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lunedì 19 giugno 2023

Su L’occhio verde dei prati di Donatella Nardin



Donatella Nardin in Tra cima e fondo

Poesia della perdita - fatica - fragilità

Donatella Nardin ha scelto queste parole per riassumere il suo nuovo libro di poesie: L’occhio verde dei prati - Fara 2023 (Angela Caccia)

È un compito davvero arduo tentare di riassumere in tre parole questa mia ultima raccolta poetica.
Mi risulta infatti difficile staccarmi dai testi e, con sguardo neutro, tentare di evidenziare ciò che nell’atto creativo - “che sia sassopietra o nuvolafiore” come annoto in un verso della lirica incipitaria L’occhio verde dei prati - ha dato vita alle poesie e che poi, come spesso avviene, attraverso limature, aggiunte o sottrazioni, ha acquisito significato e pregnanza.

In quale misura davvero non so dire. Anche se, come afferma Carla De Angelis nella sua presentazione “sono versi che si leggono d’un fiato tanta è l’armonia e la delicatezza/dolcezza che li contraddistingue.”

Scarnificando e spremendo il tutto fino all’osso - e tenendo conto di un aspetto cogente in quanto i testi sono stati scritti nel periodo pandemico durante il quale ho anche subito dei gravi lutti - potrei affermare che si tratta di poesie della perdita, della fatica dello stare al mondo in pienezza e della conseguente fragilità. (continua su Tra cima e fondo)



La poesia è anche incontro, una geometria di rette a volte parallele, altre volte perpendicolari. Similmente al quadro di Mondrian un reticolato vivo e riccamente colorato. Nell’ambito della rubrica Versi Trasversali, presentiamo la poesia di DONATELLA NARDIN (Deborah Mega) 

L’occhio verde dei prati

L’occhio verde dei prati, risvegliato,
fa nido bevendo la nuda
chiarità del mattino
come le vite care appese alle finestre
del loro infinito mancare,
come il biondosole, amore riverso
tra le scapole azzurre rotte
da assenze, commiati, afasie.
Ringraziare ogni risveglio che sia
sassopietra o nuvolafiore,
nell’attimo essere immensamente
grati – ai prati, al mondo, fosse
pure ai respiri affannati –
prima che il verde esca dagli occhi
come le vite care divenute
allo sguardo pura nostalgia.

(continua su Limina mundi)



Nell’eliotiana waste land che è il presente di Donatella Nardin, in cui «nessuno / sussurra più» il bene e il cielo è «infuocato da guerre / e da siccità», è alle madri, forze archetipiche e rigeneranti, che è affidato il compito della salvezza terrena (Infanzia violata). È su di loro che la poetessa carica e proietta la speranza, altrimenti sottile e muta (così in Tra cuore e bocca). Anche se talvolta non riescono a salvare («non bastò, non bastò la madre»), è comunque in loro che la fiducia viene programmaticamente riposta: «Scegli per me tra tutti i possibili / mari futuri quello dei baci […]». Per Fortini la speranza era l’accertamento di un vuoto; per Camus una comoda illusione cristiana; per Amelia Rosselli «un danno forse definitivo»; per Nardin è qualcosa che non muore solo se è gratuita. Un’idea forte e interessante: se la speranza è materia di scambio o richiede una contropartita; se diventa il frutto da contendersi e su cui accordarsi a un faticoso tavolo multilaterale; se decade in purezza perché sottoposta alle oscillazioni del mercato; allora, suggerisce Nardin, parliamo di un’altra, ibrida, falsa e vuota cosa. Le madri, facendo «mondo altrove», come recita il bellissimo verso della poesia a loro intitolata, rendono gratuita la speranza.

(continua su Licenza poetica)

giovedì 12 dicembre 2024

Ixòe de aria – Isole d’aria Poesie in tre versi di Donatella Nardin

Donatella Nardin, Ixòe de aria – Isole d’aria, copertina di Dante Zamperini, postfazione di Alessandro Ramberti, Fara Editore 2024, Poesia, pagg. 80
ISBN 978-88-9293-124-4
Prezzo Euro 14,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arte insieme



Haiku in dialetto

Sono ormai tanti anni che mi diletto a leggere poesie e mi sono capitate tante forme delle stesse, compresi gli haiku, questi componimenti di soli tre versi e di sole 17 sillabe che seguono lo schema 5 – 7 – 5. Premetto che li ho presi un po’ sottogamba, cioè non riconoscendo loro la valenza di poesie, il tutto dovuto con ogni probabilità a una mia pigrizia nel cercare di assimilarli. Però, a un certo punto, mi sono detto che per uno che si è studiato i poemi di Virgilio e ha compreso le regole del piede dattilico con cui sono stati scritti, non riuscire a capire come funzionano gli haiku era una lacuna troppo grave, a cui ho cercato di porre rimedio leggendo questo libro e così contraccambiando, per quanto con poca cosa, un insperato aiuto che mi ha dato Donatella Nardin.

Ciò premesso, mi pare d’obbligo per un principiante come me prima esaminare e parlare della forma, poi dei contenuti. Indubbiamente il fatto che si esaurisca l’ispirazione in tre versi di complessive 17 sillabe (ripeto cinque il primo, sette il secondo e ancora cinque il terzo) è molto limitativo, ma nell’ottica della forma volta all’immediatezza e all’apparente semplicità il risultato è apprezzabile, per quanto sia tutt’altro che facile raggiungerlo. Al riguardo direi che Donatella Nardin ha rispettato pienamente le regole, con una aggiunta un po’ particolare, e cioè che si tratta di haiku scritti in dialetto, un connubio di due tradizioni popolari, una giapponese e una veneziana che, se complica le cose, presenta però degli indubbi vantaggi. A scanso d’equivoci mi corre l’obbligo di evidenziare che c’è sempre la versione in italiano, perché non tutti sono in grado di capire questo dialetto, con riferimento al quale mi preme porre in risalto la caratteristica di essere più accattivante, di aggiungere un tocco in più che comporta un maggior piacere (Un jòrno nóvo – / de spìghe xàe l’òro / sperànça vìva.; Un nuovo giorno – / di spighe gialle l’oro / viva speranza.). Come è possibile notare, a parte il pieno rispetto delle regole, il dialetto presenta una musicalità migliore dell’italiano e l’immagine della natura, tipica di questa forma tecnica, è di più immediata visione.

E meglio ancora, per spiegare il mio pensiero, mi pare questo:

El pomogranà –
ea jèra viva ea jòia
in altre età



Il melograno –
era viva la gioia
in altre età



La visione di questo bel melograno porta alla riflessione su un tempo trascorso in cui si era più contenti; forse non è vero, ma chi scrive pensa così e quando pensa e scrive in dialetto sembra di avvertire maggiormente un senso di rimpianto.

Che Donatella Nardin sappia scrivere belle poesie non è certo una novità, ma che poi mantenga intatte le sue qualità anche con una forma tecnica così lontana dalle nostre abitudini, e per di più in dialetto, è una dimostrazione della sua ecletticità. Se poi può sembrare che la mia opinione di profano non sia particolarmente qualificata, testimoniano della qualità di questa raccolta i numerosi premi che ha ricevuto in concorsi letterari.

Da parte mia sono certo che leggerò altri haiku, mentre per scriverne non so, anche se a priori ormai non lo escludo.

Continua su Arte insieme

domenica 14 febbraio 2021

Hai scelto di andare (Salvatore Cutrupi su Rosa del battito di Donatella Nardin)

Donatella Nardin, Rosa del battito

recensione e intervista all'autrice di Salvatore Cutrupi  
pubblicate in Fare Voci, febbraio 2021




Il libro di Donatella Nardin dal titolo Rosa del battito, fresco vincitore del Premio Internazionale Mario Luzi 2020, è composto soprattutto da poesie occidentali a cui si aggiungono alcune poesie haiku, di origine giapponese, influenzate dal pensiero e dalla filosofia Zen.
Questa particolarità di visione poetica ci fa subito capire quale sia l’humus da cui tra nutrimento l’autrice, che nei suoi versi esplora non solo gli aspetti legati allo sguardo sulla natura, ma anche quelli legati alla rappresentazione dell’animo umano, in tutte le sue declinazioni.
Nel suo scrivere c’è quindi la trasposizione reale di ciò che lei osserva (il qui ed ora) e c’è anche il racconto di un passato, soprattutto autobiografico.
Il tema più trattato nei suoi versi è senza dubbio quello della sofferenza che viene descritta nei suoi vari aspetti, da quello della perdita fisica fino a quello dell’assenza, intesa come abbandono, distacco e delusione amorosa.
Nel poetare della Nardin c’è anche un accenno ad aspetti sociali, come il bullismo e la precarietà e lo sfruttamento nell’ambito del lavoro, temi poco trattati dalla poesia contemporanea e che lei vuole portare all’attenzione del lettore.
Quello che più colpisce della poesia di Donatella Nardin è la concretezza del suo linguaggio, sempre diretto, privo di pietosi sentimentalismi e con minimi ricorsi alle figure retoriche o alle metafore.
Lei mette a nudo la sua anima e ci regala 48 liriche che sembrano scritte per noi o che avremmo potuto o desiderato scrivere. Si tratta infatti di argomenti che fanno parte di quel bagaglio di vita che, in qualche modo, tutti ci portiamo dentro e che rivelano la fragilità dell’essere umano, quando s’inoltra sulla strada dei sentimenti.

 

Dal libro:

Haiku

Casa di nonna-
dai cassetti sbocciano
baci e mughetti

*

Era di velluto il mattino

Nuota tra le nuvole Venezia
appena oltre le finestre di casa.
Il suo albeggiare è mancanza.

E il mormorio di un cielo sgualcito,
acqua che appare e scompare
reclamando il suo vuoto.

Ad ali aperte un volo altro, o forse
un rimpianto, mela acerba
da addentare dopo che al bivio

hai scelto di andare.
Era di velluto allora- al primo
apparire sopra Venezia-

il mattino.

*

Bullismo

(…)
Sorridimi accanto mamma, fammi
tornare
alla casa delle primavere perdute,
alle lune di latte riemerse dal loro antico
splendore, sbocciando in farfalla, levami
gambe e occhi per farmi diversa
da quella che sono
(…)

*

Se l’amore è la fatica delle mani

(…)
Siamo qui con i fianchi piegati a lottare
la danza del tempo davanti ai cancelli
di uffici e fabbriche chiuse, nell’ignoto
dei giorni che ci fanno essere noi
senza più essere se non un insieme
sommesso di senza lavoro, accerchiati
da un nulla sfuggente di capannoni
industriali ormai vuoti, di braci digitali,
di torni arrugginiti offerti al disperato
mutare del vento.
(…)

*

Haiku

Come farfalle-
mi appoggiavi sul cuore
consolazioni

*

Rosa del battito

Cuori che battono all’unisono
nel petto di un respiro universale

ed è quell’alba chiara che ci crebbe
amici, amanti, fratelli

altro non resta se non l’amore,
rosa del battito

per l’enigma che siamo.

 

Intervista di Salvatore Cutrupi a Donatella Nardin :

Diversi poeti scrivono contemporaneamente poesie occidentali e poesie haiku, di origine giapponese. Anche nel tuo libro, accanto alle poesie tradizionali, sono inseriti alcuni haiku. C’è un motivo particolare che fa sentire “tue” entrambe queste forme poetiche?
La poesia è per me anche, ma non solo, quel luogo prediletto e necessitato in cui esercitare la libertà del dire e del sentire, e dunque amo cimentarmi con tutto ciò che la parola poetica può offrire, percorrere sentieri diversi, siano essi quelli più classici come quelli un po’ più lontani dai canoni occidentali.
La poesia haiku, nel suo addensarsi in nuclei semantici concisi, nel suo declinarsi in immagini e scene rapide ma intense, suggerite quasi sempre dall’osservazione della natura, offre la possibilità di aderire a una comunicazione interiore che non è solo mentale ma che risulta essere “quella folata di vento che ridesta l’assopito“, secondo la definizione coniata dal grande poeta Matsuo Bashō, uno dei maggiori autori giapponesi di haiku.
Da questo interesse particolare, confortato e sostenuto da un certo numero di giudizi critici positivi e da qualche premio letterario attribuito ad alcuni miei haiku, è nata, nel 2015, la mia seconda raccolta poetica Le ragioni dell’oro (Ed. Il Fiorino).
Ho mantenuto poi, nelle mie due pubblicazioni successive, l’abitudine di inserire a intarsio qua e là alcune di queste mie composizioni per evidenziare a raggiera situazioni e temi da me esplorati.

Rosa del battito: tre parole che sorprendono e stupiscono per la loro bellezza soltanto già nel pronunciarle. Da cosa nasce il titolo del libro?
Spesso la mia voce interiore sceglie per me liberando delle intuizioni che solo sedimentandosi, e traendo linfa e nutrimento da un mio piccolo bagaglio di conoscenze, acquisiscono senso e pregnanza.
Così è stato per Rosa del battito, titolo che in sé assomma un topos letterario quale la rosa e lo accosta al battito, che è soprattutto essenza e nutrimento di vita.
In poesia la rosa, cantata e celebrata fin dall’antichità da molti autori, riassume in sé numerosi significati e interpretazioni diverse.
In alcune declinazioni, essa rappresenta la personificazione della grazia e della bellezza oppure il fiore mistico e simbolico che, nel suo sfiorire, dà corpo alla fuggevolezza e alla caducità delle cose.
Con le sue spine, creando risonanze, può sia ferire come recita un bellissimo verso di Francesco Petrarca, “candida rosa nata in dure spine“, che proteggere dal male e dalle sofferenze.
Il battito poi, unito ad altri battiti insufflati, per chi crede, da un Creatore, simboleggia il ritmo unificante così come l’ininterrotta energia vitale che, nella sua sacralità, sostiene il mondo e l’universo tutto.
Unire le due cose è stato però per me un atto spontaneo, spero efficace, di pura creatività che trova un suo dispiegarsi più chiaro nella poesia che chiude la raccolta.

Il tema della sofferenza è più volte presente nel tuo poetare. Trasportare nei versi la sensazione di “vuoto” è per te una necessità, un’esigenza? È un alleviare il dolore o è solamente qualcosa che accade, un qualcosa che “deve” accadere?
Ognuno di noi, purtroppo, viene colpito nel corso della sua esistenza da lutti, da privazioni affettive e da mancanze dolorose, da quel “sembrami d’aver tra le dita / tutto il peso del mondo“, come efficacemente annota in una sua poesia Sibilla Aleramo.
Ed è in questo accadere, nel respirare a fatica che, nel tentativo di accettare la sofferenza, connaturata al vivere stesso, si è costretti a rivolgere uno sguardo altro alle cose e ad acquisire una maggiore consapevolezza della labilità e della ineluttabilità di tutto ciò che ci circonda.
Non possedendo segreti risolutori, ma solo qualche “storta sillaba e secca come un ramo“ di montaliana memoria, il dolore sordo che non parla ha cercato per me un rifugio e un lenimento nella poesia, nel desiderio, che si deve sempre coltivare, anche se nulla è più come prima, di rivestirsi di nuove speranze e di una nuova forza, sia a livello umano che ontologico.
Intrecciare in poesia i propri pensieri disarmati, le proprie emozioni con il ricordo di chi, pur non essendoci più, rimane dentro e accanto, contribuisce a rinsaldare continuamente il legame tra il visibile e l’invisibile e a concedere una cura a un’anima toccata da molte asperità.

Tra le tue liriche che sottendono la mancanza di qualcosa, si fanno strada anche i colori dei fiori. È una voglia di mostrare la bellezza della natura, oppure è un segnale di speranza da voler condividere coi lettori?
Come osserva con acutezza Riccardo Deiana nella sua prefazione, la mia poesia mostra degli aspetti “tormentosamente floreali “.
Connaturati ai fiori risultano essere i colori che, orientando verso la bellezza e la trascendenza, tentano di allontanare l’occhio e lo spirito dal grigiore di un tempo sospeso fatto di fatiche e disillusioni.
Cogliere nei colori il minuto respiro di un mistero, pronto a farsi suggestione e corpo in perenne movimento e mutazione, è un qualcosa di talmente pregnante nella sua urgenza emotiva da lasciare talvolta senza fiato.
Dato che la mia abitazione è situata davanti a Venezia, alla sua laguna e alle sue splendide isole, percepisco la natura in cui sono immersa come un soggetto dialogante che esprime, nella sua matericità sublimata e trasfigurata, sia l’armonia degli opposti che, nel rispecchiamento, le sue molteplici dissonanze.

Del libro fanno parte anche poesie che affrontano temi come quello del bullismo e dello sfruttamento del lavoro. Pensi che i poeti dovrebbero dare più voce ad argomenti di tipo sociale come questi?
La mia tenta di essere, non so bene con quali risultati, una poesia non di semplice introspezione e di scavo egoriferito quanto anche di relazione che cerca nell’altro, in massimo grado in chi soffre e pena, la propria conferma.
Credo sia doveroso, anche in questo ambito, assumere su di sé ciò che il tempo in cui si vive ci offre, esercitare in questo modo una qualche forma di responsabilità nel tentativo di non far prevalere l’indifferenza rimanendo chiusi egoisticamente nel proprio dire solipsistico.
Questi assunti, secondo il mio modesto punto di vista, hanno la medesima pregnanza e dignità poetica di altri a patto di essere esplicitati senza troppa retorica o patetica sentenziosità.
Aggiungo che forse la poesia dovrebbe dare maggiore evidenza e spazio a tali istanze, in modo tale che chi ha il dovere di occuparsi concretamente di certe tematiche sociali, sia stimolato a farlo con il dovuto impegno e con la giusta tensione morale.
Auspicio utopico purtroppo dati i tempi, ne sono consapevole, ma non per questo destinato alla desistenza.

 

L’autrice:

Donatella Nardin è nata e risiede a Cavallino Treporti (Venezia). Appassionata da sempre di scrittura, soprattutto poetica, ha ricevuto per questa sua attività numerosi premi e riconoscimenti in diversi Concorsi Letterari. Per le Edizioni Il Fiorino ha pubblicato nel 2014 la silloge “In attesa di cielo“ (Premio Giovanni Gronchi, Premio Cinqueterre Golfo dei Poeti, Premio Rivalta Roberto Magni, Premio Leandro Polverini).
Nel 2015, per lo stesso editore, ha pubblicato la raccolta di Haiku “Le ragioni dell’oro” (Premio Giovanni Gronchi, Premio speciale della Giuria al Premio Città di Arona) e nel 2017 per Fara Editore la silloge “Terre d’acqua“ (Seconda classificata al Premio Città di Arona, Menzione di merito al Premio Città di Copenaghen, Primo Premio al Premio Il Litorale e Menzione di Merito al Premio Poetika).
La raccolta “Rosa del battito” ha avuto la Menzione d’onore al Premio Lorenzo Montano ed è stata finalista al Premio Tra Secchia e Panaro.
Sue poesie e racconti sono stati inseriti in antologie di Concorsi Letterari, in raccolte collettanee di case editrici come LietoColle, La vita Felice, Empiria, Fusibilia, Terre d’Ulivi, e in alcune riviste di settore anche straniere e in siti on-line dedicati.
Alcune sue poesie infine sono state tradotte in inglese, in francese e in giapponese.

(Donatella Nardin Rosa del battito pp. 80, 10 euro, Fara Editore 2020)

martedì 3 marzo 2020

Versi che fanno rivivere chi ci ha lasciato

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su arteinseime.net

Rosa del battito di Donatella Nardin
Prefazione di Riccardo Deiana
Nota introduttiva di Fabrizio Bregoli
Copertina di Giacomo Ramberti
Fara Editore • Poesia • Pagg. 88
ISBN 978 88 94903 84 3
Prezzo Euro 10,00


Ciò che resta

Il tema di un’opera, sia che si tratti di poesia che di narrativa, determina inevitabilmente un comune fil rouge che collega le sue varie parti ed è così anche per Rosa del battito, ultima fatica di Donatella Nardin e frutto di esperienze ben diverse da quelle della sua precedente silloge Terre d’acqua. Di che tratta, insomma? Non c’è bisogno di scervellarsi, di tentare, perché già all’inizio si trova una dedica, che in fondo è anche un’epigrafe, che recita: A Voi, labili e assenti ormai, ma ancora chiari e vivi e impetuosi in noi. Nel ciclo della vita, in questo cammino su cui procediamo spesso incerti, non è infrequente il caso di perdere per strada chi ci accompagna; nonni, genitori, fratelli e sorelle, mogli e mariti e ancor più dolorosamente figli sono testimoni preziosi della nostra esistenza che si distaccano dalla vita, ma che restano ben definiti in noi, che nella nostra memoria lasciano un segno intangibile.
Questa della Nardin è poesia sì del distacco, ma più che altro del ricordo, che resta l’unica consolazione di fronte alla sofferenza per una perdita, una lacerazione che con il tempo si chiude, facendo emergere più viva che mai la memoria. E rifiutiamo categoricamente la loro immagine da defunti o prossimi a defungere, ma finiamo per conservare gelosamente quella dei tempi migliori, come è il caso di nonna Luisa (“Per ogni passante acconcia / nonna Luisa – rarefatta / e impareggiabile ormai tra i rossi / sbocciati in giardino – / l’onda azzurra di uccelli in festa / che sapienziale le avvolge / le tempie e il sorriso/ … ”). E se la morte richiama lugubre come colore il nero, il far rivivere, se pur dentro di noi, chi non c’è più implica invece una variegata policromia, una festa per gli occhi che si riflette nell’animo (“L’alba intinge le dita nel succo / giallo dei giorni fino a ferirsi. / Si accendono le viole nel fremito / alto, vestite di sole graffiano / … ”), come anche “Sanno di miele e vaniglia / i giorni vogliosi / chiazzati di luce. / …”. In questo pellegrinaggio intimo ci sono le occasioni per constatazioni di carattere generale, come la contrapposizione fra gioia e dolore, che non potrebbero esistere totalmente separati (“Come quando le cose migliori / accadono insieme, / da un taglio doloroso può entrare / la luce, a te ogni bene / e tutto daccapo a ogni gugliata / gioia e dolore insieme, innumerevoli / e diversi come le gocce di luna / piovute in giallo stasera / sul molo.”). Ogni tanto, come è logico, al ricordo si accompagna quel dolore che sembrava scomparso sotto la cicatrice e allora l’autore intona un canto lieve, quasi un sussurro, in cui emerge in tutta la sua crudezza il rimpianto (Ti ho evocato dal silenzio, / in silenzio hai risposto. / Eri solo un’intenzione, sorta / dalla periferia del vissuto. /…”). Per quanto finisca con il sembrare una poesia sulla morte, sul dolore di chi resta nelle sue varie fasi tutte espresse in modo veramente encomiabile, in realtà questa silloge è un canto della vita, di quell’incessante fluire che porta alla luce una generazione dietro l’altra, un’esistenza in cui ognuno di noi in un immaginario percorso dall’alba al tramonto vive sempre a contatto con la morte, senza tuttavia mai pensare (o forse è uno stordimento) alla propria. Ciò che oggi è rimasto in noi di chi ci ha lasciato entrerà un giorno, con la nostra personalità, la nostra immagine, i nostri pregi e i nostri difetti nel patrimonio della memoria di chi ci seguirà, perché è l’intera esistenza che è così.
Bella questa raccolta, con versi che mi hanno coinvolto e che hanno rievocato qualcosa del mio passato.

Donatella Nardin è nata e vive a Cavallino Treporti (VE). Pur praticando la scrittura – soprattutto poetica – da sempre, solo negli ultimi dieci anni ha dato visibilità alle sue opere partecipando a vari Concorsi Letterari con risultati gratificanti in quanto le sono stati attribuiti numerosi premi e riconoscimenti. In poesia ha pubblicato i libri: In attesa di cielo (Ed. Il Fiorino 2014); nel 2015, con la stessa Casa Editrice, la raccolta di liriche haiku Le ragioni dell’oro; e con Fara Editore, nel 2017, Terre d’acqua (1° class. al Premio Il Litorale di Massa 2019, 2° class. al Premio Città di Arona 2018, ecc.). Molte sue poesie e alcuni racconti sono presenti in antologie, in alcuni siti on line dedicati, in riviste letterarie e in raccolte collettanee di case editrici come LietoColle, Empiria, La Vita Felice, Fara Editore, Fusibilia e Terre d’ulivi.

giovedì 12 aprile 2018

L'amore che scava la vita


su Terre d'acqua di Donatella Nardin

recensione di Fulvio Castellani pubblicata sul n. 4/2017 de Il salotto degli autori (trimestrale dell'Associazione Carta e penna di Torino)




E poi dicono che la poesia non è donna! Leggendo questa nuova silloge di Donatella Nardin si ha la netta sensazione, e la soddisfazione, di trovarsi a tu per tu con una persona che sa catturare a sé ogni pulsione della quotidianità e tradurre in versi pregnanti la gioia del dire, del raccontarsi, del guardare al di là del recinto in cui si trova a vivere, a navigare sarebbe più esatto affermare in quanto vi si parla di terre e di acqua.
L’opera che segue nel tempo altre due raccolte poetiche  (In attesa di cielo  e Le ragioni dell’oro) vede in apertura una efficace nota critica di Annalisa Ciampalini ( “il suo mondo è forgiato dall’acqua e da questo elemento scaturiscono immagini di estrema bellezza “) ed in chiusura da una corposa postfazione di Nazario Pardini, che scrive, tra l’altro, che le quattro sezioni dell’opera – Radici, Cieli di voli e di assenze, Nutrimenti, Le parole per dirsi – “in un climax di fattiva generosità esplorativa, scavano, perlustrano, scoprono e appuntano momenti di una storia dai risvolti intimamente profondi”.
“Ogni giorno di più c’invera / il cielo sopra Venezia”, dice ad un certo punto Donatella Nardin come a lasciare intendere che “l’amore in questi luoghi è un vento, / prima viene, poi va e che, comunque, “spezza le gemme il vento che, come / il tuo amore prima brama / e poi ripudia”.
È un gioco di immagini, dunque, a marchiare di sé l’andamento lirico delle composizioni poetiche; un gioco ad intarsio e al tempo stesso concatenante, effervescentemente legato alla felicità di un incontro che si ripete e ritorna come l’acqua sulla spiaggia che sembra quasi parlarci con i suoi spruzzi repentini, le sue incursioni improvvise, i suoi intrallazzi sorridenti e carezzevoli.
Poesie che nutrono l’animo queste di Donatella Nardin. Poesie che lasciano il segno per la loro franchezza espressiva e dialogante. Poesie che ci avvicinano ad un mondo di luce e di subitanei chiaroscuri mentre “scivola sulle labbra screpolate / del vento un profumo intenso, / quasi ostinato di viole” e “resta un silenzio d’ombre / che portano in bocca / la scabra bellezza di ciò / che non ha parole per dirsi…”
È l’amore, alla fine e all’inizio, a scavare nell’Io della poetessa, a darle forza e certezze anche allorquando la sabbia della clessidra scivola troppo in fretta nel vaso inferiore.
Come a dire che nella sua poesia vive la poesia del saper vivere e del saper catturare a sé ogni e qualsiasi sfumatura che racchiuda scampoli più o meno intensi d’amore e di dolcissimi silenzi.