Raffaela Fazio, Chiuda gli occhi, Signor Schopenhauer, Giuliano Ladolfi Editore 2026
recensione di AR
Intitolo questa recensione con un passaggio della premessa (senza titolo) di Raffaela a questa sua raccolta che sento molto vicina. “Io (ci) sono” è il nome che Dio rivela a Mosè (Esodo 3,14) e, nella declinazione dell’eccomi (io ci sono per Te, Signore), in ebraico hinnèni, è la risposta dei profeti (ad es. 1 Samuele 3) alla chiamata dell’Altissimo. Praticamente tutta la dichiarazione di poetica che questa premessa è, la condivido pienamente ma lascio a chi mi legge di assaporarla personalmente anche perché fondamentale per inoltrarsi, con il gusto dell’avventura, nel territorio evocato con struggente maestria dalla Nostra.
Nel bel saggio introduttivo di Sara Ferrari, “La poetica dell’eccomi”, troviamo: “Le poesie si muovono in un’opera di continuo attraversamento, come se il confine tra idea e corpo, tra citazione colta e grido personale, fosse la materia stessa di cui sono fatte.” (p. 7). E ancora (p. 8): “Scrivere è rispondere a una chiamata – e all’esistenza stessa – con assoluta disponibilità, nonostante l’inadeguatezza e le fatiche che ci abitano.”
Canta Raffaela nella poesia incipitaria che dà il nome alla silloge: “Sì, tutto è breve. Che importa? / (…) / Ma voglio / proprio il tendermi sull’arco / dell’ignoto / avere ancora sete. / (…) / Non è il desiderio / a renderci infelici / né l’imprevista fauce della sorte” (p. 17).
Nella poesia che segue, Quale parola, Signor Wittgenstein?, auspica: “Allora venga / la parola che ha coscienza / della sua insufficienza / e canta, chiama / libera il pensiero, lo rende / viva carne anche se tende / a un altrove” (p. 19).
A p. 23, Ci siamo incontrati per caso, Signor Montaigne, Raffaela con un tocco di elegante ironia afferma: “La vita / è quello che si tenta / è un essai.”
E rivolgendosi a Popper: “Ha ragione. Se osservo non vedo / che un istante, una parte / in mutamento / (…) / Allora, Signor Popper, so che la verità / non è concessa” (p. 24) “Per questo finché posso / scelgo la fede, il partito preso. / (…) / Mi comprende, Karl? Alla mia età / si corre ogni rischio / per questo tipo (infalsificabile) / di eternità.“ (p. 25).
In Sì, Signor Nieztsche (p. 30): “ed è un Sì a fondo perduto / senza ritorno / che va ripetuto / nella scelta / di volere ciò che ci accade / l’accadimento.”
A p. 35: “E se l’incontro è vero / non è perché rivela il suo segreto. / È grazie a dove ha luogo: là sul greto / dell’invalicabile / dove lo sguardo gemma dallo sguardo / e fiamma accende fiamma.”
A p. 36: “portiamo dentro - da sempre – / uno sconfinamento.”
A p. 46: “Ogni distanza ci forma.”
A p. 58: “Io voglio che i miei figli / abbiano fede / in quello che può rendere più giusto (più godibile) / il lato che si tocca, che si vede / di ogni vita.”
Nella penultima poesia, Ted e Lamed (che, come scrive Ferrari (p. 8), allude “alle consonanti che formano la parola ebraica tal, «rugiada»”), incontriamo un vero salmo (dagli echi hillesumiani) che si chiude con questa invocazione (p. 89): “Dimmi che mi ami / di volta in volta / perché nessuno ti trattiene / e dei tuoi suoni / non posso fare provvista.”
È sempre per me assai coinvolgente leggere le poesie di Raffaela, così pervase da una intelligenza paolina ricca ed esuberante, pregna della complicata e intrecciata energia creativa imbevuta di vissuto desiderante, che caratterizza una voce poetica autentica, rivelatrice, apocalittica, dialogante, capace di ascolto, entusiasta. In una parola, profetica.
Scrive Paolo Pera nella sua estollente postfazione intitolata Quel «sì» detto coi filosofi (p. 103): “Di Raffaela Fazio, ancora, potrà essere memorabile l’intento di porre la disponibilità come centro psicologico del suo io poetante. Un io capace di accettare il peso di essere ferito, confutato e, soprattutto, trasformato.”
Leggere i veri poeti, trasforma e ci permette di assaporare una “bellezza, che non è edulcorazione del reale, ma accresciuta intensità di contatto e vivacità di visione.” (p. 5).








