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mercoledì 20 aprile 2022

AIΩN di Mario Fresa (16)

AIΩN di Mario Fresa [16]

Pasquale Vitagliano
In questa poesia... 




*

In questa poesia non ci sono alberi

Animali o elementi naturali

Neppure parti del corpo e

Neanche oggetti di uso comune

Che pure sono quelli che preferisco usare

In questa poesia ci sono soltanto

settanta parole che senza aspettarsi premi

Cercano di scrivere appena

Ciò che la vita non riesce a dire

Quello che dalla vita avanza

Perché possa smaltirsi il dolore

Per dare un senso alla salvezza.






Commento.

Una poesia "parlante" e meditativa, il cui sguardo indaga il senso stesso dello scrivere in versi con una diretta e sciolta naturalezza espressiva che mette al bando qualsivoglia costrizione linguistica "letteraria" o artificiosa o impura. La prospettiva dalla quale la scrittura di Pasquale Vitagliano (1965) scruta e descrive il mondo è, certo, delicata e cauta, ma anche ben ferma e assai sicura nei suoi fini e nelle sue intenzioni: la poesia deve "scrivere appena / Ciò che la vita non riesce a dire", restituendo a chi la legge la bella illusione di un momentaneo risanamento o di un'apertura a ciò che non muta e che non muore mai - dunque all'eterno e all'immutabile - sì che possa, finalmente, aiutare a "dare un senso alla salvezza". Ma la sapiente misura dei versi di Vitagliano sa anche giocare con aguta leggerezza: facendo ricorso al gioco sottile della preterizione, il poeta finge di non nominare e di non voler rappresentare gli oggetti del suo sguardo amoroso (gli alberi; gli animali; i vari elementi della natura; gli oggetti di uso comune); e intanto questi ultimi - evocati, appunto, quasi di sfuggita, con noncalante e fine sprezzatura - emergono di fronte a noi, per curioso paradosso, con una rinnovata e addirittura plastica energia.

L'elusione reticente e l'affettuoso nascondimento non sono, infatti, i più attraenti strumenti di una indicibile (e al tempo stesso incontenibile) dichiarazione d'amore?





Il dipinto è di Nicola CaroppoAstrazione materica (tecnica mista con olio e smalti e applicazioni materiche su tela, 2011). 










martedì 5 aprile 2022

AIΩN di Mario Fresa (14)


AIΩN di Mario Fresa
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Francesco Terracciano
Ipotesi di luce



*

Tu lo sapevi che di tanta luce 

resta soltanto l’abbaglio, sul ferro 

delle panchine. Per questo dicevi 

di farci avanti, di accostare il viso

a quelle griglie. Il solito supplizio 

che sapevamo -noi i soli a tornare - 

doveva compiersi la sera, quando 

ognuno era già a casa o nel suo letto. 


Dopo, un leggero rovescio di pioggia. 






Commento.

Una richiesta lieve e dura; una semiferita che s’apre a intermittenza; un vano, impercorribile luogo di infinibile attesa e di mancate (o taciute) risposte. Un teatro di assilli silenziosi che agisce e parla nelle strettoie di uno spazio numinoso e inquieto, onirico e sospeso; e ovunque attraversato, con mistero, da minimi segnali che pungono domande senza nessuna pace mai: segni o barlumi di un’ansia che si declina nella mesta evocazione di una ipotesi di luce che sempre chiede una via di uscita; o un’ultima ricucitura; o l’aurora di una dolce risoluzione. Ma di tutto questo smarrito e cieco respirare – e di tutto il costante, lacrimoso interrogare – resta appena il brandello o il lacerto di una presenza sùbito affiorata e tanto presto rimossa, o abrasa, o fuggita via; e, anche, il rovello di un mancato inizio, l’affanno precipitato nel «solito supplizio», tutto e per sempre dolentemente privo di requie o di scioglimento o di liberazione. 

Versi, dunque, che dicono l’assillo di un’agra e tagliente aspettazione che nulla risarcisce e nulla, finalmente, ricompone: Francesco Terracciano (1967) disegna, con questo suo prezioso inedito, una preghiera tanto malinconiosa, quanto densa e concentrata; e lo fa quasi cantando, come fosse un amante che, travolto dall’eco dei propri acuti e incessabili lamenti, perda infine la memoria di sé stesso, quasi stordito dalla malìa profonda della propria continuata tristizia; e il duolo e l’attesa e il prevedere e lo sperare cadono o si cancellano o ritornano nel limbo del mai nato (o dell’invisibile o dell’inesprimibile) con la visione impreveduta dell’erosivo, finale «rovescio di pioggia» che ripulisce ed estingue, per intero, lo struggente combattimento interno che agita e commuove, con ostinata cura, la mente dolorosa del poeta.








In alto, un disegno (1954) di Giacomo Manzù.











 



venerdì 21 gennaio 2022

AIΩN di Mario Fresa (12)


AIΩN di Mario Fresa
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Giancarlo Baroni 
Lo sguardo contro il Tempo






*


Airone cenerino *


 

Ogni anno mi aspetti

in questo laghetto alpino

sei tu davvero

o un altro somigliante? Solitario

airone cenerino che sali


dove i compagni

non si arrampicano. Ai bordi

dell’acqua sembri

non un predone di trote

e di lumache ma quasi un dio egizio.


Il collo lungo e dritto

il profilo del becco a lancia

grigio indovino attento

ai tremori dell’acqua. Al minimo

rumore voli via.


 

(* Due Laghi, Val di Non)


 


 

Commento.

Un'aerea delicatezza, un senso di inatteso stupore. Una carezza che dona un risplendente e acuto squarcio che pare attraversato, con tutta la sua dolcezza melodiosa, da una ridente e fugace illusione di felicità. È ciò che il lettore può avvertire in questo canto adamantino, edenico e trascendente, di Giancarlo Baroni (Parma, 1953), tra i più sensibili e ispirati poeti che, negli ultimi tempi, hanno amorosamente interrogato i piccoli e i grandi prodigi del mondo degli animali (e, in particolare, del luminoso universo degli uccelli). È, in questi versi, una soavità gentile e una calma ristoratrice che danno l'idea di un'alta visione nobilmente trasumanata, in cui la stessa Natura è avvertita come una ciclica promessa di eterna e di sempre rinnovata letizia: qui tutto è lieve e docilmente canta e risuona; tutto rifulge e sale; tutto vola e s'inazzurra in una contemplazione pura che fa della stessa parola poetica un'occasione per esprimere, con la beatitudine di uno sguardo divenuto quasi fanciullo, lo struggente desiderio di interdire, anche per pochi istanti, la piaga mortale del Tempo.


 

 


In alto, un’opera di Ely Martini.







mercoledì 19 gennaio 2022

AIΩN di Mario Fresa (11)

AIΩN di Mario Fresa

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Sebastiano Aglieco

Per tagli e per ferite  



 

 

*

Solitudo

 

 

Guardami.


Le mie mani non parlano più, non ti trovano

attraverso i tuoi occhi come la campagna 

                                                       [nei pioppi.

  

Dove sei?

Non abiti in questa luce ottobrina...


Tra le pieghe dei vestiti i visi si seccano

attendono la pioggia.


Il vento porta il tuo nome altrove.


Non toccarmi

non voglio essere di te, di tutti…


Alla stazione:

i pensieri si fanno nome.


Vedi?

Le piume delle tortore cadono sulle valigie.


Non riesco a scrivere...

Non ho più mani….


 


Commento.

Per un attimo, leggendo questa poesia inedita di Sebastiano Aglieco (Sortino, 1961), ci sembra vera e fondata la famosa formula di Suger de Saint-Denis, secondo la quale «Mens hebes ad verum per materialia surgit». Nel testo di Aglieco – un Arioso dagli affetti spezzati, in cui i sentimenti comunicano per improvvise e cupe accensioni – è infatti la materia dei nostri sensi a far percepire, a tratti e febbrilmente, i preannunci e i segnali, pur se labili o morenti, dell’inaccessibile vero (sono segni che appaiono, in ogni caso, come colpi irreparabili, o come sempre ritornanti ferite). E il vero, qui, si mostra sotto la forma sospesa dell’aspettazione e della stupìta interrogazione; ovvero di una fuga o di un ritorno per il tramite di un nuovo viaggio (la scena del racconto enimmatico non è forse una stazione?); sicché il poeta rivolge a quel vero, con atterrita incredulità, domande smarrite e fulminanti che vorrebbero, anche solo per un momento, squarciare il muro dell’attesa che l’opprime («Dove sei?»; «Vedi?»; e una domanda, ogni domanda è sempre, lo sappiamo, una piccola preghiera, una supplica di ascolto e di ricucitura…). Scrivere poesia diventa, in questo modo, la proiezione di una veglia costante, mai paga, e mai pacificata, che per tagli e per ferite (dunque, per materialia) dà l’alta – e momentanea - illusione di intendere l’invisibile sostanza della realtà non ancora accaduta, ma prossima alla soglia di un suo accecante svelamento: una realtà che appare sempre fitta di richieste ambigue, perché dolci e violente («Guardami»; «Non toccarmi») che poi difficilmente trovano ristoro o accoglienza o comprensione, perché tutto, alla fine, sfugge o muta o si allontana nella vertigine dello smarrimento e del nulla (come dichiara l’onirico e drammatico distico finale).


 


In alto, un’opera di Arthur Dove: Rain (1924).









martedì 14 dicembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (10)

AIΩN di Mario Fresa

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Domenico Cipriano

Il silenzio nudo della poesia  





*


il vento aveva rovistato tra le fessure. era caldo

chiedeva di rinfrescarsi con un sorso

di vino bianco. solo il fischio del vuoto

che si era creato nella notte dava sollievo

faceva pensare al mondo unito dalla solitudine.


 


 




Commento.

Domenico Cipriano (Guardia Lombardi, 1970) è un poeta che sa ben dire il carattere aspro-dolce del purgatorio dei nostri sentimenti. Il suo inedito ci mostra la perfetta, dolorosa asimmetria di questo perenne ambiguo malessere, notturno e fantasimale, che sempre ci sovrasta: che cosa unisce, infatti, il nostro mondo, il nostro essere vivi, se non l’acuta condivisione della dimenticanza e dell’illusione, se non la solitudine estrema che quotidianamente è sedotta, con misterioso allettamento, dal dialogo con l’altro - un dialogo ch’è spesso pronto alla lusinga, all’incanto, al fraintendimento, alla menzogna? Ma l’attesa è ferita dal vento, che appare come un’interferenza perturbatrice. È un vento greve e pressante; è carico di pesi e di domande: assedia l’uomo e la natura, ansiosamente cerca risposte, muove con furia gli occhi per ricercare, nella violenta rete dell’esistenza, il dono provvisorio di un indizio risolutivo o di un ultimo schiarimento o di un supremo significato. Chi può dunque bloccare il suo giro, la tormentosa sua dolcezza indagatrice? Giunto il silenzio finale, è il vuoto precipitante, il suo silenzio nudo (ci risovviene lo straziante Cantico del gallo silvestre: «un silenzio nudo e una quiete altissima empieranno lo spazio immenso») a cacciare, una volta e per sempre, il favoloso ircocervo dei sogni e dei vagheggiamenti, della speranza e della redenzione. La lingua temeraria della poesia, sempre definitiva e cruda, ha anche il cómpito – difficile e necessario – di farci udire la potenza incontrastabile di questo vento bruciante e assoluto che la vita, solo per poco tempo, sa frenare e trattenere.


 


 



In alto, un’opera di Jane Cornwell: Untitled (2019).







giovedì 9 dicembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (9)

AIΩN di Mario Fresa

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Matteo Zattoni

Vogliono tutto  






*
L’uccello a bocca in su
aspetta qualcosa dal cielo
un’imbeccata di luce
    e risolini
gorgheggi di foglie
morte, in attesa
della resurrezione
filtri di notte tra i rami
presenze spettrali
vogliono tutto
nel becco.
 


Commento.

Questi versi inediti di Matteo Zattoni (Forlimpopoli, 1980), tra i più validi e sicuri poeti della sua generazione, si presentano con una duplice e inquietante natura. Lo squarcio iniziale evoca l'atmosfera di un mondo in apparenza dolce e sfumato, placidamente immerso in una indefinita e fiduciosa aspettazione: è l'immagine della stessa vita che si apre all'attesa di una risposta o di una chiamata superiore, alla continua richiesta di ascolto profondo e di conoscenza, di ricerca e di attenzione. Poi, come trasformati da una violenta e impreveduta modulazione musicale, i colori del racconto s'incupiscono: l'aria si gela d'improvviso, le promesse della vita e il desiderio di rinascita o di rifiorimento svaniscono nella sopraggiunta disillusione, nella greve resistenza dell'insignificanza e del dolore; e appaiono, come sinistri fantasmi annunciatori del nulla e della fine, angosciosi "filtri di notte tra i rami" e streghesche "presenze spettrali" che ci fanno, di colpo, intendere quanto sia facile passare dalla dolce visione di una gioia immaginata all'inatteso aprirsi dell'irreparabile crepuscolo di ogni chimera, di ogni desiderio: la "resurrezione" è negata dallo stesso invincibile appressamento del male, sinistramente inciso in ogni evento e in ogni cosa. 



In alto, un’opera di Anselm Kiefer: Jesse Tree (1987).











lunedì 29 novembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (8)


 
AIΩN di Mario Fresa

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Gisella Blanco

Il tuo volto è una città  





*

Scogliera di tetti, tempie ripide,

balconi lattiginosi di denti.

La città si abbandona a malinconia di prati 

                                                [su cui nascere nudi

e d’estate abbiamo febbre, fiato scomposto, bocche

che si slargano per vicoli allungati all’iride.

Comignoli accesi bruciano, poco sopra la fronte,

ne sentiamo il colore con travi portanti di pianto.




Commento.

Còlta dai lampi di una cupa e incendiaria intensità, e sempre alternando l'armoniosa politezza del canto con un dire squadrato e inquieto, questo inedito di Gisella Blanco (Palermo, 1984) vira nella direzione della sovrabbondanza e del mistero, con risultati di alto temperamento visionario. Il corpo-città si mostra come un umano labirinto in cui le strade si fanno viscere, i prati sono sospesi elisi di purezza inconosciuta, i vicoli s'allargano diventando interiori, malinconiose proiezioni dell'occhio indagatore; sicché tutto il panorama è, dunque, umanizzato, ma anche trasformato, per febbre immaginativa, in una extraumana isola alciniana dalle magiche e segrete corrispondenze interne, dove ogni minimo elemento si espande e resta immerso dentro il limbo di una veglia: e ogni casa è imprigionata in una eterna carnale attesa; e ogni scoglio è una fronte minacciosa e sorprendente come un feroce colpo del destino; e ogni luce è un respiro che vede e ascolta e sente tutto. E il corpo e la mente dello stupìto osservatore si trasformano, allora, in una immensa sensibile architettura le cui potenti vibrazioni generano, insieme, violenza e tenerezza, felicità e durezza: e tutto ciò che è ascoltato e visto (o immaginato?) si fa bruciante (e mai bruciata) carne: un'ardente apocalissi privata che fa cantare e trasfigura, senza sosta, l'intero specchio del reale.

 

 

 

In alto: Long Expected (2019) di Kailin Zhao.










 






mercoledì 17 novembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (6)


AIΩN di Mario Fresa


Gianluca D'Andrea

Essere o riessere



Lady M.

Chi ci indusse a deridere mentre ti sveli bestia

la terra? Forma d’angelo che avviene e che 

                                                [s’imbestia,

rendi normale l’obbrobrio, preghiera la molestia,

spezzando l’armonia di una natura

che illusa svia la macchia e la paura.

 

Un tuono sbatte e rotola da un angolo di mondo,

remoto si rannuvola, il presente gira in tondo,

lo scroscio lo precipita, lo avvolge, lo nasconde

e ne confonde la misura. Il tempo

allora ruota, tritura, si rompe.

 

Mi portano le lettere, mi spostano ben oltre

il tempo, gli anni, gli attimi, ne restano le ombre

in questo viaggio carico di nulla che si offre

e che conquista. Mostri a me la riva,

la fine che infinita e ferma, vira.

 

Dipingesti per scuotermi un quadro di paura,

tu che non sei immagine ma l’estranea natura,

l’ombra orrenda che anticipa e che piano matura.

Niente è l’amore e la paura è viva,

non dorme il male, il bene è senza vita.

 

È rotondo e desertico il mondo che raggiunge

turbinando in un vortice questa brughiera. Spinge,

nullifica, dimentica, fatale mi costringe

a chiudermi, mutarmi in altro ambiente,

due volte doppia, accesa, indifferente.

 

L’età del ferro è pallida, scolorisce la steppa,

non allatta il capezzolo, nessun gusto ha la zuppa,

morte e vita si scambiano, l’intendere s’inceppa.

La porta un giorno aperta si richiude,

senza scelta lo spazio include, esclude.

 

Lo spazio è un nuovo ordine, delira come un boa

ferito che vuol vivere. Lo spazio morto è il noa,

il senza legge lecito di un ritorno che annoia.

Il desiderio è tana di scorpione,

non può, non più, né slancio né passione.

 

I modi per non essere come sai sono tanti,

alcuni li dipingono nella mente, davanti

i pugnali che assalgono, che annunciano tormenti.

Pertanto sono spettri gli avvoltoi

e schermi senza sguardo. Tu non puoi

 

scostare né respingere la macchia di materia,

perché non è visibile la gabbia che s’inseria

e rende il mondo estraneo, ne svela la miseria.

Prigione è la paura e imbianca adesso

mattine e notti di un passato spesso.

 

Vieni, avanza. Procedere! Perché la vita langue,

torna al male lodevole, sguscia a tal punto il sangue

e macchia irrimediabile la sorte, sonno e lingue,

per questo ciò che è scritto non può essere

riscritto, non può domani riessere.



Commento.
Una voce aspra, cupa, soffocata - proprio come quella che Verdi immaginava per la sua Lady Macbeth - che parla, o meglio ansima e sussurra, torbidamente, nello spazio di un ombroso teatro fantasimale, attraversato da lugubri sembianze, da echi tremendi, da tormentose premonizioni. Un teatro nel quale la stessa musica delle frequenti rime assume un’aria ipnotica, maligna, streghesca, le cui grigie risonanze fanno intendere la presenza di una dimensione altra e minacciosa, misteriosa e inarginabile.
Poemetto-canto di fosca e inquietante bellezza, questo lavoro di Gianluca D’Andrea (Messina, 1976), poeta intensissimo e tra i più originali della sua generazione, è ben capace di mescolare, con sagace tensione, la turbinosa violenza del grande dramma scespiriano, la scura e serrata energia dell’omonimo capolavoro verdiano e le estrose invenzioni linguistiche del 
Macbetto di Giovanni Testori. Ma l’intera struttura del micropoema si mostra singolare e perturbata, non solo nella descrizione delle sinistrissime scene, ma anche nell’uso di verbi rari ed estremi («s’imbestia», «s’inseria») o delle stesse inusitate strofe pentastiche. Abbiamo già parlato della presenza delle rime (il cui schema di riferimento, AAABB, è ispirato all'antico modello del Contrasto ciulliano): anch’esse demòniche e devianti, ora interne (lo nasconde / e ne confonde), ora assonanzate (viva / vita), ora anagrammatiche (riva / vira); e sempre immerse nel gioco di un intreccio sonoro dall’andamento oscuramente spiralico, vicino a una infernale ragna costantemente ingombra di trappole imprevedute e di paurosi cedimenti, di porte segrete e di specchi deformanti, di false uscite e di nere caditoie da cui il lettore è sùbito preso, e irretito, e imprigionato, come se fosse, quasi, calamitato da una sorta di misterica invocazione spiritica. 
Ma pure, la voce-guida del poemetto ci ricorda che è necessario procedere, andare avanti, in questo dedalo-gorgo, in questa infinita e accidentata tenèbra che è la nostra lotta con l’esistente: giacché «ciò che è scritto non può essere / riscritto, non può domani riessere»: un’affermazione che pare, davvero, un supremo atto di sconfitta della nostra vanità di lasciare un breve segno del nostro passaggio; e che diventa, infine, un’immagine vera dell’assoluta impermanenza del tutto, e del suo stesso illusivo, e infrenabile, apparire e disparire.

In alto: 
Avvicinati di Danka Jaworska (Stoccolma, 1976).





martedì 9 novembre 2021

AIΩN di Mario Fresa (5). Affondare, ritornare

 

AIΩN di Mario Fresa

Enzo Rega



 

*

Il signore dell’anello

 

Non aguglia o altra vita marina

scintillando sotto il sole

attraverso la carezza dell'acqua

s'inabissa  volteggiando (riflessi aurei)

il cerchietto matrimoniale

scivolato dal dito

- quasi scherzo bonario,

s’insabbia nel fondo.

 

La tersità dell'acqua nemmeno può

restituirlo alla vista

e la porosità dei granelli al tatto.

 

Signore dell'anello è il mare

e ancora più decisa

la signoria della sabbia

che tutto accoglie e nulla restituisce,

come dice l’amico dai confini

che aggiunge franco:

in questa terra

ristanno l’impronta, le radici del legame

e se ci si chiede dove tornare

il mare ha dato la risposta:

qui, per la Vita,

sotto lo sguardo della rocca e

di torri arabo-normanne

 

Cefalù, 13 agosto 2021

 

 

Lo smarrimento, reale o favolistico, di un anello nuziale; il suo inatteso inabissarsi nel labirinto muto del mare. Poi, subito dopo, il denso dialogare del narratore-spettatore con i molti confini, lontani o vicini, visti o ricordati, di una terra sì tangibile e concreta, ma anche altra, mitica, immaginaria. Infine, l'oscuro ricercare di una via del riapprodo (o dell'origine?) che trova una risposta, ambigua e provvisoria, nella stessa accecante e ineffabile tersità dell'universo marino, che sempre dona e toglie, mostra e nasconde: e così tutto appare e dispare, s'innalza e s'intorbida, affonda e risorge e fa ritorno - siccome un circolare, magico, eterno gioco degli eventi - in questo poemetto, acquaticamente mosso e inquieto, di Enzo Rega (Genova, 1958), uno dei nostri più fini e ispirati poeti degli ultimi anni.

È appunto la sua stessa scrittura poetica a ricordarci che la realtà intera è sempre eguale nel suo continuo trasmutarsi, perché si muove entro le curve illimitate di una ciclica ellisse temporale: ed è, quindi, la medesima parola (la verticale vertiginosità del suo trasformarsi in canto puro) a ricucire e a far rivivere, almeno dentro lo spazio acuto della mente, gli echi o i frammenti di ciò che abbiamo perduto o smarrito o cancellato: e quell'anello, ai nostri occhi di lettori, eternamente sarà inghiottito dalla profonda bocca dei mari e sempre, un giorno, riemergerà improvviso, come sogno o apparizione, per poi, di nuovo, celarsi e scomparire, ancora e ancora, nei misteriosi corridoi del tempo.

 



In alto, Down by the sea (acrilico su tela, s. d.) di Inez Frohelich.











 

 

 

mercoledì 6 ottobre 2021

AIΩN di Mario Fresa. Caducità

AIΩN di Mario Fresa

Antonio Merola




*

Hai cominciato di nuovo…


Hai cominciato di nuovo a scappare in una fiaba

contro la fine del mondo: ora ringrazi la mancanza

di una terra nuova: il pianeta non basta

per seppellirci tutti. Allora hai distrutto

delle foglie per aggiungere altre rovine

alla catastrofe: sostieni che la bellezza sia di proprietà

esclusiva degli alberi scampati alla carta:

non hai mai creduto alla corrispondenza taciuta

tra la vita e il libro così sei rimasta in piedi

in una metro: nessuno vuole cedere il proprio posto.



Un racconto labirintico, in cui il mostro da rincorrere e di cui liberarsi appare riflesso sullo specchio con il nostro medesimo volto. Antonio Merola (Roma, 1994) si rivolge alle parole utilizzandole come uno strumento di antiesorcismo e di coraggiosa osservazione del continuo disastro dell’esserci. Il luogo descritto è  metamorfico e inquieto perché a cambiare è sempre l’inquadratura dello sguardo e dell’attesa: un luogo inospitale, un teatro bruciato, nel quale non potrai certo sperare di trovare un’uscita di emergenza o una risposta pacificante. E la poesia si muta, allora, in una fiaba feroce che si mostra come morte e sperdimento del senso, e come funebre e dura interdizione della comunicazione tra tutti gli individui che, ciecamente e insieme, precipitano nell’ombra fredda e vertiginosa della caducità e del vuoto. Eppure, la forma linguistica esprime una sua ferma devozione alla simmetria, a una compostezza del dire che quasi contraddice l’arso, malinconioso cinismo della sua nera narrazione; ed è, certo, una simmetria di difesa (e, dunque, di attacco) che, tuttavia, non concede alcuna facoltà sublimante o riparatrice alla lingua della poesia: «Non hai mai creduto alla corrispondenza taciuta / tra la vita e il libro». Nulla risarcisce, nulla salva, nulla cancella o ricuce: perché sempre ritorna, sulla scena di questo cupo teatro spezzato e divorato dalla finale insignificanza degli eventi, «l’interferenza perturbatrice della caducità» (Freud), il taglio crudele del suo sguardo poco propenso ad accettare l’inesplicabile male iscritto nelle cose.


In alto, un’opera di Brooke DiDonato (Canton, 1990).