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martedì 18 febbraio 2025

“un nuovo status di naufraganti in una terra di mezzo tempestosa”

Luca Ariano e Carmine De Falco, I naufraganti, postfazione di Giuseppe Andrea Liberti, Industria&Letteratura editore 2025, p. 66


recensione di Giancarlo Baroni 





Da persone alla ricerca di sacche di resistenza individuali e collettive, a naufraganti stipati su fragili e traballanti scialuppe di salvataggio in balia della tempesta. Cosa è accaduto in poco più di  un decennio per incupire la consapevolezza del presente e indebolire la speranza nell’immediato futuro?

Dopo la raccolta I Resistenti (Edizioni d’if, 2012), i poeti Luca Ariano e Carmine De Falco tornano a collaborare, miscelando le loro voci, in un libro di versi scritto a quattro mani: I naufraganti  (Industria&Letteratura, 2025). Scrivono nella Introduzione: «Poco più di dieci anni dopo, tutto è cambiato, le sirene sempre più allarmanti del cambiamento climatico, l’esperienza del Covid19 e dei lockdown, la guerra incredibilmente vicina, geograficamente ma soprattutto nelle conseguenze economiche e politiche, il nascere di nuovi poteri finanziari che vanno oltre il capitalismo e oltre i governi e gli Stati, l’implosione finale delle ideologie, e l’esplosione dell’intelligenza artificiale […], ci proiettano in un nuovo status di naufraganti in una terra di mezzo tempestosa, dove diventa anche difficile condividere opinioni ed idee, intravedere approdi». Nella postfazione intitolata Avviso ai naufraganti Giuseppe Andrea Liberti ribadisce che inevitabilmente «il [nostro] pensiero va agli anni della pandemia, al costante esplodere di nuovi conflitti, e allo stesso tempo all’incapacità di reperire coordinate culturali che sappiano decifrare quanto accade».

Poiché gli argomenti sono molteplici, preferisco privilegiarne due presenti con evidenza nel libro, mantenendomi il più possibile aderente al testo. 

Il primo tema, quanto mai attuale preoccupante e drammatico, fa riferimento sia alla guerra come rischio assoluto di estinzione dell’umanità, sia ai sanguinosi conflitti in corso, che covano sotto la cenere o che possono in qualunque momento deflagrare.  In questi ultimi anni ci siamo spesso sentiti a un passo da un apocalittico disastro nucleare. I versi di Ariano e De   Falco accennano a guerre civili, conflitti armati, basi militari, cecchini, assedi, bombardamenti, scudi anti aerei, droni «di guerre cybernetiche all’orizzonte», macerie, saccheggi, violenze, borghi «rasi al suolo», stermini. Afferma Giuseppe Andrea Liberti: «Ecco, la guerra. Non c’è evento che certifichi più di ogni altro il naufragio dell’umanità. Guerre di ieri e di oggi segnano le poesie del libro».

Il secondo tema riguarda invece i mutamenti climatici che, nell’ultimo decennio, hanno interessato violentemente e con una inquietante accelerazione il pianeta terra. Sembra che la natura non riesca più ad assorbire veleni e liquami, smog e inquinamenti, e che richieda invece interventi capaci di invertire la rotta, un maggiore rispetto, una più efficace cura. Anche la nostra esistenza giornaliera viene aggredita:


In poco tempo il cielo

si scurisce e quel vento

da scappare in casa

rovescia vasi, sradica alberi

e solleverà tegole.

Raffiche di grandine bucheranno

frutti e raccolti già scarsi

di  acqua, erbe secche.

[…]


In balia di una crisi  che rischia  di sfuggire di mano, le persone comuni si aggrappano a rassicuranti ricordi («le partite a briscola di tuo nonno»),  ad affetti («capelli da sfiorare nel buio», «baci serali») a  gesti quotidiani («nuova biancheria da lavare, / armadi da cambiare e profumare») utili a mitigare ansie, incubi, spettri, paure.   

I naufraganti è un libro di piccole dimensioni ma di densa scrittura, dalla forte tensione morale,  ideale e ritmica, dove il verso respira ora dilatandosi fino al bordo della pagina ora contraendosi. È un testo che spinge il lettore a riflettere, a interrogarsi, a prendere posizione nei confronti della «disumanizzazione in atto», a non restare indifferenti perché, ci sprona Antonio Gramsci nella frase scelta come epigrafe, «L’indifferenza è il peso morto della storia».    

lunedì 10 febbraio 2025

La latitudine del silenzio

Max Mazzoli, La latitudine del silenzio/The latitude of silence, Prefazione di Paolo Polvani, collana PoesiaLab a cura di Luca Ariano, Bertoni Editore 2025



recensione di Giancarlo Baroni


Il tempo e lo spazio sono concetti e argomenti fondamentali nei versi del poeta e scrittore Max Mazzoli, che è nato Parma nel 1963 e vive tra la cittadina emiliana e Cambridge. Il tempo e lo spazio vengono declinati nei suoi versi sia come concetti  con una connotazione filosofica e in parte astratta, sia come luoghi, posti, periodi, momenti, più legati e riferibili a una pluralità di fatti concreti della vita, a esperienze perfino autobiografiche. Chi ha letto le dieci raccolte di poesie in italiano e in inglese di Mazzoli fino ad ora pubblicate sa che tempo e spazio sono nominati  frequentemente non solo nelle singole  poesie ma anche nei titoli delle raccolte: Nella flagranza dell’istante (2005), L’altra metà del tempo (2007), Poesie del Bosforo (2009), Oltre Questi Luoghi (Spazio e Tempo di un Luogo Presente) (2014).

Da pochissimo è stata stampata la sua ultima opera in versi: La latitudine del silenzio. The latitude of silence (Bertoni Editore 2025, pp.194, opera in copertina di Max Mazzoli, collana “PoesiaLab” a cura di Luca Ariano). Il titolo poetico oscilla fra una dimensione metafisica e un lessico geografico; leggendo le pagine ho quasi provato la sensazione di aggirarmi all’interno di una mappa concettuale ed esistenziale dove realtà e sogno si intrecciano. Con eleganza e acutezza scrive nella Prefazione il critico e poeta Paolo Polvani: «Il silenzio vanta una stretta parentela con la parola poetica, ne costituisce il confine naturale, perché è dal silenzio che scaturisce il verso, ed è nel silenzio che il verso s’immerge, s’inabissa, scompare. Persino a livello visivo è al silenzio che allude la pagina bianca, e al silenzio tende la sospensione, la cesura, il ritmo stesso del verso risulta abbracciato al silenzio».


Tempo e spazio assoluti, che sfuggono ad ogni misurazione, rimangono avvolti nel mistero, risultano incomprensibili alle limitate menti umane; entrambi invece si presentano intelleggibili e decifrabili  se considerati nella loro specificità. Il quando e il dove non formano, nel mondo della nostra esperienza,  due entità isolate e separate ma un intreccio inestricabile, due facce della stessa medaglia che si sfiorano in prossimità di un impalpabile confine. «Da qualche parte , sia est o ovest, / », scrive Mazzoli, «Qualcuno va o viene / Circondato da persone / O nella propria ineluttabile solitudine…». E ancora «ma ho imparato che con il tempo / il corpo e la mente accumulano imprecisioni, / e tutto quello che si modifica tende verso nuove direzioni». Due versi della raccolta mi sembrano particolarmente significativi raffigurando in modi icastico e pregnante questa compresenza e coesistenza duale di tempo e spazio: «Essere qui, essere stati qui, / E poi non essere più».

Lo spazio ci contiene e nel frattempo il tempo dentro lo spazio fluisce («le cose e le vite passano verso nuove direzioni»), scorre, scivola via con una implacabile regolarità: ieri oggi e domani, il passato il presente e il futuro («Futuro e presente si nutrono del passato»), l’evolversi puntuale della stagioni, l’accumularsi degli anni, il ciclo di nascite e morti dove «l’addio assomiglia all’oblio». Sparire, svanire, restituire la propria vita, tornare al mistero da cui proveniamo, avere consapevolezza dell’inesorabilità del destino che procede in modo non rettilineo ma circolare: «Il verso di apertura è il verso di chiusura, / E il verso di chiusura è il verso di apertura».

 

La memoria conserva ricordi che ritornano «A misurare il tempo di una vita, / A scandire il senso di un’esistenza» e finché possibile li preserva dalla dimenticanza: «Ecco, il giorno è svanito indifferente / accumulando detriti e ricordi / che diverranno il pane di memorie, / il segno forgia-impronte del passato».

Anche la poesia ha la missione di preservare la memoria individuale e collettiva e i versi del libro di Mazzoli («dove l’endecasillabo comanda» e dove la doppia versione italiana e inglese amplia e arricchisce il respiro e la portata delle parole poetiche) hanno il compito  di convertire situazioni problematiche «in odi sensate», in liriche.

Mentre leggevo The latitude of silence mi sono venuti in mente sia i celebri versi di Eliot «Time present and time past / Are both perhaps present in time future, / And time future contained in time past» (Quattro Quartetti) sia questa parole di Borges «Il tempo è la sostanza di cui sono fatto. Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume; è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre […]. Il mondo, disgraziatamente, è reale; io, disgraziatamente, sono Borges». Lo scrittore argentino, in un testo suggestivo ed erudito intitolato Nuova confutazione del tempo, deve alla fine arrendersi all’evidenza irreversibile e drammatica del divenire e della morte.

    

domenica 1 febbraio 2026

Una poesia inedita di Marilyne Bertoncini

 


Immagine presa dal profilo Facebook dell'autrice


Il sorgere dei ricordi

 

Varchi il passaggio prima dell'alba:

le stelle disertano il cielo

e il reale si ribalta

 

Eva all'alba delle labbra

nel giardino dell'elicriso

acre sapore di fumo

 

Sono già un’ombra in questi luoghi ove sono

 

Alti pioppi rosa

Soffiano nella nebbia

dove nuota il gatto-nuvola

 

Un mazzo di fiori appassisce e volteggia

fosforescente come le stelle

sotto la luce elettrica

di un cielo di Van Gogh

 

E nell'acqua dello specchio

con la notte che svanisce

trema il bagliore dorato

del riflesso dell’'autunno

 

Sogni d’essere presa nello specchio

dove t’interroga il tuo riflesso

nel reale capovolto

dove persino il tempo  fluisce all’indietro –

 

Oh, immergermi di nuovo nell'asfalto di quest'acqua

 

e senza fine risorgere

con il mazzo dei  ricordi -

 

Tutt’in fondo alla pagina

 

Libera

 

la bianca spalla del mare

 

Cap Blanc-Nez – Wissant.


Marilyne Bertoncini, poeta, traduttrice, dottore in letterature, redattrice della rivista Phoenix, è stata coeditrice della rivista on line Recours au Poème, ha una rubrica sulla rivista online Le Ortique,  dedicata alle donne scrittrici. Fondatrice dell’associazione e della rivista Embarquement Poétique, organizza incontri e pubblica antologie tematiche. Nominata e premiata per 4 delle sue opere (più di 15 silloge e altretante traduzioni), ha pubblicato recentemente : in italiano, Il Libro di Sabbia (Bertoni ed. 2023), Scatti di Luce/Instantanés de lumière, con Alma Saporito e le foto di Francesco Gallieri (PVST, 2023) ; in francese, A Fleur de bitume, itinéraires urbains, foto di Marilyne Bertoncini con testi suoi e di Ghislaine Lejard (ed. Les Lieux-Dits, 2024), l’antologia Runes et ruines  (Atelier de poètes & co e Embarquement Poétique, 2025) la traduzione di Papillon di Mari Kashiwagi (Atelier du Grand Tétras, 2025), e Demeures de Mémoire, di Luca Ariano (ed. Douro, 2025).  Prossime pubblicazioni,in 2026 : Pronom personnel, 2ème personne du singulier  di Lucila Trapazzo (Atelier du Grand Tétras) e Au Cœur de la couleur, anthologie  (Atelier de poètes &co)


sabato 26 luglio 2025

Recensione di Flavio Vacchetta a "I naufraganti" (Industria&Letteraratura) di Luca Ariano e Carmine De Falco

 


È rara una silloge poetica a quattro mani. Tale è quella di Luca Ariano e Carmine De Falco: I naufraganti, edita da Industria & Letteratura nel 2025. Forse perché il poeta deve affermare solipsisticamente la propria originalità, l'unicità della propria esperienza e della propria voce, quasi come se le nostre parole non fossero già inevitabilmente altre. Le parole sono come gli asciugamani dei molti coscritti, in camerata, o, per essere meno prosaici dell'esempio di Gadda, parole, immagini, mondi, non nascono dal nulla, ma sembra quasi di rinunciare a un qualche vanto o merito trascurando questa ovvietà. Eppure il risultato poetico può essere potenziato dalla collaborazione, e il valore della poesia è quello che conta, non l'affermazione dell'individualità. Quante opere del passato sono rimaste anonime, anche perché originariamente collettive, come le grandi cattedrali medievali. Anche nei brani per pianoforte a quattro mani tendenzialmente il solista deve scomparire. Anche lo scrivente ha partecipato a opere artistico-letterarie collettive, ma in un prodotto, diciamo, di coppia, c'è qualcosa di meno e al contempo qualcosa di più che in altre opere collettive, proprio perché tertium non datur. Inoltre, distinguere qui le voci dei due autori non è semplice per il lettore comune, né viene esplicitata la distinzione dei ruoli. In qualche modo, già questa è una dichiarazione di intenti.  Forse l'individualismo è un'altra malattia dei nostri tempi.

 

Con la prima poesia si impone il contrasto fra la storia personale, privata, e il mondo nuovo, che irrompe con l'impersonalità dell'algoritmo, delle voci registrate, quelle con cui spesso dobbiamo confliggere quando tentiamo di accedere a un servizio, o quando viceversa ignoti cercano di propinarcene uno telefonicamente.

A tal proposito, da poco mi è giunta notizia della nuova frontiera della cibernetica: il doppiaggio automatico di serie su internet (“telefilm” avrei detto una volta) nella sua versione più evoluta, tramite intelligenza artificiale, che promette novelli Cigoli e Amendola.  Così, parlando di voci, a qualcuno sarà capitato di trovare una qualche incongruità nella voce di un poeta che legge le proprie poesie; o avrà forse rilevato che l'autore non fosse il miglior lettore della propria opera. E così, tanti divi del cinema estero (americano in special modo) sono per noi indissolubilmente legati alla loro voce italiana, e, sentiti in originale, la loro interpretazione non ci fa lo stesso effetto, ci sembrano anonimi. D'altronde si diceva che la fama di Rodolfo Valentino risultasse offuscata dall'avvento del sonoro perché la sua voce non era all'altezza del suo aspetto. (per qualche curioso, ho scoperto da poco l'esistenza di un rullo Edison con la voce di Ciaikovski). Altre volte ci siamo trovati a immaginare l'aspetto fisico – per così dire – di una voce solo sentita. E ciò valga come ulteriore indizio che tra autore/i e opera non vi sia un legame univoco, come non vi è tra voce e corpo.

 

Tornando alla nostra Opera, ho pensato che avrebbe giovato una separazione più netta tra i vari componimenti, ma anche questa è probabilmente una scelta poetico/editoriale. Ad ogni modo, la prima poesia inizia “C'è sempre una prima volta”, e introduce, dicevo, la memoria personale: momenti e luoghi passati, le “morte stagioni”, il fantasma di una 'lei'; nella seconda, che inizia “E' l'ultima volta”, si affastellano i 'fenomeni' della contemporaneità, a cominciare dagli eventi bellici, in rotta, o in interscambio, con i ricordi. Si tratta di guerre del presente, del vicino e del lontano passato, a tutte le latitudini. L'espediente retorico utilizzato è appunto l'enumerazione,  che sollecita il senso di un'ulteriore invasione subita dal singolo, ovvero quella delle notizie e delle immagini, e al contempo esplicita (implicitamente) l'impossibilità di convertirle in una sintassi, in un discorso.

 

Altre forme, geografiche, della lontananza, per esempio nelle Ande, sugli altipiani persino pittoreschi della Bolivia, inducono a chiedersi: dove si è spostato il lontano? Quali sono le nuove frontiere? Il multiculturalismo, la pervietà del limen, l'inclusività progressista e via dicendo, appaiono tanto lontani da quel motto lapidario: “Sempre la confusion de le persone / principio fu del mal de la cittade”, con “la gente nova e i subiti guadagni” rovina di una comunità, e sarebbero poi i villani del contado fuori Firenze, mica gli extracomunitari. A parte che l'autore dei versi citati sapeva essere molto aperto in tema di influenze culturali, in realtà nulla è cambiato, l'uomo ha sbirciato in tanta parte del mondo, ha compiuto il “folle volo”, per usare un'altra metafora dantesca, ma è ancora quello “della pietra e della fionda”: “non ci siamo poi mossi di tanto / dalla rivoluzione industriale … la cultura / non serve che a renderci lieve il dolore / L'ultima neve, qui sulle Alpi e non c'era / nessuno a guardarla cadere”. In altri termini, in un mondo globalizzato siamo forse ancora più isolati.

 

D'altronde il titolo della raccolta è esemplare: da quelle celebri ungarettiane 'Allegrie di naufragi' tutto sommato personali, pur nel cuore della grande guerra, ad altri naufragi meno metaforici e più storici, in un'ottica in qualche modo militante, nel senso che “l'indifferenza è il peso morto della storia”, come il Gramsci qui in esergo. Vi è, dicevamo, un contrasto tra l'io e la storia, che assume forma poetica come nel soprassalto che coglie chi ha imparato a non confondere il suono dei vicini che battono il tappeto con quello sordo, ovattato, ingannevole delle bombe che cadono il lontananza; ma vi è anche un cozzare tra aulico (nello spirito più che nella forma) e prosaico, con una netta prevalenza di quest'ultimo, a livello linguistico, nel costante irrompere del lessico della contemporaneità, e anche a livello tematico, con talune rade reminiscenza nobili sottotraccia, come nello 'switch' tra Paolo e Francesca e Olindo e Rosa.

 

Se la violenza ha un che di pittoresco

cattura lo sguardo e lo arresta,

resteremo qui ad ammirare le gesta

d’un pasciuto godimento estetico

prima di altri armageddon che solo

frammenti destrutturati

ci rendono digesti nel macabro

deserto dell’immagine

che basta a se stessa.

 

E' chiaro che Ariano / De Falco scelgono di competere con le stesse armi dell'invadente e chiassosa contemporaneità mediatica, dell'ingombrante e pervasivo nemico che però sa condurci subdolamente a braccetto verso la rovina. Il diavolo, probabilmente. Anche se poi, all'improvviso, sparuta compare una rima, che certo può avere molti intenti, ma che vogliamo vedere come un piccolo puntello a sostegno della poesia.

“Odore di diossina... d'asfalto e polveri sottili”, questo ci resta di un “odore di temporale”, così come “vittime teenager sugli scogli... si mischiano ai naufragi”. Emerge nel lettore, forse più ancora che negli autori, un senso di oppressione, confusione, angoscia, come per le notizie allarmistiche dei media che sono, anche queste, bombardamenti, sia pur metaforici.

Ricorrono pure i nomi di mesi e stagioni, a scandire il rapporto con il tempo e con la memoria, tema quanto mai complesso: “ritrovi tuo padre / in quella foto Anni Ottanta ..., da salvare / nei traslochi rimarranno / ritagli in carpette: / non lo rivedrai nel digitale”, perché, qualora mai qualcuno lo credesse, su internet non si trova tutto, perciò l'autentico spirito archeologico e antropologico è quanto mai importante, anche nei confronti delle culture e dei “popoli scomparsi”. E in questo groviglio di frammenti, di immagini, di schegge dal lontano e dal passato, sorge inevitabile la domanda: “Ma davvero siete gli ultimi / ad aver visto quelle stagioni?” Questo ce lo chiediamo un po' tutti, a un certo punto  (“où sont les neiges d'antan?”), ma così viene proprio il sospetto d'esser vecchi. E' una consapevolezza che si estende a questa nostra civiltà, che promana dal nostro, come si dice, background, ma non estendiamola a tutte le civiltà, al mondo intero, se pure la scienza stimi che oltre il 99,9% delle specie apparse sulla Terra si sia estinta. E' la normalità. E se la nostra civiltà è veramente moribonda, forse lo è proprio nel suo rapporto malato con la morte, ora sovraesposta ora rimossa, e con il sapere, ove si sconta il peccato di superbia, cioè la pretesa di cibarsi all'albero della conoscenza, anche qui tra scientismo e nuovo oscurantismo.

 

Nella versione da Ana Seferovic ritorna la flagranza della contemporaneità, della guerra, e in aggiunta la condizione femminile, più il “dente nero”, una specie di antiperturbante, l'oggetto, l'aggancio al concreto, e non, per esempio, il dente di cera di Landolfi, che invece trasportava nella dimensione dell'incubo, come anche i denti della Berenice di Poe. E però il presente si interseca con altre schegge storiche, la storia come l'oggi, con nomi, reminiscenze, fantasmi, di Barbarossa, o di Tito Tazio, e chi era costui? Ricordo un frammento di Ennio, poeta latino arcaico, che riguarda proprio la vicenda qui evocata: “O Tite tute Tati tibi tanta tyranne tulisti”.

 

Il Sonetto contagiato, con la sua stessa forma un po' sghemba, proclama: “E' quando ci scordiamo della storia / che siamo condannati ad ogni aggravio”. S'intende di tutta la storia, quella forse “di civiltà contadine solo sfiorate”, il “mondo dei vinti” se vogliamo: ormai “non sarà tua nonna a scongelare una gallina / per il brodo”, altra immagine icastica. Questo contagio mi ricorda, per il sorriso un po' acre e sardonico, Botulinus di Zeichen. Sonetto seguito fra l'altro, quasi a disseminazione, da filastrocca, ove si ritrovano amplificati procedimenti e meccanismi di accumulazione e allitterazione.

 

Gli ultimi componimenti inclinano ancora tra guerre del presente e giovinezza anni '80, con “acqua e menta”, “partite a briscola” del nonno, “calcio balilla”, “primi amori”, ma si insinua un sentore di sconfitta, quantomeno di assenza di risposte:  “Rimarrà il mistero di quella parola”; “Forse più facile dimenticare / da dove venisti”; tanto che, proprio alla fine, a sollievo di quel coacervo che, direi riassuntivamente, viene definito “assedio”, compare persino la parola 'grazia', “che non giungerà”, certo, ma mi è sembrata significativa.

 

Flavio Vacchetta

domenica 31 agosto 2025

“e ci si chiede se soccorrere barconi”

Luca Ariano e Carmine De Falco, I naufraganti, Industria & Letteratura 2025

recensione di AR



Come scrive Giuseppe Andrea Liberti nell’Avviso ai naufraganti che chiude il questo poema a quattro mani, viviamo “un presente che più si presenta rapido e inafferrabile tanto più appare immobile e sempre identico a a sé stesso (…) è ancora fatto di guerre, stermini, bombardamenti (…). Guerre di ieri e di oggi segnano le poesie del libro (…). In fondo il mare nel quale si sta naufragando tocca tanti Paesi, tutti attraversati dagli stessi drammi; proprio questa condizione, però, lascia aperto lo spiraglio di un approdo. Si tratta di correrre alle scialuppe: ricordando che, per raggiungere la riva, bisogna remare tutti assieme.” (pp. 60 e 63). In effetti l’uso del participio presente, che riecheggia la precedente collaborazione dei Nostri (cfr. I resistenti, Edizioni d’If 2012), rivela una certa speranza: il naufragio è in atto, vi siamo immarsi, ma possiamo raggiungere la riva se recuperiamo umanità, attenzione, solidarietà. Già l’esergo gramsciano alla racclta ci avverte che L’indifferenza è il peso morto della storia, e gli Autori nella Introduzione (p. 6) scrivono: “… l’implosione finale delle ideologie, e l’esplosione dell’intelligenza artificiale, sempre più abile veicolo di di generazione di prodotti culturali, ci proiettano in un nuovo status di naufraganti in una terra di mezzo tempestosa, dove diventa anche difficile condividere opinioni ed idee, intravedere approdi.”

L’opera ci si presenta come una serie di quadri coesa e frammentata al tempo stesso (sia in senso diacronico che sintattico) e il messaggio, pur essendo carico del vissuto e dei punti di vista di Luca e Carmine, assume una forma poematica sobria nello stile ma semanticamente molteplice, dislocata in vari momenti storici (per lo più del secolo breve e di quello che stiamo attraversando) e soggetta a varie angolazioni e rifrazioni. Alcuni esempi:

(…)
la bolla che esplode la ruota
che gira non prima, la droga, il sogno,
l’airone, non scordarti mai, il giorno primo,
una volta fa male, la prima marchetta,
costretto in appartamento, il buio
il silenzio, la gente che canta. Vuoto l’immenso
la guerra che prima la vedi, diretta
in tv, il fumo, la droga, il sonno, l’airone.
per alcuni la prima e ultima è volta.
(p. 8)


Le sirene non sanno nuotare. Non è a Copenaghen che Julia
festeggia il suo compleanno. Padri fuggiti con riluttanza,
quasi aspettassero ineluttabile
un sovietico ritorno. La gente si accalca e non c’è
epidemia nell’ammasso. Solo muta
è la voce di un bimbo che strilla
sotto corpi stipati. È questo
il millennio immaginato?
A volte non vediamo la luce, oppure è cattiveria che nuoce. (p. 10)


L’ultima neve, qui sulle alpi e non c’era
nessuno a guardarla cadere. L’ultima
non si sa mai se lo sia. Ce n’è traccia
su satelliti che girano in tondo
stratificando di peso
ogni millimetro d’aria, spargendo servizi
utilissimi o segreti, ridicolo
appare quel vecchio, che prega
al biancore che fu.
(p. 15)


Il conto delle ore, dei minuti scorre
in una vita, nel profumo di candele,
fiori freschi e cenere da preservare
in un’urna di parole.
Torneranno le lacrime nelle notti
e parranno passi di spettri,
preghiere alle luci dell’alba:
un bimbo da crescere, abbracci
lunghi il tempo breve di baci serali.
(p. 23)


(…)
e ci si chiede se soccorrere barconi
o lasciarli sprofondare nel lavoro
malcelato del mare. Quanti corpi
troveranno gli esploratori tra mille
anni lì tra il mare di Sicilia
e il Nord Africa, tra Marocco e Spagna (…)
(p. 26)


Fattori che s’uniscono nefasti
screzian giunture, i tremolii reumatici.
Il dazio che immunizza il tuo sistema,

finché le cellule memoria avranno.
È quando ci scordiamo della storia
che siamo condannati ad ogni aggravio.
(p. 47)

(…)
riprenderai coscienza solamente
un attimo per allontanarti (e maledire)
ora del tutto da quei mondi
di paure e guerre fredde mentre
il sangue vero vola e viola
liquido sparso consistente e caldo
a rivelare definitivamente la prova
d’essere irrinunciabilmente sé stessi.
(p. 53)

Il poema si conclude con i versi qui sotto. Sono immagini che ci scuotono e ci dicono che siamo responsabili nel nostro (personale e partecipato) quotidiano. Ci è chiesto di uscire da una letargia che lascia spazio alla violenza, alla forza, alla indifferenza, alla omologazione. La memoria va coltivata, le grida di dolore vanno accolte, l’empatia va messa in atto. La campana suona anche per noi:


La gusti nella scarsità
delle vivande, nel sapore di una sete viscerale,
che resta sulla lingua per ore.
La tocchi nelle mani lievi e tremanti
che pesano macigni di orrore
(sensazione inumana di non essere
più capaci di misurare le cose)
Seduta sulle terrazze, vecchia vicina di casa
durante l’assedio è la morte.
(p. 55)

giovedì 2 ottobre 2025

“Cosa hai fatto di buono / nella vita?”

Giancarlo Baroni, Brevi Brevissime, Bertoni 2025

recensione di AR


Dubbio

Cosa hai fatto di buono 
nella vita?
Chiede
l’arcangelo prima di giudicarmi. Forse
venti poesie
rispondo
basteranno? (p. 39)


Suddivisa in sette sezioni che procedono a ritroso dalla 8 alla 2, la raccolta ci presenta, come scrive Luca Ariano in Prefazione (p. 5): “(…) gli animali, la Storia, i suoi personaggi, l’arte, gli artisti, l’osservazione del mondo (…) e non manca l’ironia alla Luciano Erba, mentre il tono diviene talvolta gnomico e filosofico per farsi riflessione esistenziale.”

In effetti troviamo in queste pagine pennellate di saggezza velate di un disincanto qoheletiano non privo di di quei fili d’oro che la poesia sa intrecciare con le contraddizioni del nostro vivere, con i nostri desideri che eccedono i nostri limiti e ci proiettano oltre ogni orizzonte: “È una terra di crepe / (…) / però il cielo / il cielo davvero davvero come un aquilone.” (Cielo, p. 9); “Una trama di passi uguali una scia inconcludente / un lento avvicinarsi al niente.” (Fagiano, p. 10); “(…) dai suoi rifugi scriveva / lettere appassionate / lo tormentava il pensiero / che nessuno le avrebbe lette / che qualcuno lo facesse.” (Josef, p. 15); “Sono stato sfortunato / ad essermi incontrato / se lo avessi saputo / mi sarei salutato  / di fretta da lontano (…)” (Sfortunato, p. 28).

In fondo vivere è implicitamente affidarsi, cioè sapere che senza gli altri, senza un habitat che ci accolga e nutra, senza la fede in un momento successivo a quello appena passato… siamo già morti. Anche se sfiduciati e disillusi, un fondo di speranza è imprescindibile e anche le negazioni aprono praterie a condivisioni che ci portano a riflettere, a entrare in dialogo, a metterci in gioco, a sperare in corrispondenze e magari anche ai miracoli: “Adesso lo sai / non c’è salvezza / se non nella certezza / che non c’è.” (Salvezza, p. 51); “Verso il buio le cose / si dirigono naturalmente / ma dalla vita nascono / per caso per miracolo.” (Vita, p. 54).

Come di consueto, l’arguzia indagatrice di Giancarlo Baroni ci provoca con elegante finezza, ci inquieta aprendoci lo sguardo al mondo interiore e a quello naturale che dà figura alle nostre corde più sensibili, sollecitando in chi legge/ascolta una empatia che ci rende senz’altro più umani e meno isole. E allora il tu sotteso ad Àncora (p. 81) non è solo quello in cui si riflette un poeta di Parma, ma pure tutti noi che con lui desideriamo: “Come un’ancora calata sul fondo / aspetti di riaffiorare.”

Ciò che non riaffiora è già sepolto. Senza parole.