Aprile, Bonvecchi e Zaffini vincono il concorso Narrapoetando 2021!

Dopo attenta e appassionata valutazione, la giuria del concorso Narrapoetando 2021 sezione Poesia (i risultati della sezione Narrativa/Saggio in Narrabilando) ha designato i seguenti vincitori (pubblicazione premio a cura di Fara Editore) e segnalato alcune opere meritevoli di attenzione. Grazie di cuore alla giuria e a tutti i partecipanti e complimenti vivissimi ai vincitori!


I class.

Falò di carnevale 

di Guglielmo Aprile (Verona)



Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È autore di raccolte di poesia: Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), Calypso (Oedipus 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018), I masticatori di stagnola (Lietocolle, 2019), Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019), Farsi amica la notte (Ladolfi 2020), Teatro d'ombre (Nulladie 2020). Scrive saggi critici su riviste; tra i suoi campi di interesse, la poesia del Novecento, oltre a vari studi su alcuni classici della tradizione letteraria italiana (D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino). 


«Una delle chiavi teorico-critiche che potrebbe essere spesa per tentare una definizione sommaria, o semplicemente un inquadramento di genere, di Falò di carnevale, è “civismo”. Forti sono i temi e i problemi del nostro tempo chiamati in causa: dall’abbondanza occidentale fine a sé stessa, alla speculazione edilizia. Uno in particolare è preminente: quello della menzogna. Lo interpreto nell’ottica della poesia civile, perché anche laddove ha coloriture più esistenzialistiche, non abbandona mai il contatto con il contesto storico. Il titolo della prima sezione lo esplicita chiaramente: Grande bluff. Il “civismo” sembrerebbe funzionale a garantire non solo una coerenza di approccio rispetto ai problemi del mondo, ma anche un’omogeneità di tono: cupo, accusatorio, rancoroso. Il poeta non fa passare sotto traccia nessuno dei motivi legati alla falsificazione della realtà: sia nei riguardi dei rapporti inter-personali (bugie bianche, bugie nere, reticenze, piccoli inganni, opacità), sia nei riguardi del sistema economico capitalistico, fatto di plastica e sprechi, e il cui strumento per eccellenza, la pubblicità, mostra, ormai del tutto senza ritegno, i suoi lati più disonesti e truffaldini, tramite, per esempio, i depliant. Oltre alla suddivisione in sezioni ben pesate, è apprezzabile anche la risemantizzazione, talvolta in direzione del simbolico, talvolta dell’immaginismo puro, di certo lessico fisico-matematico e astronomico, a cui aggiungerei un non ostentato e piacevole escursionismo geografico-mentale, grazie al quale il lettore è felicemente spostato dal cantiere nei pressi di tangenziali periferiche , a tundre e deserti, dalle giostre e dai parchi urbani a mitiche città del medio-oriente antico. Sono tessere minuscole, che però sortiscono un effetto di allargamento della visuale degno di nota. La malinconia acida per aver perso la giovinezza, insieme al ritratto assai poco generoso della nostra epoca (“medioevo di saccheggi”), danno luogo a una poesia che non fa mai sperare, per cui «solo il buio/ […] / tiene fede alla parola data»; al contrario, esegue il compito di distribuire amarezza, disillusione e un senso arreso di claustrofobia. Proprio questo vorrei si premiasse: il coraggio di puntare il dito e di emettere una voce dalle parole scomode, divise tra «il rimprovero e la pietà», che oltre a subire i raffinati trucchi della menzogna, prova, anche se fragilmente e senza sicurezza, a sbarrargli un minimo la strada.» (Riccardo Deiana)


«Poesia giovane, contemporanea, visionaria, a tratti irreale, spesso concreta e fin troppo cruda: Il personale sanitario attinge / a un ricco repertorio / di eufemismi, di formule cortesi. Poesia ricca di rimandi filosofici e decadenti ma anche di profondi insegnamenti: Poi verrà tempo di mostrare ognuno / di cosa avrà riempito il proprio sacco, e rovesciandolo scoprirlo vuoto. Evidente la “truffa”, il “tranello” della modernità con i suoi luccichii e illusioni. Allora si può parlare anche di poesia civile in questo caso. Poesia necessaria in tempo di Covid-19 in cui viene svelato il vero in tutta la sua essenza. Serve all’uomo per uscire dalle “dipendenze” del consumismo e del “grande bluff”. Spiazzante l’ironia di certi versi: per errore o per distrazione / la cometa è scivolata nel water – ma la prossima cometa è prevista / fra non meno di un secolo. A saper leggere si trova anche la luce, non troppa, come in Fiori gialli. (Colomba Di Pasquale)


«Cupa, dissacrante e velatamente ironica meditazione in versi sugli inganni della quotidianità.» (Andrea Biondi)


«Un viaggio nel tempo che abbraccia passato, presente e futuro. Questa poesia semplice e schietta ammette la vulnerabilità, i sogni e i segreti, l'orgoglio e il grande bisogno di amore.» (Ardea Montebelli)



II class.


De preacipitata luce 

di Matteo Bonvecchi (Montecassiano, MC)



Matteo Bonvecchi è docente al Liceo Classico di Macerata e vive a Montecassiano, tra i lieti colli cantati dal Poeta della vicina, sovrastante Recanati. E naturalmente tra quei versi, tra quei luoghi ancora così densi della loro eco si è aggirato fin da bambino. Laureato con una tesi sulla teologia e spiritualità delle Croci dipinte francescane nelle Marche, è appassionato di storia dell’arte locale. Sull’argomento tra il 2008 e il 2016 ha curato diversi reportage per il settimanale Emmaus. Folgorato dalla lettura giovanile di Turoldo, solo a 41 anni si è deciso a sottoporsi al giudizio di un concorso letterario: con Le odorose impronte è vincitore del Faraexcelsior 2018. Nel 2020 si classifica primo al concorso Narrapoetando con In crepa di melograne. È giurato in concorsi letterari nazionali. E beato chi non nasconde / il suo bisogno nell’orgoglio / chi non pensa di far tutto da solo.


«Una poesia barocca, labirintica, intessuta di rimandi e folgorazioni che restituiscono un vivido senso dell’Assoluto.» (Alberto Fraccacreta)


«De praecipitata luce è il colto esperimento, sicuramente riuscito, di vestire l'arte con versi e storie e voci narranti. Su tutto, la grazia vivificante del Signore.» (Andrea Biondi)


«Romano Guardini nella citazione in esergo afferma: "nella liturgia arte e realtà diventano una unica cosa…libera da ogni scopo e perciò piena del senso". Carichi di significato questi versi dal linguaggio sapiente si nutrono di un'introspezione acuta dando voce alla vera bellezza.» (Ardea Montebelli) 


«Ho apprezzato l’ispirazione, il progetto e il grande lavoro di ricerca che hanno mosso, preparato e dato vita alla raccolta. È una poesia teatrale (molti sono i personaggi coinvolti) e itinerante (a ogni testo corrisponde quasi sempre un luogo proprio e diverso dal precedente e dal successivo). La forte componente pittorico-artistica, vera protagonista, e i continui spostamenti fisici, mettono in gioco trasversalmente, e con essi si misurano e confrontano, sia il proposito oraziano dell’ut pictura poesis, sia, soprattutto in riferimento ai secondi, le possibilità offerte al lettore dal genius loci. La raccolta, marchigiana e latina, ha una struttura notevole, entro la quale è sviluppato un gusto sì antiquato e in alcuni casi perfino modesto, ma mai fortunatamente misero e scontato.» (Riccardo Deiana)


III class.


Concerto inutile 

di Alessandro Zaffini (Pesaro)



Il nome di Alessandro Zaffini (Sassocorvaro, PU, 1988) si perde nella leggenda: protagonista del poema Urbineide di messer Brunetto da Foggia dottore nella città ducale e terrore del Nordest italiano sotto le spoglie del cantacose Giumara, a lui sono attribuiti due famigerati volumi: Le api marce (Sigismundus 2013) e Scordare il copione (Fara 2018), nonché Senza rumore (Alka 2019), un CD registrato con la band Giumara & The PinkNoise. Durante la pandemia sarebbe caduto in estasi nel suo scantinato… da allora un disco (Il regno vegetale) resta sepolto con altri segreti in attesa di spedizioni archeologiche. 


«La raccolta è fluviale, nel numero e nella forma: abbondante sul piano dell’offerta testuale e capace di spaziare dalla prosa alla poesia. In linea di massima, viene privilegiata la narrazione. Ma al di là di questi dati esteriori, Concerto inutile è risultata interessante perché si confronta con temi importanti senza peli sulla lingua e senza indulgenze verso toni confessionali auto-apologetici e fuorvianti, contriti e banalmente intimistici. Tra questi, rientra senz’altro il tema ecologico. Il rapporto con il paesaggio – c’è sicuramente Zanzotto a fare da sfondo filosofico – è sia politico (modelli nocivi di urbanizzazione, di ambiente, di turismo), sia personale, di identificazione contraddittoria: gelosa e fortunata via di salvezza è il paesaggio, ma anche patimento e delusione. È inglobata e sottoposta a dure critiche anche la società, sia letteraria, con le sue cerimonie narcisistiche e galatei ipocriti, che quella collocata ai margini, in termini sia economici che ideologici: dai senza tetto ai campi Rom. Lo stile è spesso sciatto e volgare, inutile nasconderlo; eppure, è convincente e funziona, perché riflette bene e con sincerità un nervosismo morale e un umore dinamizzato dall’intelletto e viceversa fino a farli sentire prossimi a chiunque si fermi un momento a meditare su ciò che lo circonda: sono gli stessi nervosismi intellettuali pieni di bile che spesso la coltre dei tabù e del convivere civile ci costringono a tappare e reprimere. Il discorso in generale tiene, convincendo sia quando il poeta usa l’ironia a livello metaletterario (rispetto alla lirica, per esempio), sia quando rifiuta il bel verso se l’occasione tematica richiede di affrontare il lato oscuro del problema senza pudori e mistificazioni. Insomma, il semiogramma di queste poesie è ampio e ampio è lo spettro formale: pur sfiorando sempre il rischio di perderne il controllo – e forse anche questo è in fondo un elemento disturbante di merito – il poeta ibrida la lirica con il poema e l’haiku, la canzone con il diarismo, la prosa bassa a versi melodiosi, il passaggio strofico causidico agli istinti più censurati e sciatti.» (Riccardo Deiana)


«La visione lucida e spietata di una riacquistata maturità che non risparmia gli anni del disincanto e, con eguale forza, sa ancora cogliere il miracolo dell'improvvisa accensione.» (Alberto Fraccacreta)



opere votate e segnalate


La strada del nutrimento 

di Davide Valecchi (Dicomano, FI)



Davide Valecchi (Firenze, 1974), musicista polistrumentista, ha fatto parte di vari gruppi fin dall'adolescenza, spaziando tra rock, elettronica e sperimentazione. Dal 2003 è chitarrista del gruppo post-punk Video Diva. Con lo pseudonimo di almost automatic landscapes dal 2001 realizza album di musica elettronica di genere ambient. Sul versante letterario ha pubblicato le raccolte poetiche Magari in un'ora del pomeriggio (Fara, 2011) e Nei resti del fuoco (Arcipelago Itaca, 2017). Altre poesie sono presenti in volumi antologici e in vari blog letterari. Nel 2020 con la raccolta inedita La strada del nutrimento è risultato finalista e segnalato in numerosi concorsi letterari.


«La strada del nutrimento è una raccolta dove i ricordi più che tornare alla mente come simboli o idoli, tornano alla pelle: leopardianamente, vengono rimembrati. Sono corporei, apparizioni dense: pietre concrete, fiumi, boschi, mattoni, frane. Il rapporto con essi non è negromantico o spiritico, né tipico di quell’utilitaristica nostalgia in cui nei crolli e cedimenti quotidiani ci si rifugia per consolarsi o espiare colpe presunte e dolori; è un rapporto quasi di amicizia e compagnia: con essi si cammina per i sentieri vicino a casa e da essi si impara. I ricordi, così pulsanti e arteriosi, valgono da apprendistato. La scrittura è equilibrata, disossata e chiara; il dettato è controllato e dà la cifra del grado di consapevolezza artigianale del poeta, della sua sensibilità e dimestichezza con durata dei versi, tempi e pause, gli a-capo e la sintassi. Non ci sono esuberi concettuali, né sprechi di sostantivi e aggettivi. La tendenza all’armonia è evidentemente frutto di una misura raggiunta, prima ancora che nella pagina, nella vita: “dove un mondo piccolissimo / è la migliore letteratura”.» (Riccardo Deiana)


«Che ci sia la Poesia è qualcosa che ad ogni incontro riempie di stupore. Perciò vorrei ringraziare “Il sentiero del nutrimento” e chi gli ha dato spazio. E anche vorrei scusarmi perché per fretta e superficialità ho rischiato di non riconoscerlo. Perché la strada del nutrimento “è questa curva dismessa / separata dal percorso abituale / perché troppo vicina al precipizio”. Occorre la delicatezza di chi sa che casa è qualcosa che non riusciamo più a vedere, ma ne intuisce la trasparenza. La strada del nutrimento non ci prende per mano, perlopiù non vuole guidare, non gli interessa. Eppure lo seguiamo perché c’incanta questo canto inconsueto, maturo come un ragazzo e sua madre davanti alle cose ultime. C’incanta questo tempo che va indietro, torna, ma è sempre presente, attento, al mondo piccolissimo degli avvenimenti che riguardano i dintorni delle nostre mani, al buon lavoro del sole e della pioggia sulla ruggine, quello che si scopre cercando il silenzio che nasce dentro, la dolcezza di quel movimento elementare che è il respiro della vita e della morte dal quale mai siamo usciti, e nel quale siamo tutti assieme, "io e te soltanto", dice la mamma al figlio, e il figlio a me, e ognuno a ognuno, sempre nel presente. Cercandolo e amandolo, lasciando il passato che ci ammala al passato, e guarendo per intero, in una volta sola. Vanna, a cui è dedicato il libro, è madre di questo mondo trasparente perché è con lei che nasce questo nuovo stare. Nasce nel poeta e nasce in noi, se lo seguiamo. Perciò vorrei ringraziare.» (Gregorio Iacopini)



La tua pura morte 

di Fabio Chierici (Fiorano Modenese)



Il mio nome è Fabio Chierici e sono nato a Modena giovedì 30 giugno 1988. Vivo e lavoro come educatore a Fiorano Modenese, tra le colline e le ceramiche. Sono laureato in Scienze dell’Educazione, presso l’università Alma Mater Studiorum di Bologna. Scrivo poesie da molto tempo e ho partecipato ad alcune letture poetiche, tra cui un evento del PoesiaFestival dell’Unione Terre dei Castelli. Ho vinto la 1^ edizione del Concorso di Poesia del Friends’ Date di Sassuolo con la poesia Umarell, la quale è presente nella raccolta Rime amiche – Le poesie del Friends’ Date, Incontri Editrice.


«Il tratto breve e conciso di chi intende la poesia come la più alta forma di cognizione.» (Alberto Fraccacreta)


«Crepuscolare meditazione pervasa dalla fede, con una tendenza forse eccessiva ad una camuffata disperazione. Mi auguro che il "vespro" possa essere illuminato dalle "lodi" di un "giorno che non muore”.» (Andrea Biondi)


Parole incerte 

di Marinella Acciarri (Massignano, AP)



Sono nata a San Benedetto del Tronto e in possesso dei seguenti titoli di studio: maturità classica, laurea in Scienze Agrarie, conseguita presso Università degli studi di Perugia, 3 Abilitazioni per l’insegnamento, alcune specializzazioni ed un master. Ho lavorato per molti anni come ricercatrice, con borse di studio, tenendo numerosi corsi e partecipando a convegni e giornate di studio come relatrice. Sono docente di ruolo presso l’Istituto di Istruzione Secondaria Superiore “Carlo Urbani” di Porto Sant’Elpidio (FM), fin dall’anno scolastico 2004-2005.


«Scava alle radici del sogno, là dove il dolore e l'essenza costituiscono una fonte inesauribile di ispirazione artistica, là dove la poesia è voce sincera di un'anima sanguinante. Questa poesia non teme la verità, né il dolore, anzi li affronta di petto, traducendoli in versi pieni di pathos.» (Ardea Montebelli) 



Oggi io non 

di Anita Guarino (Torino)





«“M’innamoro sempre con straordinaria semplicità”. Questo verso racconta una poesia di una semplicità disarmante e al tempo stesso cruda e irriverente. Poesia che si fa epistola ma forse ancor più diario. Epistola per l’altro. Diario per sé.  C’è un io amante e l’altro amato, desiderato, allontanato, perduto, agognato, ricordato e onnipresente. Non c’è verso che non lo contenga. “E non parlo, perché mi sono costruita da sola / questo tormento che ha il tuo nome”. La consapevolezza che l’amore è un fuoco che presto o tardi si trasforma, sfugge, si disperde, ritorna, annienta. Un po’ come gli amori di Alda Merini, voraci e veloci ma qui c’è altro, c’è un’emancipazione dell’amore stesso, c’è l’odi et amo di Catullo in un certo senso. Alcuni versi sono assoluti, sentenze di vita: “Invento nomi ai luoghi, legando ai polsi le strade”. –  “L’amore è una condizione di minorità”. Che siano gli amori che non viviamo, che lasciamo andare, gli amori eterni? Che sia come bere del vino, amare? Fino all’ultimo sorso? Fino all’ultima goccia?» (Colomba Di Pasquale)



Ogni cosa finisce e non finisce 

di Socrate Toselli (Bassiano, LT)


Socrate Toselli ha 35 anni e vive a Bassiano, un piccolo paese in Provincia di Latina. Svolge la professione di avvocato.


«Sarebbe poca, misera cosa, trovare soltanto un libro in un libro. Guadagnare nel tempo preso qualche foglio e qualche parola in più rispetto a quello che alla fine ci porteremo dietro. Grande cosa, immensa, è trovare in un libro un amico. Forse perché l’amicizia è tra ciò che più può insegnarci la vita. È una questione di fiducia, una questione di fedeltà. Fedeltà è ciò che chiede la Poesia: così insegna l’amicizia. “A cosa serve / tenere questa penna tra le mani? / Conta solo che tu / non ti allontani; / conta solo che tu / non vada via.” (Conta solo). È un’arte difficile quella di imparare a occupare il nostro posto. “Ogni cosa finisce e non finisce” è un canto che le gira intorno, e Ulisse (Ulisse), innamorato del mare, innamorato dell’Amore che non conosce lontananza (Ma nel mare), si trova a lanciarvi i sassolini dei suoi sbagli, scoprendovi quella Misericordia in cui nessuna pietra resta a galla (I miei peccati). Magari si rituffa (Nemmeno il mare): sa di perdersi nella solita strada (Autunno), eppure rimane. E nel suo rimanere, nel rimanere che sta imparando, ci resta accanto. Ci resta accanto questa musica appassionata che ogni tanto si accende (“Dolce la resa a questa lieve luce / che alla vita e alla morte riconduce” della splendida Ungaretti, per citare due bei versi fra i tanti) e se cede alla nostalgia (“Che pure una carezza fa paura, / che resta il segno quando poi scompare” ne La sabbia della riva), pure sa tornare. Perché è fedeltà che la Poesia chiede, che chiede la Vita: “il buio, immobile, attende che sia giorno” (Dietro una finestra).» (Gregorio Iacopini)


«Il pensiero del poeta è la sua poesia: egli privilegia il ragionamento rispetto alla forma e a scelte lessicali preziose. La poesia si sviluppa discorsivamente, di solito dentro schemi ritmici essenziali e ricorsivi: quasi valessero le rime da minime coordinate concettuali e fossero poste a dimostrare che anche ogni movimento del pensiero e ogni azione etica possono darsi unicamente all’interno di categorie fisse e condivise universalmente (nel caso del linguaggio poetico le categorie sono rappresentate dalle rime). Nonostante i richiami metafisici, è una poesia di limiti e che dei limiti mostra potenzialità e coercizioni.» (Riccardo Deiana)



Il penultimo giorno 

di Valeria Raimondi (Leno, BS)



Valeria Raimondi vive e lavora (e un poco anche scrive) nel bresciano. Fonda nel 2010 l’Associazione culturale Movimento dal Sottosuolo che promuove incontri e iniziative poetiche internazionali. Tre sue raccolte di poesie escono tra il 2011 e il 2017. Viene tradotta in lingua albanese insieme a Beppe Costa e Jack Hirschman e in lingua portoghese per un’opera a quattro voci presentata a San Paolo del Brasile. A giugno del 2019 esce per ed. Pietre Vive La nostra classe sepolta. Cronache poetiche dai mondi del lavoro che raccoglie i contributi di una trentina di lavoratori e lavoratrici distribuiti su tutto il territorio nazionale. Tra marzo e giugno 2020 scrive alcune testimonianze di lavoro e di vita nella Lombardia colpita da CoVid che confluiranno in un articolo: Una storia sbagliata per la rivista MicroMega (Temi-Repubblica).


Ne Il penultimo giorno ci sono dei “tempi” (il primo è il penultimo giorno poi l’abisso e infine il ritorno) che scandiscono la silloge e la ciclicità della vita stessa. Nella cura dell’altro che pian piano si consuma il/la poeta si trova e ritrova. Una poesia della cura quindi e di frammenti di memoria. Ricordi dolorosi della fine ma c’è sempre qualcosa che resta, anzi, che ricomincia. L’eterna altalena della vita stessa. Già sappiamo perché già siamo e soprattutto siamo stati: “Vado cercando l’altra che son io / per dire se ancora un poco mi somiglia”. Potremmo cogliere in questi versi la cura della malattia e la cura dal mal d’amore come situazioni similari o molto distanti tra loro. Al lettore l’esatta lettura. La Poesia è spesso guado e precipizio come in questa silloge. Antiche verità e certezze, sono il compimento di una vita e non basta: “Fa male una parola se la si scorda / se si ricorda fa male uguale”.» (Colomba Di Pasquale)



Si fa soglia il mare nel silenzio 

di Mariangela De Togni (Piacenza)



Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora delle Orsoline di Maria Immacolata (Piacenza). Insegnante, musicista, studiosa di musica antica. Membro dell’Accademia Universale “G. Marconi” di Roma, ha pubblicato le raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (1989), Nostalgia (1991), Una Voce è il mio silenzio (1995), Chiostro dei nostri sospiri (1998), Profumo di cedri (1998), Un saio lungo di sospiri (2000), Flauto di canna (2004), Nel sussurro del vento (in Quaderni di Letteratura e Arte, 2005), Nel silenzio della memoria (ne Le visioni del verso, 2008), Cristalli di mare (2010), Fiori di magnolia (2011), Frammenti di sale (2013), Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie? (2016, prima classificata al Faraexcelsior), Nel fiato umido dell’autunno (2019, II class. al Narrapoetando). È presente nel Dizionario della Biblioteca di Stato, in agende, antologie, blog e riviste di poesia contemporanea. Numerosi i premi e i riconoscimenti.


«Perché ancora ammira le stelle nella notte e ne serba il bagliore per un giorno di altra luce.» (Gregorio Iacopini)


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