogo in cui il tempo personale e quello della storia finiscono per sovrapporsi fino a confondersi. Accanto a questa dimensione si sviluppa una riflessione intensa sulla condizione umana, condotta con uno sguardo lucido, spesso ironico, capace di alternare registri linguistici differenti senza perdere unità espressiva.
Particolarmente riuscita è la capacità di fondere riferimenti culturali e letterari con una materia profondamente vissuta. Le numerose citazioni e gli echi della tradizione non hanno funzione ornamentale, ma dialogano con una voce autentica, che riesce a renderli parte integrante della propria esperienza poetica. Il risultato è un testo colto senza risultare compiaciuto, ricco di rimandi ma sempre fedele a una forte identità espressiva.
Si avverte, lungo tutto il poemetto, una tensione costante tra disincanto e desiderio di assoluto, tra il peso del quotidiano e la ricerca di un senso più profondo. È proprio questa tensione a sostenere l'intera architettura dell'opera e a conferirle un respiro ampio, capace di accompagnare il lettore ben oltre il singolo componimento.
Ci sono opere che chiedono semplicemente di essere lette. E altre che domandano al lettore di abitarle. Questo poemetto appartiene a queste ultime: si attraversa come una città al tramonto, con la sensazione che ogni strada custodisca una domanda sulla nostra stessa esistenza.» (Anna Ruotolo)


Sul silenzio posa gli occhi
di Adalgisa Zanotto (Marostica, VI)

Adalgisa Zanotto vive a Marostica (VI). Suoi racconti e poesie sono inseriti in numerosi volumi fariani. Con Fara: ha vinto il concorso Rapida.mente 2015 (sez. Racconto) con pubblicazione nella omonima antologia. Nel 2016 esce la raccolta di racconti Celestina. II al concorso Versi con-giurati, ha poi vinto la pubblicazione di Sussurri e respiri (2017). Nel 2018 ha pubblicato l’opera poetica D’ora in poi (Menzione al Premio Montano 2018 e al Premio Di Liegro 2019) con la Prefazione di Gianni Criveller premiata al Città di Forlì 2019. Nel 2020 è uscita la silloge Ho da dirti in segreto.

«Nonostante la necessità, forse, di un piccolo editing, la trovo una raccolta poetica fresca, contemporanea. Lo stile è limpido, narrativo, una scrittura piana che diventa, per chi legge, facilmente casa e riposo e dubbio. Non sfida il lettore con arzigogoli e virtuosismi lirici, ma accompagna delicatamente l'immaginario in un dialogo intimo e, se vogliamo, anche complesso e strutturato. È un percorso tra immagini nitide e riflessioni aperte, ma sfidanti. Nella composizione domina un pacato equilibrio di forze evocatrici immaginifiche, manca solo un poco la parte ritmica.» (Alessia Boldrini)


Il mare intero
di Sonia Guida (Roma)


Sonia Guida nasce a Lecco ma cresce a Salerno, affacciata sul mare. Avvocato, lavora a Roma in una Istituzione Pubblica e si occupa prevalentemente di diritto delle tecnologie e sistemi di pagamento; su questi temi ha tenuto lezioni e pubblicato approfondimenti. Ha di tanto in tanto pubblicato poesie in monografie e antologie, articoli su riviste e testi per cinema e televisione, ricevendo una segnalazione di merito al concorso internazionale di Poesia “Poesie di donne” (FENALC). Da un certo punto della sua vita il suo viaggio costante ha smesso di partire da ciò che accadeva intorno a lei per incominciare dal corpo, o da qualcosa che c'è prima del corpo.


«Trovo una coerenza di senso che accompagna la lettura della silloge. Scelte stilistiche definite, dal punto di vista del lettore, come quelle degli appunti post-scriptum o ante-scriptum che potrebbero essere divisive. Personalmente propugno sempre con una certa veemenza ciò che è divisivo. I corpi poetici sono evocativi e la ritmica è presente sia dal punto di vista dei suoni che da una veloce frammentazione dei versi. C'è una certa verbosità, ma non ci aspettavamo niente di diverso dopo un esergo che cita Jung.» (
Alessia Boldrini)



Se l’amore è questo
di Colomba Di Pasquale (Civitanova Marche)


Colomba Di Pasquale (1968) abruzzese, vive nelle Marche: Tra le sue opere in versi: Viaggio tra le parole, Del Monte Editore (2006); Una vita altrove, Nicola Calabria editore (2007); Il resto a voce, Fara Editore (2008); Dulcamara con la prefazione di Vivian Lamarque, Genesi Editrice (2010); Il mio Delta e dintorni con la prefazione di Vivian Lamarque, Fara Editore (2014); Circostanze certe, Fara Editore (2017); Poesie minuscole con la prefazione di Vivian Lamarque, Fara Editore (2020).

«Questa raccolta possiede un merito che oggi non è affatto scontato: crede profondamente in ciò che racconta. Ogni testo nasce da un sentimento autentico e non dalla volontà di costruire una poesia. La poesia, infatti, procede. L'autore/autrice affida alla figura di Mosè non soltanto il ruolo di animale amato, ma quello di approdo esistenziale, di casa, di cura, di antidoto alla solitudine. È un amore che non teme il pudore e che, proprio per questo, riesce a toccare corde universali.
Le immagini più felici sono quelle in cui la quotidianità si trasfigura senza sforzo: il respiro raccolto nel palmo della mano, le passeggiate tra le foglie, il sonno condiviso, il cane che diventa “salmo“, “presepe“, “albero di Natale“, “pezzetto di luna“. In questi passaggi il linguaggio trova una naturalezza che lascia intravedere una sensibilità delicata, capace di riconoscere il sacro nelle piccole cose.
Ho apprezzato soprattutto la sincerità della scrittura. Si avverte che ogni poesia nasce da un'esperienza realmente vissuta e custodita con gratitudine, senza artifici e senza la ricerca dell'effetto. La raccolta mantiene una propria coerenza emotiva e una voce riconoscibile, scegliendo volutamente la semplicità per raccontare un legame profondo e restituendo al lettore un'idea di amore fatta di presenza, cura e fedeltà.
Una silloge che si legge con partecipazione e che ricorda come la poesia possa nascere anche dai gesti più piccoli, quando sono attraversati da uno sguardo autentico e da un sentimento capace di trasformare la quotidianità in memoria.» (Anna Ruotolo)

«Ha una potenza di coerenza di senso straordinaria, uno stile bambino, scherzoso, ma definito ed indefesso. È una silloge che parla dell'amore per un cane da parte del suo umano, ma sembra il linguaggio dell'amore assoluto che hanno i cani nei confronti dei loro umani. Mi piace pensare l'abbia scritta un Golden Retriever, se solo avesse il dono della parola… e con l'accezione più straordinaria del "scritto da cane”.» (Alessia Boldrini)