martedì 20 novembre 2007

Su Salterio bianco di Cesare Ruffato


Hebenon, Mimesis, Milano 2006, euro 13,00

recensione di Caterina Camporesi


Cesare Ruffato testimonia una duratura, assoluta ed eroica devozione alla scrittura poetica documentata dalla pubblicazione di venti e più volumi lungo il corso degli anni.
Per ognuno di essi sempre il sigillo di un titolo originale, suggestivo e pertinente, così per questo ultimo in ordine di tempo: Salterio bianco, che richiama Il poeta pallido di poco precedente. In Salterio bianco, a mio parere, lo scavo diventa più interiore penetrando profondità che assecondano un verso che ritma il respiro del poeta armonizzandosi con quello del mondo. Ossia la parola poetica avvia quel processo di alchimia e di trasfigurazione mediante l’elaborazione di una sofferenza prigioniera e a lungo rimasta muta: «ti plasmo e trasformo nel languido / pallore che ti porterà altrove».
La dichiarazione di tematica è già presente nel titolo e nell’incipit: «Si viveva in un insolito isolamento / dal mondo per una elevata intensità / d’echi di persecutoria riflessione / interiore, d’una bulimia di silenzio».
Il salterio è uno strumento musicale a corde antichissimo e di piccole dimensioni tanto da potere essere trasportato con agilità.
Già in uso nei monasteri femminili dell’Umbria e delle Marche, possiede due ordini di corde il cui spazio serve per inserire i salmi, il cui nome è ancora una volta salterio. Il titolo richiama sia il verbo sáltar (pizzicare con le dita) sia il bianco, il colore che simbolizza il vestito della sposa. Tuttavia come il simbolo, anche il colore contiene un duplice ed ambivalente significato. Infatti il bianco esprime sì la congiunzione ma anche la disgiunzione: vale a dire la privazione, il vuoto, il marmo scultoreo della morte: «Il bianco addice più del nero / sul letto di morte (…)».
Il bianco non è un colore originario, bensì la combinazione di altri primari come il rosso, il verde e il blu: rappresenta l’indifferenziato che per individuarsi ed evolversi deve sottostare ad un complesso processo di trasformazione.
Anche dal punto di vista acustico il bianco si contraddistingue per il suono sibilante e fastidioso, quasi volesse segnalare e fare risaltare le dissonanze che si insinuano nella vita frantumandone la continuità. Comunque è proprio grazie alla discontinuità dovuta agli eventi perturbanti che l’uomo comincia a riflettere saggiamente cercando di dare nome e significato ai grandi temi: «Forse ora edotto saprei denominare / altrimenti dolore e morte originari / fiduciare di più la vita-in morte / forse la morte potrebbe essere / un dolore silente virtualmente bianco».
Una sconfinata bulimia di silenzio si accompagna a stati regressivi che si risolvono in: una sorta di “autismo di ritorno”. L’esperienza del lutto è necessaria perché il soggetto possa orientarsi con bagliori e strumenti nuovi di comprensione per proseguire l’irto cammino della vita.
Il vocabolo “bianco” ritorna e risuona insistentemente all’interno dei testi di questa raccolta nella quale, più che in quelle precedenti, la parola si libera per andare incontro all’altro e la poesia si fa ponte fra un dentro e un fuori, unendo spesso l’autore al lettore in una situazione di similitudine e fratellanza.
La presenza del tu riecheggia il Montale di Xenia che cerca e trova per continuare il dialogo con le persone amate scomparse. Il poeta con l’invenzione del ricordo torna ad indossare lo splendore dell’aria di Parigi con la lacrima madeleine.
Le creature amate ora amalgamate con esistenze celesti e terrene non negano la loro visibilità a chi ha il coraggio di acuminare lo sguardo e proiettare la voce e i gesti dell’amore per raggiungerle: «Se vedrò per prima una stella / sarà una stilla di loro svanite / se un fruscio di vento un loro respiro per i miei alveoli beanti / se un abbaglio di luce un loro bacio / il mio sguardo attento che ritorno / alle carte nell’ombra triste lunare».
Come nelle precedenti raccolte anche qui l’invenzione linguistica, la sofisticazione nella ricerca della parola giusta, la trasformazione e resa in verbo di sostantivi: «mi chimeri / parole bianche», intrise di una più evidente nostalgia e di una adeguata miscela tra realtà e immaginazione, continuano a rassicurarci sulle possibilità infinite che la poesia possiede per deliziarci e allo stesso tempo guidarci. L’arte rappresenta ancora una fuga onorevole per riscattare l’uomo dalla condizione di essere frammento sparso nell’universo.

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