domenica 31 maggio 2026

Poesie di Achille Pignatelli da "Sentieri erranti nella notte" (Homo Scrivens)

 


foto di Emanuele Arciprete



Pànta rèi

 

 

 

Non ci bagnamo nello stesso fiume

non ci bagnamo affatto.

Il corso degli eventi ci scivola

addosso e non ci tange

non ci tocca

troppo intenti a negare

l’esistenza del fiume.

 

Erosione

 

 

 

Eravamo tra i calanchi

immobili come il lentisco

in attesa – di cosa, poi? –

Quando interrogammo il sole

nella sua brillante pienezza

iniziò la nostra erosione.

 

***

È lento il ritmo del ruscello

ma da parte a parte della costa

c’è un senso di pace apparente.

Sulla scapola il peso del mondo

a volte si sposta a piedi uniti.

 

 



Achille Pignatelli nasce a Napoli nell'aprile del 1988. Poeta, filosofo e scrittore e attivista dello Scugnizzo Liberato e del Collettivo Nadir. Nel giugno 2019 pubblica I ritorni (Homo Scrivens) (menzione della critica al Premio L’Iguana e II posto al concorso Talenti Vesuviani) con prefazione di Silvio Perrella. Lo stesso mese partecipa a SE, la IV edizione della sezione letteraria del Napoli Teatro Festival. Nell'ottobre del 2021 pubblica L'ospite di sé stesso (II posto al Premio L’Iguana), raccolta poetica che chiude il Ciclo della stella a otto punte. Per la casa editrice Homo Scrivens cura la rubrica online Anteprima Poetica e dirige la collana InPoesia. Nel 2024 pubblica Sentieri erranti nella notte (vincitore Premio L’Iguana, II posto concorso Talenti Vesuviani). Fino al dicembre 2022 è stato direttore artistico e caporedattore della rivista letteraria Mosse di Seppia. Con Edizioni MEA, nel 2022 pubblica Storie storielle e tante cose belle, raccolta di racconti in poesia per bambini. Le sue poesie sono state pubblicate su Poeti e Poesia, Inverso-giornale di poesia, Atelier e La Repubblica Napoli.






TI HO AMATO, DI IRMA KURTI (BERGAMO)


Ti ho amato come si ama la vita:
con felicità, con gioia e allegria,
ma soprattutto con sofferenza,
notti insonni e tanta nostalgia.


Ho cercato il tuo ritratto in ogni
petalo di rosa, in ogni specchio
limpido dell’acqua, ho cercato la
tua rabbia in un mare d’inverno,
la voce nei silenzi più profondi,
il dolce sorriso in un arcobaleno.


Adesso sono rimasta con le lettere
sbriciolate del tuo nome tra le dita,
con una storia, la nostra, che non
so se sia finita, lo spirito incrinato
dalle lunghe attese, con dei passi
lentissimi dal timore di non cadere.


E ti aspetto ancora con mille rughe
disperse sulla mia pelle, lo sguardo
bagnato di lacrime, con quest’anima
piena di luce, trasparente come una
goccia di rugiada che ti sognerà fino
alla fine dei giorni, di te innamorata.

sabato 30 maggio 2026

Momenti di necessarie necessità è una raccolta poetica di Catia Simone

                                    Momenti di necessarie necessità di Catia Simone


Tra necessità e necessità, per proseguire…
di Francesco Lioce

In questa ultima silloge di Catia Simone la medietà nei contenuti e nell’ordine compositivo è indice di esplorazione nella sostanza umana dell’oggi, a contatto con i frammenti di un sapere cangiante, in parte subiti, in parte scelti. Rispetto alle precedenti raccolte: Non ho fatto altro che scambiare le parole e Mentirosa, si coglie più matura, e perciò distintiva in quanto poetica, una duplice aderenza nei confronti della vita che sorride con amarezza a una solitudine affollata di presenze (costanti alcune, altre passeggere).
Da una parte la brillante imprenditrice del Nord, autoironica e abile a muoversi nei luoghi di ritrovo topici dell’edonismo consumistico, i bar, i ristoranti, l’acquagym, e altre scenografie congeniali a un intelligente godimento, lucido, quasi epicureo. Dall’altra, la disincantata sensitiva di quel mondo quotidiano che passa inosservato per la propria evidenza di vissuto al plurale: ora domestico, poi lavorativo, spesso annoiato nei rapporti di coppia e infine cittadino andante.
Nella società borghese del supermercato – che omologa in nome dell’uguaglianza obbligatoria – è sempre più rara la capacità di vedere oltre, soprattutto se in prospettiva. Nella scrittura di Catia Simone invece non è così. Tra le sue poesie migliori, laddove sanno essere colti, spiccano segnali di vita che lasciano sperare: ritagli campestri e specchi di acqua dolce, o comunque il sentore della natura in senso lato, retaggio visivo, e non solo, dell’infanzia e dell’adolescenza pugliesi, che tornano, mai dimenticate, con i guizzi animali e i presagi contagiosi del meteo. Né valgono meno i resoconti esistenziali abbozzati tra i negozi e gli aperitivi, o prima di andare a letto in anticipo per le fatiche in piscina, corredo di note squisitamente al femminile, tra la voglia di vivere e quella di scrivere, che diventa, nell'immediato, riflessione sfumata ma incisiva.


Ottimamente pessimista 

Scrivo un libro che non leggerà nessuno 
addento un panino che non mi sazierà 
ascolto la pioggia ticchettare sui vetri 
leggo finte recensioni egoriferite 
traccio fisionomie poetiche 
è una giornata così 
come tutte le altre 
diversa da me.

*

L’ultimo giorno di gennaio 

È un dicembre mai finito 
pensavamo di aver messo una pietra 
sopra le parole e ai fatti 
e invece inciampiamo sempre 
sui soliti sassi 

Eppure, Pollicino ci ha insegnato la strategia 
siamo noi che non sappiamo tornare 
siamo noi che non sappiamo andar via.

*

Diet®ologia

Oggi la nebbia è montata
a neve ferma
e la città è un banco di ingredienti
scaduti
siamo tornati al principio
o, forse, non siamo mai iniziati

deposito il carrello
e lascio anche la moneta
l’elemosina si fa in segreto
e qualcuno arriverà prima o poi
a raccogliere il testimone
di un digiuno discount.

*

La mia felicità è un’invenzione

Ha solo un difetto 
quando tutto diventa presente imperfetto
 
non si rassegna, non si rassegna, non si rassegna 
al disincanto
 
ma poi deve farlo 
e abdica al pianto.



Il libro è consultabile sul sito di ChiareVoci Edizioni 

IL BALCONE POETICO a cura di Benedetto Ghielmi

 











L’ALBERO ROSSO


Gocciola in minimi cristalli, l’albero rosso
che interrompe la siepe dell’usuale. Popola
il centro di un prato che sussurra d’improvvise
primavere, di un noi che forse ci somiglia
e che riassume la somma degli io che si rincorrono
tra l’erba di scordate infanzie, come se vedersi
bimbi disinnescasse il rischio della disillusione.
Fra un mandala di Jung e un diagramma di Venn,
osservo il presunto sovrapporsi ed incrociarsi
degli insiemi, e noi ai margini della terra fertile
a interrogarci se il senso abbia sensi sufficienti.





(Augusto Pivanti)











*














IL BALCONE POETICO: è uno sguardo fugace sul mondo attraverso un componimento inedito di un poeta o di una poeta. Un uscire ed entrare nel mondo come si fosse comodamente posti su un balcone. Una rassegna poetica Realista Terminale che incontra, però, tutte le poetiche dei circa 3.000000 autori e autrici che incidono la carta nel nostro Paese. Un segno tangibile ma, soprattutto, un urlo della nostra sacra umanità.

martedì 26 maggio 2026

Paradiso Una vecchia poesia su Pietra Ligure

di Andrea Corsi


PARADISO


 

Non senti il fiato della fisarmonica?

Sono i ricci o i cespugli 

del cantante, un filo della chitarra 

al cuore un taglio 

e resta aperto, 

e fiori guardo prima di morire.

 

Basta andare là ai piedi del balcone 

guardare ancora verso il basso paese 

e il mare là oltre le case e il cielo 

dalle sbarre verdi, dalle porte-finestre 

delicate di vetro.

 

Ghirigori sopra le case, 

il filo per stendere

un gruppo di tegole davanti

ghirigori le sbarre della ringhiera

piastrelle di cotto ancora tiepide

– nel vento e stare a guardare 

la linea prima delle colline

 

Le tende verdi al sole di giorno che sbattono 

dal vento forte che batte sulla punta 

della collina dov’è il condominio,

le verdi tende che sbattono

sulla struttura loro preda 

la cordicella che dondola 

dalla ringhiera giù  

qualche piano sull’edera

e Pietra.

 

In preda al vento sulla punta della collina

in mezzo alle piante in rigoglio silenziose

tutto intorno

nel sole ruvido asfalto e le lamiere 

verso la spiaggia nel fondo

 

Molti anni prima a San Lorenzo 

dalle barche a remi i lumini 

sul mare e spiagge illuminate

oltre la costa, dalle due parti 

nel buio a guardare l’idea 

delle stelle le luci

 

Era qualcosa senza fine che i giorni 

da sopra a sotto per le strade strette

in infradito nel sole – improvviso

nella calura della vegetazione.

 

Santa Maria Annunciatrice 

veglia sulla piazzetta 

verso la via Aurelia 

sulla vecchia torre  

il giornalaio che non trova i libri,

e l’altro giornalaio che ne ha sempre 

sulla via Aurelia, Lele 

chiede un cappuccino, sorride


 

// 

 


I fiori viola sulle pareti si arrampicavano

ai lati qualche erba ribelle fra i tombini 

e giù verso il centro del paese 

 

Era come il tremare del vetro 

delle finestre ad ogni spinta del vento 

e oltre il mare, come certezza 

come sole la mattina

come certezza le rotonde 

e il molo lungo che aspetta 

e le pareti della chiesa 

alte nel carruggio – e il buio 

della piazza, il duomo dentro 

le porte alto,

sui disegni dei sanpietrini

 

Il mare oltre il piccolo sottopasso

dietro il palazzo di Corrado le palme 

in fila prima della sabbia in basso

tra i bar,

lo Stella Maris prima delle spiagge

e il centro del paese 

odore di benzina,
gente nel sole

 

c’era il vento nel vicolo verso 

la spiaggia la vespa azzurra 

che Mattia usava 

e una lunga strada sui margini 

della collina 

un luogo vicino al mare:

il cinema, il Santo, la farinata 

di Virginia, il cantiere navale verso la stazione

le barche sulla spiaggia libera

che si apre con dita di scogli

il cantiere ingrigito da anni

 

E in cima la vegetazione e la croce 

che a perderci abbiamo trovato un giorno

io e Matteo sopra le ville nei sentieri,

l’autobus a Finale Ligure

gli ulivi, la torre diroccata

su Varigotti e dopo Spotorno

 

A piedi nudi sull’asfalto 

per comprare birre, il panettiere 

apriva per le brioche calde

e su di mattina nel buio 

una gamba nel canale ubriaco 

all’alba

 


//

 


E il buio che viene appena 

dopo la grazia del grigio 

e della quiete in superficie  

potremmo chiamarla paradiso

 

paradiso. Un momento prima della cena 

un momento dopo una 

chiacchiera con qualche amico 

 

e sul balcone sulle sedie di vimini 

cigolano nel buio in mezzo 

a queste due pareti una immensa
nel buio spenge la lampadina  

 

Il mare dentro uno spazio per il paradiso




lunedì 25 maggio 2026

Menzione d'onore a Matteo Pasqualone e Alessandro Ramberti

La prima edizione del premio Poetico ha assegnato la Menzione d’Onore a Matteo Pasqualone per La voce del sangue e ad Alessandro Ramberti per Chiamami, grazie alla Giuria, al Direttore artistico e a tutti coloro che hanno contribuito al successo di questo Festival della Poesia d’autore.





Per lui solo per lui io ancora vivo

recensione di Giancarlo Baroni




La parola della poetessa Stefania Cavazzon è, da sempre e per sua evidente caratteristica, difficile nel senso che  richiede da parte del lettore una attenzione, un impegno, una paziente partecipazione.  La sua, si badi bene, non è una “parola innamorata” di se stessa che si specchia nella propria ricercatezza. 

La poesia dell’autrice è piuttosto il riflesso di una essenza enigmatica e arcana che sta al fondo dell’universo e di cui i versi sono la parziale, precaria, incompleta e oscura traduzione. 

Nella  copiosa produzione poetica dell’autrice, ricorre  l’elemento alchemico e l’attrazione verso temi ermetici. Anche nella sua recente raccolta intitolata Deflusso (prefazione di Renata Capria d’Aronco, Amazon, 2026)  è palese l’attrazione verso una realtà più nascosta e misteriosa che va indagata con paziente lentezza e contemporaneamente con intuitiva acutezza. Il suo è un invito a non accontentarsi del qui e ora, della superficie, e di tendere all’oltre, verso l’invisibile: «Giunta al punto mortale / di ogni esistenza / lì ormai calamitata / è attenta solo all’oltre». 

Nella raccolta non mancano i riferimenti alla vita personale dell’autrice, al succedersi incantevole delle stagioni, a una realtà concreta che non si svela però mai completamente, che sbiadisce istintivamente nell’indistinto. 

Diversi sono i brani dedicati all’alternarsi dei mesi e delle stagioni, alle metamorfosi del paesaggio. Riporto a questo proposito alcuni versi: «E mentre marzo evapora coi suoi profumi incerti»; «Aprile così sporge / ramifere dolcezze»; «Pareva non dovesse mai più giungere / la primavera / invece / eccola all’improvviso tutta azzurra  / come se nulla fosse / sole in fronte»; «Ecco acciaccata estate  / che d’umidezze gracida»; «Rinfresca il ferragosto un ventilare / da estati artiche / ogni fuscello rifrondisce / in preda a estatico delirio / di durare»;  «Ah la pioggia la pioggia di tanto novembre / melodica bíos che ci infradicia!».

Il trascorrere inesorabile degli anni («va esaurendosi il tempo / di questa mia vicenda terrena»), la solitudine, la melanconia, accompagnano le giornate e i versi, tanto che il tema esistenziale assume in Deflusso un ruolo fondamentale. Accanto al tema esistenziale si afferma quello conoscitivo basato sulla ricerca di una essenza e di un senso: «Solo una cerca infaticabile / è ancora l’univa via / per la specie». L’avvicinarsi progressivo all’addio si rivela come un procedere verso quel punto in cui forse l’enigma si svela, defluendo e scorrendo verso un inesprimibile significato: «Di là da umana primavera / dallo sfociare dei fiumi / da questa magnitudine di soli / altra armonia ci attende / e una mattina / sopra una quintessenza di stagioni / il muro estremo /  si squarcerà». 

L’attesa è per Stefania Cavazzon il raggiungimento dello scopo che alimenta i suoi giorni e che consiste nel ricongiungimento all’uomo da sempre e per sempre amato e purtroppo scomparso: «beh / un fatto è certo / amore mio / io ti sto raggiungendo». E ancora, con straordinaria sincerità e intensità: «Per lui solo per lui io ancora vivo»; «Nulla è mutato dal tuo avvento / o amore / e quasi mezzo secolo è sfumato».  

Il libro della Cavazzon si presenta principalmente come un canzoniere d’amore in assenza della persona amata,  nell’attesa appunto che si compia il definitivo incontro («nuovamente con te / oltre la vita») e si ricrei una condizione di armonia, di grazia, di beatitudine, «di giocondità», di estasi, del superamento «della nostra umana imperfezione». 

Nel dopo e nell’oltre troveremo finalmente un mondo incorporeo, spirituale, inimmaginabile, invisibile e segreto.