Maria Di Lorenzo: La luce e il grido

FaraEditore, 2012

recensione di Vincenzo D'Alessio

Alla scrittrice e giornalista Maria Di Lorenzo si deve l’unanime riconoscenza per aver messo al mondo questo libriccino dall’emblematico titolo La luce e il grido, quasi ottanta pagine di memorie, significati e significanti, tratti dall’incontro con il poeta Elio Fiore (1935-2002).
Quando i poeti nascono intorno a loro c’è un’aura che poche persone riescono a scorgere. Quando il poeta scompare c’è una folla di parole che lo accompagnano in una processione aurorale che stilla nel firmamento della Letteratura degli umani la nascita di un’altra stella: la cui luce durerà nei secoli a venire anche se essa è esplosa in un fragore multicolore in quel milionesimo di tempo insondabile della galassia.
Il poeta nasce dal dolore dell’infanzia: è successo a molti. Per Elio Fiore, come rivela l’intervista realizzata da Maria Di Lorenzo, accade nell’ottobre 1943, a Roma, nella Giudecca, quando i nazisti rastrellano più di duemila ebrei e le loro tracce scompariranno nel fumo dei campi di concentramento sparsi in Europa. Il Nostro poeta è un ragazzo di otto anni: scopre in quell’evento, incredulo, l’inverosimile verità che l’uomo è lupo verso l’altro uomo. Il dramma si fissa in quel “grido” soffocato in un anima piccola, che crescendo imparerà a soffrire senza parlare.
Nasce il racconto, la testimonianza, la memoria. Per essere vere, queste forze, hanno bisogno di energia. L’energia per Elio Fiore è la Poesia: “È poeta colui che vede la vita con occhio diverso dagli altri ed è possessore di una verità che deve trasmettere ai suoi fratelli uomini” (pag. 21). Queste sono le parole dette dal Nostro nell’incontro con l’autrice di questo prezioso volumetto. Non c’è negatività nelle parole del Nostro, continua a chiamare fratelli quegli uomini che hanno sfondato, con i calci dei fucili, le porte di quei bambini come lui: “I bambini sono assetati d’affetto, i bambini amano la poesia: il mio rapporto con loro è molto bello, è spontaneo, forse perché sono rimasto un bambino, dentro non sono cresciuto: e quindi sono uguale a loro” (pag. 25).
A quanti poeti cosiddetti “maggiori” potremmo far somigliare, Elio Fiore, di quest’ultima rivelazione? La letteratura mondiale n’è piena. Come accade da troppi secoli, nessuno ascolta il bambino nascosto nelle spoglie dell’adulto, è troppo difficile, è fuori dal comune ordine del vivere insieme. Eppure c’è chi ascolta, chi coglie nei versi la sete di affetto dell’uomo “sempre solo” perché sconfitto dall’inizio dal peso grande della violenza degli uomini. C’è negli occhi del poeta una luce che pochi scorgono e che il grande poeta Alfonso Gatto chiamò: “La forza degli occhi”.
Questa tessera musiva, fuori dalla logica dei “Poeti laureati”, rivela la grande storia di un'altra voce, nel coro del XX secolo, che speriamo verrà inserita nelle prossime Antologie redatte ad uso scolastico, accanto ai nomi dei suoi migliori amici: Giuseppe Ungaretti, Carlo Levi, Ornella Sobrero, Carlo Bernari, Mario Luzi, Camillo Sbarbaro e altri ancora. Scrive la Di Lorenzo: “alla presentazione della sua prima raccolta Dialoghi per non morire, nel 1964, Giuseppe Ungaretti così si espresse sulla poesia di Fiore: «Se poesia è bruciare di passione per la poesia, se è vocazione ansiosa, tormentosa a svelare nella parola l’inesprimibile, nessuno è più poeta di Fiore»” (pag. 30); e non si sbagliava!
Grazie alla cura e all’Amore che Maria Di Lorenzo ha voluto profondere in questo lavoro possiamo vedere brillare la fiamma del poeta Fiore in tutta la sua grandezza, in tutta la sua umiltà, che lo ha accompagnato in ogni passo della sua sudata esistenza:

(…)

Eterna era stata l’attesa

mentre la terra mi divorava:

la polvere mista ad acqua

apriva i miei occhi, il cielo

e le stelle trasformavano la mia preghiera,

e il corpo perfetto dell’universo

spirava nella carne bruciata.

(dalla raccolta In purissimo azzurro)

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