La meccanica dell’esistenza

intervento di Luca Cenacchi (autore de Gli Specchi Critici) alla kermesse faentina Umiltà e letizia (qui un fotoracconto)






Un sera ero uscito con degli amici, ambedue molto più grandi di me, e ci trovavamo a discutere della strage di Bologna del 1980. Più andavamo a fondo nel discorso, più mi accorgevo della profonda differenza che intercorreva fra noi. Io non riuscivo ad avere alcuna partecipazione emotiva che andasse fuori dall’empatica tristezza, un po’ circostanziale, per delle vite spezzate prematuramente. Riflettendo su questo fatto a lungo, la mia attenzione venne portata sulle questioni, lontane, ma neanche troppo, dell’identità poetica in relazione al luogo. Mi sono reso conto, anche guardandomi attorno, che non riuscivo a sviluppare quel tipico senso del luogo che le generazioni prima di me, invece, non hanno faticato ad avere. Quella sera nacque, così, poesia punto 0 da cui, poi, è derivato tutto il resto della progetto, che vorrebbe essere, idealmente, la sutura ma anche la divisione, il passaggio, la differenza fra i miei istinti emotivi e quelli della generazione che mi ha preceduto; ovvero quello di non potermi più identificare in un luogo e dunque costruire una poetica attorno ad esso (ciò che è stato perno poetico di molti). Mi sono accorto in quel momento che, per me, indugiare su di esso avrebbe, dunque, portato a una poetica stereotipata, ovvero incapace di affermare una propria autonomia. A questa presa di coscienza segue, naturalmente, un ovvio spaesamento. In quel momento di stasi s-quilibrata, tuttavia, ho intuito come il non aver un luogo fosse il seme di un nuovo equilibrio identitario. La mancanza di quelle fondamenta, di quel legame particolare, ha fatto sì che vedessi l’intreccio di possibilità latenti, implicite, che si stendevano davanti a me in un rapporto con il mondo e la molteplicità delle sue culture che potevo legare intuitivamente. 
Perché il disequilibrio, il precariato che investe un po’ i giovani e dunque l’impossibilità di una immediata sistemazione, mi ha impedito e mi impedisce, da una parte, di radicarmi propriamente; allo stesso tempo ha evidenziato ai miei occhi le possibilità al di là della frontiera non solo geografica, ma culturale. Il luogo, se così lo possiamo chiamare, si fa/farà, spero, meno geografico e più culturale nella rete tutta intuitiva dell’innesto letterario, figurale e tematico. In questo si spiega anche il rapporto tra la poesia e certe suggestioni che ho preso dalla meccanica quantistica. Nella teoria degli autostati dell’elettrone si evidenziava bene, secondo me, questa gamma, questa sovrapposizione teorica di valori possibili che rappresenta un po’ lo stato dei più fortunati precari. La meccanica quantistica, in generale, mi pare si possa dire che abbia eroso la concezione di determinazione e esattezza di quella precedente, quella classica, ed è diventata un po’ la mia agrodolce identità poetica, e a questa mia caratteristica identitaria ho cercato di confare anche un linguaggio, tematiche e modi, adatti a questa graduale decontestualizzazione, per evidenziare, appunto, non tanto soluzioni nuove quanto una gamma di possibilità simultanee. Anche per questo desidero sempre interiorizzare all’interno della poesia, suggestioni molto diverse, cercando di mantenere un organicità di fondo. Il linguaggio desidera e continua a cercare una immediata flessione che mi auspico imprevista, non tanto a livello strutturale, ma soprattutto attraverso la sua decontestualizzazione (decontestualizzazione o camuffamento tanto di espressioni scientifiche sia letterarie sia associazioni banali). Esso è simile alla luce scomposta che, filtrata da un cristallo, si divide nei vari colori che prima la componeva, esplicitando così la simultaneità che vado ricercando.



Punto 0

Non posso,
forse,
non possiamo più vivere
misurando ogni cosa con la precisione
delle vecchie coscienze,
come si faceva prima.
Ci schiacciano fra ciò che dovrebbe essere fatto
e ciò che non è stato,
mentre l’eredità delle strade
si dissolve
nell’orizzonte degli eventi.
 


Endimione
A Filippo poeta e sognatore

Ognuno ci mette sempre un po’

per disintossicarsi
dai paradisi artificiali,
precipitando,
a gravare sull’esistenza
con la massa dei sogni, suggeriti dalla terra.

Mentre la schiena incuna
lentamente tutto lo spazio,
il capo si appoggia sulla spalla

Per ascoltare

le orbite liriche delle tombe
che gli hanno insegnato
a non amare la Luna.
O come non sia peccato
dormire sull’erba
col Mercurio nelle vene,
mentre gli occhi piangono simultaneità
sulla desolazione delle strade,
che inspiegabilmente,
germogliano occasioni in titanio.




Persefone

Pacifici Usignoli gocciano
la notte sui muri, che versano
voragini ai piedi del letto
e incupiscono tutti i lenzuoli,

mentre le pieghe impallidiscono
sul viso aurorale di Persefone
stesa sotto le trasparenze
appena fuse dal suo seno.

I capelli sepolcrali abbracciano
il ventre in cui l’io esula,
e sfiora il flusso primordiale,
per esalare la sua morte.

Ma è quando i silenzi collassano
a frantumare il tempo che emergono
le attese in cui si svuota
tutto l’obbligo di essere umani.



Apnea

Chiudo gli occhi, svuotando il respiro dal corpo.
Quando si rompono i cieli di abissi

Sotto i piedi si abbuia il mattino, e imbeve le stelle
ferme ai bordi del suo orizzonte,

che sprofondano insieme a me verso il centro dell’ombra,
mentre dimentico nella marea

l’identità dei contorni, per prendere ancora il fiato.

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