domenica 18 ottobre 2026

I Premio La voce di Francesco a Zaliani, Stoppa e Ramberti

Molto grato per aver vinto con la poesia  La povertà che edifica la sez. dedicata alla parola del I concorso La voce di Francesco nell’ambito dell’iniziativa Venti nuovi 2026. Oltre alla targa con la motivazione mi è stata donata una splendida scultura ispirata al Francesco trovatore dell’artista Lao Kwok Hung. Un ringraziamento sentito a tutti gli organizzatori dell’evento, in particolare a Luigino Bruni, Maria Gaglione e Luca Iacovone. Complimenti vivissimi a Elda Stoppa (arpista) ed Emanuela Zaliani (pittrice) e al complesso Nyado (per la performance musico-teatrale).

 







La povertà che edifica


Solo la prassi narrativa apre il futuro 

nella misura in cui ci offre la possibilità di sperare. 

(Byung-Chul Han, La crisi della narrazione, Einaudi 2025, p. 27)


Sorreggi con la spalla

le mura diroccate

svuotate dei tuoi sogni


le tue labbra non temono

il bacio del lebbroso

sei diventato ascolto


con gli occhi ti spalanchi 

fai spazio all’indicibile

non vedi più ma oltre


in questa particella che ha raccolto

fratelli da ogni landa

ricevi ora il conforto


fragrante dei dolcetti

di Jacopa e il fervente

pregare che promana


da Chiara e San Damiano

il tuo tesoro è aperto

ci offre il trascurabile


il poco lo moltiplica

ha cura di chi è ai margini

senza valore e attira


tu nudo sulla terra

il saio rattoppato

è già reliquia espiri


prodigo di umorismo

canti la libertà

in perfetta letizia.


(nel giorno del mio onomastico, S. Alessandro, 26 agosto 2026)




mercoledì 14 ottobre 2026

Ribaltare la visione del mondo

Enrico Marià, Nuziale, La nave di Teseo 2025

recensione di Flavio Vacchetta



IL brogliaccio della poesia di Enrico Marià è la vita ex professo sillabata dall’alfa a omega, 
un vocalizzo dove tutto è possibile e la con-versione dei suoni si prospetta in immagini goliardiche, ribelli pennellate di tragikos accolto come una delle tante dimensioni dell’uomo senza che questo vi indugi lacrimando il proprio stato.
Detto questo nel contempo mi viene in mente la corresponsione, perdonatemi se sbaglio, tra Cardarelli e Marià e trova qui la sua ragione la corporeità la fisicità la dimensione umana ci viene restituita costantemente rivisitata nella poesia di Enrico, vale a dire quella dell’assoluto eterno trovando in essi sorgente pura di ispirazione.
Attenzione a non concepire il verso dell’autore come intonazione folcloristica qualunque sia il personaggio delle sue liriche.
Siamo lontano dagli omaggi, da composizioni mirate e ossequiose, piuttosto a ribaltare la visione del mondo dentro il mondo passando per il trascendente alla cui ombra il poeta chiede riparo e frescura.
Poesie molto brevi in cui si riconosce la chiara intenzione di non fermare il flusso di quel momento particolare.

Liberami dalla supplica
fino al lampo che affoga
disciplina del poco
i tizzoni del costato…
pagina 17

perché è da lì che mi manchi
papà dal frastuono della carne
corallo a scalciare le rondini dell’amore…
pagina 98

In questo vaso contenitore vastissimo e multiforme è rintracciabile ipotesi di un rilancio sui generis dell’identità del poeta dispensatore di verità di abbandoni visionari e coaguli di memorie profumi suoni sensazioni.

Al minorile scalciando
gli scarabei del mare
pregavamo gli orfani
che a bava dei coralli
evaporata verità
il reclutamento
lo sperma delle onde…
pagina 77

Perché non le valgo
le cose belle, sono ore
al pensiero da quale finestra
si sia tirato giù Giovanni
se proprio quella
del nostro cenare
per l’ultima volta
a pesce e patate…
pagina 64

Charles Bukowski dichiarava che per lui scrivere è tirare fuori la morte dal taschino scagliarla contro il muro e riprenderla al volo.
Enrico Marià è il vero poeta del lungo e breve tratto nel quale echeggiano le parole di Henry David Thoreau:

Molti uomini hanno vita di quieta disperazione: non vi rassegnate a questo, ribellatevi, non affogatevi nella pigrizia mentale, guardatevi attorno.
osate cambiare cercando nuove strade.


Flavio vacchetta vachis

Primi a Santarcangelo 5 novembre 2026


Giovedì 5 novembre 2026 alle ore 21
presso la Biblioteca Baldini di Santarcangelo
incontriamo 


I classificato al Faraexcelsior 
con l’opera poetica Atlante delle ferite







I classificato al Faraexcelsior
con il romanzo Il ragazzo che non affoga
I della trilogia «Altomare»


Con la partecipazione di Simona Lombardini

Ingresso libero fino esaurimento dei posti disponibili

giovedì 8 ottobre 2026

IL BALCONE POETICO a cura di Benedetto Ghielmi

 















IN CAMMINO


Il cammino è là,
si apre sotto ai nostri piedi;
scelta di vita forse improvvisa
che conduce alla riscoperta di sé,
alle proprie radici,
a ciò che si vuole sia.


A piedi lungo strade aride
e polverose,
per guadagnare un obbiettivo.
Sa di felicità come di mistero,
di vocazione come di aspettative.


Chi da solo chi in gruppo,
alla ricerca di un esile significato
che ognuno cela in cuor suo;
da meditare anche
per cogliere l'essenziale.


Scelta di vita che porta racchiuse in sé
sfaccettature di significato
e virgulti di nuova linfa.


Dimensione da vivere.





(Andrea Bassetto)









*








IL BALCONE POETICO: è uno sguardo fugace sul mondo attraverso un componimento inedito di un poeta o di una poeta. Un uscire ed entrare nel mondo come si fosse comodamente posti su un balcone. Una rassegna poetica Realista Terminale che incontra, però, tutte le poetiche dei circa 3.000000 autori e autrici che incidono la carta nel nostro Paese. Un segno tangibile ma, soprattutto, un urlo della nostra sacra umanità.

La penombra del mondo

recensione di Flavio Vacchetta



Il titolo del libro di Mauro Ferrari, Vedere al buio, sembra sottendere un’interpretazione metapoetica. La poesia è lo sguardo del veggente, o del cieco; e questo conduce a reminiscenze omeriche. Ma anche montaliane, se leggiamo l’esergo, sempre in tema: ”Solo quello che vedi / con la coda dell’occhio ti tocca nel profondo”; in particolare, Forse andando in un’aria di vetro, che presenta l’atto del voltarsi e del vedere. Non è un semplice sguardo indifferente, ma è il ”miracolo”, del nulla su cui, come in un moderno Matrix, si accampano poi le usate e ingannevoli sembianze del reale.
D’altronde, ciò che si svolge alle nostre spalle, non del tutto percepibile dai nostri sensi, può amplificare la nostra paura dell’ignoto:

Allor mi volsi come l’uom cui tarda
di veder quel che li convien fuggire
e cui paura sùbita sgagliarda…
(Inferno XXI, 25-27)

C’è da capire se intravedere con la coda dell’occhio aggiunga un elemento di complessità ulteriore al quadro della percezione.
Ad ogni modo, allude a un vedere, come a un udire, che è appunto più un estensione che non una limitazione della nostra sensibilità.
Purtroppo il passato, il disfacimento, gli oggetti, le memorie, le parole… sembra non si salvi nulla, e il ”Rimanente” (titolo della prima sezione) sembrano essere appunto ’reperti‘ (Quattro reperti dopo la fine) che non risparmiano nemmeno il linguaggio: vi sono forse echi di civiltà sepolte, in lacerti di scritture di incerta decifrazione.

Sognavano probabilmente di
pero prevalse
e infine

”Vedere al buio” significa anche specchiarsi nella natura, come nelle scene di ”Vita da cortile”, che offrono precarie risposte, e mute domande, ma sicure corrispondenze. E significa anche aggiungere oscurità a oscurità, come in una Pesca di notte, dove, sull’abisso di ciò che risiede sotto il pelo dell’acqua, si cala la penombra del mondo di sopra, e in questo frangente il galleggiante fa da tramite, da segnale per il pescatore d’anime in veglia.
Vi sono spesso immagini acquatiche, ma intirizzite, infracidate, fangose, come in un mesto film di Tarkovski, sicché da questa broda a stento spunta qualcosa; perlopiù si tratta di un buttare, di un espellere, che sembra più una fatica di Sisifo, e infatti ”È lì la nostra vita, in fondo: / nel periodico svuotare / lavatrice e lavastoviglie, / o nel cestino dei rifiuti” (Il cestino). Pure, a volte si celebrano anche nascite (Anna).

Abbiamo accennato a concordanze omeriche, cui dovremmo aggiungere almeno quelle virgiliane e bibliche. Ulisse, Enea, Ismaele, tutte figure di profughi, migranti. A volte ritornano, ma non sembra esserci pace e riposo per loro. A loro si associano figure di migranti ed esuli moderni, infatti, nonostante tutto, la poesia di Ferrari è partecipe della vita civile e tiene gli occhi ben aperti sul mondo a coglierne ogni barlume di luce, perché a vedere al buio ci si può abituare.

lunedì 5 ottobre 2026

Gerardo Leopoldo, poesie



           


Gerardo Leopoldo, sei poesie da Inviti



Forse   

Perché la fronte aggrotti e imbruni il viso?
Il sentiero è un ghiaccio che si incrina,
un fiato sopra il vetro che si spegne,
forse una luce in cielo è il tuo sorriso.



Giro   

Gerardo dove vai?
Non vado.
Non resto.
Giro



Nulla da rilevare

Vetta senza salita.
Febbre senza sudore.
Amore senza vita.
Scrittura senza fuoco.
Sole senza pioggia.
Luce senza ombra.
Morte senza foggia.
Nulla da rilevare.
Il soggetto non risponde.



Maggio   

Torna la luce
sulle mani vuote.
Un fiato d’erba.
Poi.
Ruvido sasso.




Estratto conto

La lobby chiama
la legge risponde.
Le morti al fronte
rientrano le perdite.
Farmaco nuovo
approva un altro male.
Tutto fattura
pure il funerale.
Ma quale cittadino?
Meglio cliente.



Soglia

Notte.
Lei esce piano.
Lui non sente i passi.
Capisce.
Dall’altra parte,
ferma,
la fronte al legno,
ancora,
ad aspettare.




*
Corollario critico, Mario Fresa 

Qui, l'invito evocato dal titolo è davvero antinomico e peritoso: giacché noi tutti, sembra dirci il poeta, siamo chiamati a essere: ma noi siamo, tuttavia, e ci muoviamo, soltanto sulla soglia di un impercettibile (e mai compiuto o non del tutto comprensibile) limite; e mai oltre, e mai completamente. Così, la direzione della poetica di Leopoldo è quella di un ansioso, ricorrente sottrarre (e sottrarsi), in cui lo stesso verso digrada e arretra e, infine, si fa essenziale sino all'afasia; e le immagini affioranti, spesso svanenti, minerali o invernali, dicono sempre l'assenza e la perdita, più che descrivere o sentire il corpo vivo, e pulsante, della presenza (ché «Il soggetto non risponde»). 
E ciò che resta è, finalmente, un ascolto del reale tanto teso quanto ostinato, entro il quale è lo stesso ultimo residuo di speranza a saper rendere l'invito ancora aperto e possibile; o ancora pronto, forse, alla scommessa, al trasognamento, alla chimera.


*

Gerardo Leopoldo è nato 1964. Ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Bologna, ove si è innamorato della poesia. Si dedica da allora alla scrittura. Appassionato della poesia del ‘900, ha partecipato a diversi premi letterari a carattere nazionale. Centrale nella sua formazione è stata la frequentazione del poeta e traduttore lucano Michele Leone Barbella (1950-2010). Per tre anni ha collaborato con la Utet Medica Salerno. Dal 2009 collabora con la Piccin Nuova Libraria, agenzia di Benevento. Gli sono state conferite due menzioni d’onore al Concorso internazionale di Poesia Poseidonia Paestum e due menzioni d’onore al concorso nazionale Tracceperlameta di Busto Arsizio.




[Nell'immagine, vedi un particolare de Le cortigiane, 1943, di Delvaux].