pubblicata su «Xenia» 4/19
martedì 22 settembre 2020
lunedì 23 dicembre 2019
Inchiesta sulla poesia. Forme, contaminazioni e codici linguistici, tra atrofia della critica e pressappochismo versificatorio - a cura di Lorenzo Spurio
mercoledì 27 marzo 2019
News da Adele Desideri fine marzo 2019
Gentili lettori, segnalo quanto segue
*Recensione di Adele Desideri a Giovanni Dino, Nessuno va via, supplemento f. c. di Pagine lepine, a. XXII, 2017, pag. 47, in Quaderni di Arenaria, monografici e collettivi di letteratura moderna e contemporanea, nuova serie, volume XVI, pag. 61-62
Link https://www.quadernidiarenaria.it/volumi/quadernidiarenaria-volume16.pdf
*Il volume di Paolo Lagazzi, Come ascoltassi il battito d‚un cuore, Incontro nel cammino di Attilio, Moretti&Vitali 2018
Per quanto amato da molti lettori di poesia, per quanto profondamente stimato da alcuni tra più grandi poeti del Novecento non solo italiano (da Montale a Luzi, da Sereni a Caproni, da Pasolini a Charles Tomlinson a Kikuo Takano), Attilio Bertolucci resta un autore ancora, in parte, misconosciuto e incompreso. Solo una lunga frequentazione del suo mondo poetico può permettere di cogliere la complessità e la ricchezza che si annidano nell‚apparente semplicità del suo linguaggio. Paolo Lagazzi, riconosciuto dallo stesso Bertolucci (in un‚intervista apparsa nella rivista “Gli immediati dintorni”, n. 2, 1989) come colui «che forse più di ogni altro mi ha letto in estensione e in profondità», ripercorre negli scritti raccolti nel presente volume alcuni tra i capitoli decisivi della storia del poeta: l‚inesausto amore per la pittura; la passione per le opere di Proust e di Eliot; l‚affinità elettiva con un originalissimo, fantastico e umano storyteller quale Silvio D’Arzo; il lavoro svolto con leggerezza e lungimiranza nei campi del giornalismo e dell‚editoria; il dialogo tra la sua poesia e il cinema del figlio Bernardo. Soprattutto, questo libro ci porta di nuovo a osservare i „nodi‰ più segreti e cruciali del mondo bertolucciano: la religiosità sui generis, il sentimento del sacro, l‚incontro fra un bisogno primario di verità e un‚acuta coscienza della vita come mistero. (Dal link https://morettievitali.it/?libri=come-ascoltassi-il-battito-dun-cuore )
*Poeti cristiani latini dei primi secoli. Tradotti da poeti italiani contemporanei, a cura di Vincenzo Guarracino, Mimep-Docete, Pessano con Bornago, Milano, 2017
Completo, interessante, godibile, il video di presentazione di Vincenzo Guarracino,
Al link https://www.youtube.com/watch?v=ZrCrykxEWr0&index=9&list=PLKV7vYSzWe6yv0dBX9WFFr9DMgGaLLWaX
*Il volume di Luciano Curreri, Volevo scrivere un’altra cosa, Passigli 2019
Diciotto racconti (più uno...) travestiti da apologhi, nutriti di un certo umor nero: così si presenta ai lettori "Volevo scrivere un'altra cosa". Già dal titolo vediamo qualcosa di inatteso: ciascuno dei racconti si chiude, infatti, con una nota finale che contrasta con quanto fino a quel punto raccontato. La storia che l'autore ha scritto non è, insomma, quella che avrebbe voluto raccontare. Ce ne era infatti un'altra, che per qualche ragione non ha potuto venire alla luce. Così, mentre il libro si sviluppa attraverso le differenti tappe dei vari racconti - da Il subappalto delle vacanze a La metà fascista del cuore, da Il portiere e la morte a Il furto impossibile, da Per qualche capello in meno a L'istituzione della bella copia, ciascuno dedicato a un grande scrittore amato al punto da desiderare quasi di parodiarlo - le storie si contraddicono e insieme si completano, in un intreccio che è la vera ossatura della raccolta. Un destino narrativo che non risparmia neppure la postfazione di tale Ciapo Populin, critico del Gazzettone (dal link https://www.libreriauniversitaria.it/volevo-scrivere-altra-cosa-curreri/libro/9788836816781 ).
Io sono amico dell’invisibile e non faccio conto che di ciò che si fa sentire e non si mostra, e non credo e non posso credere a tutto quello che si tocca e che si vede
(Eugenio Montale, in Quaderno Genovese, a cura di Laura Barile con uno scritto di Sergio Solmi, Milano, Mondadori, 1983, pag. 72, in Giovanni Sighieri Danesin, Montale nella grande guerra: voce, memoria e luce, in Xenia, n. 4, anno 2017, Edizioni Arti Grafiche Francescane, Genova)
giovedì 29 maggio 2008
Su Falsi confini di Ottavio Rossani
Questo libro, pubblicato da Xenia qualche tempo fa (Milano, 1989) dovrebbe essere consigliato, oltre a chi ama la poesia, nelle scuole superiori e all'università per dare un minimo di profondità storica alle giovani generazioni. Attraverso versi che pur attingendo a piene mani dalla cronaca sanno traformarla in ritmo, condensarla in immagini efficaci, proporla in uno stile elegante e riverberante di significati e suggestioni, Ottavio Rossani offre uno spaccato poetico (appunto) ma non elusivo della storia del nostro paese dagli anni Cinquanta agli anni Ottanta: «i cortei sono finiti, / c'è l'insufficienza di prove» (p. 9); «Gli occhi svuotano il cronometro, / rivestono i colori primigeni. / In ascensore il corsaro Pasolini / abilmente silenzioso / ostinato calciatore dilettante / non lo vedono, ma è davvero morto?» (pp. 14-15); «Chi comanda non muore / e nasce già dorato di luna.» (p. 16); «Trestanzeconservizi Inacasa. / I topi della mansarda in legno / sconfitti da pubblico concorso.» (p. 21); «Col viso riverso, un filo rosso / alla nuca usciva da piccolo foro. / Nel rigagnolo il fotografo / impresse un particolare banale, / il mocassino marrone un po' storto.» (p. 41, si fa riferimento all'assassinio di Walter Tobagi).
Anche gli eventi intimi, personali sono condivisi: l'Autore sa coinvolgere senza mai indulugere in pietismi, con uno sguardo che penetra la realtà dei fatti nel loro nucleo che viene “esposto” senza bisogno di aggettivi: «Nell'orto della quiete nane / piante sfamano fantasmi. Aspettano lì fuori molte cose, / arrampicarsi alle nuvole, / scavare una falda acquifera, / esplorare» (p. 23); «Qui, stanzone di carta, sono nati / affetti futuri dalla polvere. / La città draga sempre trame / mefitiche. Il reporter s'imbratta, / sbroglia, dimentica.» (pp. 32-33); «frettoloso esplodeva il sesso / nel groviglio dei covoni, / dormivano al sereno fottendo / tra lingue di fuoco i falciatori,» (p. 39).
Notevole la capacità di fondere parole, di usare varie strategie retoriche, di utilizzare frasi nominali in modo catturante: «Max tasteggia un itinerario / l'aria è cartamarcia, / sui tavoli i giornali morti.» (p. 34); «Rinati col vino assolato cantavano / i mietitori ti vitti alla jumara / e poi quotidiana impotenza ricadeva / sulle donne, menate e infilzate.» (p. 36); «(infinestrato / orizzonte pioggiafumoso tra pioppi / righe di lembi nebbiosi)» (p. 46); «Notte chiara, radiopassante / sull'aria vocativa di Zanzotto.» 8p. 51); «dalla costa videro il capezzolo / Lampedusa spuntare al mare / quando il cielo spiritò fulmini / per divertire Giove.» (p. 55)
Vorremmo concludere questa sommaria carellata con un distico che ci pare sempre attuale, per quanto forse un po' pessimistico: «Non c'è veggente oggi che spieghi / l'incrocio delle cose» (p. 61).
Molto bella anche la postfazione (o Nota critica) firmata da Carlo Bo che inizia con queste parole: “La prima impressione che prova il lettore di fronte a Falsi confini di Ottavio Rossani è quella di aver assistito a una singolare operazione poetica di travaso generale della realtà. ” (p. 69)
Ottavio Rossani (Sellia Marina, 1944) è poeta, scrittore, pittore e giornalista (per il «Corriere della Sera» ha scritto di politica, economia, cultura, cronaca e cura il litblog poesia.corriere.it). Ha intervistato molti personaggi in Italia e all’estero, viaggiandoo nei diversi continenti, in particolare in America Latina. Ha pubblicato le sillogi di poesia: Le deformazioni (1976), Falsi confini (1989), Teatrino delle scomparse (1992), Hogueras (1998), L’ignota battaglia (2005). I saggi: L’industria dei sequestri (1978), Leonardo Sciascia (1990), Le parole dei pentiti (2000), Stato società e briganti nel Risorgimento italiano (2002). Il romanzo: Servitore vostro humilissimo et devotissimo (1995). Per il teatro ha scritto testi e ha curato alcune regie, come la “mise en espace” delle poesie di Federico Garcia Lorca per il centenario della nascita, con musica e ballo di flamenco: Se mueren de amor los ramos (Caffè Letterario, Milano, 1998). Ha esposto i suoi quadri in molte mostre personali e collettive in Italia e all’estero. È presente ne Il silenzio della poesia (Fara, 2008) con la plaquette Scorrerie.
martedì 20 novembre 2007
Su Salterio bianco di Cesare Ruffato

Hebenon, Mimesis, Milano 2006, euro 13,00
recensione di Caterina Camporesi
Cesare Ruffato testimonia una duratura, assoluta ed eroica devozione alla scrittura poetica documentata dalla pubblicazione di venti e più volumi lungo il corso degli anni.
Per ognuno di essi sempre il sigillo di un titolo originale, suggestivo e pertinente, così per questo ultimo in ordine di tempo: Salterio bianco, che richiama Il poeta pallido di poco precedente. In Salterio bianco, a mio parere, lo scavo diventa più interiore penetrando profondità che assecondano un verso che ritma il respiro del poeta armonizzandosi con quello del mondo. Ossia la parola poetica avvia quel processo di alchimia e di trasfigurazione mediante l’elaborazione di una sofferenza prigioniera e a lungo rimasta muta: «ti plasmo e trasformo nel languido / pallore che ti porterà altrove».
La dichiarazione di tematica è già presente nel titolo e nell’incipit: «Si viveva in un insolito isolamento / dal mondo per una elevata intensità / d’echi di persecutoria riflessione / interiore, d’una bulimia di silenzio».
Il salterio è uno strumento musicale a corde antichissimo e di piccole dimensioni tanto da potere essere trasportato con agilità.
Già in uso nei monasteri femminili dell’Umbria e delle Marche, possiede due ordini di corde il cui spazio serve per inserire i salmi, il cui nome è ancora una volta salterio. Il titolo richiama sia il verbo sáltar (pizzicare con le dita) sia il bianco, il colore che simbolizza il vestito della sposa. Tuttavia come il simbolo, anche il colore contiene un duplice ed ambivalente significato. Infatti il bianco esprime sì la congiunzione ma anche la disgiunzione: vale a dire la privazione, il vuoto, il marmo scultoreo della morte: «Il bianco addice più del nero / sul letto di morte (…)».
Il bianco non è un colore originario, bensì la combinazione di altri primari come il rosso, il verde e il blu: rappresenta l’indifferenziato che per individuarsi ed evolversi deve sottostare ad un complesso processo di trasformazione.
Anche dal punto di vista acustico il bianco si contraddistingue per il suono sibilante e fastidioso, quasi volesse segnalare e fare risaltare le dissonanze che si insinuano nella vita frantumandone la continuità. Comunque è proprio grazie alla discontinuità dovuta agli eventi perturbanti che l’uomo comincia a riflettere saggiamente cercando di dare nome e significato ai grandi temi: «Forse ora edotto saprei denominare / altrimenti dolore e morte originari / fiduciare di più la vita-in morte / forse la morte potrebbe essere / un dolore silente virtualmente bianco».
Una sconfinata bulimia di silenzio si accompagna a stati regressivi che si risolvono in: una sorta di “autismo di ritorno”. L’esperienza del lutto è necessaria perché il soggetto possa orientarsi con bagliori e strumenti nuovi di comprensione per proseguire l’irto cammino della vita.
Il vocabolo “bianco” ritorna e risuona insistentemente all’interno dei testi di questa raccolta nella quale, più che in quelle precedenti, la parola si libera per andare incontro all’altro e la poesia si fa ponte fra un dentro e un fuori, unendo spesso l’autore al lettore in una situazione di similitudine e fratellanza.
La presenza del tu riecheggia il Montale di Xenia che cerca e trova per continuare il dialogo con le persone amate scomparse. Il poeta con l’invenzione del ricordo torna ad indossare lo splendore dell’aria di Parigi con la lacrima madeleine.
Le creature amate ora amalgamate con esistenze celesti e terrene non negano la loro visibilità a chi ha il coraggio di acuminare lo sguardo e proiettare la voce e i gesti dell’amore per raggiungerle: «Se vedrò per prima una stella / sarà una stilla di loro svanite / se un fruscio di vento un loro respiro per i miei alveoli beanti / se un abbaglio di luce un loro bacio / il mio sguardo attento che ritorno / alle carte nell’ombra triste lunare».
Come nelle precedenti raccolte anche qui l’invenzione linguistica, la sofisticazione nella ricerca della parola giusta, la trasformazione e resa in verbo di sostantivi: «mi chimeri / parole bianche», intrise di una più evidente nostalgia e di una adeguata miscela tra realtà e immaginazione, continuano a rassicurarci sulle possibilità infinite che la poesia possiede per deliziarci e allo stesso tempo guidarci. L’arte rappresenta ancora una fuga onorevole per riscattare l’uomo dalla condizione di essere frammento sparso nell’universo.
martedì 10 giugno 2025
Versi coraggiosi ed esplorativi di Cesare Cuscianna
pubblicata su Insubria Critica
Lettere dal fronte è un’opera poetica di Cesare Cuscianna, pubblicata da Fara, Rimini 2024, vincitrice al Faraexcelsior. Già il titolo ci dà un’idea di “Grande Guerra”, di trincea, di bellum omnium contra omnes. Questa è la vita. Leggiamo nel giudizio della giuria: «Quel che resta in cuore e nella mente dopo la lettura di Lettere dal fronte è la conferma che la guerra è semplicemente un’assurdità. Un’orribile assurdità. Versi coraggiosi osservano, esplorano, pensano, desiderano, scavano, appuntano sentimenti e momenti intimamente profondi, situazioni tragiche». “La guerra è regina di tutto”, scriveva Eraclito l’oscuro. La guerra è un’assurdità, purtroppo reale. E la storia ancora non è riuscita a bandirla dai suoi annali, con tutti gli insegnamenti secolari.
Non sopravvivi
se non ti aspetta un desiderio
solo chi ama fa arretrare il tempo
c’è troppa morte in questa primavera
mai visto un tulipano o una rosa
tornare al sonno
ma è cura vegetale avvolgersi nel buio,
il nero sperare sia solo di passaggio.
Il mondo si sgretola ogni giorno
così remissivo da sembrare irreale…
Commenta Alessandro Ramberti nella postfazione: «Troviamo in queste Lettere un gioco bello e impegnativo fra il poeta, tessitore di immagini ed indagatore di verità che oscillano fra una cruda materialità e una labile ma pervasiva ed emozionante ricerca di senso, e il pensatore che fa i conti con una quotidianità spesso greve e costellata di assurdità». È il conflitto irrisolvibile tra ragione e sentimento, tra ideale estetico e ideale etico.
Se scrivessi una lettera ti direi
la guerra continua ma sto bene
e faccio il mio dovere
La guerra cui allude il Nostro non è solo quella esteriore, ma quella interiore, nonché quella vissuta ogni giorno sui fronti della vita, dello stress quotidiano, del “Panta Rei” dell’esistenza umana. Trincea è il mondo del lavoro, tutto, l’erleben quotidiano.
Il tempo è oppio
non più desiderio ma sapienza…
Tempo rimanda a Tempio: “la religione oppio del popolo”. La scientia temporis cioè la coscienza del tempo che rimanda all’heideggeriana esistenza autentica diventa sollievo, cioè vera sapienza, non desiderio, fonte, invece, di dolore.
Lì, intorno a te
cresce l’intangibile momento…
La vita vera sta in quell’attimo che fece esclamare ad Ungaretti: “M’illumino…”. La voce dalla trincea di Cuscianna esprime anch’essa allegria. La vita è naufragio, ma dolce se si coglie, come Leopardi, quel “carpe diem”. Afferrare l’attimo, quello che i greci antichi chiamavano il “kairòs”, dentro il “cronos”, cioè lo scorrere indisturbato degli eventi. Cogliere, come in Quasimodo, farsi trafiggere da “un raggio di sole”:
E poi prendimi, stanchezza
con l’ultimo raggio di sole…
La poesia di Cuscianna è profonda, instabile, rivoltante, non offre sempre lieti cuscini, invita a prendere coscienza di una guerra assurda che ci circonda. Siamo come soldati, ogni giorno, ma ci fermiamo un attimo a pensare, a godere quell’attimo intangibile che ci passa accanto, ogni momento?
Cesare Cuscianna, medico e psicologo, ha vinto: il premio Cesare Pavese 2002 poesia inedita, sezione medici scrittori; il Premio Giovanni Bertacchi - Scia di Buone memorie 2023, poesia singola; il Premio Samnium 2022 e il Premio Xenia Book Fair 2023 con sillogi inedite. Ha pubblicato il romanzo “La Malerba” (Antigone Edizioni 2009, finalista al Premio Calvino 2009) e la raccolta di racconti “L’ippopotamo nella neve e altere vite ancora” (L’Erudita 2022, vincitore Concorso Argentario 2022 e Premio Città di Arcore 2023).
domenica 8 ottobre 2017
Da Virgilio a Virginia Woolf: il miele in letteratura. Conferenza a Jesi domenica 15 ottobre con overture di letture poetiche e degustazione finale
giovedì 1 agosto 2024
Ecco i vincitori del Faraexcelsior 2024
Grazie di cuore alla giuria composta da Adalgisa Zanotto, Daìta Martinez, Doris Bellomusto, Fabrizio Azzali, Filippo Tonti e Franca Oberti per la competenza e la passione e complimenti vivissimi ai vincitori! Per la sez. Racconto/saggio v. qui
Faraexcelsior 2024
sez. Poesia
Primi classificati ex aequo
Trovare un cuore di Socrate Toselli (Latina)
Lettere dal fronte di Cesare Cuscianna (Caserta)
Secondi classificati ex aequo
Se mi conosci di Vincenzo Mastropirro (Bitonto, BA)
Appunti eoliani di Guglielmo Aprile (Casamicciola Terme, NA)
Opere votate
Sete di Barbara Rosenberg (Milano)
Barbara Rosenberg è nata a Milano nel 1971, in una notte di plenilunio, all’inizio di settembre. Ha studiato scrittura creativa, frequentando i corsi di Raul Montanari e della Scuola Civica Paolo Grassi. È tra i fondatori dell’Associazione culturale Equinozio e si occupa della programmazione delle attività culturali di narrativa e poesia. È laureata in Scienze dell’educazione all’Università Bicocca e crede nell’arte come strumento di educazione e trasformazione. Ha pubblicato con Fara editore: Piccolo canzoniere di città, una raccolta di racconti e Storie con un altro finale. Il Romanzo Il viaggio in Germania è stato pubblicato da Tralerighe libri e ha vinto il premio Nabokov 2018. Languishing è la sua prima raccolta poetica (Edizioni Nulladie 2022). Il suo motto: “Per la stessa ragione del viaggio… viaggiare” (Fabrizio de André).
Malinconia del ritorno di David Tognoli (Edolo, BS)
Questa messe impura di Felice Di Benga (Roma)
Oltre la linea dell’aquilone di Roberto Casati (Vigevano, PV)
Questo inquieto vivere di Pierluigi Biondaro (Minerbe, VR)
La caminéda (La camminata) di Marco Marchi (Longiano, FC)
Marco Marchi nato a Longiano il 10 giugno 1944. Ha scritto 5 romanzi: Quelli dell’Eldorado (Longo 1986), Il gelato è una cosa seria (Diabasis 2004), Quelli dell’Eldorado (Perdisa 2007), Terra e Destino (Perdisa 2008, premio Pescara), Sulle orme di Rocky marciano (Ed. Europa 2017, premio Milano international), Gianni Di Bologna (Persiani editore 2019). Due raccolte di poesie: Os-cia! (Ponte vecchio 2020), A i sarèm sempra (Ci saremo sempre) (Fara 2023, Primo classificato al concorso Narrapoetando) e L’ariout - La rivincita (Fara 2023, vincitore Faraexcelsior)
Opere segnalate
Radici di Giovanna Santagati (Bra, CN)
La parola e l’abbraccio di Dario Benzi (Madignano, CR)
Molto più grande di Andrea Biondi (Treia, MC)
Verso il verso 103 del canto quinto di Claudio Roncarati (Cattolica, RN)


















