Ogni cosa rimane prudente

Massimo Parolini, L’Ora di Pascoli

di Giovanni Fierro su Fare Voci di Gennaio 2022

Incontrare Giovanni Pascoli. Creare l’occasione di un confronto. Stare nella prossimità più vicina della sua poesia. E allo stesso tempo costruire il proprio scrivere, lasciare che il proprio io cerchi il nuovo da raccontare.
È questo il centro poetico a cui appartiene L’Ora di Pascoli. The Hour of Pascoli, il libro di Massimo Parolini dove l’autore propone la propria voce poetica, in un continuo dialogo con il poeta di Myricae.
Perché tutto il libro è un intersecarsi delle loro due voci, a tessere una trama che allo stesso tempo guarda al passato (le citazioni da Pascoli) ed esprime il presente (il nuovo scrivere di Parolini).
Libro che è dunque una cucitura, un tenere assieme un tessuto che si offre al lettore, a cui chiede complicità ed appartenenza.
Il libro è anche un interrogarsi sulla poesia, sulla sua radice più profonda, sul suo vivere nel nostro tempo quotidiano, in questo presente che forse è “Di là da ciò che vidi e che pensai,/ non trovai fondo, non trovai mai posa,/ da spazio immenso ad altro spazio immenso…/ in un gorgo infinito, senza più alito, senza più peso…”. Dove il corsivo è la citazione pascoliana.
Tutto il libro è uno scendere nel profondo del mondo di Pascoli, ma con la fresca costruzione del portarlo all’attenzione dell’oggi, al domandarsi di quanto la sua poesia è ancora strumento per indagare l’adesso e il qui.
E la natura, e chi la vive, rimane protagonista e lente d’ingrandimento di ogni manifestazione, a cui Paolini va incontro, raffronto a cui non si sottrae: “Le orecchie dell’asino seguono/ un blando stornello/ che sbuca dai boschi con queste parole:// – E m’hanno detto ch’è risorto l’amore…”.
Tutto “L’Ora di Pascoli” è un affidarsi ad una intimità che viene sussurrata, mai tradita, forza che ha la capacità di una confessione: “Non potemmo/ lasciare la terra dentro il nostro rancore./ A me fu svelato il segreto che ci lascia tornare:/ tu Giovanni le canti: le bricie di pane, le lagrime amare…”.
E a cercare, e trovare, un respiro più ampio a questo progetto letterario, c’è anche lo stare sulla pagina della versione in inglese dei testi di “L’Ora di Pascoli”, tradotti da Francesca Diano, a cui si aggiungono le illustrazioni di Pietro Verdini, che arricchiscono ulteriormente questo lavoro.
 



Dal libro:

Poi, una nebbiolina, ricopre,
pian piano, ogni cosa: nasconde
le cose vicine, nasconde
le cose lontane…

*

– non si vede, al levarsi, la Pania e il Monte Forato –

Dura il frastuono, e par d’una cascata…

Piove e il ruscello dell’Orso tracima;
San Cristoforo esce dal Duomo
poggia sui flutti il bastone
saldo tiene alla spalla
l’esangue bambino che reca
in mano il libro dei suoni
e spande nel giorno i suoi versi
sopra gli orti le pietre le selve

quasi scroscio d’una luminosa acquata.

*

Sì, che anche una crosta ammuffita
è buon cibo alla fame: pane si chiama,
che ora spezzano concordi,
il dolce pan dei ricordi.

*

Una voce cade blanda dal cielo.
È tardi; È l’ora.

Al suon dell’alba che tintinna
ogni cosa rimane prudente
si acquieta nel ruolo
da sempre assegnato
che la ninna
fra la vertigine d’ombra
di un volo…

(le parole in corsivo sono citazioni pascoliane)

  

Intervista a Massimo Parolini:

Cosa significa entrare in ‘complicità’ con le parole di Pascoli, creare sulla pagina un accadere che tanto deve a ciò che c’è già (le parole di Pascoli), e tanto a ciò che si è creato dopo, ovvero il suo personale scrivere?
La parola “complicità” ha nel suo etimo un rinvio ad “allacciare”, “piegare”: nell’autunno del 2017 mi ero recato a Barga di Castelvecchio per ritirare il secondo premio per libro edito al concorso “G. Pascoli – L’Ora di Barga”. In occasione della visita guidata alla casa museo di Pascoli (che lì visse dal 1895 alla morte nel 1912) gli spazi e gli oggetti mi hanno trasmesso altro e oltre ciò che la gentile guida diceva: dal collare del cane Gulì agli strumenti della cucina col loro vocerìo, dal salottino allo studio coi tre tavolini, dalla camera da letto del poeta col fucile da caccia regalatogli ma mai usato (anche se esibito in foto) alla macchina da scrivere con un solo martelletto: feticci animistici, non presenze mute.
La sorella Maria (la Mariù del poeta) che gli sopravvisse per oltre quarant’anni in quella casa, la custodì rendendola (con la cappella, gli scritti, gli oggetti e l’intera proprietà) monumento di rilevanza nazionale (evitando in questo modo che fosse smembrata per via testamentaria). Visse continuando ad attingere l’acqua dal pozzo del cortile e usando le lampade ad olio fino al 1953, anno della sua scomparsa.
Stese una specie di cellofan protettivo su tutto, fermò il tempo al nido duale intrecciato in quella casa con Giovanni per diciassette anni. Ecco il punto: attraversando quegli spazi mi sono sentito attraversare, “allacciare”, da loro, il loro “piegarsi” su di me che li fissavo, questi feticci hanno iniziato a ispirarmi immediatamente assieme anche a tutto il contesto barghigiano (il paesaggio collinare circostante, il paese coi suoi monumenti fra i quali il Duomo di S. Cristoforo, le bellissime terracotte dei Della Robbia poste, oltre che nel Duomo stesso, nella chiesa di S. Francesco e nella piccola chiesa di S. Elisabetta, dentro il complesso dell’antico monastero dell’ordine francescano delle Clarisse di Barga, oggi sede del Conservatorio, la chiesetta di Caprona con la sua schilletta…).
Il resto l’ha fatto l’amore per la poesia pascoliana, i suoi versi, i suoi fonemi che aleggiano in noi (e forse come frequenze nello spazio universo) e ci commuovono: ci muovono con loro a donare qualcosa: questo ho sentito, senza progettarlo. Questo significa per me “complicità” col modo pascoliano.
Importante, poi, anche la lettura de “Il fratello ritrovato. Le lettere di Giovanni Pascoli a Raffaele” curato dalla professoressa Alice Cencetti nel 2017 (con la fine della secretazione da parte del Centro Archivistico della Scuola Normale Superiore a cui erano state affidate dalla nipote dello stesso Raffaele), che apre uno squarcio spesso inedito sull’anima del poeta, mettendo a nudo ansie, desideri, sofferenze, tensioni familiari e altro.
La figura del fratello Giuseppe, di cui varie lettere parlano, considerato da Giovanni un “ricattatore”, un “ramingo”, un disadattato, la pecora nera della famiglia (delatore della polizia, spiantato, fraudolento) ha poi voluto entrare nel flusso ispirativo, ponendosi come il figliol prodigo che permette l’evento misterioso-miracoloso della riunione del nido nella notte di S. Martino.

Ecco, il fratello….
Giuseppe Pascoli fu inventore, un genio della meccanica, tra il 1897 e il 1909, ebbe tredici attestazioni, comprensive di onorificenze e di brevetti.
Progettò letti e barelle per ospedali e da campo, carrozzine, brevettò l’agganciatore meccanico per vagoni ferroviari, la cassetta postale per lettere con sistema anti pioggia, il contatore idraulico: purtroppo non riuscì però a sfruttare economicamente le sue invenzioni.
Sposò una maestra elementare conosciuta a Belluno e con lei visse (sempre con lavori saltuari) spostandosi in seguito a Bolzano Vicentino e lasciandola, alla sua morte prematura, vedova con sei figli piccoli.
Una figura tutta da riscoprire. In realtà, a posteriori, mi sono reso conto di un’antinomia: Giuseppe corrisponde al Barbiere del paradosso di Russel: è l’unico della famiglia che può riunire nell’insieme-nido tutti i membri che non riuscirebbero a unirla. Lo stesso poeta, che pur prestò spesso soldi al fratello, non facendolo sapere alla sorella Maria, che non glielo avrebbe permesso, non avrebbe certamente incluso “Peppino” (come lo chiamavano in famiglia) nel nido ideale.
Maria, poi, nemmeno a parlarne: al primogenito di Giuseppe, Giovanni, che voleva riallacciare i rapporti di parentela dopo la morte dello zio poeta, lei rispose: “Io non ricevo chi non conosco”.
Torniamo al paradosso: Giuseppe è l’unico della famiglia che può riunire nell’insieme-nido tutti i membri che non riuscirebbero a unirla. Ma per far parte dell’insieme-nido, dovrebbe anche lui essere un membro che non riesce a unirla.
Dovrebbe farla unire quindi da… sé stesso (unico barbiere del villaggio, unico membro di casa Pascoli capace, anche per interesse e flessibilità, di ricomporre il nido con i suoi drammi, rancori, asti). Quindi Giuseppe, per appartenere al nido (quello reale, con la sua incapacità, non quello idilliaco ideale) non può appartenerci: solo così lo può ricomporre. Ecco che l’abbraccio con i genitori e i fratelli sul piano prettamente logico sa di fittizio, crea un breve contatto, non crea una cucitura reale.
Questo nel campo della logica (umana): se invece ci spostiamo sul tavolo del “perdono” e abbandoniamo la logica, possiamo dire che, come in un sogno di pace, il nido pascoliano si può, realmente, ricucire.
Questa è diventata, opera costruendosi, la finalità inconscia del mio poemetto: solo un gesto di assoluto perdono reciproco, ma anche dei mandanti e dei sicari nell’assassinio del padre Ruggero, da parte dei membri della famiglia, può permettere la pace ai Pascoli e il ritorno nella mensa condivisa.

(illustrazione di Pietro Verdini, dal libro)

Pagina dopo pagina, che ‘dialogo’ si è costruito ‘fra di voi’?
Ho sentito che non dovevo limitarmi a scrivere dei versi originali, nuovi, in omaggio al grande poeta, ma che dovevo accettare di cucire, come un sarto, un percorso, nel quale la realtà si mescolasse al sogno, al desiderio, agli interstizi del possibile e del sacro, perché, come ci ricorda Amleto “Ci son più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia”.

Anche il dialetto è presente in queste poesie, quasi a dare un respiro in più, una intonazione. In che modo, e con quali prospettive, ha trovato il suo spazio?
Sono parole in romagnolo o, soprattutto, varianti popolari toscani, spesso della zona attorno a Barga, la Garfagnana, nel lucchese, che Pascoli ha usato in particolare nei Canti di Castelvecchio, nel suo ricco plurilinguismo (memore dell’amato Dante, cui dedicava nello studio uno dei suoi tre tavoli) che si nutre della ricchezza delle lingue madri, regionali, considerate particolarmente espressive e significative.
Pascoli si era accorto che la lingua poetica italiana usava spesso termini generici, poco incisivi, poco espressivi. Sentì quindi il bisogno di rivitalizzare il suo dettato poetico mescolando ai termini aulici di tanta tradizione italiana classicista, parole dei vari parlati regionali con cui entrava in contatto, termini dialettali e gergali, parole straniere, soprattutto inglesi, magari nel “pastiche” linguistico creato dai migranti italiani all’estero (come nel caso del poemetto Italy, termini tecnici specifici dei vari ambiti (soprattutto nella botanica e nell’ornitologia). Creando in questo modo una nuova lingua poetica, sperimentale.
Questi innesti sono tutti originali pascoliani, io non ho aggiunto nulla, ma li ho lasciati farsi piega del tessuto complesso del testo che si andava tessendo.

E poi c’è la versione in inglese dei testi, ad aprire ancora di più il panorama di pronunce e suoni. Come lo vive questa ulteriore trasformazione del suo scrivere?
La scelta della traduzione inglese, realizzata da Francesca Diano (traduttrice e poetessa), pur nella sua complessità, dato il plurilinguismo pascoliano rivisitato nel poemetto, si è imposta sempre nello spirito del poeta che, per l’appunto, fra le pieghe del suo plurilinguismo, usava anche la sfoglia dell’inglese, magari pasticciata col dialetto garfagnino.
Mi sembrava giusto prevedere già nel poemetto originale una possibile lettura pascoliana per il mondo anglosassone europeo (il comune di Barga, fra l’altro, è gemellato per questioni migratorie con città scozzesi) e statunitense, e, più in generale, essendo l’inglese la lingua “commerciale” della comunicazione mondiale, allargare il sogno del nido familiare che si ricompone ad un pubblico più vasto.

L’andare incontro alla poesia di Pascoli, intrecciarla poi con il proprio scrivere, farne una possibilità di ‘poesia nuova’; tutto ciò riporta ad una attenzione da dare alle cose minute, alle verità più sfuggenti. Mi sembra che tutto questo L’Ora di Pascoli sia un cercare e sottolineare un ‘tempo’ – passato, ma anche da inventare – che si vuole ancora. Può essere così?
Certamente… “Siamo nani sulle spalli dei giganti” ricordava nel “Metalogicon” (metà del XII secolo) Giovanni di Salisbury, attribuendo la frase al suo maestro Bernardo di Chartres.
I classici sono sempre stati linfa a cui attingere, anche rinnovandoli: in questi giorni al Mart di Rovereto sono esposte le principali sculture di Canova che colloquiano con rivisitazioni di artisti contemporanei (vedi Fabio Viale che tatua le statue classiche).
Classico è ciò che dura e può essere oggetto di continua metamorfosi creativa da parte delle generazioni successive che ne riconoscono, anche con umiltà, il ruolo di matrice originaria autorevole, senza alcuna furia distruttrice in nome di un futuristico-avanguardistico “nuovo” che si si proponga (illuda) di annientare il proprio rapporto col passato, considerato “paralizzante”, ma nemmeno considerandosi meramente uomini che brucano erbe matte ai piedi di idoli infranti (come ebbe a dire in una lettera all’amico scultore Arturo Martini il pittore spazialista veneziano Mario Deluigi).

Tutto il libro sembra una testimonianza e uno svelamento di incanto e fragilità…. quasi una promessa a cui ognuno vorrebbe essere fedele. È questa la poesia?
Personalmente penso che “possa essere anche questo” la poesia, ma rifuggo da definizioni sentenziose: direi che i versi de “L’Ora di Pascoli” rientrano in uno dei molteplici-possibili generi nei quali la parola poetica può esprimersi, quello del poemetto didascalico-elegiaco (ovviamente nella sua accezione moderna) in forma di “pastiche”.

 

L’autore:
Massimo Parolini è nato a Castelfranco Veneto (TV) nel 1967 e vive a Trento.
È laureato in Antropologia Filosofica presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia con una tesi su “La coscienza di Zeno” di Italo Svevo.
Come giornalista ha collaborato alle pagine culturali dei quotidiani “Alto Adige”, “Adige”, “Corriere del Trentino”, “Didascalie” e “L’Adigetto”.
Ha pubblicato “La via cava” (LietoColle 2015, primo premio sezione opera edita Concorso di poesia “Nestore” di Savona) e “#(non)piove” (Lietocolle 2018)
Nel 2019 ha collaborato con l’artista Giuliano Orsingher nella mostra di arte ambientale “E-VENTO” con il poemetto “Lamento per lo schianto”.
Nel 2019 è stato selezionato, per la sezione inediti, al Premio “Pagliarani” con il poemetto “L’ora di Pascoli” (pubblicato nel 2020 dall’editore Fara: segnalato al “Premio Montano”, premiato a “Il Meleto di Gozzano”, primo premio al “G. Pascoli-L’Ora di Barga”).
Sempre con “Fara” ha pubblicato il libro di racconti “Cerette” (2020). Collabora con alcuni blog letterari (Versante Ripido, Readaction Magazine, Casamatta).
Presso la Casa Editrice “Editoria Universitaria” ha pubblicato un libro di poesie sulla guerra nella ex-Jugoslavia, “Non più martire in assenza d’ali”, vincitore del Premio Speciale al Premio Internazionale di Poesia “San Marco-Città di Venezia”.

(Massimo Parolini L’Ora di Pascoli. The Hour of Pascoli pp. 105, 12,50 euro, Fara Editore 2020)


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