venerdì 21 agosto 2026

"Banco bianco" - di Sandro Meravigli

 “Banco bianco"


Sparirai anche tu come nebbia
il mondo è ingiusto
solo questa lotta gentile condotta giorno dopo giorno
essere cibo per altri
sfamare i cuori, più che altro
per le rive del male:

i giorni sono d’oro
il mio corpo è balbettare di nodi
dove mi porteranno le foglie

il mio corpo è stanco e morde
su pianure di frasi
aperte
qui la punta mi solletica
e rido
continuando a stipulare contratti con il solito
primo venuto 

*

Un profeta ha scritto “siate nei vostri piaceri come i fiori e le api”
ma in amore e in molte altre cose sono balbuziente
per questa lotta a corte
(cuori arpione angoli in combutta)
più spesso punto dritto e non penso ai morsi
per vivere con l’iniziale
il mio essere 

dire “la noia è il migliore dei risvegli”
ma il cuore insonne sciopera,
mi impone severi digiuni per giorni
non faccio che bendarmi gli occhi
e torno a stancarmi con menzogne e finzioni —
la mezzanotte è una lingua e ripara i freni
per l’indomani

generosa consulente
scava qualcosa nell’autenticità
sopra i detti
corridori rivoluzionari
da intervistare
stelle di fuoco, lettere
senza rime che si leggono come poesie
calco della storia

lavoro minuzioso d’amanuense
di copiatura e invenzione
intorno al pozzo
da pazzi
con le chiavi della storia

sul banco bianco corde
scartoffie
dall’uscio fitta luce
sui tetti su cui cresce l’erba
nel xiao yuanzi
la mente assente
e fotografa senza metodo —
solo la costanza è prova dell'uomo
ad ogni ora la sua pena


giovedì 20 agosto 2026

“Sono un morto" - un inedito di Sandro Meravigli



Sono un morto


Datemi un fiore, datemi una casa
datemi una penna
e una pagina
estremamente 
mi fermo 
sul sorgere

Noi siamo bassi
non capiamo bene
la rivoluzione è a un passo, 
è il masso su cui siedo
affilando orizzonti
penso ai monti dell'infanzia:

ha a che fare con la storia che racconto - questo pugno
e questa penna: dico il ricordo

L’attacco dinamitardo al clero letterario: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

L’attacco dinamitardo al clero letterario: Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni

Lo Stato Pontificio di Ivan Pozzoni (Edizioni Divinafollia, 2026) è un testo eversivo che colpisce costantemente la poesia lirico-elegiaca, imperante a causa delle scelte dell’imprenditoria editoriale. Già nell’introduzione all’opera, Pozzoni si prefigge l’intento di spiegare come la poesia tardomodernista debba essere intesa: un riot da scagliare contro lo “Stato pontificio” letterario, emblema d’una critica vetusta che non riesce, non desidera scovare prodotti di qualità, fautrice di versi lirico/elegiaci edulcorati ed edulcoranti che mostrano, pur nella diversità dei poeti- scrittori, il medesimo stile e contenuti analoghi: «cento e cento e cento epigoni di epigoni di epigoni (epigoni Rubik), tutti con la medesima scrittura,/ il medesimo stile, metro, mood, ritmo, lanciato dai seducenti dictatores del regime Mondazzoli» (Ogni limite ha una pazienza). Durante la lettura dell’opera che fa largo uso di riferimenti sociologici, filosofici, letterari e al contempo calcistici, al cinema trash e a quello erotico il poeta utilizza il plurilinguismo ed un linguaggio volutamente  prosaico e, a volte, osceno che diventa cifra stilistica della raccolta con il fine di costituire volutamente l’antitesi rispetto al seducente verso lirico/elegiaco: il lettore è spaesato, sferzato di primo acchito, perde di fatto le coordinate che lo hanno visto procedere su una strada volutamente piana ove gli si richiedeva, nel migliore dei casi, un trasporto emotivo e non di sicuro una capacità di riflessione scaturita dalla provocazione che è lo strumento precipuo dell’arte. Il bersaglio lirico-elegiaco, nella concezione della poesia contemporanea, viene costantemente dichiarato nei versi-riots di Pozzoni anche attraverso il sarcasmo: «la conversione in agnello, homo homini agnus, ha scapigliato la mia nozione di militanza/mi sono esposto al Prezidium del Kolektivne NSEAE inneggiando ubriaco, alla fratellanza/ con tutte le multinazionali, i massacratori, i dittatori, i burocrati bastardi della terra» (Sono diventato buono). Il verso imperante, ci dice Pozzoni, è quello di chi improvvisa, di chi non ha riferimenti culturali e getta «vocaboli sulla carta come una defecazione» in un «Pornasio letterario» abominevole. Appare chiaro dunque come nella mente di Pozzoni si delinei l’idea che la poesia contemporanea, nella sua vocazione lirico/elegiaca, scevra di ogni valore morale/politico, sia da intendere come qualcosa da rifuggire, da superare nel paradigma tardomodernistista, l’unico percorribile nell’idea dall’autore. Scrive ancora il poeta nell’introduzione all’opera: «Il tardomodernismo deve combattere la tirannia del critico letterario, la tirannia dei direttori editoriali e la tirannia delle redazioni». I critici letterari e i direttori editoriali costituiscono, in ultima analisi, i bersagli autentici, più dei poeti lirico/elegiaci, dell’azione “dinamitarda” di Pozzoni: i critici letterari, «vecchietti terribili della vetero-cultura vetusta italiofona» come l’autore li definisce nella poesia Il vaso di Pandoro, fautori del regime “pontificio”, percorrono strade battute in cui si parla «d’amore, fratellanza, cooperazione, amicizia»; nella loro comfort zone spendono parole lodevoli per prodotti banali (spinti anche da logiche clientelari) destinati a una fine più veloce dell’alito di vento dantesco, tanto che non si può parlare neanche di mondan romore per tanti, troppi esponenti del verso lirico/elegiaco né tantomeno di una vendita significativa delle loro opere. Nell’uso spasmodico dell’esagerazione, nell’eccesso verbale, nei giochi di parole ecco che il lettore viene violentemente investito da un j'accuse incontenibile e incontrollato: la poesia di Pozzoni è una poesia di denuncia dello star system dell’editoria contemporanea e i versi “osceni” del poeta costituiscono la pars destruens di un mondo poetico che non può essere accettato. L’ordigno del poeta lombardo non è solo concettuale, ma anche e soprattutto linguistico come già detto: il verso pozzoniano costituisce il veicolo migliore per far esplodere tutto, attraverso il rifiuto del metro e della lingua poetica tradizionali, attraverso un linguaggio dissacrante, il multilinguismo, il pluringuismo. Lo stesso Pozzoni definisce il tardomodernismo come «un potpourri letterario» che utilizza un «sovraccarico linguistico, una brutalizzazione trash». Anche il lettore diventa in questa perpetua battaglia di chi vuole ri-fondare il mondo della parola un nemico: non è più l’hypocrite lecteur, mon semblamble (e del resto non si può sicuramente dire del poeta che sia un ipocrita): il lettore è «il lettore del cazzo» come Pozzoni lo definisce ne La cirrosi empatica che non comprende, non analizza (come del resto il critico). Solo all’artista resta da dire ciò che non è, ciò che non vuole. Lo Stato pontificio è un’opera significativa, sincera, temeraria, ovviamente non conforme al canone tracciato dalla critica letteraria, destinata a non essere ascoltata nella logica del mercato editoriale, salvo miracoli assimilabili alla trasformazione dell’acqua in vino. C’è da chiedersi, ma solo nella realizzazione di un’adynation, cosa potrebbe/dovrebbe diventare la poesia tardomodernista nella sua pars costruens in un mondo dove i lirico/elegiaci saranno relegati al silenzio. 

Antonio Di Grazia




mercoledì 19 agosto 2026

I versi di Alberto Mori ci aprono “a un nuovo nesso imprecisato con il mondo”

Framing reinquadrante e da reinquadrare: Alberto Mori tra derealizzazione della percezione e disseminazione di tracce performative

recensione di Franco Gallo


Il nuovo lavoro di Alberto Mori (Framing, Fara Editore, Rimini 2026) si articola in sei parti (INQUADRATURA, APERTURA, COLORE, LUCE, ARIA E SORVOLO, SUONO E CORPO), introdotte da un componimento fuori schema di battute in corsivo virgolettate (p. 9), che richiamano un pattern ricorrente in apertura di ciascuna sezione, dove si trasformano in un dialogo tra due operatori di camera e/o videorecording, dubbiosi sulle scelte e stupefatti di quanto si manifesta ai loro sensi e mezzi di riprea.
L’esergo, come ci si poteva attendere dal titolo, richiama alcune considerazioni di Erving Goffmann. Accompagna il volume uno scritto in chiusura di Amedeo Anelli.
Il volume ci è parso interessante per più aspetti. Il primo, è che la frame analysis per come si sviluppa oggi si sostanzia come una critica dell’ideologia (per usare un linguaggio proprio della mia generazione) nel quadro della sociologia della politica e della comunicazione, in effetti accentuando la capacità dei frame di fungere come principi organizzativi e narrativi dell’esperienza e come parametri costantemente attivi negli impliciti linguistici e nella presupposizione del senso delle azioni e delle attese dei destinatari del messaggio.
Con tutto questo, diventa di fatto una forma applicativa di una critica psicologica e sociale che si avvale in forma evoluta e multidisciplinare del principio della Gestalt e della teoria foucaultiana, hardtiana e negriana del potere come attivazione e non come divieto.

I frame di Mori sono invece estrinseci rispetto a ogni loro identificazione come schematizzazioni di interpretazione politica e narrativa del reale, muovendosi invece su altri due piani distinti: uno, quello dell’apertura spregiudicata del piano percettivo in forme indipendenti dall’ordinario sguardo e quindi dagli effetti del framing sociopsicologico indotto dalla comunicazione e dalla politica di massa come elemento attivo della comprensione dell’evento; l’altro, quello del reinserimento cosciente e soggettivo di questa apertura in un processo secondario (in senso freudiano), di confronto con un decorso reale che li riporta nel tempo collettivo.
Quindi, e questo sia un altro aspetto di interesse, mentre i frame goffmaniani chiudono i soggetti dentro i loro mondi prerappresentati, quelli di Mori sembrano voler aprire autore e lettrici/lettori a un nuovo nesso imprecisato con il mondo.
Essi piuttosto appaiono come congiungimenti autoarticolati e intersensoriali, ulteriori e anteriori rispetto alla ordinaria forma della cosa che la percezione annuncia; percepito certo non puro, ma fin dal principio spurio e derealizzante, e proprio per questo sospensivo del tempo ordinario, della costanza della sostanzialità con le sue gerarchie di elementi essenziali e accidentali. Ma qui appunto l’accidente diventa centrale, profilo nuovo che annuncia una piega diversa della cosa.
Che siano istantanee sintesi di elementi convergenti nello spazio sensoriale (Nuvola nella nube, p. 37), cronache della deformazione poetica del percepito (La proiezione stempera, p. 43), ammirato equilibrismo linguistico per la perizia di performer musicali (pp. 62-63), i frame sono tutti esorbitanti la sfera dell’immaginario e si riconnettono potentemente all’ingombrante dimensione del reale, che emerge perfino dall’unico testo esplicitamente evocativo della semiosfera socialmediatica e suo ritratto al vetriolo (Satura d’eccesso, p. 53).
Come un enigmatico accenno alla trasposizione esecutiva di questo testo di Mori stanno due pagine (pp. 58-59) di scritture non convenzionali che paiono tanto andare verso l’idea della distillazione di cellule genetiche della poesia a partire dalle iniziali delle parole, trasposte in maiuscola in più casi e unite le une alle altre secondo un’agglutinazione straniante, quanto rimandare a marche esecutive di gesto che apprezzeremo certamente nell’oralità estemporanea del poeta. E questa promessa è senz’altro un terzo rilevante motivo di interesse.
Framing, con tutta questa costruzione e sovrastrutturazione, non sfugge alla tipizzazione delle marche autoriali e non rinuncia dunque ad alcuni preziosismi caratteristici di Mori, a cominciare dal marchio di fabbrica dei neologismi sostantivali o aggettivali derivati da verbi o dei neologismi verbali desunti da sostantivi, il tutto con il consueto apporto di prefissi (es. divago, p. 42; sbucci, p. 52; insolcate, ivi; incoltrita, p. 38; orizzonta, p. 27), senza dimenticare i frequenti impieghi ectopici dei verbi e le figure di contrasto (es. … fuoco innevato / incendia sulla lingua del gelo).
Questa maniera di Mori ci dona i suoi licks, come direbbero i chitarristi blues, le tipicità del suo fare poesia che se è intellettualità e riflessione è anche diletto, piacere del maneggio della parola e sempre di più un soffermarsi sul gusto del dire. Ma di 
Framing non possiamo sapere di più fino a quando non ne vedremo una performance che ci dirà quale sia la sua intima biologia molecolare, evocata da un esplicito CTGA (per chi non lo ricordasse, la sequenza della basi azotate del DNA, p. 58). che appare come esito di una delle figurazioni di cui sopra dicevamo.

da Poesia cremasca moderna 

lunedì 17 agosto 2026

Volersi bene

Alessandro Ramberti, Chiamami 

FaraEditore, Rimini 2026


recensione di Anna Maria Tamburini



Dedicata A chi mi ha preceduto e con la premessa di una citazione tratta dal Saul di Vittorio Alfieri – dove la voce della coscienza religiosa impersonata dal sommo sacerdote Achimelech sfida la superbia del Re irridendo la sua gloria (non sei, che coronata polve) –, la nuova raccolta di Alessandro Ramberti si apre con un testo di soli sette versi ritmato nelle diverse forme dell’ottonario.


Naviga dentro le tue

fibrillazioni endoreiche

calati in mezzo ai ventricoli

sfasa le valvole fa’

scorrere sopra le acque 

sfiora le cime ed abbassati

dove la terra concima


Nel dinamismo del “fluire dentro” (dalla radice greca “rhein” preceduta dall’avverbio endo) la sequenza delle metafore gioca tra la fisiologia del corpo umano e l’idrografia per cui “endoreico” si dice di un bacino apparentemente chiuso ma attivamente dal di dentro movimentato. Il testo sembra pertanto un monito rivolto alla propria anima, come al sangue. Al contempo è forse una preghiera, non tanto a sé stesso, ma a Chi ha la potenza, la forza, l’energia della grande e della piccola circolazione, della vita. 

La dimensione orante è attestata del resto dalla struttura stessa della raccolta, perché ogni componimento è riportato regolarmente in più lingue: in cinese sia nella grafia tradizionale che nella forma traslitterata, in esperanto, inglese, latino. Dunque lingue vive e lingue vissute, poiché anche l’esperanto ha avuto una sua fiorente stagione, più nel passato che al presente, nel sogno che l’ha inventato di lingua universale. Più che traduzioni i componimenti traslati si percepiscono come l’eco prolungata della medesima invocazione. La preghiera sale infatti, incessante, da ogni angolo della terra, e dal più lontano passato, sino a noi, di passaggio oggi in questa devastata landa di “cruenta aiuola”. 

E la più intensa delle preci si può ricondurre a questo solo verso, chiamami, da cui il titolo. Chiamata per nome, Maria nel giardino del sepolcro ha potuto riconoscere il Maestro risorto. Abbiamo bisogno che altri ci chiami, sempre, poiché l’uomo vive di relazione, ma il Tu che veramente ci rialza è quello della più alta chiamata. C’è un voi, cui è dedicato il breve spazio della raccolta – è per voi che siete / con me dal passato –, al quale si accorda il verbo essere non a caso al presente; e c’è un Tu del quale l’umano da sempre avverte urgentemente il bisogno della Presenza: a questo Tu si rivolge l’autore quando dice: «Chiamami». 

Come si può sintetizzare tutta la legge della tradizione biblica che, osservata, permette all’uomo una più serena condizione del vivere? «Ascolta, Israele. Il Signore Dio nostro è l’unico Signore; amerai dunque il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza» e «Amerai il prossimo tuo come te stesso». Quella che la tradizione biblico-cristiana consegna come Torah – un ammaestramento – si rivela nell’esperienza del vivere la possibilità di un ben-essere. Ma occorre amarsi ed essere con sé stessi misericordiosi per riuscire ad amare a nostra volta e ad avere misericordia:


9. Volendomi più bene mi hai spiazzato

io sono rifiorito non celando

né esibendo le mie fragilità 


mi sono ritrovato più paziente


A differenza delle precedenti ultime raccolte, in cui era prevalente un solo ritmo dettato dalla scelta di un’unica misura sillabica, con questa nuova silloge Ramberti fa ricorso a più diverse misure, tra parisillabi e imparisillabi: ricorre l’endecasillabo, a volte rigorosamente, come nel caso di questo componimento più riflessivo e discorsivo, o come in quello seguente, altre volte si trova alternato al settenario secondo la migliore tradizione lirica della nostra poesia, ma ricorrono di frequente senari, ottonari…

I testi all’interno della raccolta si richiamano e si integrano nelle argomentazioni: proprio intorno al tema del volersi bene più avanti si fa chiarezza con un componimento centrale di due soli distici:


15. Dimentico spesso

di avere ciò che non ho


svuotandomi divento

più ricco


Anche la poesia così si spoglia e nella sua nudità esalta tutta la sua ricchezza, nella forma e nella sostanza delle parole scelte: volersi bene non significa infatti riempirsi di cose più o meno materiali, ma conquistare quel di più di eternità che ci fa liberi, come sostiene San Giovanni della Croce nella Salita al Monte Carmelo: «Per arrivare a godere tutto / non voler godere nulla in nulla. / Per arrivare a possedere tutto non voler possedere nulla in nulla. / Per arrivare a essere tutto / non voler essere nulla in nulla»; o come testimonia san Francesco, che scopre amabile e fa sposa sorella povertà. 

Anche la dimensione onirica affiora a tratti con potenza (25) se pure nella suggestione dell’enigma, per cui occorre discernere, come nelle scelte, nelle parole, nelle preghiere: quelle del Saul dell’Alfieri sono preghiere che non sperano. 

[…] Ma in fondo per le scelte ormai mi affido – confessa in ultimo l’autore – a chi conosce bene le mie falle // e se ne prende cura liberandomi / dal peso di una legge che costringe / la grazia non richiede una classifica // dei meriti ma solo un’accoglienza / che sappia un po’ svuotarsi un po’ diffondersi / il sé più vero è infatti relazione // che dona agli altri spazio e non possiede / neppure il suo lo rende permeabile / al grumo di bellezza condiviso. 

Sono questi i sogni, sogni agapici, che hanno una forza / profetica, che magari ti mettono a nudo // riaprendo ferite /t u amali amandoti / le scorie i traumi gli errori / ci definiscono / ma sono una mera pellicola / che può trattenere in sé la grazia / e dunque volare.


“Ci sentiamo chiamare dalle stelle ogni notte.”

Massimiliano Bardotti, Ma il bene resiste, con la prefazione di Davide Rondoni e un saggio di Guidalberto Bormolini, Edizioni della Meridiana 2026

recensione di AR


Questo libro è una dichiarazione di amore. Certi incontri ti trasformano, anzi ti trasfigurano. Certe voci ti chiamano, ti seducono, ti sconvolgono. Ti dicono chi sei. Indicano la via. Scrive Guidalberto Bormolini (p. 114): “Non perdiamoci in disquisizioni sul relativismo (…). Dal momento in cui abbiamo colto il frutto dell’albero, tutto si è radicalizzato (…). L’amore è strutturalmente legato alla libertà, dunque se siamo liberi  possiamo amare; se non lo siamo diventiamo automi, anche se fossimo le persone più buone del mondo.”

Come Simone Weil da Gesù, anche Massimiliano è stato preso da Lui, attraverso incontri, reali certo, ma anche intrinsecamente “poetici”. È bello assaporare le emozioni di lettura che ci offre in queste pagine parlandoci di Turoldo, Borges, Rumi, Davoli, Pascoli, Tagore, Damiani, Dante e altre voci, viventi nel qui e ora o già nel sempre, che hanno in-cantato la sua anima e indirizzato concretamente la sua vita. Sì perché per il poeta di Castelfiorentino si tratta di aver risposto a una chiamata. Accolta con umiltà, come una grazia. Poesia come vocazione, dunque, come realizzazione del proprio sé più dolorante e lieto, più nascosto e palese. Una vocazione di cui essere infinitamente grati anche se non ci evita prove, silenzi, sofferenze… aderire  alla propria vocazione “è un modo di vivere che può aiutarci a provare a fare della nostra vita qualcosa di bellissimo” (p. 58), ci responsablizza: “Non possiamo più far finta di nulla e vivere come se le nostre azioni non producessero effetti nell’infinito.” (p. 43); “Dovremmo amarci gli uni gli altri solo per questo, dovremmo avere compassione gli uni degli altri proprio per la sorte che condividiamo.” (p. 34); “… forse il dolore è davvero un fratello necessario alla nostra esperienza di vita.” (p. 27); “… tutto quanto accade nella nostra vita, anche quello che  sembra ombra, buio, oscurità, male, quello che noi giudichiamo come sbagliato, ingiusto, il poeta [nello specifico si riferisce a Rumi] ce lo indica come dono, occasione, fonte di salvezza.” (p. 19).

La citazione posta a titolo di questa recensione si trova a p. 29. E continua così: “E più ci sentiamo chiamare più ci sentiamo smarrire perché non capiamo.” Ecco è fondamentale non capire, cioè non “racchiudere” in sé, non delimitare orgogliosamente con una rete esclusiva ed escludente la realtà che ha sempre una bellezza esondante le nostre categorie, sorprendente, misteriosa… Dobbiamo essere tutti, in primis i poeti, vasi che accolgono, anche (forse soprattutto) attraverso le loro crepe. Piccoli contenitori aperti e “sgocciolanti” di infinito.

domenica 16 agosto 2026

“sono compasso e lama di rasoio”

introduzione di Alessandro Fo
con uno scritto di Elisabetta Olobardi
e una riflessione sulla poesia di Fornaretto Vieri
Betti Editrice 2025

recensione di AR


Ogni momento ha un seme di assoluto / che niente veramente può scalfire, / né può essere inganno questa vita: / in parte o in tutto al nulla consegnata / sarebbe un dono tolto quando ancora / ci è offerto, dall’inizio; ed è miracolo, / pegno di una valenza, che è infinita.” (Punctum temporis, p. 228)

Inizio questa recensione con versi che mi sembrano una fondamentale chiave di accesso alla poetica che informa questo ponderoso tomo di endecasillabi che registra gli eventi salienti del vissuto, del sentire, del pensare (”c’è una bellezza propria del pensiero, / luce che è potenza d’intuizione”, p. 173), dello stare al mondo con i piedi per terra (”Prova sempre la storia ad insegnarci, / ma non riesce ad essere ascoltata”, p. 145) eppure con lo sguardo attento all’Oltre di Fornaretto. 

Il gesso o un carbone bianco venivano impiegati per indicare un fatto memorabile o una lieta sorpresa e in questo libro è una antologia di situazioni, sentimenti, meditazioni, ricordi, considerazioni, rimpianti, preghiere… che riflettono con onestà gli entusiasmi, le passioni, le relazioni (a volte non completamente riuscite) del Nostro: “… cerco la mia immagine / e a tratti non la trovo, ché gran parte / del mio me se n’è andata, ed è già altrove.” (Il divieto III, p. 110); “Ora solo è tristezza, e non c’è uscita, / solitudine ovunque sul mio mare.” (Quel punto archimedeo che si è smarrito, p. 102); “vale ben tutto intero il mio dolore / sol quel poco di te che ho amato e inteso.” (Nelle ore della notte I, p. 100); “non son saggio, non lo son mai stato, / dei consiglio fo saggia collezione, / ma poi non li so spendere, sbadato.” (La sorte dei consigli I, p. 98). 

Il suo, di Fornaretto, è anche un viaggio nella poesia (italiana e non solo), un amabile gioco per l’uso di parole desuete e rare, le rime e i rimandi più o meno espliciti ai grandi poeti antichi e contemporanei, che creano vigorosi effetti immaginifici e risonanze visive sostenute da allitterazioni dai rimandi ancestrali: “Dentro pubbliche maschere celato / l’ego trova il suo spazio di manovra, / nel vuoto suo centripeto di piovra / onnivoro ghermisce le sue prede, / compatendo lo sciocco che non coglie / l’immediato vantaggio che pur scopra.” (Favole idiomatiche XIV, p. 53); “Non perdona il carbone: o tinge o brucia; / così la vita che ci passa dentro.” (Favole idiomatiche VI, p. 50) 

Traspare in queste pagine un approccio religioso/filosofico sempre in bilico fra uno scetticismo che ha bisogno di verifiche e una volontà di affidarsi a un Mistero che ci ama e ci dà energia per amare a nostra volta (se lo accogliamo): “Solo il futuro è aperto al nostro agire / e quando agiamo slitta nel passato / per la minima cruna che scompare, / non ha spazio nel tempo eppure intero / il tempo è  tutto accolto in quella cruna / che il passato proietta ed il futuro” (Il paradosso dell’impossibile presente II, p. 225); ”Sono sempre attirate le parole / dalle cose, l‘oscura calamita: / sono compasso e lama di rasoio, / che scontorna, dirime, che si spinge / confusamente a un dove che tracima / ben oltre l’orizzonte degli eventi” (Res et verba, p. 215); “Fiùtola si diceva la falena / per quel suo modo di fiutare il bordo / degli oggetti che timida avvicina.” (La fiùtola, p. 212).

Mi piace riprodurre integralmente la poesia Ierofanie (p. 202), perché fra le “confessioni” che costellano A carbon bianco è una numinosa parabola del poeta:

Lancia altissimo il grido nel suo volo,
immerso nell’azzurro e impercettibile,
il falco pellegrino come a esprimere
il diritto ad esistere e il mistero,
l’insondabile cuspide intangibile,
acuminata punta che si incide
nella compatta volta indefettibile,
impervia sopra l’uomo che la irride.

Concetti simili li troviamo anche in Derek Walcott VIII (p. 194): “Non si contiene il verso, si distende / con lo stesso respiro degli oceani, / frequenta gli orizzonti, li travalica, / eppur coglie il dettaglio, la pur minima / movenza ed incertezza della vita”.

Non sorprende l’amore per l’arte (del resto pressoché ineludibile per un poeta fiorentino) a cui è dedicata in partecolare la sezione ecfrastica “La forma ed il croma”, né l’onnipresente profumo delle Sacre Scritture: “È il perdono che suscita l’amore / e l’amore è motivo del perdono” (Maria Maddalena, p. 155); “Mio padre mi parlò la prima volta / di Abele il giusto e nella fantasia / mia di bambino parve che in quel nome / risuonasse il belato dell’agnello.” (Abele, pp. 35-36).

Un libro questo in cui l’esposizione del poeta è una finzione pessoana (dunque molto rivelatrice) in cui divertissement e autoironia si intrecciano con un umorismo tendente allo spleen e il desiderio di affidarsi a una Buona notizia ricca di misericordia (che è la forma più alta dell’amore): “Dentro un assorto muto immenso manto / tutto si allenta, nulla si rianima; / solo consola questo grigio affranto, / il calicanto, intenso come un’anima.” (Fiori d’inverno, p. 82); “guai al chierico che, nella sua fede, / non conosce la luce che conforta.” (Il sacro, p. 60); “Tutti ce ne andremo a mani vuote, / l’io se ne andrà via povero e nudo, / ma non ci lascia il noi che qui vivemmo, / i condivisi affetti, ed ogni gesto / che fu di compassione o fu di amore / non passerà, non sarà stato invano.” (Non invano, p. 45).