“… una vivacità di pensiero e di sensi…”

ANNA MARIA ERCILLI, La porpora delle api, poesie, FaraEditore 2021 

recensione di Nadia Scappini



La verità sta nel mistero della natura.
Questo mi sembra di poter dire in sintesi sulla poetica e la poesia di Anna MariaErcilli, chiare e coerenti fin dagli esordi. Oggi che la bellezza non coincide più con l’armonia, la proporzione, la bella forma - ci suggerisce la nostra - essa va ripensata in rapporto alla ferita come bellezza del frammento, del dettaglio, della caduta, del filo d’erba che sbuca dalla prigione del muro. Oggi che il mito, preziosa forma di conoscenza, tensione e corrente di energia spirituale, è stato oscurato insieme al senso del sacro, il tempo s’è fatto provvisorio come il nostro stare sulla terra, come la luce che irradia le cose, come gli affetti che si coltivano e possono crescere ma anche tradire, come le stagioni necessarie al ciclo vitale eppure gravide di conseguenze sul nostro quotidiano, sui nostri sensi, sul nostro umore.
E allora può essere il movimento del mare, il mormorio di risacca e quel mugolare/ che risuona in tutti/ i fotogrammi smemorati e produce un desiderio istintuale di posare il respiro contro la sabbia/ sentire eterno il ritmo del mare, quasi un sonno ristoratore e benefico, a concedere una sosta necessaria alla fatica del vivere, dove è una mano tesa a proteggere il vuoto indurito nel cavo/ di una sistole.
Sta in questi splendidi versi di una silloge del 2013 La stanza del colore provvisorio uno snodo fondamentale del pensiero della Ercilli. Il suo corpo trascina con sé, insieme agli odori, ai rumori, ai sapori, i significati nascosti del nostro esistere nel respiro del mondo, alla ricerca di un bene, di un’armonia che ci sfugge nella discontinuità e nelle asperità dell’esistenza.
Ma se è vero che la poesia non può entrare nella sostanza della cosa, certamente ha la forza, quando è tale, di renderla evidente. Perché il segreto della forma “sta” dentro la parola e questa “viene fuori” durante il poièin, e dunque è testimonianza di un momento creativo del vivere.
“A noi che non abbiamo/ altra felicità che di parole” ha scritto il grande poeta ligure, Camillo Sbarbaro… e proprio a lui, per origine e affinità, mi viene naturale associare Anna Maria Ercilli con la sua poesia scarna e pungente, amara e ruvida, sfumata e segreta: versi brevi, strofe di pochi versi, un lessico apparentemente non ricercato, nessuna amplificazione descrittiva, piuttosto un tratto quasi stenografico che produce un ritmo scattante e tradisce una vivacità di pensiero e di sensi nascosta con pudore.
Ne è passata di acqua sotto i ponti dal primo libro Abbraccio (1983), già compiuto e maturo, magistralmente recensito da Nunzio Carmeni, che ne sottolinea la solitudine quasi prosciugata d’ogni amarezza, a tratti desolata e fredda annotazione esistenziale a tratti tagliente ironia, seguito da altri critici come Diego Gadler, che evidenzia “la raffinata cifra lessicale” del canto; da Giuseppe Manfredi, che definisce la sua parola “montalianamente essenzializzata” oltre che permeata di ironica e dolente malinconia; da Anna Patti Faustini, che inquadra la sua poetica su un cardine antibarocco e antidannunziano nel segno di una natura/riferimento per un viaggio interiore dove ogni elemento, da storia a sé, si fa segno di lacerazione con rare pause di riposo. Renzo Francescotti aveva còlto nei suoi versi la parsimonia trentina sposata a quella ligure dell’origine e la conseguente tendenza a togliere piuttosto che ad aggiungere; Paolo Ruffilli aveva scritto di misura lieve e cadenzata che si fa pronuncia melodica personalissima, oltre che di riscontro botanico molto originale. In tempi più recenti Mariella De Santis ha evidenziato la sua sensibilità capace di spingersi oltre il limite delle relazioni umane, al punto da far divenire la natura termine di relazione dialogico e non subalterno del proprio vivere. E, ancora, Alessandro Assiri ha detto di lei che “si protegge con le mani per lasciare spazio a quello sguardo interiore che va al di là della rappresentazione, per cercare i fili di quella memoria che diventa flusso emotivo più che sapienziale”, mentre Ezio DeAltis parla di “un succedersi di istantanee che fotografano grumi di situazioni in divenire che si condensano sull’esile ragnatela della vita”.
Personalmente non posso che concordare su ciascuna di queste riflessioni critiche, ribadendo che tutti i grumi della sua poesia, che coincide a mio parere con la sua poetica, sono presenti fin dalla sua prima pubblicazione. Quella di Anna Maria Ercilli è una poesia delle cose, della concretezza che si anima attraverso lo sguardo, dove cose, natura e persona sono creature, vorrei dire paritarie, di un medesimo universo; una poesia introspettiva e di riflessione, che non esclude squarci lirici; una poesia connotativa, dove l’occhio s’è allenato a mettere a fuoco, a stringere l’obiettivo, per togliere l’inutile, per consentire al respiro, al movimento, alla sostanza di ogni creatura – animale, vegetale, minerale – di affiorare dal vuoto, dal silenzio, dall’oscurità o dalla luce abbagliante (che poi sono la stessa cosa).
Non so se il mestiere di Anna Maria, l’assistente sanitaria, abbia influenzato la sua visione del mondo, ma dai suoi versi certamente traspare che ha a cuore la fetta d’universo che si è sentita consegnato anche quando s’arrabbia o s’intristisce, si commuove o s’indigna… “scorre il fruscio/ a valle gorgoglia, note/ liquide di sorgente,/ cammina con te il suono/ d’archi, risuona il vento/ nei boschi cedui, zufola/ nell’abetaia piega rami/ carichi di coni/ risuonano i flauti degli dei pagani/ niente rimane indietro nel ricordo/della foresta” (Albero d’ombra), dove “fruscio gorgoglia suono risuona zufola piega risuonano” sono insieme voce e pianto da sempre, testimoni di vita antica e resistente.
Forse in questo suo ultimo piccolo e discreto libro che reca in copertina una sua vivida ed efficace inquadratura di api, libro della piena maturità, si coglie una tensione amplificata ai rumori anche minimi, così come ai silenzi, che si ripercuotono nell’anima prima ancora che sulla pelle; si coglie, ancora, un desiderio quasi disperato di ascolto con qualche traccia di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato; talvolta perché il tempo non lo ha permesso – si vedano i testi Sottobraccio, dedicato al padre “il calore, la mano, il sorriso/ piega il volto, a te il/ tempo dello sguardo, a me/ il margine del ricordo” o Prima di andare “Crescendo si capisce/ quante parole potevamo dire/ scambiare tra noi/ quando era tempo…” o per la difficoltà di decidere, quasi l’attitudine caratteriale della Ercilli a rimanere sulla soglia, incerta o sgomenta di fronte a un vuoto futuro da riempire, sopraffatta dalla paura “Sappiamo il bisogno/ declinano tutti i pronomi/ fraterni senza fermarsi/ Mordiamo il labbro/ per non decidere e non/ lasciare lacrime” (Testamento delle parole). La parola sembra inadeguata alla comunicazione, con la parola la nostra poeta pare non sentirsi totalmente a proprio agio, ma la soccorrono le voci della natura, i piccoli pettirossi che si posano sul muretto del giardino, l’animale ferito, le api con il loro sommesso ronzio che s’insinua come una musica nei labirinti del suo orecchio. Lo rileva con acutezza Alberto Mori nella densa postfazione, quando invita il lettore a non soffermarsi soltanto sul paesaggio dei versi, “ma quasi a tendere a una sorta di migrazione spirituale verso un ambiente più compatibile con il proprio io, dove arrivano parole con altro ritmo, con quel fine ronzio delle api che sorprendono e riaccendono le nostre veglie…”
Almeno un cenno, ancora, meritano le due fotografie che occupano le pagine finali della silloge: Luci e Tremori.
La prima rappresenta un soffione di tarassaco in tutto il suo splendore delicato, effimero, evanescente; la seconda una farfalla, creatura leggera libera e bellissima a patto di non essere toccata, pena la caduta del volo, la morte. Ecco, personalmente trovo che non poteva esserci chiusa più coerente e simbolicamente efficace per questa nuova avventura poetica di Anna Maria Ercilli.

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