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venerdì 16 febbraio 2024

Spazio tempo nei versi di Michele Caliano. Tra cosmo e caos…

Michele Caliano, Canna-bis, Fara 2022


recensione di Michele Luongo
pubblicata su Via Cialdini

Spazio tempo nei versi di Michele Caliano. Tra cosmo e caos il fattore umano ci induce alla complessità della riflessione. “Credo negli esseri umani / più bestie che animali.”  

Spazio tempo nei versi di Michele Caliano con il suo nuovo lavoro Canna-bis. Poesie stupefacenti, edito da Fara, crea un ironico dialogo galattico con la quotidianità del fattore umano.

Michele Caliano, astrofilo, con una poesia baciata ci accompagna nel viaggio dell’universo uno spazio tempo con la forza di gravità dell’uomo: “Dicono che lo Spazio e il Tempo abbiano / un’unica equazione/ … spero tanto non sia un bidone enorme / ovvero di grande dimensione. / Nell’Universo/ ogni limite è perso.”

La lettura delle poesie è scorrevole e di piacevole sarcasmo: “Un limite di qua /
un limite di là/ … siam chiusi in una bolla: / speriamo non scoppi come una palla. / Finalmente ritorna l’Infinito/ciclico, casuale e definito/ … così chi ha avuto, ha avuto /e chi ha dato, ha dato.”

La raccolta poetica è arricchita da note di spiegazioni dell’autore che la rende ulteriormente ironica e interessante: “Viviamo nel mondo dell’incontrario dove il male vince sul bene, dove non c’è morale” così i versi: “Anche oggi il mio gallo ha fatto un uovo. / Solo che gli è uscito dalla bocca e non dal culo”. E quei volti nello specchio: “Credo negli esseri umani / più bestie che animali.”

Spazio tempo nei versi di Michele Caliano per una satira che incide nella follia dell’uomo: “… Paura, ansia e terrore / con un pizzico di orrore. /… Anche chi non è contagiato / viene schedato.”, e “In nome dell’economia / deve continuare la pandemia.”, “… Una vita del non senso / per far vostro ogni compenso.”

Il Poeta con il fascino dell’astronomia ci regala versi stupefacenti, fotogrammi che hanno segnato il nostro tempo che ci inducano alla complessità della riflessione sull’essere umano: “La vita di una farfalla è così breve / il tempo di riprodursi e poi morire / in modo lieve / L’essere umano è più longevo / ma del tempo e dello spazio è prigioniero.”

I versi di Michele Caliano hanno una poetica che ci fa sorridere, ma sono anche pungenti, amari, con un linguaggio senza confini narra dell’amore, della bellezza e soprattutto vibrano di autentica realtà quella di ogni giorno che ci circonda che si vive sulla propria pelle: “… la vita dei grandi / esseri arroganti / che senza guanti / distruggono i tuoi sogni / già affranti.”, “Il tempo che scorre / quello della vita / lo chiamano tempo soggettivo.”

Spazio tempo nei versi, una satira colta quella di Michele Caliano. Tra cosmo e caos il fattore umano, con i suoi continui tentativi d’immaginazione e creatività per l’illusione della vita: “Medito per non pensare”.

domenica 31 maggio 2020

Una filosofia che cammina fra noi

di Michele Caliano, Fara Editore 2020

recensione di Gian Ruggero Manzoni


Michele Caliano è nato nel 1963 e vive a Montoro, in provincia di Avellino. Diplomatosi all’Istituto Tecnico Commerciale di Solofra, astrofilo dall’inizio degli anni ’80, ha conseguito negli anni ’90 un attestato quale frequentatore di un corso in astrofisica negli ambiti dell’Osservatorio di Montecorvino Rovella. Socio del Gruppo Culturale “Francesco Guarini”, da sempre è appassionato di cosmologia, divenendo divulgatore scientifico nelle scuole medie statali e presso alcune radio libere del suo territorio. Con Fara, edizioni del sempre bravo , ha già pubblicato, nel 2019, la raccolta poetico-scientifica Theory of Infinity. Così come in nota editoriale del libro oggi in questione: “Con la sua poesia ironica, a tratti scanzonata e irriverente, Michele Caliano ci offre uno spaccato onesto e senza fronzoli della condizione umana, di noi che viviamo sotto questo cielo stellato (così affascinante e misterioso) e calchiamo la superficie di questo pianeta così pieno di contraddizioni, così bello e così bistrattato. Veniamo dunque chiamati a raccolta nelle sue pagine che ci mettono in guardia da facili entusiasmi, dall’attaccarci a teorie transitorie e scientificamente falsificabili, dal costruirci idoli posticci dall’inconsistente effetto placebo, dall’ambire a ciò che umanamente non si può raggiungere, né possedere”. La lettura di questa sua ultima raccolta risulta, come sempre, scorrevole e piacevole, nonché, filosoficamente, ricca di rimandi e di non poche intuizioni, infatti, come poi nel titolo, anche di filosofia si può parlare, quando si affronta la scrittura di Caliano, di una filosofia che dall’alto della torre, dove solitamente la si colloca, scende e riesce a camminare, anche con semplicità, fra noi umani, regalandoci momenti molto intensi e frutto di un’ormai comprovata perspicacia.

martedì 13 agosto 2019

“Il cosmo è dentro di noi”

recensione di Gian Ruggero Manzoni a Theory of Infinity di Michele Caliano, FaraEditore 2019


Michele Caliano è nato ad Avellino il 2 settembre 1963. Vive a Montoro (AV). Si è diplomato all’Istituto Tecnico Commericale di Solofra (AV). Astrofilo dall’inizio degli anni ’80, ha conseguito negli anni ’90 l’Attestato del Corso in Astrofisica presso l’Osservatorio di Montecorvino Rovella (SA). Socio del Gruppo Culturale Francesco Guarini è appassionato di Cosmologia e divulgatore scientifico nelle scuole medie statali e presso alcune radio del territorio. Andrea Biondi, giurato del concorso Narrapoetando 2019, ha definito quest’opera in versi bizzarra e piacevole. Invece il sempre bravo Michele Luongo così ha descritto le composizioni di Caliano: “La lettura della freschezza dei versi della raccolta Theory of Infinity ci riporta a una immediata riflessione: l’intellettualismo ha smarrito il legame con il popolo, con la società. Ed è proprio in queste poesie, satire, ironiche, che incontriamo quella voce tonante della quotidianità che il perbenismo intellettuale, salottiero, finge di ignorare”. 
Quest’opera risulta quale “leggero” (a prima vista) dialogo filosofico che ora chiude e ora apre una discussione, un pensiero, e quando il tutto risulta troppo impegnativo ecco scattare la componente giocosa che profuma di passate spensieratezze (pur sagaci) tipiche di certi sonetti del Belli, del Porta, del Giusti. Ecco alcuni piacevoli passaggi tratti dai testi di Caliano: “Il soggettivo contro l’oggettivo / l’osservatore e l’osservato / che entrambi fanno parte del creato”; “Oggi sono in vena di filosofare / meglio che stia fermo”; “Meno male che di alieni non ne ho visti / gli umani sì, son sufficienti questi”; oppure: “Anche in cattedrale / piena di gente immorale”. Quindi una delle massime finali: “Parlare di infinito o di Dio è lo stesso argomento”; per giungere a: “Il cosmo è dentro noi” … e come non dar ragione a questo nostro autore?

martedì 25 giugno 2019

Un’opera ironico-didascalica di Caliano: versi sull'universo


Michele Caliano, Theory of Infinity, Fara 2019

recensione di Vincenzo Capodiferro pubbicata su Insubria Critica




Theory of Infinity è un’opera poetica di Michele Caliano, edita da Fara, Rimini, 2019. Michele Caliano è nato ad Avellino il 2 settembre 1963. Vive a Montoro. È un astrofilo datato. Socio del gruppo culturale Francesco Guarini è appassionato di cosmologia e divulgatore scientifico nelle scuole medie e presso emittenti radiofoniche. Theory of Infinity è un’opera poetica ironico-didascalica, ove si trovano intrecciate forme standard, vicine a un linguaggio scientifico adattato al verso, con espressioni comiche, a volte anche molto forti, e diremmo quasi volgari. È uno stile veramente originale. Certe conclusioni ti fanno riflettere: il lettore è portato a fermarsi, ridere e pensare. Ma questa è una bellissima cosa! Per questo potremmo anche dire che l’opera del nostro Michy (ce lo consenta) si avvicina a certe tipologie satiriche con attacchi di fescennina memoria. D’altronde Michy proviene dalla tradizione atellana irpino-lucana. In questo intreccio favoloso la fabula rimanda naturalmente all’Infinito, grande tema, che ha tenuto impegnati e ha tormentato intere generazioni di filosofi, letterati, scienziati, matematici, artisti, musicisti e compagnia bella.

Che sia tartaruga o serpente
niente di male pensare all’infinito
attuale o potenziale.

Da Anassagora a Pitagora a Zenone …

Dal caos aristotelico
ad Archimede curvilineo.

Di Copernico il sistema è eliocentrico
di Galileo è la scienza moderna.

Gli infinitesimi di Cantor dall’infinito assoluto…

Di Einstein l’universo è chiuso
in un cerchio fuso…

Etc., etc.
Non stiamo qui a citare il naufragio leopardiano, anche perché Theory non è un’opera romantica. Tuttavia il romanticismo c’è, ma si è spostato sul piano scientifico, cosmologico. Questo è un fatto culturale: molti scienziati dagli inizi del secolo scorso hanno cominciato a riprendere le teorie cosmologiche ed a inseguire di nuovo la chimera dell’infinito, il big bang e cosa c’era prima del big bang e cosa ci sarà dopo. Queste domande Michele se le pone. Ma se le poneva anche Agostino: cosa faceva Dio prima della creazione? Si guardava allo specchio: prima cosa mi creo io (Io sono Dio), e poi? Poi… Boom! Una grande esplosione: bing, bing… bang… Dovremmo chiederci come fece Cartesio: chi è che ha messo questa idea, cioè “Infinity”, nella mia testolina? È innata! L’infinito è diverso dall’infinità: lascio al lettore la riflessione sulla differenza… Oggi la poesia, poi, non è più considerata la foriera del vero. Ecco come risponde Michele:

Noi siamo l’universo cosciente
(principio Antropico universale per
Tutti gli esseri intelligenti e coscienti)
Prima e dopo non c’è nulla, niente.

Noi siamo il pensiero
unico e vero
(filosofia orientale ed occidentale) …

Noi siamo l’infinito degli infiniti…

Ecco! Abbiamo dato un’idea di come si muove Michele: stile libero, sciolto. Prima di procedere vorrei lasciare alla mente del lettore un’altra domanda: che differenza c’è tra nulla e niente? … Il principio antropico, forte, debole (non stiamo a rammentare i deboli di mente di Vattimo), da chi fu formulato? Kant: la rivoluzione copernicana del Soggetto. Ma in fondo, se ci pensiamo questo principio ci dà ragione fortemente, cioè dà ragione alla cultura italiana: l’Umanesimo. La scienza sta recuperando l’Umanesimo. E questa è una grande impresa. Poi, noi siamo la punta pensante e cosciente dell’iceberg freudiano dell’Universo. L’Universo non è una cosa, ma una Persona. Questo mette bene in evidenza il Nostro! Certo non è facile riportare la scienza in versi dopo la separazione delle scienze della Natura da quelle dello Spirito. Oggi la formazione, come già sottolineava Geymonat, è ingabbiata in compartimenti stagni. Questo è il rischio. Siamo vittime della lezione del postmoderno di Lyotard: ogni valore è atomistico. All’interno del quadro molecolare dei saperi già si raggiunge una verità relativa, per cui è inutile ricorrere a narrazioni metafisiche. Purtroppo non è così, perché i pensieri non sono atomi, non sono le proposizioni protocollari dei neopositivisti logici. Anche il postmoderno è una grande narrazione metafisica. Ma volete che la gente comune usi le “proposizioni protocollari”? E che so’? O anche gli scienziati si imparino a memoria le proposizioni atomiche, o protocollari. E che se ne fanno? I neopositivisti viennesi forse si erano fatti una birra di troppo! C’è un sottile filo conduttore che collega ogni forma di pensiero e di vita. L’Universo è un tutto e lo possiamo guardare solo come un tutto, cioè seguendo dei principi gestaltici: così fece anche Einstein. L’opera di Caviano rivela che lo spirito umano è universale: è scientifico ed umanistico insieme e nello stesso tempo. Le scienze della Natura e dello Spirito sono prodotto dell’uomo e non viceversa: questo è il principio antropico. Noi siamo la mente dell’universo: questo è l’intelligent design. Dobbiamo superare questo feticismo della scienza. L’uomo è il creatore di tutte le scienze. Nella poesia, che riprende la poiesis, o creazione originaria dell’universo, possiamo raggiungere questa sintesi meravigliosa tra la parte destra e la parte sinistra del cervello, tra l’intelligenza A e l’intelligenza B. Siamo come due mezze facce incollate in una simmetrica unità: due mezzi uomini incollati. Ragione e sentimento sono incollati. Tutti gli esseri viventi rispettano questa unità simmetrica tra i nietzschiani apollineo e dionisiaco. Forse a questo alludeva il mito della mela di Platone, la famosa mela di Adamo ed Eva. Hegel diceva che la mela ha procurato tre danni irreparabili all’umanità: il peccato originale, perché fu mangiata da Eva, la guerra di Troia – Elena – e la gravità – Newton. Ed è vero. Oggi anche la gravità è stata superata. Il Demiurgo prese due parti e le mise insieme in un insieme meraviglioso.

Il cosmo è dentro di noi (Carl Sagan)
di esso noi siamo autocoscienza
di tutta l’energia e della materia
possiamo fare esperienza
(anche quando ci fa male la panza)

Bella questa citazione che ci ricorda i nostri umanisti: l’uomo è microcosmo. Ficino: copula mundi! Pico: magnum miraculum! Alberti: faber fortunae suae! L’umanesimo aveva raggiunto la sintesi meravigliosa dei due cervelli in Leonardo, l’artista-scienziato, il vero inventore del metodo sperimentale, ripreso da Galileo.

Michele ci dà anche dei principi universali molto forti di cui citiamo solo alcuni:

2. Non c’è limite al nostro desiderio di sapere…
3. Nessuna differenza tra scienze e religioni…

Finalmente si deve superare questo atavico contrasto tra ragione e fede, come pensava anche Spencer. Questo contrasto dura oramai dal Trecento, quando il barbiere Occam, col suo rasoio, tagliò la metafisica prima di Kant. Materia e Spirito sono due aspetti dello stesso universo. Il dualismo tra teorie corpuscolari e teorie ondulatorie lo dimostra. L’universo è mirabile sintesi di massa ed energia, cioè di materia e spirito E=mc2. La teologia dovrebbe studiare il mondo dell’energia, la scienza quello della massa.
Theory ofInfinity si pone come opera didascalica, cioè atta all’insegnamento, è un’opera semplice, ma non semplicistica. Si pone in maniera volutamente popolare. Ed usa la bellissima spada a doppio taglio dell’ironia, quel “riso” aristotelico che fece impazzire Eco. Un’arma che risale a Zenone, ai Sofisti, a Socrate e scivola fino ai nostri tempi. È un’opera adatta a tutti: può leggerla disinvoltamente lo scienziato o il letterato, il ragazzino delle scuole medie, fino alla persona comune. Per questo è universale. Il tema dell’infinito, poi, come sempre è sempre affascinante e ci pone delle domande esistenziali molto forti. Quelle stesse domande che si poneva Petrarca, il padre del nostro umanesimo: io infatti mi domando a che giovi conoscere la natura delle belve e degli uccelli e dei pesci e dei serpenti e ignorare o non cercare di sapere la natura dell’uomo? Perché siam nati? Donde veniamo? Dove andiamo?

giovedì 4 aprile 2019

Vincitori Narrapoetando 2019

FaraEditore e i giurati 
 del concorso Narrapoetando 2019 sez. Poesia
(v. anche la sezione Narrativa/Saggio)
sono lieti di proclamare i Vincitori 
che hanno ricevuto la pubblicazione premio

I. class.

Ho scritto questo salto di Marco Colonna (Forlì)


Marco Colonna (foto Renzo Zilio) è nato a Palermo il 4 aprile 1964, vive a Forlì. Dirige dal ’99 il portale web di cronaca e attualità politica sestopotere.com. Cura il canale You Tube Lotta alle mafie. Ha scritto articoli per: Il Messaggero – Forlì, Gazzetta di Romagna, Il Resto del Carlino, La Voce di Forlì, Il Momento, RomagnaSera, Il Giornale, Lo Stato, Il Borghese, L’Uomo Qualunque. Ha collaborato con i Tg e Rg di VideoRegione e radio locali. Ha pubblicato libri di cinematografia. Poesie selezionate e segnalate nei concorsi Faraexcelsior 2016 e 2017 e Zuppardo (inserite nelle sillogi del Premio La Gorgone d’oro 2017 e 2018). Ha pubblicato con Fara le raccolte poetiche Ani+ma (2016) e Siamo sono (2017, finalista al Premio Città di Arona 2018). Nel 2018 è stato inserito nelle antologie: L’orizzonte delle metafore (Edizioni Tracce) e La responsabilità delle parole (FaraEditore). Ha partecipato a numerosi reading e letto poesie nel corso della Settimana del buon vivere 2018. Web: paroledelcuore.com, poesianuova.com, scrivere.info, portfoliopoetico.com, poesieinversi.it, e video-poesie nel canale YouTube Marco Colonna Poesie.


«Ho scritto questo salto è un trittico che inizia con un primo salto nello “schianto-pianto” della realtà, un nonsense della disgrazia che, tutt’altro che umoristico, spacca il cuore per il suo eccesso di significati e non per la sua assenza. Primo salto che a caduta libera entra in una mise en abyme (messa in abisso), quale decostruzione del reale o, come vuole il poeta, quale ricostruzione di un “disessere” dove tutto, in questo grande stomaco del mondo, si fa cibo e riciclo. Salto che atterra in uno scenario contemplativo, dove quell’iniziale “terra a cui do le spalle” diviene unico elemento di “levità”. Il cuore del poeta, dunque, batte al ritmo di questi tre salti o passi di danza: riempirsi di forza di gravità; svuotarsi e sgravarsi del proprio essere; rimanere, infine, in lieve e aggraziato equilibrio sopra un filo contemplativo fra il reale e l’irreale. Questi tre movimenti sono il movente che mi fa prediligere detta silloge rispetto alle altre.» (Serse Cardellini)

«La raccolta prendendo spunto da occasioni e momenti della vita dell’autore, ma anche da episodi collettivi, si innalza ad una meditazione sul destino e il senso dell’esistenza, con un verso che pure nella sua varietà metrica mostra una sotterranea compattezza e riconoscibilità.» (Francesco Filia)

«Anche quando si fa carico di dispiegare un dramma, sezionandolo nelle sue particelle più dolorose, è poesia esistenziale. Si interroga con insistenza nonostante lo stesso cruccio si ripeta: la verità resta un abbozzo.» (Angela Caccia)

«Opera composita, formata da un corpus stilisticamente eterogeno, eppure capace di legare l'attualità, l'interiorità, la storia, dando voce a ciò che resta.» (Andrea Parato)

«In Ho scritto questo salto la morte è una presenza viva e familiare e nei suoi confronti c’è un’esplorazione creaturale, privata dell’inevitabile commozione, nutrita da contemplazione serena della finitudine umana. La Parte Prima ferma il tempo di tre precisi avvenimenti accaduti ed il verso si muove tra una “memoria viva” ed una “rabbia eternamente giovane”. In ognuno dei tre salti (“Prima della realtà”, “Mise en abyme”, “Contemplazione”) i versi sono tenaci, appassionati, un corpo a corpo con passaggi coraggiosi per esplorare, scavare, appuntare con maestria momenti intimi e profondi, “sottovoce dove brulicano i silenzi e il respiro si appiattisce”.» (Adalgisa Zanotto)


II. class.

Nel fiato umido dell’autunno di Mariangela De Togni (Piacenza)


Mariangela De Togni, nata a Savona, è suora delle Orsoline di Maria Immacolata (Piacenza). Insegnante, musicista, studiosa di musica antica. Membro dell’Accademia Universale “G. Marconi” di Roma, ha pubblicato le raccolte di versi: Non seppellite le mie lacrime (1989), Nostalgia (1991), Una Voce è il mio silenzio (1995), Chiostro dei nostri sospiri (1998), Profumo di cedri (1998), Un saio lungo di sospiri (2000), Flauto di canna (2004), Nel sussurro del vento(in Quaderni di Letteratura e Arte, 2005), Nel silenzio della memoria (ne Le visioni del verso, 2008), Cristalli di mare (2010), Fiori di magnolia (2011), Frammenti di sale (2013), Si può suonare un notturno su un flauto di grondaie? (2016, prima classificata al Faraexcelsior). È presente nel Dizionario della Biblioteca di Stato, in agende, antologie, blog e riviste di poesia contemporanea. Numerosi i premi e i riconoscimenti.


«Questa raccolta è una contemplazione della bellezza della Natura, percepita come una realtà viva e animata da una tensione infinita, in cui l’Io poetico si confronta con la solitudine e con il fluire del tempo.» (Nicoletta Mari)

«La silloge offre un “ventaglio di possibilità” ed anche una “gronda divina” dove riparare. Poesia mistica, di rimandi biblici, evocativa di fede per il “creato”, che stupisce e tutto azzera rendendolo alla sua origine divina. Oggi più che mai la poesia ha l’urgenza di occuparsi della natura che ogni giorno ci dona la luce e il buio. Il poeta parla a chi si veste di vento, di mare, di aurora, di notte, di natura primordiale. Il “tu” trascende e l’autunno è solo un pretesto. Non è una “chiesa vuota” questo fluire di versi.» (Colomba Di Pasquale)

«Opera dai versi brevi, composti e delicati, quasi rarefatti, talvolta. Non scevra di citazoni, mai ostentate, sa mantenere un proprio linguaggio intimo.» (Andrea Parato)


III. class.

Nuove anime di Vincenzo D’Alessio (Montoro, AV)


Vincenzo D’Alessio (Solofra 1950), laureato in Lettere all’Università di Salerno, ha ideato il Premio Città di Solofra, fondato il Gruppo Culturale “Francesco Guarini” e l’omonima casa editrice. Acuto e attento critico letterario, ha pubblicato saggi di archeologia e storia, recensioni e versi in numerosi periodici, antologie, siti e blog (in particolare Narrabilando e Farapoesia). Raccolte poetiche per i tipi di Fara: La valigia del meridionale e altri viaggi (2012, 20162); Il passo verde (in Opere scelte, 2014); La tristezza del tempo (in Emozioni in marcia, 2015) e Alfabeto per sordi in Rapida.mente, 2015) poi in appendice a Immagine convessa (2017), opera finalista al concorso Versi con-giurati. Nel 2017 è uscita la raccolta Dopo l’inverno, II class. al Faraexcelsior, III premio del Concorso Terra d’Agavi 2018 (Gela, AG), segnalata al Premio Civetta di Minerva (Summonte, AV), finalista al Premio Tra Secchia e Panaro 2018 (Modena). Del 2018 sono i Racconti di Provincia.


«L’anima sembra “naufragar” nella natura e la Natura diventa epifania delle emozioni, dei ricordi, del vissuto del Poeta. Siamo dinanzi ad una manifestazione di panismo, in cui l’Io lirico si mescola e si confonde con il Tutto. Il linguaggio è essenziale, nitido, ricercato, estremamente preciso.» (Nicoletta Mari)

«La canzone e le migrazioni. Il Poeta fa parlare luoghi e nostalgie “le stanze dell’aulica casa/riportano l’eco della voce” e poi gli abbandoni: “portami al confine della vita” “casa dei sogni” “nella polvere del ritorno”. La quieta polvere di Emily Dickinson e scorgo in lontananza un Vittorio Sereni che si sporge su questa silloge. Poesia che rimbocca le coperte nel freddo inverno, che tiene vivo il fuoco del focolare del Sud del mondo per chi è andato a Nord. Una poesia che insegna e ammonisce: “I giovani del Sud /non tornano rimangono / clandestini”, necessaria in questo tempo di silenzi disumani e di chiusure aberranti.» (Colomba Di Pasquale)


Altre opere votate

Theory of Infinity di Michele Caliano (Solofra, AV)


Michele Caliano è nato ad Avellino il 2 settembre 1963. Vive a Montoro (AV). Si è diplomato all’Isituto tecnico commericale di Solofra (AV). Astrofilo dall’inizio degli anni ’80, ha conseguito negli anni ’90 l’Attestato del corso in Astrofisica presso l’Osservatorio di Montecorvino Rovella (SA). Socio del Gruppo Culturale Francesco Guarini è appassionato di Cosmologia e divulgatore scientifico nelle scuole Medie statali e presso alcune radio del territorio.


«L'autore di Theory of Infinity diverte il lettore con una poesia didascalica che vorrebbe spiegare con ironia i più intricati enigmi della scienza e dell'universo, maggiore dei quali è il concetto di infinito. Il risultato di questo sforzo didattico è una silloge bizzarra ma piacevole. Dietro all'ironia si coglie un certo pessimismo nei confronti dell'agire umano. L'effetto umoristico è reso dall'alternarsi di termini scientifici e squarci autobiografici e dall'uso di rime volutamente infime o addirittura volgari.» (Andrea Biondi)


Suite visionaria di Gabriella Bianchi (Perugia)

«Poesia di stagioni, di affanni, di assenze, di “creato”, di ricordi e in tutto questo il Poeta “come volpe affamata” cerca un abbraccio che le salvi la vita. Poesia di ancestrale clausura, di sbigottimento alla vita e alla morte, poesia che guarda alla terra e all’infinità del cielo. Poesia tormentata che ricorda il dolore di vivere di Silvia Plath o di Amelia Rosselli.
“Il dolore fa uscire di senno, anima mia…” come non essere d’accordo? E poi arriva una luce in tanta visione nel Po di Volano con “gli occhi perduti/in quel dolce infinito”.» (Colomba Di Pasquale)

«È una potente silloge Suite visionaria, sicuramente la migliore della competizione. Una poesia mesta come una lenta sinfonia in minore, ma che rapisce l'ascoltatore, o il lettore, come accade al fedele ortodosso in contemplazione dell'iconostasi di una sperduta chiesa russa. L'autrice ordisce il grande racconto della propria vita con un linguaggio semplice e piano, il quale, proprio nella semplicità, attinge la potenza visionaria delle immagini. Racconto che si fa verso contro la "favola insanguinata" del mondo; salvezza "per non infoltire la schiera dei folli e dei suicidi". Abbiamo detto poesia mesta, ma dalla quale alla fine è possibile suggere "il vino profondo dell'amore".» (Andrea Biondi)


Quello che resta dopo le parole di Daniela Sandrolini (Marzabotto, BO)

«È una poesia che narra con leggerezza i drammi umani, che racconta la dura ed integerrima vita della gente di montagna, che induce a scoprire il legame con le proprie radici per ritrovare sé stessi.» (Nicoletta Mari)

«Un profluvio di parole, il succedersi di fotogrammi vecchi e nuovi, e un verso che su tutto s’innalza, ora timido ora audace, a raccontare il raggio che sta frugando l’anima.» (Angela Caccia)

«La vita dentro in Quello che resta dopo le parole. La sensazione e la soddisfazione di trovarsi a tu per tu con chi sa catturare la bellezza intorno, della casa dei gigli nella foresta dei faggi sul confine degli argini… e sa tradurre in versi la gioia di immergersi nelle tinte variegate che abbelliscono il mondo. È la gratitudine e la forza di chi ha occhi che sanno vedere, che sanno camminare accanto senza esserci. È un gioco di immagini effervescenti, dispiegato a catturare la pulsione anche di chi “adesso siede in una terra di nuvole”.» (Adalgisa Zanotto)


Rotta carovaniera di Stefano Sioli (Sesto San Giovanni, MI)

«All’autore va riconosciuto un giovanile buttarsi scomposto e di pancia tra i versi.» (Serse Cardellini)

Quello di Rotta carovaniera è un viaggio, o più viaggi, al tempo stesso geografico esistenziale e interiore. I testi, nella loro varietà formale, si presentano come vere e proprie tappe di una mappatura dell’anima che ritrova o perde se stessa nei luoghi che attraversa, nei momenti di rivelazione e smarrimento che anche un dettaglio può donare. (Francesco Filia)


Così in terra di Massimiliano Bardotti (Castelfiorentino, FI)

«Opera corale, delicata e intensa, seppur non originale nello spunto, capace però di dare freschezza alle voci – poetiche – di chi lascia una traccia di passaggio. L'autrice/autore sa rendere con perizia e varietà stilistica il proprio sentire interiore filtrandolo delicatamente attraverso l'empatia con le voci che si raccontano e raccontano qualcosa anche di noi.» (Andrea Parato)


Il segno di Salvatore Enrico Anselmi (Viterbo)

«Gratitudine per Il segno: lascia un segno del quotidiano e pesante carico che attraversa i giorni degli uomini e dei ciclopi e diventa canto libero e aperto del “cuore pensante” la cui corrente sospinge lontano. I versi pregnanti d’una puntuale attenzione alla parola donano un’educazione alla sensibilità e alla consolazione. E ancora di più, immagini e avvistamenti del “peso lineare dell’orizzonte che salta ogni giorno come un pesce”, fissano altezza e vuoto di quanto possa resistere al flusso inarrestabile del tiepido “corso del tempo che ci accompagna”.» (Adalgisa Zanotto)