mercoledì 21 ottobre 2026

Per essere accanto. Alessandro Ramberti, “Chiamami”




Foto di Giacomo Ramberti



Il fare poesia di Alessandro Ramberti sa accogliere. Questo suo nuovo lavoro, Chiamami, mette ancor di più in luce questo suo costruire accoglienza. E lo fa partendo da una semplice umana necessità: “Abbiamo bisogno di ascolto”. Un ascolto condiviso, che si mostra nella vicinanza, nel suo dare confidenza e attenzione. Perché già lo stesso titolo, “Chiamami”, ha in sé radice importante. È il desiderio di essere chiamati al mondo e di come “ogni persona si senta chiamata a esprimere la propria verità” (Lo spiega molto bene lo stesso Ramberti nell’intervista che segue).
È un senso di appartenenza alla vita stessa, che l’autore esplora in questi trentatre brevi testi, nel mettere in rilievo che “Quanto ci appartiene / è il transito”, nello stare nel riconoscimento più sincero, “Grazie per essere dove / s’incontrano i sensi”.
“Chiamami” è uno scrivere che si muove in più lingue. Italiano, cinese, inglese ed esperanto. Quasi a dire di come ci sia bisogno di più provenienze, e più direzioni, per aprirsi al presente che viviamo, nel cercare ancor di più di non perdere nulla, di ampliare percezioni e significati, nel non bastarsi da soli. Sempre più “a immergerti in vicende / che segnino le ossa”. Nel profondo.
In queste pagine è evidente la dimensione spirituale, che si mostra e si apre all’ascolto, nella sua nuda trasparenza. Il suo muoversi è in questo percorso di ulteriore definizione di sé, dove Ramberti può mettere nero su bianco che “Mi sono ritrovato più paziente”, nel riconoscere che “Per essere accanto / bisogna dare il fianco”, senza la paura di affermare “Sfido il giudizio ogni giorno”.
Questo è l’accadere che nutre tutto lo scrivere di “Chiamami”, una prova poetica di dialogo, la possibilità di una comunicazione che elimina il superfluo, sapendo scegliere il peso specifico di ogni parola scelta, a cui affidare la propria fiducia.
“La nostra materia / quando è sfiatata / si eleva” è immagine che resta e respira, “Le tue ginocchia pregano tuttora” dice di come il corpo sia il luogo di ogni innesco, “Il nostro magnetismo / con le polarità in tensione” è la geografia in cui orientarsi.
Alessandro Ramberti con Chiamami segna un nuovo passo importante nel suo cammino d’autore, nel suo continuo cercare una voce a cui dire “Fortuna che tu sei feconda / ascolti il messaggio che infuoca / tu curi le crepe più antiche”.




Dal libro:


0.

Naviga dentro le tue
fibrillazioni endoreiche
calati in mezzo ai ventricoli
sfasa le valvole fa’
scorrere sopra le acque
sfiora le cime ed abbassati
dove la terra concima


在你澎湃的心怀内
就航行吧
沉降到心室
移开瓣膜
让水涌上来
触及山峰旋即
低伏于沃土


Zài nǐ péngpài de xīnhuái nèi
jiù hángxíng ba
chénjiàng dào xīnshì
yí kāi bànmó
ràng shuǐ yǒng shànglái
chùjí shānfēng xuánjí
dī fú yú wòtǔ


*


1.

Questo

è un piccolo spazio
lo so non sono capiente
ma è per voi che siete
con me dal passato
e in questo momento
siamo vasi da colmare
accogliendo


*


11.

Crolla con me
rovina le frasi
percorrine i vuoti e prendimi

quello che fai mi interessa


Falu kun mi
detruu la frazojn
plenigu la malplenain spacojn, superu min

viaj agoj interesas min


Fall with me
ruin the sentences
cover the gaps and get ahead of me

what you do interests me


Cade mecum
sententias corrumpe
hiatus tege et me antecede

quod agis me interest


*


18.

Tre versi ansimanti per finire
ti riveli nell’ultimo
indicibile



*


20.

A te che sei nell’oltre
non servono parole
ti basta il crepitio
di queste mie sinapsi


对于超越尘世的你
毋需言语
你只谛听
我这些神经元的噼啪声
就已足够


Duìyú chāoyuè chénshì de nǐ
wú xū yányǔ
nǐ zhǐ dìtīng
wǒ zhèxiē shénjīng y uán de pīpā shēng
jiù yǐ zúgòu


*


26.

Esserci lascia l’odore del viaggio
nei palmi nei fluidi il trasporto
ci spinge a toccare la prossimità
si attiva l’umore interpella
il barometro oscilla
nei cuori che restano aperti



Foto di Giacomo Ramberti


Intervista ad Alessandro Ramberti:

Il titolo, Chiamami, dice già tanto. Un desiderio di vicinanza? Un essere chiamati al mondo? O cos’altro ancora?
Penso che ogni persona si senta chiamata a esprimere la propria verità. Questa vocazione non sempre è chiara. Il più delle volte richiede una successione labirintica di tappe che sono magari anche molto lontane e comunque diverse da quelle che avremmo voluto raggiungere. Giunto a 66 anni forse riesco a trovare un filo che le collega.
Il libro è dunque un percorso che un po’ mi mette a nudo, un po’ fa il punto con la mia fedeltà a o con le mie deviazioni ad una chiamata che è comunque sempre una voce altra, al contempo insondabile eppure incredibilmente presente.

Il volume si esprime in italiano, cinese, inglese ed esperanto. Da cosa è nato questo desiderio di usare diverse lingue?
Il mio amore per lingue è sempre stato grande. Anche per una utopia come quella dell’esperanto, ideata da un medico ebreo polacco che era un vero poliglotta. Ho studiato Cinese a Venezia e una lingua così distante e così affascinante apre davvero un nuovo modo di approcciare la realtà.
Ho quindi pensato di declinare in più lingue questo itinerario in versi per lasciare aperte delle finestre su altre visuali.

Dalla prima poesia all’ultima si respira un profondo senso di spiritualità. Ma che spiritualità è? Quale la sua radice, il suo modo di mostrarsi?

Fondamentalmente è una spiritualità di stampo cristiano, vista la mia formazione e la mia continua ricerca di esperienze di vita improntate al Vangelo. Ho incontrato confessori, guide spirituali, monache, monaci, testimoni di un cristianesimo vivo, aperto, esigente ma anche ricco di misericordia, che è la forma più gratuita dell’amore.
I miei studi mi hanno messo anche in contatto con il pensiero orientale ma poi il fondamento di ogni ricerca spirituale è riassumibile, in estrema sintesi, nello svuotarsi di un ego ingombrante, schermatissimo e idolatrico, per essere vasi capaci di ascolto.

In questa spiritualità che tutto permea, mi sembra che ci sia un’intenzione precisa e necessaria di costruire leggerezza. È così?
Sì, la leggerezza è da intendersi in quello svuotamento a cui ho fatto cenno. Se scafandriamo le nostre fragilità, mascheriamo le nostre ferite, ci irrigidiamo sulla nostra “verità”, gli altri diventano strumenti da assoggettare e di cui servirci e noi diventiamo pesanti, senza fiato: ogni energia viene dedicata a conservare un potere che con una spallata minima può crollare.

A pagina 15 scrivi “Abbiamo bisogno di ascolto”. Per dare forma a noi stessi? O per cosa?
È la capacità di ascolto che ci aiuta a dialogare, a conoscerci sempre meglio: per essere “capaci” è necessario essere umili, non avere paura di chiedere aiuto, di esporre le proprie ferite.
Se coltiviamo questa virtù, diventiamo pian piano capaci di ascoltare gli altri con attenzione e con meno pregiudizi.

Tutto il libro è un continuo dosare le parole, un rispettare il loro peso specifico. Cosa pensi di questo?
Grazie per aver rilevato questo punto. Il mio modo di scrivere è perfettamente descritto dalle parole che hai usato.

A pagina 48 c’è un altro passaggio importante: “Sfido il giudizio ogni giorno”. Ecco, di che giudizio si tratta?
La vita è costellata da momenti belli e da altri molto impegnativi (lutti, malattie e, a livello sociale ingiustizie, conflitti, catastrofi). Quotidianamente veniamo giudicati (negli affetti, nelle relazioni lavorative, negli incontri sia casuali che consueti).
Spesso i più severi con noi siamo noi stessi. Bisogna cercare invece di essere anche qui leggeri. Sia noi che gli altri non possiamo essere ridotti ai nostri errori, alle nostre insufficienze, ai nostri sbagli. In noi c’è un plus che ci sfugge, che “è fuori dal sistema”, che ci rende unici e preziosi.

In tutto il libro è sempre evidenziata l’importanza del corpo, come luogo dell’accadere, luogo della percezione. Mi sbaglio?
È così, senza il corpo non avremmo storia. Senza le percezioni, le sensazioni, la memoria della nostra carne, lo spirito non avrebbe identità. Solo risuonando nel nostro “vaso” corporale, lo spirito diventa musica, e con un timbro unico.

domenica 18 ottobre 2026

I Premio La voce di Francesco a Zaliani, Stoppa e Ramberti

Molto grato per aver vinto con la poesia  La povertà che edifica la sez. dedicata alla parola del I concorso La voce di Francesco nell’ambito dell’iniziativa Venti nuovi 2026. Oltre alla targa con la motivazione mi è stata donata una splendida scultura ispirata al Francesco trovatore dell’artista Lao Kwok Hung. Un ringraziamento sentito a tutti gli organizzatori dell’evento, in particolare a Luigino Bruni, Maria Gaglione e Luca Iacovone. Complimenti vivissimi a Elda Stoppa (arpista) ed Emanuela Zaliani (pittrice) e al complesso Nyado (per la performance musico-teatrale).

 







La povertà che edifica


Solo la prassi narrativa apre il futuro 

nella misura in cui ci offre la possibilità di sperare. 

(Byung-Chul Han, La crisi della narrazione, Einaudi 2025, p. 27)


Sorreggi con la spalla

le mura diroccate

svuotate dei tuoi sogni


le tue labbra non temono

il bacio del lebbroso

sei diventato ascolto


con gli occhi ti spalanchi 

fai spazio all’indicibile

non vedi più ma oltre


in questa particella che ha raccolto

fratelli da ogni landa

ricevi ora il conforto


fragrante dei dolcetti

di Jacopa e il fervente

pregare che promana


da Chiara e San Damiano

il tuo tesoro è aperto

ci offre il trascurabile


il poco lo moltiplica

ha cura di chi è ai margini

senza valore e attira


tu nudo sulla terra

il saio rattoppato

è già reliquia espiri


prodigo di umorismo

canti la libertà

in perfetta letizia.


(nel giorno del mio onomastico, S. Alessandro, 26 agosto 2026)




mercoledì 14 ottobre 2026

Ribaltare la visione del mondo

Enrico Marià, Nuziale, La nave di Teseo 2025

recensione di Flavio Vacchetta



IL brogliaccio della poesia di Enrico Marià è la vita ex professo sillabata dall’alfa a omega, 
un vocalizzo dove tutto è possibile e la con-versione dei suoni si prospetta in immagini goliardiche, ribelli pennellate di tragikos accolto come una delle tante dimensioni dell’uomo senza che questo vi indugi lacrimando il proprio stato.
Detto questo nel contempo mi viene in mente la corresponsione, perdonatemi se sbaglio, tra Cardarelli e Marià e trova qui la sua ragione la corporeità la fisicità la dimensione umana ci viene restituita costantemente rivisitata nella poesia di Enrico, vale a dire quella dell’assoluto eterno trovando in essi sorgente pura di ispirazione.
Attenzione a non concepire il verso dell’autore come intonazione folcloristica qualunque sia il personaggio delle sue liriche.
Siamo lontano dagli omaggi, da composizioni mirate e ossequiose, piuttosto a ribaltare la visione del mondo dentro il mondo passando per il trascendente alla cui ombra il poeta chiede riparo e frescura.
Poesie molto brevi in cui si riconosce la chiara intenzione di non fermare il flusso di quel momento particolare.

Liberami dalla supplica
fino al lampo che affoga
disciplina del poco
i tizzoni del costato…
pagina 17

perché è da lì che mi manchi
papà dal frastuono della carne
corallo a scalciare le rondini dell’amore…
pagina 98

In questo vaso contenitore vastissimo e multiforme è rintracciabile ipotesi di un rilancio sui generis dell’identità del poeta dispensatore di verità di abbandoni visionari e coaguli di memorie profumi suoni sensazioni.

Al minorile scalciando
gli scarabei del mare
pregavamo gli orfani
che a bava dei coralli
evaporata verità
il reclutamento
lo sperma delle onde…
pagina 77

Perché non le valgo
le cose belle, sono ore
al pensiero da quale finestra
si sia tirato giù Giovanni
se proprio quella
del nostro cenare
per l’ultima volta
a pesce e patate…
pagina 64

Charles Bukowski dichiarava che per lui scrivere è tirare fuori la morte dal taschino scagliarla contro il muro e riprenderla al volo.
Enrico Marià è il vero poeta del lungo e breve tratto nel quale echeggiano le parole di Henry David Thoreau:

Molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi attorno.
osate cambiare cercando nuove strade.


Flavio vacchetta vachis

Primi a Santarcangelo 5 novembre 2026


Giovedì 5 novembre 2026 alle ore 21
presso la Biblioteca Baldini di Santarcangelo
incontriamo 


I classificato al Faraexcelsior 
con l’opera poetica Atlante delle ferite







I classificato al Faraexcelsior
con il romanzo Il ragazzo che non affoga
I della trilogia «Altomare»


Con la partecipazione di Simona Lombardini

Ingresso libero fino esaurimento dei posti disponibili

giovedì 8 ottobre 2026

IL BALCONE POETICO a cura di Benedetto Ghielmi

 















IN CAMMINO


Il cammino è là,
si apre sotto ai nostri piedi;
scelta di vita forse improvvisa
che conduce alla riscoperta di sé,
alle proprie radici,
a ciò che si vuole sia.


A piedi lungo strade aride
e polverose,
per guadagnare un obbiettivo.
Sa di felicità come di mistero,
di vocazione come di aspettative.


Chi da solo chi in gruppo,
alla ricerca di un esile significato
che ognuno cela in cuor suo;
da meditare anche
per cogliere l'essenziale.


Scelta di vita che porta racchiuse in sé
sfaccettature di significato
e virgulti di nuova linfa.


Dimensione da vivere.





(Andrea Bassetto)









*








IL BALCONE POETICO: è uno sguardo fugace sul mondo attraverso un componimento inedito di un poeta o di una poeta. Un uscire ed entrare nel mondo come si fosse comodamente posti su un balcone. Una rassegna poetica Realista Terminale che incontra, però, tutte le poetiche dei circa 3.000000 autori e autrici che incidono la carta nel nostro Paese. Un segno tangibile ma, soprattutto, un urlo della nostra sacra umanità.

La penombra del mondo

recensione di Flavio Vacchetta



Il titolo del libro di Mauro Ferrari, Vedere al buio, sembra sottendere un’interpretazione metapoetica. La poesia è lo sguardo del veggente, o del cieco; e questo conduce a reminiscenze omeriche. Ma anche montaliane, se leggiamo l’esergo, sempre in tema: ”Solo quello che vedi / con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo”; in particolare, Forse andando in un’aria di vetro, che presenta l’atto del voltarsi e del vedere. Non è un semplice sguardo indifferente, ma è il ”miracolo”, del nulla su cui, come in un moderno Matrix, si accampano poi le usate e ingannevoli sembianze del reale.
D’altronde, ciò che si svolge alle nostre spalle, non del tutto percepibile dai nostri sensi, può amplificare la nostra paura dell’ignoto:

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda…
(Inferno XXI, 25-27)

C’è da capire se intravedere con la coda dell’occhio aggiunga un elemento di complessità ulteriore al quadro della percezione.
Ad ogni modo, allude a un vedere, come a un udire, che è appunto più un estensione che non una limitazione della nostra sensibilità.
Purtroppo il passato, il disfacimento, gli oggetti, le memorie, le parole… sembra non si salvi nulla, e il ”Rimanente” (titolo della prima sezione) sembrano essere appunto ’reperti‘ (Quattro reperti dopo la fine) che non risparmiano nemmeno il linguaggio: vi sono forse echi di civiltà sepolte, in lacerti di scritture di incerta decifrazione.

Sognavano probabilmente di
pero prevalse
e infine

”Vedere al buio” significa anche specchiarsi nella natura, come nelle scene di ”Vita da cortile”, che offrono precarie risposte, e mute domande, ma sicure corrispondenze. E significa anche aggiungere oscurità a oscurità, come in una Pesca di notte, dove, sull’abisso di ciò che risiede sotto il pelo dell’acqua, si cala la penombra del mondo di sopra, e in questo frangente il galleggiante fa da tramite, da segnale per il pescatore d’anime in veglia.
Vi sono spesso immagini acquatiche, ma intirizzite, infracidate, fangose, come in un mesto film di Tarkovski, sicché da questa broda a stento spunta qualcosa; perlopiù si tratta di un buttare, di un espellere, che sembra più una fatica di Sisifo, e infatti ”È lì la nostra vita, in fondo: / nel periodico svuotare / lavatrice e lavastoviglie, / o nel cestino dei rifiuti” (Il cestino). Pure, a volte si celebrano anche nascite (Anna).

Abbiamo accennato a concordanze omeriche, cui dovremmo aggiungere almeno quelle virgiliane e bibliche. Ulisse, Enea, Ismaele, tutte figure di profughi, migranti. A volte ritornano, ma non sembra esserci pace e riposo per loro. A loro si associano figure di migranti ed esuli moderni, infatti, nonostante tutto, la poesia di Ferrari è partecipe della vita civile e tiene gli occhi ben aperti sul mondo a coglierne ogni barlume di luce, perché a vedere al buio ci si può abituare.