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martedì 11 gennaio 2022

“… una vivacità di pensiero e di sensi…”

ANNA MARIA ERCILLI, La porpora delle api, poesie, FaraEditore 2021 

recensione di Nadia Scappini



La verità sta nel mistero della natura.
Questo mi sembra di poter dire in sintesi sulla poetica e la poesia di Anna MariaErcilli, chiare e coerenti fin dagli esordi. Oggi che la bellezza non coincide più con l’armonia, la proporzione, la bella forma - ci suggerisce la nostra - essa va ripensata in rapporto alla ferita come bellezza del frammento, del dettaglio, della caduta, del filo d’erba che sbuca dalla prigione del muro. Oggi che il mito, preziosa forma di conoscenza, tensione e corrente di energia spirituale, è stato oscurato insieme al senso del sacro, il tempo s’è fatto provvisorio come il nostro stare sulla terra, come la luce che irradia le cose, come gli affetti che si coltivano e possono crescere ma anche tradire, come le stagioni necessarie al ciclo vitale eppure gravide di conseguenze sul nostro quotidiano, sui nostri sensi, sul nostro umore.
E allora può essere il movimento del mare, il mormorio di risacca e quel mugolare/ che risuona in tutti/ i fotogrammi smemorati e produce un desiderio istintuale di posare il respiro contro la sabbia/ sentire eterno il ritmo del mare, quasi un sonno ristoratore e benefico, a concedere una sosta necessaria alla fatica del vivere, dove è una mano tesa a proteggere il vuoto indurito nel cavo/ di una sistole.
Sta in questi splendidi versi di una silloge del 2013 La stanza del colore provvisorio uno snodo fondamentale del pensiero della Ercilli. Il suo corpo trascina con sé, insieme agli odori, ai rumori, ai sapori, i significati nascosti del nostro esistere nel respiro del mondo, alla ricerca di un bene, di un’armonia che ci sfugge nella discontinuità e nelle asperità dell’esistenza.
Ma se è vero che la poesia non può entrare nella sostanza della cosa, certamente ha la forza, quando è tale, di renderla evidente. Perché il segreto della forma “sta” dentro la parola e questa “viene fuori” durante il poièin, e dunque è testimonianza di un momento creativo del vivere.
“A noi che non abbiamo/ altra felicità che di parole” ha scritto il grande poeta ligure, Camillo Sbarbaro… e proprio a lui, per origine e affinità, mi viene naturale associare Anna Maria Ercilli con la sua poesia scarna e pungente, amara e ruvida, sfumata e segreta: versi brevi, strofe di pochi versi, un lessico apparentemente non ricercato, nessuna amplificazione descrittiva, piuttosto un tratto quasi stenografico che produce un ritmo scattante e tradisce una vivacità di pensiero e di sensi nascosta con pudore.
Ne è passata di acqua sotto i ponti dal primo libro Abbraccio (1983), già compiuto e maturo, magistralmente recensito da Nunzio Carmeni, che ne sottolinea la solitudine quasi prosciugata d’ogni amarezza, a tratti desolata e fredda annotazione esistenziale a tratti tagliente ironia, seguito da altri critici come Diego Gadler, che evidenzia “la raffinata cifra lessicale” del canto; da Giuseppe Manfredi, che definisce la sua parola “montalianamente essenzializzata” oltre che permeata di ironica e dolente malinconia; da Anna Patti Faustini, che inquadra la sua poetica su un cardine antibarocco e antidannunziano nel segno di una natura/riferimento per un viaggio interiore dove ogni elemento, da storia a sé, si fa segno di lacerazione con rare pause di riposo. Renzo Francescotti aveva còlto nei suoi versi la parsimonia trentina sposata a quella ligure dell’origine e la conseguente tendenza a togliere piuttosto che ad aggiungere; Paolo Ruffilli aveva scritto di misura lieve e cadenzata che si fa pronuncia melodica personalissima, oltre che di riscontro botanico molto originale. In tempi più recenti Mariella De Santis ha evidenziato la sua sensibilità capace di spingersi oltre il limite delle relazioni umane, al punto da far divenire la natura termine di relazione dialogico e non subalterno del proprio vivere. E, ancora, Alessandro Assiri ha detto di lei che “si protegge con le mani per lasciare spazio a quello sguardo interiore che va al di là della rappresentazione, per cercare i fili di quella memoria che diventa flusso emotivo più che sapienziale”, mentre Ezio DeAltis parla di “un succedersi di istantanee che fotografano grumi di situazioni in divenire che si condensano sull’esile ragnatela della vita”.
Personalmente non posso che concordare su ciascuna di queste riflessioni critiche, ribadendo che tutti i grumi della sua poesia, che coincide a mio parere con la sua poetica, sono presenti fin dalla sua prima pubblicazione. Quella di Anna Maria Ercilli è una poesia delle cose, della concretezza che si anima attraverso lo sguardo, dove cose, natura e persona sono creature, vorrei dire paritarie, di un medesimo universo; una poesia introspettiva e di riflessione, che non esclude squarci lirici; una poesia connotativa, dove l’occhio s’è allenato a mettere a fuoco, a stringere l’obiettivo, per togliere l’inutile, per consentire al respiro, al movimento, alla sostanza di ogni creatura – animale, vegetale, minerale – di affiorare dal vuoto, dal silenzio, dall’oscurità o dalla luce abbagliante (che poi sono la stessa cosa).
Non so se il mestiere di Anna Maria, l’assistente sanitaria, abbia influenzato la sua visione del mondo, ma dai suoi versi certamente traspare che ha a cuore la fetta d’universo che si è sentita consegnato anche quando s’arrabbia o s’intristisce, si commuove o s’indigna… “scorre il fruscio/ a valle gorgoglia, note/ liquide di sorgente,/ cammina con te il suono/ d’archi, risuona il vento/ nei boschi cedui, zufola/ nell’abetaia piega rami/ carichi di coni/ risuonano i flauti degli dei pagani/ niente rimane indietro nel ricordo/della foresta” (Albero d’ombra), dove “fruscio gorgoglia suono risuona zufola piega risuonano” sono insieme voce e pianto da sempre, testimoni di vita antica e resistente.
Forse in questo suo ultimo piccolo e discreto libro che reca in copertina una sua vivida ed efficace inquadratura di api, libro della piena maturità, si coglie una tensione amplificata ai rumori anche minimi, così come ai silenzi, che si ripercuotono nell’anima prima ancora che sulla pelle; si coglie, ancora, un desiderio quasi disperato di ascolto con qualche traccia di rimpianto per ciò che poteva essere e non è stato; talvolta perché il tempo non lo ha permesso – si vedano i testi Sottobraccio, dedicato al padre “il calore, la mano, il sorriso/ piega il volto, a te il/ tempo dello sguardo, a me/ il margine del ricordo” o Prima di andare “Crescendo si capisce/ quante parole potevamo dire/ scambiare tra noi/ quando era tempo…” o per la difficoltà di decidere, quasi l’attitudine caratteriale della Ercilli a rimanere sulla soglia, incerta o sgomenta di fronte a un vuoto futuro da riempire, sopraffatta dalla paura “Sappiamo il bisogno/ declinano tutti i pronomi/ fraterni senza fermarsi/ Mordiamo il labbro/ per non decidere e non/ lasciare lacrime” (Testamento delle parole). La parola sembra inadeguata alla comunicazione, con la parola la nostra poeta pare non sentirsi totalmente a proprio agio, ma la soccorrono le voci della natura, i piccoli pettirossi che si posano sul muretto del giardino, l’animale ferito, le api con il loro sommesso ronzio che s’insinua come una musica nei labirinti del suo orecchio. Lo rileva con acutezza Alberto Mori nella densa postfazione, quando invita il lettore a non soffermarsi soltanto sul paesaggio dei versi, “ma quasi a tendere a una sorta di migrazione spirituale verso un ambiente più compatibile con il proprio io, dove arrivano parole con altro ritmo, con quel fine ronzio delle api che sorprendono e riaccendono le nostre veglie…”
Almeno un cenno, ancora, meritano le due fotografie che occupano le pagine finali della silloge: Luci e Tremori.
La prima rappresenta un soffione di tarassaco in tutto il suo splendore delicato, effimero, evanescente; la seconda una farfalla, creatura leggera libera e bellissima a patto di non essere toccata, pena la caduta del volo, la morte. Ecco, personalmente trovo che non poteva esserci chiusa più coerente e simbolicamente efficace per questa nuova avventura poetica di Anna Maria Ercilli.

lunedì 7 novembre 2022

La responsabilità dell’interpretazione


recensione di di Claudio Tugnoli


Che la vita sia una commedia ce lo ricordano tre esponenti dello stoicismo: Seneca, Epitteto e Marco Aurelio. Il primo per ricordarci che non importa quanto sia lunga ma come sia stata vissuta (Epistola 77). Il secondo nel suo Manuale ci vede come attori di un dramma o commedia, la cui durata dipenderà dalla volontà del suo autore; e precisa che il nostro compito non è quello di decidere quale personaggio dobbiamo interpretare, ma solo di rappresentare bene la figura che ci è stata assegnata. Marco Aurelio (XII, 36) a chi si lamenta per la fine prossima della sua vita rammenta che poco importa per quanto tempo è stato cittadino della sua città: accade come quando un regista licenzia un attore dopo averlo assunto assegnandogli una parte nella rappresentazione. Gli uomini recitano un copione che è stato loro predisposto da qualcuno sul quale non hanno alcun potere. Devono rassegnarsi, accettando l’ignoranza che è loro richiesta rispetto al tempo precedente la nascita e a quello che seguirà la loro morte. Non possono neppure esigere un senso preciso che inquadri la loro attività di attori. Ma in ogni commedia che si rispetti oltre agli attori protagonisti intervengono le comparse, i cui movimenti ai margini sono subordinati alla resa migliore possibile della scena principale. Anche loro sono commedianti, ma solo di secondo grado. Se l’attore protagonista ha la consistenza di un’ombra poiché rinvia alla vita vera, la comparsa non può essere altro che l’ombra di un’ombra, l’immagine più persuasiva di un’esistenza del tutto insensata e accidentale, la cifra della mera insignificanza della vita umana.
Il filosofo stoico insegna ai suoi discepoli a non pretendere troppo, a comportarsi come in un banchetto nel quale è decoroso e saggio non allungare la mano per afferrare le vivande dalle portate e ancora più lodevole è non toccare cibo, atteggiamento che rende l’ospite degno non solo di sedere a mensa con gli Dei, ma anche di regnare assieme a loro. Il filosofo stoico non si concentra sulla ricerca di ciò la cui conoscenza non dipende dai comuni mortali, ma preferisce ignorare ciò che non potrà mai sapere e liberarsi dalle catene del desiderio e della paura, praticando un fatalismo che segna una differenza rispetto all’insegnamento evangelico. Il saggio stoico insegna che non si perde nulla, neppure la vita, ma si restituisce ciò che ci è stato assegnato. In Giobbe è presente l’idea della restituzione (Dominus dedit, Dominus abstulit) come pure in Matteo con la parabola dei talenti(XXV, 15-30). Per il cristiano la restituzione implica la sottomissione all’imperativo ineludibile, stabilito dal decreto divino, di restituire ciò che è stato prestato, per il saggio stoico invece la restituzione comporta il dovere e l’interesse di rassegnarsi alle leggi naturali, in obbedienza alla ragione stessa che governa tutte le cose.
La raccolta poetica di Anna Maria Ercilli si snoda come una successione di tappe che equivalgono a domande sul senso del tempo – passato, presente e futuro – domande implicite che salgono dalla fenomenologia vasta e frastagliata dei ricordi, delle sensazioni, delle parvenze, dei travisamenti, colti nella loro nudità, nella loro oggettiva e fugace immediatezza. La poesia di Ercilli rifugge dal lirismo edificante, dalla parola che consola e conforta, dall’esaltazione della luce, perché troppe ombre affollano le scene, i paesaggi e le presenze umane. Così compare «la fretta di una comparsa, / stare in scena quel tanto / che serve alla recita, / in attesa che smontino / la scena spariscano le quinte, / svuotata l’anteprima». Il compito del poeta è di non affrettarsi a colmare le 
lacune, a cucire insieme i brandelli dell’esperienza sopravvissuta nella memoria, a sua volta sempre incerta e labile – quasi una prova di lealtà verso i destinatari della sua testimonianza e di sincerità con sé stesso: quel che vedo è questo, qui è tutto il significato che conta, la sola realtà che mi è rimasta («nulla conosci di quanto vedi»). Nessuna pretesa dunque di accampare un io poetante onnisciente, ma solo l’umile ammissione che viviamo recitando un copione, senza poter vantare nulla di originariamente e indubitabilmente nostro. Nella memoria «vanno in scena le nostre pretese / proiezione di desideri /ossessioni, omicidi procurati / senza corpi, immagini / cruente, nostri incubi di gente / perbene, onesti mentitori / rivestiti d’ombra / rumore di passi». Meglio allora che «dimentichiamo di essere stati». Ercilli riesce a riprodurre nei suoi versi “difficili” gli inciampi nel dire l’indicibile e l’immemorabile affievolirsi dei ricordi e degli affetti più cari di un tempo. Tutto nella vita è condannato a sbiadire, attenuarsi, spegnersi, perdersi nel tempo; non abbiamo alcuna mappa che ci orienti. Lessico e sintassi sono piegati alla necessità di mantenere i versi aderenti alle tracce smunte, ai passaggi di un momento. Questi frammenti di esperienza erano indecifrabili allora o lo sono diventati nel tempo? Se «quello che non vedi / non esiste», ciò che si mostra è un resto ed è insondabile, ma occorre pensarlo e nominarlo in versi che restituiscano il sapore dell’incompiuto, l’insoddisfazione dell’incerto, la delusione postuma per ciò che non è stato detto e fatto a suo tempo, l’ammissione dell’irrealtà del tempo e persino del destino (che «porta sempre inatteso / il rovescio / neppure la cattiveria è reale, malessere della mente»). I rumori del mondo o ciò che rimane di essi che cosa dicono, quale ambiguo messaggio annunciano? Non sono forse incerti e indecisi come un «cancello lasciato a cigolare /chi ritorna e chi parte / rimane per questo apertochiuso / a metà»?
La differenza tra viventi e non viventi scompare sotto una coltre misteriosa di ombre, di polvere e di cenere («noi siamo cenere / soffiata nel vento, / nient’altro»). Alla diffidenza taciturna dei primi corrisponde l’inattesa emissione di «voce quasi umana» dei secondi. All’autrice che vorrebbe salutarla, una donna che passeggia di mattina in campagna, non appena sente il rumore della finestra «si gira / cala il cappuccio peloso sul viso, / scontrosa / traccia umana sullo sfondo».
La voce delle cose, che la sensibilità del poeta riesce ad ascoltare, ci rammenta che esse parlavano un tempo, ma ora non accade più. Se gli esseri umani sono comparse – ombre – gli esseri inanimati saranno ombre di ombre, visibili solo con la luce diurna. In definitiva il poeta scommette che la multiforme varietà di tutto ciò che cresce e cade (come i «maestosi tronchi / ricchi di vento pervasi di musica») rimanga «nel ricordo / della foresta, rifugio e passaggio / di giusti e perseguitati / Deus sive natura», quali modi degli infiniti attributi della sostanza infinita secondo la metafisica di Spinoza.

venerdì 14 gennaio 2022

La delicatezza con cui sono espressi i sentimenti

La porpora delle api di Anna Maria Ercilli
Postfazione di Alberto Mori
Foto in copertina di Anna Maria Ercilli
Fara Editore
Poesia
Pagg. 56
ISBN 978-88-9293-094-0
Prezzo Euro 10,00

recensione di Renzo Montagnoli pubblicata su Arteinsieme il 14/01/2022


La delicatezza con cui sono espressi i sentimenti

Non trovo nessun meridiano / per unire i passaggi, /…” “Ricordiamoci il rumore / dei passi / nelle strade silenziose /…” “Lente scorrono sul vetro / rispecchiano il mondo /…”.
Se leggiamo le poesie di questa raccolta in religioso silenzio ci è possibile sentire un battito, quello di un cuore caldo che freme nell’osservare, nel guardare intorno per poi fissare su carta sensazioni ed emozioni, è un cuore che trema e gioisce, che lento scandisce ricordi trascorsi, che fa risentire passi lontani; è un cuore quello dell’autore che accompagna la nostra emozione, che ci incanta con le sue sublimi parole (Si allontana, le spalle / ricurve come da / un peso / invisibile il fardello ma pesante, / sono mancate le parole / quelle facili per le nostre labbra, / nessuno s’è girato a raccogliere / uno sguardo, / l’ultimo incompiuto ponte / sospeso / ignoravamo come e dove / finivano le nostre sorti.). Di Come sospesi ho riportato integralmente i versi, perché è raro trovare una delicatezza e una sensibilità con cui esprimere i sentimenti, sussurrati in punta di penna.
Però questa poesia non è la sola a presentare queste caratteristiche senz’altro innate nell’autore, visto che è un piacere ritrovare questa dolcezza anche quando si scrive di cose che fan male, perché in fondo constatare non vuol dire concordare (Le parole - Le parole non portano / rancore sono disarmate, / ma sanno ferire / le parole incontrano finestre chiuse, / aprono porte nei cortili / sfregiano muri di argilla / non entrano nell’arido tempo / non lasciano arrivare il sonno,/ rodono il dubbio nel rumore / indefinito, stridono / nella lingua della notte / travisano il senso / a te pensano.).
Chi come me scrive anche poesie potrebbe sembrare facilitato nello stilare la recensione di una silloge, ma non è del tutto esatto, perché prima di tutto mi deve spossessare della mia personalità poetica per entrare in quella dell’autore e ciò a volte è difficile, ma in questo caso non lo è, perché mi sono trovato di fronte a una persona che è sempre presente, in ogni verso, anche quando si chiude il libro. I sentimenti e il modo di esprimerli senza imporli, anzi proponendoli, mi hanno appagato, mi hanno indotto a una serie di riflessioni sul senso della vita, sui miei rapporti con gli altri che mi hanno condotto a quella serenità che si può provare solo quando si legge qualcosa che ti tocca nel profondo, che ti fa aprire il cuore per poi rinchiudervi dentro quell’emozione da ripescare nei momenti grigi.
Quando un’opera mi provoca questa sensazione non ho da chiedere altro, mi ha dato tutto ciò che cercavo e quindi inevitabile è il giudizio positivo della stessa, un giudizio che spero concordi con quello di altri che intendessero leggerla, ricordando che, a differenza di una prosa, la composizione poetica deve essere ponderata parola per parola, onde entrare in sintonia con l’autore.

Anna Maria Ercilli, vive a Trento con memorie liguri. Ha lavorato nel Servizio Sanitario. Ha pubblicato sette sillogi di poesia, scrive racconti e articoli culturali per le riviste «Il Furore dei libri» e «R&S», è inserita in alcune antologie (ControparoleHospiteL’evoluzione delle forme poeticheVivere l’abbandono) e riviste («La Mosca di Milano», «Il Monte Analogo» e altre). Presente anche nel dizionario delle parole perdute Nelle pagine del tempo (EmmeTi 2011) e nei volumi Le stagioni per posta Una lettera importante (entrambi con LUA di Anghiari), Quella volta su un treno (Equinozi 2020), iPoet Lunario in Versi (LietoColle). Fotografa per passione. Presidente della Società Dante Alighieri di Trento nell’anno sociale 2014-2015.

lunedì 12 luglio 2021

Marco Statzu e Antonio Vittorio Guarino vincono il Faraexcelsior 2021: complimenti vivissimi!

Ringraziamo di cuore i giurati Adalgisa Zanotto, Carla De Angelis, Daniele Gigli, Donatella Nardin, Massimo Parolini, Matteo Bonvecchi, Matteo Pasqualone e Michele Bordoni della sezione Poesia del concorso Faraexcelsior 2021 (per la sezione Narrativa/saggio v. qui) che dopo attenta valutazione hanno così deliberato:

I. class. 

Ho chiesto scusa agli ulivi 
di Marco Statzu (Terralba, OR)


Marco Statzu (foto di Giovanni Panozzo) è nato in Sardegna, dove vive. È prete della Diocesi di Ales-Terralba, parroco della borgata agricola di Sa Zeppara, direttore della Caritas diocesana e docente di Antropologia Teologica e di Storia della teologia nella Pontificia Facoltà Teologica della Sardegna. Scrive versi e ha pubblicato due raccolte: Tra disastri e desideri (Fara Editore 2010) e Erano lacrime le mie (Graphe.it 2018). Cerca di osservare la realtà e di farsi interrogare dalla natura, dalle persone, dagli animali, da Dio, convinto che nell’intimo di ogni persona umana abiti la Verità. maiobas@gmail.com

“È un testo che narra il divenire della natura, con una attenzione perseverante: una sfida per il poeta che la fotografa e la fa (parzialmente) sua. Forse tutto si racchiude nel "Senza perché”.» (Carla De Angelis)

«Un canto alla terra, alla luce e al calore sardo. Una poesia regionale (nel senso o’connoriano del termine) che narra l’epopea del quotidiano, restituendo al lettore scorci inediti e profondi, testimonianza d’amore del poeta alle proprie radici.» (Matteo Pasqualone)

«In Ho chiesto scusa agli ulivi la contemplazione della natura – specie nella sua caratterizzazione sarda – fa eco e s’unisce a un’introspezione straordinariamente acuta: ne risulta il senso d’un intatto stupore e un mondo che ci è consegnato meno ignoto. Dagli haiku d’apertura alle liturgiche e insieme concrete situazioni finali, la scarnificazione del verso fa emergere la materia stessa delle cose ed è al contempo capace di diffonderne l’alone simbolico: il territorio, le stagioni, i giorni, le ore, gli animali, i toponimi, alcuni fatti di cronaca, tutto è riletto nel portato esistenziale, nel cammino dell’uomo-poeta, in un distillato di profonda compassione e d’intensa spiritualità.» (Matteo Bonvecchi)


II. class.

Inversi spettri 
di Antonio Vittorio Guarino (Avellino)


Antonio Vittorio Guarino, nato a Napoli nel 1985, vive ad Avellino. Si è laureato in Filosofia presso l’Università degli studi di Napoli “Federico II”. Attualmente è borsista presso L’Istituto italiano per gli studi filosofici. La sua produzione poetica consta di diverse sillogi: La Vita Beota (Ed. Il Foglio Letterario, 2009), La caduta dalla giovinezza (Onirica edizioni, 2011), La costellazione dell’assenza (Fara 2016), opera vincitrice del VI concorso nazionale Faraexcelsior, e Cronicismi (Oèdipus, 2020). Alcune sue poesie sono presenti su antologie, riviste e siti web.


«Un lungo discorso di riavvicinamento problematico fra l’anima e il corpo, in un urto fra l’io, onda propagata nel soma e nel mondo delle cose, e una fessura fantasmatica che devia in diffrazione il movimento di conoscenza confermando la rimbaudiana certezza dell’alterità dell’io stesso. Nella svista della visione che lascia esperire la differenza come un’origine invisibile che ci abita e che abitiamo, l’esistenza, quale luogo dell’accadere, si esperisce in scompensi e punti d’ombra dove la ragione non può misurare e controllare. La vita si mostra quale ininterrotto appello a tale differenza-alterità, invocazione (forse) vana di una verità che può sussistere (forse) anche senza di noi ma convive in noi per essere presente.» (Massimo Parolini)

«Poesia caratterizzata da una concisione armonica e colloquiale, che sa “cadere” perché solo cadendo può “rivelare”: “Il tempo stringe col suo silenzio geometrico…” E i versi diventano occasione per giungere alla radice della condizione esistenziale dell’uomo, con tutti i suoi drammatici risvolti, sui quali la poesia porta una luce profonda: “non hai / nome né un compito preciso, / se non il respiro / come destino troppo vago / da portare a termine / nel migliore dei modi”. E nulla deve offuscare lo sguardo! “e trovare i semi: l'inizio / che non abbiamo visto”.» (Adalgisa Zanotto)

«Con uno stile teso e tragico, impostato al paradossale compito di dire la presenza dell’assenza, questa raccolta mette il lettore di fronte a una biopsia del reale, misto di pieni e vuoti, di respiri e di apnee. La poesia scava se stessa fino a “rinunciare alla parola che dice sono”, afferma e nega la temporalità ordinaria (“Stona al futuro / il ravvedimento / che è ritorno postumo”) e morde al cuore dell’alterità, spaccandosi al punto da sovrapporre – rimbaudianamente – l’io e l’Altro. Il tema, vagamente elegiaco, non soverchia la padronanza del verso, che delinea un contorno terso senza mai cadere nel patetico. Una raccolta d’impatto ma delicata al contempo, bruciante e interrogativa, in bilico tra dogma ed eresia e, per questo, arditamente affascinante.» (Michele Bordoni)

«Subito, con maestria, il ritmo, la musicalità, creano il senso dell’evanescenza, d’una scomposizione ch’è al limite dello smarrimento, dell’angosciato, opprimente sogno notturno. Il fantasma che ci abita e che spesso siamo nello sdoppiamento paradossalmente potrebbe ricomporsi, farci ritrovare uno proprio nell’esperienza dell’altro – che per eccellenza è quella uscita dal “costato di Adamo” – pur nell’alto dramma della relazione e dell’avventura umana tutta. Così emergono, si elaborano strategie per resistere ai morsi della vita, restando capaci di non rimuovere l’ambiguità del reale, non cedere allo sciacallaggio dello scettico e non rinunciare all’umana ricerca interrogante.» (Matteo Bonvecchi)


Altre opere votate

La porpora delle api 
di Anna Maria Ercilli (Trento)

Anna Maria Ercilli, vive a Trento con memorie liguri. Ha lavorato nel Servizio Sanitario. Pubblica sette sillogi di poesia, scrive racconti e articoli culturali per le riviste (Il Furore dei libri, R&S). Presente in alcune antologie: Controparole, Hospite, L’evoluzione delle forme poetiche, Vivere l’abbandono e riviste («La Mosca di Milano», «Il Monte Analogo” ecc.) Presente: Nelle pagine del tempo (dizionario delle parole perdute, EmmeTi). Con LUA Anghiari: Le stagioni per posta, Una lettera importante, Quella volta su un treno (Equinozi 2020), iPoet Lunario in Versi LietoColle. Fotografa per passione. Presidente della Società Dante Alighieri di Trento, anno 2014-2015.

«In queste poesie c’è quel dire che diventa dare. Sono dense di materia visiva che si organizza in inquadrature e sequenze intense, stoppate a effetto su un fotogramma: “Scende ombra dai grandi alberi.” - “… bianco d’abbaglio intenso…” I versi nella loro essenzialità stringono legami con la vita e le persone. “… benvenuta nell’amore senza tempo, / nel pensiero da formare / nei piccoli vuoti sfuggiti alle parole”; chiedono in prestito passaggi coraggiosi, esplorano, scavano, appuntano momenti intimamente profondi: “… la tenacia afferra la vita la spettina e / ravviva / la vita che non scade…”»(Adalgisa Zanotto)

«La silloge, in un connubio fonetico e semantico armonioso, ricco di rimandi e di sfaccettature, muovendosi nel traslato poetico con un certo vigore interpretativo, offre numerose occasioni di riflessioni e di approfondimento.» (Donatella Nardin)

«Un andamento ritmico coerente in un tessuto fonico e retorico ben orchestrato fa da vestito ad alcuni temi lirici tradizionali del versificare: la precarietà degli enti di fronte al tempo fuggitivo, lo sguardo descrittivo e seriale sul mondo naturale e artificiale, nella ricerca periodica di una genesi dei colori che possa illuminare, improvvisamente, la propria vita, la labilità della parola poetica nel suo tentativo di essere àncora di salvezza dall’entropia esistenziale.» (Massimo Parolini)


Liriche da Montiolo 
di Andrea Biondi (Treia, MC)


Andrea Biondi (Rimini 1986) si è laureato in Lettere presso l’Università di Urbino nel 2009; presso il medesimo ateneo si è specializzato in Scienze Religiose nel 2017. Vive a Treia e insegna nelle scuole superiori del maceratese. Con Le campagne hanno bocche ha vinto il concorso Faraexcelsior 2017. Nell’aprile 2019 è uscita la raccolta Ghironda.

«Un verso incarnato, semplice e profondo. Si avverte forte la tensione del poeta a “mordere” la realtà e a farsi assorbire da essa. Una conversione continua che dal paesaggio conduce alla parola; e la parola, una volta terminata la sua azione trasfiguratrice, manifesta al lettore la più sconvolgente delle verità: “Essere docili alla vita:/questo ho imparato.” (Osservatorio minimo).» (Matteo Pasqualone)

«Tutte le immagini, un paesaggio sempre misterioso, allucinato di metafisici, arcaici sentori, presago di future visioni, poi le suggestioni erotiche e i notturni strepitosi – quasi a ogni verso un trasalire del cuore! –pervasi dal fascino della campagna maceratese, dal terrazzo poetico di quella collina tutti i sentieri costantemente risuonano della realtà di cui oggi abbiamo più bisogno: la materica concretezza, l’impatto immediato, l’impasto carnale della vita, ma sempre accompagnato dal potere d’una musica di fondo (“Con un fascio di canti / sono sceso alla valle / la vita bolliva da stordire / potevo aprire tutte le porte”), capace di trasfigurare o almeno rendere non dico più lievi, ma più veri, umani, anche i tratti oscuri. Cosa che puntualmente accade, qui, al costante e malioso comparire del “bel pastore”. Pena della carne e della croce, attesa fervida dell’epifania, poesia come lotta incessante contro la somma dei nostri addormentamenti, a dire la nostalgia dell’origine e il sofferto esilio dalla patria definitiva.» (Matteo Bonvecchi)


Patto con la polvere 
di Guglielmo Aprile (Verona)


Guglielmo Aprile è nato a Napoli nel 1978. Attualmente vive e lavora a Verona. È autore di raccolte di poesia: Nessun mattino sarà mai l’ultimo (Zone 2008), L’assedio di Famagosta (Lietocolle 2015), Calypso (Oedipus 2016), Il talento dell’equilibrista (Ladolfi 2018), I masticatori di stagnola (Lietocolle, 2019), Il giardiniere cieco (Transeuropa 2019), Farsi amica la notte (Ladolfi 2020), Teatro d’ombre (Nulladie 2020), Falò di carnevale (Fara 2021, I class. al Narrapoetando). Scrive saggi critici su riviste; tra i suoi campi di interesse, la poesia del Novecento, oltre a vari studi su alcuni classici della tradizione letteraria italiana (D’Annunzio, Luzi, Boccaccio, Marino).

«È una poesia che racconta il duello con la vita in modo piacevole e scorrevole, ci sono le ragioni dello scorrere del tempo e la bellezza del tempo stesso: “È per questo che amiamo”. Ci sono riflessioni molto forti, versi caustici, fanno male/bene, la loro profondità è specchio e sguardo sia nel presente che nell’aldilà. Sembra un’opera filosofica.» (Carla De Angelis)


Di un respiro sospeso 
di Dante Zamperini (Cavriana, MN)


Dante Zamperini è nato a Negrar (VR) nel 1972. Nel 2002 pubblica L’arcobaleno de la vita (in veronese) e Negli occhi, nel cuore. Nel 2006 esce con Gabrielli La domenica mattina e nel 2014 Come legno d’ulivo. È inserito in varie antologie fariane, l’ultima: Respiro (2020). Pittore e scultore nel tempo libero, per Fara ha realizzato numerose copertine.

«Il filo che tiene insieme i testi e che induce lo sguardo ad aprirsi all’infinito, è la parola preghiera.
Il colloquio con il divino, nella sua tensione verso l’alto, risulta efficace e serrato sia nel  modularsi in canto che nella resa espressiva, ben ritmata nella sua magmatica fluidità carica di senso e di una schietta e tenace spiritualità.» (Donatella Nardin)


«La voce si fa respiro! Questi versi austeri, nudi, profondi scivolano in una quotidianità che veglia e vigila. Svelano con forza qualcosa che è poco visibile, qualcosa di “sospeso”.» (Adalgisa Zanotto)


I monologhi della bambola vudù 
di Silvia Favaretto (Marcon, VE)


Silvia Favaretto è Dottore di ricerca in studi iberici e angloamericani, insegnante, traduttrice e Presidente dell’ass. culturale Progetto 7LUNE. Giurata dei concorsi internazionali di poesia Castello di Duino e Premio di poesia Altino. Ha pubblicato 11 libri tra poesia e prosa e ha partecipato a Festival internazionali. Tra i premi ottenuti in poesia, nel 2007 è risultata vincitrice del Concorso della Ibiskos Editrice con conseguente pubblicazione del suo terzo libro “Parole d’acqua”. Una sua raccolta edita in Messico da Morgana Editrice E vissero infelici e contente ha ottenuto la menzione d’onore al premio Il Paese delle donne 2019. Nel 2020 ha vinto il premio Torresano della Gilgamesh edizioni grazie al quale pubblica La notte dei corpi.

«“Sono una bambola vudù, / la delicatezza non fa parte / del mio vocabolario: / parole raccapriccianti sono / l’unica carezza al mio udito”. Con queste parole la raccolta I monologhi della bambola Vudù si presenta al lettore nella sua conturbante ed estrema originalità. In un misto di masochismo ( “A volte sorrido / mentre mi trafiggono”) e di sconcertante tenerezza (La bambola vudù sente la mancanza della sua nonna) la protagonista di queste poesie attraversa le cicatrici della vita brandello per brandello, quasi fosse simbolo cristico dell’esistenza. Una raccolta che parla conficcandosi nella carne, che mostra come, prima della lama della poesia, “non eravamo preparati a noi stessi”.» (Michele Bordoni)


SEGNALAZIONE

Nonostante questa mia malridotta umanità 
di Alessandro Burrone (Cigliano, VC)


Alessandro Burrone (1994) è cresciuto tra Torino e Cigliano (VC), dove attualmente vive e lavora. Si è specializzato nello studio della lingua e della cultura cinese all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e alla Università di Lingua e Cultura cinese di Pechino. In seguito, ha conseguito una doppia laurea magistrale in Storia e affari internazionali presso l’Università di Pechino e la London School of Economics and Political Science. Coltiva sin dai tempi del liceo l’arte e la letteratura, per le quali invece — fortunatamente — i dati biografici hanno ben poca importanza.

«Poesia (“piccola scostante fiamma”) nella fiducia, per nulla scontata, di trovare le parole del futuro e una risposta di vicinanza a se stessi e agli altri. Limiti e ferite ci segnano e ci inseguono fin dall’inizio. E a tutti impongono, presto o tardi, la necessità di capire. Preziose risorse in questi versi.» (Adalgisa Zanotto)


venerdì 1 settembre 2023

Poesia a strappo, Crema 9 -10 settembre 2023




Sabato 9   e  Domenica 10 Settembre 

Portici di Piazza Duomo - Crema CR

Circolo Poetico Correnti

presenta

Poesia A Strappo


RITORNO

28esima Edizione


Sabato 9 e Domenica 10 Settembre 2023 a Crema CR, nei Portici di Piazza del Duomo, dalle 10 alle 19, il Circolo Poetico Correnti, con il patrocinio del Comune di Crema ed il sostegno dell’Associazione Popolare Crema per il Territorio, organizza la 28esima edizione di Poesia A Strappo intitolata: Ritorno


Il Ritorno è fedeltà alla parola e al destino, la sua mancanza dolore,

spaesamento, erranza e mentre partire è istinto primordiale ,tornare è

istinto sociale, compimento, luogo ritrovato del proprio essere:”Non si

aspetta chi non può tornare”(Antonio Tabucchi).

La manifestazione Poesia A Strappo è nata a Crema nel 1995 ad opera del Circolo Poetico Correnti che ne detiene il copyright. Dal 2003 è itinerante per le piazze, i luoghi, i territori dell’italia sensibili alla poesia ed ha all’attivo attualmente e globalmente, oltre un centinaio di manifestazioni.Essa permette al lettore di effettuare lo strappo delle

poesie degli autori assemblate in blocchi e posizionate su pannelli e di creare così una piccola antologia personale di poesie attraverso la libera scelta dei testi esposti.


Sabato 9 Settembre


Dalle 10:00 alle 19:00 Poesia A Strappo RITORNO – Esposizione dei pannelli per la lettura e lo strappo delle poesie.


16:00 Open Mic La parola Aperta Della Poesia

L’evento dell’Open Mic (microfono aperto) offre la possibilità ai partecipanti iscritti in un breve spazio di reading o performance di leggere e comunicare al pubblico propri testi, pensieri ed azioni.


17:00 Incontro di Poesia

SCRIVERE D’AMORE IN TEMPO DI GUERRA

Il 24 febbraio 2022 l’esercito della Federazione Russa ha iniziato l’invasione su larga scala dell’Ucraina, ma la battaglia per la libertà dell’Ucraina dura da secoli, e si svolge anche nel campo culturale.

Marina Sòrina, traduttrice e scrittrice residente a Verona, e Andrea Garbin, poeta mantovano direttore della collana di poesia internazionale “Le Zanzare”, si confrontano sulla evoluzione della lingua

e del linguaggio letterario in uno scenario di guerra ,partendo da alcuni

scritti dei classici poeti ucraini, affrontando le testimonianze e il

desiderio di libertà ed emancipazione dall’imperialismo russo, perm approdare alla situazione attuale con le poesie di Oksana Stominapubblicate di recente nel libro Lettere non spedite da Gilgamesh

Edizioni. Le poesie di Oksana, poetessa e volontaria per i diritti umani

nativa di Mariupol, ci portano direttamente nei luoghi caldi del

conflitto, addentrandosi nelle più drammatiche testimonianze di chi lo

vive direttamente ogni giorno e scavando nella lingua per dare un senso

all’esistenza frantumata dalla violenza degli eventi esterni, l’autrice si

interroga sulla possibilità di scrivere della bellezza dei sentimenti umani

in mezzo alla distruzione.


18:00 Reading dei poeti

Anna Maria Ercilli, Barbara Rabita, Antonio Laneve, Michele Igino Sordo, Luigi Cannillo, Alessandro Magherini,

Sabrina De Canio, Stefano Goldaniga


Domenica 10 Settembre


Dalle 10:00 alle 19:00 Poesia A Strappo RITORNO – Esposizione dei pannelli per la lettura e lo strappo delle poesie.


11:00 Reading dei Poeti

Annitta Di Mineo, Massimo Bondioli, Anna Paulinich, Giovanni Uggeri, Alberto Figliolia, Ed Warner, Sabrina Amadori, Alberto Mori


17:00 Reading dei Poeti

Patrizia Argentino, Angela Passarello, Serena Rossi, Vincenzo Montuori,

Annalisa Mambretti, Mirna Ortiz, Carlo Zanutto, Giuliano Mori


18:00 Performance di Danza Butoh ECO di e con Elisa Tagliati

musica dal vivo di Nara Anaya

La vita è un’eco. Quello che invii, torna indietro. Quello che semini, raccogli. Quello che dai, ottieni. Quello che vedi negli altri esiste in te.

Nel continuo scambio tra dare e ricevere, tra particolare e universale, tra corpo e musica, la danza crea l’energia con cui si sceglie di interfacciarsi con il mondo. Nel Butoh l’improvvisazione e la spontaneità del gesto nascono proprio dall’ascolto tra ciò che c’è dentro di noi e ciò che prende forma esterna, in uno stato di connessione collettiva dove lo scambio con il pubblico e il danzatore crea la performance stessa.

Elisa Tagliati,Crema 1979,si occupa di linguaggi creativi sia in ambito

didattico/educativo sia in quanto artista utilizzando diversi mezzi espressivi: fotografia, video, canto, danza, teatro. Espone la sua ricerca artistica in diversi contesti italiani e partecipa a numerosi festival nazionali ed internazionali realizzando performance che spesso uniscono molteplici linguaggi, dalla danza Butoh al video, dalla fotografia all’installazione anche in collaborazione con altri artisti, musicisti, fotografi e registi. www.elisatagliati.it


18:30 Concerto di Musica Jazz

Montarbo Trio Quartet Jazz? So What?!

L’immagine del concerto jazz dove il tintinnio dei bicchieri e delle posate sui piatti si mescola con un sound pacato e docile diventando un sottofondo per il chiacchiericcio è soltanto la prima parete che il Montarbo Trio Quartet vuole rompere il 10 settembre. In questa sera di fine estate, il gruppo ha voglia di sudare sette camice attaccando le note

con ferocia, improvvisando fino a sfiancarsi, ma divertendosi a scomporre alcuni schemi tradizionali del jazz, uno scherzo che viene preso molto sul serio dal quartetto. Una musica suonata con due mani,

una che è piuma e l’altra che è fero direbbero a Roma, che si genera nota dopo nota a partire dalle melodie senza respiri della tromba di Luca Sarubbi e i suoi interventi elettronici al synth, le plettrate da

bluesman rubato al rock della chitarra di Nicolò Ferrari, il meditativo e solido volteggiare del contrabbasso di Marco Pialorsi ed infine l’inquieto

e aggressivo swing della batteria di Alessandro Fadalti. Indossate i vostri abiti peggiori e buttateli pure in lavatrice dopo il concerto.

In questa edizione di Poesia A Strappo sono esposte alcune opere di Tiziana Grassi PUNTO DOPO PUNTO…

È l’insieme di cinque pannelli ricamati con filo d’oro.Narra un percorso dai segni indecifrati del disco di Festo ai sigilli animali della valle dell’Indo. Si riattualizza nei quattro pannelli esposti a Crema in occasione della Poesia a Strappo “Ritorno”, nella contemporanea relazione tra l’essere umano e la Terra.Un viaggio dall’alba della civiltà alla fragilità

dell’oggi.

Tiziana Grassi nasce a Torino, dove ha frequentato il liceo artistico e si è specializzata in grafica.Nel 1980, inizia a lavorare nel mondo pubblicitario. Oggi risiede e lavora a Milano. Dopo la prima esposizione

personale nel 2012, ha partecipato a numerose mostre collettive e personali.


Nelle stesse giornate, sarà offerto alla lettura un Totem di Poesia dedicato all tema del RITORNO con una suite di poeti contemporanei.

La 28esima edizione di  Poesia A Strappo intitolata  RITORNO è organizzata dal Circolo Poetico Correnti, gode del Patrocinio del Comune di Crema e del sostegno dell’Associazione Popolare Crema per il Territorio.

Il Circolo Poetico Correnti  ringrazia Leva Artigrafiche di Crema, i poeti e

gli artisti partecipanti e tutti coloro che condividono il progetto, la testimonianza, la cultura dell’incontro della Poesia con i suoi linguaggi ed interpreti.  

Collaborazione Tecnica: Cristian Sperolini


Info: Alberto Mori E mail  mementomor4@gmail.com

Cell: 3394439848 Studio: 0373 85560

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“Il Poeta è l’organizzatore dei sogni”