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sabato 6 giugno 2009

FARE VOCI ISONZO 2009

Associazione culturale EQUILIBRI di Gorizia

Continua il percorso del progetto FARE VOCI.

L’idea di mettere assieme autori e musicisti, di creare una vicinanza fra poesia e musica, ha un nuovo appuntamento.

Che si snoderà, fra giugno e luglio 2009, lungo il fiume Isonzo.

Nasce così FARE VOCI ISONZO 2009, un’altra occasione per conoscere e condividere le varie voci artistiche e culturali del nostro territorio. Ma non solo.

FARE VOCI ISONZO 2009 arriva dopo la prima esperienza di FARE VOCI, nella primavera del 2008, con date a Gorizia, Trieste, Gradisca d’Isonzo e Cormòns. E dopo le due date dedicate al problema del lavoro e alla necessità della pace, sempre più difficile, che si sono tenute lo scorso novembre all’osteria l’Alchimista di Gorizia.

FARE VOCI ISONZO 2009 vuole continuare un percorso che si sta costruendo assieme. A voi.

Giovanni Fierro

p.s. per la data del 24, a Volarje in Slovenia, per chi vuole seguire la serata, c’è la disponibilità di usufruire di un pullman, completamente gratuito!!!!

Tutte le relative informazioni sono nel programma che segue!!!


FARE VOCI ISONZO 2009

Italia/Slovenija

Giugno/Junij/Luglio/Julij 2009

Tournée di parole / musiche / canzoni / lingue / dialetti / immagini / sul fium


IL PROGRAMMA

7 JUNIJ/GIUGNO

CAMP TRENTA (20 km sopra Bovec) – Slovenija

h. 17. 00

Gabriella GABRIELLI e Mauro PUNTERI (voce e chitarra dei Zuf de ‘Zur), Stefano SCHIRALDI ( cantastorie) – canzoni

Zlatko SMREKAR (Slo), Giovanni FIERRO (Ita), Roberto Marino MASINI (Ita), Marjeta MANFREDA VAKAR (Slo), Marina CERNETIG (Slo), Meta STERGAR (Slo) – poesie

presentazione del libro “Zlati cvet” di Jožko ŠAVLI


13 GIUGNO/ JUNIJ
azienda agricola CASTEL SAN MAURO
SAN MAURO (Gorizia) - Italia

h.18.00

camminata all’Isonzo con
Gabriella GABRIELLI e Mauro PUNTERI (voce e chitarra dei Zuf de ‘Zur), Stefano SCHIRALDI ( cantastorie) – canzoni

Roberto Marino MASINI (Ita), Elisabeth FALLER (Aut), Zlatko SMREKAR (Slo), Giovanni FIERRO (Ita), Marjeta MANFREDA VAKAR (Slo), Francesco TOMADA (Ita), Meta STERGAR (Slo) – poesie

h. 20.30

Lucio FABI presenta il suo nuovo libro "Il Carso di Giuseppe Ungaretti. Storia e itinerari"

a seguire proiezione dei filmati
"Primavera sull'Isonzo" ( B/N,1951, 8’) e "Orizzonti di Gloria" (colore, 1955, 8’)
di Adolfo PIZZI

con accompagnamento musicale di David CEJ, fisarmonica


24 JUNIJ/GIUGNO

CAMP VILI
VOLARJE (6 km da Tolmino, in direzione Caporetto) - Slovenija

h.20

Gabriella GABRIELLI e Mauro PUNTERI (voce e chitarra dei Zuf de ‘Zur), Stefano SCHIRALDI ( cantastorie) – canzoni, Sandro CARTA - tromba

Roberto Marino MASINI (Ita), Zlatko SMREKAR (Slo), Marjeta MANFREDA VAKAR (Slo), Giovanni FIERRO (Ita), Andreina TRUSGNACH (Slo), Tomaž FLAJS (Slo) – poesie


Importante!!!!!

Per questo appuntamento, l’APT Azienda Provinciale dei Trasporti, mette a disposizione un pullman gratuito per seguire la serata.
Partenza dalla stazione delle corriere e treni di Gorizia, alle 18.00. Rientro a ad incontro terminato.

Per prenotare i posti, consigliato, basta telefonare o inviare una email all’associazione Equilibri.

(equilibri.cultura@libero.it / tel 349 28 94 907)


3 LUGLIO/ JULIJ

GIARDINO COMUNALE / CANALE dei DOTTORI
SAGRADO

h.21.30

Gabriella GABRIELLI e Mauro PUNTERI (voce e chitarra dei Zuf de ‘Zur), Stefano SCHIRALDI (cantastorie) – canzoni

Andreina TRUSGNACH (Slo), Giovanni FIERRO (Ita), Marina CERNETIG (Slo), Claudia SALAMANT (Slo), Maurizio BENEDETTI (Ita), Ivan CRICO (Ita), – poesie

Dorina BERžAN (Slo) presenta e legge da “Scoi e onde de vita”, poesie in dialetto isolano di Izola d’Istria


Serata in collaborazione con Gruppo Giovani e Amministrazione Comunale di Sagrado.

In caso di maltempo tutti gli incontri si tengono al coperto.

Con il contributo della Provincia di Gorizia, Assessorato alla Cultura. E il sostegno di APT Azienda Provinciale Trasporti


FARE VOCI ISONZO 2009 è parte integrante del festival regionale itinerante di poesia ACQUE DI ACQUA, organizzato dall’associazione CULTURAGOBALE.


per info: equilibri.cultura@libero.it / tel. 349 28 94 907


sabato 3 marzo 2007

La conta degli abbracci (Giovanni Fierro)


LA CONTA DEGLI ABBRACCI

Troppo spesso ci dimentichiamo che siamo fatti
della stessa sostanza del sole, un incendio

e che i nostri capelli diventati bianchi
sono la scia delle stelle cadenti
a cui abbiamo affidato i nostri sogni.

Con caparbietà continuiamo l’infedeltà
che esercitavamo quando eravamo un bambino

chiudiamo gli occhi
ci convinciamo che nessuno ci può vedere
e ci nascondiamo nel mondo.

***

(un bambino)

Da piccolo mi inventavo i giochi, i campionati di calcio
con le figurine duravano un’andata e un ritorno
c’erano i mostri contro cui combattere e io sopravvivevo.

Mi inventavo i soldatini li facevo di carta li disegnavo e li ritagliavo
i mattoncini di lego rossi diventavano cavalli quelli verdi più piccoli
i cavalleggeri nordisti. Mi inventavo i tornei di tennis ero io contro il
muro
la racchetta di plastica nera la palla di spugna gialla mi inventavo di
tutto.

Mi inventavo anche che in quella casa i miei genitori si volessero bene
che i baci che li vedevo non darsi erano il loro modo educato
di insegnarmi il pudore.

***

Solo dopo un mese dalla sua nascita
gli occhi di Adele hanno avuto la loro prima lacrima

subito ho pensato al poeta americano Allen Ginsberg
ha detto che si sentiva in totale sintonia
con l’universo intero solo quando lui riusciva a piangere

allora deve essere così
per le lacrime bisogna avere pazienza
bisogna sapersele meritare.

***

(il mercato di Blagoevgrad)

Forse è sempre ingenua la felicità

deve assomigliare a questa domenica mattina
il suo cielo immobile, le sedie che ci trattengono i passi
noi che indoviniamo le mani

al mercato c’è una capra appesa al ramo dell’albero
(le hanno già mozzato la testa, il suo sangue è sgorgato
lungo l’erba ed è finito nell’acqua del torrente sotto)

è una donna a impugnare la lama e a scuoiare l’animale

le vedo nelle sue braccia i movimenti precisi
di chi sa dividere il superfluo dall’essenziale
quello che è mio da quello che è tuo

nel suo polso c’è un istinto che si conserva più dell’età e della memoria.

La pelle della capra è riversa all’infuori per la sua metà
i capillari, la trasparenza sopra, le vene, la polpa sottile
l’ombra delle foglie addosso.

Assieme a due uomini la donna ora guarda il corpo dell’animale
come si guarda la fedeltà

e non c’è un grammo di ignoranza.

***

(qualche giorno fa)

Ti dico la tenerezza che provo
quando leggo i fumetti del bambino Calvin
e del suo tigrotto di pezza che si chiama Hobbes

ti racconto dell’episodio in cui il piccolo Calvin
fa una battaglia di palle di neve
le tira ai suoi amici nemici e intanto con la neve
costruisce attorno a sé una difesa, un fortino

accumula neve fino a quando non riesce più a vedere oltre
si sente imprigionato e non può che gridare ‘aiuto!’

tu ridi e dici

dici che non sopporti Alessandro Baricco
che anche tu pensi che sia più furbo che bravo
e di come ti sei sentita presa in giro quando hai letto le parole
e le frasi stampate sui manifesti di lancio del suo nuovo romanzo.

Ti guardo, me lo hanno detto i tuoi amici
hai iniziato le sedute di chemioterapia
io sono sgarbato e controllo se ti sono rimaste le sopraciglia

hai un foulard attorno alla testa, è di un colore acceso

potresti essere un tuareg in mezzo al deserto
ma per me sei un pirata e sicuramente da qualche parte
c’è anche il tuo galeone.

Mi sorridi ancora, più con gli occhi che con la bocca
poi te ne vai

io penso allo scrittore americano Raymond Carver

quando ha saputo di essere ammalato di cancro
ha iniziato a coltivare le rose.

***

(a Capodistria)

L’infanzia vista da qui
è l’ultimo giocattolo
che da bambino ho voluto rompere
per vedere come funzionava dentro.

E il meccanismo che volevo indovinare
è la gioia
che ancora oggi continuo a ipotizzare.

***

(l’estinzione)

Cambio per l’ultima volta l’acqua ai fiori
so che domani non lo farò.

Rimarrà il crac le mie mani che spezzano gli steli
piegarli e buttarli via.

Guarderò nel vaso l’acqua più scura
una lieve tinta
una stanchezza sgualcita, una bellezza sciupata che ci si porta addosso.

Ma ora sono fioriture di fresie e tulipani
gialli e rossi, alcuni lievemente viola, altri bianchi rosa.

Un bocciolo si è già staccato due giorni fa.

Vicino al tavolo sono seduto, la finestra e la luce,
conto tutti i petali che guardo

che mi ricordano “Giovanni, non avere paura”.



DIRE AMORE

Avevo una amico
quando alla sera non riusciva ad addormentarsi
andava in cucina, apriva lo sportello del frigorifero
tutto d’un fiato beveva dal collo della bottiglia
il vino rosso
faceva durare il sorso il più a lungo possibile

così si costruiva il suo sonno.
Con la sua stessa precisione
io spingo fuori dalla cassa toracica
il mio respiro

con l’aiuto di palato denti lingua
bocca, dico amore amore amore
amore amore amore amore
fino a non poterne più

fino a quando l’ossigeno del fiato
è tutto bruciato
e i polmoni mi chiedono una boccata d’aria nuova.

Solo dopo voglio vedere che cosa
la pronuncia protratta e ripetuta
di quell’unica parola
mi ha lasciato sulle labbra

se una stanchezza
o il sapore.

***

Dici "mi piace l’odore di pulito"

per te è il profumo e la freschezza
che senti nelle narici
quando dispieghiamo le lenzuola
lavate e stirate e prepariamo il letto

per me è il nostro abbraccio

sotto il lenzuolo
prima di addormentarci
ci protegge.



Fierro ci racconta la sua vita ("… come la primavera della mia giovinezza /
che prima per paura e adesso per lontananza / io non posso abitare"), e lo fa davvero en poète: ciò che pare prosastico ha ritmo e allitterazioni, quel che pare quotidiano si fa simbolo, le parole e le frasi riverberano di citazioni pur utilizzando un lessico e una sintassi perspicui e semplici. C'è un'anima gioiosa e ferita, arguta e umile, in questi versi, un'anima che ha la duttile forza del metallo a cui il congnome del Nostro rimanda: "per le lacrime bisogna avere pazienza / bisogna sapersele meritare."
Giovanni Fierro è nato a Gorizia nel 1968. I suoi testi sono stati pubblicati nelle raccolte Frantumi (2002) e Prepletanja – Intrecci (2003), entrambe edite da Sottomondo. È curatore della rivista «Habel». Del dicembre 2004 è la sua prima raccolta poetica, Lasciami così (edita da Sottomondo, Gorizia), la cui prima edizione di 300 copie è stata esaurita. Nel novembre del 2005 il libro è stato ristampato in altre 300 copie, ora in via di esaurimento.

mercoledì 29 gennaio 2014

Giovanni Fierro intervista Fulvio Segato e ne recensisce La consuetudine dei frantumi


Libro di Fulvio Segato
Fare Voci. Giornale di scrittura

Gennaio 2014

www.isontina.beniculturali.it/index.php?it/223/fare-voci-giornale-di-scrittura

Ecco qui l’edizione di gennaio di “FARE VOCI. Giornale di scrittura”.
Un numero ricco, di nuove proposte e nuovi nomi.
Per continuare ad esplorare la mappa del nostro tempo e del nostro territorio.


Di seguito trovate:

- il libro:   LA CONSUETUDINE DEI FRANTUMI di Fulvio Segato (recensione, intervista e testi)
- la proposta degli autori:   lo scrittore Gianni Spizzo parla di COLLINA di Jean Giono
- gli inediti:   IL PAESAGGIO DELL’OGGI ovvero lo scrivere di Matteo Ghirardi

buona lettura

Giovanni Fierro




Il libro

Il tempo quando si apre

“La consuetudine dei frantumi” di Fulvio Segato

di Giovanni Fierro

Già nel primo testo di questo libro c’è una dichiarazione di poetica. L’odore, il corpo, i luoghi, il tempo.
Si apre così La consuetudine dei frantumi, prezioso libro di Fulvio Segato, poeta triestino, che sempre di più sta lasciando un segno indelebile nello scrivere del nostro territorio.
In questa raccolta ci sono anche ritmo e suono, tanto vento a scompigliare, ma anche in senso positivo, l’umana esistenza.
Pagina dopo pagina, ci si immerge in una ricognizione ampia e profonda, del tempo presente.
Sia quando si rapporta al passato sia quando è premonitore dei tempi a venire.

E in questo fare poesia, Segato testimonia la propria volontà di tenere tutti i pezzi assieme; crea un quadro costruito con tenacia e coinvolgimento: ‘ma ci sono quei tuoi gesti, quel prendere/ quieta l’aria, serrala nella mano/ perché mai più voli, scompaia’.
E, come in “Le campane”, c’è grazia nel tratteggiare il nostro tempo, il nostro luogo dell’accadere. Non è poco.

‘Ci sono dieci cornacchie sul/ balcone. Guardano i miei fiori,/ i colori dei miei fiori oggi che/ è primavera. Ma erano solo due/ due sole ce n’erano/ ieri’. E questo è a dire del respiro di cui Segato ci fa complici, in uno stare dove la vita trova la sua collocazione, la sua identità. Sempre a cercare il confronto, in una possibile crescita, con una inevitabile difficoltà, per una auspicata confidenza.

La consuetudine dei frantumi è scrittura da custodire con attenzione, materia calda e pulsante che vuole aprirsi e mostrare il proprio esistere. È libro che si augura a tutti di scrivere. E di leggere.



L’intervista
Fulvio Segato
Nelle tue poesie se c'è sempre, a parer mio, un qualcosa che si ricompone (tempo, memoria, emozione...), il tuo scrivere ha a che fare con questo?
Tempo e memoria sono parametri essenziali nelle mie poesie. Sono movimenti, gesti, sospensioni e soprattutto lasciti che fanno scaturire l'emozione e di seguito la scrittura. Credo che la poesia (anche nelle sue forme più spinte o avanguardistiche) attinge sempre alla memoria, che io intendo come un fatto comune e non semplice momento soggettivo lontano, ricordo personale.

In questa raccolta sono molto presenti sia il vento che l'aria, che danno ulteriore respiro e senso alle parole, è così? e se si, perché?
Vento e aria, ma anche acqua, con tutti gli esseri viventi che contengono e vi vivono sono elementi che uso per dare appunto "respiro" al verso e alle parole, ma anche elementi necessari per far trasportare il ricordo personale verso un tipo di memoria più ampia e collettiva. Per liberare la parola dalla staticità e dalle secche e costringerla a giri più vasti, per toccare situazioni non prettamente mie, ma che riguardano il vivere di molti e anche sconosciuti.

La tua è una poesia completamente immersa nel quotidiano, anche se sono presenti gli eco di passato e memoria, cosa succede in questo tuo confronto temporale?
Un continuo dibattito, a volte una rivalutazione, certe altre una piccola battaglia. La vita nel quotidiano se non lanciata verso uno scambio e confronto con il già successo, il possibile o quello che avrebbe potuto accadere se...può causare un profondo sedimento nel quale rimanere invischiati. C'è bisogno anche di molta moderazione in questo, per non cadere nell'opposto, nella revisione continua, e per non restare impantanati nel passato stesso con il rischio che diventi mito. Il quotidiano è, insomma, l'adesso, il questo momento in qui io vivo.

Questo tuo 'cercare l'unità', dà ulteriore significato a come, e quanto, il vivere sia sfuggente, destinato ad andarsene. Ti riconosci come autore in questo?
Si, precari ed effimeri e facenti parte di una unità creata che si manifesta prepotente e viva in innumeri forme, anch'esse effimere e sfuggenti ma, tutte, uniche. Fermare gli attimi di questo veloce trascendere universale è quello che cerco di portare nelle mie poesie.

Le cose minime del vivere, quelle più difficili da raggiungere e mantenere, anche alimentare, sono qui presenti. Sembra che verso di loro tu abbia uno sguardo, e un senso, di protezione....
Sono le cose minime, catturarle, che ci permette di dare la misura e il peso del vivere, non solo di quello personale. Attimi che ci appaiono istantanei ma che dobbiamo fermare e decifrare, trascriverli, per poi lasciarli continuare nel loro fluire. E vanno accuditi con tenerezza, perché fragili come vetro e a volte riflettenti come specchi.





L'odore scavato
Questo odore scavato che circola fra strade rioni
salite di porfido disassato
si forma con calma
passando lentamente
sulle mura
sui tetti
sulle piccole pozze che si stanno asciugando
sugli occhi che si riflettono dentro
e cercano
poi qui s'accomoda,
vicino alla mia sedia - con il suo silenzio-
scavandomi le ossa
scavandoci le ossa,
illudendomi di essere più leggero
dell'aria
- l'inganno del volo,
ma fa solo una sosta
prima di riprendere il suo giro
prima di bussare alla porta accanto
d'infilarsi in un letto fra lenzuola pulite
che hanno quel leggero profumo di viole
di viole
che ci siamo portati dietro
con noi dietro
tanto tempo fa.



Nato in quegli anni e lì disperso
Sono nato in quegli anni e lì disperso,
- il fiato dell’affetto ha fatto
rugginose le biciclette, quelle mai
pedalate, quelle lasciate negli angoli
le parole sospese sono rimaste lì
e da nessuno più usate.
Ho visto forse passare il santo,
- ci sono ancora i suoi segni
e se c’è un pozzo qui vicino
è lì che bisogna cercare,
cercare quegli anni dispersi
in cui siamo nati, con le mani
nell’acqua scura quel presente
riportare a galla,
e piano bagnarsi le labbra,
berla a sorsi quell'acqua
ricomporre le frasi, ridirle,
come se non ci fossero solo
queste pietre, dure e bianche
e senza luce e il netto lacero
del confine scavalcato , con le mani
coprirsi gli occhi oppure disegnare nell’aria
quello che si volle e non abbiamo fatto,
dispersi come eravamo in quegli anni
in cui nascemmo. Coprirsi gli occhi
con le nostre mani nate con noi.



Un cavallo rosso fatto con la plastilina
Un cavallo rosso fatto con la plastilina,
duttile docile, messo in centro alla tavola,
quattro alberi con poche foglie in controluce
luce e raggi dalla finestra, la debole
luminescenza di una lampadina quando
si fa scuro e una mela verde e brillante,
che rotola se toccata appena col palmo,
e una figuretta, sottile, sopra tutto,
più avanti del cavallo, della mela,
ma non più grande solo più vicina,
più vicina per riconoscere il viso, gli occhi
quello che c'è di liquido oltre gli occhi,
così da impastare e diteggiare una gonna,
o una giacca o un cappello,
nominare qualcuno per poi metterlo
ad arcione, farlo andare, farlo correre
e perdersi fra gli alberi che son diventati bosco
che sembra di sentire l'odore di umido,
perché è passato un temporale
ma ora è lontano e si odono appena
i colpi del tuono che scompaiono
e un ultimo tremare dei vetri.




La biografia

Fulvio Segato è nato a Trieste nel '59, città dove lavoro in una scuola pubblica.
Negli anni ottanta ho pubblicato due sillogi di poesie: "I canti della Fenice" e "Io, Narciso".
Nel 2013 le sue poesie sono state pubblicate in una silloge intitolata "Vocativi in eco" dall'editrice Helicon, quale premio Casentino e La consuetudine dei frantumi Fara Editore, premio Faraexelsior 2013.
È in preparazione per l'editrice Edizioni Progetto Cultura una raccolta di racconti dal titolo "Cadono i cormorani".
Ha conseguito riconoscimenti in concorsi letterari sia in poesia che in prosa.

sabato 10 marzo 2007

Su Lasciami così di Giovanni Fierro


(Gorizia, sottomondo, 2005 (ristampa), pp. 92 (sip)
Prefazione di Francesco Tomada, quarta di copertina di Mario Benedetti)

recensione di AR

“Il buon senso / è conficcato negli errori / che tu ed io / non siamo stati capaci / di evitare”: è la prima strofa di Respiro, a p. 80, e credo possa dare il la a questa raccolta intrisa di etica saggezza, che potremmo sottotitolare Diario di un cittadino consapevole (dei suoi limiti e di quelli che la storia privata e sociale ci impone e alla responsabilità di cui ci fa carico). Il poeta Fierro non è un distaccato supervisore dei fatti, né una voce portata a facili lirisimi autocommiserativi, ma un compagno di cammino capace di ascolto, capace di farsi e farci domande, di fare il punto (con misura e senza cadere nell’enfasi retorica). Ad esempio in una poesia ispirata agli stupri etnici in Bosnia si chiede: “… come potevo mostrami uomo // al pensiero che anche qui uomini / hanno lasciato dentro donne / non seme // ma sputi” (La forza e no, p. 70). E in Sarajevo città confessa: “Scopro che ho l’inadeguatezza di chi arriva tardi / e vuole trovare le parole giuste / quando non servono più.” (p. 67). L’umanità del Nostro si esprime con immagini che non passano inosservate: “la vita si muove così // poi è il destino che sa puntarsi / all’inguine” (Conversazione rinviata, p. 34); “attraversare la vita / sarà nuovamente un atto d’amore // e non semplicemente / un lento sfollare” (Questi giorni, p. 32); “Adesso il giorno si fissa al tempo con il chiedo del sole” (Viaggio, p. 27); “Ho un corpo / (…) che un giorno mi abbandonerà / (…) Lascerà la mia anima / in rilievo / come l’innervatura di una foglia” (Da un seme, p. 22); “Penso solo alla neve / a come tiene a sé l’impronta dei passi” (Dopo, p. 19, intensa fotografia del nostro transito).
Sì, questo è davvero un bel libro, con rare cadute di tensione o ridondanze e uno sguardo in amorevole equilibrio fra scetticismo e bellezza, fra desiderio e dolore… e infatti le stesse parole dovrebbero essere costrette “in un diamante / di gelo // fino a spaccarle / per vedere se ha / un senso credere / che difendano / un nocciolo” (Ricerca, p. 17). Forse è questa la funzione della poesia: ci aiuta a ricercare quel grumo di senso che a volte, nel quotidiano parlare, ci sfugge.

giovedì 16 luglio 2009

Poeti a NordEst a Fossalta di Portogruaro 17 lug



Venerdì 17 luglio
Cortino del Castello di Fratta
Fossalta di Portogruaro (VE)

Ore 21.00 INCONTRI
Presentazione libro
Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est
Faraeditore a cura di Giovanni Fierro

Ore 22.00 MUSICHE
Gaspare Bernardi + Gaiber Projet
in concerto

fine serata NUTRI_MENTI
Rinfresco offerto dall’Amministrazione Comunale
di Fossalta di Portogruaro

info: Giovanni Fierro cell. 349 28 94 907

martedì 20 maggio 2008

Fierro e Tomada a Udine 23-5

Cari amici vicini e lontani,

venerdì 23 maggio, alle 21, Giovanni Fierro e me medesimo Francesco Tomada saremo ospiti di questo luogo:

Circolo Arci Mis(s)Kappa, via Bertaldia 38-38a, 33100 Udine

per una lettura dei nostri testi, grazie alla gentilezza di Vincenzo Della Mea.

Se avete tempo e voglia, vi aspettiamo

Francesco

giovedì 18 ottobre 2007

Fotoracconto degli incontri a Venezia

nell'ambito del salone www.farepace.org v. qui il programma delle presentazioni organizzate da Fara


(da sinistra) Francesco Tomada, Giovanni Fierro, Stefano Guglielmin


Stefano Sanchini, Leela Marampudi e (primo a destra) Marco Zavarini


Stefano Sanchini al banchetto Fara


Francesco Tomada, Giovanni Fierro e Stefano Guglielmin


lettura di Chiara De Luca


Chiara De Luca e uditori


Emanuele Scataglini, Barbara Rosenberg e Massimiliano Parazzini


Alessandro Ramberti, Stefano Guglielmin e Italo Testa


Gli stessi in versione più allegra


Alessandro Ramberti, Alberto Rossini, Barbara Rosenberg e Stefano Sanchini


Alberto Rossini, Barbara Rosenberg, Massimiliano Parazzini e Stefano Sanchini

lunedì 23 giugno 2008

Giovanni Fierro in Toscana 24-6

serata di poesia e musica

martedì 24 giugno 2008 - alle ore 21.00

al Circolo Fratellanza Artigiana
di Caprona (Pisa)


Giovanni FIERRO, letture
Stefano BAMBINI, tromba

da Lasciami così ad oggi
paesaggi e parole per misurare la conta degli abbracci
da Gorizia, da Caprona

domenica 7 dicembre 2025

Ho imparato l’imperfezione del quadrifoglio. Giovanni Fierro ci presenta “Absorbeat” di Andreoli

Foto nel testo di Alessandro Accordini

Ho imparato l’imperfezione del quadrifoglio

Giovanni Andreoli, Absorbeat

di Giovanni Fierro su Fare voci dicembre 2025

Scrive il giusto Dante Zamperini quando, nella prefazione ad Absorbeat di Giovanni Andreoli, dice “Appena ci si immerge in queste pagine, si avverte un intenso patrimonio affettivo”.
Perché la poesia di Andreoli è questo riconoscere la particolarità del vivere e la verità del suo mistero, tra la necessità dell’invenzione (“Nasceranno dei bambini.// A loro basteranno due coccinelle/ per fare il mondo a puntini”) e il nutrimento della percezione (“È inarrestabile il rullo del mattino,/ inutile,/ come l’ultimo desiderio”).
Il quotidiano in queste pagine è luogo di svelamento, di vicinanza a sé stessi, dove la propria esistenza è coniugata al presente, con l’infinito attorno e dentro, in quell’intreccio che solo con l’intensità del ricordo può essere radice e provenienza, “Grava l’ombra di Sisifo/ proprio dove deragliano/ i miei vecchi trenini Lima”.
Tutto Absorbeat è questo assorbire l’atmosfera in cui ognuno è immerso, nella propria unicità, il suo farsi corpo, in quel quando dove “Finalmente si sanguina in pace” e “Il sangue soprattutto/ non ha più la spuma/ della prima vendemmia”. Ma è sangue che non porta con sé dolore, anzi, è testimonianza di corpo che vive, si riconosce e chiede di essere persona, perché “Le ombre/ non resistono a lungo/ con il battito al polso”.
La scrittura di Giovanni Andreoli è anche lo scegliere quale sguardo usare, per costruire una prospettiva, utile a riconoscere le immagini di cui si può avere bisogno, quelle che devono durare.
Perché poi in queste pagine tutto è anche paesaggio, che si fa spirituale, che rinuncia ad ogni protezione per essere più vero, respiro di cui si sente il bisogno: “La piccola grondaia/ sgocciola ancora/ all’altezza del cuore.// Succede sempre/ quando vedo le lucciole sfinite/ dal buio della valle”.
Sono poesie su cui ritornare queste, a cui affidare un volere bene che è sempre più necessario, dove si può trovare il coraggio, “Io che progetto Dio, la salute”, e il giusto momento per fare del silenzio un qualcosa di perfetto, “Una pioggia sottile sottile/ nella luce dei fari”.



Dal libro:


Rosso superiore

È sufficiente che
le due metà del cuore
pulsino intatte


che al bar evaporino
dagli impermeabili tristi
le vicissitudini domestiche.


Non si smette mai di cadere,
è meglio godere
nell’occhio del ciclone
con un rosso superiore.


Si sa che i turisti sono curiosi,
amano solo gli spettri.


Una foto ricordo.


*


Esperienza

Ho imparato
l’imperfezione del quadrifoglio,
che il cielo acconsente o dimentica,
un debole continuo dolore
che non mi rende giustizia.


Intanto arrotolo tramonti,
racconto mille bugie capovolte.


Il sangue soprattutto
non ha più la spuma
della prima vendemmia.



*


Al balcone

I miei battiti calmi da collina
tre sigarette e un po’ di vino.


La piccola grondaia
sgocciola ancora
all’altezza del cuore.


Succede sempre
quando vedo le lucciole sfinite
dal buio della valle.



*


La capriola

Che pratiche leggere l’esistenza.

Il futuro
è una data scolpita.


Sconosciuta.

Quanti cuori calpestiamo
per sopravvivere felici.


Io che progetto Dio, la salute.
Io che non vedo mai
la tua tenera capriola
nel mio piccolo orto.




L’autore:Giovanni Andreoli è nato a Bussolengo (VR) nel 1962 e vive a Sant’Ambrogio di Volpicella. Operatore per disabili, ama fare lunghe passeggiate in natura. Presente nell’antologia Olimpia di Montegrotto Terme. Pubblicazioni: Il giardino della terra insieme a Remo Xumerle (2003).

(Giovanni Andreoli, Absorbeat, pp. 71, 10 euro, Fara 2024)

sabato 16 gennaio 2021

Di quell’ora mai promessaci di grazia: poesia come accelerazione dei sensi e del pensiero

recensione/intervista di Giovanni Fierro pubblicata in Fare Voci gennaio 2021
Voce d’autore ———————

Di quell’ora mai promessaci di grazia

Francesco Filia, L’ora stabilita

di Giovanni Fierro

Forse è questo il punto da cui ripartire. Il momento rinnovato e da tenere vicino in cui mettere le nuove parole di cui avere bisogno. A cui dare fiducia.
È proprio L’ora stabilita di Francesco Filia, questo invito a vivere la poesia come strumento che testimonia l’innesco dello stare al mondo. L’attrito che crea la prima luce, la più intensa e la più naturale, il primo passo, per iniziare un nuovo sguardo, un possibile sapere “l’esatta misura che separa/ ogni vita/ dal suo urlo”.
Il centro a cui ritornare, per ricordarci che siamo esseri umani, bisognosi di desiderio e riconoscimento, di chiamata al mondo e di ritrovarci “dove l’attesa è/ l’orizzonte, l’estate/ di tramonti e balconi, l’attimo/ senza tempo”.
Il lavoro di Francesco Filia in questo libro è quello di costruire un presente che tutto contiene, un diaframma a cui affidare la propria presenza, da condividere e da difendere.
Certo, non è un facile vivere, queste righe sanno quando è “il tempo/ di restituire l’ombra/ che ci ha legati/ a noi stessi”. E qui è la crescita, il momento dello scarto in avanti, la definizione di sé come identità. Ma che può finire, che finirà.
Queste poesie sono corpo, bisognoso di carne e pensiero, per dire che si è “qui,/ dove l’attrito/ dell’aria prova,/ di nuovo, che/ esisto”. Anche per sentire su di sé il tempo del tempo.
Francesco Filia riconosce l’uomo, lo mette al centro della sua ricerca, non solo poetica, ne riconosce le attese e le disillusioni: “Giuro/ su quel che non può/ cambiare”.
Dà forza “L’ora stabilita”, perché ci racconta di uno stare in piedi, di fronte a se stessi, di fronte a quello che potremmo essere, di fronte a quello siamo; di fronte a quello che sarete.
La pietra scagliata nei millenni/ scompare nel nero di un’acqua”, dove adesso nuotiamo, dove ci immergiamo?
La poesia di Francesco Filia toglie, non aggiunge mai. Il suo è un levarsi dalla superficie. Il suo è il rimuovere l’inerzia che da troppo tempo ci copre. Finalmente. E senza conoscere la resa.

 


 


Dal libro:

Il fronte
nero del giorno
cade
ai miei piedi
in macerie
e cumuli che non
potrò aggirare,
invece, scavare fino
a un grano
di sale, di
luce, di vita apparsa
di nuovo.

*

Scambierò
gli occhi
con questo buio che incombe
per cogliere il bordo
nascosto degli oggetti
il filo, spezzato,
che li unisce
a quel che non muore.

*

Non è nostro
il calmo
furore
della terra
l’immenso di
lampi e silenzio
la mano
che afferra
la ringhiera e trema,
non è nostro nemmeno
questo finire.

*

Forse
era giusta
l’altra
di vita, non
questa,
o forse è giusto
rimanere
nel bivio
di questo giorno.

 

 

Intervista a Francesco Filia

L’ora stabilita è un libro intenso. Che fa il punto su questione fondamentali. Ad esempio, come si legge nella nota finale, che questo lavoro vuole fare i conti “con le ferite aperte e irrisolte che il mondo e l’esistenza sono”. Cosa significa questo proposito?
L’esistenza mi è sempre apparsa – sia quella individuale che quella collettiva come l’esistenza del mondo stesso – un enigma, qualcosa di profondamente inquietante per il solo fatto di esserci.
Questo sgomento, in alcuni casi terrore, in me si è presentato sin da piccolo nella percezione del mondo intorno a me, delle cose, degli oggetti che mi sembravano qualcosa di imperscrutabile e nelle sensazioni che essi suscitavano in me.
Questo magma di percezioni, stati d’animo vissuti, diventando parola, anziché chiarirsi, si è amplificato nella sua insondabile enigmaticità. “L’ora stabilita”, che è un testo che ho scritto in più di un decennio, è il tentativo di restituire in maniera asciutta e netta questa dimensione, per me, costitutiva.

E l’usare la poesia come strumento per farlo?
L’idea centrale del mio approccio alla poesia, che ho chiarito a me stesso solo negli anni, è che la poesia è un’amplificazione e un’accelerazione della percezione estetica e del pensiero.
La parola poetica deve amplificare sia la percezione dei sensi sia la dimensione invisibile del logos, anzi è l’incontro necessario e ineludibile tra queste due facoltà, è un fare che oscilla vertiginosamente tra il dettaglio irripetibile del percepire e l’universalità del sillogizzare, senza mai essere nell’uno nell’altro, ma essendo solo e misteriosamente sé stessa.

L’impressione è, poi, che il libro sia un ‘qui ed ora’ che tutto contiene, in cui tutto si costruisce e che ha il desiderio di trovate un ‘qualcosa’ a cui affidarsi… può essere così?
Il ‘qui ed ora’ per me è la verticalità dell’attimo, in cui si arresta momentaneamente il flusso indistinto del divenire e ogni gesto diventa, pur nella sua irrisoria transitorietà, definitivo, nel ‘qui ed ora’ ogni gesto dice il miracolo dell’iniziare e lo sgomento del finire.
E forse la parola poetica è l’elemento che permette l’intensificazione dell’attimo che s’ innalza per un istante solo, appunto, dall’insignificanza del flusso indistinto delle cose e lo comprende nella sua inquietante gratuità.
Forse l’esperienza del bello si annida proprio nel ‘qui ed ora’ della forma e nella constatazione della sua perenne fine.

Le parole che fanno vivere queste poesie sono nette, quasi come quando si lavora ad una scultura, in cui è il togliere il lavoro necessario, per arrivare alla sostanza, al necessario, al nervo…. È solo una mia impressione?
Sì, è così. In questo libro più che in altri, dove invece ho anche proceduto per accumulo come nel poemetto “La neve”, la parola si è presentata in maniera scarnificata, in un processo di riduzione e scolpitura fino a giungere alla pietra viva del ‘dire’.
Sentivo la necessità del testo lapidario, nel senso etimologico della parola, come se il testo poetico si dovesse presentare sotto forma d’epitaffio. Non so se ci sono riuscito fino in fondo, ma il compito che sentivo di dover portare a termine nel libro era questo, anche se poi i libri di poesia vanno oltre le intenzioni del poeta e il loro fascino è soprattutto in questo tradimento.

C’è sempre un ‘equilibrio’ (difficile, mai scontato, anche doloroso forse…) tra questa vita e una vita altra, che più volte viene nominata. Questo costruisce una tensione, che penso sia la forza del libro. Che tensione è? Qual è la sua natura e come si manifesta?
La vita si presenta in una duplice veste: quella che è e quella che vorremmo che sia, lo iato tra questi due estremi mi sembra essere l’essenziale della vita, un essenziale, contraddittorio e agonico, nel senso pieno del termine, e direi irrisolvibile.
L’equilibrio, se c’è, è nella tensione mai del tutto risolta tra le forze opposte che si urtano e si scontrano, che rischiano di dilaniarci e annientarci. La parola non salva né risolve lo scontro, ma nel dirlo lo rende, forse, per un attimo, trasparente, puro.

L’ora stabilita ha luce in ogni pagina. È forse questo attrito che si avverte tra le due vite sopra citate, tra ogni ‘prima’ ed ogni ‘dopo’, tra l’io e il tu, a creare e ad accendere il chiarore utile a vivere e vedere ogni possibile manifestazione dell’esistenza?
L’attrito è generato da una forza che si oppone al movimento, è da questa opposizione di forze che si genera energia, la dispersione della forza dinamica in calore.
Penso che se trasliamo metaforicamente questa definizione fisica, la situazione detta nel libro mi sembra essere proprio questa. È l’attrito dell’esistenza con il mondo che rende vera ogni sua manifestazione. L’ora stabilita insiste anche, forse soprattutto, sull’aspetto di dispersione dell’attrito, su ciò che si perde senza rimedio, ma anche su quel poco che si conserva e che, in casi ancor più rari, si trasforma e genera nuova forza, nuova energia, luce.

Pagina dopo pagina, comunque, tutto ciò che si legge è un attestato di vita. Niente è sconfitta, niente è abbandono. C’è una pienezza dell’esistenza umana. Pur nelle difficoltà e nelle fragilità evidenti dello stare al mondo. Mi sbaglio?
Come prima ho accennato la pienezza dell’esistenza umana è nella sua dimensione agonica e irrisolta, l’uomo, per rifarsi alla sapienza tragica, è un enigma per se stesso, enigma che è, al tempo stesso, la sua condanna e la sua dignità. La parola poetica è per me il luogo in cui questo stato di cose si manifesta pienamente, senza mai risolversi.
La parola poetica diventa luce che però non può non fare i conti, in un corpo a corpo mortale, con il buio che le è sempre dappresso, come non può e non deve liberarsi del silenzio che l’origina e a cui ritorna implacabilmente.

E poi, in conclusione, a leggere il libro si vive un ‘chiamarsi al mondo’, un appello a se stessi per esserci, in questo presente. Può essere anche questo?
La poesia come la filosofia – che, insegnandola, è l’altra attività che occupa il mio tempo – ha una dimensione, per rifarsi a Nietzsche, di inattualità, è sempre fuori tempo, la poesia che segue il contemporaneo o l’attualità ne viene stritolata condannandosi all’insignificanza.
E invece, per contrasto, se la parola poetica riesce a trovare e a custodire una propria voce, un proprio luogo da cui dire il mondo, in ascolto sia delle voci che l’hanno preceduta sia di quelle che l’accompagnano, può a sua volta aprire un mondo se non addirittura, ma questo penso sia solo dei grandissimi, prevederlo e predirlo. Nel mio piccolo la chiamata al mondo de “L’ora stabilita” è un essere di guardia della parola poetica, sui cenni e i frammenti che il tempo e la vita ci consegnano. Un essere di guardia senza speranza né timore.

 

L’autore:
Francesco Filia vive, insegna e scrive a Napoli, dov’è nato nel 1973. Sue poesie sono presenti in numerose riviste e antologie, tra cui “Subway – Poeti italiani underground” a cura di Davide Rondoni (NET, 2006) e “Il miele del silenzio” a cura di Giancarlo Pontiggia (Interlinea, 2009). Ha pubblicato i poemi “Il margine di una città” (Il laboratorio, 2008), “La neve” (Fara editore, 2012, vincitore del concorso “Faraexcelsior” 2012), “La zona rossa” (Il laboratorio 2015); la plaquette “L’inizio rimasto” (Il laboratorio, 2017) e la raccolta “”Parole per la resa” (CartaCanta, 2017). Lo scorso anno ha pubblicato il volume di saggi “Corpo a corpo con i poeti del ‘900“, edito da Fara.
È redattore del LITblog Poetarumsilva.

(Francesco Filia “L’ora stabilita” pp.80, 10 euro, Fara editore 2020) 

martedì 19 maggio 2026

Disobbedire al divieto di salto nella luce – Giovanni Fierro su Fare Voci maggio 2026

Stefano Calemme, Atlante delle ferite




Vincitore del concorso Faraexcelsior 2025, Atlante delle ferite di Stefano Calemme è raccolta poetica che sorprende.
Da subito, già dalle prima righe, con quel “Sei da sempre la neve che tutti i mari/ si contendono come miracolo” capace di inventare sorpresa e vicinanza.
Quattro coordinate (in ordine nord, est, sud ed ovest) per costruire e riconoscere una geografia nella quale porre il proprio stare, nel tentativo di indicare i tagli del proprio vivere, dove fare esperienza dello smarrimento, “Buttarsi fuori margine senza/ la lunga attesa delle albe”, e dove affidarsi alla fiducia di ogni percezione, “Conosci soltanto le vibrazioni,/ non ti sconvolge la febbre sotto i piedi/ perché ti senti già lembo/ di una terra in volo”.
Sì, riconoscere una mappa dove “io vagavo senza geografia, sentivo/ la flebo lenta/ dei ghiacciai gocciolare/ sul mio fondale”, stando dalla parte più vulnerabile del proprio esistere, sempre alla ricerca di un dialogo, con gli altri e con sé stessi. Anche solo per dire che “Non so da che angolo di anima provenga il dolore,/ se sia da sempre un’appendice in ombra/ o se una luce in principio lo addolciva”.
In Atlante della ferite, Stefano Calemme si confronta con lo scrivere, “Ogni giorno mi abbandona una parola,/ si allontana in punta di piedi sicura/ che non tornerà/ ad addolcire i nodi duri dei miei dubbi”, con il coraggio di fare un passo dentro il paesaggio, “Gli alberi cadono in disgrazia/ quando smettono di essere amati”.

Continua su Fare Voci 

lunedì 29 dicembre 2008

Su Dall'Adige all'Isonzo. Poeti a Nord-Est

recensione di Massimo Spinali pubblicata in www.poeti.it/libri

scheda del libro qui (FaraEditore, 2008, pp. 278, euro 15)












antologia a cura di Alessandro Ramberti







Dall'Adige all'Isonzo. Poeti a Nord-Est  (FaraEditore, 2008, pp. 278, euro 15)







www.faraeditore.it

La poesia non tenta di riprendersi le parole. Siano esse quelle distratte di tutti i giorni, scontate della TV o maliziose degli slogan pubblicitari. Non è lì che scava. La poesia incontra qualcosa, mette in risalto un’esperienza. Parlare di poeti che cercano di rimpossessarsi delle parole è, dunque, sminuirne il lavoro. I poeti cercano, rievocano, un’esperienza originaria: e le parole sono i pezzetti di quell’accaduto, la particolare ‘visione’. Dall’Adige all’Isonzo. Poeti a Nord-Est (Fara Editore), antologia che raccoglie voci di quella zona d’Italia, ha come merito non di delimitare una ‘regione’ della poesia, ma di far letteralmente vedere come una terra che i poeti antologizzati vivono e guardano ogni giorno possa essere quell’esperienza di poesia di cui si diceva. Con le loro parole, con i loro corpi. Curata da Alessandro Ramberti, con prefazioni di Chiara De Luca e Massimo Sannelli, presenta versi di dieci poeti (Paolo Campoccia, Roberto Cogo, Alessandra Conte, Erika Crosara, Giovanni Fierro, Fabio Franzin, Stefano Guglielmin, Simone Lago, Francesco Tomada e Giovanni Turra Zan) che hanno o stanno cercando una voce. Portano il segno di quell’esperienza, quindi di un’autentica riuscita, i versi del trevigiano d’adozione Fabio Franzin («Chea spìroea de zhiìghe/ cuzhàdhe là in alt tel fil/ dea corente ‘e par squasi/ segni che forma a paròea/ o ‘a strofa cussì a stròzh/ e par niènt tant zhercàdhe», «Quella riga di passeri/ appollaiati lassù sul filo/ dell’alta tensione sembrano quasi/segni a comporre la parola/ o la melodia così dolorosamente/ e invano cercate). Qui la parola non cerca se stessa, cerca… cerca e basta. E magari incarna. Anche Giovanni Turra Zan, vicentino, convince in più punti («non hai terra cui imporre la prora e perdi, perdi/ ancora e per sempre, indesiderato ammarri,/ nudo di colpa e da questa mai varato). Nell’antologia, come detto, è presente Paolo Campoccia, pure lui veneto d’adozione, vive a Verona, che in una sua lirica, Nebbia, dice: «Poi mi prende mi viene vicina/ nella voce si aprono/ i nomi del sole, dei fiori e dei fiumi». Ecco tre esempi, tre possibilità che la bella antologia ci evidenzia, ci mette davanti. Non parole, ma nomi, esperienza.

Maurizio Spinali


PAOLO CAMPOCCIA


Narciso

Le stelle perse di vista

le riconosco al tatto, e ascolto

come nelle anime lo sprofondarsi

dove esiste la luce.

Non mi tengo più nella pelle,

mi tiene l’accento dell’acqua per mano, cammino

verso le anatrelle del lago

prendo le ventate per angeli,

profili riversi nell’onda,

che comprendo ma non vedo.



ROBERTO COGO


Miriade di maledizione

nel luogo neutro il conformismo

legittima la prova

a ogni passaggio in vita

l’esistenza

è racchiusa nel termine ristretto

del rito che tutto espropria

si prova a cambiare lasciando indietro

la malaria del consumo

la sfida della piazza di vetro

quasi deserta

resiste al risucchio feroce

di un tombino sconnesso che risuona

in fantasmi di suole in affanno

in nuvole e ruote di auto in corsa

il carosello della vasca cede il passo

a inerzie di nascondimento

i giacigli col buco

tutti soffocati dal ritmarsi ossessivo

di pietre gravide e segnali

mentre muta la stagione con le vetrine

in un coriandolo di vento

nel percorso che pare traspirare

una miriade di maledizione

tu mi dici di volere uno scrivere diverso

e nuovo, un extra-spazio della mente

che si metta in moto

anche di non esser più innamorato

del mondo, così ti sembra almeno

(sarà questione di rapporto col reale

di u mondo fittizio avido di godimento?

sarà questo fenomeno d’apparenza

e movimento conformato?

non sarà un po’ poco?)

nuove piazze e un bel selciato tutto

da consumare

camminando in tondo

ogni frusciante respiro spinge la creatura

contro l’uscio o il portone

nell’intralcio di un parcheggio sotto casa

chi ancheggia stancamente lungo la salita

con le borse piene di spesa

e sicurezza.



ALESSANDRA CONTE


Carte

Alla mano con la penna, di femmina,

spettava il matto con le altre tre carte,

la torre la morte e le stelle, a predire

già sapute le cose arcane. Affermativo

negativo e giudice si strappavano

alla sentenza, a sommarsi increduli

agli occhi stanchi.



ERIKA CROSARA


«che paura disse che ho quando dalle sedie o dagli

altari vedo il rimorchio, gli uomini piccoli in spanne

con fori di ardimento. fa un monticello di pietà ciascuno,

un triangolo visivo inadempiente»



GIOVANNI FIERRO


(sottofiume)

Il silenzio del fiume è sott’acqua

la sua corrente è calligrafa

costruisce parole

le si possono leggere

nel segno continuo

che il suo scorrere lascia

nella terra scavata

come ogni storia raccontata si ferma

dove trova quiete

il mare è l’ultima pagina del suo libro

la sua bocca chiusa

la sua dissolvenza

il suo cielo.



FABIO FRANZIN


Stradhèe

(Stradine,sentieri)

‘ta strissa scura de ‘sfalto

(che so èsser stàdha bianca,

‘na volta, e pì strenta), strda

che taja drio ‘e case, el paese,

che va, dreta, verso ‘a lontana

sagoma vioéta dee montagne

a bona biava, zàea, alta, fòjie

longhe come spade; a zhanca

un canp a pustòca, un gat biso

in mèdho, el pass lidhèoro dea cacia.

De’à al colmo dolzh de l’àrzene,

‘a spiuma verda dee cassie e po’

(no’ la vede, ma sinte ‘a sç santa

presenza) l’acqua ciara dea Livenza.

… … …

(Questa striscia scura d’asfalto/ (che so esser stata di sassi/ un tempo, e più stretta), strada/ che taglia oltre i caseggiati, il paese, che va , dritta, verso la lontana/ ssagoma lilla dei monti// a destra mais, alto e giallastro, foglie/ lunghe come spade; a manca/ un campo incolto, un gatto grigio/ lo attraversa, il passo lieve della caccia. Oltre la curva dolce dell’argine/ il folto verde delle acacie e poi/ (non la scorgo, ma sento la sua sacra/ presenza) l’acqua chiara della Livenza.)



STEFANO GUGLIELMIN


da Eros/a fresca aulentissima

Sei l’amara

l’analfabetica mia puella

che bene bacia e scorteccina

che sbuccia fosca la polpa

che lava

il ciccio raglio e la sghimbescia;

sei la mia geisha

ruvidosa, sì

baldracchina

sei la mia rosa

che tutto intorno spina:

“Pape Aleppe, papé Aleppe, Ciciàn!”



SIMONE LAGO


Palcoscenici

Quale funzione del sangue ti viene

vedendoti nuda allo specchio, quale

circolazione del senso attorno alla forma

del seno, fin dentro al solco dei fianchi?

È quella luce che suona di sera Settembre

pigmenta di giallo la pelle e foschia:

la credi tu sufficiente a sfumare lo scavo

che porti sul petto, il magro trafitto

dall’ombra radente?

No, non è sangue di madre mancata

a svuotarti, o del piacere che viene a picchiarti

nel delirio di quando scopando riguardi

lo specchio cambiando canale alla tele.

Di quinte nere e luci attente sono

le illusioni più amare, le vicende più vere.



FRANCESCO TOMADA


Altrove

Siedo sul muro basso di fianco alla via

sarà che questa bottiglia di vino è quasi finita

ma la salita mi sembra più salita

le pietre più dure

e proprio adesso vorrei dirti che mi manchi

ma poi davanti a te succede sempre

che ho dimenticato le parole giuste altrove

e rimango in silenzio

forse è il solo modo che conosco di farti spazio

in tutto questo vuoto che ho dentro

per te ho preparato una casa.



GIOVANNI TURRA ZAN


Opening

A conclusione dello scuoiamento

immenso strappo fattosi rito

si eleva il quadro, si effettua

lo spurgo d’ora in avanti

non si paga dunque un fisso

ma si contratta il tempo,

e che sia base la voglia di limpido,

d’odore tolto come di città che offra

il suo scarto. A conclusione

dello scuoiamento si apre la gara

delle rivendite pare estorte ad ogni

scontro – reso bailamme

fino alla serrata del macello.