
Grazie all’Assessore alla Cultura del Comune di Rimini Michele Lari, al Direttore del Museo del Città Alessandro Giovanardi e ai loro collaboratori

Grazie all’Assessore alla Cultura del Comune di Rimini Michele Lari, al Direttore del Museo del Città Alessandro Giovanardi e ai loro collaboratori
articolo di Alberto Fraccacreta su Prima la realtà di Daniele Gigli, pubblicato su La Ragione, 15 marzo 2025, p. 3
Note di lettura di AR
Il verso posto a titolo di queste note è tratto da “Logos. I colori delle parole” un opuscolo con poesie di vari autori dell’UCAI di Padova uscito in occasione del Festival Biblico 2020. La medesima poesia Sia pane il pensare di Annalisa inizia così: “Senso primo – non perdere l’anima / essenza primigenia delle cose / utopia del noi immutabile nel tempo. / Poterla ritrovare nonostante il male, / proprio quando sembra persa.”
Nell’opuscolo dell’UCAI per il Festival Biblico 2023 “Genesi 1-11. E Dio vide quanto aveva creato, ed ecco, era cosa molto buona” la poetessa padovana è presente con la poesia Adamo, ’dove sei’, uomo? da cui estraggo questi versi: “Appoggia il palmo, senti / come s’infuocano le parole sulla fronte / alla pronuncia del nome, ma dove sono / – chi sono – nell’abbandono, non so. / (…) / Seppure ciò che è stato è irredimibile / dovrà pure esserci un varco – io credo – / una folata che mi trascini in alto oltre la pena, prima del taglio, a monte / a monte, alla sorgente d’ogni errore / se tra tutte le cose, come Eva, rimango / – a Tua somiglianza – la cosa più bella …”
I lacerti qui sopra credo possano fornirci utili spunti per immergerci nella poetica di Annalisa Rodeghiero.

Parto con Versodove, Blu di Prussia 2017, Prefazione di Nazario Pardini che giustamente afferma: “Amare è il piedistallo del poema” (p. 7) e “Tutto volge ad una direzione: volare oltre le tempeste, oltre lo strappo dei venti, oltre le sottrazioni del mondo” (p. 8).
Splendido l’esergo della prima sezione “Di volo in volo”: L’uomo è un dio quando sogna, un mendicante quando riflette (Friedrich Hölderlin). Spizzico subito perché più delle mie considerazioni penso sia importante ascoltare il dettato dialogante esatto interrogante e luminoso della Nostra: “Esiste forse una mezza poesia per il poeta? / Mezzo battito d’ali per la rondine?” (Saremo altrove, p. 18); “A nulla serve una conquista, / se a cieli nuovi poi siamo impreparati.” (Ma tu ignorando canta, p. 21); “– pensi – quanto conta sentirsi vivi dentro, / dentro un respiro di vento” (Dentro un respiro di vento, p. 31); “Soccorrimi se disperata cerco / il verso per raggiungere le stelle / ma non voltarti se ti sto abbracciando.” (Inafferrabile poesia, p. 34); “solo – futuro privo di futuro – / a chi non sa godere del passato.” (Mai potremo dire, p. 35). Questi due ultimi endecasillabi ci rivelano il timbro biblico-sapienziale della voce di Annalisa che non a caso cita, oltre a Hölderlin, poeti come T.S. Eliot, R.M. Rilke e Sandro Angelucci.
La seconda sezione di Versodove si intitola “Incerte stagioni e inconfutati cieli” dove troviamo versi d’amore latu sensu di grande intensità: “È in quest’assenza piena / che mi manchi / come alle alghe a riva / il dondolio dell’onda.” (Il dondolio dell’onda, p. 54); “Non piango perché te ne sei andato, / piango perché nemmeno tu / sai dove stai andando.” (Se puoi ricorda, p. 60); “– Lo so – ci vorrà un urlo / più forte ancora / di quello con cui ti ho messo al mondo.” (Una madre lo sa, p. 66); “Si chiude una parentesi / ma non è quella rotonda. / quella è la prima / che chiude un’equazione, / in me sarà l’ultima / e farà cerchio con l’eterno.” (Il mio mestiere andato, p. 76).
Passo ora alla raccolta Incipit, Edizioni Stravagario 2019, Prefazione di Giacomo Vit (“lo stile è lineare, trasparente, quello che si rifà alla cosiddetta ’poesia onesta’ di sabiana memoria”, p. 11), disegni di Enzo Bacca, dedicata A Isabel, stella venuta al mondo il quattordici gennaio duemiladiciotto e con nella stessa pagina questa citazione ungarettiana “È sempre pieno di promesse il nascere”. Nella “Nota dell’autrice” è scritto: “nella vita il bene e il male, apparentemente in contrapposizione, in realtà cooperano al raggiungimento di un’armonia che regola l’universo” (p. 13).
Qualche lacerto: “Vedi, la speranza è proprio là / seduta sopra quella slitta nella piana imbevuta / della luce che tu sai, bianca di neve.” (La slitta del sergente, p. 17); “Uomo contemporaneo che inciampi e cadi / sopra i tuoi stessi errori, uomo sguardo orizzontale / che vedi a senso unico le cose / ascolta la radice che ti parla, colma l’incolmabile / distanza / tra te e il suo grido verticale.” (Disordine verticale, p. 19). Già solo questi versi tratte dalle prime due poesie ci invogliano con entusiasmo a proseguire “dentro respiri di ciliegia. / Perfino l’aria è presenza. / Regge il tronco la sete del mondo.” (La casa ad albero, p. 22). O a restare commossi da un auguro come il seguente: “Per te chiedo il sonno dolce dei nidi / il loro calore e il colore dei voli / osservato dai rami e i rami a dirti / il luogo preciso dove avrà mani il Sole.” (Il verde respiro, p. 23), o dal “mistero che ogni volta si rinnova / nell‘amniotico regno d’acque / dove la vita si conta / in settimane e mesi / e il peso in grammi come l’oro.” (Isabel, p. 26). E ancora: “La guardo mentre dorme, / sembra stringere nei pugni l’universo.” (p. 31); “– Stella che sai qual è il tuo posto in cielo / indicale il suo / (che sia d’impercettibili confini) / sulla terra che conosce / l’inquieto incedere dei passi –” (In vicoli, p. 37); “Stazionano cirri di pensieri / lontani, velano atolli d’altro azzurro.” (Involucro, p. 44); “Che ne sarà di te, domani / quando te ne andrai di stanza in stanza / – sola – come soli si va al mondo, / quando ascolterai, oltre la porta / una alla volta le nostre imperfezioni …” (Che ne sarà di te, p. 49). È questo libro un inno alla vita che arriva e dona all’universo una pulsazione minima ma nuova e unica. “Cadendo” in questo nostro mondo il neonato vagisce e sorride e ci “… riporta al male / all’inevitabile suo esistere / in nodo indissolubile che lo lega la bene.” (Vagito e sorriso, p. 36).
Due raccolte che lasciano traccia e mettono in risonanza le corde più vere di ogni esistenza.
Napoli
spirito
per la città,
varcando
soglie
di
Napoli esoterica
iniziandoti
a quella tua
vita
incauta, qui avverata
hai
vene svuotate di aperti
becchi,
secchi al trangugio
del
carnevale di gente
tra
le condotte esplose
di
un sabato sera che evapora
dai
basoli lustri di afa
e si
incarna in preghiera
perché
l’anima salga
come
fiato sfogato
dal
polmone del mare,
il
vostro sale ammischiato
calpesta
cenere magica
sfregamento
di mano
con
pietra, alchimia o segno
della
croce – dio proteggi
e
sei ancora nell’aria, in questo
balcone
che giganteggia sulla città
ciclopica
la lente del golfo
l’amplifica
vicina, più vicina
troppo
vicina da non comprendere
questa
città che ti si tuffa dentro
e
liquida ti scorre nella bocca
a cascata
giù fino alle fauci
di
fuoco, nella battaglia laggiù
e
dentro, dentro dove si dirama
la
voce della fiera che solo avrà
sopravvivenza
nera basaltica
tu
uccello di paura, piccolo intarsio
di
mondo architettato minuto
nel
coro, mondo anche il dipinto,
dietro
l’altare, e la luce del corpo
divino,
che nasce e già svampa
come
ti ha detto il Cristo velato
entrandoti
scosceso nel petto
tamburo
impazzito che imbrigli e
-
dio ti prego, corazza
questa
carne che trema – la paura
la
paura allontanata come calice che bussa
nella
gola, la pancia invasa, gli occhi
croste
di sale, cristalli
che
illuminano la notte criminale
di
quella tua torre tentata da anni
ti
aggiri per vichi invocando più vita
più
corpi, più soglie, più mani
a
strappare il sudore del buio
groviglio
di serpe che scacci
con
alta la fronte di una parola
superba
e guerriera
Un
tentacolo di mare si inerpica
tra
i condotti di memoria:
sfilano
vite esauste su via Caracciolo
nella
grinza di cielo illividito che alliscia
i
capelli arruffando la fronte
È
silenzio o quasi il passo in cadenza:
maratoneta
fluorescente, ora, o bianco
e
nero che ramifica corrodendo gli occhi
Passo
io, qui, e tu passavi – penso -
tu e
tu, voi donne di famiglia, disassata, che
qui
e altrove, nel non morente ieri di sempre
avete
obolo di senso in me, eterna ripetente
È un
vaso di rondini il cielo
le
rotte a tracciare confini
all’orizzonte
esistente
Un
grido ti sveglia già esausto
nell’alba
chiara implorando
basta,
supplica e impone basta
Tutto
chiede pietà e stordita
l’aria
garrisce di voli
Rossella Pretto (Vicenza, 1978) poetessa, traduttrice e scrittrice, ha pubblicato il poemetto Nerotonia (Samuele Editore 2020) e il diario di viaggio scozzese La vita incauta (Editoriale Scientifica, collana S-confini diretta da Fabrizio Coscia 2023), entrambi ispirati al Macbeth shakespeariano. Con Marco Sonzogni ha curato e tradotto Memorial di Alice Oswald (Archinto 2020) e l’edizione delle traduzioni sofoclee di Seamus Heaney, Speranza e Storia (Il Convivio Editore, 2022). Di Alice Oswald ha inoltre tradotto e curato Nessuno in uscita per ETS. Ha poi curato La Terra desolata di T.S. Eliot nella traduzione di Elio Chinol (Interno Poesia 2022). È presente in diverse antologie poetiche e nell’antologia di racconti curata da Filippo Tuena, L’ultimo sesso al tempo della peste (Neo Edizioni 2020). Suoi articoli sono apparsi su «Alias-Il Manifesto», «Poesia», «L’Osservatore Romano», «L’Ottavo», «Journal of Italian Translation», «Studi Cattolici», «ClanDestino», «Succedeoggi» e «Doppiozero».