“in questo vuoto che scava”

Fabrizio Bregoli, Il senso della neve, Prefazione di Ivan Fedeli, Postfazione di Tomaso Kemeny, puntoacapo 2016, pp. 130, € 15,00

recensione di AR


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La scrittura di Fabrizio Bregoli si potrebbe, con un aggettivo, definire “precisa”. Il suo occhio è attento, a tratti matematico, ma c'è sempre, come nota giustamente in prefazione Ivan Fedeli, “la necessità di incontrare l'altro, ponendolo in una zona assoluta di contatto” (p. 5).
Nella prima sezione, “Il dirupo dei tempi”, troviamo questi versi: “E sai che non è ramo quel ramo se non lo nomino / come non è parola la parola che pronuncio / ma è la distonia di ogni altra parola / se non la credi vera.” (Quel ramo, p. 15). Ecco Bregoli crede nella responsabilità della parola e a ha fede in un lettore che facendola sua la faccia lavorare in sé e attorno a sé. 
Ecco anche la presenza di efficaci immagini che danno concretezza alla linuga: “lungo la banchina un solo lampione / acceso morde il sonno dell'asfalto” (Tempi moderni, p. 17); “Geometrie di dolore s'inventrano / tra le fessure, negli angoli d'ombra: / voi tacete spigoli e divergenze / voi linee esatte, voi rette implacabili.” (Corridoi, p. 20); “Ti dico credimi, se il cielo ancora si scortica / su quel racimolo d'ombra, se scaglia ancora / esili sproni di brezza, se frantumi di luce / infiorano lo scosceso davanzale del petto, tu ridillo” (Nessun indugio, p. 21).
La seconda sezione, “La congettura del canto”, si pare con la poesia che dà il titolo al libro, dalla quale citiamo questi splendidi versi: “Serve un torsolo minimo di voce / (…) / … scoprire / la chiave del durare in ciò che è breve / lo spazio dove resta illeso il bianco / allo svanire certo della neve.” (pp. 31-32). Nonostante l'evidente impermamenza della condizione umana e del suo habitat, Fabrizio manifesta la sua fiducia nella parola, se viene condivisa, se genera emozioni, se suscita stupore grato per questa realtà frammentata e al tempo stesso composta di dettagli preziosi: “Si scopre che anche il cuore sa spezzare / la musica perfetta del suo sangue” (Il gioco delle parti, p. 38).
Nella terza sezione, “Peregrinazioni (e altri smarrimenti)”, il viaggio procede: “Un giorno tu dirai c'è stato un tempo /  lo spazio incalcoabile d'un passo.” (Matinée a San Babila, p. 59). Il poeta ci invita a ridimensionare il nostro ego: “Per una volta sola, ed è un consiglio / imbavaglia quel tuo freudiano raglio / raffrena e scendi dalla giostra, apprendi / la casta fioritura d'un silenzio.” (Al singolare, p. 64).
La quarta sezione, “Compendio di Fisica Applicata”, ci ricorda “l'equilibrismo cronico del vivere” (Complementi di fisica, p. 85) e il poeta confessa: “Mi basta la corvée d'una lucerna / che si contenta del suo olio buono / che si sa soffio e vile, e m'è fraterna.” (La materia oscura, p. 90) e guarda con una certa ironia le conquiste della scienza: “Ora arretreranno il tempo arrendevole / domeranno coni di fotoni arcuandoli / nell'intreccio, senza orizznte, degli eventi. / «Guarderemo prima d'avere occhi / vivremo prima di essere esisti / concepiti prima del concepimento».” (La velocità della luce, p. 93).
Come si evince dalle citiazioni, l'uso moderno e “preciso” dell'endecasillabo è molto presente e conferisce alla raccolta una sua musicale e godibile compatezza, che troviamo anche nell'ultima sezione, “Canti del crepuscolo”, intrisa di una certa malinconia: “Siamo pane spezzato sull'aceto / cilicio interminabile ed attesa.” (Diario degli estinti, p. 109); “felicità – se c'è – dispensa solo / dosaggi d'omeopatico veleno.” (Chiedo rifugio al teschio, p. 112); “e ancora addolora il vuoto che mai / prendo corpo peso, identico a sé stesso, / (…) / e le membra s'avvitano, non trovano / spazio, come t'aggrappassi a una fune / d'aria, come camminassi su terra / soffocata, in questo vuoto che scava” (La nenia del Diavolo, p. 114).

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