Presso la libreria Ubik di Cervia
sabato 29 agosto 2026 ore 21
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Gianfranco Lauretano, Questo spentoevo, Graphe.it Edizioni 2024
recensione di AR
Scrive nella Nota finale al libro Gianfranco: “Alcuni anni fa (…) La voce di Caproni mi pervase a tal punto, da influenzare intimamente la mia scrittura. (…) C’è una quota di ciò che vogliamo dire che dipende dalle parole stesse” (p. 39). Ha interrogato brillantemente (anche) su questo il poeta il collega e amico Stefano Maldini, anche lui cesenate ad una presentazione di questa raccolta al Meeting 2026.
Constatiamo facilmente come ogni espressione artistica travalichi l’intento di chi l’ha creata. Il poeta è ispirato e dunque, pur modellando la sua opera con la sua personale creta, pur dando alle parole il suo timbro personale, sa che c’è sempre un di più che gli sfugge e che arriva da altrove. Gli stessi fruitori dei versi (o di un’opera d’arte) filtreranno il messaggio poetico, la musica, la pittura… con la loro sensibilità, scoprendovi ciascuno echi diversi, spesso in relazione al proprio vissuto.
Trovo splendida, una preghiera semplice che risuona nel profondo come una confessione, la poesia che chiude la silloge (p. 36). La riproduco integralmente:
Gesù non devo dirti niente
Ho detto per errore «Signore» / senza neppure pensare di dirlo. / Il nome di Dio, come un grande uccello, / è volato via dalla mia gabbia… (Osip Mandel’štam)
Gesù non devo dirti niente
volevo solo far cantare
il nome
e ch il suono
evocasse lo splendore
del volto
e vibrasse
la potenza del cuore
e la musica
delle sante sillabe
scardinasse la pagina
scrivendo l’universo
tu vero autore.
La forza visionaria (e profetica) del poeta pervade tutta l’opera e non mancano tocchi umoristici: “Questa strana manna nell’aria / impedisce la corsa consueta / le auto sono immobili bovini / gli alberi sculture conccettuali” (Lo spirito della neve – venerdì, p. 34); “l’eterno viene in una / brezza, in una che mi ha / nel mondo intero avuto / caro, in una mano calma” (Risposta a Leopardi – 4, p. 26); “Dio è altrove, segreto / (…) / compatisce. Sta creando / come sempre e dividendo / i seduti dai seguaci / fertili da sterili di figli / e di peccati, neppure di quelli / sono più capaci.” (Dio non c’è, p. 21); “Tra il male e il bene / solo esigue differenze. / Il male non lo vedi bene / si confonde nella vista / si camuffa con sapienza / (…) / è un riformista.” (La bestia, p. 16); “satana si annoia, è incostante” (Questo spentoevo sta finendo, p. 13); “Risediamo ancora in questo / corpo e non ci asteniamo / dall’imparare a dimenticare. / Ma appena sotto pelle / una tempesta si scatena / tra le membra e l’anima / la carne si fa pensieri” (Risediamo ancora in questo, p. 11).
Come ammette l’autore a p. 10, “unico artista” è l’amore, sta a noi goderne da protagoinsiti non nell’isolamento dell’ego ma nel fiorire del noi: “si danno ad una ad una / le risposte, dove io / non è più solo.” (p. 12, chiusa della poesia Risediamo ancora).
Elena Buia Rutt, Atterrare, Fuorilinea, Monterotondo (Roma) 2025, pp. 134, euro 14,00
recensione di Anna Maria Tamburini
Sembra in tutto un titolo perfetto, Atterrare, per questo quarto libro di poesie di Elena Buia Rutt, poetessa, traduttrice, critica letteraria, insegnante. Dopo Ti stringo la mano mentre dormi (Fuorilinea, 2012), Il mio cuore è un asino (Nottetempo, 2015), La sete (Aragno, 2020), questo volume che raccoglie un’ampia selezione dei precedenti libri – riveduti nella struttura e minimamente nei testi – «traspone in versi l’esperienza trasformativa del trasferimento dalla città di Roma alla campagna di Assisi», come si legge nel risvolto di copertina.
Non si tratta semplicemente d’essere scappati dal frastuono della capitale, dove altre opportunità per altro sono state abbandonate, per avere scelto di vivere a contatto con la natura. In realtà il sogno di una vita più distesa s’è avverato solo in parte: non sono diminuiti gli affanni legati alla gestione ordinaria della giornata nella fatica di conciliare lavoro, casa, figli, cui si sono aggiunti terra, animali, piante… né le corse contro il tempo per fare quadrare tutto rispettando orari, limiti di velocità per strada, imprevisti e incombenze. Di una “discesa” si racconta in vero, ma nella “umiltà” intesa nella sua accezione etimologica: si tratta d’avere scelto uno spazio di libertà che anche per tradizione predica il Cielo, per avere amato la terra, per esservisi adagiati, per non avere ricusato le cadute, compresa quella, letterale, che ha suggerito forse e in parte rafforzato la trovata, felice, del titolo:
Le pecore – si sa – sono / innocue ottuse docili […] così dicono / e anche io ho ripetuto […] Ma un rocambolesco / caso della vita / ha fatto piovere / per me / sei pecore / in giardino // una di queste / un giorno si è staccata / dalle mie carezze / dalle foto sorridenti con i figli / ha abbassato la testa / caricando / e con la forza dei suoi cinquanta chili / mi ha buttata giù // ora quando la incrocio / la fisso attentamente / per capire chi è / e come sta […] nel suo sguardo ipnotico e infallibile / vedo scorrere / ere di saggezza / discernimento / libertà // portami con te / sorella mia […] (La pecora).
Paradosso e ironia difendono così tenacemente la fibra di un’esistenza, e della sua trasposizione in versi, permettendo di riconoscere l’avvitamento della logica che apre a una più sapiente riflessione: Avrei voluto vivere / a tremila metri / per contemplare / in solitudine / la mia insignificanza // mi ritrovo invece / offuscata / ad arrancare nella nebbia / di una pianura affollata e fangosa / zavorrata da una dedizione / a figli animali studenti // lontana dalla vetta di cristallo / rimarrò abbattuta / - lo sento - / qui in basso / ignara della benedizione / ricevuta in sorte.
Nell’Ora et labora dei giorni anche la tensione muscolare del gesto semplice di una potatura, se da una parte riporta al corpo, induce al contempo dall’altra un senso panico che nella comunione con la natura – in un sottile ossimoro di radici e cime – sposta ancora più in alto lo sguardo: mi riporta al corpo // ramo tra i rami / tronco tra i tronchi /radicato / nello slancio / di tutto ciò che cresce.
Anche in quanto studiosa Elena Buia da sempre scava nel rapporto tra letteratura e spiritualità; ha approfondito le opere di Pier Vittorio Tondelli, di Flannery O’ Connor, Mary Oliver. Per questa sete di Cielo appare evidente anche un’importante continuità con le precedenti raccolte – il nuovo libro si struttura in due parti: Il mio cuore è un asino e Vita in campagna (da cui sono tratti i versi già citati) – e tra i componimenti della prima sezione, oltre al testo eponimo, sono recuperati non a caso dalle precedenti pubblicazioni Lo spazio di Dio, Dio sul pianerottolo, Dio a poppa.
In questa casa / ultimamente / nessuno più parla di Dio // eppure a volte all'improvviso / tirando da puledri / la macina dei giorni / si apre nel silenzio / uno spazio d'aria /che quando /lo attraversi
sorridi piano /come nevicasse. (Lo spazio di Dio)
I versi brevi, per lo più senari o settenari, o anche altri, imparisillabi come novenari, o endecasillabi per lo più spezzati, denotano la ricerca di una forma minimale, che esprima le esigue misure dell’esserci, e di spazi e silenzio dove aleggi un altro respiro. Delle precedenti raccolte resiste infatti tenace anche tutta la componente affettiva di una poesia d'amore che parli d’Amore al maiuscolo, senza sentimentalismi, né enfatizzazioni, né dichiarazioni, ma sostenuta da domande che penetrano dal profondo questa realtà, nella più assoluta concretezza del vivere a partire da quelle che sono le più frequenti delle dinamiche relazionali. Così, spogliata d’ogni orpello, denudata e rastremata all'osso, la parola si potenzia di valore simbolico.
In ultimo – componimento di explicit di Atterrare – Il mio prossimo sintetizza paradigmaticamente con uno splendido ossimoro tutta l’ermeneutica di un’esperienza esistenziale, prima ancora che letteraria, e nella forma e nella sostanza: Sono prossima / a chi come me / al piano terra / soffoca / nelle sabbie mobili / del salotto buono / e patisce l’assalto stizzito / dei legami convenzionali // sono prossima / a chi come me / in una vecchia soffitta / cauterizza i tagli / con le lame di luce / della presenza / di Dio.
Nicoletta Carlan, Staccarsi dalla roccia, Prefazione di Massimiliano Bardotti, peQuod 2025
recensione di AR
“Morte che compi la vita, / nei crochi delicati sfioro il tuo verso.” (Morte, p. 88)
“Possa io quel dì, udire il rumore che fa l’orologio / quando alita il tempo della fine / e dell’eterno / per condurmi a Voi.” (Morti, p. 64)
“Morte immobile del corpo che nutre, nella terra, / tra la terra / caduto senza dolore. / Non una singola morte, né un singolo albero. / Solo anime che sono Bosco.” (Nella cattedrale di fronte, p. 18)
Dai versi qui sopra percepiamo un francescano (e anche zen: “faccio scorrere alla mia sinistra il fiume e poi / mi lascio portare.”, Sull’argine, p. 11) rapporto con il vivere e la sua Fine – “Grata per il bianco dei pioppi consumo l’istante / a porgerti il corpo come pegno d’Amore.” (ivi) – attento al mondo naturale e sociale, al prossimo (“Incorrisposta dalle leggi della persona, mi siedo ad / accostare il mento al cuore / e poi la fronte e tutto il corpo.”, Missili su Gerusalemme, p. 38), a un Tu onnipresente, lo ritroviamo disseminato nel canto di Nicoletta: “Il crepuscolo ad aprile sa di misericordia… / Non passa per nulla nel buio, / si accende in città, sui / fiori bianchi dei meli selvatici.” (p. 83); “Curva, volo di fiore in fiore a sbirciare il Tuo sapore.” (Dalle scale il sambuco, p. 81); Se non avessi, le parole che ci avete lasciato (oh / Maestri), che sempre posso trovare scritte o ascoltare, / sarebbe stato tutto diverso. Ma mi sostieni Tu, istante / dopo istante con picchetti e corde perché vuoi che io / arrivi con i mezzi che mi hai donato. (esergo alla sezione “Picchetti e corde”, p. 61).
Il senso del titolo lo troviamo in esergo alla sezione eponima (p. 79): Così tolgo i confini ai miei piedi e alle mani, sgancio i / moschettoni e lascio che tutti di me venga risucchiato.
Le immagini sono sinestetiche e coinvolgenti, non di rado spiazzanti: “Non posso bandire il suono di tulipani neri e lividi gigli. / Predico a me stessa di Lui, annientare ogni confine. / Cadermi dentro.”; “Steli d’erbe diverse, tra loro intrecciati e costretti / tra asfalto e muri inerti / spingono il verde a suonare liriche armoniche.” (Ovunque, p. 48); “Vuoti canali che scorrono pietre se li costeggio. / Cronica lotta tra le lacrime del ventre ed il senso di me.” (Elementi, p. 44).
Già dalle citazioni qui sopra, notiamo la natura prosastica di questa raccolta dai versi spesso molto lunghi che invitano a dilatare la dizione oltre i ritmi consueti con il desiderio di varcare i limiti del respiro per avvicinare la soglia in cui si farà infinito.
Riproduco integralmente la poesia Primo luglio (compleanno del figlio lontano) che si trova a p. 59:
“È ogni passo una felice nostalgia di quello che non
potrò mai conoscere,
del rosa di nuvola tra i rami delle querce
della voce di vento tremulo che sale da dentro
a cucire sul volto un sorriso fatto di pioggia di notte.”
C’è un connaturato anelito a vedere un misterioso aggancio, indispensabile e vitale, fra esperibile e quanto “scientificamente” non è verificabile: “Lo Spirito se lo vuoi vedere di nasconde, ma ti / guarda. / Se lo chiami, sempre ti soffia nel cibo e negli occhi / il suo vigore, / il suo incredibile racconto di coraggio.” (Così sia, p. 26); “Non so, se la terra di cui sono fatta possa reggere il / largo passo che viene dal Tuo sussurro.” (Servizio, p. 23).
Un libro carico di spirito e vita. Inscindibilmente.
“Banco bianco”
Sparirai anche tu come nebbia
in goccia di pioggia
il mondo è ingiusto
solo questa lotta gentile condotta giorno dopo giorno
essere cibo per altri
sfamare i cuori, più che altro
per le rive del male:
i giorni sono d’oro
il mio corpo è balbettare di nodi
dove mi porteranno le foglie
il mio corpo è stanco e morde
su pianure di frasi
aperte
qui la punta mi solletica
e rido
continuando a stipulare contratti con il solito
primo venuto
*
Un profeta ha scritto “siate nei vostri piaceri come i fiori e le api”
ma in amore e in molte altre cose sono balbuziente
per questa lotta a corte
(cuori arpione angoli in combutta)
più spesso punto dritto e non penso ai morsi
per vivere con l’iniziale
il mio essere
dire “la noia è il migliore dei risvegli”
ma il cuore insonne sciopera,
mi impone severi digiuni per giorni
non faccio che bendarmi gli occhi
e torno a stancarmi con menzogne e finzioni —
la mezzanotte è una lingua
e ripara i freni per l’indomani
generosa consulente
scava qualcosa nell’autenticità
sopra i detti
corridori rivoluzionari
da intervistare
stelle di fuoco, lettere
senza rime ma che si leggono come poesie
calco della storia
lavoro minuzioso d’amanuense
di copiatura e invenzione
intorno al pozzo, da pazzi
con le chiavi della storia
sul banco bianco
corde scartoffie,
dall’uscio fitta luce
tra i tetti su cui cresce l’erba
nel xiao yuanzi
la mente assente
e fotografa senza metodo —
“l'albergo d'ogni nostro affetto”
solo la costanza è prova dell'uomo
ad ogni ora la sua pena
Sono un morto
Datemi un fiore, datemi una casa
datemi una penna
e una pagina
estremamente
mi fermo
sul sorgere
Noi siamo bassi
non capiamo bene
la rivoluzione è a un passo,
è il masso su cui siedo
affilando orizzonti
penso ai monti dell'infanzia:
ha a che fare con la storia che racconto - questo pugno
e questa penna: dico il ricordo