mercoledì 6 maggio 2026

Paesaggi elementari di Claudia Olivero

 


Dalla prefazione di Michela Silla

Paesaggi elementari di Claudia Olivero si articola in diverse sezioni: Elementi, Spazi, Paesaggi elementari, Assolo, Corpi, Paesaggi umani, Voci (Il rapimento). L’opera accoglie una riflessione che prende avvio dal corpo, inteso non come entità astratta o simbolica, ma come luogo di esperienza concreta. L’attenzione insiste in particolare sulle sue manifestazioni meno evidenti, marginali e quotidiane, che non producono clamore e restano talvolta invisibili. Il corpo ha i suoi confini e tuttavia rappresenta anche una soglia, vale a dire uno spazio di trasformazione e un ponte verso l’alterità. La natura non viene intesa come uno scenario descrittivo: è piuttosto il paesaggio nel quale si sviluppa e si tenta di affrontare la crisi dell’umano. In tale quadro si inserisce il tema della maternità, che implica perdita e poi ridefinizione; e altresì sottrazione, come accade nella lirica Maternità negata, che mette a fuoco lo sradicamento e il vuoto.
Il corpo viene esposto, attraversato e compresso, svelato nei suoi arresti e nelle sue deviazioni. I vocaboli riguardanti il suo campo semantico sono una costellazione di parti anatomiche e di percezioni fisiche; solo per citarne alcuni: labbra, denti, trachea, carne, petto, guancia, palmi, mani, ginocchia, piedi, testa, pancia. Restando sul lessico, ricorrono inoltre qualità percettive come il freddo, l’umido, il granuloso, il diafano, il solido; movimenti e trasformazioni come il turbinare, lo sfaldarsi, il gocciolare, lo stagnare, il fiorire. Compaiono infine superfici e rivestimenti – scatole, pareti, muri, angoli, involucri d’aria – e fenomeni di luce e di ombra: il neon che traballa, la luce che acceca, le ombre che si moltiplicano, il bianco che invade. La materia linguistica è tattile e concreta; non allude, ma nomina con precisione per rendere più nitida l’esperienza.
Nell’ultima sezione, Voci (Il rapimento), che coincide con un evidente innalzamento di tono, il dolore è corale, eppure non produce armonia; al contrario, crea dissonanza. La voce di Demetra è attraversata dal freddo – gelo, congela, ghiaccio, non si sciolgono –, quella di Ade è infuocata (“la mia voce è di fuoco”). Il tempo è ineluttabile e opprimente: “ché il suo tempo non è il suo tempo / non è il tuo luogo, il suo luogo”; ed è cristallizzato e ossessionante: “c’è un tempo che passa e ritorna da oltre trent’anni”; “Un tempo che non smette di esistere”; “ovunque esiste / per sempre”. La voce di Arione “dal colore di notte” introduce un’altra tonalità. Qui vince la spinta a non arrendersi, il movimento, l’inseguimento. Arione infatti percorre il mondo, lo annusa, sempre alla ricerca di Kore: “Troverò la tua voce / ovunque lei taccia, ovunque / lei gema il mio nome”. Quando prendono parola le Empuse, la perdita di Demetra diviene squilibrio cosmico: “Come può / una madre ancora chiamarsi / madre, se le manca il frutto / del suo ventre?”. Demetra non è più in grado di donare. Smette di essere dea, lasciando arida la terra: “ha deciso di non donare più / frutti alla Terra”; “Così non può / non vuole Demetra essere / chiamata dea, poiché le sue mani / non donano più nulla”. Il mito non consola, non ricompone. Tuttavia può suggerire una postura da assumere: rimanere dentro la ferita....

IX


È difficile orientarsi

nei dintorni del nulla, camminando

non ripetere infinite volte lo stesso errore:

credere che il passo

meriti il dolore della caviglia

distorta. Scale 

che non portano da nessuna parte

è difficile orientarsi

tra salite attorcigliate

che nascondono la cima.

Nei dintorni il nulla sfuma 

come nuvola bianca:

era una forma fino a poco fa,

ma scompare, inafferrabile

– l'esitazione



X


La vita graffia i piedi – è asfalto secco

è assenza di spazio e tempo

toglie il respiro più grande:

poiché col corpo ho generato

ora l'anima mi si rivolge sterile –

grido quindi, in sordina.


Comprendo dell'asfalto i fiati notturni

la nebbia bassa e il suo peso 

come una pelle che mi è faticosamente addosso,

il buio, che si annacqua al mattino.


Quel catino lasciato in terrazza 

l'ho trovato denso di fumo: si era congelata 

la notte, lì dentro ho trovato rifugio:

Perché il mio corpo è divenuto miope e non riesce più a percepire il lontano.

Perché il mio corpo è diventato estraneo, lo devo estrarre dal suo involucro.

Perché il mio corpo ha perso i sensi, ma più di tutti

la vista.



XI


Sentirsi addosso il passo

greve dell'edera

e non provare più la pietà

nel sapere i vostri morti bambini.


Poi solcare il silenzio, il frusciare 

nero del corvo – versare un ultimo sguardo

al freddo, rifugiarsi ai bordi 

di altre storie, pensare la poesia – 

l'eternità. Decidere 

di non restituirsi al mondo.


Cavoretto, interno cimitero



XII


Posso

portarti in un posto a vedere le stelle di giorno – in un posto

dove i pesci hanno la stessa consistenza

della carta e l'acqua è fredda d'inverno.

Il laghetto artificiale è gelato,

le folle, cumuli di ghiaccio bianco sporco.

Puoi sentire il sole anche oggi. Sapere

che siamo forti anche quando siamo deboli – 

che forse soltanto per questo siamo forti.



Claudia Olivero vive a Torino. Nella sua scrittura il corpo, come un paesaggio, diventa territorio da attraversare e mappare, confine poroso tra interno ed esterno, tra elemento e spirito. Ha pubblicato Quando mi chino al ricordo (Gaele, 2026), Ma tu, tu sei la pianta (RP, 2021) e Per baciarti a occhi chiusi non servono gli occhiali (Bré, 2020). Collabora con il lit-blog Finestre e realizza progetti in cui la poesia dialoga con altre arti, tra illustrazione, yoga e voce.


Paesaggi elementari di Claudia Olivero
ChiareVoci Edizioni – pag. 100 – euro 13,00


acquistabile sul sito di ChiareVoci Edizioni

lunedì 4 maggio 2026

“Cosenza, città federiciana” XVIII ed. assegna Premio alla Memoria a Salvatore Mannella per Chiedetelo al vento che passa



XVIII PREMIO LETTERARIO INTERNAZIONALE 
POETICO E NARRATIVO





SEZIONE E -LIBRO DI POESIA EDITO-

PREMIO ALLA MEMORIA al poeta 






CERIMONIA DI PREMIAZIONE 6 GIUGNO ORE 17:00

HOTEL SAN FRANCESCO – RENDE (CS)

“Contro la marea”, di Germain Droogenbroodt. A cura di Irma Kurti. Dal progetto “Poesia senza frontiere” della Fondazione Culturale “Ithaca” in Spagna (ITA-ENG-ALB).

 

CONTRO LA MAREA  

La poesia

cerca la sua via
contro la marea

 

non può cambiare la via dell’uomo
il cui destino è incerto e remoto

ma a volte può essere un salvagente

per coloro che, nel pericolo, stanno per annegare.

 

Germain Droogenbroodt

da “Equilibrio fragile.
traduzione dell’autore, Stanley Barkan e Luca Benassi

 

Pittura di Rauf Janlbekov, Azerbaigian

  

Dal progetto “Poesia senza frontiere” della Fondazione Culturale “Ithaca” in Spagna del poeta e traduttore di fama internazionale GERMAIN DROOGENBROODT.

 

 

AGAINST THE TIDE

  

Poetry

seeks its path
against the tide

 

it cannot change the path of man
whose future is uncertain and distant

but sometimes it can be lifebuoy

for those who are in danger of drowning.

 

Germain Droogenbroodt

from “Fragile Balance
Translation by the author and Stanley Barkan

 

Painting by Rauf Janlbekov, Azerbaijan

 

From the “Poetry without borders” project of the Ithaca Cultural Foundation in Spain, directed by the well-known international poet, translator, and publisher of modern poetry, GERMAIN DROOGENBROODT.  

 

 

KUNDËR RRYMËS

 

Poezia

kërkon rrugën e saj

kundër rrymës

 

ajo s’mund ta ndryshojë udhën e njeriut,

e ardhmja e të cilit është e largët dhe e pasigurtë 

 

por ndonjëherë mund të jetë një gomë shpëtimi

për ata që janë në rrezik për t’u mbytur.

  

Germain Droogenbroodt

nga “Ekuilibër i brishtë”

 

Piktura nga Rauf Janlbekov, Azerbajxhan



Nga projekti “Poetry without borders – “Poezia pa kufij” i Fondacionit Kulturor Ithaca në Spanjë drejtuar nga poeti, përkthyesi dhe botuesi i njohur i poezisë moderne ndërkombëtare Germain Droogenbroodt.

 

 

 

 

 

domenica 3 maggio 2026

Una riflessione di Eliza Macadan su "I fiori bruciano" (peQuod, 2026) di Ilaria Cesarini

 



Attraversare il disincanto

 

La raccolta I fiori bruciano (peQuod, 2026) di Ilaria Cesarini è un libro breve ma intensamente compatto, costruito su una scrittura che scava con decisione nelle zone più esposte e vulnerabili dell’esperienza. Ci troviamo davanti a una poesia che rinuncia deliberatamente a ogni forma di consolazione, scegliendo piuttosto di abitare il margine dell’esistenza, quel luogo in cui la memoria personale e il disincanto contemporaneo si incontrano, ma non trovano una facile sintesi. Il titolo stesso della raccolta suggerisce la cifra emotiva del libro - i fiori, tradizionalmente associati alla bellezza e alla fragilità, qui diventano immagini di combustione e consumo. Nella poesia che dà il titolo alla silloge, i fiori “bruciano sul letto vuoto”, trasformandosi in una metafora della perdita e dell’assenza, ma anche di una vitalità che continua a manifestarsi nel gesto stesso della parola poetica. Il mondo evocato da Ilaria Cesarini è attraversato da una tensione costante tra memoria e disorientamento. I luoghi - città, case, strade, stazioni - non sono mai semplici scenari, ma spazi in cui il tempo sembra incrinarsi, lasciando emergere una percezione quasi obliqua della realtà. Ricorrono così immagini di frontiera, di passaggio e di attraversamento come viaggi, scale, corridoi e sentieri. In questo movimento continuo si avverte una parentela con alcune linee della poesia novecentesca italiana, in particolare con quella tradizione che da Montale e Sereni ha fatto della precarietà dell’esperienza uno dei suoi nuclei centrali. La lingua della raccolta è essenziale, ma fortemente evocativa. Cesarini costruisce un lessico personale fatto di parole ricorrenti (corpo, ossa, radici, silenzio) che disegnano una sorta di geografia interiore. Non si tratta però di un linguaggio puramente intimista, perche molte poesie aprono improvvisamente lo sguardo verso una dimensione collettiva, come accade nel testo dedicato a Lampedusa, dove la tragedia contemporanea delle migrazioni entra nel libro senza retorica, ma con una sobrietà che ne amplifica la forza. Tra i testi più riusciti spiccano quelli in cui la memoria individuale si intreccia con scene quotidiane - una cucina illuminata, una strada di città, un pomeriggio estivo - trasformando frammenti di vita ordinaria in momenti di meditazione sulla perdita e sul tempo. In questo senso, la poesia finale, Restare, sembra offrire una sorta di approdo etico alla raccolta e restare significa assumere la responsabilità della memoria e della testimonianza, riconoscendo che anche la solitudine può diventare una forma di appartenenza. I fiori bruciano è un libro che costruisce, con coerenza e rigore, una poesia della resistenza interiore. Una poesia che accetta di attraversare il disincanto del presente senza smettere di interrogare il senso profondo dell’esperienza umana.

Se si guarda al percorso precedente dell’autrice, questo esito appare tutt’altro che improvviso. In Il peso delle nuvole la scrittura di Cesarini si muoveva ancora entro una dimensione fortemente tensionale ma più disarticolata, in cui il linguaggio cercava continuamente un punto di equilibrio tra frammento e struttura, tra esperienza vissuta e sua traduzione simbolica. Era una poesia attraversata da scarti, da frizioni sintattiche e da immagini spesso irrisolte, come se il testo registrasse in tempo reale l’attrito tra percezione e parola. In La vita anteriore questa tensione si organizza già in una forma più riconoscibile, cioè la memoria assume un ruolo centrale e i luoghi dell’infanzia e della relazione familiare diventano nuclei di senso, pur mantenendo una forte ambiguità affettiva. Qui la voce si fa più controllata, meno esposta alla dispersione, ma conserva una certa instabilità che è parte integrante della sua autenticità.

Con I fiori bruciano assistiamo invece a una maturazione decisiva: la scrittura non rinuncia alla complessità originaria, ma la interiorizza, trasformandola in una misura più salda e consapevole. Le immagini non si accumulano più per tensione, ma si dispongono secondo una necessità interna, e il lessico si stabilizza in una costellazione riconoscibile che attraversa l’intero libro. Ciò che nei volumi precedenti appariva come ricerca - a tratti ancora aperta, esitante - diventa qui un gesto pienamente assunto. La poesia di Ilaria Cesarini sembra aver accettato definitivamente il proprio campo d’azione, che non è la ricomposizione dell’esperienza, ma il suo attraversamento lucido, fino al punto in cui la parola, pur sapendo di non poter salvare, continua ostinatamente a testimoniare.

Eliza Macadan


Ilaria Cesarini è nata a Grosseto nel 1983 ed è una docente di scuola primaria. Nel 2011 pubblica la raccolta poetica Il peso delle nuvole (La Bancarella Editrice), con la quale è finalista al premio “Terre di Liguria”. Nel 2013 esce la silloge La vita anteriore e nel febbraio 2026 pubblica la raccolta poetica I fiori bruciano edita da peQuod Edizioni. Nel 2026 è uscito in Romania il suo libro di poesie Una linea tra di noi/ O linie între noi (Ed. Cosmopoli&Eikon, Bucarest). Oltre all’ attività di insegnamento, si occupa di promozione della lettura e della scrittura attraverso laboratori didattici. Collabora in modo stabile come redattrice e correttrice di bozze presso l’agenzia editoriale Smart Content.

giovedì 30 aprile 2026

Versi in cammino

Alessandro Ramberti, Ci sono momenti, Fara 2025

Lettura di Carla Malerba




Ci sono momenti è una raccolta densa di riflessioni orientate verso una forte ricerca di senso: infatti la silloge si apre con la prima sezione dal titolo “In cerca” significativa per la sua premessa che punta a interrogarsi sull’essere e sulla presenza di certi segnali che ci appaiono subito come tematiche dominanti. 

“Guarda / basta parlare / e ci si trova qui / il racconto sospende / la memoria aderisce a percorsi nuovi / segue il ritmo della storia coi suoi tempi / le sue emozioni / e pause / mentre fuori accadono altre cose / e scorre un altro adesso / che è magari inverno / e dice di un agosto / in cui vengon giù le stelle.” (p. 15)

Questo senso dell’esistere circola nei versi e nei pensieri del poeta che plasma le sue sillogi e le conforma all’accadere, alle cose che ci sono state date, come già si leggeva in Enchiridion celeste (Ramberti, Fara 2023) i cui versi fanno sì che l’autore cerchi la bellezza di certe corrispondenze pur sapendo che niente rimane uguale a ieri, che tutto cambia, appare e scompare.  In Ci sono momenti prosegue nel suo cammino di ricerca, talvolta faticoso, ma sempre appagante perché bastano certe immagini ad aprire strade di meditazione sull’esistenza che mai si possono dire scontate o intuizioni che invitano a soffermarsi dopo aver scorto varchi improvvisi di luce: 

“La luce insinua le bifore dal / rosone un fascio indora il Crocifisso / con le braccia discese – il sole cala / i canti gregoriani circonfondono / le colonne e i pilastri come incenso / diventano avorio latente.” (p. 17)

I versi suggeriscono di intraprendere un cammino che sia ricco di riflessioni aperte a quei sentimenti che in noi si manifestano, dopo averne sentito l’urgenza, nelle mille sfaccettature di significato che si scorgono nei segni del cammino quotidiano, nel giorno appena sorto o tramontato. La motivazione è quella di essere vitali nel mondo assegnato, nella ricerca del passaggio di Francesco che ha saputo scorgere la santità dell’assegnazione all’uomo di una natura che rimanda allo Spirito.

La poesia di questo libro ha il compito straordinario di far cogliere a chi la sente compagna, aspetti inusuali dello spazio, sorrisi della luna, sentieri nuovi, ma anche turbamenti e incerte sensazioni ovvero “segnali imperfetti“ come il poeta stesso li chiama. 

Ramberti sceglie per questa azzurra silloge – azzurra non solo per il colore della copertina, ma per la continua e potente forza di cogliere nel mondo parole la cui lettura ci rimanda a momenti di avvertita spiritualità – un titolo che è di per sé dichiarazione di poetica: Ci sono momenti e ripone in queste parole un intento che proviene dal saper ascoltare i segnali che sono collocati sul nostro cammino. 

“Non solo te ho chiamato io chiamo molti / ma il suono del mio spirito ricerca / orecchi attenti” (p. 29)

Il verso scava, evidenzia il bisogno di risposta, la cerca nell’esperienza del viaggio:

“I luoghi visitati mi hanno inciso / fino a fare di me topografia”

Ci sono momenti è una raccolta che suggerisce ad ogni pagina un riferimento preciso: vi sono echi che rimandano a Francesco d’Assisi per la religiosa contemplazione della natura, al senso di smarrimento cosmico della pascoliana Vertigine, alla poetica cristiana di Mario Luzi.    

La lettura di questi versi comporta la meditazione sulla nostra esistenza: essa sarebbe totalmente vana se non si udisse il richiamo; se, vagando nei luoghi del mondo, non si cogliesse l’eco della Parola nella bellezza di quanto ci circonda; se non si scoprisse l’esultanza del riconoscersi lungo la strada che si percorre e infine la gioia dell’abbandonarsi:

“Io ti dirò chi sono a braccia aperte / come un bambino fiducioso e attento /

all’essenziale. Tu sei la parabola / più bella tu sei il luogo della perla / la semplice e assoluta verità / di una sera che illumina il suo giorno.”(p. 55)


Poesie di Alessandro Ramberti tratte da Ci sono momenti  


RIEPILOGO


Ci emoziona il risentire 

con un trasporto diverso   

i movimenti del nostro pensiero

o quelli piacevoli e dolenti della carne.


La vita è un fine

che non si può risolvere 

un temporeggiare

l’ansia nascosta del respiro.


 


S. ANTIMO


La luce insinua le bifore dal

rosone un fascio indora il Crocifisso  

con le braccia discese – il sole cala

i canti gregoriani circonfondano

le colonne e i pilastri come incenso   

diventano avorio latente. Il Monte

a sud le vigne gli ulivi i cipressi

e questa chiesa romanica e franca 

gemma di una più intima e santa.  





SEGNALI IMPERFETTI 


Il buio nella mia anima è nebbia

cosparsa di segnali fuoricorso


un silenzio che genera sussulti

senza orecchi che sappiano capirli.                                                       


RELAZIONI


Riconoscersi significa scoprirsi

comporre i passi in un cammino

che lascerà magari tracce

segnali per viandanti sconosciuti.




RIVELAZIONE


Io ti dirò chi sono a braccia aperte

come un bambino fiducioso e attento

all’essenziale. Tu sei la parabola

più bella tu sei il luogo della perla

la semplice e assoluta verità

di una sera che illumina il suo giorno.