Andrea Tosi, Filari, peQUod 2026
collana Portosepolto, volume a cura di Luca Pizzolitto
Prefazione di Antonio Fiori
recensione di AR
“Tiberiade rigata di pianto / saliva al suo lago, guardava / da sotto a parole / come scale di un’eterna pazienza; / quella voce riportava le cose / a voler essere sé stesse” (p. 49)
La voce di Andrea Tosi ha un timbro nervoso abilmente velato da una visione per così dire ampia, filosofica, evangelica: si inerpica nei frangenti di un vissuto che la poesia ricompone e riappacifica pur mantenendo traccia dei vicoli ciechi, delle difficoltà o delle tortuosità che ogni cammino d’uomo è chiamato ad affrontare: “non scelgo non / giudico aspramente ciò che ingiunge / la sorte; lo prendo mi ci accorpo, / siedo e riguardo me stesso senza artefatti, / (…) / il futuro è bianco / e senza remi // mi raccolgo ogni giorno / con gentilezza” (p. 44); “la memoria confinata a paura, / o sfiducia.. / è àncora al procedere. // Socchiudo la mente / e nel travisto del sonno / emerge la traccia, sentore di fiamma / in sentiero che accende, muove inneschi” (p. 42).
Le immagini sono impastate di accostamenti insoliti e depistanti; sono come delle molle sotto carica, sul punto lasciar andare l’energia accumulata con una buona dose di ironia: “puntello in vivere i progetti / come sassi, che al cammino / sotto i piedi nel fango / mi danno quel tanto / di sostegno, per quanto / si può.. / se non altro, senza quelli, / sarebbe peggio” (p. 39); “una presenza; // si attesta come senso / d’intrusione, illecito esistere, / spazio rubato al niente / che poteva essere / invece di me // me ne resto allora al di qua / della mia mente” (p. 35); “sono una finestra appesa / da cui guarda / una divinità sognante, / mentre sogna di un uomo / con lo sguardo in sospeso” (p. 33).
Scrive giustamente Antonio Fiori (p. 8) che in questa raccolta: “Il corpo vibra nell’attesa del contatto, spera nel disvelamento di un segreto, o almeno nell’aiuto per scegliere il sentiero da prendere.”
Così non sorprende che il poeta si analizzi e si moltiplichi, faccia sintesi di sé diffondendosi, “divagando sul nulla del mondo” (p. 13), in cerca in fondo di corrispondenze, di anime-coscienze affini, un desiderio di abbracciare che fa i conti con la disillusione o quantomeno l’impermanenza: “come quando solo mi fondo col niente / di fuori e sparisce la gente, // un fatto senziente / rimango, / la forma del vuoto, / un accedere andante / fra moli di vento” (ivi).
Pur aleggiano fra questi Filari una sorta di cupio dissolvi, mi pare che le poesie elaborino questa tendenza perniciosa oggettivando la questione, offrendola a una condivisione che permette di affrontarla da una prospettiva comune, dunque più panoramica e in definitiva più efficace perché se sappiamo fare spazio il nostro io si fa più umile, impara ad affidarsi e coltivare la una attesa meno desolata (quindi più speranzosa). A tal proposito, mi piace concludere questa nota di lettura con la seconda e finale strofa della poesia a p. 15:
Da una sequela di scelte in serie
nasce un sentiero inguainato
a me,
dal passato ad elidere il mio accumulo
in carenza, assimilo
mancanze a mancanze,
desistenze in avanti,
divento me per sottrazione

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