sabato 15 giugno 2024

Poesia marchigiana e iraniana ad Ancona 29 giugno 2024

 


(Polaroid XXIX): Mattia Cattaneo


Polaroid: istantanee di poesia è una rubrica a cura di Luca Pizzolitto
Foto in copertina di Stefan Giljan


Qui fuori / mamma / si cammina sul filo dei rami

Da La neve impressa (Architetti delle Parole, 2024)



Entrare in un nodo
sviluppare il suo nastro
e ritrovare la ruggine
sotto i crocevia
dove l'odore della realtà
si compie in parte
in questo continuo scambio
di cose improvvise
affrontando i morsi
l'insurrezione del fuoco
le ferite d'innesto
trappole di lutti lunghi

s'impenna
alla radice
l'anamnesi di questo silenzio.

*

C'è un posto
per ogni virgola gettata
al silenzio delle notti insonni

una luce accesa
si spera

il respiro schiacciato
da un passo largo quanto una ferita
e la prima versione di un sole inatteso

un boccone di pane
tra una lacrima zitta

guardo.

*

Ho ascoltato
il lento declino del tuo
corpo mandato in esilio

notti sfasate
buttate a caso
su uno stendibiancheria del primo piano

senza origliare sentivo
stringendo denti di latta e coperte di lana

ma ancora non ero abituato
a quella luce spenta
da un paio di lenzuola sfitte.

*

I luoghi
custodiscono
lo stupore di quelli
che raccolgono da soli
le idee sfuggite
le finestre vive
al richiamo della notte

allungano fiori spioventi
e un pallone bucato sull'aia
spogliato delle grida dei bambini

due vicoli ciechi
e quattro nuvole viola:
la pioggia infuria
sulle abrasioni dei muri.

*

Nell'aria una piuma
la pioggia diventa un collirio che brucia
ho ancora la luce della lampada accesa

qui fuori
mamma
si cammina sul filo dei rami.





Mattia Cattaneo è nato a Trescore Balneario (BG) il 31-07-1988, abita a San Paolo d'Argon (BG) ed è laureato in Scienze della comunicazione. Adora la montagna e la natura. Lavora come assistente educatore presso una cooperativa. Dal 2019 è cofondatore dell’associazione culturale “Architetti delle Parole” con Carlo Arrigoni portando in scena numerose letture sceniche. Ha pubblicato alcuni libri di poesia e tre romanzi. Gestisce il gruppo FB “Circolare Poesia” atto a diffondere la poesia.


venerdì 14 giugno 2024

It's friday! : poesie inedite di Roberto Ariagno


 















It's friday! è una rubrica a cura di Annalisa Ciampalini



                abdicare allo spazio
(i palazzi diluiti dell’estate:
si infilza l’azzurro nelle cose

inseguire
liturgia della distanza

(reticenze della trama
lo specchio non vede il fango

**



                          pausa
il farsi strada delle mani

(un volo taglia l’attesa:
nel silenzio custodire il suono

è già corpo lo spazio
ci si muove nell’origine

**



                           al principio l’acqua:
rinuncia del corpo, nello spazio
distendersi

(l’incertezza prima di sedersi
allora mi hai riconosciuta

l’assenza si compie in durata
vivere intorno al taglio, avere cura

**



                        la consuetudine al crinale
scendono in silenzio nell’insidia della pietraia

prima di parlare è buio
una carne avveduta aspetta il coltello: rinunciare
non salva

ci si è nascosti, l’ora di mezzo
dominio dei corvi

**


            non c’è inizio senza perdita
in basso, vicino a terra sta il freddo

l’umiltà del tramonto (venivi
a prendermi alle quattro, io guardavo gli interni
le tende verdi raccolte su un lato

nelle pause, con accortezza
i personaggi si interrogano




Roberto Ariagno nasce a Torino nel 1969, ma da alcuni anni risiede a Rivoli dove lavora come insegnante nella scuola media. Tra gli anni Novanta e l'inizio del nuovo secolo partecipa a diverse iniziative della città di Torino legate alla poesia, Nel 1994 una sua silloge di inediti viene segnalata al Premio "Montale". Ha pubblicato La sposa boreale (Book, 1997) con una nota di Giorgio Luzzi, e Disarmare il nome (Italic, 2017) che ha ricevuto riconoscimenti in alcuni concorsi nazionali. Suoi testi sono comparsi su riviste e blog. Oltre alla poesia si è dedicato al teatro a livello amatoriale. Si occupa di scrittura e produzione audiovisiva in una società indipendente che ha contribuito a fondare.


giovedì 13 giugno 2024

“il cielo è una gronda di sangue”

Daniela Pericone, Corpo contro, Passigli Poesia 2024, Prefazione di Gianfranco Lauretano

recensione di AR


Prima di leggere le Note ai testi, avevo parzialmente riconosciuto nelle poesie della V e conclusiva sezione “Il turbamento” alcuni riferimenti a quadri famosi ma senza attribuirli tutti al Caravaggio. “I volti si sfiorano / nel bacio del tradimento” (p. 88) l’avevo attribuito a Giotto, ad esempio; “Un colpo di lama e la morte / si compie senza risparmio – / è lei che uccide / con un leggero corruccio” (p. 83) mi aveva richiamato l’opera di Artemisia Gentileschi; e “l’urlo del figlio è una domanda / che storce l’aria – nessuno risponde / solo l’impercettibile tremito / della terra a predire l’epilogo” (p. 89) ma aveva attivato la scena di una crocifissione non meglio definita, anziché il Sacrificio di Isacco (che peraltro raffigura quello di Cristo). Evidente già da queste poche citazioni la forza incisiva ed evocativa dei versi. Quello posto a titolo di questa recensione è il conclusivo dell’ecfrasi dedicata alla citata Giuditta e Oloferne (di Caravaggio e non della epigona Artemisia). Una pregnanza visiva e sensoriale e un po’ inquietante che troviamo pullulare in questo libro: “Quando la luna cade / ai piedi dell’albero, la luce / si insinua in ogni fessura – ” (p. 70); “Qui ora respiro, la polpa / dentro il torace si arrossa / si espande si contrae. / Accado, nessuno lo sa.” (p. 63); “l’altra che mi guarda, diversa ogni giorno / (…) / si mostra indifferente alla mia sorte / perché sa che è questione di poco / che non ho scampo io, e nemmeno lei.” (p.49).

Aleggia una disillusione, che però non è scettica, ma intrisa di vissuto e anche di umorismo. Uno sguardo, quello di Daniela, che sa cogliere i lampi di bellezza, i colpi del destino, le crepe preziose (alla kintsugi) che segnalano le svolte importanti di ogni esistenza (di ogni tu che sono io): “Sembri portare / una sacca leggera / eppure ti trascini a fatica / la testa fra le mani / è un temporale / che non arriva.” (p. 38); “Restano gli occhi / abbagliati nelle foto / confitti nell’istante / (…) / corpo e non più corpo / al di sopra del tempo / dei vivi a venire / gli esistiti e gli inesistenti.” (p. 35).

Siamo sempre soggetti a tensioni che  danno o tolgono energia e, se vengono a mancare, segnalano l’encefalogramma piatto, mentre il poeta le sa cogliere, con finezza e precisione creando splendidi ossimori: “È tardi, la stagione inoltrata / agosto è il più freddo dei mesi.” (p. 33, palese la strizzatina d’occhio a Eliot); “Immobile attendere / il colpo – la crudeltà a volte / è una forma di compassione – ” (p. 21).

Già nell’esergo (p. 15), tratto da La notte, il portico di Mark Strand, ci viene detto: Desideriamo (…) / di essere estranei almeno a noi stessi. 

Dopo aver scritto quanto sopra, leggo la bella e illuminante Prefazione di Gianfranco Lauretano e mi piace, per concludere, citare questo passo (p. 9): “La verità è sempre trovata e mai data definitivamente, quasi che il fissarla in un’idea, o in un’immagine troppo limitata fosse funesto e inaccettabile.”

Complimenti a Donatella Nardin per la Menzione Speciele premio Ut Pictura Poesis 2024

Una graditissima Menzione Speciale è stata attribuita alla mia ultima silloge di poesie haiku Ixòe de aria-Isole d’aria, raccolta pubblicata da poco da Fara Ed. con, in copertina e tra i testi, illustrazioni curate da Dante Zamperini.
Ringrazio molto e di gli organizzatori del Premio Letterario Internazionale Ut Pictura Poesis - Città di Chieti dell’Associazione Irdi Destinazionearte - e in modo speciale il Presidente Massimo Pasqualone - per questo bel riconoscimento.



martedì 11 giugno 2024

“Un prezioso regno di memorie abitate” la nuova silloge di Marco Mastromauro

Marco Mastromauro, Separati da raggi dispersi, Fara 2023

recensione di Vincenzo Capodiferro 
pubblicata su Insubria Critica


Separati da raggi dispersi è una raccolta di poesie di Marco Mastromauro, edita da Fara, Rimini 2023, opera poetica I classificata al Faraexcelsior. Marco Mastromauro, vive a Novara, ha lavorato a Vercelli. È laureato in Giurisprudenza. Ha pubblicato su alcune riviste, come “Alla bottega” (Milano 1995-1999) e “Contro Corrente”. Raccolte pubblicate: “Anime confinate” (1992); “Cuba” (1995); “Memorie da un pianeta” (1997); “Eros, Trinidad e altre poesie (2000); “Fraintendimenti” (2017); Cronache sparse (2018). Leggiamo tra le motivazioni della giuria: «Il lettore si immerge così in un’atmosfera pensosa e dolente in cui, in una cadenza dai tratti talvolta montaliani… prendono vita i temi salienti di questa silloge» (Fabrizio Azzali). E tra questi temi (famiglia, paesaggio, mondo, tempo) primeggia quello del dolore (“male di vivere”). «Dai versi prende forma un ritratto garbato del quotidiano e del suo passaggio-paesaggio, con le sue sensazioni e percezioni…» (Fabrizio Boscaglia). Mentre Valeria Raimondi mette in evidenza il tema del perdono «inteso come accoglienza di ciò che alla memoria, e quindi alla vita, di volta in volta si presenta».

Muti avanziamo composti
assisi al fluire delle croci,
alle sfumature di un inquieto narrare.

Il tema del dolore, dicevamo, è centrale nella silloge, quel montaliano “male di vivere”, quell’aspetto di Thanatos che risiede pure in Eros. La vita ci è presentata come un fluire eracliteo di croci, dinanzi al quale l’uomo è un osservatore ammutolito, cioè non può pronunciare l’assurdo dell’esistenza umana, e composto, cioè quasi fermo, e però trascinato comunque nel fluire inesorabile del tempo. Poi la raccolta si apre in frequenti immagini, paesaggi, popolati soprattutto da due anime, quasi platoniche metà, alla ricerca reciproca. «Cercar non so ch’Amor non venga sempre»: il petrarchesco Cupido abita questi “topoi” dell’anima. La raccolta prende il titolo dal tema della separazione:

Separati da raggi dispersi
che attraversano la solitudine del bosco…
Separati camminiamo nei vicoli
reduci, furtivi,
ci aggiriamo fra le macerie…

Ci ricorda un clima di guerra, di ungarettiana memoria: Porto sepolto. Di queste case / non è rimasto / che qualche / brandello di muro… Il tema della guerra si riconnette idealmente a quello della separazione che si riflette nella natura. Ci ricorda i nostri borghi abbandonati, che visitiamo ogni anno, attoniti: Craco, Alianello, i Sassi di Matera, ora ripopolati dal turismo. Questa guerra umana, questa separazione, trova il suo superamento nel perdono. «Qui nel regno del ricordo / del perdono. Questi i versi che chiudono l’intera raccolta, restituendone interamente il senso,» scrive la Raimondi. Questo è il dono della pace, la cancellazione della colpa, della vergogna, il trionfo dell’amore, la reintegrazione, la catastasi dell’universo, celebrata da Origene a Papini. «Il perdono è la fragranza che la violetta lascia sul calcagno che l’ha schiacciata,» diceva Marc Twain. Grandi temi condiscono la raccolta del nostro, dal “male di vivere” (C’è un inverno e lo conosciamo / lo odoriamo, lo confiniamo al di fuori. / Il ruscello s’è ghiacciato del malumore / distorto e così aspettiamo) allo spaesamento (Oggi non siamo più noi), ma tutti confluiscono nella hegeliana sintesi del perdono.

lunedì 10 giugno 2024

“l’afflato di una continuità nel tempo, oltre il tempo e lo spazio dati”

Alessandro Ramberti, Non so resistere, Prefazione di Luigino Bruni, Epilogie di vari autori, Rimini, Fara 2024


recensione di Maria Lenti




La poesia di Alessandro Ramberti, anche in questo suo ultimo e recente Non so resistere, chiede  attenzione e preme un ascolto da fibre poste in una sottile e intensa spiritualità.  


Se ad una prima lettura il pensiero arriva compresso da un non detto prevalente sull’esplicito, il ricamminamento dei versi, meditato, fluidificato dal bianco della mente del lettore, rilascia la lieve aspirazione alla limpidezza esistenziale, esistenziale ma di grana fine, di una interiorità allargata come dono a chi fa silenzio dentro di sé per far entrare l’altro.

In questa interiorità hanno la loro dimora il filo della riflessione sui destini umani e il ri-capare tale filo verso un fine, ricondurlo ad una fine, che è principio: l’eternità non ha confini, non ha un inizio né una conclusione. «Dov’è per te / l’eternità / per la tua carne / per il tuo fiato // appena tiepido / che teme sempre / di sconfinare? / Adesso bastano // pochi scomparti / a incasellare / il tuo universo / ma sai che poi // non dureranno / neanche i ricordi / soltanto i gesti / lasciano impronte» (p.66). Ma prima dell’eternità, nel tragitto tra il suo essere senza principio e senza fine, i gesti sono anche il male, le cadute, gli stravolgimenti, le gioie effimere, l’illusione vanesia, la delusione cocente, il peso quotidiano: vederli nella loro essenza non per negarli ma per tenerne i fili e temerne la preminenza insuperbiente: «Gli occhi si staccano / dal cuore quando / il male è ovunque / nella catastrofe // ma a volte colgono / bagliori intimi / si fanno ciechi…» (p. 74). Si cade, ci si rialza (p. 75): sempre, tuttavia, si è attratti dall’assoluto (ibidem).

Non è facile la poesia di Alessandro Ramberti, calata in Non so resistere in quinari per quattro strofe in tutta la raccolta, che offre in fondo ad ogni pagina la traduzione in esperanto. (Lingua universale e, dunque, particolarità di un ben considerato valore). Intendendo per “facile”, non la immediata comprensibilità o scorrevolezza per subito afferrarne il proposito, quanto l’adesione al suo intrinseco senso. Un senso che rimanda ad essenze di una religiosità (non connotata storicamente o canonicamente) che avvolge l’essere umano, lo attende, lo sollecita, lo sprona, lo chiama, lo spinge. Ecco, un senso non nella dimensione di ogni lettore, di tutti i lettori, di me lettrice.

E però non si può, non posso non condividere la tensione verso altro che non sia materia e riscontro, l’intento di alte certezze insomma: come accade quando, pur seduti in gradini di un tenore tutto umano e visibile, si sente, si avverte, si sa il vivere dei propri simili, di molti dei propri simili, necessitato e sospinto da un afflato che dia o abbia in sé l’afflato di una continuità nel tempo, oltre il tempo e lo spazio dati, oltre la caducità, oltre la vita in materia.