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martedì 14 agosto 2007

Sulla poesia di Margherita Guidacci (Anna M. Tamburini)


L’annale numero 5 di «Parola e Tempo» edito nel 2006 da Guaraldi per l’ Istituto di Scienze Religiose “A. Marvelli” di Rimini (a cui si può richiedere), contiene, fra gli altri, un eccellente e avvincente saggio di Anna Maria Tamburini (studiosa di letteratura contemporanea, in particolare dell’opera di p. Agostino Venanzio Reali) su “La Via Crucis nella poesia di Margherita Guidacci / tra preghiera e liturgia” come recita il sottotitolo di questo scritto illuminante sulla poesia mistico/religiosa e al contempo civicamente engagée dell’autrice e traduttrice (Donne, Dickinson, T.S. Eliot…) toscana.
Il titolo non a caso è “Verso la Quindicesima Stazione” (v. foto tratta dalla Via Crucis di Leonardo Rosito commentata dalla Guidacci) e nonostante questa prospettiva escatologica che potrebbe per alcuni risultare inquietante, Anna Maria Tamburini può a ragione affermare che : «Leggere per intero l’opera di Margherita Guidacci può rivelarsi, in verità, un’avventura dello spirito capace di consolare nel nostro tempo così travagliato, e non perché la sua poesia sia di facile consolazione, al contrario, ma appunto perché la parabola esistenziale e l’itinerario poetico, strettamente congiunti, si possono leggere come esperienza di resurrezione dopo la via crucis (…)» (pp. 423-4). Descrivendocene a tutto tondo e con accurati riferimenti al contesto culturale la poetica, Tamburini afferma: «La sabbia e L’Angelo, il suo primo libro di poesie, si presenta assai innovativo alla data del 1946; inizia solennemente, essenziale e lapidario (…) Chi grida sull’alto spartiacque è udito da entrambi le valli. / Perciò la voce dei poeti intendono i viventi e i morti. (…) (p. 429); «La seconda fase della poesia guidacciana (…) è tempo nel quale si sperimenta personalmente l’imperversare di quel mistero d’iniquità che segna l’inizio della storia, nel passaggio dall’eternità al tempo (…) ogni pensiero striscia, privo d’ali. / Sono fango le lacrime, / non specchiano alcun cielo. (pp, 435 e 438); «Ma le opere poetiche più significative sul fronte della poesia civile sono certamente L’orologio di Bologna e La Via Crucis dell’Umanità (e qui Tamburini cita una perspicua analisi di Agostino Venanzio Reali e una memoria della Guidacci stessa); «Margherita è già inferma da oltre due anni quando consegna a padre Massimiliano Rosito questa raccolta [Anelli del tempo], che è una sorta di testamento spirituale. (…) …Margherita ha realizzato compiutamente quell’unità di pensiero e di senso che riconosceva, ammirata, in Eliot e nei metafisici inglesi, incarnando con intatta freschezza l’insostenibile leggerezza dell’essere destinata all’insostenibile gioia. (…) … un cuore umile e puro / non sarà turbato dall’infinito.» (pp. 448 e 449).
Questo frammentario compendio non può rendere l’eleganza e la bellezza empatica di questo saggio critico e ve ne consigliamo vivamente la lettura integrale.

v. anche per-margherita-guidacci-un-incontro.html
http://bit.ly/i6FIuv

lunedì 21 febbraio 2011

Guidacci, Reali e Dickinson: su un saggio di Anna Maria Tamburini

Anna Maria Tamburini “Amore e conoscenza. Forme di scritture del sacro: Margherita Guidacci e Agostino Venanzio Reali sulla scia di Emily Dickinson” pubblicato in «Campi immaginabili rivista semestrale di cultura» 38/ 39, Rubbettino

recensione di Caterina Camporesi

“La parola di Dio che raggiunge tutti mondi è gravida di infiniti sensi ma non ne possiede uno preciso.” (Gerschom Scholem)

Grazie alla polisemia, posseduta e conservata fra le loro pieghe, i testi sacri si prestano a molteplici interpretazioni e potenziano la ricerca profonda, umana e artistica, di coloro che ad essi si affidano.
Nel tempo, infatti, l‘universo biblico si è rivelato un pozzo inesauribile di immagini, di voci, di realtà viventi che ha attirato l’attenzione e l’interesse anche di chi, non credente, è comunque impegnato a coltivare un complesso percorso di crescita spirituale nella propria vita.
I poeti, come gli artisti più in generale, abbeverandosi alle fonti dei testi biblici ed errando in lungo e in largo nella fitta selva di voci, immagini ed echi, scovano sempre nuovi significati che, entrando nel loro lavoro, lo arricchiscono ulteriormente.
Anna Maria Tamburini in questo corposo (quasi cinquanta pagine) e accurato saggio prende per mano il lettore e lo accompagna in un lungo e interessante viaggio che, partendo dal Libro delle Sacre Scritture, attraversa luoghi, tempi e lo lascia nell’Italia della seconda metà del secolo scorso per fargli incontrare e conoscere due significativi autori, Margherita Guidacci e Agostino Venanzio Reali.
La vita e le opere dei due poeti hanno in comune molti aspetti, il più rilevante si concretizza nella comune e costante ricerca umana e poetica del significato profondo della vita sino a trovarlo negli orizzonti del mondo della spiritualità.
Entrambi si ricongiungono alla matrice originaria biblica sostando anche presso fonti meno lontane, come i poeti metafisici del Seicento di area anglosassone, e in particolare John Donne, come Eliot ed Emily Dickinson, la grande poetessa americana della quale Margherita Guidacci è stata forse la più penetrante traduttrice, autori che come pochi hanno assorbito l'intertestualità biblica.
Con la Dickinson, Guidacci condivide l’intimità con il mistero, i segreti dell’anima, la solitudine, la presenza della morte, la cura per gli affetti, l’impossibilità di vivere concretamente la propria grande storia d'amore, la visione della vita come luogo di esplorazione e di incontro con l’Eterno.
Tamburini offre un articolato e affascinante viaggio, grazie a pertinenti citazioni, raffronti testuali, concordanze, discordanze, cifre simboliche, allusioni, nel percorrere ed esplorare l’intero arco, partendo dall’originaria matrice della Bibbia, per fluire nella poesia metafisica e in quella della Dickinson e quindi giungere a quella dei due poeti, così ancora vicini a noi come luogo e tempo.
Nel confrontare le loro poetiche, emerge immediatamente che, oltre alle fonti condivise, essi hanno in comune molte altre affinità, una fra tutte, la visione del destino umano come un percorso che parte dalla Croce per giungere alla Resurrezione in un alternarsi di morte e rinascita.
La loro poesia inoltre nascendo dall’esigenza di ricerca interiore e spirituale piuttosto che da un bisogno letterario risulta strettamente intrecciata alle vicende della vita, nei confronti della quale opera una qualche forma di riparazione e di sublimazione creativa.
La poesia è essenza dell’anima, come già per la Dickinson, ed è anche unità di senso e pensiero, così, come è stato per Eliot; essa è una forma di conoscenza, l’universale riecheggia nel particolare, l’anima possiede il tempo dell’Eternità.
In quanto all’amore, sia per Guidacci che Reali, esso è qualcosa che apre al divino e che oltrepassa la morte, gli amanti sono immortali.
La Carità, vale dire l’Amore è la sola forza che fa sì che gli uomini non rimangano soli, chiusi in se stessi, anche quando la Fede e la Speranza abbandonano il compito.
L’Angelo è la figura che sostiene il cammino dell'uomo sulla terra e lo accompagna alla presenza del Signore.

venerdì 8 maggio 2020

Margherita Guidacci: La poesia nella vita

ANNAMARIA TAMBURINI, Margherita Guidacci, la poesia nella vita, Aracne editrice 2019, Introduzione di Margherita Pieracci Harvell, Postfazione di Alessandro Andreini


Nota di lettura di Bruno Bartoletti

La poesia nella vita

Grazie Annamaria per aver scritto questo libro.
Tu hai la straordinaria dote di scoprire e ampliare le nostre conoscenze di quegli autori (poeti, critici e scrittori) che soltanto dopo la morte emergono con tutta la loro straordinaria voce, come Agostino Venanzio Reali, Cristina Campo, Margherita Guidacci. Ti conoscevamo soprattutto per i tuoi studi su Agostino Venanzio Reali, la cui tesi di laurea con il prof. Ezio Raimondi, aveva avuto il merito di essere pubblicata, uno studio che apriva la strada alla diffusione e all’approfondimento di questo poeta e artista portandolo all’attenzione della critica. Ti abbiamo seguita lungo il percorso dei tuoi studi su Cristina Campo, Emily Dickinson, Thomas S. Eliot. Ora un nuovo lavoro viene ad illuminarci e a farci capire quanto la poesia possa segnare ogni tappa della nostra vita e ci presenti una strada nuova e affascinante con il tuo ultimo lavoro.
È un bel libro che ci conduce, attraverso le parole di Margherita Guidacci, a capire quale sia il senso del fare poesia, come esplicita il titolo del libro. E mentre leggevo, ecco aprirsi e fare chiarezza i tanti versi che avevo letto nell’unica opera completa esistente della sua poesia, a cura di Maura Del Serra, edito da Le Lettere nel 1999 e ristampato nel 2003 (ma la Guidacci meriterebbe una edizione migliore e aggiornata).
Un famoso critico Cesare Garboli, alla domanda “perché scrivi”, rispondeva in maniera quasi disarmante: “scrivo per capire”. Ecco la formula che rivela il fine di ogni scrittura: si scrive per capire. Un libro, in particolare un libro che rappresenta un viaggio di conoscenza, deve solo rispondere alla sua funzione: quella di far capire.
Oggi, tra le tante cose, quando si parla di poesia, sfugge ai poeti l’espressione – ne parla anche Montale – che compito del poeta non è quello di farsi capire, concetto che viene ripreso anche da Davide Rondoni nel suo recente libro su L’infinito di Leopardi, e in questo modo si finisce con il giustificare qualsiasi cosa (una poesia può essere difficile, ma non può essere “illeggibile”, ci suggerisce Giuliano Ladolfi). E se è vero che la poesia va letta e ascoltata e che qualsiasi parafrasi finisce con il distruggere la poesia stessa, è altrettanto vero che la sua lettura non deve essere soltanto una ricezione di suoni, perché le parole, l’affermazione è di Giancarlo Pontiggia, sono un insieme di suono e senso.
Quando lessi le poesie di Margherita Guidacci, mi ero lasciato trasportare dalla musicalità del verso e dal suo significato, per cui i suoi versi (spesso endecasillabi) trovavano la loro giusta dimensione in un significato che era anche una scala di valori, restavo colpito dall’uso sapiente delle metafore, da un patrimonio culturale che traspariva in ogni poesia (i poeti che più amava Leopardi, Dickinson, Eliot, Rilke, Montale, ma soprattutto le Sacre Scritture con una particolare predilezione per i sapienziali e i Profeti - «la Bibbia è stata per me una delle letture fondamentali»), comprendevo che la poesia rappresentava per Margherita Guidacci una parte importante, direi essenziale, della sua vita, rappresentava, come essa stessa scrive «una forma di conoscenza». Dirà in una intervista: «Quando mi volto indietro a considerare la mia esperienza poetica, mi pare che sia caratterizzata da tre costanti. La prima è un impulso di conoscenza. La poesia è sempre stata per me uno strumento conoscitivo. La seconda costante è la volontà di comunicazione. Fin dagli esordi ero pronta a scrivere nel deserto e per il deserto. Ma se le mie poesie fossero capitate nelle mani di qualche lettore, non doveva essere per colpa mia che questi non potesse riceverle. Conseguenza delle due prime costanti è la terza: un linguaggio estremamente semplice e concreto, da cui ho tenuto lontano non solo ogni mistificazione volontaria, ma anche ogni possibile ambiguità».
Conoscenza, comunicazione, linguaggio: dono e vita.
Nel segno della poesia nasce anche quell’incontro tutto spirituale, per questo ancora più bello (Eppure ci fu dato / leggere almeno il frontespizio dei cieli) nell’inverno tra il 1944 e 1945 con Francisco Canepa, un soldato cileno di origine italiana, che regalerà a Margherita Guidacci un libro di Emily Dickinson con un grande mazzo di gigli. Nel nome della poesia fu quell’incontro, perché quel soldato, che portava nello zaino un libro della Dickinson, andava cercando qualcuno che potesse tradurgli in italiano i testi della poetessa cilena Gabriela Mistral, da lui conosciuta personalmente e insignita del premio Nobel nel 1945. Un soldato che scomparve dalla sua vita, tanto che lo ritenne morto, per poi rivederlo casualmente in treno dopo quasi quarant’anni.
Da questo incontro, dopo il suo Nadir, la parte più terribile e tragica della sua vita, inizia, come afferma la stessa Margherita Guidacci, la terza fase («proprio nell’invecchiare, quando avrei dovuto semmai incupirmi di più, mi sono invece schiarita. La vita è piena di imprevisti»): Inno alla gioia e Il buio e lo splendore, ultimo libro pubblicato in vita. La terza fase – «Avevo conosciuto prima lo sfiorire che il fiorire, avevo veduto prima come si muore che come si vive» – inizia con questo fatto insolito e straordinario che illuminerà di luce nuova non solo il futuro, i giorni a venire, ma anche il passato che rivisita sotto questo segno premonitore: a 61 anni, l’incontro casuale in treno con Francisco Canepa.
Il tuo libro va oltre e ci dice che la sua poesia è anche una preghiera, una parabola che si lega strettamente alla vita nelle sue cadute e ricadute, nei suoi slanci e nelle sue passioni («la vita è piena di imprevisti») e ci dice che in fondo la poesia, come la vita, rappresenta un viaggio verso la morte.
Sotto questo segno era nata la prima opera, La sabbia e l’angelo, nell’immediato dopoguerra, un libro «che cercava soprattutto una comunione con i morti».
A questo libro si fa risalire, lo dice la stessa Margherita Guidacci, il suo primo periodo. Il secondo nasce tragicamente dieci anni dopo con Neurosuite, un libro scritto nel ’68/’69 e pubblicato nel ’70, che rappresenta, a detta della stessa Guidacci «il mio Nadir», la parte più bassa e drammatica, quasi tragica, che, oltre a Neurosuite, registra Il vuoto e le forme, «uno dei canti più funerei ed esposti allo scandalo dei contenuti che siano risuonati nel nostro tempo prudente», scrive Pierluigi Baldacci che ne cura l’introduzione.
Margherita Guidacci ha toccato il fondo, ma proprio da questo fondo la lenta risalita e infine la luce grandiosa e lo splendore, attraverso una poesia che non è soltanto proiezione individuale del proprio sentire, ma una poesia in cui si rispecchia il mito, l’umanità intera. Ecco che allora la scrittura acquista il senso, un impegno civile che si fa testimonianza, ma anche coscienza, consapevolezza e patrimonio culturale attestato dall’analisi delle “fonti”: Emily Dickinson, Jonne Donne, Thomas Eliot, Gabriela Mistral, Rainer Maria Rilke, la Bibbia.
Colgo nella lettura di questo libro un andamento circolare che è tipico di ogni tua analisi: una premessa di carattere generale che sintetizza tutta l’opera in uno sguardo d’insieme (sono i primi due capitoli) per passare poi ad una analisi approfondita con il terzo capitolo, dove si esaminano La letteratura sapienziale biblica e le “fonti”, poi un quarto profondo lungo capitolo Intelligenza d’amore. È un po’ come un anello concentrico, un viaggio che la Guidacci fa proprio e si esplica nell’ultimo suo libro postumo, una specie di testamento spirituale, una sintesi etica-filosofica: Anelli del tempo. E poteva finire qui il tuo lavoro, ma ecco l’ultimo capitolo, il capitolo quinto, Poesia e mito, che getta una ulteriore nuova luce sulla sua opera.
La lettura di questo libro, come lo è stato per Agostino Venanzio Reali la tua tesi di laurea, apre nuovi orizzonti e chiunque voglia avvicinarsi alla poesia di Margherita Guidacci avrà come riferimento e come punto di partenza il tuo lavoro, una guida che ci accompagna nella lettura, perché la poesia, in questo caso specifico, è anche vita, è la poesia nella vita.

venerdì 2 ottobre 2015

Caterina Camporesi a “Il verso della trama” Rimini 16 ottobre 2015

Fara Editore in collaborazione con 








Presenta il ciclo di incontri con narratori, poeti e…

“Il verso della trama” 

Semiramide



presso la splendida Sala degli Arazzi
via L. Tonini, 1



ogni trama ha almeno un verso 
e i versi più di una trama

Opera senza titolo di Lucia Nanni, tela di canapa con filo nero





venerdì 16 ottobre 2015 alle ore 17.00

Caterina Camporesi presenta 
Muove il dove (Raffaelli Editore) 

Prefazione di Anna Maria Tamburini 
Postfazione di Gianni Criveller

saluto dell’Assessore alla Cultura Massimo Pulini 

interventi di Anna Maria Tamburini, Alessandro Ramberti 
e dell’editore Walter Raffaelli 


“C'è in sostanza un peso specifico della parola con il quale interagisce la forza di gravità che ordinariamente tende a riportare ogni elemento al livello che gli è proprio: la parola è lieve ma efficace, potente...; donandosi, oltrepassa quella forza e può compiere prodigi, può disvelare e disvelarsi.” (Anna Maria Tamburini)

si è perduto / negli anni // quel tutto / non avuto

se corpi di parole vaganti / in pensieri si rinserrano // lamine gemmano canti

verità naufraghe / lambiscono rime // dimora al divenire

s’eterna / nelle di lui mani / la questua d’amore 



Caterina Camporesi è nata a Sogliano al Rubicone. Vive a Rimini. È psicoterapeuta. Già condirettrice de «La Rocca poesia» e redattrice de «Le Voci della Luna», collabora con riviste cartacee come Graphie e on-line come Fili d’aquilone. Ha pubblicato: Poesie di una psicologa (Euroforum 1982), Sulla porta del tempo (Edizioni del Leone 1996), Agli strali del silenzio (Istituto di Cultura di Napoli 1999), Duende (Marsilio 2003), Solchi e Nodi (Fara 2008), Dove il vero si coagula (Raffaelli 2011). È presente con Il tenace seduttore nel volume Per Cesare Ruffato (Marsilio 2005), con una poesia in Folia sine nomine (Marsilio 2006) e con sillogi ne La coda della Galassia (2005), La linea del Sillaro (Campanotto 2006), Poesia e Natura (Le lettere 2007), Vicino alle nubi sulla montagna crollata (Campanotto 2008). È pubblicata in riviste e nel web. Alcuni suoi saggi sono inseriti nei volumi fariani: Lo spirito della poesia (2008), Poeti profeti? (2009), Salvezza e impegno (2010), Il valore del tempo nella scrittura (2011), Scrivere per i futuro ai tempi delle nuvole informatiche (2012), Chi scrive ha fede? e Scrittura felice (entrambi 2013), Letteratura… con i piedi (2014). Ha curato e tradotto L’Attesa di Pablo Gozalves (Sinopia 2007) e, con Claudio Cinti, Nel concavo privilegio della dismemoria di Cé Mendizábal (Sinopia 2010). Le è stata dedicata la Lettera in versi n. 41 (2012) a cura Rosa Elisa Giangoia. È presente nei cataloghi per il Centenario della morte di Giovanni Pascoli e in quello del pittore Carlo Ravaioli (entrambi Il Vicolo, Cesena, 2012).
Anna Maria Tamburini, riminese, laureata in Letteratura Italiana con il prof. Ezio Raimondi all'Università di Bologna. Ha portato all'attenzione della critica l'opera di Agostino Venanzio Reali promuovendo incontri e convegni di studio, dei quali ha curato gli Atti: Dipingere la parola (Padova 2006) e Per analogia (Roma 2012). Ha dedicato saggi a M. Guidacci, C. Campo, E. Dickinson, T.S. Eliot, alcuni dei quali confluiti nel volume Per amore e conoscenza (Caltanissetta 2012). Scrive articoli e recensioni. Nell’ambito della poesia ha pubblicato i libri Colibrì (Fara 2010) e A mio padre (Helicon Edizioni 2014).
 

Alessandro Ramberti è nato a Santarcangelo di Romagna nel 1960. Laureato in Lingue Orientali a Venezia, vince una borsa (1984-85) per l’Università Fudan di Shanghai. Nel 1988 consegue a Los Angeles il Master in Linguistica presso l’UCLA e nel 1993 il dottorato in Linguistica presso l’Università Roma Tre. Ha vinto il premio “l’Astrolabio” con Racconti su un chicco di riso (Tacchi Editore, 1991). Poesia: In cerca (2004), Pietrisco (2006), Sotto il sole (sopra il cielo) (2012), Orme intangibili (2015). Ha pubblicato come Johan Thor Johansson la puzzle-story La simmetria imperfetta (1996) e, con L’Arca Felice di Salerno, le plaquette Inoltramenti (2009) e Paese in pezzi? I monti e i fiumi reggono (2001, nuova traduzione di 4 poesie di Du Fu). Gli è stata dedicata la Lettera in versi n. 32 a cura di Rosa Elisa Giangoia. È presente in antologie, riviste (un estratto di Orme intangibili è inserito in Italian Poetry Review, VIII, 2013) e nel web. 


Dopo oltre dieci anni dedicati a collaborazioni nell'ambito delle arti figurative con artisti di diverse nazionalità, Walter Raffaelli fonda a Rimini una piccola casa editrice nell'aprile del 1992 e da allora produce libri di qualità con cura e particolare attenzione. Oggi la Raffaelli Editore è forte di oltre 350 titoli e vanta centinaia di autori pubblicati. Edita anche la rivista clanDestino, un trimestrale indipendente che si occupa di letteratura e di poesia col quale scopre talenti, promuove eventi e bandisce un importante premio biennale per la poesia inedita; ha ideato e realizza Dromos (in collaborazione con prestigiosi atenei italiani) un progetto editoriale con un concorso di traduzione rivolto a studenti universitari. Dedica notevole attenzione anche a racconti inediti con il Premio Milleparole. Il sito www.raffaellieditore.com offre la possibilità di essere aggiornati sulle novità della casa editrice e di reperire e acquistare direttamente alla fonte quei titoli che non sempre sono presenti nelle librerie: info@raffaellieditore.com


Ingresso libero 

Al termine si darà tempo ai presenti nel pubblico che lo desiderano per leggere un paio di poesie.

Info: info@faraeditore.it - www.faraeditore.it - farapoesia.blogspot.it - twitter.com/faraeditore

lunedì 12 marzo 2012

Su Colibrì di Anna Maria Tamburini

Riflessioni di lettura di Bruno Bartoletti

Anna Maria Tamburini, critica letteraria fine e profonda, a cui si deve molto, soprattutto per le sue ricerche su Agostino Venanzio Reali, Margherita Guidacci, Cristina Campo, ha dato alle stampe una bella silloge, Colibrì, edito da Fara Editore nel 2010.

La sua sensibilità, più volte riconosciuta nell’avvicinarsi ai testi – analisi di testi che vuol dire riscrivere e riconoscersi – questa volta trova spazio e campo di applicazione in una produzione poetica di rara intensità.

Ciò che colpisce ad una prima lettura è il lavoro sulle parole. Già il titolo, “Colibrì”, ben si addice alla materia trattata e alla forma. Colibrì è infatti l’uccello più piccolo, ma anche il più veloce, e come tale rapido, tagliente, con battito di ali che a stento si riesce a cogliere, sguardo o battito di ciglia, squarcio di luce, come ben evidenzia Loretta Iannascoli nella postfazione. Ma non solo forma, come in un primo momento sembra suggerire la lettura: la parola nasconde sempre un pensiero, una parola essenziale, attenta, non superflua. Così i lati descrittivi nascondono sempre il fondo di un pensiero che va oltre, che si esprime nella ricerca di una luce, di un altrove che dia il senso al percorso. La silloge si apre con una lirica tutta personale di mare e di luce – la scelta del mattino non è casuale – è l’inizio del giorno, l’inizio di un cammino che porta in profondità, sul fondale, in senso metaforico dentro l’animo, dove si specchia la luna in religioso silenzio, appena una lamina, uno spicchio, con astri che diventano ombre minuscole e tremule di fronte al mistero dell’uomo.

Certamente Anna Maria Tamburini avverte il mistero della vita, l’ansia che ne raccoglie, e si prepara a tessere un mosaico di frammenti/immagini che si integrano, ciascuna non casuale, ma in un ordine studiato, meticoloso. Si avverte, dietro ogni parola, una preparazione e un patrimonio culturale di notevole intensità, uno studio sempre preciso di autori e di testi, una formazione che si riversa nei tratti, nelle parole. Le poesie sembrano snodarsi una dietro l’altra in apparente linearità, e invece il mosaico cresce di intensità, si eleva e cerca di dare una risposta al senso della vita e del Cosmo. La presenza degli astri, della luna e delle stelle, del firmamento, e poi delle piccole cose, in temi ricorrenti che risentono di temi tanto cari ad Agostino Venanzio Reali, sono le metafore sempre presenti di questa domanda. E la poesia vera deve soprattutto fare domande.

Così la metafora del mare (la presenza del mare è una presenza ricorrente e salutare) che il bambino cerca di mettere nella buca segna, in questo ricordo agostiniano, il rapporto impossibile, ma anche salvifico, dell’uomo con l’immensità e con il suo Dio:



col secchiello

nella piccola buca \

il mare versare

che specchia il cielo



occhi sgrana il bimbo d’azzurro




Nulla si può e si deve aggiungere, ogni parola si fa testimonianza di un mondo molto più profondo, segreto e per questo tutto da esplorare, ma si sa che al fondo c’è l’uomo, la sua vita e la sua storia. In una delle ultime liriche Anna Maria Tamburini lo dice chiaramente, senza mezzi termini, richiamando i tre elementi su cui si fonda la materia (terra, acqua e aria) – manca il fuoco, ma il fuoco è la luce, è la punta dell’anima che chiede salvezza:



Al centro l’uomo – al margine? –

re sacerdote figlio e servo

d’argilla d’acqua e di aria si anima



ma la punta,


la punta dell’anima

ama e altro chiede



è più su e si eleva

più sopra il sensibile moto

e le alterne vicende



la punta dell’anima è lieve


e chiede, e ogni corrispondenza,

vita ed eterno: Vale!



La lirica che precede sembra prepararla e a questa legarsi. Il fuoco è la vita (“un piccolo cero la vita che arde”) – e l’ossimoro ne evidenzia e ne sottolinea la luce, se le tempeste e le notti sono buie. Allora tutto si può perdere se si riesce a comprendere, “lontano dalle scie dell’uomo / dal frastuono di inutili transiti / i moti necessari alla vita” per arrivare all’equilibrio, all’energia gravitazionale, all’armonia che “alla musica del cosmo si adagia”.

lunedì 13 settembre 2010

Su Colibrì di Anna Maria Tamburini

Fara Editore, 2010
recensione di Germana Duca Ruggeri pubbicata su «L'immaginazione» n. 262, aprile-maggio 2011 (Anno 28°)

Nel cielo di parole di Anna Maria Tamburini si è librato in volo Colibrì (Prefazione di
Gianfranco Lauretano, postfazione di Loretta Iannascoli; pagg. 52, 10 euro), meditata raccolta io lei e la romagna di esordio. Tardivo, si direbbe, ma annunciato fin dagli studi universitari, compiuti dall’autrice sotto la guida di Ezio Raimondi, con cui discusse la tesi sull’opera di padre Agostino Venanzio Reali. Un interesse vivo per la poesia, che lei ha coltivato anche in seguito, da studiosa di letteratura contemporanea e teologia, come attestano innumerevoli articoli e saggi, spesso interdisciplinari,
quale il recente Campi immaginabili, sulla comparazione di prestiti biblici nei versi di Padre Reali,
Margherita Guidacci, Emily Dickinson.
Se tale dedizione, ora, muove felicemente i primi passi verso la scrittura poetica, scegliendo
il segno di una alata meraviglia, “il colibrì / fuoriuscito da strati di  vissuto”, si è tentati di
pensare a un percorso inarrestabile di perfezionamento, ovvero all’effetto di un istinto amoroso che Anna Maria, cercatrice di verità, ha saputo rinnovare e orientare nel tempo.
L’elegante dotto libriccino, con la copertina incisa dai colori luminosi di Enrica Rossi, è suddiviso in quattro sezioni, i cui titoli (sull’equoreo seno, affiora l’adamàh, alle superiori acque, puro fuoco) già suggeriscono una dinamica interiore che è parimenti riflesso di una ampiezza naturale, cosmica.
Di tale fusione ci si accerta procedendo nelle pagine, entro un variare sommesso di motivi, fra correspondences di sguardo e visione, già care a Baudelaire e, prima ancora, a Foscolo; come a tanti poeti del Novecento (si pensi a Rebora, richiamato in Prefazione da Lauretano, oppure ad Antonia Pozzi).
Sullo sfondo di queste liriche, troviamo delineati sorprendenti scenari, ove leggi fisiche, allusioni scientifiche, cenni a botanica, ornitologia, entomologia, legano e liberano il corpo-anima di ciascun essere vivente e il portato mistico di una scrittura in versi tutta in battere e levare.
Così l’intera raccolta, mentre restituisce il brusio dell’universo, il suo solfeggio, – “Da un capo all’altro / non un frullo si perde / non battito d’ala // di farfalla palpebra pinna / non ticchettio di sfera / d’ogni specie. Non si perde.” -, celebrando la resistenza dell’amore di Dio, diviene movimento di pupilla che, nel contemplare, comprende e loda; eco di pensiero che vuole “dire bene / se non si può dire bene dire”
l’ape e la libellula, l’ippocampo e i delfini, il merlo e l’orso, la mortella, l’orchidea.
Lo stesso colibrì, in tale scorcio, potrebbe essere figura dello Spirito. Simbolo di energia vibrante nel fuoco
pentecostale, nel vento ascensionale, silente o fragoroso, che spira quando e dove vuole: “È frastuono d’oceano nel silenzio // vasto il pieno d’orchestra / delle orbite celesti / e lo Spirito non sai /donde venga dove vada // solo avverti - del destino - / in nome del padre, / la vita e il compimento / in nome della madre / l’abbraccio di un grembo / e il nutrimento”.
Questo uno dei possibili sensi della silloge tersa e iridescente di Anna Maria Tamburini, specie nei passaggi in cui, rammemorando maestri e maestre, sostiene l’intima occorrenza di comprendere la vita.
Quasi non bastasse osservarla da ammiratori un po’ sordi e distratti quali spesso dimostriamo di essere.
Quasi fosse troppo poco anche il solo fatto di amarla.

giovedì 9 gennaio 2020

Una poesia da cui promana una energia segreta

Fara Editore 2019

recensione di Gian Ruggero Manzoni

http://www.faraeditore.it/vademecum/30-Colibripadre.html

 
Nata a Rimini, ove risiede, Anna Maria Tamburini, laureata in Letteratura Italiana con il prof. Ezio Raimondi, con la sua tesi di laurea ha portato all'attenzione del mondo accademico e della critica l'opera di Agostino Venanzio Reali, al quale ha dedicato numerosi altri studi. È infatti fondatrice dell’Associazione Culturale Agostino Venanzio Reali e dell'omonimo Premio di Poesia. Si occupa del rapporto tra letteratura e teologia, con particolare riguardo agli aspetti di intertestualità biblica. Ha avviato, come docente incaricata presso l’ISSR Alberto Marvelli di Rimini (collegato alla Facoltà Teologica dell'Emilia Romagna), il corso di Letteratura e Teologia per la Laurea Magistrale di indirizzo Pedagogico-Didattico e Arte Sacra e Turismo Religioso. Ha collaborato e collabora con siti, riviste, quotidiani, tra cui “Campi Immaginabili”, “Humanitas”, “Studium”, “Città di Vita”, “L’Osservatore Romano”, “Donne Chiesa Mondo”. Ha pubblicato, tra i tanti, i volumi: Nóstoi, La poesia di Agostino Reali, Per amore e conoscenza. Cifre bibliche nella poesia di M. Guidacci, C. Campo, A.V. Reali, Dipingere la parola. La teologia della bellezza nell’opera di Agostino Venanzio Reali, Agostino Venanzio Reali. Via Crucis. Breccia nel mistero. Di lei ha scritto il compianto Giorgio Bárberi Squarotti: “Le sue poesie mi sembrano davvero molto belle: nette, essenziali, fortemente inventive e visionarie, nuove per immagini, figure e concetti: l’orso, la canna vocale al vento, la fede del fiore, la mortella, il molto fuoco sono, in particolare, felicemente mirabili”. Dalla prefazione al libro di Gianfranco Lauretano: “La poesia di Anna Maria Tamburini, attraverso una trama instancabile e discreta di immagini e una voce tesa e lirica, non rinuncia mai al pensiero, alla ricerca di un senso. […] L’autrice sembra suggerire una concentrazione, un desiderio di vedere bene, di chiarezza. Ci mette di fronte a un mondo che è già prodigio in sé, un luogo che chiede solo che ci si accorga di esso e mediante un forte investimento dello sguardo tenta di restituire l’energia segreta che scaturisce da tutto, dai colori e dalla luce, addirittura uno ‘spreco’, un’abbondanza di cui testimoniano diverse poesie”. L’opera di questa autrice risulta delicata, leggermente pennellata, oserei, per usare un termine pittorico, acquerellata, per come le tinte si uniscono fra loro, sfumando l’una nell’altra.

lunedì 17 ottobre 2022

“noi nel respiro delle piante”

Anna Maria Tamburini, Sequenze auree, Raffaelli 2022, Prefazione di Natalino Valentini

recensione di AR


Il verso che abbiamo posto a titolo di quanto state leggendo apre l’ultima composizione della raccolta che qualche riga più sotto continua così: ” … Noi nel mistero / degli elementi in noi / la combustione del respiro / universale che di terra / d’aria, d’acque e fuoco fa sangue” (p. 97). Qualche pagina prima l‘autrice domanda: “deve essere violento / un amore // per farsi ascoltare / violento un testo / per essere letto / dimmi ora perché / farsi ascoltare / con le unghie / – non un respiro basta?”; “ma la vita sapresti / tu meglio orchestrarla / di come si dipana / sapiente insaputa / maestra di realtà sonora / di risate e pianti?” (p. 89);  

A cavallo fra le pagine 87-88 troviamo queste icastiche parole: “la bellezza lo percepisci / – appartenere all’essere – / dell’essere dice il divenire / nel movimento si rivela / della vita come nascere / crescere fiorire donarsi”. E appena prima (p. 87): “così e di più / unifica terra e cielo / l’operosa preghiera”. 

Espliciti o sottesi in tutta la raccolta i riferimenti biblici. Ad esempio alle pp. 80-81 troviamo due componimenti intitolati a San Giuseppe – in cui si fa riferimento all’etimo di questo nome: Egli raduni, aggiunga. Il secondo inizia splendidamente così: “non siamo più capaci / noi di sogni – non più ci accade? – / o di fermare… d’intendere / visioni e trattenere”.

L’ottava e conclusiva Sequenza da cui abbiamo citato finora si apre (p. 73) con un riferimento piuttosto evidente alla pandemia: “è già trascorso intero forse / tutto pare replicato / e invece sale, più su / più su s’avvita e stringe / la cerchia dei vivi smarriti / sempre più dilatata / quella di coloro che son partiti”.

Il ritmo di questo Sequenze auree è quello di un respiro cosmico di impronta quantistica per cui sempre qualcosa ci sfugge: se puntiamo sul dettaglio si sfuoca la visione panoramica e viceversa. I versi sono liberi ma non mancano costellazioni di settenari (ad es. a p. 64, “ferma, seduta, vedi / sulla distesa base / (…) / dice - seduta ferma / (…) / nell’essere possibile”), ottonari (“alle pendici di Sion / nugoli d’api al sole”, p, 57), endecasillabi (“lo sfavillio del caso sulle cose / le forme alla luce i colori / sulla scena, il calcolo, il cuore”, p. 58) ecc.

Caratteristica della poetica di Anna Maria Tamburini è una richiesta di attenzione. Gli enjambements e le ambiguità sintattiche danno corpo a un dettato ricco di echi e di sensi. Oltre ai menzionati richiami alle Scritture, ad ecfrasi dedicate ad artisti come Marc Chagall (“l’angelo di fuoco immenso / capovolto acceso avanza / sul rabbino col volume i filatteri / e antichi mammiferi sparsi sulla tela”, p. 55), a luoghi di pellegrinaggio e a santi (lo spirito francescano è pervasivo), sono immancabili i più o meno espliciti omaggi a poeti come Cristina Campo, Margherita Guidacci, Agostino Venanzio Reali  e molti altri. Abbiamo a che fare con una parola esatta, densa, scolpita sui cui sostare, da ruminare per assaporarne i profumi, i colori, i rimandi: “– onda d’aria che mi riempie / d’altri da me / che mi svuota e ad altri / porta di me // siamo altro / d’altro siamo”, p. 65); “si diffonde dal sepolcro un profumo / di mirra che risveglia i morti” (p. 40); “Io Sono – il tuo Nome un Verbo / attrae piccole parole / – ecco me, amen, lode –” (p. 41); “l’eterno interseca il tempo / guardarlo guarisce la vita” (p. 37, due splendidi novenari).

Come acutamente scrive Natalino Valentini nella Prefazione, in queste Sequenze “ogni piccolo dettaglio, apparentemente insulso, si colora di una tonalità trascendente, fino a farsi iniziazione al Mistero, preghiera poetante” (p. 8).

venerdì 4 settembre 2015

“Il verso della trama”: Orme intangibili, Rimini, Museo della Città 25 settembre

Fara Editore in collaborazione con







Presenta il ciclo di incontri con narratori, poeti e…

“Il verso della trama” 

Semiramide



presso la splendida Sala degli Arazzi 



via L. Tonini, 1

ogni trama ha almeno un verso 
e i versi più di una trama


Opera senza titolo di Lucia Nanni, tela di canapa con filo nero



venerdì 25 settembre alle ore 17.00

Alessandro Ramberti presenta Orme intangibili



ne parleranno dialogando con autore e pubblico





Anna Maria Tamburini, riminese, laureata in Letteratura Italiana con il prof. Ezio Raimondi all'Università di Bologna. Ha portato all'attenzione della critica l'opera di Agostino Venanzio Reali promuovendo incontri e convegni di studio, dei quali ha curato gli Atti: Dipingere la parola (Padova 2006) e Per analogia (Roma 2012). Ha dedicato saggi a M. Guidacci, C. Campo, E. Dickinson, T.S. Eliot, alcuni dei quali confluiti nel volume Per amore e conoscenza (Caltanissetta 2012). Scrive articoli e recensioni. Nell’ambito della poesia ha pubblicato i libri Colibrì (Fara 2010) e A mio padre (Helicon Edizioni 2014).


Davide Arcangeli, nato a Rimini il 04/05/1979. Nel 2010 è ordinato presbitero per la Diocesi di Rimini. Dopo la maturità classica nel 1998 e il Diploma di Pianoforte presso il Conservatorio di Ferrara “G. Frescobaldi” nel 1999, consegue una Laurea di primo livello in Ingegneria per l’Ambiente e il Territorio presso la Facoltà di Ingegneria de “La Sapienza” di Roma, nell’anno accademico 2003/2004. Negli anni dell’università ha svolto il servizio di Presidente nazionale della FUCI (2001-2004). In Seminario ha continuato la formazione conseguendo il Baccellierato in Teologia presso la Pontificia Università Gregoriana (anno accademico 2008-2009) e la Licenza in Sacra Scrittura presso il Pontificio Istituto Biblico nel 2012, con una tesi dal titolo: “La morte di Gesù nel Vangelo di Giovanni. Verso un’interpretazione tipologica” (relatore: padre J.N. Aletti). Il suo campo di interesse scientifico è costituito dal QV (cioè, Giovanni), con particolare riferimento ai procedimenti letterari di “rilettura” delle fonti (Sinottici) e alle tecniche narrative e intertestuali utilizzate. L’obiettivo di tale interesse è chiarire le modalità letterarie e teologiche del QV nel presentare il compimento delle Scritture in termini “tipologici”. Nel 2012 ha ricevuto la nomina di Vicario Parrocchiale presso la Parrocchia San Lorenzo in Strada a Riccione (RN) e l’incarico del servizio di Apostolato Biblico (SAB) per la Diocesi di Rimini. Attualmente è Docente incaricato di Sinottici e Atti degli Apostoli presso l’ISSR “A. Marvelli” della Diocesi di Rimini e di Introduzione alle Scritture.


Ardea Montebelli è nata a Rimini nel 1956, in questa città vive e lavora come insegnante. Si occupa di poesia e di fotografia ed è giornalista pubblicista. Propone percorsi di approfondimento della Sacra Scrittura utilizzando parola e immagine. Ha pubblicato numerose raccolte di poesie tra le quali si ricordano: Il paradosso della memoria (Fara Editore 2001), una meditazione in versi sulle lettere di San Giovanni; Ma tu non dartene tormento (Guaraldi Editore 2005), una riflessione sulla Shoah; Ma il cielo ci cattura (Fara Editore 2008), dedicato al tema della verità nell’Antico e Nuovo Testamento; Quel libero andare(Edizioni l’Arca Felice 2009), sulla prima lettera di San Paolo apostolo ai Tessalonicesi. Ha inoltre pubblicato due cataloghi fotografici l’ultimo dei quali, dal titolo Gli eremi del cielo (Arti grafiche Sammarinesi Editore 2012), è legato ad una mostra sugli eremi abruzzesi di Celestino V. L’ultima mostra dal titolo Più grande del mare è dedicata all’opera evangelizzatrice di padre Matteo Ricci. Nel 2013, il lavoro è già stato esposto nel seminario vescovile missionario diocesano Redemptoris Mater di Macerata, sempre nel 2013 è stato quasi integralmente pubblicato in Parola e Tempo. Annale dell'Istituto Superiore di Scienze Religiose, Diocesi di Rimini, n. 12, anno XII, 2013. Ha effettuato numerose esposizioni fotografiche a livello nazionale. 

Intermezzi musicali del “Duo Georgico”, nato nel 2014 da un’idea di Damiano Ramberti e Marcello Maggioli, amanti della buona musica del buon cibo e della paratassi, al fine di dare sfogo alla loro vena cantautoriale, che ritengono necessaria e fondamentale al buon funzionamento della mente. Le occasioni che prediligono per le loro esibizioni sono le presentazioni letterarie, la location preferita la Sala degli arazzi del Museo della città di Rimini.

Al termine si darà 1 minuto ai presenti nel pubblico che lo desiderano per leggere un paio di poesie.



Ingresso libero




Prossimi appuntamenti sempre alle 17.00
Venerdì 2 ottobre 2015: Laura Pecoraro con Ladro di sabbia
Venerdì 16 ottobre 2015: Caterina Camporesi con Muove il dove (Raffaelli Editore)

Hai un racconto o qualche poesia? Premio “rapida.mente” (scade il 30-9-15)
Info:  www.faraeditore.ittwitter.com/faraeditore