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martedì 17 febbraio 2026

sabato 19 luglio 2025

Conosciamo i vincitori e i votati del Faraexcelsior 2025

 Concorso Faraexcelsior 2025 Poesia

Un grande grazie alla giuria – composta da Adalgisa Zanotto, Alessandro Pazzaglia, Benedetto Ghielmi, Daìta Martinez, Davide Valecchi, Fabrizio Azzali, Manuel Cohen – che ha così deliberato (per la sezione Narrativa/saggio v. qui):


 

I classificato assoluto


Atlante delle ferite

di Stefano Calemme (Rimini)


 

Sono nato il 24/03/1999 a Napoli, dove ho vissuto fino al 2005, anno in cui mi sono trasferito a Rimini. Ho conseguito il diploma scientifico nel 2018 al liceo Serpieri di Rimini e la Laurea Triennale in Lettere Moderne nel 2022 all’Università di Bologna, ateneo dove sto per concludere anche il percorso di Laurea Magistrale nella facoltà di Italianistica. Scrivo poesie dalle scuole medie e il mio sogno è quello di diventare insegnante. fb/stefano.calemme


La parola quale necessaria bussola sintattica in apertura ad una ferita che in sottrazione si riporta segno di un tragitto significato entro coordinate spazio-temporali indicative di una poesia sussurrata tra le crepe del vuoto. Elegiaca cadenza di un volo interno nell’intero di un suono di luce. (Daìta Martinez)


Mediante una scelta lessicale raffinata e fortemente connotata in senso lirico e metaforico, unita ad  una struttura sintattica accurata dall’andamento ampio e riflessivo, l’autore sa conferire respiro classico alle alterne vicende del vivere quotidiano, che vengono poeticamente trasfigurate. Il lettore si immerge così in un’atmosfera pensosa e dolente in cui prendono vita i temi salienti di questa silloge: la problematica ambivalenza dei rapporti amorosi, la perdita degli affetti, il paesaggio e  le immagini enigmatiche del reale, il tempo lento che tutto muta, Il dolore del vivere e le sconfitte ad esso connesse, l’insinuante malinconia dei ricordi. (Fabrizio Azzali)


Atlante delle ferite è una raccolta innervata da una lingua poetica solidissima, musicale, solenne, un flusso dal passo lento che non concede mai nulla al superfluo e che anzi fa di uno stile sorvegliatissimo ed elegante la sua cifra definitoria. Ma la materia poetica non si esaurisce in un mero esercizio di retorica, anzi: in questi testi si vola alti sulle ali dell’emozione perché ciò che viene messo in scena, nel nucleo di ispirazione principale della raccolta, è il contrasto sempre fruttuoso tra la finitezza e l’eterno, la dicotomia tra il mondo della voce scrivente, materiale, opaco, oscuro ma eminentemente umano e l'incontro con un’alterità numinosa, declinata al femminile, che assolve a una funzione salvifica e che spesso si presenta accompagnata da immagini di luce. Atlante delle ferite è un’opera matura e compiuta, destinata a lasciare il segno nella mente e nel cuore di chi la leggerà. (Davide Valecchi)


I versi sono incalzanti e vari e non hanno un filo conduttore da rispettare. Il poeta è coraggioso, osa, la sua scrittura è in grado di autointerpretarsi e di lasciare traccia viva.
Osserva: “ai bivi dei fiori notturni brulicano, vive, nere radici.”

Esplora: “Quando voi siete diventati quelle parole ho perso la direzione delle orme“.

Pensa: “Non saprei disegnare nulla a saperlo fare bene come te quando allacci il filo all’inchiostro nero di noi”

Desidera: “in qualsiasi solco di terra mi trovassi le tue erano sillabe di luce”

Mi sembra che le sue poesia rendano eterno l’istante e invitino a guardare la fragilità della vita con indulgenza e compassione. (Adalgisa Zanotto)



II classificati ex aequo


Una segreta primavera 

di Alessandro Burrone (Pechino)


 

Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC) e vive a Pechino, dove sta conseguendo un dottorato di ricerca. Ha collaborato con riviste e blog letterari, tra cui: Pangea, Studi Cattolici, Il Sussidiario, farapoesia, La poesia e lo spirito. Con Fara ha pubblicato una raccolta di poesie, La sete, il sonno (2022), il romanzo La promessa di vita nel tuo cuore (2023, vincitore del concorso Narrapoetando), la silloge Le mie mani non sanno (I class. al Narrapoetando 2024).

N
ell’affrontare il libro inevitabile sentirsi attirati dentro un giro linguistico dal ritmo incessante che piena la mente quale traiettoria verbale dipanata lungo tutto il percorso scelto dall’autore abile di una stesura poetico-narrativa affrontata nella soluzione discorsiva con il sé reso al sé altro in gradazione prospettica con baricentro declinato nella struttura compositiva di un sentiero ricondotto, per appartenenza stilistica, a una morfologia psichica quale verità di una presenza che denuncia l’incastro nel nulla pur non dimenticando la stretta connessione con il chiarore che resiste. È come trovarsi nel quadro di una stanza in ombra nel mondo, ciò nonostante, scorgersi ancorati in una flessione di coscienza scandita da parole necessarie a posare un sogno nel segmento esistenziale. (Daìta Martinez)


La poesia non serve a nulla 

di Leonardo Colletta (Gatteo, FC)



Mi chiamo Leonardo Colletta, sono nato nel 2003 e attualmente studio Storia presso l’Università di Bologna. Vivo in provincia di Forlì-Cesena, dove coltivo la mia passione per la letteratura e la poesia, che mi ha portato a entrare a far parte del Circolo Letterario Albari di Bologna, un luogo di confronto e ispirazione che è possibile scoprire online qui: circololetterarioalbari.it
Nell’anno 2023: ho esordito con il mio primo libro di poesie, L’incedere del tempo, pubblicato dalla casa editrice cesenate Il Ponte Vecchio. Sempre nello stesso anno, sono stato finalista al concorso di poesia organizzato da Alcova Letteraria il 4 dicembre 2023, un’esperienza che ha ulteriormente arricchito la mia crescita artistica. Inoltre, una mia poesia è stata selezionata e inclusa nell’agenda letteraria delle Edizioni Ensemble. 


A mio avviso la raccolta che desta più curiosità. Espressioni mai esagerate. Componimenti che non ridondano in eccessiva lunghezza. Immagini evocative. La trovo molto vicina, in alcuni componimenti, alla poetica del Realismo Terminale. È un lento trasudare umano, un pellegrinaggio verso una ricerca di umanità, libertà e comprensione. (Benedetto Ghielmi)


Non male. Peccato per quell’eccesso di giudizio. Bella l’idea del riuso della tenzone. A volte la lingua non si addice a testi gettati al presente. (Manuel Cohen)



La voce del sangue 

di Matteo Pasqualone (Cesenatico)



Matteo Pasqualone nasce a Cesena (1987). Scrittore e teologo, da anni il suo studio si concentra sul rapporto fecondo tra la letteratura e la teologia. In modo particolare, gli autori letti e studiati di più sono Flannery O’Connor, Louise Glück, Cormac McCharty, John Steinbeck e John Ronald Reuel Tolkien. Ha cominciato a studiare da poco l’ebraico per approfondire meglio la conoscenza della Bibbia. Ha pubblicato articoli su riviste teologiche e le sillogi poetiche Scommessa d’eterno (Il Ponte Vecchio, Cesena 2016), Ogni nascita è dal caos (Fara, Rimini 2020) e Le tre margherite (Fara, Rimini 2024).


Un continuo combattimento sembra animare le pagine, i testi, i singoli versi di questa raccolta. Sotto vesti grafiche variegate, e dietro linguaggi tra i più disparati e disperati, si anima la vicenda di carne e di sangue, tra reale e virtuale, tra solitudine e social, tra chat e smarrimento privato. Ne deriva una silloge che, pur attingendo a varie strutture e a vari piani della comunicazione letteraria e del giornalismo (si pensi ai titoli strillati, ai testi assemblati come pezzi di quotidiani cartacei), al ricorso continuo a calendarizzare le sequenze con orari precisi e indicazioni di luoghi. Tutto questo ricercare il senso e il filo di continuità del discorso si realizza spostando continuamente i piani sequenza delle scene, delle azioni, delle immagini, e trova il proprio correlativo in un verso soggetto a continui décalages e a un particolare sound teso a restituire musicalità al corpo vivo della parola. Potremmo sospettare di una vera e propria musica, o melos, favorito da successioni di ritorni sonori che subentrano alle “vecchie” rime. Un ritmo cantabile che implica e mima il movimento testuale e il destino generale del soggetto dell'opera stessa in una proposta di notevole fascino e intelligenza. (Manuel Cohen)


Ragli d’asino
di Egidio Capodiferro (Lagonegro, PZ)


Egidio Capodiferro vive in Basilicata e fa l’insegnante. Ha pubblicato poesie, romanzi, racconti, testi teatrali e per bambini. Ha autopubblicato su Youcanprint altre raccolte di poesie e libri illustrati per bambini scritti in versi.

Tra le pubblicazioni in versi si evidenziano: Piramo e Tisbe (Oedipus, testo teatrale in versi), Acquerelli (Puntoacapo), Maculae (Iemme) e Segmenti (Transeuropa).


Poesia ermetica e coincisa, densa e potente. I versi riflettono la corrispondenza fra l’ambiente e l’anima di chi scrive, perseguendo note per lo più malinconiche e brulle (senza mai scadere nella retorica). Più in là compaiono alcune poesie giocose, che completano il quadro rotto di un’esistenza dolceamara, compagna di gioco del dolore e ogni tanto solleticata da qualche soffio di vento. Un «rantolo di luce» alla fine di ogni verso. (Alessandro Pazzaglia)



Opere votate


Ho fatto un sogno
di Michele Caliano (Montoro, AV)


Michele Caliano è nato ad Avellino nel 1963. Vive a Montoro (AV). Astrofilo dagli anni Ottanta, ha conseguito l’attestato in Astrofisica presso l’Osservatorio di Montecorvino Rovella (SA). È appassionato di cosmologia, evoluzione dell’universo, del concetto di infinito nelle scienze e in filosofia. Socio del Gruppo Culturale “Francesco Guarini” è divulgatore scientifico nelle scuole medie statali e presso alcune radio del territorio. Con Fara ha pubblicato Theory of Infinity (2019), Pensieri Filosofici o filo soffici (2020), Canna-bis (2022).


In queste realtà fugaci intrise di distopia, i pensieri dell’autore si fanno mente (indagatrice) e corpo (per lo più sofferente), influenzando la sua sopravvivenza e sbattendolo ogni volta con la faccia sul pavimento, come se fosse caduto dal letto. Questo gioco continuo di restare in bilico fra sogno e “realtà della stanza” mantiene alta l’attenzione, così come l’utilizzo continuativo della rima baciata porta a un carattere di fiaba, che arricchisce i substrati dell’opera. Punti volutamente aspri e autoironia sono le cartine al tornasole di una scrittura che sa intercettare l’attualità e graffiare quando serve. (Alessandro Pazzaglia)



Cuoia
di Gianni Marcantoni (Pedaso, FM)



Gianni Marcantoni (San Benedetto del Tronto, 1975) vive nelle Marche, è laureato in Giurisprudenza. Le sue pubblicazioni: Al tempo della poesia (2011), La parete viva (2011), In dirittura (2013), Poesie di un giorno nullo (2015), Orario di visita (2016), Ammessi al paesaggio (2019), Complicazioni di altra natura (2020), Panorama dei lumi (plaquette, 2021), Sedime (2024). Inserito nella Enciclopedia dei Poeti Italiani Contemporanei (Aletti 2017) e su Italian Poetry, diviene nel 2020 co-fondatore di Wikipoesia. Sue citazioni e liriche compaiono in diverse antologie, cataloghi d’arte, siti poetici, blog letterari, periodici e riviste. Ospite in alcune rubriche letterarie e reading, ha ricevuto vari premi e riconoscimenti.

Silloge singolare e intensa, puntuale verso il proprio io interiore, capace di coerenza e rigore verso se stesso. Abbandonandosi. Nello spossesso di sé, nell’abbandono fiducioso alla vita, la vita abita nei gesti e negli incontri e questi diventano una sorta di “guarigione”. Versi che ora ti coinvolgono, poi ti fanno saltellare, ti conducono a uscire o a restare, ti incoraggiano a scoprire. Versi lucidi e vigili alle risonanze più intime, quelle in cui non è netto il confine tra meraviglia e sconfitta, tra sogno e malinconia. (Adalgisa Zanotto)



Ritmi incerti


Giuseppa Corri Filomé è nata Lentini e vive a Verona. Audiolibro Palestina cristiana (quaranta poesie lette dall’attore regista Alessandro Quasimodo. Tre poesie: Insettoidi ossessi, Entità spettrali, Intravedere paesaggi (Enciclopedia di poesia italiana, Premio Mario Luzi. 2023). Tre poesie: Finestre estirpate, Quanti ancora? e Profumi semitici (Premio Mario Luzi, Enciclopedia Contemporanea Poesia 2024). Testo teatrale Il cocktail del gatto randagio (finalista Premio Mario Luzi Enciclopedia Contemporanea Poesia 2025).

Ritmi incerti è una raccolta in cui ogni componimento rappresenta il testo di un messaggio elettronico tra due personaggi, un ragazzo e una ragazza, che condividono gli spazi di un treno di pendolari, due giovani perduti nell'incomunicabilità verbale che si parlano soltanto attraverso uno schermo, condividendo sogni, ossessioni, un viaggio immaginario in Amazzonia alla ricerca di popoli incontattati, le loro fragilità e una profondità d'animo di cui sembrano aver pudore, ma che emerge in modo deciso. Con toni che si alternano tra il dialogico e il letterario, spesso con sottile ironia, la raccolta è un buon tentativo di fare poesia genuinamente contemporanea, a tratti anche sperimentale e di ricerca, con un buon esito finale. (Davide Valecchi)



Ripassando lungo i bordi
di Paolo Bavosi (Fano, PU)
 


Paolo Bavosi è nato a Fano (PU) il 17 aprile 1973. Vive a Fano, con la moglie Sara e il figlio Giovanni. È laureato in Economia e Commercio e lavora come impiegato a scuola. Le passioni che gli hanno fatto e gli fanno “compagnia” sono i libri, il cinema e lo sport (ora da spettatore). 


Una silloge che presenta un ampio caleidoscopio di forme e strutture, poggiandosi sempre su una scrittura assertiva, chiara, comunicativa. Anche quando le allusioni a una cultura sedimentata in più ambiti implicano una complessità di fondo, la parola, fedele a una medietà linguistica, tende a sciogliere nodi, a rendere più agevoli argomenti che agevoli non sono. La proposta di testi e versi di più ampia partitura, accanto ad altri, brevi e rapidi, tende ad evidenziare la particolare attenzione dell'autore a farsi carico della complessità del presente. Di particolare pregio risulta, ad esempio, Dittico dell’onnipotenza, con il verso libero che si distende in direzione di una scrittura prosastica, e, più in generale, quei testi che presentano digressioni, spesso risolte in rapidi elenchi di cose o di figure. I titoli, o gli inserimenti da lingue allotre o straniere, acuiscono nella lettura la percezione di trovarsi di fronte a una plurivocità multiforme e stratificata. Il concatenarsi di “domande” e di “risposte” porta e prevede soluzioni aperte, possibilità ulteriori offerte anche dal ricorso ampio alle parentesi e alle parentetiche che confermano o minano la logica dei testi. Lungo i bordi di una scrittura al cui centro vi è un pensiero poetante e una sempre più rara intelligenza del mondo, questa raccolta interroga l'uomo contemporaneo, ponendo dal basso di un orizzonte comune dubbi inquieti e inquietanti; dubbi attivi sull’essere e sull'umano consistere. (Manuel Cohen)



DRAMA RUMAGNÓL - Dramma romagnolo 
di Marco Marchi (Longiano, FC)


Marco Marchi, nato a Longiano il 10 giugno 1944 ha soggiornato a lungo in America Latina per poi ritornare al suo paese. Ha scritto 5 romanzi: Quelli dell’Eldorado (Longo 1986), Il gelato è una cosa seria (Diabasis 2004), Quelli dell’Eldorado (Perdisa 2007), Terra e Destino (Perdisa 2008, premio Pescara), Sulle orme di Rocky Marciano (Edizioni Europa 2017, premio Milano International), Gianni di Bologna (Persiani Editore 2019). Alcune raccolte di poesie: Os-cia! (Ponte vecchio 2020), A i sarèm sempra (Ci saremo sempre) (Fara 2023, I al concorso Narrapoetando) e L’arióut (La rivincita) (Fara 2023, II al Faraexcelsior), La nòsta zénta – La caminéda (2024).


La raccolta in dialetto romagnolo condensa, in sagace alternanza di versi essenziali di fresca vena realistica (talvolta  strutturati secondo la fulminea modalità dell’epigramma, altre volte secondo la concisa cadenza dei proverbi o delle drammatizzazioni del teatro popolare), situazioni di tutti i giorni, ricordi, rimpianti di un tempo remoto, salaci ritratti di personaggi e situazioni, umili affetti nel contesto di una civiltà antica che ha la dimensione e il respiro del villaggio. Allo stesso tempo, però, questi quadretti così pervasi dalla saggia morale della gente comune, si aprono ad una dimensione esistenziale universale e divengono il riflesso dell’intera umanità alle prese con le tematiche più assillanti: il fare i conti con i ricordi, la vita e il suo significato, la prospettiva della morte, l’accettazione della propria umana inadeguatezza, l’assurdo che pare governare l’esistenza. Su tutto quel piccolo mondo sovrana regna l’ironia sottile, rassegnata e agrodolce di chi tanto ha vissuto e ha compreso “il gioco” e la sua comica tragedia. (Fabrizio Azzali)


Le migliori sono le più brevi: un concentrato gnomico, tra massima e visione, tra sentenza e paradosso. Veloci, incisive, frecce acuminate. Qualche caduta nel bozzetto (i dialoghi, certi luoghi comuni dialettali). I testi lunghi, dialogizzati, devono forse troppo al vecchio teatro dialettale. (Manuel Cohen)  



Tra le parentesi di un silenzio
di Martina Parri (Milano)


Martina Parri è Autrice, ghostwriter, producer, traduttrice ed esperta di teatro contemporaneo. Nel 2021 si è laureata con lode in Scienze della Musica e dello Spettacolo all’Università degli Studi di Milano. Dal gennaio 2022 lavora per la casa di produzione audiovisiva Movie Magic International come ghostwriter e responsabile dei trattamenti di regia. Parallelamente, si occupa di progetti culturali, in qualità curatrice di mostre e ricercatrice nell’ambito della drammaturgia femminile europea. Ha curato, tradotto e redatto introduzioni critiche per testi teatrali (Mi senti? - Editoria & Spettacolo) e collaborato con il XIX Festival dell’Eccellenza al Femminile – Teatro Nazionale di Genova in qualità di drammaturga. 


Raccolta dissacrante. Distante dall'ambito accademico che, troppo spesso, influenza la parola poetica. Abbiamo necessità di rompere gli schemi precostituiti e, questa silloge, penso metta un prezioso tassello in questa direzione. A volte, quasi esagerata nell'esprimersi ed è un punto di forza. (Benedetto Ghielmi)



Opera segnalata


Tutto curvo
di Paolo Maccarone (Torrino, TO)

Paolo Maccarrone, architetto, è nato a Livorno e vive a Torino. Sposato da 51 anni con Marinella, una figlia e due nipoti. Ha esercitato la libera professione dal 1973, ha fondato nel 2008 a Torino l’Associazione Torino Design Week e nel 2015 il Circolo del Design di Torino. Professore a contratto presso Accademia Albertina delle Belle Arti e IED Torino. Passioni: pittura e fotografia. Ha ripreso a scrivere poesia nel 2020 dopo tragici accadimenti familiari.

lunedì 3 febbraio 2025

ANNO NUOVO? SEMPRE FARA!

recensioni a cura di Fabio Cecchi


• Socrate Toselli leggo essere un avvocato che ha accolto la missione della poesia, e io m’auguro perseveri con la bella passione condivisa. Al centro della copertina beige caldo vediamo posizionato un interessante disegno a matita di Jules Pequoq che non conoscevo. Non conoscendo nemmeno l’autore dei testi non posso inoltre avere pregiudizio. Trovare un cuore mi risuona un bellissimo titolo. Nella postfazione un errore di stampa mi stava facendo credere al neologismo, mentre si tratta di una simpatica svista del nostro uomo ponte e tuttofare Alessandro Ramberti. Un libro dal respiro non troppo ampio, di un linguaggio adoperato senza fronzoli o sensi nascosti, forse riconducibile al secondo Novecento di casa nostra. Non basta una lettura spicciola, tuttavia, non gliene rende merito. Il neo che incombe sul fare uso della rima, al tempo d’oggi, è di calibrare le scelte per risultare originali. La vocazione non è troppo lontana dalla maniera della compilazione di aforismi. Una poesia che mi piace assai è quella a pagina 50 con oggetto il fiume Tevere. Il contenuto generale è incentrato sul soggetto vivente senziente allacciato alle tre dimensioni. Quella della vita terrena stretta, quella che riveste ma sfugge l’immanenza terrena, quella che costituirà il dopo della nostra permanenza. Un libro che alterna pensieri leggeri a pensieri profondi e complessi, una valida compagnia ad esempio nel viaggiare in treno.

• Ce n’è parecchio da leggere nel volume a nome del giovane e promettente studioso Alessandro Burrone. Noi lo attendiamo calorosamente al prossimo raduno a Fonte Avellana, anche perché mi riuscirebbe abbastanza difficile, andarlo a prelevare in Cina come fosse uno dei tanti pacchi export. La pubblicazione di Le mie mani non sanno segue la vittoria al concorso Narrapoetando, su motivazione firmata da Ruotolo e Fresa e Ciampalini, che sono tutti del mestiere e non da ieri. Alessandro mi piace quando rievoca e descrive, la maggior parte di codesti frammenti. L’opera passa verso la metà a offrire delle note, venendo a una prosa più ampia. I testi più corposi occupano le ultime posizioni. Non avevo idea che l’autore, come me, sapesse leggere in francese. Le note derivano dalle letture affrontate. Alessandro sembra aver raccolto l’invito di una citazione riportata, ovvero leggere senza fare programmi, nonostante la seria abnegazione dello studente fuoriesca tutta. Appoggiando il volume, mi sorride di conseguenza la faccia da schiaffi del suo creatore, nella fotografia del retro. A lui va il mio saluto benevolente, purché non si faccia ancora più magro e slanciato, visto che personalmente riesco soltanto nella direzione opposta.

• Entriamo prego nel vetro della lente, così come recita un suo verso. Vi metto volentieri al corrente che incontrando Gianni Marcantoni ho incontrato una gran brava persona. A me sentirlo leggere è piaciuto e ve lo raccomando. Sedime esce per la collana Spiccioli, i cui titoli sono riportati cioè elencati nelle pagine di fondo. Lupa è un testo interessante, di Reso mi garba particolarmente la seconda parte, di Sosta invece più la prima. Il paesaggio emerge nelle ultime liriche, che sono state tra l’altro pubblicate in riviste, spiegano le note del volume. Questo paesaggio ha tra l’altro riferimenti interessanti, perché la costa fermana è stata un caposaldo dell’urbex dell’Italia centrale, come l’autore già sa, visto che l’ho arringato bene di persona. Entrambi stavamo rendendo omaggio al buffet Anteas, nella cornice della splendida lettura fariana del gennaio passato. Procediamo. Il lessico di un poeta è scelta personale dove più dove meno condivisibile, ma non possiamo certo fare tutti le stesse cose alle stesse maniere. Sono contento di aver avuto modo di sperimentare la poetica di Gianni Marcantoni, che è vero che molto ha già mandato in stampa, ma mi auguro stia già lavorando a nuovi preparativi poetici.

• Non credete? È buffo che io abbozzi una recensione a un lavoro di Gianpaolo Anderlini, nella consapevolezza che la sua cultura e la sua bravura lasciano di molto indietro la mia. E allora compromesso sia. Scriverò ciò che mi è dato di scrivere, sapendo di volare basso, là dove il materiale spesso si colloca piuttosto in alto. Via in cammino! Salmi, ossia brani numerati, in cui la poesia va a fondersi con la preghiera, quest’ultima forse presa in senso troppo riduttivo. La prima sfida che incontriamo è farci carico dell’assenza totale di punteggiatura. In compenso la poesia gode di un canone stilistico, terzine o quartine di endecasillabi, e un verso singolo posto a chiusura come standard di produzione. Ho già letto materiale impostato da Gianpaolo, per così dire, sulle note messe in quaderno a fine giornata. Era un libro nato negli anni del Covid, sempre della casa Fara, per cui non esitate a recuperarlo. Il brano 150 chiude la lunga e corposa serie.
Una volta tanto mi trovo di fronte a un’opera che richiama il progetto organico in metrica come per esempio nei miei cari Pastonchi e Moretti. Anderlini riflette per la maggiore e commenta per la minore parte. Aspetto incisivo dei brani è infatti il carattere essenzialmente umano che accetta di distinguersi da una parola biblica accentrata al divino e supremo. La voce è fluente e decisa, un po’ più di rado assorta e nebulosa, stante indicare il pensiero sospeso o ipotetico. Nel libro terzo ho sottolineato più che negli altri. Salmo 81 e 84, molto bene. Salmo 96 e 97, altrettanto bene. Non mancate di leggere del Dio verde clorofilla del salmo 116. Questo breviario personale direi che si staglia tra i titoli usciti nell’anno lasciato alle spalle. Viene da amareggiarsi che non ne parlino i giornali nazionali, appartenendo alle belle opere di crescita e di sintonizzazione con l’universo. Inoltre sappiamo d’ora in avanti che l’autore emiliano conserva molte più parole in saccoccia di quante la sua riservatezza gli consente di pronunciare di persona. Ancora una volta, grazie Gianpaolo.

• A quanto apprendo dalla biografia, Guglielmo Aprile non è nuovo al comporre versi. Avverto attesa palpabile, verso i suoi Appunti eoliani, visto che giungono da zone per me pressoché sconosciute. Una citazione doverosa al gentilissimo pensiero dell’autore di premiare i contatti fariani dell’invio del testo digitale dell’opera. Avevo sentitamente ringraziato della bella sorpresa e mi ripeto tuttora. Inizierei sottolineando il tono discorsivo che dona un certo corpo alle liriche. Sono punti a favore, per quanto mi riguarda. La prima sezione intitola Ha un animo la pietra. È chiaro perché. Si tratta di testi dedicati agli scogli, cosa notevole: non da tutti usare un tale potere immaginifico. Si prosegue con titoli evocativi, come Apparizioni, Incantesimo, Pareidolia. Guglielmo illustra, ricorda, racconta. Attinge da Montale senza soffermarsi eccessivamente. Il mare che divora, il mare padre e assassino. Non ci si sofferma sul mare a trecentosessanta gradi, quanto sui giorni che l’autore ha scelto di intrecciarci. Sorge in me il quesito di lato tecnico se le osservazioni degli appunti siano state tracciate a memoria oppure seduta stante sulla battigia. Non un libro banale o che possano banalmente fare tutti. Questione di vocazione, soprattutto. Se sul mare scorrono voci, come lascia detto il poeta, direi sia centrato ricorrere al termine vocazione. Un libro che appagherà coloro che sentono il richiamo e condividono l’ambiente del mare.

• Il turno e il ritorno di Daniele Gigli, il quale in verità non si è mai allontanato, dall’attività di scrittura e dalla famiglia Fara. La biografia mi ricorda essere di casa torinese, quella che è stata per me una seconda casa di luogo poetico, seppure il nome di T.S. Eliot sembra lo abbia sospinto un tantino altrove. Via, entriamo in campo, cioè in campo saggistico. Eliot prima, Quadrelli dopo, i cui ritratti accompagnano la lettura. Abbiamo solo da imparare, mi viene da dire, cosa di meglio? Ora riporto una premessa solo per il gusto di esorcizzare la materia e sdrammatizzare. Io personalmente ho rincorso in tutti questi anni la nonchalance di lasciare Eliot per la senilità, sicché il libretto messo in mano dall’editore mi ha lasciato di ghiaccio per un istante molto prolungato. Non saremmo probabilmente andati d’accordo neanche in villaggio vacanza, se contemporanei, lui e la sua poesia che digerivo a fatica perché cervellotica, trascendentale, non referenziale. Non sta tutto qui, ad ogni modo, nel bene e nel male. Ora di rimediare tramite chi ne sa abbastanza. E anche di più.
Le prime paginette, sul ruolo dell’intelletto e sul peso dell’oggettività, risultano assai preziose. Sarebbe da pazzi lanciarsi a capire la poesia senza capire il pensiero che le ha dato forma. Un paio di cose che tenevo in memoria sono l’importanza delle Upanishad e la stima per l’Ulisse irlandese. Non sapevo dell’avversione per l’Amleto e in generale per l’opera del Bardo di Avon. Interessante davvero il dibattito sulla resa del verso bellissimo e tremendo Why then Ile fit you? presentando entrambe le versioni considerate dal curatore storico Alessandro Serpieri. Uno scherzo del destino ha voluto, al mio tempo, che in letteratura inglese studiassimo Yeats lasciando Eliot da parte. Sì, proprio al liceo Serpieri di Rimini. Non che ci avessi dato enorme peso. Quasi un anno era andato perso dietro a Coleridge e nessuno aveva idea che Thomas Hardy scrivesse libri di poesie. Un richiamo cattolico non me lo attendevo più e invece, con testo originale del Vangelo di Luca, viene ottimamente illustrato nelle ultime battute. Quei versi mi sono piaciuti molto. Quando Eliot mantiene integrità nei paragrafi, evidentemente, sono anch’io in grado di apprezzarlo. La sezione dedicata si chiude poco oltre la metà del libretto. A pagine 41 inaugura il saggio su Rodolfo Quadrelli. Abbinamento che scaturisce, Gigli deve rivelarci, dall’impegno dello stesso nella traduzione della letteratura inglese. E tuttavia il testo tratta di filosofia. Inedia spirituale, antico tempo e moderno, eredità dei sistemi filosofici. Sono sempre lieto di imbattermi in parole desuete, e l’autore se ne avvale senza problemi. A pagina 42 per esempio. Un percorso di lettura niente male, che è davvero bene sia stato recuperato e pubblicato. In fin dei conti il binomio di studi non si riserva a pochi eletti, e senza dubbio se ne apprezza l’amore e il rigore che lo intinge. Mi faccio promessa di rileggere una seconda volta. Almeno una seconda volta. Ben fatto, Daniele, avanti tutta.

• Vi sono persone verso cui serbo una stima forse negli anni non dichiarata. Una di queste è Franca Oberti, donna di lettere e donna del sapere. Dov’era finita questa pubblicazione? Anno 2019. Una di quelle delle uscite dal Faraexcelsior. Franca ha esperienza di poesia nonché di sapere medico ma ha senz’altro offerto tanto di buono nella semplice prosa di racconto. Il libello in questione è Lina la Gocciolina, con tanto di sottotitolo I ritorni dell’acqua. La distribuzione del testo o meglio dei testi scherza un poco con la pazienza del lettore. L’inizio cade dopo una premessa e una introduzione a firma della stessa autrice. Il plus arriva a sipario calato tramite uno degli interventi di Stefano Martello, che colgo occasione per abbracciare a distanza e ringraziare per la sua vena preziosa e inesauribile. È giusto rimarcare il ruolo dell’acqua nella nostra vita e l’attenzione che le dobbiamo. La letteratura che attinge dal passato e si rivolge al futuro mi va altamente a genio. I riferimenti geografici del testo sono benvoluti e si accostano al “fare mappa” che è proprio una delle capacità degli urbexers. Ancora dobbiamo credere nelle possibilità di testi dall’afflato pedagogico. Io che mi prometto di crederci sono stato dunque contento di essermi intriso delle parole della storia corale di Lina la Gocciolina.

• Apro la recensione con la domanda più importante, ossia se siamo di fronte a un libro che merita il nostro prezioso dosaggio di attenzione. Sì, la risposta. Sono in tutto e per tutto felice di aver messo le manone sull’opera in prosa intitolata I GiraSoli e votata al Faraexcelsior. Il mio giudizio non reputo né parziale né circostanziato, perché il libro gode di un impianto di livello accademico e la sintassi non presenta forse forse nemmeno una smagliatura. Sabrina Zanoni trascrive per noi uno stretto numero di conversazioni telefoniche, svolte dietro progetto, dimostrando di conoscere gli stilemi del romanzo. La prima storia esordisce con un’emicrania, che guarda il caso, sarebbe mia materia di competenza. Si snocciola poi una storia al femminile, di leggera tensione drammatica. La seconda storia è capitata a fagiolo, sotto Natale, e spero di non essere l’unico a riconoscere la stessa leggenda della lirica pascoliana La tovaglia. La terza storia contiene il pregio di fare luce, in un incrocio di voci femminili, su cosa consiste il progetto “Storie al Telefono”. La quarta storia stava per farmi capitolare, per via di un ritratto di famiglia con guazzabuglio, ma alla fine niente che venga esagerato. Il quinto episodio, uno schietto discorso maschile sull’amicizia nel tempo dei social, è anche il più sintetico. Il sesto invece riprende spazio nella calorosità di una nuova personalità di donna, sempre in dialogo con Marta, nome assunto per l’occasione dalla bionda autrice lombarda. Un difetto da riscontrare potrebbe individuarsi nella voce principale, che talvolta agisce da cassa di risonanza senza riuscire a essere un secondo soggetto. Ad ogni modo, il responso è più che positivo. Non ho esaurito la lettura delle ventuno storie trascritte, facendo sì che il loro gusto squisito mi accompagnerà nell’attesa. Un’inclusione in catalogo in grado di soddisfare il lettore più esigente e quello più semplice. Applaudo Sabrina Zanoni e mi congratulo con Alessandro Ramberti.

• Ho amato assai scendere nelle pieghe del libro che vi presento. Le dodici storie ideate e riportate da Francesco di Sibio. Ce la accenna lui stesso col titolo, Che cosa vuoi che sia un anno la ripartizione del materiale scritto. A causa della salute inferma, i miei ultimi anni non possono dirsi degni di nota, detto sinceramente. Al contrario, l’autore ha raccolto valide annotazioni da cui comporre altrettanto validi racconti. L’ombra che gravita sopra libri di una certa mole, per ciò che so dire, è di non andare d’accordo con lo stile o con la trama, rendendo la lettura una fatica costante e deplorevole. Francesco invece scrive bene e spaziando su diversi temi vince anche la seconda scommessa. C’è da dire che gioca prevalentemente in casa, ambientando nella sua terra irpina, così da ridurre il margine di errori grossolani. Ho amato il terzo racconto (“La Tela della Vergine”) che ritengo collocarsi una spanna sopra gli altri, grazie alla bravura della fabbricazione in epoca storica. Anche il secondo e il sesto episodio, rispettivamente sulla solitudine nella terza età e sulla musica dal vivo, fanno bella figura. Mi sono promesso di stanare quanto prima anche le storie della seconda metà del libro. Opera che garantisco valida e avvincente, mi congratulo con il suo creatore.

• Un’altra uscita sfuggita alle mie grinfie. Ancora una volta, anno 2020. Ha avuto dopotutto qualcosa di benedetto. Non ho mai incontrato Gualtiero Lelli, anche perché apprendo egli ha casa a Roma. Questo doppio romanzo trova tra i suoi pregi proprio nel calare il lettore nella dimensione della città capitale. Non ricordo nemmeno più che voce abbia è l’evocativo titolo scelto. L’intreccio e la sintassi funzionano benissimo anche lasciando da parte l’ambientazione. Il volume rivestito di un azzurro leggerissimo cela in verità un contenuto grintoso, una narrazione in prima persona molto bene orchestrata. Abbiamo addirittura una paginetta carnale per uno e per l’altro episodio. Non certo il marchio di fabbrica fariano, ma a volte ci vuole, e la volta era buona per azzardare. Non mi sottraggo al rimando a un altro romanzo edito anni or sono da monsieur Ramberti, cioè Pinocchio non abita più qui, sempre ambientato nel romano. L’opera di Gualtiero Lelli mi pare più compatta e scorrevole. Ho tracannato di un fiato il secondo romanzo, mentre mi vedo rallentare con il primo, ma senza dubitare di godermelo a sufficienza. La vera curiosità è forse avere dato al libro il nome di una delle storie, nascondendo di fatto che ce ne siano due distinte. Sono grato ad Alessandro Ramberti per il consiglio della lettura in questione che a mio turno rilancio, senza indugio, a chiunque possa apprezzare la scrittura romanzata. I miei complimenti a Gualtiero Lelli.

• Incontro con l’autrice. Su mia volontà di raggiungere la brava Sonia Gardini nella struttura residenziale di Sant’Angelo di Gatteo (FC) in cui gestisce la sua riabilitazione muscolare. La Casa Fracassi m’appare davvero valida locazione, a parte un prolungato cantieraccio esterno, sicché sono proprio contento per la mia amica. Il Risveglio delle Cose è un libro leggero che non per questo debba essere sfogliato senza concentrazione. Io sono tra coloro che concepiscono la poesia come spazio e occasione di impegno civile, sicché spesso vengo scosso dal mio piedistallo ideale, come la stessa Sonia si è concessa di fare. La prima sezione comprende i tanka. Questa costruzione mi piace assai, come sarebbe piaciuta a Thomas Hardy, e sono lieto di averla appresa. Lo sfondo delle liriche attinge dal verticale all’orizzontale: mare, prato, nubi, cielo. Immagino tra me e me l’autrice, seduta assorta come la conosco, attendere la brezza e l’ispirazione avvicinandosi al bagnasciuga. La costa cesenate cioè cesenaticense l’ho percorsa avanti e indietro nella mia ricerca delle colonie perdute, come ho confessato e illustrato alla mia amica, indicando la fabbrica chiusa e in vendita giusto a lato del suo domicilio. “Che cavolo ci vai a fare nei posti”, le esce schietto di rimando. Eh, il tempo dell’uomo celibe è purtroppo soggetto a interrogativi ben più grandi di lui e forse anche di voialtri. Ogni tanto cerco il percorso di uscita dai confini della civiltà o forse soltanto dal confino della mia persona. Sonia da questo punto di vista è molto più disciplinata di me. Ai grandi tocca il buon esempio, d’altronde.
La seconda sezione comprende gli haiku, che non sono più una rarità sul fronte letterario occidentale. Sonia se la cava in modo egregio e mi collega più d’una volta, penso involontariamente, allo stile di Alessandro Ramberti e di Caterina Camporesi. Anche quest’ultima rammento con malinconia stare trascorrendo un periodo di festività di più sotto il tetto di una residenza protetta. A lei dunque estendo il mio abbraccio virtuale, poiché il bene non si dimentica, e anch’io non ho voluto che un verecondo bene nei confronti della nostra amica. Torniamo a Il Risveglio delle Cose. I passaggi che mi hanno colpito sono Si offre esile la margherita; La roccia erta d’ocra; Stanno le case aggrappate sul colle come presepe. In fondo, una buona poesia scaturisce dal vedere bene. Un monito da tenersi a fianco, lo stabilisco anche e in buona parte per me stesso. Il passaggio Vorrei tuffarmi in un gorgo di mare mi lampeggia una versione più turistica della autrice, come sul pontile della motonave. Non so quanto anelito stagionale alberghi dentro Sonia; chissà se di qui a poco noterete lei a balnearsi in spiaggia e invece me a ritirarmi a vita privata in entroterra. Sonia, sei stata vaccinata per l’ironia? Spero di sì perché con me la vedrai spesa in abbondanza. L’ultima apparizione, prima dell’indice, viene riservata a un testo chiamato Invettiva. Questa volta il richiamo sembra Primo Levi e il tema storico quello di guerra. Nella Casa Fracassi scoccano le ore otto e al televisore, dopo la prevedibile clip di Mattarella a palazzo, è il turno degli aggiornamenti da Gaza e Kiev. Ce n’è veramente di che ricordarsi di cosa siamo capaci in negativo. Signori, è appena passato Natale, non rigiro le parole nella piaga. Ora che ho scritto posso riporre il libriccino in salotto, non troppo nascosto, nel segno delle cose a cui si vuole bene. Se la Casa Fracassi non instaurerà criteri di selezione basati sulla avvenenza, entro primavera riporto la mia robusta persona a incontrare la nostra autrice. Io vi ringrazio per l’attenzione. Buona vita e buona letteratura.