domenica 26 aprile 2026

Su Luci e eclissi di Alessandro Fo

Alessandro Fo, Luci e eclissi, Einaudi 2026

recensione di Giancarlo Baroni

Noi entriamo nella vita come uno squarcio di luce, come una forza carica di energia destinata a dilatarsi, a svilupparsi stabilendo connessioni e contatti. La strabiliante ricchezza del nostro venire al mondo e della nostra crescita prima o poi e inevitabilmente ci induce a porci degli angoscianti interrogativi: perché questo processo spontaneo e insieme miracoloso che è la vita a un certo punto rallenta, si ripiega su sé stesso, si affievolisce, avvizzisce, si spegne e procede inesorabilmente verso la fine, verso l’eclissi? Cosa verrà dopo e cosa resterà di noi? I nostri progetti, sentimenti, desideri, aspirazioni, passioni, illusioni, verranno cancellati e spazzati via, spariranno insieme a noi? Vivere alla fine si basa su un inganno, sopra un drammatico raggiro del destino?

Interrogativi inquietanti purtroppo ineludibili. Il traduttore, critico e poeta Alessandro Fo riflette e ragiona su queste acuminate e intricate questioni nella recente raccolta poetica Luci e eclissi (Einaudi, 2026). Lo fa, e questa caratteristica è rilevante, senza cadere in un atteggiamento solipsistico, senza smettere di sentirsi parte di un destino condiviso, senza abbandonare un atteggiamento di apertura verso la realtà e verso il prossimo; lo fa in empatia profonda con le persone e con le cose che quotidianamente aggiungono un briciolo di speranza e di bellezza al nostro esistere.

Numerosi i versi in cui il sentimento di precarietà, di provvisorietà e di finitudine si manifesta con misurata intensità e contenuta evidenza. Cito alcuni frammenti che riguardano sia il destino personale di ognuno di noi («si sa che poi non sai mai quanto duri») sia quello comune e  collettivo («poi un giorno finirà, non si sa come»). Una domanda senza risposta purtroppo si impone: «ma come si può fare, / l’idea del proprio finire, a accettarla, / a sentirla davvero naturale?».

La provvisorietà si posa sulle cose come una polvere che le ricopre e gradualmente le corrode fino a farle svanire; cose e oggetti destinati a essere prima o poi dimenticati e gettati via: «sbiadiscono le foto, le canzoni / si scordano e prendono congedo».

Alcune  persone frequentate dall’autore hanno lasciato in lui un lampo indelebile di armonia e di grazia. A volte ne cita il nome, per esempio il poeta Massimo Vetta «castano, bello, gentile, / riservato, elegante. / Passava nella vita come defilandosi»;  Luigi Manzi, architetto e poeta, «è stato un uomo delicato e cortese»; Sofia, bella, simpatica e brillante ritratta mentre fa lezione, eccetera.

Lo sguardo colmo di partecipazione e di coinvolgimento di Alessandro Fo si rivolge verso i più umili e bisognosi di attenzione e di aiuto, verso gli emarginati e gli esclusi. A cominciare dai detenuti nei penitenziari, dai reclusi in carcere: «alcuni testi», confida l’autore nei dettagliati appunti a fine libro, «sono legati a un’attività di volontariato culturale presso l’istituto di pena di San Gimignano – Ranza». Il suo sguardo si posa di volta in volta sugli anziani nelle case di riposo, su chi non sta bene e stenta a sopravvivere, sui rifugiati e sugli homeless, «sulle badanti slave [che] cercano panchine / per il pranzo, domenica mattina / nel parco. È andata un’altra settimana, / domani è lunedì si ricomincia».

Il tema metaforico dell’eclissi, inteso come declino, affievolirsi progressivo delle speranze e sbiadire della memoria, come oblio («come e quanto verrai tu ricordato / e da quanti e per quanto…»),  si amplia alla condizione davvero in pericolo dell’umanità oggi, al tramonto del mondo: quartieri interamente distrutti dalla guerra, macerie disseminate ovunque coprono i morti, bambini disperati e affamati «mentre migliaia di case vanno in polvere / sotto le bombe / mentre scompaiono migliaia di persone».

Come trovare «un senso a tanto male»? Per fortuna compare all’improvviso un inatteso accenno di arcobaleno, una scia luminosa, una striscia di luce, uno spiraglio che fa sperare nell’esistenza di ponti che oltrepassano la nostra limitatezza, il nostro ristretto io. Restare per esempio nel cuore di altre persone, durare attraverso i propri versi nell’anima e nel ricordo dei lettori: «E so che per qualcuno / (pochi? Che importa?) anche il poco che ho scritto / ha dato luce e senso a qualche istante, / ha fatto sì che vi si ritrovasse / con commozione una vita fra tante…».

Nessun commento: