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mercoledì 11 marzo 2026

Arte della parola in Sala Arazzi Rimini 20 marzo 2026

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Comune di Rimini


Grazie all’Assessore alla Cultura del Comune di Rimini Michele Lari, al Direttore del Museo del Città  Alessandro Giovanardi e ai loro collaboratori


venerdì 20 marzo 2026 dalle 15:00 alle 19:00
nella Sala Arazzi del Museo della Città
con ingresso in via Tonini 1

Arte della parola
incontro e dialogo con poeti e scrittori


15:00 Accoglienza e saluti delle Autorità

15:15 Due racconti opera narrativa I class. al Narrapoetando 2026 – Giampaolo Proni (Faenza, 1955) è stato allievo e poi collega di Umberto Eco presso l’Università di Bologna. Ha svolto attività di pubblicista per testate come IlSole24Ore e ha lavorato per la RAI. Nel 1989 ha pubblicato il primo romanzo della trilogia dedicata all’intelligenza artificiale ASIA: Il caso del computer Asia (Bollati-Boringhieri), seguito da La dea digitale (Fazi 2000) e Digit_Zero (Aracne 2008). La trilogia è poi stata riproposta da Antonio Tombolini editore. Ha scritto il giallo per ragazzi L’indagine di Maria H. (Signorelli 1993) e diversi racconti di fantascienza, tra i quali “La corsa di Jimmy Boot”, in Cyber Punk (Millelire Stampa Alternativa 1995).

15:30 Appartengo a te
romanzo 
vincitore al Narrapoetando 2025 – Arianna Biscotto abita a Cervia da quasi tre anni e la sua casa dista esattamente 350 metri dal mare. Adora tutto di lui, il colore che cambia ogni giorno, il rumore che sente dalla stanza quando è in burrasca, l'odore della salsedine, raccogliere conchiglie, passeggiare sulla sabbia a piedi nudi e il colmo qual è? Non va mai a fare il bagno, perché non le piace l’acqua…

15:45 Memini, meminisse – Gianpaolo Anderlini vive nel modenese. È redattore della rivista QOL (dialogo ebraico-cristiano). Con Fara ha pubblicato: Giobbe. Opera in versi (2018), Distopie (2020), Versi di/versi. Diario poetico ai tempi del coronavirus (2020), Variazioni (2021), Devarìm ’acherìm (Parole altre) (2022), Incontri (2022), Figli di Qohèlet (2023), In limine e Salmi (2024). Opere recenti: Io sono tuo, salvami! Commento al Salmo 119 (Chirico 2022), E come potevamo non cantare (Altrimedia 2023), Canto del ritorno (Lupi 2024), La lingua del santuario. Introduzione all’ebraico biblico in ventidue lezioni (2 voll. EDB 2024).

16:00 Tre racconti inquieti opera vincitrice al Narrapoetando 2025 –
William Protti, nato a San Marino, vive a Santarcangelo di Romagna (RN). È appassionato di fumetti e ha impaginato alcuni libri, ultimo dei quali Lo splendore della Verità (Pazzini, Villa Verucchio, 2022). Fra il 2015 e il 2018, i racconti Un giorno di follia e La minaccia, e i romanzi Kronin. Visioni del futuro e Vera sono stati premiati in vari concorsi indetti da Fara Editore e pubblicati. Con il romanzo Eghena (Fara 2024) si è classificato I al Concorso Faraexcelsior.

16:15 La notte ha un sapore di cose lontane (raccolta antologica 1997-2023) –
Bruno Bartoletti nasce a Montetiffi e vive la sua gioventù a Ponte Rosso di Pietra dell’Uso, frazioni del comune di Sogliano al Rubicone (FC), dove ora risiede. Laureatosi nel 1967 in Materie Letterarie presso l’Università degli Studi di Genova, nel 1974 è nominato assistente ordinario alla cattedra di Storia della letteratura italiana moderna e contemporanea presso l’Università degli Studi di Torino, nomina a cui rinuncia per dedicarsi all’insegnamento. Svolgerà dal 1981 al 2008, anno della pensione, la funzione di preside negli istituti tecnici. Uomo di scuola e promotore culturale, solo molto tardi inizia a pubblicare: nel 1997 Trasparenze – Frammenti di memorie; nel 2000 Le radici; nel 2001 Parole di Ombre; nel 2005 Il tempo dell’attesa; nel 2012 Sparire in silenzio ritrovando il vento delle strade; nel 2017 I volti non hanno più nome; nel 2019 eppur, felice te che al vento; nel 2023 Una remota stazione, raccolta antologica 1997-2023. Nel 2017 esce il saggio È sempre lunedì «Voglio ringraziarvi tutti per avermi concesso di insegnare», in cui raccoglie le sue esperienze di scuola; nel 2018 Ma i veri viaggiatori partono per partire: è il suo primo libro di narrativa, portato in scena nel 2019 dalla Compagnia teatrale “Samarcanda”, con la regia di Nais Aloisi. Nel 2021 Lunga è la notte che non trova mai giorno; nel 2022 Storia incompiuta di un solitario viaggiatore.

16:30 Continuità e discontinuità nello spazio poetico –  Giuseppe Armani, laureato in Scienze della formazione e dell’educazione e in Filosofia, dal 2024 è Cultore della Materia in Pedagogia Generale, in Teoria delle Relazioni di aiuto e in Filosofia teoretica presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano. Maestro Internazionale Senior di scacchi (ICCF), da oltre quarant’anni ha posto al centro della sua ricerca l’epistemologia dello spazio e la relazione tra spazio e linguaggio. Autore di romanzi, racconti, saggi, ha pubblicato sei raccolte di poesie: Thlenai, 2011; Flatus vocis, 2012; Ordine revocato, 2013; Locus, Loqui (2024, Leonida Edizioni); Αναγνωρισις Riconoscimento (2024, Kanaga Edizioni); L’Occhio inciso (2025, Leonida Edizioni); e il saggio Dall’Inter-vallo. Intorni della parola poetica (2011, Leonida Edizioni).

16:45 non arresi conversazioni poetiche – anna delle crete nata a Rimini, dove vive, frequenta la poesia sin dall’infanzia, tra interruzioni anche di lunghi anni e “urgenti” riprese. Ha pubblicato le raccolte Colibrì (Fara 2010), A mio padre (Helicon 2014) – parzialmente riunite nell’edizione Fara 2019 –, Sequenze auree (Raffaelli 2022) e numerosi testi sparsi usciti in volumi collettanei, alcuni dei quali raccolti nel presente volume. Con attenzione agli aspetti di intertestualità biblica si è occupata dell’opera di A.V. Reali, M. Guidacci, C. Campo e di poeti che in tal senso possono per tanti aspetti ritenersi archetipi, quali E. Dickinson, T.S. Eliot, R.M. Rilke.

17:00 Padre nostro – Giuseppe Vanni vive a Cattolica: laureato in Lettere e Filosofia all’Università di Bologna, insegna Storia e Letteratura nella scuola media superiore. Padre nostro segue le raccolte Transumanesimo (Fara 2021), Paris Necker (Fara 2017) e Horror Vacui (Narcissus 2013). In saggistica ha pubblicato Badlands. I luoghi mitici della frontiera americana e la cultura di massa (Narcissus 2016), Il federalismo europeo in Italia (Street Lib 2019) ed Europa federata (Street Lib 2019).

17:15 Le Leonesse. Storie di missionarietà al femminile – Paola Spigarelli, nata nelle Marche, è romagnola di adozione. È educatrice, moglie e madre. Fin da piccola è innamorata dei libri, che l’hanno accompagnata nella sua formazione e arricchita nella sua crescita personale. Dopo la laurea in Pedagogia, ha seguito per diversi anni corsi di letteratura femminile che hanno alimentato e rinnovato il suo amore per biografie e scritti di donne. Ha pubblicato Sorelle e madri (premio Faraexcelsior 2019) e, nel 2020, Le scrittrici di D’Io.

17:30 Cuoia – Gianni Marcantoni (San Benedetto del Tronto, 1975) vive nelle Marche, è laureato in Giurisprudenza. Le sue pubblicazioni: Al tempo della poesia (2011), La parete viva (2011), In dirittura (2013), Poesie di un giorno nullo (2015), Orario di visita (2016), Ammessi al paesaggio (2019), Complicazioni di altra natura (2020), Panorama dei lumi (plaquette, 2021), Sedime (2024). Inserito nella Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (Aletti 2017) e su Italian Poetry, diviene nel 2020 co-fondatore di Wikipoesia. Sue citazioni e liriche compaiono in diverse antologie, cataloghi d’arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste. Ospite in alcune rubriche letterarie e reading, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

17:45 La voce del sangue noir in versi vincitore al Faraexcelsior 2025 – Matteo Pasqualone nasce a Cesena (1987). Scrittore e teologo, da anni si interessa del rapporto fecondo tra letteratura e teologia. Fra gli autori più amati e studiati: Flannery O’Connor, Louise Glück, Cormac McCharty, John Steinbeck e John Ronald Reuel Tolkien. Ha cominciato a studiare l’ebraico per approfondire meglio la conoscenza della Bibbia. Ha pubblicato articoli su riviste teologiche e tre sillogi poetiche: Scommessa d’eterno (Il Ponte Vecchio 2016), Ogni nascita è dal caos (Fara 2020) e Le tre margherite (Fara 2024).

18:00 Dibattito aperto e interventi flash di Daniele Ricci, Marco Colonna, Enrica Musio, Fabio Cecchi, David Aguzzi, Stefano Bianchi 

Ingresso libero fino esaurimento dei posti.

martedì 17 giugno 2025

Tre poesie e una postfazione da "La terra silenziosa" di Massimo Botturi





LA SCOMPARSA DELLE API

S’è prosciugato di api il cielo duro
cattura il sonno degli ultimi, e poi plana
sui ferrivecchi chiusi e i mercati del rione.
C’era lavanda nell’aria, qualche foglia
gli ombrelli tondi fatti di sole, e vino nuovo.
I vecchi consumavano gli occhiali sul giornale
io ti cercavo incontrandovi il mio mare
le acciughe come stormi di uccelli;
come il tempo, tenuto nelle mani
un non necessario istante.
S’è cancellato piano dal cielo il volo d’api
sono a cercare l’estate in un altrove.
Io tengo la tua bocca d’inverno
perché è miele, e anche quando grida
è un quaderno elementare
un gesso bianco a orario continuo
scrive: evviva!


PRIMITIVO

Metti sul lago ghiacciato il piede nudo
adesso che la vita è un istante d’ossatura
un cedere costante che allarga;
un vetro piano, dove la terra è sepolta
e dorme fonda. Metti il tuo piede, fratello
e ascolta il taglio, la febbre, l’emozione
l’elettrica frattura. Sii nudo come l’anima
quando non ha più scuse, e vette opalescenti
da aggiungere. Sii nudo, come la guancia
nel giorno di Natale, ai baci colorati
alle pizziche, ai tuoi sogni. Metti il tuo piede
sul ventre di una donna, ascolta gli animali
selvatici, le rose, i torrenti nel disgelo
le Indie zafferane. 
Metti il tuo piede nel mondo, e fallo giusto
come l’incanto del giorno, e della sera
come la Musa notturna e il puro amore.
Come la veglia ad un vecchio, il suo sfiorire
petalo uno sul figlio, e gambo, e stelo.


MILLE MODI DI DIRE ADDIO

All’essere che ero, forma di pesce e squama.
All’alito dell’acqua che predica perenne
alla corrente marittima e al ruscello.
A ciò che bevo e rimane, fango, creta.
Alle mie dita caudali, all’uomo in fasce
all’utero materno di melma e miele insieme.
Alle mie origini sterno e mandibola
alla guancia, la lingua indagatrice animale
alla natura, che liberò dal grezzo la bocca
e la parola. A quell’istinto puro mai morto
di imparare, osservare, e poi di amare.
Al me brutalizzato nei campi, all’uomo mite
coraggio e poi pazienza di frutto.
All’ossatura, venuta un grande albero
di fuoco e di armonia. All’incipit di vita
il suo epilogo; al poema, d’avere traversato
nel tempo caos e luce. A tutto 
quel che dopo verrà, io dico - addio.

Di fronte al titolo di questo libro, il collegamento con La terra desolata di T.S. Eliot (o "devastata", secondo una traduzione più recente) è apparso ai miei occhi immediato e spontaneo.
Non posso negare che questo retropensiero mi abbia accompagnato e condizionato durante la prima lettura del presente testo. 
Il poema eliotiano ruotava e ruota attorno ai temi della spersonalizzazione, della disumanizzazione e dell'incomunicabilità; incarnava e incarna lo spirito del proprio tempo: un'epoca segnata dalla recente fine di una guerra mondiale e presaga di un'altra incombente.
Il testo di Botturi, si parva licet, ha la medesima ambizione: fotografare il proprio Zeitgeist. Annusando lo spirito del tempo contemporaneo Botturi paventa una possibile distruzione della vita umana sulla Terra, causata da un Antropocene mal gestito, e il conseguente silenzio che ne deriverebbe. 

Questo è il tema di fondo, preannunciato anche nelle pagine introduttive. 
Tuttavia, ai miei occhi, poesia dopo poesia, la figura della Terra, con la sua naturale bellezza, il suo destino di deterioramento, la sua potenza e fragilità, si confonde e si trasfigura allegoricamente nella donna amata. Il libro si trasforma così in un canzoniere, in una straziata dichiarazione di fedeltà all’amore e all’accudimento. 

Ci troviamo dunque di fronte a un omaggio, a un canto d’amore indirizzato alla fragilità del mondo e delle persone che lo abitano. 
Un amore che è al contempo sublimato e carnale. 
Un canto che tenta di accordare, di rendere intonato, il grido di dolore che eromperebbe dalla gola, se non albergasse nell’autore una fiducia cieca nella straziante bellezza dell’esistenza. 
Si tratta di un omaggio personale e autobiografico, che, evitando il registro diaristico, si fa voce collettiva, voce di strenua resistenza alla fatica, al dolore, alla transitorietà dell’esistenza. 
La parola poetica che scaturisce da questo atteggiamento è parola limpida che pare trattenere le lacrime sulle bordo delle ciglia.

Botturi è un poeta lirico: non può prescindere dal sé, dalla propria interiorità. 
Anche quando ambisce a cantare il mondo, lo canta dal proprio personale punto d'osservazione: dal tinello di casa, dall'orto sul retro, dagli stenti campi della sua periferia milanese. 
È un canto che nasce da una visione intima e privata, ma che, per la sua generosa intensità, si fa universale.

Chi come me conosce, anche sommariamente, la biografia dell’autore è portato a sovrapporla ai suoi testi, a cercare e a vedere in questi collegamenti le tracce delle sue esperienze personali. 

Rimane da decidere se questa conoscenza rappresenti un arricchimento per il lettore consapevole oppure se sia preferibile che il lettore si confronti soltanto con il testo nudo, libero dalla figura dell’autore. 
A tale domanda non so dare risposta e da tempo ho sospeso agnosticamente ogni giudizio.

Nella scrittura di Botturi leggo quella che mi azzarderei a definire un’ossimorica carnalità delicata. 
Una carnalità che erompe da un linguaggio tellurico e visionario, a tratti sull’orlo del refuso, dell’errore sintattico. 
Ma è proprio da questa tensione, da questo nervosismo sintattico, che la lingua poetica di Botturi trae la propria forza.
La sua narrazione si sviluppa per associazioni e per accostamenti fulminei di immagini, dove talvolta sfugge il senso immediato, ma non l’ambientazione, non il concetto generale, che appare per suggestioni e accostamenti analogici. 
Talvolta, non è chiaro neppure chi sia il "tu" al quale l’io lirico si rivolge. 
Il lettore? La natura? Un'entità suprema che potremmo definire divinità? 
A me piace pensare che Botturi si rivolga sempre alla musa, alla donna amata, la quale, allegoricamente, rappresenta la Terra fertile, la natura allo stato primordiale: generosa di frutti e fragile allo stesso tempo.

È mia convinzione che sia innanzitutto lo sguardo proiettato dal poeta sulle vicende dell’esistenza a creare la poesia. 
Ma è innegabile che ciò che traduce quello sguardo in parole condivise sia la lingua. 
La lingua di Botturi è lingua poetica che, pur attingendo a un vocabolario del quotidiano, stravolge le frasi e gli accostamenti semantici per spiazzare il lettore, per portarci oltre la consueta attesa, come una dissonanza jazzistica che, al termine di una frase disorientante, raggiunge in modo naturale la propria compiutezza armonica.
La lingua poetica del Botturi è una lingua non domata, non addomesticata, che si lascia andare, si abbandona al flusso di un inconscio controllato dall’arte. 
È una lingua magmatica che ribolle, incontrollabile e incontrollata, se non dalle forze della fisica e del mestiere di scrivere.

All’interno di questa mia introduzione ho spesso usato il termine canto, un termine che ci riporta alle radici del fare poetico e all’etimologia della parola lirica, perché la musicalità dei testi di Botturi è evidente alle orecchie di chi ancora non si è assuefatto a certa stilistica monotona e a certa tendenza poetica attuale, elaborata da gente colta ma stonata o priva del minimo orecchio musicale. 
C’è chi dice che, essendo venuto a mancare qualsiasi canone in grado di identificare e definire ciò che è poesia e ciò che non lo è, l’unico metro di misura rimasto sia il ritmo, la cadenza, la musicalità. 
E in questo libro la musica c’è, e canta, innegabilmente.

POSTFAZIONE di Giuseppe Carlo Airaghi


La terra silenziosa di Massimo Botturi  (ChiareVoci Edizioni)

lunedì 17 marzo 2025

La poesia antidoto all’inerzia

articolo di Alberto Fraccacreta su Prima la realtà di Daniele Gigli, pubblicato su La Ragione, 15 marzo 2025, p. 3


La parola di un poeta del calibro di T.S. Eliot è profondamente radicata nella nostra quotidianità: pensiamo ad aprile «il mese più crudele», a The Waste Land (questa Europa ancora oggi dilaniata), all’Ash Wednesday” (con la sua citazione da una ballata di Guido Cavalcanti). Ne è ben conscio Daniele Gigli, studioso e traduttore di Eliot (oltre a essere poeta in proprio): Prima la realtà. Due esercizi su poesia e conoscenza (Fara Editore) è un libro prezioso per chi intende – à la Carlo Bo – la ‘letteratura come vita’, ossia un dispositivo ermeneutico e gnoseologico in grado di fornire verit. concrete sul nostro vissuto.
Il dittico di saggi – una lettura critica della eliotiana Terra desolata e una sintesi del pensiero di Rodolfo Quadrelli – presenta un andamento dotto e lineare: si 
prendono in considerazione da un lato il metodo mitico (la «relazione costante tra presente e passato») e il correlativo oggettivo di Eliot; dall’altro la «tradizione come tempo del futuro» di Quadrelli, scrittore e pensatore milanese, noto in particolare per il testo Il linguaggio della poesia (Vallecchi, 1969).
Il criterio d’indagine proposto da Gigli sembra additare un «rapporto circolare tra vita, poesia e pensiero» che è poi «un modo di stare nel mondo e nell’arte», capace di donare ricchezza all’esistenza stessa. E, infatti, di Eliot si ricorda la fede nella realtà (belief in reality), scaturita dai vertiginosi legami con la tradizione induista (la Bhagavad Gita e le Upanishad) e i Vangeli; di Quadrelli, parallelamente, si mette in questione la responsabilità del poeta quale interpellatore (e non padrone) della realtà, grazie al guizzo di luce che fa vibrare nel linguaggio usurato. In questa cornice la funzione specifica della poesia . di aderenza, di totale adesione alla sostanza e all’effettività delle cose.
«Il finale del Waste Land – osserva Gigli – segna una svolta nella concezione poetica di Eliot. Una svolta profonda e tuttavia inscritta in un alveo di continuità, e che egli stesso comprenderà sempre di più nel tempo. La circolarità mitica, la sovrapposizione di spazi ed epoche resta per Eliot a un tempo condizione necessaria e del tutto insufficiente del vivere e del fare poesia. […] Sebbene il caos persista, infatti, è evidente come il poeta possa e voglia assegnare le parti ai propri frammenti grazie all’intuizione di una guida sopravvissuta all’orrore: il proprio cuore risvegliato dal temporale, ardente di una pace che – per quanto sorpassi la comprensione – non può
non dirsi esperita e riconosciuta.»
La parola lirica, esperita in interiore homine, da intellettuale è così divenuta incarnata. Ha cioè tentato un nuovo contatto con la consistenza della materia. L’aprile eliotiano e la condizione di apatia e aridità spirituale sottolineata da Quadrelli convergono: Gigli vede in essi il richiamo contro la fine dei valori modernisti (e postmodernisti), un antidoto all’inerzia dell’uomo contemporaneo e un consentaneo ripristino della pienezza naturale.

lunedì 3 febbraio 2025

ANNO NUOVO? SEMPRE FARA!

recensioni a cura di Fabio Cecchi


• Socrate Toselli leggo essere un avvocato che ha accolto la missione della poesia, e io m’auguro perseveri con la bella passione condivisa. Al centro della copertina beige caldo vediamo posizionato un interessante disegno a matita di Jules Pequoq che non conoscevo. Non conoscendo nemmeno l’autore dei testi non posso inoltre avere pregiudizio. Trovare un cuore mi risuona un bellissimo titolo. Nella postfazione un errore di stampa mi stava facendo credere al neologismo, mentre si tratta di una simpatica svista del nostro uomo ponte e tuttofare Alessandro Ramberti. Un libro dal respiro non troppo ampio, di un linguaggio adoperato senza fronzoli o sensi nascosti, forse riconducibile al secondo Novecento di casa nostra. Non basta una lettura spicciola, tuttavia, non gliene rende merito. Il neo che incombe sul fare uso della rima, al tempo d’oggi, è di calibrare le scelte per risultare originali. La vocazione non è troppo lontana dalla maniera della compilazione di aforismi. Una poesia che mi piace assai è quella a pagina 50 con oggetto il fiume Tevere. Il contenuto generale è incentrato sul soggetto vivente senziente allacciato alle tre dimensioni. Quella della vita terrena stretta, quella che riveste ma sfugge l’immanenza terrena, quella che costituirà il dopo della nostra permanenza. Un libro che alterna pensieri leggeri a pensieri profondi e complessi, una valida compagnia ad esempio nel viaggiare in treno.

• Ce n’è parecchio da leggere nel volume a nome del giovane e promettente studioso Alessandro Burrone. Noi lo attendiamo calorosamente al prossimo raduno a Fonte Avellana, anche perché mi riuscirebbe abbastanza difficile, andarlo a prelevare in Cina come fosse uno dei tanti pacchi export. La pubblicazione di Le mie mani non sanno segue la vittoria al concorso Narrapoetando, su motivazione firmata da Ruotolo e Fresa e Ciampalini, che sono tutti del mestiere e non da ieri. Alessandro mi piace quando rievoca e descrive, la maggior parte di codesti frammenti. L’opera passa verso la metà a offrire delle note, venendo a una prosa più ampia. I testi più corposi occupano le ultime posizioni. Non avevo idea che l’autore, come me, sapesse leggere in francese. Le note derivano dalle letture affrontate. Alessandro sembra aver raccolto l’invito di una citazione riportata, ovvero leggere senza fare programmi, nonostante la seria abnegazione dello studente fuoriesca tutta. Appoggiando il volume, mi sorride di conseguenza la faccia da schiaffi del suo creatore, nella fotografia del retro. A lui va il mio saluto benevolente, purché non si faccia ancora più magro e slanciato, visto che personalmente riesco soltanto nella direzione opposta.

• Entriamo prego nel vetro della lente, così come recita un suo verso. Vi metto volentieri al corrente che incontrando Gianni Marcantoni ho incontrato una gran brava persona. A me sentirlo leggere è piaciuto e ve lo raccomando. Sedime esce per la collana Spiccioli, i cui titoli sono riportati cioè elencati nelle pagine di fondo. Lupa è un testo interessante, di Reso mi garba particolarmente la seconda parte, di Sosta invece più la prima. Il paesaggio emerge nelle ultime liriche, che sono state tra l’altro pubblicate in riviste, spiegano le note del volume. Questo paesaggio ha tra l’altro riferimenti interessanti, perché la costa fermana è stata un caposaldo dell’urbex dell’Italia centrale, come l’autore già sa, visto che l’ho arringato bene di persona. Entrambi stavamo rendendo omaggio al buffet Anteas, nella cornice della splendida lettura fariana del gennaio passato. Procediamo. Il lessico di un poeta è scelta personale dove più dove meno condivisibile, ma non possiamo certo fare tutti le stesse cose alle stesse maniere. Sono contento di aver avuto modo di sperimentare la poetica di Gianni Marcantoni, che è vero che molto ha già mandato in stampa, ma mi auguro stia già lavorando a nuovi preparativi poetici.

• Non credete? È buffo che io abbozzi una recensione a un lavoro di Gianpaolo Anderlini, nella consapevolezza che la sua cultura e la sua bravura lasciano di molto indietro la mia. E allora compromesso sia. Scriverò ciò che mi è dato di scrivere, sapendo di volare basso, là dove il materiale spesso si colloca piuttosto in alto. Via in cammino! Salmi, ossia brani numerati, in cui la poesia va a fondersi con la preghiera, quest’ultima forse presa in senso troppo riduttivo. La prima sfida che incontriamo è farci carico dell’assenza totale di punteggiatura. In compenso la poesia gode di un canone stilistico, terzine o quartine di endecasillabi, e un verso singolo posto a chiusura come standard di produzione. Ho già letto materiale impostato da Gianpaolo, per così dire, sulle note messe in quaderno a fine giornata. Era un libro nato negli anni del Covid, sempre della casa Fara, per cui non esitate a recuperarlo. Il brano 150 chiude la lunga e corposa serie.
Una volta tanto mi trovo di fronte a un’opera che richiama il progetto organico in metrica come per esempio nei miei cari Pastonchi e Moretti. Anderlini riflette per la maggiore e commenta per la minore parte. Aspetto incisivo dei brani è infatti il carattere essenzialmente umano che accetta di distinguersi da una parola biblica accentrata al divino e supremo. La voce è fluente e decisa, un po’ più di rado assorta e nebulosa, stante indicare il pensiero sospeso o ipotetico. Nel libro terzo ho sottolineato più che negli altri. Salmo 81 e 84, molto bene. Salmo 96 e 97, altrettanto bene. Non mancate di leggere del Dio verde clorofilla del salmo 116. Questo breviario personale direi che si staglia tra i titoli usciti nell’anno lasciato alle spalle. Viene da amareggiarsi che non ne parlino i giornali nazionali, appartenendo alle belle opere di crescita e di sintonizzazione con l’universo. Inoltre sappiamo d’ora in avanti che l’autore emiliano conserva molte più parole in saccoccia di quante la sua riservatezza gli consente di pronunciare di persona. Ancora una volta, grazie Gianpaolo.

• A quanto apprendo dalla biografia, Guglielmo Aprile non è nuovo al comporre versi. Avverto attesa palpabile, verso i suoi Appunti eoliani, visto che giungono da zone per me pressoché sconosciute. Una citazione doverosa al gentilissimo pensiero dell’autore di premiare i contatti fariani dell’invio del testo digitale dell’opera. Avevo sentitamente ringraziato della bella sorpresa e mi ripeto tuttora. Inizierei sottolineando il tono discorsivo che dona un certo corpo alle liriche. Sono punti a favore, per quanto mi riguarda. La prima sezione intitola Ha un animo la pietra. È chiaro perché. Si tratta di testi dedicati agli scogli, cosa notevole: non da tutti usare un tale potere immaginifico. Si prosegue con titoli evocativi, come Apparizioni, Incantesimo, Pareidolia. Guglielmo illustra, ricorda, racconta. Attinge da Montale senza soffermarsi eccessivamente. Il mare che divora, il mare padre e assassino. Non ci si sofferma sul mare a trecentosessanta gradi, quanto sui giorni che l’autore ha scelto di intrecciarci. Sorge in me il quesito di lato tecnico se le osservazioni degli appunti siano state tracciate a memoria oppure seduta stante sulla battigia. Non un libro banale o che possano banalmente fare tutti. Questione di vocazione, soprattutto. Se sul mare scorrono voci, come lascia detto il poeta, direi sia centrato ricorrere al termine vocazione. Un libro che appagherà coloro che sentono il richiamo e condividono l’ambiente del mare.

• Il turno e il ritorno di Daniele Gigli, il quale in verità non si è mai allontanato, dall’attività di scrittura e dalla famiglia Fara. La biografia mi ricorda essere di casa torinese, quella che è stata per me una seconda casa di luogo poetico, seppure il nome di T.S. Eliot sembra lo abbia sospinto un tantino altrove. Via, entriamo in campo, cioè in campo saggistico. Eliot prima, Quadrelli dopo, i cui ritratti accompagnano la lettura. Abbiamo solo da imparare, mi viene da dire, cosa di meglio? Ora riporto una premessa solo per il gusto di esorcizzare la materia e sdrammatizzare. Io personalmente ho rincorso in tutti questi anni la nonchalance di lasciare Eliot per la senilità, sicché il libretto messo in mano dall’editore mi ha lasciato di ghiaccio per un istante molto prolungato. Non saremmo probabilmente andati d’accordo neanche in villaggio vacanza, se contemporanei, lui e la sua poesia che digerivo a fatica perché cervellotica, trascendentale, non referenziale. Non sta tutto qui, ad ogni modo, nel bene e nel male. Ora di rimediare tramite chi ne sa abbastanza. E anche di più.
Le prime paginette, sul ruolo dell’intelletto e sul peso dell’oggettività, risultano assai preziose. Sarebbe da pazzi lanciarsi a capire la poesia senza capire il pensiero che le ha dato forma. Un paio di cose che tenevo in memoria sono l’importanza delle Upanishad e la stima per l’Ulisse irlandese. Non sapevo dell’avversione per l’Amleto e in generale per l’opera del Bardo di Avon. Interessante davvero il dibattito sulla resa del verso bellissimo e tremendo Why then Ile fit you? presentando entrambe le versioni considerate dal curatore storico Alessandro Serpieri. Uno scherzo del destino ha voluto, al mio tempo, che in letteratura inglese studiassimo Yeats lasciando Eliot da parte. Sì, proprio al liceo Serpieri di Rimini. Non che ci avessi dato enorme peso. Quasi un anno era andato perso dietro a Coleridge e nessuno aveva idea che Thomas Hardy scrivesse libri di poesie. Un richiamo cattolico non me lo attendevo più e invece, con testo originale del Vangelo di Luca, viene ottimamente illustrato nelle ultime battute. Quei versi mi sono piaciuti molto. Quando Eliot mantiene integrità nei paragrafi, evidentemente, sono anch’io in grado di apprezzarlo. La sezione dedicata si chiude poco oltre la metà del libretto. A pagine 41 inaugura il saggio su Rodolfo Quadrelli. Abbinamento che scaturisce, Gigli deve rivelarci, dall’impegno dello stesso nella traduzione della letteratura inglese. E tuttavia il testo tratta di filosofia. Inedia spirituale, antico tempo e moderno, eredità dei sistemi filosofici. Sono sempre lieto di imbattermi in parole desuete, e l’autore se ne avvale senza problemi. A pagina 42 per esempio. Un percorso di lettura niente male, che è davvero bene sia stato recuperato e pubblicato. In fin dei conti il binomio di studi non si riserva a pochi eletti, e senza dubbio se ne apprezza l’amore e il rigore che lo intinge. Mi faccio promessa di rileggere una seconda volta. Almeno una seconda volta. Ben fatto, Daniele, avanti tutta.

• Vi sono persone verso cui serbo una stima forse negli anni non dichiarata. Una di queste è Franca Oberti, donna di lettere e donna del sapere. Dov’era finita questa pubblicazione? Anno 2019. Una di quelle delle uscite dal Faraexcelsior. Franca ha esperienza di poesia nonché di sapere medico ma ha senz’altro offerto tanto di buono nella semplice prosa di racconto. Il libello in questione è Lina la Gocciolina, con tanto di sottotitolo I ritorni dell’acqua. La distribuzione del testo o meglio dei testi scherza un poco con la pazienza del lettore. L’inizio cade dopo una premessa e una introduzione a firma della stessa autrice. Il plus arriva a sipario calato tramite uno degli interventi di Stefano Martello, che colgo occasione per abbracciare a distanza e ringraziare per la sua vena preziosa e inesauribile. È giusto rimarcare il ruolo dell’acqua nella nostra vita e l’attenzione che le dobbiamo. La letteratura che attinge dal passato e si rivolge al futuro mi va altamente a genio. I riferimenti geografici del testo sono benvoluti e si accostano al “fare mappa” che è proprio una delle capacità degli urbexers. Ancora dobbiamo credere nelle possibilità di testi dall’afflato pedagogico. Io che mi prometto di crederci sono stato dunque contento di essermi intriso delle parole della storia corale di Lina la Gocciolina.

• Apro la recensione con la domanda più importante, ossia se siamo di fronte a un libro che merita il nostro prezioso dosaggio di attenzione. Sì, la risposta. Sono in tutto e per tutto felice di aver messo le manone sull’opera in prosa intitolata I GiraSoli e votata al Faraexcelsior. Il mio giudizio non reputo né parziale né circostanziato, perché il libro gode di un impianto di livello accademico e la sintassi non presenta forse forse nemmeno una smagliatura. Sabrina Zanoni trascrive per noi uno stretto numero di conversazioni telefoniche, svolte dietro progetto, dimostrando di conoscere gli stilemi del romanzo. La prima storia esordisce con un’emicrania, che guarda il caso, sarebbe mia materia di competenza. Si snocciola poi una storia al femminile, di leggera tensione drammatica. La seconda storia è capitata a fagiolo, sotto Natale, e spero di non essere l’unico a riconoscere la stessa leggenda della lirica pascoliana La tovaglia. La terza storia contiene il pregio di fare luce, in un incrocio di voci femminili, su cosa consiste il progetto “Storie al Telefono”. La quarta storia stava per farmi capitolare, per via di un ritratto di famiglia con guazzabuglio, ma alla fine niente che venga esagerato. Il quinto episodio, uno schietto discorso maschile sull’amicizia nel tempo dei social, è anche il più sintetico. Il sesto invece riprende spazio nella calorosità di una nuova personalità di donna, sempre in dialogo con Marta, nome assunto per l’occasione dalla bionda autrice lombarda. Un difetto da riscontrare potrebbe individuarsi nella voce principale, che talvolta agisce da cassa di risonanza senza riuscire a essere un secondo soggetto. Ad ogni modo, il responso è più che positivo. Non ho esaurito la lettura delle ventuno storie trascritte, facendo sì che il loro gusto squisito mi accompagnerà nell’attesa. Un’inclusione in catalogo in grado di soddisfare il lettore più esigente e quello più semplice. Applaudo Sabrina Zanoni e mi congratulo con Alessandro Ramberti.

• Ho amato assai scendere nelle pieghe del libro che vi presento. Le dodici storie ideate e riportate da Francesco di Sibio. Ce la accenna lui stesso col titolo, Che cosa vuoi che sia un anno la ripartizione del materiale scritto. A causa della salute inferma, i miei ultimi anni non possono dirsi degni di nota, detto sinceramente. Al contrario, l’autore ha raccolto valide annotazioni da cui comporre altrettanto validi racconti. L’ombra che gravita sopra libri di una certa mole, per ciò che so dire, è di non andare d’accordo con lo stile o con la trama, rendendo la lettura una fatica costante e deplorevole. Francesco invece scrive bene e spaziando su diversi temi vince anche la seconda scommessa. C’è da dire che gioca prevalentemente in casa, ambientando nella sua terra irpina, così da ridurre il margine di errori grossolani. Ho amato il terzo racconto (“La Tela della Vergine”) che ritengo collocarsi una spanna sopra gli altri, grazie alla bravura della fabbricazione in epoca storica. Anche il secondo e il sesto episodio, rispettivamente sulla solitudine nella terza età e sulla musica dal vivo, fanno bella figura. Mi sono promesso di stanare quanto prima anche le storie della seconda metà del libro. Opera che garantisco valida e avvincente, mi congratulo con il suo creatore.

• Un’altra uscita sfuggita alle mie grinfie. Ancora una volta, anno 2020. Ha avuto dopotutto qualcosa di benedetto. Non ho mai incontrato Gualtiero Lelli, anche perché apprendo egli ha casa a Roma. Questo doppio romanzo trova tra i suoi pregi proprio nel calare il lettore nella dimensione della città capitale. Non ricordo nemmeno più che voce abbia è l’evocativo titolo scelto. L’intreccio e la sintassi funzionano benissimo anche lasciando da parte l’ambientazione. Il volume rivestito di un azzurro leggerissimo cela in verità un contenuto grintoso, una narrazione in prima persona molto bene orchestrata. Abbiamo addirittura una paginetta carnale per uno e per l’altro episodio. Non certo il marchio di fabbrica fariano, ma a volte ci vuole, e la volta era buona per azzardare. Non mi sottraggo al rimando a un altro romanzo edito anni or sono da monsieur Ramberti, cioè Pinocchio non abita più qui, sempre ambientato nel romano. L’opera di Gualtiero Lelli mi pare più compatta e scorrevole. Ho tracannato di un fiato il secondo romanzo, mentre mi vedo rallentare con il primo, ma senza dubitare di godermelo a sufficienza. La vera curiosità è forse avere dato al libro il nome di una delle storie, nascondendo di fatto che ce ne siano due distinte. Sono grato ad Alessandro Ramberti per il consiglio della lettura in questione che a mio turno rilancio, senza indugio, a chiunque possa apprezzare la scrittura romanzata. I miei complimenti a Gualtiero Lelli.

• Incontro con l’autrice. Su mia volontà di raggiungere la brava Sonia Gardini nella struttura residenziale di Sant’Angelo di Gatteo (FC) in cui gestisce la sua riabilitazione muscolare. La Casa Fracassi m’appare davvero valida locazione, a parte un prolungato cantieraccio esterno, sicché sono proprio contento per la mia amica. Il Risveglio delle Cose è un libro leggero che non per questo debba essere sfogliato senza concentrazione. Io sono tra coloro che concepiscono la poesia come spazio e occasione di impegno civile, sicché spesso vengo scosso dal mio piedistallo ideale, come la stessa Sonia si è concessa di fare. La prima sezione comprende i tanka. Questa costruzione mi piace assai, come sarebbe piaciuta a Thomas Hardy, e sono lieto di averla appresa. Lo sfondo delle liriche attinge dal verticale all’orizzontale: mare, prato, nubi, cielo. Immagino tra me e me l’autrice, seduta assorta come la conosco, attendere la brezza e l’ispirazione avvicinandosi al bagnasciuga. La costa cesenate cioè cesenaticense l’ho percorsa avanti e indietro nella mia ricerca delle colonie perdute, come ho confessato e illustrato alla mia amica, indicando la fabbrica chiusa e in vendita giusto a lato del suo domicilio. “Che cavolo ci vai a fare nei posti”, le esce schietto di rimando. Eh, il tempo dell’uomo celibe è purtroppo soggetto a interrogativi ben più grandi di lui e forse anche di voialtri. Ogni tanto cerco il percorso di uscita dai confini della civiltà o forse soltanto dal confino della mia persona. Sonia da questo punto di vista è molto più disciplinata di me. Ai grandi tocca il buon esempio, d’altronde.
La seconda sezione comprende gli haiku, che non sono più una rarità sul fronte letterario occidentale. Sonia se la cava in modo egregio e mi collega più d’una volta, penso involontariamente, allo stile di Alessandro Ramberti e di Caterina Camporesi. Anche quest’ultima rammento con malinconia stare trascorrendo un periodo di festività di più sotto il tetto di una residenza protetta. A lei dunque estendo il mio abbraccio virtuale, poiché il bene non si dimentica, e anch’io non ho voluto che un verecondo bene nei confronti della nostra amica. Torniamo a Il Risveglio delle Cose. I passaggi che mi hanno colpito sono Si offre esile la margherita; La roccia erta d’ocra; Stanno le case aggrappate sul colle come presepe. In fondo, una buona poesia scaturisce dal vedere bene. Un monito da tenersi a fianco, lo stabilisco anche e in buona parte per me stesso. Il passaggio Vorrei tuffarmi in un gorgo di mare mi lampeggia una versione più turistica della autrice, come sul pontile della motonave. Non so quanto anelito stagionale alberghi dentro Sonia; chissà se di qui a poco noterete lei a balnearsi in spiaggia e invece me a ritirarmi a vita privata in entroterra. Sonia, sei stata vaccinata per l’ironia? Spero di sì perché con me la vedrai spesa in abbondanza. L’ultima apparizione, prima dell’indice, viene riservata a un testo chiamato Invettiva. Questa volta il richiamo sembra Primo Levi e il tema storico quello di guerra. Nella Casa Fracassi scoccano le ore otto e al televisore, dopo la prevedibile clip di Mattarella a palazzo, è il turno degli aggiornamenti da Gaza e Kiev. Ce n’è veramente di che ricordarsi di cosa siamo capaci in negativo. Signori, è appena passato Natale, non rigiro le parole nella piaga. Ora che ho scritto posso riporre il libriccino in salotto, non troppo nascosto, nel segno delle cose a cui si vuole bene. Se la Casa Fracassi non instaurerà criteri di selezione basati sulla avvenenza, entro primavera riporto la mia robusta persona a incontrare la nostra autrice. Io vi ringrazio per l’attenzione. Buona vita e buona letteratura.



giovedì 2 gennaio 2025

“Che sia desiderio il pensiero”: su alcune opere di Annalisa Rodeghiero

Note di lettura di AR 

Il verso posto a titolo di queste note è tratto da “Logos. I colori delle parole” un opuscolo con poesie di vari autori dell’UCAI di Padova uscito in occasione del Festival Biblico 2020. La medesima poesia Sia pane il pensare di Annalisa inizia così: “Senso primo – non perdere l’anima / essenza primigenia delle cose / utopia del noi immutabile nel tempo. / Poterla ritrovare nonostante il male, / proprio quando sembra persa.”

Nell’opuscolo dell’UCAI per il Festival Biblico 2023 “Genesi 1-11. E Dio vide quanto aveva creato, ed ecco, era cosa molto buona” la poetessa padovana è presente con la poesia Adamo, ’dove sei’, uomo? da cui estraggo questi versi: “Appoggia il palmo, senti / come s’infuocano le parole sulla fronte / alla pronuncia del nome, ma dove sono / – chi sono – nell’abbandono, non so. / (…) / Seppure ciò che è stato è irredimibile / dovrà pure esserci un varco – io credo – / una folata che mi trascini in alto oltre la pena, prima del taglio, a monte / a monte, alla sorgente d’ogni errore / se tra tutte le cose, come Eva,  rimango / – a Tua somiglianza – la cosa più bella …”

I lacerti qui sopra credo possano fornirci utili spunti per immergerci nella poetica di Annalisa Rodeghiero.  

Parto con Versodove, Blu di Prussia 2017, Prefazione di Nazario Pardini che giustamente afferma: “Amare è il piedistallo del poema” (p. 7) e “Tutto volge ad una direzione: volare oltre le tempeste, oltre lo strappo dei venti, oltre le sottrazioni del mondo” (p. 8).
Splendido l’esergo della prima sezione “Di volo in volo”: L’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette (Friedrich Hölderlin). Spizzico subito perché più delle mie considerazioni penso sia importante ascoltare il dettato dialogante esatto interrogante e luminoso della Nostra: “Esiste forse una mezza poesia per il poeta? / Mezzo battito d’ali per la rondine?” (Saremo altrove, p. 18); “A nulla serve una conquista, / se a cieli nuovi poi siamo impreparati.” (Ma tu ignorando canta, p. 21); “– pensi – quanto conta sentirsi vivi dentro, / dentro un respiro di vento” (Dentro un respiro di vento, p. 31); “Soccorrimi se disperata cerco / il verso per raggiungere le stelle / ma non voltarti se ti sto abbracciando.” (Inafferrabile poesia, p. 34); “solo – futuro privo di futuro – / a chi non sa godere del passato.” (Mai potremo dire, p. 35). Questi due ultimi endecasillabi ci rivelano il timbro biblico-sapienziale della voce di Annalisa che non a caso cita, oltre a 
Hölderlin, poeti come T.S. Eliot, R.M. Rilke e Sandro Angelucci.
La seconda sezione di Versodove si intitola “Incerte stagioni e inconfutati cieli” dove troviamo versi d’amore latu sensu di grande intensità: “È in quest’assenza piena / che mi manchi / come alle alghe a riva / il dondolio dell’onda.” (Il dondolio dell’onda, p. 54); “Non piango perché te ne sei andato, / piango perché nemmeno tu / sai dove stai andando.” (Se puoi ricorda, p. 60); “– Lo so – ci vorrà un urlo / più forte ancora / di quello con cui ti ho messo al mondo.” (Una madre lo sa, p. 66); “Si chiude una parentesi / ma non è quella rotonda. / quella è la prima / che chiude un’equazione, / in me sarà l’ultima / e farà cerchio con l’eterno.” (Il mio mestiere andato, p. 76).


Passo ora alla raccolta Incipit, Edizioni Stravagario 2019, Prefazione di Giacomo Vit (“lo stile è lineare, trasparente, quello che si rifà alla cosiddetta ’poesia onesta’ di sabiana memoria”, p. 11), disegni di Enzo Bacca, dedicata A Isabel, stella venuta al mondo il quattordici gennaio duemiladiciotto e con nella stessa pagina questa citazione ungarettiana “È sempre pieno di promesse il nascere”. Nella “Nota dell’autrice” è scritto: “nella vita il bene e il male, apparentemente in contrapposizione, in realtà cooperano al raggiungimento di un’armonia che regola l’universo” (p. 13).
Qualche lacerto: “Vedi, la speranza è proprio là / seduta sopra quella slitta nella piana imbevuta / della luce che tu sai, bianca di neve.” (La slitta del sergente, p. 17); “Uomo contemporaneo che inciampi e cadi / sopra i tuoi stessi errori, uomo sguardo orizzontale / che vedi a senso unico le cose / ascolta la radice che ti parla, colma l’incolmabile / distanza / tra te e il suo grido verticale.” (Disordine verticale, p. 19). Già solo questi versi tratte dalle prime due poesie ci invogliano con entusiasmo a proseguire “dentro respiri di ciliegia. / Perfino l’aria è presenza. / Regge il tronco la sete del mondo.” (La casa ad albero, p. 22). O a restare commossi da un auguro come il seguente: “Per te chiedo il sonno dolce dei nidi / il loro calore e il colore dei voli / osservato dai rami e i rami a dirti / il luogo preciso dove avrà mani il Sole.” (Il verde respiro, p. 23), o dal “mistero che ogni volta si rinnova / nell‘amniotico regno d’acque / dove la vita si conta / in settimane e mesi / e il peso in grammi come l’oro.” (Isabel, p. 26). E ancora: “La guardo mentre dorme, / sembra stringere nei pugni l’universo.” (p. 31); “– Stella che sai qual è il tuo posto in cielo / indicale il suo / (che sia d’impercettibili confini) / sulla terra che conosce / l’inquieto incedere dei passi –” (In vicoli, p. 37); “Stazionano cirri di pensieri / lontani, velano atolli d’altro azzurro.” (Involucro, p. 44); “Che ne sarà di te, domani / quando te ne andrai di stanza in stanza / – sola – come soli si va al mondo, / quando ascolterai, oltre la porta / una alla volta le nostre imperfezioni …” (Che ne sarà di te, p. 49). È questo libro un inno alla vita che arriva e dona all’universo una pulsazione minima ma nuova e unica. “Cadendo” in questo nostro mondo il neonato vagisce e sorride e ci “… riporta al male / all’inevitabile suo esistere / in nodo indissolubile che lo lega la bene.” (Vagito e sorriso, p. 36).

Due raccolte che lasciano traccia e mettono in risonanza le corde più vere di ogni esistenza.

     

domenica 10 settembre 2023

Poesie inedite di Rossella Pretto

 



Napoli

 

 

 vaghi,

spirito per la città,

varcando soglie

di Napoli esoterica

iniziandoti a quella tua

vita incauta, qui avverata

 

hai vene svuotate di aperti

becchi, secchi al trangugio

del carnevale di gente

tra le condotte esplose

di un sabato sera che evapora

dai basoli lustri di afa

e si incarna in preghiera

perché l’anima salga

come fiato sfogato

dal polmone del mare,

il vostro sale ammischiato

calpesta cenere magica

sfregamento di mano

con pietra, alchimia o segno

della croce – dio proteggi

 

e sei ancora nell’aria, in questo

balcone che giganteggia sulla città

ciclopica la lente del golfo

l’amplifica vicina, più vicina

troppo vicina da non comprendere

 

questa città che ti si tuffa dentro

e liquida ti scorre nella bocca

a cascata giù fino alle fauci

di fuoco, nella battaglia laggiù

e dentro, dentro dove si dirama

la voce della fiera che solo avrà

sopravvivenza nera basaltica

 

tu uccello di paura, piccolo intarsio

di mondo architettato minuto

nel coro, mondo anche il dipinto,

dietro l’altare, e la luce del corpo

divino, che nasce e già svampa

come ti ha detto il Cristo velato

entrandoti scosceso nel petto

tamburo impazzito che imbrigli e

 

- dio ti prego, corazza

questa carne che trema – la paura

la paura allontanata come calice che bussa

nella gola, la pancia invasa, gli occhi

croste di sale, cristalli

che illuminano la notte criminale

di quella tua torre tentata da anni

 

ti aggiri per vichi invocando più vita

più corpi, più soglie, più mani

a strappare il sudore del buio

groviglio di serpe che scacci

con alta la fronte di una parola

superba e guerriera

 

 

 Flashback

 

 

 

 

Un tentacolo di mare si inerpica

tra i condotti di memoria:

sfilano vite esauste su via Caracciolo

nella grinza di cielo illividito che alliscia

i capelli arruffando la fronte

È silenzio o quasi il passo in cadenza:

maratoneta fluorescente, ora, o bianco

e nero che ramifica corrodendo gli occhi

Passo io, qui, e tu passavi – penso -

tu e tu, voi donne di famiglia, disassata, che

qui e altrove, nel non morente ieri di sempre

avete obolo di senso in me, eterna ripetente

 

 

 

 Risveglio tra vichi

 

 

 

 

È un vaso di rondini il cielo

le rotte a tracciare confini

all’orizzonte esistente

Un grido ti sveglia già esausto

nell’alba chiara implorando

basta, supplica e impone basta

Tutto chiede pietà e stordita

l’aria garrisce di voli

 

 

 

 

Rossella Pretto (Vicenza, 1978) poetessa, traduttrice e scrittrice, ha pubblicato il poemetto Nerotonia (Samuele Editore 2020) e il diario di viaggio scozzese La vita incauta (Editoriale Scientifica, collana S-confini diretta da Fabrizio Coscia 2023), entrambi ispirati al Macbeth shakespeariano. Con Marco Sonzogni ha curato e tradotto Memorial di Alice Oswald (Archinto 2020) e l’edizione delle traduzioni sofoclee di Seamus Heaney, Speranza e Storia (Il Convivio Editore, 2022). Di Alice Oswald ha inoltre tradotto e curato Nessuno in uscita per ETS. Ha poi curato La Terra desolata di T.S. Eliot nella traduzione di Elio Chinol (Interno Poesia 2022). È presente in diverse antologie poetiche e nell’antologia di racconti curata da Filippo Tuena, L’ultimo sesso al tempo della peste (Neo Edizioni 2020). Suoi articoli sono apparsi su «Alias-Il Manifesto», «Poesia», «L’Osservatore Romano», «L’Ottavo», «Journal of Italian Translation», «Studi Cattolici», «ClanDestino», «Succedeoggi» e «Doppiozero».