Quanto ancora?

Inediti e illustrazione 
di Dante Zamperini




Quanto ancora

Quanti ossari dovremo 

ancora elevare,

quanti romanzi

scrivere a matita

su pagine incerte, 

strappate,

altre ingiallite?


Quante tombe scavare?


Quale cielo

deve passare

su questo cielo

scuro, prepotente,

malfermo?


Non basta

un gioco di foglie

per stabilire la quiete?

L’odore della neve

caduta a Natale?

Il silenzio delle stelle

a San Lorenzo?


Quanto freddo,

quanto sangue

dovremo sudare?


Quanto pianto

per capire?     





A Capodanno


Giorno dopo giorno

il tempo, il vento,

le parole dei vecchi


abbandonate.


Si discute delle cose da poco

del so e non so

si dice 

tutto questo e quant’altro ancora.


Si sa non si sa si sa.


Sopra la panca

la capra canta

o forse è stanca

la capra che

sulla panca canta?


E fosse che

la capra stanca non canta

perché sotto 

la panca crepa?

 

Contando si sbagliano i conti,

cantando si stonano i canti.


Santo Gaetano,

san Stefano,

san Sebastiano,

ogni santo una sagra

e il paese si salva

con pane e salame.


Il grigio e l’azzurro,

i colori della sera,

dell’ombra caduta a brandelli

da ciò che resta del giorno.


È di buon auspicio

l’uomo 

sulla soglia di casa.


A Capodanno.


IT'S FRIDAY | Elena Miglioli, alcune poesie da "Ho la parola sulla porta di casa"

 


Finis terrae



Sul crinale di mezza vita

i cieli vorrei passare e oltre

andare con la parola oltre

dove assottiglia il mondo

e corre in coda all'astro

da un ciglio di strapiombo


Ma non so dire tanto

se non mi preme addosso

il senso pieno di ogni cosa


Come quella volta

che mi venivi incontro

il mio vestito rosso

ti spogliava il giorno

e trovava i tesori.



**



Miracoli



Per le ore che non corrono

se provi a farle rotolare

verso il confine più lontano

dove l'aria prende forma

e si gonfia di bisbigli pensieri

un volto in controluce un altro

di chi fu tra noi e chiama piano


Per le foglie che non cadono

se provi a staccarle dal ramo

per le verità che non sappiamo


Ti basti sciacquare l'alba

con il merlo e il cardellino

al bagno d'oro dei tigli

al battesimo sonoro del giorno.

Qui si vocifera di miracoli.



**



Non ti ho detto che abito qui



Non ti ho detto che abito qui

La mia casa è forse l'istante

questo istante beato dolente

che fa tutte le cose più vere

e rimette ciascuno al suo posto

Qui prendiamo il passato per mano

come il figlio che viene in ritardo

sta per chiederci ancora perdono


Ho bussato alle porte

di mille e una notte

ma mi ha aperto soltanto sovente

un istante beato dolente

dove sempre germogliano rose.



**


Rendo la voce al bosco



Sono stanca

di questa pelle che non sa cantare

un giorno almeno

la vorrei lasciare all'olmo

come fanno le cicale

con l'involucro ninfale


Accolgo il mio vuoto

dalla corteccia immortale

mi preparo alla muta:


rendo la voce al bosco.



**



Potesse il vento



Potesse il vento

cambiare il suo giro

rimetterci in cuore

i pensieri scartati

i giorni sprecati

i gesti solo immaginati


Potesse il vento

condurci più in là

dove non siamo mai stati

e una luna spaesata

ci cresce in grembo

per farsi riportare a casa.



Elena Miglioli è di Cremona. Vive e lavora a Mantova, è giornalista e responsabile dell’ufficio stampa e comunicazione dell’Azienda Socio Sanitaria Territoriale.

È autrice delle sillogi poetiche ‘Ho la parola sulla porta di Casa’ (2021) e ‘Spengo la sera a soffi’ (2018), dei libri ‘Non sono briciole (racconti 2021), ‘La Notte può attendere: lettere e storie di speranza nelle stanze della malattia terminale’ (2013) e ‘Rimango qui ancora un po': storie di vita e segreti di longevità’ (2015, coautore Renato Bottura).

È fra gli organizzatori del Mantova poesia-Festival internazionale Virgilio.

Nuovo riconoscimento ai versi di Stefano Bianchi!

Complimenti a Stefano Bianchi per il  premio speciale “Assunta” all’interno del premio La stradina della poesia di Barletta: “Per la profondità dei sentimenti espressi riconducibili a valori universali con la poesia Solo il frusciare dell’acqua si sente, contenuta nella raccolta Da quando non ci siete.” 



L'angelo caduto a Lainate 8 ottobre 2022

Giuseppe Carlo Airaghi presenta il suo avvincente ed emozionante Monologo dell’angelo caduto (1° classificato al Città di Arcore 2022) alla Biblioteca di Lainate sabato 8 ottobre 2022 ore 17:00 con Maurizio Fedeli e Giovanni Borroni. Ingresso libero.




Poeti turchi, poeti italiani: Voci del nostro tempo

Çağın Sesleri - Voices of Contemporary Times - Voci del nostro tempo, a cura di Emel Koșar, Mesut Șenol, Claudia Piccinno, Artshop, Istanbul, 2021, Prologo di Emel Koșar, Introduzione di Lorenzo Spurio, copertina e illustrazioni di Immacolata Zabatti  


In questa palpitante antologia di poeti turchi e italiani troviamo bagliori, suoni, denunce, metafore, visioni che si imprimono in noi con nettezza rendendoci cassa di risonanza di eventi, situazioni, pensieri, provocazioni (nel senso etimologico di richiami a considerare quanto accade nel mondo) che si commuovono, ci emozionano, ci fanno sentire fratelli e sorelle. Tra i versi che ho sentito particolarmente vicini, ne riporto alcuni qui sotto che trovo abbaglianti, e quindi li offro sine glossa sicuri che riverbereranno in molti modi in chi li leggerà. Ringrazio i curatori per questo lavoro certo non semplice e sfidante che fa incontrare voci poetiche di due letterature non troppo note l’una all’altra, ma che tessono in queste pagine un affascinante arazzo trilingue (turco, inglese, italiano). 

“se parlo, parleranno gli angeli dell’urlo / e il miracolo / morirà in silenzio / come un cubetto di ghiaccio nella rakia” (Ayten Mutlu, Restiamo in silenzio, p. 34)

“Non sono solo io, ogni oggetto ha la sua voce.” (Emel İRTEM, Il mio livello per te, p. 39)

“per cui sono rimasto, dentro di te / ma invece dei giardini / io ho fatto sbocciare te” (Haydar Ergülen, Ampiezza interna, p. 49)

“Il tramonto di domani prende posto / Già facendo esplodere il futuro” (Mesut Şenol, Esplosione di luce, p. 78)

“Sono scesi dalla collina le / loro mani che cigolano, le loro anime sono sorde da molto tempo / (…) / i nostri corpi caduti / sdraiati nelle loro mani” (Okan Yılmaz, Nudo, p, 83)

”La voce dei caduti giace nella mia pelle sassosa. / Ieri sera ho studiato i profumi. / Dio ha dormito su di me.” (Şeref Bilsel, Visione retrò, p. 94)

“Apri la tua anima e vivimi. / Fa’ che dalle tue orme / esca acqua di rosa.” (Elisabetta Bagli, La terra grida, p. 124)

“Ascolti nel calore del sole / racconti di voci sopite / sussurri / che uccidono tra i rovi” (Francesca Ribacchi, Ulivo, p. 139)

“ero io la danza neò labirinto temporale / dei corpi, il chiodo fisso di un dio / di famiglia, quella sinfonia incompiuta / e incarnata, un setticlavio ferito, una morte / di sette consonanti, il legno che beveva l’aria / per cantare più forte, e ho mentito solo / per amore, perché non avevo un’altra lingua” (Gianpaolo Mastropasqua, Voce fuoricampo, p. 149)

“Sto imparano l’arte dl sottrarre / Da tempo metto in atto la dimenticanza, / pedissequamente ignoro nomi e cognomi, / mescolo le date, estraggo radici quadrate / che diminuiscano il dolore.” (Claudia Piccinno, L’arte del sottrarre, p. 154)

“sono tanti i mortali sprofondati / nelle mie cavità. Ora son solo; / alzo le braccia al cielo e mi imburrasco” (Nazario Pardini, La solitudine del mare, p. 166)

“Come può crescere l’amore / senza la linfa del dono? / (…) / i sorrisi come frecce gelate / colpiscono gli occhi del sole.” (Ottavio Rossani, Montagna, p. 175)

Tre poesie di Massimiliano Bardotti da "La disciplina della nebbia"

 



Signore, io sono la terra Tu il Coltivatore
semina la Tua voce nella mia bocca inutile

(Efrem il Siro)

Se solo un poco il suo mestiere ha fatto
il poeta, allora c'è in ogni verso il suo respiro.
Accordo con il ritmo antico del cosmo.
Leggere poesia è respirare insieme
cantare insieme l'eterna armonia.
Quando si legge un vero poeta
qualcosa di misterioso accade:
Non si sa dirlo, ma tutto volge a lode.
Piantato nel profondo di ogni terra
è il seme della bellezza.
Il suo annuncio è scritto in tutte le cose.
Il poeta lo sa, perché prima che nascesse 
i suoi occhi hanno visto.
Poi, nel mondo, tutto lavoro affinché lui dimentichi.

Ogni vero poeta è un asceta.

Si allena alla meraviglia dell'ape.
Dedica un'ora
alla contemplazione del rosmarino.
Segue il volo della farfalla.
Annusa il glicine a primavera,
nell'inverno profondo sa rievocarne l'odore.
Si stira come il gatto
si inarca come il serpente.
Fa il verso dell'albero
ne imita rami e radici.
E guarda con occhio innamorato
il volo della cincia e del passero.
Ne ascolta il canto, incantato.
E poi sprofonda, nell'incendio del cuore
ravviva la fiamma soffiandoci sopra.
Tutto il male che devasta lo incontra in sé.
Nulla conosce così bene come il male.
Il viaggio infernale l'ha fatto per sempre
andata e ritorno.
Non s'è lasciato ammaliare.
Ha scoperto il tiranno e l'ha spodestato.
E poi ha scritto "Vedi sempre
la vita infinita nella morte dell'io!"

Il poeta ha il passo ceduto a Colui
che fa nuove tutte le cose.
Con i Suoi occhi ora vede.
Sua la voce che canta.
Il respiro, è di Dio il respiro.


***


Bambino mio, vieni
vieni a vedere questa porta, 
guarda: è grande e robusta,
senti, senti quanto pesa.
Si fa una gran fatica a spostarla
non è facile aprirla.
Eppure ti dico, che quando è ora
diventa leggera e si apre da sola
vedessi con che gentilezza rivela
lo spazio che si nascondeva
là dietro.


***


Sacro Debussy e tutto quel che il cuore scava.
La Parola che fu detta prim'ancora della voce.
L'istante fatto eterno negli incanti
l'ora che pare mai finire
questa calma nelle ossa.





Massimiliano Bardotti è nato e vive a Castelfiorentino. Poeta, presidente dell’associazione culturale Sguardo e Sogno, fondata da Paola Lucarini. La disciplina della nebbia è stato pubblicato da peQuod nel 2022, nella collana portosepolto diretta da Luca Pizzolitto. Inoltre, l'autore ha pubblicato, tra gli altri libri: Il Dio che ho incontrato (2017 Nerbini), I dettagli minori, (2018 Fara) opera di poesia e prosa dal quale è stato tratto l’omonimo spettacolo teatrale interpretato insieme a Viviana Piccolo, Diario segreto di un uomo qualunque, appunti spirituali (2019 Tau). A marzo 2020, sempre con Fara editore esce Il colore dei ciliegi da febbraio a maggio, scritto insieme a Gregorio Iacopini e con la prefazione di Filippo Davoli e la postfazione di Isabella Leardini. Nel mese di maggio 2021 esce Idillio alla morte, scritto con Serse Cardellini. Il libro apre la collana poetica: Fuori Stagione, di FirenzeLibri, della quale Bardotti, Cardellini e Iacopini sono curatori. A giugno 2021, per Puntoacapo esce La terra e la radiceNel 2017 a Castelfiorentino dà vita a: La poesia è di tutti, percorso poetico e spirituale, presso l’associazione culturale OltreDanzaDal 2018 conduce L’infinito, la poesia come sguardo: Ciclo di incontri con poeti contemporanei al San Leonardo al Palco di Prato. 


Teresa Giulietti intervista Maria Pia Quintavalla

 



1 Quando hai cominciato a scrivere poesie? Da cosa eri spinta? Cosa cercavi?

Non ricordo il momento preciso, ero bambina. Le mie erano pratiche segrete, notturne. La notte la sentivo madre di libertà a cui potermi affidare senza timore di essere giudicata. Scrivevo singoli versi. Illuminazioni. Pensieri musicali che si inseguivano, senza pause, in una rincorsa di parole-suono, parole-rumore, parole-immagine. Potrei definirla una forma di accumulazione a cui volevo dare libero sfogo e movimento, anche una vita propria. Allora ne avevo solo sentore, più avanti avrei compreso come la poesia già di per sé abbia una vita autonoma, una sua grammatica non codificata, come sia una lingua “straniera”. Avrei capito che la poesia è “fuori legge” in tutti i sensi.

In quelle notti buttavo sulla carta un affollamento di richiami che si coagulavano, «quando amor mi spira, annoto, e a quel modo ch’è ditta dentro vo significando» scriveva Dante. Anche io prendevo nota senza sapere cosa stessi facendo con esattezza, mi apparivano dei suoni, delle canzoni e allora sentivo la necessità, più una pulsione, di trascriverle.

Attorno a me faticavano ad accettare le mie peculiarità, ero “straniera” ai più, alla ricerca di una “gioia dell’esilio” che stavo inaugurando e che mi avrebbe accompagnata per tutta la vita. Poiché ero spesso estranea anche a me stessa - come tutti i poeti - ma di quel senso di straniamento mi nutrivo e nel bisogno di sconfinare in altri luoghi trovavo ogni giorno la mia salvezza. Scrivere era il mio respiro.

 

2. La tua poesia è musicale. È musica.

Da ragazzina studiavo pianoforte, la musica mi è sempre stata sorella e anche quelle note erano un altro modo di dialogare con lo spazio, lo spazio attorno a me e quello interiore, molto più confuso. Erano confusi entrambi, dal momento che l’uno si specchiava nell’altro.

Mia madre era una creatura musicale, aveva una voce bellissima con cui riempiva i suoi vuoti, anche i nostri vuoti. E ne creava altri. Ma io la voce del conforto e della scoperta l’ho trovata nelle parole, nel suono delle parole. Non riuscivo a calare il mio pensiero solo nelle note, non mi bastava, talvolta la confondevano di più. Nelle parole non cercavo necessariamente l’armonia, poiché la vita quasi mai è armonica e intonata, e più che dall’ordine (che per altro ignoravo) pellegrinavo verso suoni stonati, incisivi, evocativi, parole che escono dai binari della grammatica appresa, quelle che evocano, invocano, rimescolano, sconfinano, ma non ingannano.

Ero contenta quando le parole arrivavano a suonare come note e, allora, cominciavo a edificare le mie scale musicali. Mia madre cantava in casa, era il suo modo di dichiarare la sua presenza, ma in famiglia un po’ tutti siamo stati musicali e canterini. Suo padre suonava il contrabbasso, lei il pianoforte e cantava, io scrivevo suoni e ancora oggi sono una poeta cantastorie.

 

3. L’aria dentro le parole. Cosa mi dici?

Io ho cominciato a usare le parole per suonare l’aria, suonare i miei silenzi. I silenzi sono fatti di aria, almeno i miei: respirano, ma talvolta quell’aria è statica e allora abbisogna di una spinta, di un soffio. Un soffio vitale.

Da giovane, ma anche adesso, pensavo che nel suono viaggiassero più significati. Scrivere in verso significa “andare verso”, verso  qualcos’altro, verso qualcun altro, non solo verso se stessi in un ritorno ancestrale e primigenio. “Tutto guarda tutto, tutto vive l’altro, in questo deserto le cose sanno le cose…” scriveva G.H. Clarice Lispector.

La poesia è sempre un viaggio, con le sue stasi, le ripartenze, i vuoti d’aria, gli accumuli, gli incontri. La mia poesia nasce da questa fusione: dalla lingua scritta, da quella orale, da quella mentale, dalla lingua del sogno, della favola, del mito, dell'immaginario, un continuo rincorrersi di “cumulo di voci e di rumori”.

Non c'è quasi mai linearità, mai silenzio, è una lingua disturbata da altre voci che arrivano all’improvviso e pretendono di essere ascoltare, sono le voci dei miei maestri, dei poeti della formazione, di quelli che ho conosciuto, frequentato, amato, allontanato, riavvicinato.

Era, ed è tutt’oggi, così forte in me il bisogno di scrivere musicalmente, attraverso il ritmo, le associazioni, la rima, le analogie dell’inconscio: una magia come bagliore di suoni che cerca continuità, affezione, una sorta d’incanto magico che vive di per sé e non necessita di traduzioni.

 

4. Il titolo “Estranea canzone” accenna a qualcosa di allontanato, che pur esiste, ma con toni più sfocati. A me è sembrato un romanzo in versi, un labirinto fatto di incontri di un passato lontanissimo e di un presente più tangibile.

Intanto devo dire che non si tratta di una raccolta contemporanea, risale a circa un ventennio fa. È una ristampa rivisitata e leggermente allargata. In fase di pubblicazione sono stata assalita da alcuni scrupoli, piccoli rimorsi: non avrei dovuto dare la precedenza ai lavori più recenti? Ne avevo tanti alla mano, più vicini al presente.

Sì, aleggia un senso di perduto, risvegliato a tratti da presenze giovani che rubano la scena, riaffiorano, si fanno sentire come certe presenze storiche, certi maestri, ma anche (nota dolente) certe allusioni a scuole di intelletto a cui io attribuisco il valore di uteri dell'ego, sempre pronti a partorire nuovi monarchi della parola e della cultura che, come ingegneri, separano, tracciano confini, anestetizzano la parola (io le chiamo “canzoni ammobiliate”, generate dal bisogno di farsi notare a ogni costo, travestendosi e atteggiandosi a poeta).

Insomma, a che serve inibire la forza salvifica della parola poetica in nome del proprio ego irrisolto? Estraniarsi dal senso della Poesia, calpestarla in nome del proprio bisogno (inappagato) di essere monarchi assoluti?

5. In questa lunga canzone il lettore può fare molti incontri, sono tutti legati alla tua vita di bambina, donna e poeta? Sono ritorni, dialoghi incompleti che sentivo il bisogno di riprendere. C’è la sorella Nadia Campana, guida e non guida, Antonio Porta, Franco Fortini, c’è la poeta russa Marina Cvetaeva, O.E. Mandel’stam e Ungaretti, ci sono Giovanni Giudici, Attilio Bertolucci, Amelia Rosselli.

Si tratta di una raccolta strutturata come una lunga canzone, popolata da molti personaggi, “fratelli e sorelle che non presero la parola”, a cui io voglio restituirla;  ricordi lontani spezzettati e talvolta resi in frantumi dal tempo che ha il potere di rimodellare ogni cosa e di renderla “altra” da quello che era. È una lunga canzone appassionata, a tratti svagata, che poi monta di una rabbia ormai assopita, perché quella accesa e dirompente non fa più parte di questa mia vita presente.

E, sì, può essere considerata un romanzo in versi in cui il flusso della parola viene spesso strappato dall'esigenza di far entrare nuove voci e questo crea un ritmo fuori dal ritmo, attratti ossessivo, un delirio voluto in cui le parole, certe parole-chiave, si ripetono.

6. I grammatologi ci dicono che leggere una poesia è spesso come apprendere una lingua sconosciuta, un'estranea canzone.

So che le mie poesie non sono esattamente facili, non basta una sola lettura (se uno vuole se la fa bastare), è come imparare una lingua nuova che richiede allenamento, anche empatia: ci sono parole che si specchiano in altre, si accostano a un’altra e acquistano sensi nuovi. Ci sono neologismi da decifrare e sincopi di un lessico inedito, da qui la mia volontà di riformulare grammatica e sintassi. La poesia va oltre la narrazione, la logica del pensiero, il modo di riordinarlo sulla carta che ci hanno insegnato a scuola.

Nel mare aperto della poesia, che offre molte più libertà interpretative rispetto alla prosa, io mi diverto a ricreare la mia “musica per parole”, la mia grammatica: sostantivi, aggettivi, avverbi, congiunzioni assumono sovente l’entità del suono con interruzioni che sgrammatizzano e liberano dagli accademismi.

La parola diventa amuleto, origine della poesia italiana, salvaguardia della sua matrice, parola capace di rigenerarsi, mutata tra autori. Ad ogni canto attribuisco alla parola-canzone significati diversi.

La faccio danzare con scarpette rosse, la faccio immergere nei fiumi della vita, la faccio incazzare. Chiamo con maniera polemica “fottuti gruppi” quelli che ambivano a dividere, spezzando la possibilità di un dialogo e la poesia dovrebbe essere prima di tutto dialogo, apertura, confronto, sennò rischia di rimanere uno sterile brontolio di pensiero.

In questi gruppi si formavano fazioni nemiche, si doveva andare contro: dire male, per sentirsi bene.

7. Si percepisce il tuo bisogno di unitarietà, non linguistica, ma emotiva. Un bisogno dirompente - espresso da tagli continui, cesure, balzi in avanti, all’indietro, vaneggiamenti - di riabilitare la poesia al suo ruolo anche di madre e sorella. Poesia viva.

Certo. Invoco convitti nuovi, energie nuove capaci di edificare, al posto di muri, separatismi. Una poesia che sappia edificare dialogo e confronto. Per questo chiamo i poeti per nome e li mescolo: Attilio, Giancarlo (Maiorino), Giovanni (Giudici), Nadia (Campana), Marina (Cvetaeva)… li stringo attorno a un comune bisogno, a una patria del bene che rifiuta fili spinati e troni di ego.

Invoco una rinascita, ecco il senso dell’ ippogrifo, creatura leggendaria generata dall'incrocio di un cavallo e di un grifone. Il mio amato Ariosto nel suo Orlando Furioso lo recupera come emblema dell’impossibile. Nel mio canto l’ippogrifo-impossibile reca un figlio, di mare in mare, di onda in onda, torna in una piana della psiche che è Padana, un mite mare da cui tutto può avere inizio.

Parlo del Novecento con molto amore, è un vero e proprio atto di amore e di nostalgia verso quel secolo che mi è stato madre e ha partorito tanta bellezza. Faccio rivivere i miei poeti, li ri-partorisco tra le note della mia canzone per omaggiarli e renderli nuovamente vivi per chi non dovesse conoscerli (le nuove generazioni) e per chi dovesse averli dimenticati (in molti).

Riconduco alla vita i veri padri, le madri, le vere sorelle e i fratelli, mettendoli vicini, in un’unica classe, come bambini che hanno davanti una vita.

Nomino i sereni e i forti che allontanano battaglioni, anche quell’Italia della poesia prediligeva la guerra civile, le separazioni. Io rispondo alla mia maniera, con le mie armi pacifiche, i miei condottieri della parola, le muse che hanno perito, troppo pagato, in nome di una malsana ottusità (“animule come prati sempre in fiore sedevano a un convito quasi ignoto…): le poete suicide, Amelia Rosselli, la Vicinelli, martire dell’eccesso, e altre poetesse ignorate. Quante donne di eccelso valore ignorate per via di quei battaglioni che separano e detengono il potere della “cultura”!

Tre poesie di Anna Rita Merico da "Era un raggio... entrò da Est"



Antropologia modificata

  


Chiesero:


«Abba, è forse la Visione ad essere sparita?


È perché non l'abbiamo coltivata nei modi e nelle

forme di cui, Essa, si nutriva?



Abba


siamo persi



rispondici


cos'era Visione?»



Rispose:


«Ventre di conoscenza»



***



Tregue



Dinnanzi agli altari votivi


dei massacrati


solenni racconti


fermiamo l'ascia


degli antichi omicidi


onoriamo le calme


che


indomite scendono


dalle


morbide


colline


della Vita



***



Est



Era un raggio


Entrò da est


lacrima sorgiva


punto d'oriente.



Era un raggio


entrò da est


scosse bianchi silenzi


attraversò molteplici fori


coprì sacre tavole di pietra


squartò infiniti raggi


aprì sottili pensieri


mosse roteanti parole.



                            Era un raggio


                          entrò da est.




Anna Rita Merico vive nel Salento. Originaria di Nola (Napoli). A Nola ha imparato il senso profondo dell’antropologia attraverso l’imponente Festa dei Gigli (patrimonio immateriale U.N.E.S.C.O.), le strade del libero pensiero attraverso lo studio dei due nolani Giordano Bruno e Pomponio Algieri. Laureatasi presso Università Federico II in Filosofia con tesi in Dottrine Politiche sul pensiero di Carla Lonzi che le ha consentito di intraprendere un percorso mai lasciato: quello sulle politiche della soggettività. Ha tenuto insieme due parti importanti della propria attività: l’insegnamento e la ricerca sugli studi legati alla conoscenza del pensiero femminile con particolare riferimento all’epoca contemporanea ed al medioevo. Intensa attività di saggista, collaborazione a riviste e partecipazione a collettanee. Nel corso del tempo lo spazio preso dalla scrittura poetica, pur essendo stato un luogo da sempre praticato, è andato delineandosi come centrale nell’attività creativa di pensiero definendosi come punto d’incontro generativo tra conoscenza filosofica e poesia. Nell’arco produttivo dell’Autrice ha avuto un ruolo centrale la domanda sull’essere della parola e la sua genesi nell’impasto con il silenzio e la spiritualità. Oltre alle sillogi qui raccolte, sempre per Musicaos Editore, ha pubblicato (2020) la raccolta di testi poetici Era un raggio… entrò da Es, e Fenomenologia del silenzio (2022).

[nota biografica dal sito di Musicaos]

Dante e i compositori marchigiani tra '800 e '900


E una melodia dolce correva
Dante e i compositori marchigiani tra '800 e '900


Il primo progetto discografico del duo formato dal basso Massimiliano Mandozzi e dal pianista Stefano Chiurchiù, e pubblicato da Nügo – Creative Collective, è da ora disponibile in versione fisica e su tutte le piattaforme online!
“Ed ecco un lustro sùbito trascorse
da tutte parti per la gran foresta,
tal che di balenar mi mise in forse.
Ma perché ‘l balenar, come vien, resta,
e quel, durando, più e più splendeva,
nel mio pensier dicea: “Che cosa è questa?”
E una melodia dolce correva
per l’aere luminoso; onde buon zelo
mi fé riprender l’ardimento d’Eva”

Dante Alighieri, Purgatorio Canto XXIX
 

Un progetto di riscoperta di musiche rare o inedite scritte su versi della Divina Commedia da compositori marchigiani attivi tra il XIX e il XX secolo: Luigi Confidati, Adauto Gaggi, Domenico Silveri e Domenico Alaleona.
Un viaggio attraverso le cantiche dantesche che restituisce suggestive declinazioni in musica delle parole del Sommo Poeta e riconsegna alla collettività un tassello del patrimonio culturale regionale rimasto fino a oggi nascosto.

Il Cd verrà presentato venerdì 23 settembre alle ore 21.15 presso l'Auditorium del Centro Mondiale della Poesia di Recanati (MC).

Stefano Chiurchiù
Massimiliano Mandozzi
Stefano Chiurchiù
Massimiliano Mandozzi
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“sai che il tempo è sabbia / gettata sul cuore”: il crocevia dell’esistenza

Luca Pizzolitto, Crocevia dei cammini, peQuod 2022

recensione di AR


“Nello spazio sacro della sera, / nel volgere a compimento / di tutte le cose, / scenda ancora su noi la grazia / una dolce benedizione. // A Te giunga il canto / di questo inquieto esistere, / a Te giunga il grido / che non trova pace, ragione.” 

Con questi splendidi versi/preghiera della poesia eponima si conclude Crocevia dei cammini, un’opera di tono intensamente elegiaco, onestamente dialogico: “… il tuo cuore si spezza / e capisci che niente ritorna, / niente può mai durare davvero.” (p. 102); “S’alza in me il desiderio / di essere vento, / il livido candore dell’assenza.” (p. 98); “il mio consueto esistere e non restare.” (Quando tutto brucia, p. 95); “Dalla bocca di pietra zampilla / il tempo e ciò che resta / delle mie rovine.” (p. 92); “Il mio cuore è un cane stanco / che si trascina, a fatica, / sotto il sole.” (p. 82).

Il poeta si denuda, si offre con amore e timore alla persona che ha accanto, a un Tu con la maiuscola, come anche a chi lo ascolta, sapendo che ogni slancio può essere rifiutato, ogni amplesso ha qoheletianamente bisogno di un periodo in cui è necessario astenersi dagli abbracci, ogni relazione corre sempre il rischio di interrompersi se non è costantemente alimentata, ogni azione può avere un esito inatteso o frustrante o felice: “il mio dolore è sete.“ (p. 61); “Nell’ostinato silenzio di Dio, / nel tuo sguardo breve / di madre trova riposo / ogni mia lontananza.” (p. 11); “quale libertà, mi dici, quale libertà / è questo nostro stare, inquieti, / inchiodati // nello spazio senza rumore / di un istante?” (p. 12); “Tutte le cose passano: / la fede nel niente che rimane.” (p. 24); “Ogni gesto, / lo vedi, / ogni gesto è solo / uno spostarsi verso nuove, / crocifisse lontananze.” (Dalle stazioni di cuori stanchi, p. 22). 

Cosa resta? Cosa ci trattiene dal baratro dell’oblio, della banalità, della sciatteria? Come affidarsi a un Dio che pare a volte insabbiare il nostro cuore, mettere in stallo il nostro pensiero, eludere il nostro bisogno di sentirci al centro delle sue attenzioni? Luca ci dice: “nelle preghiere stanche / e nel canto, / nella chiesa vuota // – mi sopravvive il tempo / ed ogni carezza.” (Veglia, p. 19);  “Vorrei vivere sempre come / un qualcosa di prezioso e / dimenticato tra le mani di Dio.” (p. 76); “Senti come trema la voce / di questa fede immatura, / senti l’invisibile crepa / che avanza nel nostro domani.” (p. 29).

La tensione fra il già e il non ancora, fra conquiste e perdite, fra bellezza e impermanenza pervade tutte le cinque sezioni di questo Crocevia che si conclude con quella suggestivamente intitolata “Il vuoto e altre forme”. C’è questo desiderio di dare forma anche a ciò che non è raffigurabile, di portarlo in quella zona razionale che possa in qualche modo dargli dei confini. E così anche la relazione con il Trascendente cerca con-forme intellegibili, sapendo di rischiare semplificazioni o proiezioni confuse e grossolane. Allora dobbiamo affidarci all’Altro che si fa prossimo a questa nostra grana ferita, dubbiosa, sporcata e al contempo unica e preziosa. È quella stessa grana imperfetta e sballottata a dare valore al nostro atto di fede, a spingerci con speranza a proseguire il cammino, ad accogliere quell’amore grande, gratuito e misterioso che riempie ogni vuoto e mancanza: “Nello spegnersi del giorno / è terra fertile l’attesa / – il tuo cuore così simile / all’inverno. // È note, si riempie di cielo / la mia lontananza.” (San Miniato al Monte, p. 41); “dal sangue innocente di Dio / nasce la nostra misera fede.” (Un cieco restare, p. 42); “Guardi il vuoto, / silenziosa presenza: / niente cede, / niente muore davvero.” (p. 51); “La verità è un passo breve, / l’istante esatto in cui / l’eterno si posa e attraversa.” (p. 78)

PS I versi che intitolano questa recensione sono tratti dalla poesia a p. 70, seconda della sezione “Appunti dal deserto” che ha per esergo questi versi di D.M. Turoldo: Fammi dono di essere / uomo libero / consumato nel canto.

IT'S FRIDAY | Daniela Pericone, alcune poesie da "La dimora insonne"



Devota è l’attesa

colme di grazia crudele

le frasi – una veglia d’alberi

i minuti, li vedi agitarsi

in fitti colloqui a sfinire il cielo. 

Durata di un istante

che ti precipita, basta

un niente e nessun motivo.

Un verso è precisa 

menzogna, indossa vessilli

che non salvano, si nega

alle stanze, ai richiami – sfarfallio

di porte che s’aprono 

e chiudono – brevità del varco

se delude la luce, tradita. 

Pure trascina per vie

che non vedi, cartiglio

d’aria, tramestio da niente

e nessun motivo. 

Siate lesti a slegare il sipario

ditemi blu, dimenticatemi.



**



Strani cieli 

sussistono al nostro passaggio

inerme a scalfire la pietra

– l’insorgenza del fiore

è un lampo dall’acqua

alla polvere.



**



Non so dare ristoro 

se non dicendo sono qui

o tacendolo – lontano

stenta un chiarore – 

guarda, diluvia ovunque.



**



Nella sera dove un nome

o un soffio rimescola gli anni

inabissati, le isole prosciuga 

– emergiamo senza peso

né presagio come relitti

o imprecazioni – ti volgi

alla spiaggia deserta, qualcosa

è mutato al paesaggio, un suono

o un soffio muove a convocare 

i ricordi, s’aduna il presente 

vero e indecifrabile, come allora.



**


Incerto in un tremore

d’ombre il giorno dei paesi 

senza vento – più non redime 

la distanza – un sole dopo l’altro 

la finestra è un miraggio 

capovolto – poi la corona dei tetti 

e le montagne, una scorta d’oro

precede questa notte.






Daniela Pericone, nata a Reggio Calabria, vive a Torino. Ha pubblicato i libri di poesia Passo di giaguaro (Ed. Il Gabbiano, 2000), Aria di ventura (Book Editore, 2005), Il caso e la ragione (Book Editore, 2010), L’inciampo (L’arcolaio, 2015), Distratte le mani (Coup d’idée, 2017) e La dimora insonne (Moretti&Vitali, 2020), risultato Finalista ai Premi PontedilegnoPoesia 2021 e Caput Gauri 2021.

Sue poesie sono tradotte in diverse lingue. È presente con poesie, prose e interventi critici in volumi collettanei, riviste, e numerosi siti e lit-blog.

Si occupa di critica letteraria e collabora a riviste e siti dedicati alla letteratura (L’EstroVerso, Laboratori Poesia, Poesia del Nostro Tempo).
È componente del Comitato Scientifico dell’Associazione culturale Periferia Letteraria di Torino.