sabato 6 luglio 2024

"La notte oscura di Maria" di Giuliano Ladolfi. Recensione a cura di Lorenzo Spurio

La notte oscura di Maria (puntoacapo ed., Pasturana, 2021) di Giuliano Ladolfi propone, in una scansione di versi pacati carichi di immagini potenti nei quali si evidenzia il chiaro pathos dell’Autore, i passi dolorosi della madre per eccellenza, Maria, all’approssimarsi alla caduta terrena del figlio, dopo il Golgota subìto.

È – come ben anticipa l’Autore – una notte di dolore e spietatezza, di angoscia e di struggimento in cui la tonalità che tende a dominare è il nero del buio e della notte. La morte del Cristo è collocata su una scala cromatica che è annunciata da un progressivo imbrunirsi sino a giungere a una totalità fosca e compatta che è quella delle tenebre. Eppure questo momento di annullamento completo della luce non si sovrappone allo scoramento totale dell’animo della povera donna che, forte dell’esperienza umana e religiosa, a suo modo sa accettare il sacrificio toccato al figlio e intravederne un senso. Un messaggio di luce e speranza.

Tutto questo ha una sua valenza allegorica in cui la caduta del Cristo viene ad avere un valore più ampio, ben al di là del mero sentimento e dell’appartenenza religiosa, quale reale caduta dell’umano nei termini di una crisi collettiva – in particolare – dell’Occidente. Giulio Greco, prefatore dell’opera, a tal riguardo ha rivelato che “La […] civiltà occidentale […] ha smarrito i punti di riferimento […] la sproporzione abissale tra le aspettative umane di un Dio onnipotente, buono e misericordioso e un Dio sofferente, privo di ogni potere”.

Giuliano Ladolfi è autore di lungo corso, intellettuale di comprovate capacità stilistiche e creative, il cui impegno in campo culturale rappresenta una pieta miliare del suo intero percorso umano. Nato a Novara nel 1949, ha diretto vari istituti di scuola superiore. Già titolare della cattedra di Pedagogia e Didattica di Storia dell’Arte e di Tecniche di scrittura all’Accademia delle Belle Arti di Novara. Ha pubblicato varie raccolte di poesie – il suo esordio, con Paura di volare. I ragazzi dell’Ottantacinque – è datato 1988. Tra le altre opere si ricordano Il diario di Didone (1994) e Attestato (2005; 2015), quest’ultima tradotta in varie lingue tra cui lo spagnolo, il francese e l’inglese. Due sono le sue creazioni più importanti che hanno contribuito ad arricchire lo scenario culturale nazionale: la fondazione, nel 1996, della nota rivista di poesia, critica e cultura «Atelier» con la quale ha dato pubblicazione a più di un centinaio di saggi e interventi sulla letteratura contemporanea e quella, nel 2010, a Borgomanero (NO), assieme a Giulio Greco, della casa editrice che porta il suo nome (Giuliano Ladolfi Editore) che ha pubblicato una grande quantità di volumi di autori contemporanei, tra autori consacrati, emergenti ed esordienti. Tra i lavori di critica si ricordano L’opera comune. Antologia di 17 poeti nati negli Anni Settanta (1999) e Per un nuovo Umanesimo (2009). Quale giornalista collabora alla pagina di cultura del quotidiano «Avvenire».

Così recita Maria nelle prime pagine, in una sorta di dolente monologo interiore: “Non piango per la morte di mio figlio, / ma anche per il buio che mi ha invaso / e che di respiro in respiro mi possiede” (12).

Ed ecco i dilemmi pressanti e sempre attuali che già l’io lirico, nelle vesti della Madre celeste, avanza: “Che cosa sopravviverà / all’inabissamento universale?” (23) e poi, dinanzi all’annebbiamento della mente dinanzi a tanta barbarie: “Ma chi era questo figlio? / Neppure più riesco / a delinearne il volto / […] / Anche egli è nato per morire / salendo sulla croce, Lui” (28). Sono domande gigantesche, che non trovano difficoltà di riscontro dirette e pratiche, ma che consentono alla donna dolente di approfondire il suo dolore, di viverlo in profondità. La poetessa palermitana Franca Alaimo ha scritto: “è in quell’incalzare esasperante delle domande che si può individuare la sete ancora intatta d’Assoluto, la brama dell’anima di non infrangersi contro il limite del morire, consapevole, nonostante tutto”[1].

La totalità invalicabile del buio viene, allora, infranta da fenditure imprecisate che lasciano intravedere la potenza della vita: “La morte è il solo spiraglio di luce. / […] / Quale giudizio ti ha inchiodato / su quella croce?” (35).

Una consistente parte dei versi contenuti nella plaquette fa propria l’isotopia e la negazione della luce, con riferimenti, momenti d’assenza e smarrimento e altri di ritrovata fiducia e di speranza nella fede, nonostante l’indecoroso sacrificio del Cristo e il mistero della sua esperienza: “Ho vissuto il resto della vita / cercando un senso al mistero di un figlio / dal fulminante sguardo, / dalle carezze turbinose; / ora mi trovo a non più credere / come speranza devastata” (46).

Il noto poeta Ivan Fedeli, che arricchisce il volume con la sua postfazione, parla di una “Maria immensamente umana e colta dal dubbio” che “da madre entra con il figlio nel sepolcro, prova la morte – che è morte sua più che del figlio – e non ha prospettive altre, se non nel ricordo o nel dubbio”. I “quadri poetici” come li definisce lo stesso Fedeli, proprio per la loro grande capacità mimetica e funzione rappresentativa da fare il tessuto in versi così vivido e palpitante, descrivono la storia di un dolore inumano e straziante che non ha nulla di astratto e lontano. È il supplizio di Maria ma anche quello di tante donne in tutta la storia dei nostri tempi, dinanzi ad aberrazioni e incomprensioni diffuse attorno a eventi drammatici che s’imprimono come trauma, che sopravvive “anche grazie ai tanti interrogativi aperti e irrisolti”.

  

Lorenzo Spurio


Matera, 15/05/2024

 

 

 



[1] Franca Alaimo, Recensione a Giuliano Ladolfi, La notte oscura di Maria, in «Atelier Poesia», 18/11/2021.

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