Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query recensione di Flavio Vacchetta 2024. Ordina per data Mostra tutti i post
Visualizzazione dei post in ordine di pertinenza per la query recensione di Flavio Vacchetta 2024. Ordina per data Mostra tutti i post

domenica 26 gennaio 2025

Un’epoca incapace di peccare

Gianfranco Lauretano, Questo spentoevo sta finendo, Alla Chiara Fonte, Lugano, 2013 e Questo spentoevoGraphe.it 2024



recensione di Flavio Vacchetta

L’intensa silloge di Gianfranco Lauretano si tinge fin dal titolo, e dall’iniziale citazione di Caproni, di ombre autunnali e nostalgiche, e pare poco incline al canto spiegato, ma rimane, nonostante tutto, abbarbicata a un miraggio di superiore armonia, anche se “nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza ed armonia”.
In corsivo appunto Caproni, che riprende il Dante conviviale, il quale però, nell’affermare lo statuto superiore della poesia, ne attesta anche la sostanziale intraducibilità.
Così pure la prima poesia della raccolta, dedicata alla madre piena di grazia, stabilisce un’analogia con l’esergo caproniano (si leggano a confronto i due testi): la voce “occlusa”, “rinserrata” sta alla “paralisi” che “strazia”, ai “muscoli che non rispondono”, all’assenza di “ricordi di bellezza”, come l’armonia del legame musaico sta a una “brezza”, a un “residuo di energia” della madre che, invocata, “entra nella stanza” facendo “ali stese” di quelle filiali “braccia tese”.
Anche la poesia successiva inizia in tono retrospettivo, “Non ho scritto altro che d’amore”, e poi volge sì al presente, ma il poeta quasi si ritira come spettatore, come se l’amore non avesse bisogno della traduzione poetica, forse perché “a quel modo ch’e’ ditta dentro vo significando”. C’è in queste poesie (a proposito del problema della traduzione cui rimanda la citazione dal Convivio) un tensione verso l’autenticità, a più livelli: così nel dialogo, dicotomico, tra corpo e anima, prima si tenta un’autoauscultazione alla ricerca di “segni di vita”, e poi si aspira a una ricomposizione di questo annoso dissidio.
Ma poi emerge la forza polemica, caustica, di una voce che si allarga dall’ambito personale a quello collettivo, come nel componimento eponimo Questo spentoevo sta finendo, o in La bestia. Qui si disegnano immagini quasi apocalittiche, millenaristiche, profetiche (e perciò ancora dantesche), tra il “puzzo di zolfo”, “il lupo”, “la bestia”, associate a cattedratici, politici, anchormen… Di converso, si aspira a una salvezza di stampo evangelico, come in Il valore, o in Dio non c’è: ma non c’è solo perché “è altrove”, lontano da coloro che, “sterili di figli / e di peccati, neppure di quelli / sono più capaci”. L’uomo evoluto non è più nemmeno quello che, secondo Ungaretti, “per pensarti, Eterno, / non ha che le bestemmie”.
In altri termini, semplificando, la domanda è: siamo noi una società relativistica, indifferente, amorfa, prona al mercato, quanto più si dichiara inclusiva e democratica?
“Le magnifiche sorti e progressive” d’altronde sono subito richiamate da una iterata Risposta a Leopardi che prende spunto dal canto Alla sua donna.
Forse potremmo dire che, della “cara beltà”, il nostro poeta ama, inguaribilmente, le manifestazioni e le incarnazioni concrete, sebbene incompiute, provvisorie, mortali - e seppure egli lontano dal “novello aprir” di giornata -, laddove il Giacomo pone l’accento piuttosto sull’irriducibile idealità di una beltà che è più panteistica di un semplice ideale di donna amata, e infatti la ritrova nel sonno, “o ne’ campi ove splenda / più vago il giorno e di natura il riso”.
Piuttosto, comune tra i due poeti ci vedo invece la considerazione in cui tengono la propria età: “nel secol tetro e in questo aer nefando”…
Vi è un’altra poesia divisa in più parti, Dare del tu. Dovremmo partire dal presupposto che “intuarsi”, per usare non troppo a sproposito le parole del solito e sommo Dante (a proposito, in Alla sua donna c’è “indiarsi”), non è questione grammaticale da prendere a cuor leggero. L’inflazione dell’uso del tu produce talvolta una vicinanza illusoria, posticcia e fastidiosa. Ci sono, si dice qui, tanti modi di dare del tu, ai bambini come all’amore, al corpo, e soprattutto a una voce “non di questo mondo”, all’“assoluto”. Ricordiamo come si rivolge San Francesco a Dio nel Cantico delle creature, ma in fondo anche la preghiera del Padre nostro.
E infine vi è un rapporto col mondo, con le cose, un po’ francescano. Si avverte sì un desiderio di rifondazione del mondo, abbiamo detto, ma è proposto in modo tutto sommato dimesso, senza troppi clamori: così una nevicata (Lo spirito della neve), appunto in sette giorni come nella storia della Creazione, può farsi simbolo di rinascita.
Anche nell’ultimo componimento, Gesù non devo dirti niente, si ravvisa da un lato l’esigenza di porsi in contatto intimo con Dio, di cantarne le lodi, e dall’altro il riserbo, la deferenza, il timore di dire troppo, perché a pronunciarlo, il nome di Dio, come un grande uccello, può volar via dalla gabbia, scrive Mandelstam qui citato a suggello, e così si torna al problema della voce che vorrebbe liberarsi e librarsi dalla sua prigionia, ma non è semplice, specie per chi soppesa le parole.

martedì 29 ottobre 2024

Flavio Vacchetta legge "Errata Complice" di Stefania Giammillaro






















Recensione a Errata Complice di Stefania Giammillaro (Pequod, 2024) prefazione di Franca Alaimo

a cura di Flavio Vacchetta




Errata complice...

uno pensa e si fa delle anticipazioni, dei teoremi persino. Il titolo fa immaginare un'autoanalisi al quadrato, anzi al cubo. Ma imperfetta, impossibile forse. Non so se si usi ancora il termine (lo usai, se posso autocitarmi, per una mia poesia che si intitolava così), ma ci si potrebbe immaginare un colloquio con la propria “coscienza” (o in-coscienza, almeno dai tempi della Coscienza di Zeno). O, forse, l'autoreferenzialità non c'entra nulla, e i motivi dell'errare o dell'erranza (che è anche un vagare) sono prettamente esogeni, così come quelli della complice correttrice o coreggente.

Poi apro, e la poesia in esergo corrobora la prima ipotesi, patentemente, attraverso la figura dello specchio, e il 'tu', che sarà di volta in volta 'montaliano', autocosciente, colloquiale/duale.


Sono componimenti anche di forti contrasti, di polarità apparentemente inconciliabili, un 'odi et amo'.


E anche l'epilogo, volendo, può essere letto come un ritorno a sé stessi, alle proprie radici, che però non può compiersi del tutto:


Figghia sugnu

e matri mi ciamu

senza iabbu né maravigghia pi parenti

senza patiri i dulura

ra nascita

m’arricampu cunzumata

pi chiddi ra morti […]

per voi altri che non credete alla parola data

sorda e malfatta...

 

Nonostante tutto, bisogna ancora credere nella parola, che, nella sua erranza, è essa stessa complice, “ponte”:


La carne è in questo pizzicotto

che giro di traverso per sentirmi

quando non distrae il mare

La parola è ponte che attraversa

la possibilità di perdonarmi

allo specchio dei rimorsi

E se sanguino

sanguinerò per partorirmi.


Ancora lo specchio, l'autogenesi, i rituali di autocoscienza (pizzicarsi per risvegliarsi), il rinvenimento di sé tra passato e presente.


E in questa scomposizione e ricomposizione di un self poliedrico irrompe la molteplicità di relazioni, amorose e famigliari-generazionali (padre-figlio, uomo-bambino) non pacificate, tumultuose.

Si ha l'impressione che una parte cospicua dell'opera si generi dallo “strappo”: si parla di “ferita”, “taglio”, “sangue”... Una lesione apparentemente immedicabile: è “la rabbia del sangue”, una condanna (“condannatemi!”), una “gogna”, che sfocia in dissociazione anche fisica (“non essere come vorresti”).

E lo “strappo” interiore corrisponde, appunto, a quello tra generazioni, e non si ricompone: “ti ho visto piangere, papà”. E riguardo ad altre relazioni: “Saperti proprietario di ciò che non sono / è l’unica vendetta”. Forse a metà tra il montaliano “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” e l'orgogliosa affermazione di sé.

Dicotomie come apparenza e essenza, interiorità e esteriorità, attrazione e repulsione, sono evocate anche dalle immagini classiche della maschera e del trucco, fino al simulacro-essenza della stessa pelle; oppure l'immagine della rosa e delle spine, in perigliosa coesistenza.

Ma quello che consente una permeabilità tra interno ed esterno, alla fine, volenti o nolenti (dolenti), è proprio il trauma, la ferita nelle sue varie declinazioni e accezioni: finché essa è aperta e brucia, c'è vita, fra contraddizioni, inganni e autoinganni:


ridi nel fazzoletto piangi a crepapelle

però chiudi le porte del tuo volto

affinché non dicano poi

che quella donna innamorata eri tu.





giovedì 20 febbraio 2025

“Le meccaniche di fiori” di Dario Marelli

recensione di Flavio Vacchetta





La nuova raccolta poetica di Dario Marelli, Le meccaniche dei fiori edita da puntoacapo nel 2024, merita di essere letta ed approfondita da chiunque cerchi nella poesia quell’autenticità di sentimenti ed emozioni che al giorno d’oggi potrebbero essere considerate di un tempo “altro”, quasi desueto.

Nei suoi versi troviamo dolore straziante e pura gioia, che si fondono e si contrappongono, inducendoci a riflettere sul nostro passato e presente, ma anche sul “qui e ora”.

Le sue parole a tratti ci accarezzano e ci scuotono l’anima e il pensiero… talvolta ci turbano, ed ogni singola poesia è preceduta da brillanti citazioni di personaggi di rilievo della letteratura italiana e straniera che ne introducono la poesia stessa.

In questa silloge densa di pathos e consapevolezza emerge l’intimo sentire dell’autore, che in fondo rispecchia le gioie ed i tormenti dell’umana condizione.



sabato 12 aprile 2025

Versi nel tempo del vivere

Daniela Pericone, Corpo contro, prefazione di Gianfranco Lauretano, Passigli Poesia 2024

recensione di Flavio Vacchetta


Charles Bukowski dichiarava che per lui scrivere è tirare fuori la morte dal taschino, scagliarla contro il muro e riprenderla al volo.

Leggendo Daniela Pericone si ha la medesima impressione, quando cioè il tessuto vitale che si dipana tra i versi, rimbalza nell’animo mentre si fruisce di una lirica dalle connotazioni morbidosamente provocatorie senza cedere alla più banale impostazione di un pessimismo vuoto, piuttosto ad una consapevolezza che traghetta nei tempi del vivere con tutto il ventaglio delle opzioni in dotazione. Qualcosa di conclusivo e sostanziale aleggia nella poesia.

È il suo un “cercare”, a mio modesto avviso, senza sosta ed è il suo un “sentire” più degli altri la presenza, ripeto a mio modesto ed umile avviso, delle cose assenti.

Non c’è contenuto ed argomento che non sia carezzato dalla penna sottile di Daniela salvo poi riscoprire al di là delle argomentazioni e dei ragionamenti, il loro esatto contrario.


Ora la materia

restringe lo spazio

occupato dal corpo

la luce si mescola al fiato

detta le regole il respiro -

vita non vita, né strepiti né paure.

Siamo il gioco prediletto degli atomi

un continuo oscillare

sotto leggi comuni e opposte

direzioni, esclusi dal progetto.

Qualcuno ascolta o nessuno-

c'è una forza impareggiabile

nella solitudine.

(Corpo contro, p. 61)


L’atmosfera dell’incedere lirico, sempre lungo e disteso, si trasfigura nello loro vesti di “giorni e notti” dell’anima e del corpo, del vigore non meno che dello sfacelo fisico di CORPO CONTRO alla beffarda anima priva della mera dimensione temporale, ma per nulla esente da cedimenti.

Allora la poesia rafforza i passi della poeta Pericone, corrobora la linfa per nuove sperimentazioni.

Corpo contro… è il paradosso lungo cui si snoda l’essenza del lirismo periconiano.


Si riempie la notte e ondeggia

al suono del sassofono

cerca un pretesto per non finire.

Qualcuno pesta i tasti del pianoforte

come se ne andasse della vita.

Appesi alle corde del contrabbasso

sventoliamo come bandiere bianche

che fanno festa al nemico.

(p. 55)


L’aggettivazione si fa invenzione fantastica e musicale; siamo nel territorio dell’uso dell’aggettivo alla maniera di Campana per tradurre il linguaggio poetico in canto.