La conta degli abbracci (Giovanni Fierro)


LA CONTA DEGLI ABBRACCI

Troppo spesso ci dimentichiamo che siamo fatti
della stessa sostanza del sole, un incendio

e che i nostri capelli diventati bianchi
sono la scia delle stelle cadenti
a cui abbiamo affidato i nostri sogni.

Con caparbietà continuiamo l’infedeltà
che esercitavamo quando eravamo un bambino

chiudiamo gli occhi
ci convinciamo che nessuno ci può vedere
e ci nascondiamo nel mondo.

***

(un bambino)

Da piccolo mi inventavo i giochi, i campionati di calcio
con le figurine duravano un’andata e un ritorno
c’erano i mostri contro cui combattere e io sopravvivevo.

Mi inventavo i soldatini li facevo di carta li disegnavo e li ritagliavo
i mattoncini di lego rossi diventavano cavalli quelli verdi più piccoli
i cavalleggeri nordisti. Mi inventavo i tornei di tennis ero io contro il
muro
la racchetta di plastica nera la palla di spugna gialla mi inventavo di
tutto.

Mi inventavo anche che in quella casa i miei genitori si volessero bene
che i baci che li vedevo non darsi erano il loro modo educato
di insegnarmi il pudore.

***

Solo dopo un mese dalla sua nascita
gli occhi di Adele hanno avuto la loro prima lacrima

subito ho pensato al poeta americano Allen Ginsberg
ha detto che si sentiva in totale sintonia
con l’universo intero solo quando lui riusciva a piangere

allora deve essere così
per le lacrime bisogna avere pazienza
bisogna sapersele meritare.

***

(il mercato di Blagoevgrad)

Forse è sempre ingenua la felicità

deve assomigliare a questa domenica mattina
il suo cielo immobile, le sedie che ci trattengono i passi
noi che indoviniamo le mani

al mercato c’è una capra appesa al ramo dell’albero
(le hanno già mozzato la testa, il suo sangue è sgorgato
lungo l’erba ed è finito nell’acqua del torrente sotto)

è una donna a impugnare la lama e a scuoiare l’animale

le vedo nelle sue braccia i movimenti precisi
di chi sa dividere il superfluo dall’essenziale
quello che è mio da quello che è tuo

nel suo polso c’è un istinto che si conserva più dell’età e della memoria.

La pelle della capra è riversa all’infuori per la sua metà
i capillari, la trasparenza sopra, le vene, la polpa sottile
l’ombra delle foglie addosso.

Assieme a due uomini la donna ora guarda il corpo dell’animale
come si guarda la fedeltà

e non c’è un grammo di ignoranza.

***

(qualche giorno fa)

Ti dico la tenerezza che provo
quando leggo i fumetti del bambino Calvin
e del suo tigrotto di pezza che si chiama Hobbes

ti racconto dell’episodio in cui il piccolo Calvin
fa una battaglia di palle di neve
le tira ai suoi amici nemici e intanto con la neve
costruisce attorno a sé una difesa, un fortino

accumula neve fino a quando non riesce più a vedere oltre
si sente imprigionato e non può che gridare ‘aiuto!’

tu ridi e dici

dici che non sopporti Alessandro Baricco
che anche tu pensi che sia più furbo che bravo
e di come ti sei sentita presa in giro quando hai letto le parole
e le frasi stampate sui manifesti di lancio del suo nuovo romanzo.

Ti guardo, me lo hanno detto i tuoi amici
hai iniziato le sedute di chemioterapia
io sono sgarbato e controllo se ti sono rimaste le sopraciglia

hai un foulard attorno alla testa, è di un colore acceso

potresti essere un tuareg in mezzo al deserto
ma per me sei un pirata e sicuramente da qualche parte
c’è anche il tuo galeone.

Mi sorridi ancora, più con gli occhi che con la bocca
poi te ne vai

io penso allo scrittore americano Raymond Carver

quando ha saputo di essere ammalato di cancro
ha iniziato a coltivare le rose.

***

(a Capodistria)

L’infanzia vista da qui
è l’ultimo giocattolo
che da bambino ho voluto rompere
per vedere come funzionava dentro.

E il meccanismo che volevo indovinare
è la gioia
che ancora oggi continuo a ipotizzare.

***

(l’estinzione)

Cambio per l’ultima volta l’acqua ai fiori
so che domani non lo farò.

Rimarrà il crac le mie mani che spezzano gli steli
piegarli e buttarli via.

Guarderò nel vaso l’acqua più scura
una lieve tinta
una stanchezza sgualcita, una bellezza sciupata che ci si porta addosso.

Ma ora sono fioriture di fresie e tulipani
gialli e rossi, alcuni lievemente viola, altri bianchi rosa.

Un bocciolo si è già staccato due giorni fa.

Vicino al tavolo sono seduto, la finestra e la luce,
conto tutti i petali che guardo

che mi ricordano “Giovanni, non avere paura”.



DIRE AMORE

Avevo una amico
quando alla sera non riusciva ad addormentarsi
andava in cucina, apriva lo sportello del frigorifero
tutto d’un fiato beveva dal collo della bottiglia
il vino rosso
faceva durare il sorso il più a lungo possibile

così si costruiva il suo sonno.
Con la sua stessa precisione
io spingo fuori dalla cassa toracica
il mio respiro

con l’aiuto di palato denti lingua
bocca, dico amore amore amore
amore amore amore amore
fino a non poterne più

fino a quando l’ossigeno del fiato
è tutto bruciato
e i polmoni mi chiedono una boccata d’aria nuova.

Solo dopo voglio vedere che cosa
la pronuncia protratta e ripetuta
di quell’unica parola
mi ha lasciato sulle labbra

se una stanchezza
o il sapore.

***

Dici "mi piace l’odore di pulito"

per te è il profumo e la freschezza
che senti nelle narici
quando dispieghiamo le lenzuola
lavate e stirate e prepariamo il letto

per me è il nostro abbraccio

sotto il lenzuolo
prima di addormentarci
ci protegge.



Fierro ci racconta la sua vita ("… come la primavera della mia giovinezza /
che prima per paura e adesso per lontananza / io non posso abitare"), e lo fa davvero en poète: ciò che pare prosastico ha ritmo e allitterazioni, quel che pare quotidiano si fa simbolo, le parole e le frasi riverberano di citazioni pur utilizzando un lessico e una sintassi perspicui e semplici. C'è un'anima gioiosa e ferita, arguta e umile, in questi versi, un'anima che ha la duttile forza del metallo a cui il congnome del Nostro rimanda: "per le lacrime bisogna avere pazienza / bisogna sapersele meritare."
Giovanni Fierro è nato a Gorizia nel 1968. I suoi testi sono stati pubblicati nelle raccolte Frantumi (2002) e Prepletanja – Intrecci (2003), entrambe edite da Sottomondo. È curatore della rivista «Habel». Del dicembre 2004 è la sua prima raccolta poetica, Lasciami così (edita da Sottomondo, Gorizia), la cui prima edizione di 300 copie è stata esaurita. Nel novembre del 2005 il libro è stato ristampato in altre 300 copie, ora in via di esaurimento.
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